LE TRE COSE CADUTE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.

Mi sono messa ad urlare.”

Julienne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.”

Julienne è una donna originale, almeno tende a esserlo, e in ogni caso ha una connotazione psichica fortemente intenzionata a differenziarsi dagli altri, pur essendo consapevole del bisogno di stare con la gente, del confronto e della solidarietà. Julienne avverte l’esigenza di una forma d’intimità per cui si isola “in compagnia del suo fidanzato” “presso un campo sperduto”. Una donna eccentrica e originale, un’oasi di pace e d’intimità, il proprio uomo sono i tre elementi con cui Julienne apre il quadro onirico e inizia il suo sogno.

Questa, però, è un’interpretazione di superficie.

Il “campo sperduto” rappresenta una sensazione di solitudine e un sentimento di abbandono, un “tratto psichico depressivo” di Julienne, acquisito ed elaborato nella prima infanzia. Per compensazione ricorre in sogno al suo “fidanzato” per alleviare le sensazioni di disagio e il dolore annesso. Questa è l’interpretazione profonda che tiene anche in considerazione la prima e non la esclude. Si tratta di livelli psichici e di autenticità elaborativa. Julienne sta parlando di sé e della sua formazione e in sogno offre nell’immediato la sua tendenza a sentirsi sola e il suo bisogno degli altri, nonché la sensazione di una diversità che rasenta l’originalità. Nel complesso siamo nella sfera affettiva, nella “posizione psichica orale”, nella dimensione protettiva della protagonista. Il sogno è suo e non glielo toglie nessuno, neanche il suo “fidanzato”.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.”

E infatti e a conferma di cosa si diceva in precedenza, Julienne presenta immediatamente il simbolo di una madre angusta e colpevolizzante, meglio, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, la conoscenza elaborata nel primo anno di vita e che è rimasta vitale dentro di lei al punto di formarne l’evoluzione psichica e in particolare l’affettività e il sentimento della perdita, la vena depressiva di cui si è detto nel precedente capoverso. Riepilogando: Vivienne si fa accompagnare in sogno dal suo “fidanzato”, alleato psichico, per elaborare la sua vita affettiva e i tratti caratteristici della sua formazione anche in riguardo alle angosce di solitudine. “Camminando” si traduce in riattraversando o in ricordando o in riflettendo o vivendo. “Dentro” attesta, sempre simbolicamente, della “introiezione” della figura materna in quanto Vivienne in qualche tratto psichico si è identificata al femminile nella madre. “Dentro” si traduce anche nella mia interiorità, nella mia sfera intima e privata, nelle mie introspezioni. Il “fosso” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, il vissuto della costrizione e del ristagno delle energie d’investimento, una madre avara di cure e di premure, una madre che dispensa affettività e protezione per quello che è strettamente necessario. “Stretto” si traduce in costrizione psichica, in coartazione della coscienza, in angustia affettiva, in autoritarismo acritico, in blocco delle iniziative e degli investimenti: una madre avara e severa. “Fangoso” riguarda i sensi di colpa che la madre induceva nella figlia e che quest’ultima si faceva nel momento in cui elaborava dei vissuti aggressivi nei riguardi della madre che poi immancabilmente tralignavano nel senso di colpa. “Serviva per irrigare i campi” condensa l’immagine giusta di una madre affettuosa e amorevole nei riguardi dei figli, una madre che investe energie, conforta e rassicura. Traduco: una madre che poteva amare i suoi figli e che non è riuscita a farlo per il blocco di queste energie d’investimento. Questo è il vissuto di Vivienne nei riguardi della madre, il suo “fantasma” nella “parte negativa”, al di là di come effettivamente la madre sia stata nella realtà. Questa è la realtà psichica dominante di Vivienne. Ricordo anche che la simbologia “dell’irrigare i campi” ha una valenza fecondativa e gravidica. Il “campo” è un simbolo femminile e l’acqua acquista una caratteristica, sempre femminile, di dare la vita.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).”

Il sogno è birichino sempre e non quando vuole. La domanda lecita è la seguente: cosa sono “le stesse tre cose” che cadono, si suppone dalle mani, a Vivienne e perché non ricorda?

L’enigma “trinitario” si pone nel modesto e laico mondo dei sogni. Tre cose che cadono rappresentano simbolicamente il padre, la madre e la figlia, la triade familiare che Vivienne “proietta” in sogno per difesa dall’angoscia fuori di lei e dal suo mondo interiore anche per allentare le tensioni e continuare a dormire. Vedere in sogno il padre, la madre e se stessa sarebbe stato intollerabile per l’economia nervosa e allora Vivienne tira fuori il condensato simbolico della “famiglia”, la triade per eccellenza, la prima triade dopo la diade, la famiglia dopo la coppia. La chiave interpretativa del capoverso è “continuavano a cadermi” che mostra chiaramente il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “coazione a ripetere” e la pulsione depressiva alla perdita. “Cadermi” non è niente di catastrofico anche se è sempre un distacco e un allontanamento, così come “continuavano” non è patologico proprio perché attesta della presenza del conflitto dialettico tra “le stesse tre cose”, immutabili e presenti dentro Vivienne come la sua “posizione psichica edipica”. Ricordo che si tratta di una dialettica universale di crescita evolutiva funzionale all’acquisto dell’autonomia psichica e propedeutica al “riconoscimento” del padre e della madre dopo la conflittualità più o meno lunga. Riepilogando in sintesi metodologica: Vivienne sta rievocando in sogno la sua “posizione edipica” chiaramente non risolta e ancora turbolenta, la sua relazione e i suoi vissuti verso la madre nella prima parte e ha presentato il padre includendolo nella triade familiare: “le stesse tre cose” continuamente presenti e in assillo emotivo. Proseguire nella decodificazione del sogno confermerà la bontà di questa intuizione interpretativa.

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.”

Il “contadino giapponese” è la “traslazione” della figura paterna, lo “spostamento” del padre secondo i meccanismi del “processo primario” che forma e governa il sogno. E allora è entrato in scena il padre di Vivienne a completare la triade familiare e le tre cose cadute o perdute. Dopo la “parte negativa” del “fantasma della madre” Vivienne recupera la “parte positiva” del “fantasma del padre”, il padre affettivamente provvido e punto di equilibrio dell’economia psichica familiare o delle “tre cose cadute”. Vivienne ha vissuto il padre sin dall’infanzia come l’elemento coadiuvante e positivo, colui che apre “una valvola” e favorisce l’armonia affettiva della famiglia, della triade padre-madre-figlia. Non dimentichiamo che si tratta anche della triade “edipica”. Vivienne sta elaborando non soltanto il padre e la madre in riguardo all’affettività, alla protezione e all’armonia familiare, sta soprattutto rivivendo la sua disposizione verso il padre e la sua avversione verso la madre. Vivienne sta scoprendo le sue carte nel gioco familiare delle predilezioni e dei contrasti. Ecco il padre viene fuori in sogno come l’ago della bilancia dell’economia psichica familiare, la figura che sa mediare e disporre in maniera equilibrata soprattutto gli investimenti disordinati della madre e sempre per quanto riguarda la sfera affettiva, quella dove Vivienne accusa qualche deficit a causa di un tratto depressivo legato all’angoscia di perdere l’amore e la tutela della madre. Quest’ultimo è legato alla tendenza di quest’ultima a costringere e a colpevolizzare la figlia, da un eccesso di “Super-Io” da parte della madre nel relazionarsi con la figlia: una madre severa e poco espansiva. Eppure anche in questa situazione di piena affettiva, grazie al padre “contadino giapponese” che sa regolare i flussi psichici in famiglia, nel campo e nella realtà, Vivienne non trova la cosa che gli era caduta e si ritrova con il problema di sempre.

Vale la pena l’autonomia psichica e l’emancipazione dai genitori?

Vale la pena affidarsi a un “fidanzato” che compare e non è una figura importante che occupa la scena del sogno?

Può un “fidanzato” supplire alle carenze pregresse e maturate nell’infanzia e in ambito familiare?

Può un “fidanzato” essere come il padre che dispensa equilibri psichici e relazionali?

Vivienne è fidanzata, ma non è matura per dare al suo uomo il ruolo giusto dal momento che è tutta presa dal padre e dalla madre. Vivienne ristagna in ambito “edipico” e non passa in ambito “genitale”. Eppure la sua struttura psichica è sensibile al primo anno di vita e alla “posizione orale”, là dove gli affetti e le depressioni si originano.

Mi sono messa ad urlare.”

L’urlo è sempre “catartico”, neuro-fisiologicamente libera energie represse che altrimenti farebbero danno all’equilibrio psicofisico somatizzandosi e ledendo qualche funzione per eccesso di carica nervosa.

Perché Vivienne ha bisogno di urlare?

Oltre alle tensioni l’urlo è dovuto alla rabbia che la donna prova nel suo conflitto tra la dipendenza dai genitori e l’acquisizione di una sua autonomia psichica. In questa operazione di recupero di se stessa ha rievocato la sua “posizione edipica” e ha reagito con una “conversione isterica”, “mi sono messa a urlare”.

La rabbia a cosa è legata?

Questo “senso-sentimento” si lega alla mancata emancipazione dai genitori, madre avara e padre provvido, e alle difficoltà che incontra nell’evoluzione congrua alla “posizione psichica genitale”. Manca la capacità d’investimento della “libido” in maniera donativa e altruistica, il saper dare e la consapevolezza del gusto di dare. Vivienne rischia di ripetere la lezione imparata dalla madre, per cui quello che l’ha fatto tanto soffrire viene messo in circolo e dato a chi si presenta alla ribalta della sua vita affettiva. Se ben analizziamo, il “fidanzato” compare all’inizio e poi basta, si è perso nello svolgimento del sogno e non è stato oggetto di investimenti particolari, una figura “a latere” e non certo dominante. E’ pur vero che il sogno è “edipico” ed è giustamente basato sulla dialettica della triade familiare e sull’angoscia depressiva di perdita e di solitudine, ma per superare questo stallo è necessario procedere verso l’evoluzione “genitale”, verso un investimento dominante di “libido” sul suo uomo e non soltanto fidanzato.

In conclusione aggiungo che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”,

L’interpretazione del sogno di Vivienne può trovare in questa prognosi la sua fine, ma aggiungo per correttezza interpretativa che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”: l’eiaculazione in vagina. Il sogno di una donna “edipicamente” contrastata mescola l’infanzia con la maturità e, di conseguenza, le istanze psicofisiche classiche dell’età in atto e del tempo vissuto. In ogni caso il sogno di Vivienne presenta l’esigenza affettiva e la perdita depressiva in maniera più conclamata rispetto alla pulsione di maternità.

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