DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN PRIMO PASSEGGERE

Apeiron,
mio caro Anassimandro,
il senza confine è la tua Verità?
E allora parlami di questo Indeterminato
che contiene gli atomi primaverili in fiore
ed esplode ancora nelle forme poetiche del Kosmos.
Cosa sarà mai questo tuo Infinito
per uno zoon politikon in cerca di guai
nell’agorà di Mileto o negli studi di Saxa Rubra?
Sarà etico ed estetico?
Sarà giusto, buono e bello
come i codici fascisti di un lindo bordello?
Sarà secondo virtù e secondo armonia!
Sarà secondo libertà e secondo necessità!
Lui disse,
ipse dixit,
e ogni cosa fu secondo la sua Specie,
fu buona, bella e giusta,
come in un prezioso film del grande Sergio.
Ma si sa,
mio caro mezzo prete strozzato,
che fatta la legge si trova l’inganno.
Siamo uomini di mondo
e siamo vissuti tanto tempo,
e non invano,
in questa valle di lacrime
con la statuetta di gesso della madonnina sul capezzale.
E allora,
mio caro solerte impostore e parolaio,
distinguimi,
determinami un corpo buono
per questo tragitto che si chiama la mia vita,
disegnami una sagoma armoniosa
per queste membra informi e ancora in odore di sesso,
indicami la strada spedita
per questo mio viaggio senza ritorno,
dammi un approdo che consola nel porto di Augusta
per una complicazione che si dipana e si disvela,
fammi essere la libera espressione di me stesso
senza migranti da accogliere e tribunali da visitare,
senza il solito scemo del villaggio dei Navigli
che si piscia addosso a ogni piè sospinto
dicendo di essere figlio della stampella di Enrico Toti.
Io sono una parte del Tutto.
Posso fare da solo,
grazie,
in splendida autonomia e in modica economia,
senza strafalcioni ed esibizioni clandestine,
senza salamellecchi in questa cosa nostra globale,
senza imposte occulte sul valore aggiunto,
senza P2 e P3 3 P4 e Pn,
senza di lei che fu la Pia,
nata a Spaccafunnu in provincia di Enna,
morta in Forlimpopoli di coronavirus,
spenta senza ossigeno per i suoi polmoni di latta,
avvezzi ai fumi della stube sudtirolese e delle Marlboro rosse,
la donna di quell’uomo insano
che disposando l’avea con la sua gemma
in una notte di mezza estate e di mezzo inverno,
in quella notte dei miracoli e dei miracolati.
In tanta Verità ancora qualcosa si nasconde
e le mie braccia muscolose non ce la fanno
a scavare tra le macerie di una pandemia assortita
in cerca del veleno giusto per morire.
Caro Apeiron,
caro Anassimandro,
caro Indistinto,
caro Infinito,
traiemi d’esta focora
che n’abio a volontade,
ne ho pieni i coglioni,
non abio abiento notte e dia,
nescio et timeo
nell’aspettare ancora nel giorno e nella notte
i passi di colei che solo a me par donna,
colei che oggi mi cerca a Samarcanda
tra i mercati esotici e le spezie rare,
tra gli odori orientali che sanno di puzza,
mentre io mi palpo i coglioni a Carancino
per sopravvivere tra tanti menagrami televisivi,
mentre io coltivo le mie patate a Carancino,
nella terra dei Corinzi e dei cafoni,
quelli che vivono da sempre in un continuo apeiron
e del tuo Indistinto,
giustamente,
fanno trombetta con il fetido culo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 15, 03, 2021

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