IL PROCESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Zacca è testimone a un processo e va con il marito.

Davanti a lei quattro avvocati aspettano d’interrogarla.

Poi la chiamano e uno legge le generalità.

Si avvicina al bancone e un altro si alza e le si avvicina e prendendole il volto tra le mani controlla le ghiandole della gola.

Il cuore comincia a batterle più forte e l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia, sembra stia aspettando che si tranquillizzi.

Lei allora pensa a cosa penserà il marito che è seduto alle sue spalle sul modo strano che hanno di controllare se si hanno oggetti pericolosi addosso.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Zacca è testimone a un processo e va con il marito.”

Il sogno di Zacca è un prodotto psichico surreale nella sua semplice cornice e ricorda le apparenti elucubrazioni di Kafka nel suo “Processo”. E’ una modalità d’approccio con se stessi e, nello specifico, con quella umana parte psichica che Freud denominò “Super-Io”, l’istanza morale e censoria che esige l’espiazione e la riparazione della colpa, la punizione e la condanna per tutto il male che nasce dal peccato originale, arriva alla “ubris” greca e si condensa nella persona di Ciccio Atanasio, un uomo qualsiasi che partecipa per essenziale connaturazione psicofisica al consorzio dell’umana pietà. Il “Super-Io” freudiano nasce dalla riflessione sul post grande Guerra, sugli eventi distruttivi e luttuosi della prima guerra mondiale, sull’afflusso nel suo studio di psicoterapia di uomini traumatizzati nel corredo psicofisico da episodi reali che si amplificavano nel ritorno a una impossibile normalità. All’antico e laico “principio del piacere” e al vecchio e sempre greco “principio di realtà” Freud associò, per completezza e “par condicio”, il “principio del dovere”, a cui far corrispondere un giudice togato e benemerito sempre pronto alla censura e alla condanna: il tutto in offesa all’amor proprio e al narcisismo.

Zacca in sogno istruisce il suo processo, il processo a se stessa e, nello specifico, a parti di sé affette da colpa e vissute come degne di condanna e di espiazione. Zacca porta come oggetto giuridico “il marito”, la sua modalità di vivere l’uomo con cui ha costruito la coppia e possibilmente la famiglia, meglio, la sua modalità di viversi in coppia e con l’uomo che a suo tempo ha scelto e concordato una serie di sensi e di sentimenti, nonché un progetto psico-esistenziale con tanto di banda e ricevimento nell’hotel grande della città di Acicastello. Zacca mette in discussione se stessa tramite la figura dell’uomo con cui si accompagna nel quotidiano esercizio del vivere, vaglia e valuta le sue scelte di allora in riferimento al presente. L’oggetto del contendere giuridico e processuale non è il marito, ma quest’ultimo è la “proiezione” della sua deliberazione e della sua scelta di allora, di quel quando il “principio del piacere” urgeva e presentava le sue istanze psicofisiche e il “principio di realtà” era fiero del suo “nihil obstat” alla richiesta di matrimonio.

Meglio di così non è possibile nelle umane traversie semplicemente perché al bene e al male non c’è mai fine qualitativa e temporale.

Davanti a lei quattro avvocati aspettano d’interrogarla.”

La colpa è tanta e il caso è grave se servono “quattro avvocati” per l’interrogatorio del secolo, per giunta sono in attesa e tutti sul piede di guerra alla luce del fatto che sono “davanti a lei”.

Di quale mefistofelica colpa si è macchiata Zacca?

E quale inconfessato e inconfessabile peccato racchiude dentro e si trascina dietro?

L’istanza freudiana del “Super-Io” è chiamata in causa alla grande e con urgenza: la censura e la morale. Zacca nutre un senso di colpa altamente sostanzioso, se abbisogna di ingrandire il suo “Super-Io” in maniera sconsiderata. Oppure l’esagerazione è funzionale a qualche operazione di assestamento psichico dei vissuti di una certa qualità. La psicodinamica è intrapsichica e il prosieguo lo dirà o, almeno, si spera.

Poi la chiamano e uno legge le generalità.”

Niente di grave, Zacca parte dal “chi sono io”, dalla sua identità psichica e quest’esordio è altamente positivo e lascia ben sperare sull’equilibrio psicofisico globale che il “Super-Io” potrebbe disturbare. Zacca converge su se stessa e richiama le sue energie migliori per non alienarsi e smarrirsi nei meandri dei codici e delle norme che governano la Legge psichica. Zacca si fa chiamare da quella “parte di sé” che inquisisce su se stessa in aderenza al codice di sopravvivenza e di mantenimento, nonché di ripristino dell’equilibrio psicofisico. Tutti ci chiamiamo, tutti abbiamo una parola per noi stessi, tutti abbiamo un verbo senza essere il Verbo. E’ strano il fatto che uno, un anonimo avvocato, legga le parole generiche che contraddistinguono l’individualità di Zacca. La lettura assume il tono ieratico di una divulgazione inquisitoria di fronte alla Legge altrettanto anonima e generica come l’ambiente e il tono del sintetico quadretto. Si può rilevare un complesso d’inferiorità, un senso d’inadeguatezza, una sindrome da soggetto di minor diritto o da figlia di un dio minore. L’atmosfera e l’umore versano nella tristezza e nella ristrettezza. Si spera tanto in un miglioramento del caso e del malato.

Si avvicina al bancone e un altro si alza e le si avvicina e prendendole il volto tra le mani controlla le ghiandole della gola.”

Un avvocato che prende “il volto” dell’imputata ”tra le mani” per controllare le ghiandole della gola”, non si è mai visto nelle scene forensi, ma in sogno anche questo simpatico quadretto è possibile creativamente “figurare”, impressionare con immagini, allucinare con le tensioni. Insomma, Zacca si sta inquisendo da sola e in ottemperanza al rigore del suo “Super-Io” e si sta dicendo che le sue “ghiandole” sono da controllare in maniera severa e secondo la Legge, la legge di Zacca. Quest’ultima, fuor di metafora e di metonimia, si sta dicendo che la sua endocrinologia è entrata in crisi progressiva e che i motivi del suo severo giudizio sono rintracciabili anche negli effetti biologici del tempo crudele che toglie funzionalità e funzioni, come la procreazione ad esempio, nonché riduce le pulsioni erotiche e sessuali e riformula l’estetica in nuovi codici tutti da scoprire. Zacca si trova davanti la sua capacità endocrina e la sua immagine evoluta di donna. Questa operazione dialettica significa che Zacca sta attraversando un momento della sua vita in cui sta facendo i conti con l’invecchiamento, la menopausa, la perdita di fascino e di funzione procreativa. Le ghiandole non sono quelle della gola, i linfonodi, ma le ovaie. E non dimentichiamo che c’è un marito nel sogno come compagno interessato di viaggio: un valido riferimento della psicodinamica scatenata nella protagonista.

Il cuore comincia a batterle più forte e l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia, sembra stia aspettando che si tranquillizzi.”

Zacca è proprio alle prese con se stessa, è agitata nei sensi e nei sentimenti. Il “cuore” è simbolo di vita e di emozioni assolutamente neurovegetative, autonome e spontanee come le erbe dei campi all’esordio della primavera. Zacca è in preda alla libera azione del sistema neurovegetativo, obbedisce alle pulsioni dell’Es e l’Io non riesce a essere padrone in casa sua, non interviene a sedare lo scombussolamento emotivo della donna. Zacca è proprio sull’orlo di una crisi di nervi.

Ripeto e mi ripeto volentieri se serve a definire il conflitto intrapsichico in atto.

E’ in atto l’emersione dal Profondo psichico delle tensioni legate ai conflitti pregressi e non adeguatamente risolti a suo tempo e al tempo giusto, una “conversione isterica” che funge da “catarsi” del sistema nervoso in quanto scarica le energie accumulate e inespresse e riporta l’equilibrio dello psicosoma al meglio consentito nel momento in atto: “omeostasi”. La sede di questo materiale psichico irruento è l’Es, nonché il serbatoio naturale delle tensioni di tanta conflittualità. L’Io non riesce a svolgere la sua funzione di contenimento e di equilibrio psicosomatico, non può svolgere il suo compito importante di ago della bilancia tra la psiche che urge e il corpo che esprime. Oltretutto, il “Super-Io” di Zacca, “l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia”, non sta infierendo nell’acuire con le sue dosi la forte reazione emotiva dell’Es, “il cuore”, attende bonariamente che si scarichi la tensione nervosa per poi presentare le sue credenziali e le sue istanze. Riepilogo questo breve trattato sul meccanismo psichico di difesa della “conversione isterica”: l’istanza psichica equilibratrice dell’Io non è riuscita a svolgere la sua funzione tra le istanze emotive dell’Es e le istanze repressive del “Super-Io”, tra le pulsioni e le inibizioni, nonostante la parziale e temporanea remissione dell’azione della censura superegoica. Ricordo ancora che “tra il collo e la faccia” albergano la testa-mente e il petto-affetto. Zacca è nel mezzo e cerca la sua virtù.

Lei allora pensa a cosa penserà il marito che è seduto alle sue spalle sul modo strano che hanno di controllare se si hanno oggetti pericolosi addosso.”

“Pensa a cosa penserà il marito”. E’ questo il paradigma della psicodinamica paranoica, far pensare gli altri quello che noi stessi pensiamo, meccanismo psichico di difesa della “proiezione”, così diffuso e così delicato, così facile e così pericoloso. Per difesa ci si spoglia del proprio materiale psichico e lo si attribuisce agli altri, al marito nel caso di Zacca, un uomo che “è seduto alle sue spalle”, ma che è in prima fila nel ballo degli attori navigati e furbastri, almeno e sempre nei vissuti della moglie e della donna Zacca. La causa scatenante della psicodinamica conflittuale è decisamente la modalità di vivere il marito e a lui viene sacrificato il vitello d’oro dell’equilibrio psicofisico della nostra protagonista. Zacca non ha “oggetti pericolosi addosso”, Zacca non si vive come attraente e seduttiva, Zacca non è quella boma di donna che avrebbe voluto essere per il suo uomo. Ritorna la causa del conflitto, la valutazione severa che Zacca fa di se stessa in riferimento alle azioni del marito che assiste nello sfondo apparente, ma che è la causa scatenante di tanto impeto ritorto contro se stessa.

Cosa penserà il marito del tempo che è passato e ha lasciato i segni sul corpo, più che sulla mente, di Zacca?

Quale arma resta addosso a Zacca in questo drammatico frangente della sua vita?

L’intelligenza, l’intus-legere, la capacità di discernere e di adattarsi, l’intelligenza operativa, quella che si confa alle mille occasioni della vita e del vivere come risposta a se stessi in primo luogo e, soltanto di poi, agli altri, marito compreso.

Zacca si è controllata addosso e invece di scoprire le sue qualità interpretative, si è lasciata abbagliare dai beni effimeri della procacità e dell’avvenenza.

Un consiglio filosofico alla donna che non si sente più la gran “donna” di prima: “panta rei”, “tutto scorre”, dice Eraclito l’oscuro, dal profondo di quello che di lui ci è rimasto, la sintesi poderosa del suo complesso pensiero. E allora, carissima Zacca, lasciati scorrere addosso le ventate del tempo e addolcisci ogni mattina il caffè con tanto amor proprio. L’atarassia ti farà più matura e più bella.

LA CANTILENA DI JACOB

Din din din pomarè,

din din din pomarè,

din din din pomarè,

dindin, onignorè.

Stavo crescendo,

ma non sono più cresciuto,

sono ancora vivo,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dandan, onignorè.

La notte tutto appare più vero,

come di giorno tutto era vero,

ti prego di accudirmi

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

ohoh, onignorè.

E’ stato proprio come sai,

tutto è stato irrimediabilmente,

con Ilse e gli altri bambini ho giocato, come con te

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

ièiè, onignorè.

Non portarmi rancore,

se sono partito anzitempo,

tienimi ancora nel tuo cuore,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hemhem, onignorè.

Ho appena appena giocato con la vita,

quella che vedo in te,

nel tuo sguardo felice,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Im im im immodì,

im im im immodì,

im im im immodì,

imim, onignorè.

Porta i miei saluti,

porta la gioia a chi ancora mi ricorda,

ricorda di portarmi i giochini e le leccornie

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 01, 2021

NEL GIORNO ONOMASTICO DEI MIEI GENITORI

Siracusa, 8 dicembre 1954

Tema

I miei genitori

Svolgimento

Mio padre si chiama Concetto.

Mio padre è detto Nnittulu.

Mio padre è sentito Nzuliddru.

Mia madre si chiama Concetta.

Mia madre è detta Tita.

Mia madre è sentita Titina.

Oggi è l’Immacolata.

Oggi i miei genitori fanno l’onomastico.

Oggi a casa mia si mangia brodo di carne con i pizzulati e le polpettine.

Oggi a casa mia si mangia la carne bollita con le patate fritte una per una e tagliate a forma di cerchio da mia mamma che ha tanta pazienza e anche se è la sua festa si siede davanti al focolare e frigge le patate con amore per tutti noi.

Come frutta ci sono i mandarini e le bucce non si buttano perché servono la sera per giocare a tombola. Io spero di fare almeno un terno e una cinquina, così poi mi compro la palla di gomma bianca puzzolente e gioco per strada con i miei cugini.

Come dolce ci sono i cannoli di ricotta che ha mandato lo zio Pippo Giudice e la zia Lucia Giarratana come regalo. I miei zii sono molto buoni e con le loro ricchezze tolgono tanti pensieri a mia madre quando fa la spesa perché sono macellai come mio nonno e puzzano di sangue.

Noi siamo sei figli e riempiamo tutta la tavola assieme alla nonna Lucia e alla zia Assuntina che viene da Tripoli e porta le sigarette, il tè e la cioccolata quando i finanzieri la fanno passare senza guardare nelle sue valige. Ma ci guardano sempre e rubano le leccornie a causa della divisa e le portano a casa ai loro bambini. Almeno lo spero.

La zia Assuntina è magica perché ha tanti soldi e fa tanti regali che tira fuori dalla sua valigia piano piano e quando meno te lo aspetti.

Mia nonna dicono che è cattiva, ma a me regala sempre le caramelle di carrubba per la tosse perché io soffro di bronchite e non respiro bene la notte quando mi vengono i gattini nel petto mentre dormo. Per questo mia madre mi spalma il petto di Vicks Vaporub alla menta.

Mia madre mi regala sempre le sue polpettine perché sono il più piccolo, il cacaniro, il figlio che fa la cacca sul nido.

Questa non l’ho mai capita, come la festa dell’Immacolata.

Padre Raffaele Cannarella ha detto che Immacolata concezione significa che la Madonna è nata senza peccato originale e non che era sposa di Giuseppe come poteva essere mia madre per mio padre.

Questa non l’ho capita.

Perché dobbiamo nascere con il peccato, non l’ho capito.

Perché si chiama originale se ce lo abbiamo tutti, non l’ho capito.

Il maestro ha detto che siamo tutti originali perché siamo tutti diversi, ma io non penso di essere diverso dagli altri. Però il maestro ha sempre ragione e dice tante cose difficili da capire. Il mio maestro si chiama Salvatore Grillo e fa anche il poeta, il musicista e il pittore. Ha scritto una canzone sulla Sicilia e a Messina gli hanno dato un premio di mille lire. Il mio maestro ha i capelli lunghi e ricci e sembra un pazzo. Però è sempre pulito e i capelli se li lava con lo sciampo Palmolive, quello che non usa mia madre perché costa caro.

Mia madre si lava e mi lava con il sapone Palmolive all’olio d’oliva dentro la bagnarola e anche i capelli li lava con questo sapone che fa bruciare gli occhi.

Io chiamo mia madre mamma e basta.

Mio padre lo chiamo papà.

Dopo la festa dell’Immacolata tutto torna come prima a casa mia e devo dire che non è male. Se continua così fino alla fine della scuola elementare, mi sta bene anche se non capisco tante cose, ma sono sicuro che mi rifarò perché sono curioso come una scimmia dell’Africa dove abita la zia Assuntina.

Questi sono i miei genitori e questo sono io che sono loro figlio.

scolaro Vallone Salvatore

classe terza C del primo Circolo

scuola Elementare di via dei Mergulensi n° 23

Siracusa

MERCI

Merci!

Merci!

Quel plaisir, madame de Bovary!

Le belle parole fanno sempre bene al corpo,

plus que a l’evanescente ame,

a questo corpo che cerca ancora guai

in questa giornata austera e senza ozio,

in questo dì tutto dedicato al negozio che non c’è,

in questa notte da certificare al bobby di quartiere

dentro un innaturale coprifuoco di pace e benevolenza.

Viva il Duce,

viva il Duce,

che ci dà l’acqua e la luce!

Cara Catherine,

ti scrivo la presente

con il grado sociale e civile di nullafacente e di nullatenente.

Non sono, di certo, un politico da telecinco

e tanto meno un giornalista da tivvusettete,

per cui non essere gelosa del tuo Pasquale,

Totonno per gli amici,

perché tuti i me vol e nisuni me cioe.

Sol che ti,

vecchia madame,

solo tu mi vuoi e mi vuoi bene,

tu che ogni mattina lasci sul lattice del materasso

le impronte di quel corpo che solo a me par di donna.

Solo tu ti mostri così gentile a me che ti miro

e mi dai per gli occhi una dolcezza al core

che intender non la può chi non la prova.

Quanti ne hai provati e regalati bonbons,

e non soltanto al core,

tu,

mia adorable Catherine,

sensibile come la gatta Nerina da Caltabellotta,

tu che leggi di notte i Fasci immarcescibili di Bruno la Vespola

per pulire la tua povera pelliccia di cincillà al covid

a che nessun ti veda,

a che nessun ti spii,

a che nessun ti giudichi

come la solita donna di provincia in cerca di fregole

anche quando il giorno è di caucciù

e fatica ad affidarsi alle tenebre

per grazia ricevuta e mai restituita.

Tu,

mia charmant Catherine,

sensibile come la donna dell’inquieto Gustave,

guardi ogni sera la Lily nello specchio lucido e colorato

per amarti di più e sognare i ritrovati amori

anche quando le stelle non riescono a venir fuori

per formare un firmamento di necessità d’argento,

come prescritto dai codici fascisti di Alfredo,

non quello che su tuo invito ti bacia,

ma quello che ancora oggi ti uccide.

E allora,

rinasci bel fiore a la baia del sol,

quando caliente stringi in mano il biglietto di solo andata

andando con dignità in culo alla vita e al mondo crudele

che ti ha voluta femmina,

una femena granda come la micidiale guerra targata 1914.

E il tuo Pasquale?

Il tuo Pasquale canta sempre a Capri con Peppino

o mondo crudele,

è l’ora dell’addio,

ma non vuole morire

per fare dispetto ai seguaci di Charles,

ai crumiri di brutte speranze

che predicano ogni sera la selezione naturale,

la morte fredda per asfissia

di coloro che hanno già abbastanza vissuto.

Il tuo Pasquale non vuole morire

perché deve ancora annerire di merda quei loschi figuri

che lasciano il talamo coniugale al cuculo di turno.

Ah,

quanti cornuti affollano questa lurida piazza

seduti sulle panchine inquiete

di questa sporca città semigreca e semiaraba!

Ah,

quanti vecchi fanno del cul trombetta

a questa torma di tossici

che non vedrà mai lo cielo della vecchiezza!

All’uopo e alla bisogna

sappi che pulisco sempre il mio corpo con il gel,

in specie i testicoli ormai grigi e smunti dall’uso,

che riduco al minimo i bisogni innaturali con la tv,

che mi sparo una riga di whisky di Portopalo

per ammazzare il colesterolo e i satanassi in circolo.

Epicuro e Buddha mi stanno sempre a fianco

in questo bel ballo di san Vito che ancora mi agita,

così come il tuo ricordo ambito di doni mai ricevuti

e le tue perfide malefatte di bella donna di provincia

che vuole di giorno andare da Saint-Denis a Paris

nella disperata ricerca del braccetto di Tizio,

del soldo di Caio,

del parafulmine di Sempronio,

del sale e pepe di Bortolo,

del savoir faire di Giobatta,

detto Giobattino e da sempre definito culu vasciu

per le sue gambe oltremodo corte.

Se la memoria non m’inganna,

mia cara Catherine,

cordialmente mi firmo e mi attesto come il sempre e solo

tuo Salvatore Vallone

Post scriptum: sarà poi vero che dalla Morte nasce la Vita più forte?

Carancino di Belvedere, 06, 01, 2021

ALL’AMICA RISANATA

Carissima,

hai sempre tanto vissuto

e cercato le tue giuste dimensioni di pensiero e di azione.

Sei stata sempre una guerriera.

Adesso è tempo di riposo.

Goditi quello che hai costruito.

L’inquietudine lasciala agli altri.

Salvatore

Carancino di Belvedere, 07 , 01, 2021

IL TENERO CALAMARO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.

Era ancora vivo.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Angelina ha composto questa sua trama psichica in sogno.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.”

Il legame affettivo di Angiolina con la madre e di immediata rilevanza. La figlia lo esibisce subito a conferma della sua dipendenza e della sua devozione. Il possessivo “mia” rientra nel gergo linguistico e nella modalità affettiva. La “Madre” è una figura universalmente suggestiva ed enigmatica. Si tratta di un “archetipo”, un simbolo universale atavico e di scuola junghiana, a conferma che la nascita è un fenomeno ontogenetico e filogenetico che trova nel vissuto di ogni donna la sua versione personale. Tutti i vissuti sulla “mamma” sono identici nella base e diversissimi nei tratti. Anche tra fratelli vige la dinamica dell’identità e della diversità nel vissuto introno alla “madre” e questa difformità si spiega con l’elaborazione nei primi mesi di vita del “fantasma di morte” da parte di ogni figlio, per cui le variabili affettive variano con le sensazioni e i sentimenti vissuti. Angiolina parte alla riscossa nel suo sogno con la dipendenza affettiva dalla madre. Niente di pericoloso, tutto nella norma perché senza danno. La simbologia del “fritto misto di pesce” si attesta nella sfera affettiva più che sessuale. E’ un cibo consono alla tradizione familiare e ai gusti della figlia, almeno in questo esordio del sogno, perché nel prosieguo questo prelibato “fritto misto di pesce” si può colorare di una valenza simbolica importante. Provo ad andare avanti e a calibrare bene la semplicità apparente delle parole e la complessità dei simboli.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.”

Angiolina viene colpita da un “calamaro” e si concentra su questo mollusco cefalopode bello e fritto per un suo personale “fantasma”, a conferma di quanto dicevo in precedenza: il simbolo universale si riempie di connotati psichici personali. Da un “calamaro”, morto da frittura in olio extravergine d’oliva bollente, Angiolina procede verso il suo simbolico “calamaro” a cui prova “a staccare i tentacoli”.

Ricapitolo.

Angiolina è in pieno feeling affettivo con la madre e nello specifico sta rispolverando la sua dimensione materna, l’identificazione psichica al femminile che ha operato a suo tempo nella madre e che l’ha portata a scegliere la possibilità di gustare i frutti della maternità. La maniera in cui procede è particolarmente traumatica perché “stacca i tentacoli al calamaro”, opera una mutilazione vitale a un organismo che tanto echeggia il feto e la sua conformazione fisiologica. Inoltre, la scelta di un mollusco che vive nel mare conferma la dimensione materna e nello specifico la gravidanza. Qualcosa non è andato a buon fine, per cui questa gravidanza va incontro a un aborto indesiderato che lascia il segno nelle dimensioni profonde della psiche di Angiolina. Tra il gusto di una frittura mista di pesce e la rievocazione di un aborto il passo è simbolicamente consequenziale, grazie ai meccanismi della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”.

Portento numinoso dell’umano sognare!

Era ancora vivo.”

Il feto “era ancora vivo”. Miracolo dell’istinto materno, del “fantasma della maternità” che ogni bambina coltiva nel suo corpo e nella sua psiche, del desiderio di Angiolina di portare al culmine la sua femminilità con l’avere un figlio, di completare la sua personale evoluzione psicofisica con l’esercizio completo della “posizione genitale”. Perché di questo si tratta, di vivere appieno e secondo natura la psicobiologia della maternità, la “genitalità”, senza ricorrere a “processi e meccanismi di difesa” per risolvere la frustrazione della maternità e l’angoscia dell’incompiuta e dell’indeterminato. Se poi la donna ha subito una perdita indesiderata del feto, un aborto spontaneo e naturale, allora lo psicodramma si complica e acquista spessore. In questo caso bisogna operare la “razionalizzazione della perdita, come se si trattasse di un “lutto”, in quanto si è rievocato e messo in circolazione il “nucleo psichico depressivo” elaborato nella prima infanzia. La delicatezza di questa impietosa situazione è oltremodo evidente negli strascichi emotivi e nelle psicosomatizzazioni che innesca in rievocazione del trauma subito. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” della maternità è il più usato e naturale, almeno nel mondo contemporaneo e nella cultura occidentale. Proseguendo in questo excursus legato al sogno di Angiolina e destato dalla psicodinamica della maternità, un cenno sull’interruzione volontaria della gravidanza è opportuno, dal momento che si tratta di un fenomeno complesso che va letto su registri diversi. Mi limito a sensibilizzare sul danno psicofisico subito dalla donna quando si trova a scegliere se proseguire o interrompere la gravidanza. L’importanza dell’educazione sessuale e dell’uso degli anticoncezionali è la prognosi giusta e la tutela massima per evitare congestioni oltremodo traumatiche e complicate, a causa della delicatezza di un nucleo così sensibile come quello della maternità.

Procedo con l’interpretazione del sogno di Angiolina.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.”

Da truce il linguaggio diventa tenero e il “calamaro” da cefalopode si trasforma in un tenero bambino che si nasconde impaurito sotto la coperta del lettone della madre in cerca d’aiuto e in attesa che il pericolo sia passato. L’allucinazione onirica di Angiolina rievoca il suo trauma di donna che tenta l’avventura gioiosa della maternità con esito negativo, nonostante “gli occhietti” espressivi del calamaro sotto la tovaglia della tavola. Dalla morte alla vita e alla sopravvivenza, questo è il viaggio del povero “calamaro bambino”, questo era il desiderio infranto di Angiolina. Le capacità figurative del sogno trovano la rappresentazione giusta per alternare la realtà del trauma alla realtà del desiderio nel povero “calamaro” che acquista le sembianze di un “bambino” impaurito. “E’ scappato” attesta anche della fuga dalla dolorosa realtà da parte di Angiolina, che è chiamata ad archiviare e a razionalizzare una mancata maternità anche se il cuore si ribella e ridà la vita a un “calamaro” fritto nella sua vera forma di un “bambino”. In questo caso il sogno ha anche la funzione di lenire il dolore attraverso la manifestazione del desiderio: un prendersi avanti con la “razionalizzazione del lutto”.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Il sogno di Angiolina sembra saltare di palo in frasca, ma il simbolismo poetico consente con la sua Logica di rafforzare la psicodinamica in maniera lineare e consequenziale. Angiolina prende coscienza che ha ancora altre possibilità di diventare mamma, “per terra ci sono tanti gattini piccoli”, nella materialità del suo corpo. Angiolina ha ancora altre uova da fecondare. Il “gattino” è simbolo della femminilità e condensa nello specifico la fecondazione, il feto. Dopo il “calamaro” subentra il “gattino” in questo sogno di Angiolina che usa la sua sensibilità verso il mondo animale per attestare anche i suoi drammi personali. La consolazione resta sempre il nuovo tentativo di una gravidanza che compensa, ma non risolve, il senso depressivo della perdita vissuta. Angiolina viaggia in un sentiero lastricato di calamari e gattini sulla scia di un istinto materno che non molla e si ripresenta a ogni piè sospinto con tutte le credenziali delle esperienze vissute.

Il sogno di Angiolina tocca con la sua stravaganza figurativa una problematica dei tutte le donne che s’imbattono nella possibilità di evolvere la propria “libido” nella “genitalità” massima che soltanto una donna può vivere proprio dando la vita a un altro essere vivente, il figlio. Quest’esperienza è negata all’universo maschile e la sua “libido genitale” si dirige verso altre forme sublimate di creatività.

Così si dice in giro, ma io non ne sono del tutto convinto. L’esperienza vissuta di una fecondazione, di una gravidanza e di un parto sono e restano il maestoso capolavoro che soltanto una donna concepisce, compone e può vivere.

L’OSPITE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Giampi

PREAMBOLO INTRODUTTIVO

Freud racconta che nella sua primissima infanzia era geloso della madre, che, oltretutto, aveva visto nuda: “vidit matrem nudam”. Lo scrive in latino da buon puritano che praticava in parte la cultura, non la religione, ebraica. Il blocco psichico era dentro di lui e la lingua antica nobilitava la traduzione della sua pulsione affettiva ed erotica verso la madre. Prima di addormentarsi il piccolo Sigmund riceveva le carezze e i baci della madre e dopo vedeva che la sua amata si allontanava con il padre. Si origina la teoria del complesso di Edipo, la “posizione psichica edipica”, in cui la conflittualità con i genitori si accentua intorno ai cinque anni per non risolversi mai del tutto. Preciso che Edipo appartiene agli antichi Greci e alla trilogia tragica del grande Sofocle. Diamo sempre a Cesare quel che è di Cesare.

La Psicologia dell’infanzia ci dice, anche ed ancora, che i bambini vivono l’angoscia dell’abbandono, del tradimento, dell’umiliazione, dell’ingiustizia, dell’invalidazione, del rifiuto. Oltre al sentimento di gelosia e al bisogno di possesso, ogni bambino e ogni bambina non vogliono sentirsi dire dai loro genitori le seguenti bestemmie: “non ti voglio più, vattene via”, “sei un cretino”, “lo dico al maestro e al papà o alla mamma”, “me ne vado e ti lascio solo”, “non capisci niente”, “sbagli sempre”, “non sei capace di far niente”, “l’altro è più bravo e più bello di te”.

Volete colpire un bambino?

Ebbene, questi sono i proiettili tremendi che potete mettere nella canna della vostra imbecillità, le armi usate spesso e volentieri come se fossero gli strumenti ineguagliabili della migliore educazione sacra e profana. Io predico e vado predicando l’evangelo dell’infanzia, ma non immaginate quante volte sulla spiaggia o in giro per i borghi assisto a scene orrende e orribili di questo tipo. Il mio intervento è immediato e altrettanto violento, ma non serve a estirpare la pianta maligna dell’ignoranza sui temi portanti della Psicologia evolutiva, anche perché nel nostro Belpaese quest’ultima è di poco spessore e tenuta in misero conto. Ancora in Italia si respira l’aria della benamata e pur cara Psichiatria kraepeliniana e farmacologica, altro che psicologo scolastico o di base e di ospedale. Siamo all’età della pietra e i tanti Ordini professionali, regionali e nazionali, non hanno fatto e non fanno alcunché di costruttivo e incisivo, vivacchiano tra un gettone di presenza e un altro, tra una nobile chiacchiera e una strategia di sopravvivenza a lungo termine, politica professionale. Non mi dilungo sull’Ente di assistenza e previdenza che elargisce pensioni di fame, ma dico soltanto insieme a Paolo che “era meglio morire da piccoli, che vedere sto schifo da grandi” o da vecchi.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.”

Giampi ha dentro una figura non ben razionalizzata, “ospite”, rimossa nel Profondo, “dormiva”, intima, “nel letto”, sublimata per difesa dall’angoscia, “al secondo piano”. Giampi sta rievocando una personalissima “introiezione” e le sue modalità difensive da tanto ingombro. La “rimozione” è servita a dimenticare o a disinnescare il tormento procurato da questo “ospite” che si porta dentro, “in casa”, così come la “sublimazione” esalta la carica aggressiva destinandola a un uso compatibile con la morale corrente. Questo capoverso può essere stimato l’allegoria della “introiezione edipica” della figura genitoriale e la soluzione difensiva dall’angoscia più diffusa tra i bambini e le bambine. A questo punto del sogno si chiede una migliore precisazione dei termini della questione in ballo. Procedere non costa niente e specialmente di questi tempi in cui si è costretti dall’isolamento a rispolverare gli antichi e primari affetti.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.”

Cambia apparentemente la scena, perché a tutti gli effetti esiste una consequenzialità molto logica in questo capoverso che maschera la dimensione psichica “edipica” sotto l’egida dei sentimento della rivalità e della gelosia. Giampi è un uomo che si accompagna a una donna, “la mia compagna”, molto seduttiva, “vestita solo di una sottoveste trasparente”, o molto delicata a livello psichico, non dico debole, ma sensibile all’ambiente esterno da cui si difende con azioni seduttive. Almeno così la vive il suo uomo. Il sentimento di gelosia di Giampi si manifesta nel farla “uscire con un’amica”, nel farsi abbandonare in un isolamento compatibile con la normalità del trauma abbandonico: niente di eclatante, ma la scena vista e rivista nella quotidianità e che nel sogno si carica di significati simbolici e di emozioni antiche. La “compagna” sta “uscendo dal bagno”: Giampi la colora di sensualità e la intinge di intimità. Questa donna è vissuta con una forte connotazione femminile, nella sua parte psichica seduttiva e intrigante. Ma l’oggetto dell’azione della conquista non è Giampi, il legittimo compagno, ma “l’ospite del piano superiore”, l’uomo che viene scelto dalla donna come bersaglio di una schermaglia erotica e fortemente sensuale. La scena onirica è costruita da Giampi come dalle migliori scenografie di film colorati di rosa e di modeste luci rosse. Ricordo che la migliore seduzione è quella che non smaschera scadendo nel visibile, ma lascia intravedere e immaginare sostando nell’invisibile. A questo punto ritorna il bambino Sigmund, di cui scrivevo all’inizio dell’interpretazione del sogno di Giampi, che vedeva la madre coccolarlo e poi abbandonarlo andando via abbracciata al marito, meglio al padre di Sigmund. Giampi sta facendo in sogno la stessa cosa, sta svolgendo la medesima psicodinamica “edipica”, sta rivivendo la famigerata triangolazione, “io, mammeta e papeta”, per dirla simpaticamente alla napoletana. Proseguire serve a confermare quanto coraggiosamente affermato.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Ecco che il figlio Giampi dà parola al suo vissuto e con forza esprime in maniera traslata anche la sua rabbia verso questa donna non soltanto seduttiva e fedifraga, ma anche vanagloriosa ed eccessiva: “ dove pensa di andare svestita così”. “Svestita” ha una duplice valenza interpretativa. Da un lato si traduce seduttiva e dall’altro si denota come indifesa. Il “tranquillamente” manifesta il duplice registro, il “qui pro quo”, il “lapsus” interpretativo che esige l’innocenza della donna e la malafede di Giampi che ha preso lucciole per lanterne, ha mischiato i suoi fantasmi edipici con la normale mansione della compagna che “deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali”, di cui “non ricorda più il cognome”, anonimato, perché altrimenti rischia di svegliarsi trovandosi davanti al nome del padre. Ricordo che “gli asciugamani” rappresentano simbolicamente l’assoluzione dei sensi di colpa con la loro funzione di assorbire e pulire. Giampi provvede a risolvere la “psicodinamica edipica” con la disposizione ad accettare la madre come moglie di suo padre, senza sensi di colpa per la sua gelosia e il suo bisogno di possesso.

La risoluzione dell’equivoco psichico mette fine al sogno così universale e così scontato di un figlio così normale. E questi sono tutti complimenti in ambito psichico.

A Giampi non resta che portare avanti la “razionalizzazione” delle figure genitoriali e dei suoi vissuti in loro riguardo, abbandonando la “sublimazione” e la “rimozione” e riconoscendoli come le precipue e originali radici della sua persona: “riconosci il padre e la madre” prescrive il comandamento psicoanalitico. Io aggiungo “adotta anche il padre e la madre”, dopo aver preso consapevolezza del tormento edipico che ti ha formato a livello psichico.

Buona fortuna a chi cammina e arriva sempre a destinazione.

AUTORITRATTO 2

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io ed Erasmo che mi elogia.

Siamo in due,

siamo sempre in due,

il me savio e il me matacin,

mi che son dentro e mi che son fora,

mi che me manca un bojo e una poenta brustolada,

mi che son just e mi che son sbalià.

Il me perbenino fu rapito sul monte con il cappello in mano

dal paron che dispensa ananassi e satanassi,

il me sacranone e sacrarmenta viaggiò nei pascoli eterni

con la schiena dritta senza piegarsi davanti a nisuni,

neanche con l’ammollo o con il pizzo.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e me mare Concetta Giudice,

detta Tita o Titina,

mia madre che m’annaca,

che mi dondola cantando la ninna nanna,

insomma.

Siamo ancora in due,

il me bambinello e il me mentecatto,

il me picciriddru con la sucalora in mano

che si tocca il pisello,

il me in astinenza da rete quattro

con il cervello freddo di Libeccio,

il me amoroso e niuru infame,

fortemente abbronzato da madre natura

sotto i colpi micidiali dello Scirocco,

il me affetto da lasette nei bronchi umidi di catarro

e odorosi alla menta del benemerito vicks vaporub.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia radice,

io e me pare Concetto,

detto ‘Nnittulu,

ridetto ‘Nzuliddru.

Siamo ancora in due,

il me derelitto e il me gran sior,

io e il resto in saldo degli spermatozoi del dopoguerra

di un padre provato dalla caduta dell’amato Fascismo,

io e il derivato di un relitto militare,

formato cacciatorpediniere,

io e l’escremento infetto di una nave spitalera

ferocemente bombardata dagli Inglesi ubriachi,

io e le quattro travi portanti di un bastimento

ricolmo di migranti che coltivavano un sogno,

una chimera,

un’illusione,

un miraggio,

un pane condito con il sangue degli avi,

trasportati a suo tempo dalla mia Africa nel mondo civile

per l’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo,

per la Camorra e la Mafia dell’uomo bianco miricano.

Sia sempre lodato e ringraziato Salvuccio Kunta Kinte,

quel tzeno innalzato al cielo africano dalla pietas del padre.

Sia maledetto il machete dello yankee bastardo

che non riuscì a tagliare le dita dei suoi piedi.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e Alex Haley che m’incanta.

Siamo ancora e sempre in due,

io e Kunta Kinte dei Mandinka,

il me siculo e il me veneto,

il me libero e il me schiavo,

il me dotor e il me contadin.

Siamo ancora e sempre in due,

io e le varianti del mio virus,

così personali,

così vitali per l’aldiqua e l’aldilà,

io incoronato il 19 di gennaio dell’anno gentium 1947

dalla levatrice signorina Calvo Carmela

al civico 23 di via Emanuele Giaracà,

io poeta terrone e patriot italiano,

nonché capo del carrarmato M113,

dono natalizio degli Usa all’italica plebe in quel 1945,

me contastorie e contaballe,

io e le mie fave tarde a spuntare

in quest’inverno da favola noir,

io e i miei ciciri migna restii alla luce

sotto questo cielo che oggi sposa Saturno e Giove,

sotto la solita buona stella ‘mbriaca,

la stella cometa stordita e sperduta dentro un cielo limpido

come la luce di Lucifero,

Venere,

stella del mattino,

stella maris,

l’astro d’argento che brilla lassù

e indica ai saggi la strada della vera vita

sotto l’augusta volta celeste tibetana.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2020