DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN SECONDO PASSEGGERE

Panta rei,
mio caro Eraclito,
in questa strambata evolutiva di un divenire eterno
che attanaglia le ossa
come la salsedine saporita del lungomare di Ortigia,
come la ruggine inesorabile delle sue vetuste ringhiere,
come le giravolte dei tanti amplessi del principe di Lampedusa
consumati sotto il sole instancabile di un triste matrimonio combinato
o nel fertile bordello di Palermo,
in via delle Vergini,
al numero civico 88,
dove lo scolo e la sifilide sono sempre sottocosto,
sarà poi vero
che tutto scorre dentro e fuori del Tutto eterno,
nei nostri corpi eccelsi,
nei nostri volti silvani,
tra gli ultimi degli ultimi,
nell’anima buona che suona novella,
nella favola bella che ieri c’illuse
e che oggi ci illude?
Sarà vera la parabola dei talenti?
Dammi dieci e ti darò un ventino?
Oppure tutto è come prima e magari peggio di prima,
tutto si ripete
e magari marcisce in un apparente cammin facendo?
O oscuro e tenebroso uomo di Efeso,
tu che navighi nella dialettica dell’Essere e del Non Essere,
del Tutto e del Nulla,
tra la Vita e la Morte,
tra le nebbie delle apparenze
che nascondono la verità del divin Cosmo,
portami lontano dalle miserie dei centri commerciali,
dalle luci della ribalta
e dal camaleontico caleidoscopio delle vanità,
portami lontano dai torsoli e dal sangue
di questo mercato fatiscente e in puzza di santità.
Fammi immergere centomila volte con te
nel fiume che sotto scorre e sopra tace,
dove immergersi due volte non si puote nemmeno con il candeggio,
in Ameles,
il senza cure e il senza affanni,
senza il tormento della morte e della sofferenza
che governa questo intrallazzo materiale
di mille e mille movenze danzanti attorno a un mazzo di rose rosse
che ho regalato a colei che solo a me continua a parer donna
e che nel tempo si è rivelata una carrozza funerea e funebre
con tanto di cavalli poderosi e neri,
con tanto di pennacchio dorato e di briglie argentate.
Io ti chiamo,
io t’invoco,
ma tu non torni ancora al tuo paese.
O mia gattina,
mia dolce Paola,
quando partisti come son rimasto,
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 04, 2021

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.