FREUD E I SUOI CANI

Il padre della Psicoanalisi nella sua maturità esistenziale godeva quotidianamente della presenza di due cani.

Jo-fi era uno di questi, una cagnetta a cui mancava la parola dal momento che la sensibilità non le mancava per niente. Era soprattutto reattiva di fronte all’arroganza dei pazienti e ai momenti d’imbarazzo durante le sedute.

Ebbene sì!

Jo-fi si accucciava accanto alla poltrona del suo augusto compagno, non padrone, e seguiva le sedute segnandone la fine.

Cinquanta minuti canonici misurati, di volta in volta, con una precisione canina: Jo-fi si drizzava sulle zampe, si stirava e rompeva il silenzio sbadigliando. Era il segnale giusto per il grande Capo.

Freud estraeva l’orologio dal taschino del panciotto e costatava che il messaggio era oculato e non certo inopportuno.

Al fortunato paziente non restava che sollevare la testa dalla salvietta di lino bianco del cuscino del divano e congedarsi fino alla prossima seduta.

Jo-fì era molto brava a cogliere il carattere delle persone che frequentavano lo studio. Il suo giudizio era importante e Freud sapeva che, se i pazienti non piacevano alla cagnetta, molto probabilmente avevano grossi problemi da risolvere e tanti nodi psichici da sciogliere.

Era un cane “chow chow”, come si diceva in precedenza, sensibile alle tensioni nervose in eccesso e aveva trovato il posto giusto nello studio e nel cuore del suo amico. Freud l’aveva chiamata Jo-fì in omaggio alla sua bellezza: per l’appunto, in ebraico Jo-fì si traduce bellezza. La cagnetta gli era stata regalata da Marie Bonaparte per consolarlo della perdita di Lun, il primo dei suoi “chow chow” che era morto tragicamente sotto un treno nella stazione di Salisburgo. Lun gli era stato regalato dalla ricchissima paziente americana Dorothy Burlingham che curava il trauma della separazione dal figlio del gioielliere Louis Comfort Tiffany, quello del film Colazione da Tiffany.

Dorothy era diventata grande amica di Anna, la figlia prediletta di Freud, e le due donne condividevano la fobia del maschio e l’amore per i cani. Anna non conosceva uomo in ogni senso ed era il cruccio del padre che si lamentava spesso con le amiche della frustrazione sessuale della figlia. Ma poi si consolava rilevando che Anna sublimava brillantemente la “libido” negli studi sulla psiche infantile, per cui non era necessario maritarsi e farlo diventare nonno. Anna si compensava anche e soprattutto con il pastore alsaziano Wolf che l’accompagnava nelle sue passeggiate solitarie. Wolf aveva conquistato anche la simpatia e l’affetto del professor Freud e faceva pienamente parte della famiglia. Ne parlava come un animale tenero, geloso, selvatico e civile, un essere vivente molto amato in casa.

Se Wolf non era vicino, Freud non si concentrava nella lettura. Accendeva la luce se Wolf era al buio ed entrava in apprensione se lo lasciva solo. Lo nutriva durante i pasti prelevando il cibo dal suo piatto e facendo imbestialire la moglie Marta. Per elogiare l’intelligenza pragmatica di Wolf, Freud soleva raccontare che un pomeriggio al Prater era sfuggito al controllo di Anna, ma non si era perso d’animo e si era recato da un taxi dondolando il collo per far notare la medaglietta dove si recitava “professor Freud,19 Berggasse”. In tal modo Wolf si era fatto portare a casa in taxi e l’autista era stato ampiamente gratificato con una lauta mancia per la gioia di tutti.

Wolf consolava il professore malato con la sua presenza e il suo affetto. Consapevole di questo e non senza una vena leggera di gelosia, Anna al compleanno del sessantanovesimo anno aveva donato al padre un ritratto di Wolf che portava al collo una poesia nella quale faceva gli auguri al suo amico. Freud diceva che sul cane trasferiva parte dell’affetto che aveva per la figlia e che trattava i suoi cani come le persone senza esitare di entrare nella loro testa.

Passeggiando con un collega per le piazze di Vienna, alla vista di un cane della Polizia addestrato alla sicurezza ma legato alla catena, consapevole che poteva essere aggressivo, lo slegò e il cane per riconoscenza cominciò a leccargli le mani. Poi rivolgendosi al collega rilevava che, se fosse stato incatenato tutta la vita, sarebbe diventato cattivo anche lui.

Tornando a Jo-fi, ricordiamo che gli sarà accanto nella vecchiaia. Nonostante i dolori causati dal tumore, Freud si occupava della sua cagnolina, la osservava teneramente, vegliava sul suo pasto e giocava con lei come prima era solito giocare con il suo anello.

E così si prospettò la necessità di lasciare il civico 19 di Berggasse perché Vienna non era più sicura. Il mondo civile stava crollando e Freud scrisse nel diario in latino “finis Austriae” proprio il giorno in cui i nazisti imbrattavano di svastiche i muri dell’antica capitale asburgica. In un primo momento cercò di resistere alle pressioni di quelli che lo volevano incolume e in salvo all’estero, ma poi si arrese alla sofferenza fisica e non alla paura.

Marie Bonaparte fu, come al solito, generosa e preparò la partenza logistica, diplomatica ed economica del grande “Vecchio”.

Nel primo pomeriggio del 4 giugno del 1938 Freud prese posto nell’ Orient-Express proveniente da Istambul e diretto a Parigi, tappa intermedia dell’esilio londinese. Con lui salirono sul treno la moglie Marta, la figlia Anna, la domestica Paula e altre tredici persone. Tra queste non figuravano le quattro sorelle che moriranno qualche anno dopo in un campo di concentramento.

Su quel treno c’era, invece, Jo-fi, il suo piccolo amato “chow chow”.

Nell’agosto del 1939 e in quel di Londra le condizioni di salute di Freud peggiorarono e i dolori si erano fatti insopportabili. Le ferite erano infette e anche Jo-fi ne avvertiva il fetore senza allontanarsi dal suo grande amico. In un momento di lucidità e dopo lunghi stati di sopore Freud ricordò al dottor Schur il patto stipulato e l’impegno contratto a suo tempo e ne chiese il rispetto e l’esecuzione. Il dottor Schur aumento progressivamente le dosi di morfina per attenuare i dolori e Freud si assopì senza più svegliarsi.

Fu onnipotenza e fu eutanasia.

Accucciata ai piedi del letto c’era Jo-fi, il suo piccolo amato “chow chow”.

Hanno raccontato che Jo-fi si sia lasciata morire di fame. Vittima della sua sensibilità, le mancavano i saporiti bocconi e le succose premure del suo amico.

Almeno così è, se vi pare.

A me piace pensarla così.

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