QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 11

Tu ne quesieris…

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babilonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

VERSIONE LETTERALE

Tu non cercare…

Tu non cercare, il sapere non è lecito, quale a me, quale a te
fine gli dei hanno dato, o Leuconoe, non provare
i calcoli babilonesi. Al meglio, qualunque cosa accadrà, sopporta!
Sia che Giove ha dato parecchi inverni o come ultimo
questo che ora affatica il mar Tirreno tra le opposte scogliere,
sii saggia, mesci i vini e in uno spazio breve
taglia una lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo
invidioso: cogli il momento, quanto minimamente fidente nel futuro.

VERSIONE LETTERARIA

Carpe diem

O Leuconoe, non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi, è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene! Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

COMMENTO

Celebre e celebrata l’ode del “carpe diem” è stimata il capolavoro della poesia di Orazio; in essa i temi dominanti dell’Etica epicurea sono espressi in maniera lucida e sobria, essenziale e incisiva.
Il testo è dedicato a Leuconoe, la donna “dall’animo candido” o “dai pensieri ingenui”, in ogni caso una fanciulla preoccupata del domani a cui il saggio e maturo Orazio non lesina i suggerimenti più obsoleti e ricorrenti nella letteratura greca: Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Simonide, Mimnermo, Euripide, Epicuro.

Anacreonte

Frammento 44 D sulla morte.

“Le mie tempie son canute,
la mia testa è tutta bianca:
la gentile gioventù
è svanita, ho i denti vecchi:
poco tempo mi rimane
della bella vita ormai.
Così spesso mi lamento,
nel terrore di laggiù.
E’ terribile l’abisso
della morte, il passo è amaro.
Perché questa è verità,
che chi scende non risale.

Anacreonte

Frammento 69 D

Ho desinato con un pezzettino
Smilzo smilzo di focaccia;
ma di vino
ne ho tracannato un orcio fino in fondo;
e ora con la cetra
faccio la serenata alla mia bella.

Simonide

Frammento 6 D

“Uomo qual sei, non dire mai quel che domani sarà
né se vedi uomo felice, quanto durerà.
Di una mosca dalle lunghe ali
non è così veloce il volo.

Frammento 9 D

“Degli uomini scarso è il potere,
sono gli affanni vani;
dolore su dolore è la breve vita.
Su tutti uguale pende l’inevitabile morte:
i vili e i forti ugualmente l’hanno in sorte.

Saffo

Frammento 58 D

Morta tu giacerai,
ne più memoria sarà di te,
né rimpianto; ché non cogliesti
le rose della Pieria:
e ombra ignota anche nell’Ade
ti aggirerai,
tra scure ombre di morti
sperduta.

Bacchilide

Epinicio V 151 162

“Per un istante è ancora la dolce vita,
sentii venir meno le forze, oh misero,
dando l’ultimo respiro
piansi lasciando la bella giovinezza.”
Soltanto allora, come narrano,
l’impavido figlio di Anfitrione
bagnò gli occhi di pianto
lamentando la sorte dell’eroe infelice
e rispondendogli disse:
“Meglio per l’uomo non essere nato
E non vedere la luce del sole.”

Alceo

Frammento 39 D

Bisogna ubriacarsi ora, bere anche
se non si vuole, perché è morto Morsilo.

Frammento 90 D

Zeus manda pioggia. Un grande inverno
Dal cielo. Sono ghiacciati i corsi d’acqua…
E ammazzalo l’inverno. Butta fuoco,
mesci senza risparmio vino buono,
gira la lana morbida sul capo

Frammento 91 D

Non devi ai mali concedere l’anima.
a nulla giova soffrire e piangere,
o Bucchi. Far portare il vino
ed inebriarsi è il solo rimedio.

Frammento 104 D

Sì, il vino è per gli uomini uno specchio.

Frammento 94 D

Gonfiati di vino: già l’astro
che segna la grave stagione,
dal giro celeste ritorna,
e ogni cosa è arsa di sete.
e l’aria fumica per la calura.

Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto leali,
fitto vibra il suo canto, quando
il sole a picco sgretola la terra.

Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e le ginocchia.

Frammento 96 D

Beviamo. Le lucerne
perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo.
Prendi, amor mio, le grandi,
le bellissime coppe variopinte.
Il vino, oblio dei mali,
diede il figlio di Semele e di Zeus,
ai mortali. Due parti
mescola d’acqua, una di vino; riempi
fin all’orlo il cratere.
Ed una coppa spinga l’altra giù.

Frammento 73 D

Bevi, bevi ed ubriacati,
Melanippo, con me. Credi tu forse,
quando varcato avrai
Acheronte, il gran fiume vorticoso,
credi tu che vedrai
la luce pura splendere del sole
un’altra volta? Amico,
non vagheggiare cose grandi mai.
Ma, pur saggio come era,
due volte, per volere della sorte,
il fiume vorticoso,
l’Acheronte, varcò; dolori immensi
il re figlio di Crono
laggiù gli diede da soffrire, sotto
la nera terra. Ma i pensieri tristi
scacciamo, finché giovani
siamo. Bisogna questa volta ancora
bere, e soffrire il male
che ancora voglia il dio farci soffrire.

Mimnermo

Frammento 2 D

Noi siamo come foglie, che la bella stagione
di primavera genera, quando del sole ai raggi
crescono: brevi istanti, come foglie godiamo
di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo
il bene e il male. Intorno stanno le nere dee:
reca l’una la sorte della triste vecchiaia,
l’altra di morte. Tanto dura di giovinezza
il frutto quanto in terra spande la luce il sole.
Ma, quando questa breve stagione è dileguata,
allora, anzi che vivere, è più dolce morire.

Il poeta dissuade Leuconoe dall’interrogare gli astrologi babilonesi sul futuro che l’attende e le suggerisce la soluzione migliore di carpire alla fuga e alla rapina del tempo la giornata presente senza sperare in quell’ovvio domani che resta sempre affidato agli dei e depositato nel loro grembo.
Lo scenario più naturale dell’ode appartiene alla stagione invernale: il mare in tempesta e le onde che si infrangono sugli scogli a simboleggiare senza equivoci le ineffabili sofferenze della vita umana e l’ineffabile imprevedibilità di un destino situato tra scienza e magia.
In una formidabile sintesi poetica Orazio include molti temi: la fanciulla ingenua, la volontà degli dei, l’inesorabile scorrere del tempo, l’ineffabile destino umano, la vita e la morte, la saggezza dell’uomo maturo, la ricerca di un’impossibile coscienza di sé, il tabù della conoscenza, la mitica astrologia, la volgare superstizione, la necessaria rassegnazione, la passiva accettazione del progetto degli dei, la cosciente illusione delle speranze, la benefica panacea del vino, l’angosciante fugacità del tempo e la provvida soluzione del “carpe diem”.
L’ode muove da una circostanza immaginaria dal momento che non contiene indizi cronologici precisi che consentano una collocazione temporale plausibile. Del resto, l’angosciante tema della rapina del tempo appartiene alla “coscienza collettiva” insieme alle riflessioni logiche opportune e alle forti emozioni implicite, un tema che rientra nello “Immaginario collettivo” con tutto il corredo dei fantasmi psichici collegati all’angoscia della morte.
La concezione epicurea della felicità, la “atarassia” per l’appunto, ingiunge al comune e saggio mortale di vivere intensamente l’attimo e il tempo presente per eliminare le angosce del futuro e della fine; in quest’ode Orazio affida a otto intensi e concisi versi un messaggio atavico e obsoleto a testimonianza della sua capacità di elaborare e riproporre in poesia i classici temi filosofici intorno alla situazione esistenziale e ispirati alla morale corrente.
Nell’approfondire la fugacità della vita umana Orazio non esorta a vivere banalmente la quotidianità, ma a essere padroni di se stessi, estimatori delle gioie consentite agli uomini e consapevoli dei propri limiti. Questi temi ricorrono nella sua poesia come se fossero radicati nella dimensione psichica profonda del poeta e fossero stati oggetto nella sua adolescenza di una drastica e difensiva introiezione.
L’autocontrollo del poeta appare manifesto dentro un coerente e adeguato modello espressivo, un testo denso e privo di ridondanza, un procedere colloquiale, il tono e l’indeterminatezza elegante musicalità del ritmo creano un fascino autentico e un gioiello della lirica di ogni tempo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 02, 2021

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