LA GROTTA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Questo sogno appartiene a Biba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.”

Il senso della famiglia e della “koinè”, comunità e unione, appartiene, di certo, a Biba. Non sa stare da sola e si concepisce con gli altri e questi altri sono familiari intimi e tutti da proteggere. Il significato di “insieme” è importante per il senso di amalgama e di comunione, di armonia e di fusione: il tutto nelle giuste dosi, quelle che non creano dipendenza nociva a nessuno degli attori protagonisti. Biba è “insieme” soprattutto a se stessa e coltiva la sua sfera affettiva nelle vesti del “marito” e dei “nipoti”, persone acquisite che sono arrivate nella sua vita per sua scelta, il marito, e per scelta dei suoi figli, “i miei nipoti”. Rilievo acquista il possessivo “mio” e “miei”, a testimonianza del forte legame affettivo della donna nelle sue vesti di moglie e di nonna. In sostanza risulta che Biba ha un culto degli affetti che rasenta la sacralità: “insieme” in una triade e in armonia nella sua Psiche.

Richiamo le radici mitologiche greche del concetto di “armonia”.

Armonia era figlia di Ares, il dio della crudele guerra, e di Afrodite, la dea della sensualità amorosa: passione e desiderio. Alle sue nozze parteciparono tutti gli dei dell’Olimpo e furono le prime celebrate nella storia di quella cultura occidentale che ha le sue radici, appunto, nella Grecia antica. Armonia ricevette in dono da Efesto, il dio del fuoco e della fusione dei metalli quanto brutto e ruvido nell’aspetto e nei modi, una “collana”, chiaro simbolo della sessualità femminile allargata all’ambito coniugale, e fu la madre Afrodite a metterla al collo della figlia in segno di trasmissione e di consenso all’esercizio della sessualità sempre in ambito della coppia. La “collana” ha simbolicamente anche il potere della bellezza e della giovinezza. Passione e desiderio si sposano con la bellezza di un “insieme” ben disposto nelle sue parti.

Così vollero i Greci e così intende il sogno di Biba nel suo significato profondo e soprattutto nella parola “insieme”: amalgama tra le parti nel rispetto dell’individualità e della singolarità, disposizione verso l’altro, proporzione negli investimenti, connessione per formare il tutto, collegamento all’ambito e all’ambiente. Questo richiamo per un giusto approfondimento della psicodinamica innescata dalle semplici e comuni parole di Biba e a conferma che le parole non sono soltanto semplici emissioni di fiato o, peggio ancora, di aria.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.”

Ed ecco profilarsi la componente sacra di cui si diceva nel capoverso precedente: “siamo saliti sulla parte più alta”. Biba e la “sublimazione della libido” vanno pienamente d’accordo, oltre all’austerità sacrale e impositiva di un “castello” che risale all’epoca più buia dell’umanità, il Medioevo. Biba si porta dietro marito e nipoti, i “suoi” gioielli, in questo “panorama meraviglioso” che rappresenta la sua vita psichica in atto, la sua esistenza e le sue relazioni significative e oltremodo affettive. Biba si trova bene nell’uso della “sublimazione della libido”, vive bene in un mondo d’amore rarefatto, quanto concreto e codificato nelle istituzioni familiari, un mondo in cui coabitano il marito, i figli, i nipoti. Questa è la chiesa familiare di Biba, il suo habitat interiore fatto di valori e virtù, affetti indelebili e assodati, relazioni inossidabili e fuori discussione. Biba si è educata secondo i bisogni affettivi in questo registro familiare che ha tutti crismi della sacralità. Da questa prospettiva psico-esistenziale, oltremodo altolocata, il “panorama è meraviglioso”.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.”

La rottura della “koinè” e dell’armonia si presenta all’improvviso nel teatro onirico di Biba, la “ubris”, il peccato d’ira, il peccato originale dei Greci, la disobbedienza, il peccato originale degli Ebrei. C’è sempre una colpa, più o meno irreparabile, nella Psiche collettiva. Non basta per Biba, perché c’è anche un “muro” e il “marito”, sempre “mio”, “è caduto” nel dimenticatoio dell’indifferenziato e dell’indistinto, è stato risucchiato dal baratro da cui proveniva: la Morte. Non è una morte qualsiasi, è la “Morte”, l’archetipo in persona e il simbolo collettivo della perdita irreparabile e ineffabile della fine e dell’assenza di fine.

Ma chi ha eretto questo “muro”, questa chiusura, questa difesa, questa protezione?

Il sogno è di Biba, di certo, è il suo vissuto nei riguardi del marito, una sua consapevolezza sulla chiusura di quest’uomo che si avviava verso la fine e l’assenza di un fine, verso la morte, personale e collettiva. Infatti, la rappresentazione simbolica di Biba ha questa valenza: la morte è di ogni uomo ed è anche di tutti gli uomini. Tutti “si cade giù dove c’è il mare”, tutti si ritorna a quell’Inconscio da dove si proviene e si è spuntati, a quella Madre ambigua che prima ti sputa dall’acqua sulla Terra e poi ti rivuole nel suo grembo protettivo e fagocitante. “Caduto giù” è metafora della depressione, della perdita affettiva e del distacco irreparabile. Quando si muore, si cade giù secondo i dettami del registro simbolico e poetico degli uomini. Il “basso” è spazialmente indizio di materia e di carenza di spiritualità. L’avverbio “giù” rafforza questo senso di negatività e di ritorno alla materia inanimata. A questo punto del sogno manca la “pietas” della grande Madre per riscattare e soccorrere la morte del figlio. Manca la Madonna.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.”

Eccola nella figurazione della “grotta” che risucchia e annienta senza lasciare la possibilità di una presa di coscienza adeguata: “non l’ho più visto”. Biba si è fatta una ragione della morte del marito e della sua solitudine, ma questa operazione difensiva dall’angoscia non basta mai e non è mai adeguata alla perdita e al trauma. La morte non si può accettare, ma si può compensare. Biba ha subito il lutto e non ha ancora razionalizzato nella sua interezza il trauma della perdita semplicemente perché non è possibile. Resta sempre il senso del mistero e della speranza a lenire e a impedire la completa “razionalizzazione” dell’assurdo. Neanche la Poetica teatrale più avanguardistica e innovativa è riuscita a dare un senso e un significato totali e totalizzanti alla Morte. Accontentiamoci della fede di Agostino che si affidava all’assurdità o all’apparente tale: “non timeo mortem, sed momentum a quo pendet aeternitas”. “Risucchiato” è un termine truce e si serve di una simbologia violenta, legata a una Madre che si ingravida da sola, all’incontrario e in riparazione all’operazione subita dal maschio, una madre possessiva al massimo che non riconosce l’autonomia del figlio. La “grotta” rappresenta la Madre nella sua parte mitica e possibilmente negativa per l’aspetto misterioso che assume nella sua rudimentale conformazione. “Più visto” equivale simbolicamente a “non razionalizzato”. La vista è simbolo della funzione logica e della realtà.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.”

La reazione è quella umanamente giusta e considerata ampiamente in precedenza. Il sentimento della “pietas” materna reagisce al terrore della morte e si esalta nel seme, nella discendenza, nei “bambini”, in quello che rimane di noi dopo la vita e con la morte. Il terrore è la reazione emotiva congrua di fronte al trauma della perdita improvvisa e alla caduta del senso e del significato della vita e del vivere. Non è soltanto una questione filosofica cara agli esistenzialisti e cantata da Juliette Greco, è la situazione psichica prodotta dall’assurdità della dialettica del “vivere per morire”. Biba smette di pensare e di riflettere su se stessa e sul trauma occorso con la perdita del marito, va via, si aliena beneficamente in qualcosa di altro che in sogno non viene espresso. Biba si serve di altri “meccanismi e processi di difesa” dall’angoscia per continuare a vivere, possibilmente la “sublimazione” e la conversione del trauma nella fede di un “post mortem” gratificante e ambito. Pur tuttavia, anche la fede più grande abbisogna della debolezza del dubbio per essere tale. I “bambini” sono della madre, della nonna nel nostro caso, e sono oggetto di un ambivalente vissuto perché perpetuano la Vita e la Morte. Intanto vanno via con la nonna e con il sostituto dell’amore materno, con la dolcezza della donna che conosce le psicodinamiche della vita e della morte della donna che ha vissuto e ha imparato per non dimenticare. La sintesi di questo quadretto è meravigliosa per i sensi e i significati che include.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Il sogno si è compiuto e si può andare in pace, “adelanti” e fiduciosi in tutto quello che è racchiuso nel nostro cuore e nella nostra mente.

L’interpretazione del misterico sogno di Biba si può ritenere soddisfatta, almeno per quanto mi riguarda. Di poi, ognuno ne può trarre conseguenze logiche, etiche, estetiche, mistiche.

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