AUTORITRATTO 1

AHIME’

Ahimè,

ahi me,

me desperation da greco teatro antico,

me Ilaria Occhini,

me Ivo Garrani,

me attore di altri,

me derelitto,

me tapino,

me sgarrupato,

me adolescens,

me solo soletto,

me mangiatore di patate di Vincent,

me pietà di Michelangiolo.

EHIME’

Ehimè,

ehi me,

me anch’io,

me che non trasparo,

me che ci sono,

me mi vedi,

me verecondo,

me spudorato,

me insolente,

me m’incazzo,

me impertinente,

me narciso non gaudente,

me becchino del Merisi.

IHIME’

Ihimè,

ihi me,

me piagnisteo,

me brontolon,

me cacasotto,

me minchiemari,

me esistenzialista,

me sagrestano,

me comunista,

me Jean Paul Sartre,

me coion,

me urlo,

me Edvard.

OHIME’

Ohimè,

ohi me,

me maraveggia,

me portento,

me numinoso,

me poeta,

me contadino,

me bellino,

me cazzuto,

me sopraffino,

me impenitente,

me tosto,

me luce del Sanzio.

UHIME’

Uhimè,

uhi me,

me disdegno impetuoso,

me ribrezzo schifente,

me profondo ribrezzo,

me orgoglio e pregiudizio,

me leghista puareto,

me forzista sfascista,

me giornalista col ghigno,

me politico gnurant,

me grillino azzoppato,

me schifio ribrezzoso,

me duchessa di Quentin.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 24, 12, 2020

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

DODECAFONIA

Dodecafonia?

Capperi, chi è costei?

Cantami, o diva, dell’infame aedo l’ira funesta

che assommò l’Iliade e l’Odissea

direttamente dalla bocca parlante dei poveri Achei.

Dimmi, o diva, di quel magico sartorello cieco

che cucì, pezza dopo pezza, la veste greca a poema.

Parlami, o diva, di quel grillo loquace

che saltò e risaltò,

pezzo dopo pezzo e sempre sul pezzo,

tra le pieghe del nebuloso Olimpo

a racimolar l’identità di coloro

che coltivarono le ragioni dell’Essere e del Non-Essere

nelle agorà delle polis infettate dai Sofisti.

Dimmi anche di coloro

che seguirono Dioniso tra i pascoli eterni del corpo,

là dove nulla mancherà finché Lui c’è.

Dodecafonia?

Se un filosofo annaspa,

un poeta risorge,

un poeta rinasce sempre,

come il ramarro e come Tazio Nuvolari,

perché un poeta vale più di dodici suoni messi in fila,

anche con il resto di due,

perché un poeta vale più di dodici cafoni messi in fila

e reperiti in abbondanza nella terzultima città italiana vivibile,

molto lontana da Trento,

molto lontana da Bologna.

Tu mi dirai

che il poeta emette soltanto e solamente flatus vocis,

spifferi d’aria contaminata dalle raffinerie dei barili di Brent,

la russa Lukoil di contrada Targia.

Tu mi dirai

che il poeta spara soffioni boraciferi rafforzati dall’alitosi cronica

di uno stomaco dilatato da obesi dolciumi di ricotta.

Tutto qua!

Parole,

sono soltanto verba quae volant,

nient’altro che vortici che si muovono in lungo e in largo

per motivi politici tra i cieli opachi dell’augusta penisola,

voltaggi che volteggiano lungo i canali di etere del perfido mostro,

l’immarcescibile fatto e rifatto nelle cliniche delle parole a vanvera

da parte di servitori solerti e interessati al quibus,

les miserables de Montmartre,

les invalides de la Bastille.

Dodecafonia?

Mi dirai ancora che sono registri diversi

per docenti di lingua italiana in svendita

nelle sfasciate scuole medie della triste penisola.

Insisterai dicendo che sono contagi identici

per gli ubriaconi del nord e i malandrini del sud,

uomini tenuti insieme dall’enorme debito pubblico

che nessuno mai pagherà

e paladini della patria borghese

che tanti odorano perché sa di fasciume.

Quanta miseria nei viali dell’ipocondria mediatica!

Cosa racconteremo ai figli dei figli mai avuti?

Diremo che dodici sono i mesi

che segnano le quattro stagioni di Antonio Lucio Vivaldi,

che otto sono i nani

con l’aggiunta del giornalista sempre in vista,

che sette sono i fratelli per i sette canali dell’etere maligno,

che sette le sorelle per tutti i pozzi di greggio e di fino,

che sette sono le spose per i soliti sette fratelli,

che quattro vale più di tre

e che tre val bene una messa in latino

nella caduca chiesa di san Filippo nel quartiere degli Ebrei.

Cosa posso dire io a te,

mia devota Dodecafonia,

di fronte a tanta tracotanza di donna navigata

nei mari dei Sargassi e degli Smargiassi?

Ma va a cagher,

o commistione e contagio,

o detto e ridetto,

o cotto e mangiato,

o cenere e lapilli!

Dammi sei parole,

soltanto sei parole,

la metà di dodici,

e ti solleverò lo scrittoio dall’impegno della calligrafia,

per scrivere le stesse manfrine dei bambini dispettosi

in cerca di fregole e di fragole trentine.

Grazie tante,

riattraversarti è stato veramente un piacere.

A bientot e a la prochain fois,

avec Juliette,

possibilmente.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 18,12,2020

LO SCIPPO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che partivo per un convegno di lavoro a Salerno, in effetti, sono stata in questa città per un corso di aggiornamento. Ero con una cugina di mio marito che voleva seguire anche lei questo convegno.

Appena arrivata mi hanno scippato la borsa con dentro tutti i documenti, carte di credito e soldi. Ho cercato invano di rincorrere il ladro, ma non sono riuscita a prenderlo.

Avevo una valigia piena di vestiti perché dovevo fermarmi per qualche giorno.

Le strade erano strette e tortuose, sono andata in un albergo che sembrava un enorme labirinto.

Cercavo la mia stanza e una via di uscita, ma non la trovavo, ero disperata e piangevo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Bicella

INTERPRETAZIONE

Ho sognato che partivo per un convegno di lavoro a Salerno, in effetti, sono stata in questa città per un corso di aggiornamento. Ero con una cugina di mio marito che voleva seguire anche lei questo convegno.”

Il “resto diurno” o la causa scatenante di questo sogno è l’esperienza vissuta a Salerno per un corso di aggiornamento. Bicella approfitta di questo ricordo per elaborare la sua realtà psichica immettendo i suoi contenuti simbolici per attestare i vissuti e la psicodinamica in atto. Bicella è una donna che si muove, si relaziona, non si tira indietro, agisce, socializza, sta in mezzo alla gente senza timori e difficoltà. Riversa molto amor proprio nel suo lavoro e si dedica con energia al suo compito e alle sue mansioni. L’alleata del suo sogno è la cugina che rappresenta l’altra Bicella, quella che fa compagnia e rafforza l’incipit delle azioni. In due “c’est plus facile”. Introduce la figura del marito a testimonianza di un legame significativo anche nella lontananza. Nel sogno è presente la Bicella che lavora e la Bicella legata al marito a vario titolo: una buona introduzione del quadro esistenziale contingente della protagonista. E’ opportuno aggiungere il saggio detto popolare che definisce il “partire come un po’ morire” a causa del distacco affettivo dalle persone care, in questo caso il marito.

Appena arrivata mi hanno scippato la borsa con dentro tutti i documenti, carte di credito e soldi.”

Il viaggio a Salerno comincia proprio male per Bicella, comincia con un “fantasma di castrazione” di un certo spessore e di una certa consistenza. Lo “scippo” traduce simbolicamente una decurtazione e una perdita legate al suo essere femminile, “la borsa”, ma il tratto depressivo non si ferma alla sola femminilità perché si estende alla propria identità psichica, “tutti i documenti”, il potere seduttivo della donna, “le carte di credito” e il potere erotico e sessuale, i “soldi”. Appena arrivata a destinazione e lontana dal suo luogo significativo, appena vissuto un distacco importante Bicella subisce un trauma violento e di notevole portata in riguardo alla sua femminilità di persona, identità, e di capacità psicofisica, il valore e il potere. Lo sconquasso subito è legato a un evento che il sogno per il momento non individua, ma che si suppone legato a una perdita, a un lutto. I simboli dicono chiaramente che si tratta di uno scippo, di una borsa, di tutti i documenti, delle carte di credito e dei soldi: la fisicità femminile o il grembo, l’identità psichica o il “chi sono io” nella mia evoluzione, il potere seduttivo o la capacità d’attrarre, il potere d’investimento sessuale.

Ho cercato invano di rincorrere il ladro, ma non sono riuscita a prenderlo.”

La reazione psichica di Bicella all’evento traumatico, che ha indotto e scatenato il “fantasma di castrazione” e di perdita, è stata valida e volitiva, ma non ha sortito l’effetto sperato di una riappropriazione del mal tolto, confermando la tesi dell’inesorabilità e dell’impossibilità di ripristinare l’armonia violentemente turbata. Bicella ha “invano” rincorso il ladro. La frustrazione dei tentativi si risolve nell’inutilità, “invano”, nell’incapacità di opporsi agli eventi e di porre rimedio. Il “ladro” rappresenta l’agente della castrazione e della perdita, quei valori e quelle doti che vengono a mancare per un evento più forte della tua volontà. Il ladro porta via ed è assimilabile alla morte e non soltanto alla momentanea perdita di un potere effimero che si può sostituire con un altro. Il ladro ha colpito ben bene con la sua violenta asportazione di affetti e capacità. Bicella, non riuscendo a prendere il ladro, è stata costretta ad accettare una situazione esistenziale di fatto e a reagire a uno stato psicofisico di fatto. A questo punto non le resta che tentare un nuovo equilibrio dopo gli eventi depressivi.

Avevo una valigia piena di vestiti perché dovevo fermarmi per qualche giorno.”

Ecco la riparazione del trauma!

Bicella ha un’ampia e vasta gamma di modi di essere e di apparire sempre in riguardo al suo essere femminile. La donna ha portato con sé tanti “vestiti” per reagire al tempo che passa e per dare una risposta adeguata alle novità imposte dalla castrazione della perdita. I “vestiti” sono i simboli delle nostre difese sociali, dei nostri modi di apparire e di mostrarci senza incorrere in incidenti e disguidi relazionali. Bicella tira fuori le sue abilità nel manifestarsi agli altri con volitività e decisione, nonostante il trauma subito e in piena reazione a esso. Quale sia questo trauma il sogno non lo dice chiaramente, ma lo lascia supporre.

Le strade erano strette e tortuose, sono andata in un albergo che sembrava un enorme labirinto.”

La vita di Bicella è cambiata ed è diventata più difficile. La ripresa dal trauma della castrazione e della perdita non è semplice da ripristinare e la sua casa psichica si è trasformata in un ambiente estraneo, “l’albergo”, e in un enorme labirinto tutto da visitare e da conoscere nel tentativo di ritornare a essere padrona in casa propria. Alla castrazione e alla perdita subentra il disorientamento psichico, il non sapere che pesci pigliare e il non conoscere la giusta reazione a un evento nuovo e non vissuto in antecedenza. Le “strade” rappresentano simbolicamente le soluzioni individuali e relazionali alle novità della vita, “strette” attesta dell’angustia dolorosa del vissuto, “tortuose” si traduce in un ricorso a sotterfugi e sistemi alternativi per superare il trauma in questione. “L’albergo” condensa quella sensazione di estraneità che si prova di fronte a una situazione imprevista a cui bisogna fare di necessità virtù, una casa psichica fredda e anaffettiva che serve per non soffrire maggiormente. Il “labirinto” è sin dall’antica e benefica cultura greca il simbolo dello smarrimento e della dispersione delle energie investite, nonché la frustrazione delle soluzioni apportate per la risoluzione del problema e della questione. Se poi il labirinto è “enorme”, si conferma la drasticità e l’imponenza del trauma proprio dalla fatica a trovare una soluzione.


“Cercavo la mia stanza e una via di uscita, ma non la trovavo, ero disperata e piangevo.”

Il travaglio doloroso di Bicella viene espresso in una forma composta e dignitosa e conferma che l’evento traumatico e la perdita non devono essere stati proprio di poca importanza. Bicella è stata costretta dalla vita a ricercare la sua formazione psichica, la sua identità, la sua organizzazione, la sua struttura, è stata costretta a ritrovarsi a compattarsi e a riformularsi: “cercavo la mia stanza e una via d’uscita”. La consapevolezza di questa ricerca si associa alla consapevolezza dell’impossibilità di riparare il trauma di perdita attestato dalla disperazione, dalla perdita delle speranze, quelle che nella voce popolare sono le ultime a morire. Il pianto interviene come valvola di sfogo delle tensioni accumulate, le lacrime sono catartiche in tanta situazione psicofisica di crisi psico-esistenziale. Un lutto è l’evento che si può risolvere soltanto nel tempo lungo attraverso una lenta e progressiva “razionalizzazione” della perdita.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Approfittando del ricordo di un viaggio in Campania per un convegno, causa scatenante o “resto diurno”, Bicella riesuma in sogno un trauma dolorosissimo in riguardo a una perdita luttuosa e ineludibile, manifestando il suo travaglio a ritrovare se stessa dopo la crisi e attraverso l’evoluzione dell’angoscia depressiva nel dolore acerbo e acuto. Il tutto avviene in grazie ai progressi legati alla “razionalizzazione del lutto”.

Il sogno di Bicella conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il “lavoro onirico” elabora, spontaneamente e senza il concorso della volontà, il materiale psichico di varia natura e qualità che si sedimenta nel tempo nelle sfere subcoscienti dell’apparato psichico. Quando l’Io va a dormire, emergono i nostri “fantasmi” e i nostri traumi sollecitati dalla vita quotidiana ed elaborati dall’Io onirico che si serve dei “processi primari” per sviluppare figurativamente e creativamente questo prezioso materiale che ci ha formati. Non si è lontani dal vero se si afferma che la nostra personalità, struttura, organizzazione psichica è il precipitato dei nostri “fantasmi” e funge da sostegno all’attività cosciente e razionale dell’Io. L’attività artistica è legata alla consapevolezza dell’uso dei “processi primari” nella veglia. Nel sogno, purtuttavia, siamo tutti artisti perché tutti condividiamo l’uso dei “processi primari”.

A questo punto qualche nota teorica non guasta per coloro che vogliono approfondire la questione della formazione del sogno. Queste sono teorie classiche e in via di progressivo superamento, schemi di base che ho tratto da un mio lavoro degli anni novanta in linea con l’Interpretazione dei sogni di Freud.

NOTE TEORICHE

I meccanismi più importanti della “funzione onirica” sono la “condensazione” e lo “spostamento”; a essi si associano in via complementare e con un lavoro specifico la “drammatizzazione”, la “simbolizzazione”, la “rappresentazione nell’opposto” e la “figurabilità”.

Come si diceva in precedenza questi meccanismi appartengono al “processo primario”; rientra, invece, nel “processo secondario” l’elaborazione razionale del sogno ossia l’organizzazione più o meno logica e coerente della trama o del “contenuto manifesto”.

E’ obbligo, a questo punto, definire esaurientemente la consistenza e l’esercizio del “processo primario” e del “processo secondario” per passare all’analisi specifica dei vari meccanismi istruiti nell’elaborazione trasformativa del sogno.

Il magmatico “processo primario” è caratterizzato da uno stato libero dell’energia psichica e da una conseguente facilità a fluire da una rappresentazione a un’altra alla ricerca di un investimento possibile, opportuno e adeguato.

In tal modo le cariche libidiche di alcune rappresentazioni confluiscono con i loro significati originari in altre catene associative compatibili e congrue, scaricando la loro energia in base al “principio del piacere” e ottenendo da un lato una parziale gratificazione allucinatoria del desiderio rimosso e dall’altro lato una riduzione della tensione legata all’impulso insoddisfatto.

La funzione e i meccanismi del “processo primario” sono ben visibili nelle seguenti caratteristiche del sogno: l’assenza di mezzi linguistici, la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione confabulatoria, il fattore allucinatorio, la mancanza o l’alterazione della nozione di tempo, la distorsione della categoria spaziale, la coesistenza della logica degli opposti, il gusto del paradosso, il declino dei principi etici e morali, il mancato riconoscimento della realtà direttamente proporzionale all’eccesso di fantasia.

Un altro aspetto importante del “processo primario”, che puntualmente si manifesta nell’attività onirica, é la tensione a ricercare la compatibilità e l’affinità di una rappresentazione con altre rappresentazioni sempre al fine di appagare un desiderio rimosso, di riparare un trauma o di risolvere una frustrazione in obbedienza al “principio del piacere” e in offesa al “principio della realtà”.

Il “processo secondario” si esprime nella lucidità dell’autocoscienza, nel pensiero vigile, nella capacità di attenzione, nel giudizio critico, nell’attività razionale e nel controllo dell’Io, i cui compiti principali sono quelli di attenersi al “principio della realtà” e di inibire l’innesco dei meccanismi del “processo primario”, cosciente del rischio di soggiacervi come nell’attività onirica o nelle diverse psicopatologie.

Freud ritiene a buon diritto che il “processo primario” è ontogeneticamente e filogeneticamente anteriore a quello “secondario”, essendo lo sviluppo dell’Io successivo alla parziale “rimozione” del “processo primario” dal momento che le sue procedure non sono idonee ad affrontare il mondo esterno e i dati della realtà.

INVOCAZIONE

O Sogno,

o Essere che illudi con la tua Realtà,

svelami il tuo inganno,

dimmi la tua verità!

O Sogno,

fa’ che io sappia di sognare sognando,

per desiderarti con la lucidità del mio delirio,

per capire finalmente che non sei vanità,

vanitas vanitatum inter vanitates,

per sapere che non sei la Realtà che mi contiene nella veglia,

per sentire che tu sei la Vita che si specchia nella Morte,

per avvertire con animo perturbato e commosso

che tu sei la Morte che si specchia nella Vita.

O sogno lucido,

tu che dissipi l’illusione della Realtà,

fammi consapevole,

illuminami,

liberami dalla gioia e dal dolore,

sciogli il mio piacere e la mia sofferenza,

nobilita la mia paura del distacco.

Liberami, o Liberatore!

Illuminami, o Illuminato!

Risvegliami, o Risvegliato!

Mentre sono vivo nell’inganno,

destami in questa Realtà

che Maya ha avvolto nel suo velo multicolore

a che l’uom più oltre non si metta

e infin che il mar fu sovra lui richiuso.

Che sia veramente risveglio il mio bodhi!

Che sia veramente illuminazione il mio bodhi!

Che io possa dire semplicemente

che sono sveglio come Colui che a suo tempo si è risvegliato,

come Colui che è ancora sveglio,

il Risvegliato.

Fa’ che io dica a me stesso che non sono un uomo,

non sono un dio,

sono semplicemente sveglio.

Il sogno lucido mi attizza,

mi lascia meditare,

mi apre una coscienza superiore,

l’alta verità che si nasconde dentro il fenomeno,

dentro ciò che appare e che non è l’essenza,

dentro l’assenza dell’aletheia,

in tutto ciò che è visibile e che non è il noumeno.

Quando il mio corpo dorme,

il mio karma è sveglio.

Fa’ che io riconosca i miei sogni

e trasformi l’illusione in compassionevole lumi-nosità:

cum patior,

lux,

lumen,

nous.

Non voglio giacere nell’ignoranza di un cadavere.

Non voglio dormire come un essere animato.

Voglio vivere nel sonno la Realtà del sogno.

Quando albeggerà la mia sostanza onirica,

quando lieviteranno il mio spirito e il mio corpo,

vedrò le profondità della mia mente,

affronterò la mia vivente sofferenza.

Sarò lucido in una vita lucida

e anche nella veglia sarò libero dai limiti:

la gioia e la paura,

l’esaltazione e l’angoscia,

la salute e il dolore,

l’ingenuità e la delusione.

Finalmente sarò libero dal Bene e dal Male.

Finalmente sarò pronto alla Compassione.

Finalmente sarò il mio Bodhi.

Amin

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 8, 12, 2020

DUE BISTECCHE SUL COMO’

TRAMA DEL SOGNO

“Linda sogna di trovarsi nella sala da pranzo della casa della nonna.

Deve cucinare, ma si accorge che sul tappeto ci sono aghi e spilli.

Li raccoglie pungendosi.

La nonna nel tentativo di aiutarla dice che lei non ci vede bene.

Linda si sposta a cucinare due bistecche sul comò della camera.

Nel trasporto del cibo in sala fa un macello e unge dappertutto.

Arriva il padre e si lamenta che non è ora di cena.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Linda sogna di trovarsi nella sala da pranzo della casa della nonna.”

Tra Linda e la nonna corre buon sangue. La nipote ha ben operato nei confronti della nonna e quest’ultima non è stata da meno. Hanno stabilito un mutuo soccorso e una proficua solidarietà. Della nonna Linda ha apprezzato le capacità relazionali e nel complesso tutta la sua “casa” psichica e non soltanto la sala da pranzo. La nonna è stata una figura femminile importante perché ha consentito alla nipote spazi di identificazione e affettività protettiva in quantità. La nonna è stata anche “magistra”. Tutto questo non fa mai male.

Deve cucinare, ma si accorge che sul tappeto ci sono aghi e spilli.”

Linda passa direttamente alla gestione degli affetti e dell’intimità , “deve cucinare”, ma ha la consapevolezza che nella realtà esistono conflitti sottili e dolorosi anche negli ambiti relazionali più desiderati come quello della sessualità. Dopo il buon esordio subentrano le prime nubi a testimoniare che non è tutto oro quello che brilla e che sotto la cenere cova il fuoco del contrasto e della discordia. I conflitti esistono e sono acuti e acuminati, ma ancora il sogno non suggerisce in cosa consistono e chi coinvolgono. Le relazioni di Linda non sono del tutto lineari e hanno angoli da smussare. La capacità di socializzare della nonna comincia a fare qualche crepa nella “organizzazione psichica” della nipote. Gli “aghi” e gli “spilli” attestano simbolicamente la dolorosità di alcune problematiche che non sono state del tutto risolte ed esaurite o di alcune esperienze degne di essere vissute per i benefici effetti che si trascinano dentro e dietro, come quelle della vita erotica e sessuale.

Li raccoglie pungendosi.”

La dolorosità dell’ago e dello spillo ha un sapore di violenza compatibile con il piacere, quanto meno sanno di un prezzo da pagare all’evoluzione psicofisica.

Linda sta rievocando in sogno la sua esperienza di deflorazione?

Linda insiste sugli aghi e sugli spilli e sulle punture che intercorrono nell’atto del raccoglierli. Quest’ultimo termine attesta di una capacità recettiva di Linda in un contesto di solidarietà e di benevolenza. Linda si trova con la nonna e nella casa della nonna, un luogo dove può aver consumato l’esperienza “traumatica” della deflorazione. Del resto, se la figlia non ha un buon rapporto con la madre per confidare la sua avventura e i suoi timori, la nonna è il “refugium peccatorum”, la consolazione dei peccati e dei peccatori. La nonna è anche la maestra disinibita che insegna il come, il quando e il perché su certi temi culturalmente scottanti come quelli che riguardano il corpo e i suoi diritti sensoriali e sensuali.

La nonna nel tentativo di aiutarla dice che lei non ci vede bene.”

Ma la nonna non ha una buona consapevolezza del fatto occorso alla nipote e non sa bene il giudizio da dare all’esperienza sanguinolenta della nipote che s’imbatte negli spilli e che gioca con gli aghi. Lodevole resta il “tentativo di aiutarla” in grazie al buon investimento affettivo, ma si sa che il tempo corre e la cultura avanza e i nonni non sempre sono al passo con i tempi. “Non ci vede bene” o non ci vuole vedere bene per non mischiarsi in situazioni delicate di varia umanità e per non entrare in conflitto con i genitori di Linda. Non si tratta di illustrare e assistere la nipote sul menarca, in questo caso ci sono gli “spilli” e gli “aghi”, gli organi sessuali maschili valutati nella loro funzione penetrativa e deflorante con espresso riferimento al sangue. Comunque la nonna resta sempre una figura valida e un alleato formidabile.

Linda si sposta a cucinare due bistecche sul comò della camera.”

La simbologia accentua la valenza affettiva del cibo ed erotica della “bistecca da cucinare” e per giunta “sul comò della camera”. Sono due le bistecche e sono due i corpi, così come la camera da letto e il comò non sono luoghi e mobili deputati a “cucinare” le bistecche. Queste “traslazioni” sono apparentemente incongruenti e calzano simbolicamente a pennello, così come la parola “cucinare” condensa la seduzione e la conquista psicofisica. Non si tratta di una esperienza unilaterale, è un vissuto condiviso e con solidarietà reciproca. Dalla sala da pranzo alla stanza da letto il passo è breve e consequenziale non soltanto a livello simbolico, ma proprio nella fisicità delle persone e degli eventi. A questo punto occorre soltanto condire le bistecche con il sale iodato e le spezie mediterranee.

Buon appetito!

Nel trasporto del cibo in sala fa un macello e unge dappertutto.”

Come volevasi dimostrare, il trasporto dei sensi spesso ne combina di tutti i colori. Linda è alle prese con la sua dimensione affettiva, erotica e sessuale e con l’alleanza della nonna sta vivendo la sua maturazione psicofisica attraverso la deflorazione, la perdita della verginità, la lacerazione dello imene, il primo rapporto sessuale completo. La sua imperizia nel muoversi è giustificata dall’emozione che induce la prima volta e dal trambusto dei sensi e degli affetti: “nel trasporto del cibo”. Lo stesso termine “trasporto” è tutto un programma e anche altro, una serie di pulsioni e desideri che vanno in porto e vedono la luce della realtà. La “sala” è l’ambito della relazione amorosa e il simbolo dello scambio. Il “macello” significa trambusto sanguinolento e irruenza sensoriale. “Unge dappertutto” si giustifica simbolicamente con il sistema dei liquidi sessuali che vanno dalla lubrificazione vaginale all’eiaculazione, le unzioni reciproche di ordine corporeo e laico. Questo capoverso è l’allegoria della deflorazione coniata da Linda nel sogno.

Arriva il padre e si lamenta che non è ora di cena.”

In tanta baldoria e allegria arriva alla fine il senso di colpa che fa capolino nella figura censoria del “padre”, che altro non è che l’istanza psichica “Super-Io” di Linda. Quest’ultima è stata garibaldina nella liberazione del suo essere femminile verso le dimensioni psicofisiche della donna. Dopo il menarca la deflorazione è la tappa obbligata per l’emancipazione e l’autonomia anche in riguardo esclusivo al corpo. La lacerazione dell’imene in un ambito sessuale è l’acquisizione della libertà di gestire il corpo, la vita e la vitalità sessuali al meglio e senza limitazioni nocive. Certo che l’educazione familiare e sociale intervengono a presentare il conto alla “libertina” Linda. Il senso di colpa è leggero, dal momento che Linda si lamenta soltanto che forse è stata frettolosa e la sua deflorazione è stata precoce. Non era l’ora giusta per mangiare le bistecche, per vivere questa esperienza di crescita attraverso la sessualità “genitale” e in superamento evolutivo della sessualità “narcisistica” di stampo masturbatorio. Niente di grave, perché il senso di colpa è lieve e si giustifica con la perdita del mondo infantile e con la responsabilità di un corpo da gestire negli istinti sessuali e negli impulsi erotici. Adesso Linda sa che può vivere la sua “libido” in maniera completa e non parziale e tanto meno surrogatoria. Un grazie di cuore va certamente alla nonna perché l’ha accompagnata nella rievocazione di un’esperienza intima e personale.

Tutto questo materiale psichico è stato infilato in un breve, intenso e strano sogno.

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020