DEDICATO AD ANDREA

Caro amico,
da tempo non ti si vede per le calli della marca trevigiana,
terra di conti, marchesi, vassalli, valvassori e valvassini,
terra di servi della gleba in odore di borghesia rurale,
terra dei futuri miracoli industriali, visibili e invisibili,
terra dei miracolati del nordest storico e geografico,
terra della Liga stupida e crudele e dei crumiri mercanti della lana,
terra dello spritz frizzante al Campari e dello spiedo alla salvia lucens,
terra della grappa da bus che inciucca e ingroppa,
terra del tiramisù inventato dalla maitresse del casino di Cae de oro,
terra delle buone e belle fritoe da gustare soltanto a Carnevale.
Da tempo non giri per i sestrieri e i campielli di Venessia,
non girovaghi per i porteghi e i sottoporteghi di Cannaregio,
per i ghetti degli Ebrei e i vicoli della Giudecca,
non senti gli olezzi maligni della laguna
e delle fogne a cielo aperto nel nostro patrimonio umano e collettivo.
Da tempo il basco blu non copre la tua testa sopraffina,
i tuoi pensieri arditi di alpino mancato e di pacifista ostinato,
il tuo credo profondo di socialista devoto a Pietro e non a Bettino,
le tue idee felliniane di dolce vita e bianciardiane di vita agra,
i tuoi modi austeri di antico poeta e di modico contadino.
Finalmente non odori più di Nobel.
In culo gli Svedesi e tutti i ruffiani dei Vikinghi!
In mona le Accademie moleste e i conventi televisivi!
In stramona gli intellettuali di destra e di sinistra!
Tu eri troppo timido e modesto
per le ciurme infami degli avventurieri e dei pirati.
Ormai tu puzzi del sego dei nobili di cuore,
dei veri criatori di sensi e di significati,
di significanti e di neologismi,
di metafore argute e di allegorie saltate in quattro padelle,
di suoni molesti e di verba quae sapiunt,
parole sincere che sanno e hanno un sapore,
come il lesso di bue con il kren nell’osteria di Lino,
in quel di Solighetto,
come lo speo di pollo e costesine de maial nella trattoria della Clemy,
in quel di Labella in Follina.
Il camposanto di Collalto è la tua umile dimora
e alla gente onesta di campagna va ancora il tuo santo ritornello:

“pin piedin,
paladin,
pin penin,
mascareto,
dolze è il viso de la femena bea
che jeri jera putea.”

E noi?
Noi come facciamo senza di te?

Fen, fene?
Fon, fone?
Fasen, fasene?
Fasòn, fasone?

Noialtri canten co ti e co a siora Lily de Pieve
nel filò che si celebra stasera
nella stalla dei siori Zanzotto a Col san Martin.

Fen a Biadén,
fene a Biadene,
fon a Piavòn,
fone a Piavone,
fasen a Piovén,
fasene a Piovene,
fasòn a Cisòn,
fasone a Cisone.

Ahimè, ahimè!
Gente & gente accorrete!
Orsù, fé presto!
Il poeta è morto come la Toti,
il sacrestano Bepy insemenio spara le campane a morto
contro il cielo amaranto di Pieve di Soligo,
il popolo nobile si toglie il logoro cappello di feltro nero
e allaccia il miglior tabarro, sempre nero, per la festa,
la banda suona una intrigante mazurca di periferia,
una donna innamorata mormora la sua cantilena
come una nenia antica di rurale virtù,
una litania a metà tra il sacro e il puttano,
una canzone pop e comunista del miglior Vasco,
una marcia funebre da quaranta carati
con tanto di carro funebre e di cavalli neri
che seminano sul selciato palle di merda gialla
e odorosa di fieno fresco,
quello proprio di giornata,
come le uova della Bepa da Cadoneghe.
Il filò ritorna nelle promesse
e nelle speranze di questa donna innamorata,
un femenon intonacato di bianco con la falce lucente e affilata,
un femenon avvezzo ai tristi congedi,
una donna cannone sempre prona alle fusioni oscene
e senza compromessi tra le cosce.

Pin Penin,
fureghin,
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa.
Le xe le comedie e i zoghessi de chèo
che jeri la jera putèo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 02, 2021

Post scriptum sempre di parole

Oh bambino,
piccolo e piccolino,
monellaccio e monellino,
tu che giochi con i bottoni di madreperla
e li cuci con il filo nella tua vesticciola,
tu che hai un pettine per pettinarti
e anche i nastrini e la cordella
per legare i codini dei tuoi capelli d’oro.
Queste erano le azioni,
questi erano i giochini di quell’omino
che ieri era bambino.

Varda che affari!
Il ragazzo promette bene,
il tosat va bene a scola,
ha la capacità di cogliere i valori del significante,
una naturale virtù dettata dalla sua vena musicale campagnola,
dai rumori che percepiva sin dal soggiorno nel grembo materno.
Varda, varda!
Il dovene promette ancor meglio,
va al Liceo classico Flaminio di Vittorio veneto,
sa di greco e di latino,
non tira sassi alle piante e in specie ai biancastri platani
che da Pieve portano a Solighetto in un unico filar.
Il giovane conosce Lacan e Chomsky,
l’è amigo de la Toti,
la Dal Monte, la soprano Antonietta Meneghel,

quea che piase anca al porzel de Gabriele.
Il dovene se la fa a Roma con Federico da Rimini
e le sue donne da salotto e da circo,
spupazza parole di tutte le risme
come dame dell’Ottocento in profumo di cipria
per coprire le naturali puzze,
presto sarà poeta affermato e conclamato in Campidoglio
con tanto di corona d’alloro
e di pennas de granturco e di biada.
Vana è l’attesa,
come tutte le vanitates vanitatum
di cui il poeta riempie il carrello del Despar,
del Conad,
dell’Eurospin,
del Lidl,
del Visotto di Oderzo,
del Penny market,
del Panorama de Conejan.
Verrà la Morte e avrà i suoi occhi.
E’ venuta la Morte e aveva i suoi occhi.
La Vita è stata onorata,
come la sua storia.
Onore ai caduti!
Il Silenzio è fuori ordinanza.

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta,
le xe belesse da portar a nosse,
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 03, 2021

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