ISLAM

ISLAM

LE RAGIONI STORICHE E LE RAGIONI CULTURALI

§ 1

Sura I – Al-Fâtiha – L’Aprente

1 In Nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

2 La lode appartiene ad Allah, Signore dei mondi,

3 il Compassionevole, il Misericordioso,

4 Re del Giorno del Giudizio.

5 Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto.

6 Guidaci sulla retta via,

7 la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella Tua ira, né degli sviati.

Amin.

La prima sura del Corano appartiene al periodo “pre-hegira”, precedente alla fuga di Muhammad dalla Mecca, e fu rivelata al Profeta in questa città, la capitale politica ed economica da sempre riconosciuta della cultura araba.

La sura è nota come “as-sab’u-l-mathâni”, “i sette ripetuti”, in quanto è composta da questi sette versi che sono obbligatoriamente recitati da ogni credente nell’assolvimento delle preghiere quotidiane e nell’adorazione rituale di Allah.

Il testo può essere equiparato al “Pater noster” cristiano e comprende l’invocazione e la devozione al Padre, il riconoscimento dei suoi attributi essenziali come l’unità e l’unicità, la professione e la testimonianza della fede, il potere assoluto di Allah sul visibile e sull’invisibile, la gloria e l’amore verso i figli deboli e la conferma passiva della fede da parte del credente con la totale accettazione della Verità e dell’ordine costituito.

In questa sura è implicita la condanna dei miscredenti e degli “sviati”, coloro che hanno interpretato in maniera erronea la sacra Scrittura e gli insegnamenti di Allah, gli ebrei e i cristiani, “quelli del Libro” che hanno elaborato in maniera imperfetta la volontà di Dio comunicata attraverso la lunga serie dei profeti che da Noè arriva a Gesù Cristo.

La Rivelazione e la predicazione di Muhammad (La Mecca 570 – Medina 632) hanno inizio nei primi decenni del settimo secolo dopo Cristo e in particolare tra il 613 e il 632; in questo periodo il profeta di Allah annuncia alle tribù arabe, stanziate nelle oasi e nelle città, e alle tribù nomadi, i beduini e i predoni del deserto, una nuova religione, l’Islam, una fede monoteista che mette in crisi il tradizionale politeismo pagano di questi gruppi etnici e induce una progressiva evoluzione culturale che imporrà secondo le esigenze storiche i suoi diritti di interpretazione anche nei versanti politico e giuridico, sociale ed economico, filosofico ed artistico.

L’Islam e il suo monoteismo sono un originale rinnovamento di tutte le tradizioni culturali arabe storicamente presenti all’alba del settimo secolo secondo il calendario occidentale.

Sura III – Al-‘Imrân – La famiglia di Imran

18 Allah testimonia, e con Lui gli Angeli e i sapienti, che non c’è dio all’infuori di Lui, Colui che realizza la giustizia. Non c’è dio all’infuori di Lui, l’Eccelso, il Saggio.

19 Invero, la religione presso Allah è l’Islam. Quelli che ricevettero la Scrittura caddero nella discordia, nemici gli uni degli altri, solo dopo aver avuto la scienza.

Ma chi rifiuta i segni di Allah, sappia che Allah è rapido al conto.

L’unicità di Allah e la verità dell’Islam sono contrapposte all’insipienza degli Ebrei e dei Cristiani, coloro che “ricevettero la Scrittura” e “caddero nella discordia” in una forma storicamente sempre più maligna di ostilità, oltretutto estesa fino ai decenni del XX° secolo, per il mancato riconoscimento dei veri attributi divini e per la tragica miscredenza.

L’unicità di Allah, “non c’è dio all’infuori di Lui”, rievoca in maniera pedissequa la prima delle dieci Leggi date dal Dio ebraico a Mosé sul monte Sinai e scolpite in due tavole di pietra, quel “Decalogo” fatto proprio anche dai cristiani, ma è degno di interesse l’attributo giuridico di Allah, “Colui che realizza la giustizia”, possibilmente derivato dall’attributo morale di essere l’unico depositario del Bene e del Male.

Di conseguenza, Allah propone ai suoi figli arabi la via della salvezza eterna tramite l’obbedienza passiva alle sue Leggi; l’ordine religioso e teologico è il necessario assunto di base dell’ordine sociale e giuridico, strutture e schemi che hanno un condiviso senso e un riconosciuto significato all’interno di una struttura culturale, la cultura araba per l’appunto.

I segni di Allah devono essere interpretati in maniera corretta per non incorrere nella sua punizione; la Semiologia affonda le sue radici anche nel Corano.

Sura II – Al-Baqara – La Giovenca

121 Coloro che hanno ricevuto il Libro e lo seguono correttamente, quelli sono i credenti. Coloro che lo rinnegano sono quelli che si perderanno.

122 O figli di Israele, ricordate i favori di cui vi ho colmati e di come vi ho favorito rispetto ad altri popoli del mondo.

123 E temete il Giorno in cui nessuna anima potrà alcunché per un’altra, e non sarà accolta nessuna intercessione e nulla potrà essere compensato. Ed essi non saranno soccorsi.

Gli Ebrei hanno ricevuto da parte di Dio il privilegio etnico e il Libro della Verità, ma non hanno manifestato la giusta fede e hanno in tante occasioni rinnegato lo stesso Dio che li aveva eletti, per cui essi meritano il castigo eterno, nonostante l’affinità religiosa e la priorità temporale nei confronti dell’Islam.

Consegue correttamente il giudizio di imperfezione da parte di Muhammad: l’Ebraismo e il Cristianesimo sono religioni monoteistiche imperfette.

Oltremodo degno di riflessione per le successive implicazioni sociali e culturali è il collegamento di Allah con la Giustizia del verso 18 della sura III: Allah è Colui che realizza inequivocabilmente la Giustizia semplicemente perché la crea e la possiede.

La Legge di Dio assume una chiara valenza celeste e trascendente, ma non esclude la dimensione terrestre e temporale, in quanto essa è riservata agli uomini arabi e alla società musulmana.

All’uopo nasceranno dopo la morte di Muhammad le scuole giuridiche islamiche, gli interpreti della Volontà legale di Allah o delle norme desunte dal Corano e atte a regolare la vita individuale, sociale e politica dei musulmani con la giusta devozione.

E’ necessario ancora una volta rilevare che l’unicità di Allah, “non c’è dio all’infuori di Lui”, è tratto direttamente dalle “Tavole della Legge” che Dio diede a Mosè presso il monte Sinai per il popolo ebraico; in questo caso specifico l’unicità di Allah è desunta dal primo comandamento di ogni buon ebreo e di ogni buon cristiano.

I segni di Allah sono talmente evidenti con l’ultima Rivelazione fatta all’ultimo dei profeti, Muhammad per l’appunto, che è impossibile rifiutarli, per cui la miscredenza è sciocca insipienza e maligna ostinazione.

Gli Ebrei, i figli d’Israele, erano stati colmati da Dio di immensi ed estremi benefici, ma essi non hanno capito e hanno rinnegato il Libro, per cui saranno condannati nel Giorno del Giudizio senza alcuna possibilità di riscatto, d’intercessione e di compensazione.

I nuovi figli di Dio sono i musulmani, i figli dell’Islam, coloro che hanno ricevuto e capito il Libro e si sono sottomessi alla volontà di Allah.

Il termine Islam è presente nel Corano, “Qur’an”, la Lettura o la recitazione salmodiata di brani della Rivelazione, un atto quotidiano che attesta la fede in Allah e nella sua religione.

Il termine “muslim”, il cui plurale e “muslimun”, deriva dal verbo “aslama” che significa interiore sottomissione a Dio e visibile professione di fede.

Il termine “Islam” significa nel Corano la fede, “iman”, il totale abbandono a Dio, l’atto di conversione, il ritorno a Dio per sua grazia, la religione perfetta rivelata da Allah a Muhammad.

Il Corano è la fonte di conoscenza della verità per eccellenza, la verità dell’Islam, ed è il Libro sacro che contiene la Rivelazione che Allah ha trasmesso a Muhammad tramite l’angelo Gabriele, Yabril, di ebraica e cristiana memoria, un mediatore celeste che oltretutto in terra d’Israele godeva del rango di arcangelo.

Sura LXIV – At-Taghâbun – Il Reciproco Inganno

12 Obbedite dunque ad Allah e obbedite al Suo Messaggero. Se poi volgerete le spalle, sappiate che al Nostro Messaggero incombe solo la trasmissione esplicita.

13 Allah, non v’è dio all’infuori di Lui ! Confidino dunque in Allah i credenti.

Il ruolo di Muhammad è espresso in maniera inequivocabile: egli è il Messaggero di Allah, il Profeta, colui che parla in sua vece e a vantaggio degli uomini, il tramite, scelto da Dio, che trasmette in maniera esplicita la volontà dell’Onnipotente, l’uno e l’unico Ente a cui la fede del credente necessariamente esige un totale abbandono e un acritico affidamento.

L’obbedienza è la virtù teologale per eccellenza conseguente alla fede in Allah, una virtù che concilia esigenze logiche ed emotive, nonché un valore a forte valenza sociale e politica in quanto inevitabilmente costituisce una “città di Dio” sulla terra e uno Stato gestito da uomini di Dio.

Il Corano è il Libro sacro per eccellenza nella sua complessità e nella sua polisemia, la recitazione di quanto Muhammad ha appreso da Allah tramite la Rivelazione e con la santa mediazione dell’angelo Yabril.

Il verso tredicesimo definisce la “shahāda”, la professione di fede del buon musulmano.

Sura II – Al-Baqara – La Giovenca

97 Dì: “Chi è nemico di Gabriele, che con il permesso di Allah lo ha fatto scendere nel tuo cuore, a conferma di quello che era venuto in precedenza, come Guida e Buona Novella per i credenti;

98 chi è nemico di Allah e dei Suoi Angeli e dei Suoi Messaggeri e di Gabriele e di Michele, ebbene sappia che Allah è il nemico dei miscredenti.

L’arcangelo Gabriele, il mediatore della Volontà di Dio e il nunzio dell’immacolata concezione di Maria nell’Evangelo cristiano, è recuperato con la stessa funzione e con il nome di Yabril a conferma dei nessi che l’Islam ha con le due precedenti religioni monoteiste sorte e sviluppate nel vasto bacino culturale ed economico del Mediterraneo.

A fianco del Corano, il Libro sacro per eccellenza, si colloca con autorevolezza la tradizione autentica, trasmessa per via orale e successivamente trascritta, la “Sunna”, una raccolta di detti e di fatti del Profeta espressa sotto forma di insegnamenti, “hadith”.

La catena di testimoni e di testimonianze è stata nel tempo adeguatamente vagliata, per cui l’attendibilità filologica e filosofica della Sunna è notevole, così come è fuori discussione, almeno per una netta maggioranza dei musulmani, la sua importanza teologica e morale.

Del resto, la religione cristiana aveva già sperimentato storicamente l’atto umano, ispirato o laico, di riferire per via orale gli insegnamenti e le opere della figura carismatica di Cristo da parte di coloro che a vario titolo convissero e parteciparono all’esperienza straordinaria del Figlio di Dio e alla trasmissione e diffusione dell’universalismo cristiano.

Nel tempo successivo e dopo la trasmissione orale subentra la traduzione scritta, i Vangeli in versione ispirata dallo Spirito santo e riconosciuti dalla Chiesa o in versione spuria e accentuatamente materialistica e di conseguenza non riconosciuti dalla Chiesa, testi che pur tuttavia restano un degno e valido documento storico ispirato da fattori squisitamente umani.

Varie sono le compilazioni della tradizione islamica e in particolare della vita e degli insegnamenti del suo Profeta Muhammad; la più importante, in linea temporale più vicina all’esperienza mistica di Muhammad, è quella di al-Bukhari, un uomo di fede islamica morto nell’anno 870.

L’Islam è, dunque, il coronamento della Rivelazione di Dio agli uomini e la sua vera epifania nella storia.

Allah ha parlato dalla sua trascendenza attraverso il profeta Muhammad ai vari popoli, calando il suo messaggio di verità e di salvezza nel tempo e nello spazio, ma restando nella sua dimensione eterna.

Allah ha testimoniato la sua unicità e la sua unità, ha avvertito gli uomini sul giorno del Giudizio finale, ha parlato, prima di Muhammad, per mezzo dei profeti di biblica memoria, figure respinte, perseguitate e uccise.

Il richiamo ad Adamo, ad Abramo, a Mosè, alla Torah, al Vecchio Testamento, a Gesù, al Nuovo Testamento è metodicamente costante e in linea evolutiva nel sacro Corano; esso è, inoltre, finalizzato a costruire i precedenti storici e teologici della Vera Scrittura, la Rivelazione compiuta e perfetta in riferimento alle Rivelazioni parziali e imperfette del passato, il “sigillo della Profezia”, la Rivelazione di Allah a Muhammad, l’Islam.

Sura XXXIII – Al-Ahzab – I Coalizzati

40 Muhammad non è padre di nessuno dei vostri uomini, egli è l’Inviato di Allah e il sigillo dei profeti. Allah conosce ogni cosa.

La scelta di Allah su Muhammad come profeta è inscritta nel suo imperscrutabile arbitrio e nel suo assoluto giudizio; anche la fede del suo Inviato è un dono prescelto da Dio per un uomo che Egli distingue dai miscredenti e che non ha con questi ultimi alcuna relazione di sangue e di cultura.

Muhammad, infatti, non è un ebreo o un cristiano, un politeista o un pagano, tanto meno un ateo; Muhammad è un arabo e chiude il ciclo delle Rivelazioni divine, quei salvifici messaggi che l’onniscienza di Allah ha voluto imporre al corso della creazione e al destino dell’umanità.

L’Islam rivelato da Muhammad si pone in continuità storica e culturale con le religioni e le tradizioni precedenti e ancora presenti nel bacino mediorientale del Mediterraneo, quella terra e quella nazione israeliana in particolare che aveva partorito da millenni Yahwèh e da secoli Cristo.

Allah è il Dio dei popoli di quell’Arabia “felix”, una regione che i geografi antichi individuavano nella Siria e nello Yemen, terre rigogliose irrorate dalle piogge monsoniche, all’incontrario degli altri territori della penisola araba particolarmente desolati, ricoperti di sabbia, bruciati dai raggi di un sole ardente e percorse dal popolo dei beduini insieme ai preziosi cammelli, ai valorosi cavalli, alle generose pecore.

Il Corano comprende ed elabora le precedenti Rivelazioni religiose e le supera introducendo il senso del completamento profetico: Muhammad è il Profeta di Allah, l’uomo eletto che non mostra mai la tentazione di andare al di là delle sue connotazioni umane neanche nelle circostanze più drammatiche della sua privilegiata e straordinaria esistenza.

All’incontrario di Cristo, Muhammad non si porrà mai ai suoi connazionali come il Figlio di Dio e sarà particolarmente attento a non ridestare la fantasia e la superstizione del suo popolo, un gruppo etnico costituito da uomini particolarmente propensi agli effetti prodigiosi del miracolo e alle visioni straordinarie della fantasia.

Molti elementi del Corano, quindi, sono mutuati dalla tradizione biblica non solo sotto il profilo dottrinale, ma anche sotto quello narrativo con riferimenti diretti e precisi a personaggi e a fatti, ad esempio la figura di Abramo come fondatore del monoteismo ed epigono della fede.

Pur tuttavia l’ortodossia islamica non ammette alcuna filiazione da alcunché di storicamente costituito e sostiene che la Rivelazione è discesa tutta e completa su Muhammad e direttamente da Allah, il quale nella sua imperscrutabile Sapienza e nella sua somma Provvidenza detiene e gestisce i nessi della consequenzialità storica e dispensa i doni della Grazia.

Nonostante la manifesta condivisione dell’Islamismo con i temi essenziali delle religioni mediterranee, l’ebraica e la cristiana, come ad esempio la linea di sviluppo storico che si snoda dalla “Creazione” alla “Rivelazione” per arrivare al “Giorno del Giudizio”, l’Islam si attesta e si conferma come il superamento e il perfetto compimento di tutte le religioni progressivamente manifestate nella storia dell’uomo e come lo sbocco necessario e conclusivo delle precedenti fedi monoteiste.

Il musulmano non ha bisogno di riferirsi alle Scritture sacre preesistenti, perché il Corano le incorpora tutte, il Vecchio e il Nuovo Testamento e la Thora nel caso specifico, e le dichiara superflue, inattendibili e inficiate da errori e falsificazioni con la diretta e ovvia responsabilità di ebrei e cristiani.

Esistono convergenze e divergenze tra Bibbia e Corano, ma l’Islam si colloca come la religione monoteista autentica e definitiva, il completamento dell’opera di salvezza dell’umanità iniziato da Abramo, Noè, Mosè e Gesù Cristo e finalmente compiuto nella Profezia di Muhammad, l’Islam per l’appunto.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, (SR), giorno 30 del mese di Luglio nell’anno 2020

LA “COSA” PARLA 7

LAMENTO IN PAROLE

L’invidia,

che lucida traspare dai tuoi occhi,

mi costringe ad abortire tutta l’aggressività maturata nel granaio,

quando m’ingravidavi di odio.

Adesso non riesco più a lasciarti.

Non vedo il come e non capisco il perché.

E allora io fingo di andar via,

correndo incontro a un genitore geloso,

un uomo che oggi si pensa cornuto

e che dentro lo è stato sempre,

specialmente da quando ha visto sua madre

appartarsi con suo padre nel granaio e con fare sospetto.

Io minaccio

e inutilmente agito le mani contro la tabuica violenza

consumata sui bambini e sulle donne,

giustificata dall’arteriosclerosi culturale

che irrigidisce i flussi e i riflussi sanguigni,

più che storici,

i corsi e i ricorsi storici,

più che sanguigni.

Gradisce la merda marrone o il sangue rosso?

Nessuno consola ormai la mia angoscia di morte,

eccezion fatta per qualche generoso farmaco,

il Prozac,

un ammorbidente come il Vernel,

che si concede alla mia sfrenata voglia di uccidere la coscienza.

Io non posso picchiarti perché sei mio padre.

E allora?

E allora io me ne vado.

Come saresti cambiato ai miei occhi,

se nel fienile,

invece di consumarti in lacrime di sangue

e nel disprezzo di una moglie puttana,

mi avessi insegnato a non fuggire di fronte a quel povero niente

che, quando arriva, ti opprime e ti riempie di calma,

quella dolce sensazione di ristagnare in un putrido letamaio

tra pantegane e sordi rancori,

anch’essi abbandonati a marcire al sole e alla pioggia.

Perché mi metti tra te e lei?

E io?

Io chi sono?

Leggera e insostenibile è la leggerezza del mio “non essere”.

Io sono Nessuno

e non ho niente da spartire con Ulisse e Polifemo.

Di certo potrei essere Qualcuno,

sconosciuto a me stesso

e alle mie brame sessuali represse,

sublimate in una dolce astinenza,

contorte e bombate

come le sbarre di ferro di una ringhiera araba

esposta nel balcone di una strada di Siviglia

al sole e alla pioggia,

allo scirocco e al maestrale,

un orgoglioso prodotto di mani esperte

buono anche per la ruggine.

I pretesi fatti e misfatti sono una mistica utopia,

simile alla mia sbandierata aggressività

che non trovo al momento opportuno

dentro i calzoni per l’assalto alla donna,

un’aggressività che sa di ascesi e di castrazione,

di complesso edipico e d’identificazione mancata.

Ah, se potessi tornare indietro,

piccolo e docile,

senza prepotenza, senza risoluzione e senza calcolo!

E invece mi ritrovo solo e isolato,

eccentrico e illuso artefice di me stesso,

decorato alla memoria

nel “carpe diem” di tanto disagio.

Io mi ritrovo in uno stato depressivo di cose.

Scaricherei aggressività alla fine,

alla fine di un ciclo dove primeggia il padre

e le assurde idee di un dominio ineluttabile,

di una cultura ineludibile,

che vola a bassa quota e scarica merda sui figli.

La crisi preme e s’insinua in ogni piega

per possedere tutti.

Io non l’ho riconosciuta e non l’ho superata.

Chi colpirà adesso?

Non trovo capitali da investire in banca e in borsa.

La libido del mercato è osteggiata dalla polizia

secondo le norme acritiche di una legge nefasta

che mi vuole amico e nemico,

alleato e avversario di mio padre

e di una parte di me stesso.

In base alla distruttive coordinate di uno spirito oppositivo

io avanzo e indietreggio,

progredisco e regredisco,

aumento e diminuisco,

affermo e nego il mio stesso essere in un gratificante dilemma.

Ah se riuscissi ad aggredire!

Forse starei bene nel distruggere Qualcuno.

Io non so chi tu sia, o anonimo Qualcuno,

ma stasera vorrei vedere i tuoi occhi riflessi nei miei,

occhi sicuri della caduta degli dei

e allora qualcosa di nuovo potrebbe finalmente accadere.

Io non ti cercherò nelle pagine gialle

o nelle grigie profezie di Nostradamus,

l’impostore e il visionario,

il compiaciuto evocatore di tormenti per gli uomini,

il brutto e vecchio sadomaso privo di voglie.

Io voglio andare al “dunque” della mia conoscenza,

alla fonte della mia aggressività,

una forza inespressa in un uccello che non canta

e in altre piccole cose

che ributtano a pollone da una oscura sorgente.

Sento che la mia sana aggressività si è occultata

in un periodo della mia vita,

in un tempo gravido di eternità,

quando mio padre mi parlava dei suoi cinquanta logori anni

e li metteva in fila di fronte a me insieme alle sue corna

come tanti sassolini sulla sabbia

alla ricerca di un Pitagora orgoglioso di sé e della sua geometria

o di un Archimede che grida per l’ultima volta il suo “eureka”

mentre un vile soldato trafigge il suo corpo in un impari faccia a faccia,

l’uno armato di fisica e l’altro di gladio.

Ma cosa poteva fare un bambino?

Come poteva aiutarti tuo figlio?

Adesso, per sopravvivere, mi tocca infilzare il mio nemico

sulle tracce consumate di atavici sentieri,

tracce non annientate dal tempo

e proiettate nello spazio infinito di un cielo stellato in una notte d’agosto.

Finalmente potrò riposare dentro una città o dentro un palazzo,

libero di me stesso,

libero e felice nella mia casa psichica.

Io esco fuori e sono felice di poterti distruggere.

Io mi chiamo David

e vivo in umiltà con me stesso e con il mondo.

Io sono una sola cosa con me stesso,

un’unità con l’esterno e con l’interno.

Felicità è la conoscenza di Dio

esperita tra le candele di una splendida chiesa barocca.

Io non sono felice,

il mio Io è diviso dalla creazione del mondo

ed elabora sempre ambigue strategie psico-politiche.

Io devo combattere per inerzia,

altrimenti non so cosa fare di un’aggressività banale

che oltretutto non possiedo nella radice.

Attendendo il nemico,

farò una passeggiata lungo il Piave,

accontentandomi del cadavere di un qualsiasi imbecille,

curando di non assorbire nelle mie vene

l’urina ancora fresca di una pantegana

che spappola il pancreas e il fegato degli incauti pescatori

di povere trote e non di uomini.

E io guardo,

io intanto guardo le coppiette vezzose di sesso dietro i salici

senza trovare la forza d’inventare un progetto tutto mio.

Da buon guardone,

di questa scena farò un quadro a olio.

Ci metterò un bambino e una fontana,

quel drago e quella strega

che non ho mai provato a combattere

per sentirmi vivo.

In una surreale fantasmagoria di simboli

illuminata di presente e di passato,

di presente e di futuro,

io,

io resto ancora tenacemente prigioniero di un indefinibile “non saprei”.

L’ESCLUSO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in una stanza e vivevo le cose in prima persona.

C’erano i miei vecchi compagni di classe e tutti erano vestiti eleganti per andare in una festa in discoteca alla quale io non ero stato invitato.

Mi sentivo escluso.

A un certo punto al centro della stanza compare un cavallo a dondolo e mi siedo sopra e vengo sbalzato avanti e indietro.

All’inizio mi diverto, poi vedo che tra Matteo e Maura c’era qualcosa e questa tresca mi faceva star male e mi faceva sentire diverso.

Matteo entrava in stanza con una camicia e dei jeans e vedendolo mi sono sentito inadeguato.”

L’autore del sogno è Darius.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in una stanza e vivevo le cose in prima persona.”

Darius è con se stesso e tra sé e sé. Darius è “in una stanza”, è in fase introspettiva, sta pensando e sta riflettendo sul ruolo che ha nella sua vita, nella vita che sta vivendo, sulla persona che è e sulla maschera che indossa. Darius è nella condizione psichica di operare una buona e proficua auto-coscienza, quanto meno di rendersi consapevole di qualche problematica che l’assilla e dell’importanza di esserci, l’importanza di essere sempre sul pezzo e di socializzare alla grande. Pur tuttavia, il protagonismo è il suo cavallo di battaglia e il suo tallone di Achille: “vivevo le cose in prima persona”. La “stanza” è una parte non meglio precisata della sua “organizzazione psichica reattiva” o “struttura psichica evolutiva”, del suo carattere o della sua personalità. “Vivere le cose in prima persona” significa essere coinvolto a tutti i livelli, emotivo e razionale in primis, e al cento per cento, ma è anche vero che, se Darius sente il bisogno di precisare questa modalità di esserci, vuol dire che sa anche non esserci o si sente di vivere le esperienze in seconda e terza e quarta persona, in maniera distaccata e senza coinvolgimento diretto. E’ sempre Darius che agisce, ma è un Darius che non vive al massimo consentito dalle leggi naturali le esperienze in corso e in atto. Si tratta di un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che si chiama “isolamento” e che consiste nel separare l’emozione dalla rappresentazione e quindi nel vivere freddamente e non appieno, nel non vivere per l’angoscia del vissuto. “L’isolamento” è una forma di “splitting”, una scissione che consiste nel separare il sentimento dalla conoscenza, una sorta di micidiale freddezza che ad esempio viene messa in atto durante i funerali da persone che assumono un contegno non adeguato al luogo, al rito e al ruolo. Ma andare avanti nell’interpretazione del sogno di Darius diventa interessante e aizza la curiosità.

C’erano i miei vecchi compagni di classe e tutti erano vestiti eleganti per andare in una festa in discoteca alla quale io non ero stato invitato.”

In questa “stanza” della socializzazione, nella panoramica psichica dei ricordi significativi da visionare, Darius trova i suoi “vecchi compagni di classe”, trova la sua dimensione sociale e le modalità relazionali della sua adolescenza, trova i suoi crucci e i suoi conflitti, le sue recriminazioni e le sue difese. La socializzazione è stata per Darius la delizia e la croce della sua età giovanile, la sua spada di Damocle e il suo tallone d’Achille, l’oggetto ambiguo del suo bisogno e del suo desiderio. L’identità sociale deve possibilmente collimare con l’identità psichica individuale, quanto meno avvicinarsi e non divergere. Questa ricerca occupa lo spazio del sogno con picchi drammatici e punti veramente critici. Darius vuole essere del gruppo e della partita, ma non è “vestito elegante” come gli amici e “non è stato invitato alla festa in discoteca”. Darius è stato escluso dagli amici e non è stato invitato a simile consesso di disinibizione e di disimpegno psicofisico. Darius si vive male nel corpo e non trova le modalità di relazione idonee a stare tra la gente e con gli amici, oltretutto questi ultimi sono fatti oggetto del brutto sentimento dell’invidia. Darius non è escluso dagli altri, ma si esclude dagli altri per motivi ben precisi che il sogno enucleerà nel suo svolgimento. Intanto lo lasciamo con questo doloroso senso di esclusione e con l’amarezza di non essere stato invitato alla festa in discoteca, meglio di essersi escluso dalla compagnia e dalla gioia della comitiva.

Mi sentivo escluso.”

Si era già capito senza bisogno di alcuna interpretazione, ma è apprezzabile la consapevolezza di Darius di questa pulsione a sentirsi diverso e inferiore, soggetto di minor diritto e figlio di un dio minore. L’insistenza su questo tema e la riedizione di questo “fantasma” dispone per una disabilità reale di Darius. Evidentemente non ha ancora accettato e ben assimilato la sua diversità fisica. Quest’ultima l’ha vissuta nel senso letterale del termine come un qualcosa che non lo rende uguale agli altri e non come un attributo personale di cui prendersi amorosa cura. Aggiungo che la realtà di una disabilità fisica facilita la presa di coscienza e l’assimilazione psichica, mentre le disabilità psichiche supposte e oggetto di ossessione sono notevolmente più difficili da risolvere a causa del conflitto nevrotico che si portano dentro e dietro. Un giovane che si sente escluso perché ha una zoppia, ha un cammino psicologico più spedito perché deve razionalizzare una realtà di fatto, rispetto a un giovane affetto da una nevrosi ossessiva o da un disturbo compulsivo. La realtà fisica induce la presa di coscienza e l’accettazione psichica della disabilità, il superamento del complesso d’inferiorità e del senso d’inadeguatezza.

A un certo punto al centro della stanza compare un cavallo a dondolo e mi siedo sopra e vengo sbalzato avanti e indietro.”

Eccolo la disabilità e il trauma collegato!

Darius regredisce all’infanzia nella ricerca in sogno della causa del suo disagio giovanile, torna indietro dal presente in cui si trova a relazionarsi con i suoi compagni e a sentirsi escluso dalle loro dinamiche, al tempo in cui ha preso coscienza della sua disabilità e diversità, l’infanzia per l’appunto. Il “cavallo a dondolo” magicamente “compare al centro della stanza”, nella sua panoramica psichica. Darius ritorna bambino e “viene sbalzato avanti e indietro” senza riuscire a governare il movimento e il dondolio del classico giocattolo che si regala ai bambini sin dalla tenera età. Darius rievoca le difficoltà deambulatorie della sua prima infanzia, quando non riusciva a camminare bene e si vedeva diverso dagli altri bambini. Darius non governa il suo corpo e le sue gambe nello specifico e non si vede simile agli altri. Il senso della diversità resta anche quando la disabilità viene razionalizzata e il “principio di realtà” induce all’accettazione del proprio destino di vivente con quel corpo che è il tuo corpo. Il “cavallo a dondolo” viene evocato da Darius per attestare il tempo in cui il trauma viene assimilato, la prima infanzia. Inoltre la simbologia vuole che il bambino si equiparasse al “cavallo a dondolo” nel suo camminare ondeggiante.

All’inizio mi diverto, poi vedo che tra Matteo e Maura c’era qualcosa e questa tresca mi faceva star male e mi faceva sentire diverso.”

L’ambiguità del “cavallo a dondolo” giustifica il divertimento iniziale e il repentino cambio d’umore, “mi faceva star male” subito associato al “mi faceva sentire diverso”. Questo è il motivo per cui Darius si sente escluso dal contesto affettivo e seduttivo che vede protagonisti i suoi amici “abili” e “non disabili” Matteo e Maura. Darius non si sente adeguato e si preclude la possibilità di essere amato più che di amare. Quel “qualcosa” è dentro di Darius ed è la “tresca” che desidererebbe per sé e che nello stesso tempo si preclude perché si sente inadeguato. Ecco il conflitto tra il bisogno di amare e il complesso d’inferiorità, tra il bisogno di essere amato e il fatto di non accettarsi. Si può decisamente affermare che Darius è affetto dalla sindrome maligna dell’indegnità, del “non sum dignus” di religiosa memoria, dell’essere figlio di un dio minore, del senso d’inadeguatezza di fronte a una realtà affettiva che lo vede perdente sin dalla partenza. In effetti Darius è angosciato dall’amare, più che dall’essere amato e di quello che comporta l’amore dal punto di vista fisico, l’esercizio della “libido”, il far sesso e far sesso in due, un maschio e una femmina, Matteo e Maura.

Matteo entrava in stanza con una camicia e dei jeans e vedendolo mi sono sentito inadeguato.”

L’amico è il suo modello perché ha una ragazza e veste bene perché ha un corpo adeguato. Una semplice camicia e un paio di jeans per l’amico sono da fine del mondo, mentre per Darius, meglio per il corpo di Darius sono capi improponibili. L’inadeguatezza della persona disabile è fondamentalmente attanagliata nel corpo e soltanto di poi nelle facoltà superiori della cosiddetta anima o personalità. “Io sono il mio corpo” recita il primo comandamento di chi ha avuto l’ingiustizia naturale della diversità. Soltanto la “razionalizzazione” arreca sollievo là dove drastica regna la convinzione di aver subito un torto e di essere vittima di una scelta altrui senza essere stato consultato. Il sentirsi “inadeguato” è già un buon punto di partenza per ulteriori razionalizzazioni dello stato della disabilità. Per Darius si prospettano giorni migliori e prese di coscienza più mature. Darius adolescente è ancora tanto incazzato con se stesso, con gli altri e con il destino infame che lo ha voluto mettere alla prova proprio in quel corpo che per lui non può essere oggetto d’amore e che non può essere oggetto di odio.

Rilievi degni di nota sono i seguenti.

“Mi sentivo escluso”, “mi faceva sentire diverso”, “mi sono sentito inadeguato”; in queste tre frasi è presente il sentimento dell’esclusione, della diversità e dell’inadeguatezza e di tutto questo si è detto in abbondanza. Il “sentirsi” è ripetutamente chiamato in causa, la sensazione del disagio posturale e di poi psichico. Il sogno di Darius si può definire “cenestetico”, basato sul sistema dei sensi, un effetto a metà tra il sistema nervoso centrale e neurovegetativo: sento in primo luogo la mia disabilità, di poi ne sono cosciente.

Un altro punto rilevante è il “narcisismo” che vive e accompagna Darius, un “narcisismo” specifico che lo porta a concentrarsi su se stesso e sul suo corpo, a essere al centro dell’attenzione per farsi vedere e a esibirsi in vario modo per farsi accettare: non sono bello e fotomodello come Matteo, ma sono simpatico e faccio tanto ridere con le mie battute e, quindi, voi mi dovete accettare per questo motivo. In questa psicodinamica agisce il “fantasma del corpo” nella sua “parte positiva” e nella sua “parte negativa”. La prima non è considerata, mentre la seconda assorbe tutto il “fantasma del corpo”. Darius non razionalizza che la “parte positiva” del suo corpo si attesta nella vita e nella vitalità, perché domina nella sua psiche la disabilità associata al senso-sentimento del rifiuto. Darius è costretto a vivere con un corpo che non vuole e allora lo offre in pasto agli altri e lo critica prima che lo facciano gli altri. Con questa dinamica gioca d’anticipo e si toglie d’impaccio e agli altri toglie l’impiccio. La “parte negativa” del “fantasma del corpo” è dominante e assillante. Darius non si è evoluto dalla “posizione psichica narcisista” alla “posizione psichica genitale” e come tutti i narcisisti si fa del male da solo e si preclude la possibilità di amare e di essere amato, di far sesso con l’altra e non di continuare a masturbarsi la testa e il pene.

Darius deve recuperare la “parte positiva” del “fantasma del corpo” e deve razionalizzare il corpo vitale con una buona dose di “amor fati” e di amor proprio al posto del narcisismo bieco e che alla fine stufa e allontana coloro che sono sottoposti a spettacoli imbarazzanti e a volte indecenti.

Questa è l’interpretazione ampiamente commentata del drammatico sogno di Darius.

DALLA BOCCA … NESSUN SUONO

TRAMA DEL SOGNO

“Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.

In un punto un fosso era straripato.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.

Mi sono svegliata urlando.”

Miriam

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Domanda: chi di voi non ha mai sognato, anzi, non ha mai vissuto l’incubo di essere inseguito, di essere afferrato, di essere terrorizzato e di urlare senza emettere alcun suono?

La risposta è la seguente: tutti abbiamo fatto questo sogno.

Altro giro e altra domanda: chi di voi non si è mai svegliato gridando?

La risposta è la seguente: tutti ci siamo svegliati gridando.

Il sogno di Miriam, incubo incluso, è universale semplicemente perché è il prodotto psichico classico della “posizione psichica edipica”, della conflittualità con i genitori, della competizione con la madre e della seduzione del padre per quanto riguarda la figlia, della competizione con il padre e della conquista della madre per quanto riguarda il figlio. Universalmente siamo figli di padre e madre. I Latini dicevano che “mater semper certa est, pater nunquam” in grazie alla gravidanza e al parto e ammiccando sulla correttezza seduttiva e operativa della madre. Anche in assenza di padre e madre avviene il miracolo “edipico”, una “posizione” psichica evolutiva e altamente formativa. Essa viene vissuta ed elaborata dai quattro anni in poi e si trascina per quasi tutta la vita con alterne vicende tra l’onore, l’amore, il riconoscimento da portare ai genitori. Il bambino andrà dagli Appennini alle Ande per ritrovare l’amato Bene di una Madre, così come la bambina non sarà e farà da meno senza ricorrere a tanti trasferimenti orografici e allo spreco di tante utili energie.

Andiamo avanti con l’interpretazione del sogno di Miriam, meglio, con l’interpretazione del sogno di tutti quelli nati da madre e padre sotto la volta celeste.

Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.”

Miriam cammina e fa camminate, vive e osserva la vita. Questa donna è una fine indagatrice di se stessa e del mondo che la circonda, dei suoi umori e delle sue risoluzioni. Miriam non sta vivendo una buona contingenza esistenziale e la sua capacità introspettiva non l’aiuta, anzi le rema contro, così come la sua abilità a leggere gli altri e i segnali della gente non la sostiene nel verso auspicato. Le nuvole coprono il sole e offuscano il cielo: la lucidità mentale è in crisi. Non sempre si può e si deve ragionare e, allora, ben venga la pioggia che bagna “le strade” e le connota al femminile. Chi cammina cerca e anche con il cattivo tempo si possono fare eccezionali scoperte. Quando il sole è coperto, Miriam procede verso gli eventi che prepara e costruisce. Pensiero e azione si coniugano in lei in maniera proficua, come nell’azione sovversiva di un affiliato alla Giovine Italia. Aggiungo per amore della pace che la creatività non manca nel crepuscolo dei figli degli dei, gli uomini.

In un punto un fosso era straripato.”

Tanta madre tracima dal Profondo psichico, emerge dagli argini del canale fino a straripare: tanta madre e tanta femmina, tanta madre e tanta femminilità. Il sogno di Miriam si orienta verso l’esaltazione univoca dell’universo femminile ed eccede nell’allagamento del terreno circostante imbevendo le zolle di un’energia “genitale”. Dentro Miriam si profila la figura materna ed emerge con tutta la sua naturale energia inondando la personalità, i modi della donna e le modalità femminili. Da qualche parte e all’improvviso le scappa la mamma, a suo tempo introiettata per bisogni di identificazione psichica, e si profila la consistenza di un’operazione difensiva, sempre a suo tempo, salvifica: “io sono come la mia mamma e posso andare nel mondo con i miei connotati precisi e gentili”. Di tanta madre si vive, di troppa madre si muore: energia e identità si scontrano con la necessità dell’autonomia psicofisica.

Quante madri hanno ingabbiato le figlie?

Tantissime.

Trascuro il tragico risultato in riguardo ai figli, perché meriterebbe un trattato di ottocento pagine.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.”

La vita va e avanza con l’energia e la finalità che ogni figlia ha succhiato dal seno materno e ha maturato nel corso delle esperienze e dei travagli occorsi. La preoccupazione è a metà affanno e desiderio in una cornice d’attesa. Miriam sente la madre “dentro” venire “fuori” con quella forza che necessita al fine di essere utile. La figlia acquista la progressiva consapevolezza di quanto a suo tempo si è “imprittata” della figura materna, di quanta madre ha ingoiato e di quanta madre ha vomitato man mano che il prosieguo del cammino della vita si intervallava con le camminate della riflessione. Miriam “sa di sé” proprio in riferimento alla figura materna in un momento significativo e particolare della sua vita e della vita di lei. La sua vita è invasa dalla madre proprio quando quest’ultima offre il destro per l’impugnazione della causa di fronte al tribunale dei diritti delle figlie bambine. E Miriam risponde da perfetto avvocato che sa difendere le sue cause. Certo che l’inondazione della “strada” attesta di una emergenza materna veramente architettonica. Miriam è avvolta dalla madre, una donna che emerge imperiosa come Afrodite dalle acque del mare Ionio dopo essere stata formata dal seme di Urano e dalla schiuma dell’acqua salata.

Le bambine sanno come in certe circostanze dell’evoluzione psicofisica “sa di sale lo pane altrui”, specialmente se è quello materno, semplicemente perché non viene offerto al momento giusto per superficialità difensiva dell’augusta genitrice.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.”

Miriam ha paura dell’invadenza psicofisica materna per cui è rientrata in se stessa, si è chiusa in una difesa introspettiva alla ricerca di dare senso e significato al volto materno che si stava profilando dentro di lei, al come e al quando qualcosa era sfuggita dalle sue maglie per andare chissà dove in quel chissà quando. La paura riguarda sempre un qualcosa di reale e di visibile, altrimenti si chiama angoscia e viene dopo il panico. Miriam ha paura di non aver bene riconosciuto e sistemato dentro la madre, quella figura importante che l’ha sostentata e dalla quale ha attinto le energie buone per evolversi nel corpo e nella mente. Questo ripiego verso “casa”, questa fuga dentro se stessa è una difesa psichica intesa a reperire la ragione di tanto conflitto con la madre e di tanta paura di lei. Del resto, l’invadenza materna è stata consentita dalla figlia, per cui Miriam sa che non può mancare alla prova della presa di coscienza di tanto trambusto del corpo e della mente. La domanda utile in questa contingenza del sogno è la seguente: cosa è successo fuori di Miriam per avere tanta eco dentro?

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.”

Il padre, il padre “edipico” in prima fila!

Nel teatro psichico di Miriam dopo tanta Madre esordisce il Padre nella veste anonima di “qualcuno”. Miriam non può guardare in faccia il padre, altrimenti si sveglia perché il “contenuto manifesto” del sogno coincide con il “contenuto latente” e scatta l’incubo come difesa psicofisica. E se poi questo “qualcuno mi stava seguendo”, meglio. Se poi Miriam si fa inseguire da questo qualcuno senza volto, completamente anonimo come in un film di Hitchcock, la figura paterna da anonima diventa enigmatica. E se poi questo “qualcuno” che “mi sta seguendo” è “un uomo alto” che mi afferra “stringendomi”, come in un film di Dario Argento, ebbene, allora si tratta di un padre anche violento, meglio immaginato e vissuto tale dalla figlia Miriam. Quest’ultima, del resto, si è “voltata indietro”, simbolicamente si è rivolta al suo passato e ha ripescato la sue relazione “edipica” con il padre, i suoi vissuti per lungo tempo sperimentati nell’infanzia in riguardo alla figura dell’augusto genitore, “un uomo alto” come tutti i padri agli occhi e secondo il linguaggio simbolico dei figli piccoli. Anche secondo i desideri e i bisogni dei figli il padre è “alto” perché aristocratico e carismatico, un padre sublimato che assolve le mansioni semplici di garantire la sopravvivenza dei figli, di Miriam nel nostro caso. Anche un padre fisicamente basso è altissimo per i suoi figli. Eppure questo padre, che protegge e detta le regole del gioco, è soprattutto l’oggetto oscuro del desiderio e dell’angoscia dei figli, l’oggetto ambivalente della funzione fantasmica, l’oggetto immaginato dai sensi e indagato dalla modalità “primaria” del pensiero infantile. E come ogni buon “fantasma” il padre si scinde nella “parte buona”, quello che protegge, e nella “parte cattiva”, quello che punisce. Fondamentalmente resta una figura buona perché non divora i figli e non distrugge il proprio seme. Non è il gran sacerdote di Thanatos ed è distante dalla brutta Morte. Miriam sogna il padre amato e odiato, l’uomo che ha desiderato e temuto, sedotto e abbandonato. Miriam è partita dalla madre per concludere il suo viaggio “edipico” con il padre. Possibilmente la madre è stata la causa scatenante del sogno e dopo la partenza al femminile la figlia ha naturalmente evocato il padre nella sua nobiltà e nella sua plebea consistenza. E pensare che Miriam bambina desiderava essere stretta dal padre con tenerezza, quella stessa Miriam bambina che si puniva convertendo nell’opposto il suo istinto e il suo desiderio e facendosi punire dal padre giudice e censore. Miriam adulta ha possibilmente razionalizzato la figura paterna e l’ha riconosciuta, nel bene e nel male, come la sua ineffabile origine naturale, la radice psico-bio-socio-culturale.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.”

E’ il solito, universale, classico thriller: un uomo che ti insegue e l’urlo che non viene fuori dalla bocca.

Che non sia coinvolto anche Munch in questa operazione di scarico delle angosce edipiche e familiari?

L’urlo scarica la tensione nervosa accumulata durante il sogno e legata alla relazione ambigua e ambivalente con le figure genitoriali e, nello specifico, con la figura paterna. Quest’uomo vuol punire Miriam del suo interesse psichico e delle sue pretese di possesso. Meglio: Miriam espia i sensi di colpa legati all’espansionismo incestuoso nei riguardi del padre e alla competizione impari con la madre. Infatti, il sogno di Miriam parte dalla figura materna come causa scatenante per approcciarsi in maniera inequivocabile nel legame erotico e affettivo con la figura paterna.

Ma perché dalla bocca non esce mai “nessun suono” quando ci si trova in similari condizioni?

Tecnicamente perché, se si grida, si scaricano le tensioni e si può continuare a dormire e a sognare. Psicologicamente perché, se si grida, la psicodinamica “edipica” può essere portata avanti fino agli ulteriori e delicati vissuti. Miriam era satura delle tensioni legate alla sua “posizione psichica edipica” e il suo sistema psichico ha detto basta all’inquieto onirismo. Miriam è ancora giovane nel suo complesso di Edipo semplicemente perché si ripresenta senza mai definitivamente comporsi a livello emotivo e a livello razionale. Anche se nella vita da sveglia Miriam ha riconosciuto il padre e la madre, ottemperando al principale comandamento greco mitico e psicoanalitico, nella vita da dormiente conserva questo strascico benefico di una vitalità erotica e affettiva che ancora aspira a un suo appagamento anche traslato e a una sua compensazione anche questa traslata magari in altre figure del quotidiano e corrente vivere.

Mi sono svegliata urlando.”

Il “contenuto manifesto” era talmente tensivo e prossimo al “contenuto latente”, lo stress onirico era forte e di lunga durata, per cui il risveglio è salutare una volta raggiunti i termini della sopravvivenza e non esplodere dietro le sferzate della tensione nervosa. Non sto esagerando, meglio, sto esagerando per far capire che l’urlo è catartico come il risveglio ed è direttamente proporzionale alla carica nervosa d’angoscia accumulata nel formulare la trama del sogno. Dall’intensità dell’urlo si può misurare l’energia messa in moto e andata in prospera circolazione. Ma non basta. Dall’intensità nervosa dell’urlo si può valutare soprattutto l’intensità libidica della “posizione edipica”, quanto ancora resta in ballo della conflittualità con il padre e la madre in questa avventura delle umane passioni e in questa disavventura delle filiali pretese.

Questo e quanto.

L’interpretazione del sogno di Miriam si può acquietare.

QUANDO ARRIVEREMO A SIRACUSA

Quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver attraversato il Mongibello,

il grembo infuocato di cui tutti siamo figli,

quello che da sempre fa cenere e lapilli,

quello che scaglia pietre nere agli uomini codardi

e faraglioni ai miti forestieri nel blu del mare Ionio,

quello da cui vergine immacolata nacque Afrodite

con il suo primo fecondo sorriso,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo questa Kaaba siciliana,

insozzata dai perfidi sacrilegi delle dee Madri,

dai sordidi segreti dei Beati Paoli,

dai codardi riti dei Padrini,

da don Pirrone e don Batassano,

da padron Toni e Bastianazzo,

dalla Longa e la Lupa,

da donna Lola e cumpari Turiddru,

da Maria Lavava e Santuzza Minnipriu,

da Ciccino Cirinciò, quello del mulino,

dopo,

dopo il cimelio mitico e oscuro dell’Aìtne

che brucia i suoi eterni anni e i malcelati martiri,

dopo questo instancabile e bonario Vulcano,

ombelico osceno di nostra Madre Terra corporale

e dei suoi sotterranei cordoni incandescenti

che dai gradoni dei monti Climiti dell’ameno Carancino

arrivano al regno di Partenope,

passando per lo Stromboli

e riposando dolcemente nei Campi Flegrei,

dopo questo grembo sanguinante di intricati effluvi

che lentamente vanno verso il mare

come una greggia che ripete la favola bella

della metamorfosi del magma primordiale in pezzi di vita,

dopo l’orgoglio del Caos compiaciuto nella nera lava,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver bussato con buonagrazia alla spelonca di Polifemo,

il Ciclope che ancora vaga per gli eterni pascoli con i suoi montoni

e che con un solo occhio domina l’orizzonte dei migranti

scorazzando con lo sguardo indomito

da Scilla a Cariddi e da Cariddi a Scilla

in attesa di un altro assurdo Ulisse

da impalare come un trappista convertito ai Catari,

dopo quell’Ulisse,

dopo quell’uomo che ancora cerca qualcuno con la lanterna,

dopo Diogene il greco,

dopo Archimede che assaggia la Natura

e grida il suo eureka in ognidove d’Ortigia

dopo aver saputo di un punto d’appoggio

a favore degli inetti di buona volontà,

quella leva che solleverà il mondo

fin dove Ercole pose li suoi riguardi

a che l’uom più oltre non si metta,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo la terra dei misteriosi Sicani

e del mare che sta in mezzo,

là sulle irte scogliere dove le Sirene depongono il canto,

come le gabbianelle di primo uovo,

per lo sciocco marinaio infoiato di natural lussuria,

prima e dopo il folle volo

e infin che il mar fu sovra lui richiuso,

dopo,

dopo gli esuli Corinzi

delle doriche colonne e dell’umana polis,

dopo le stravaganze giuridiche dei violenti Romani,

spocchiosi e arguti per quello che alla Patria basta,

dopo i mosaici decadenti di Bisanzio

e i limoni portati in dono dagli Arabi

ai miseri braccianti di Avola e Pachino,

dopo i leziosi Francesi,

gli infingardi Spagnoli,

i monolitici Tedeschi,

i lassisti Borboni,

gli indolenti Savoia,

dopo gli ineffabili Italiani

e prima dell’amore di Federico lo svevo,

l’uomo mandato dal dio della Bellezza

a mostrare il morire della Morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

ancora dopo l’alcova mistica e carnale di Ades e Persefone,

gli dei innamorati degli oscuri anfratti e dei verdi prati,

sempre in vena di consumare sei semi di melograno in sei mesi

per dare vita alle messi di Demetra,

per dare un senso al logoro morire di un uomo

che sta tra il cielo e la terra e nel nulla più,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che Eros e Thanatos si sono baciati con Pathos,

dopo tutto questo e altro ancora che dirti non so,

la Pietra bianca ci verrà incontro nella luce

solcata dalle acque tormentate di Anapo,

colui che si occulta alla vista,

il demone che non ha più occhi

per vedere l’amato bene,

la ninfa Ciane

che nelle notti di Aprile ancora grida vendetta,

la donna aggrappata al cocchio di metallo temprato di Ades

per impedire il ratto della sua Persefone,

per trattenere il dio perfido dall’infamia sulla bella donna,

Ciane,

la femmina percossa dal vanitoso scettro di un uomo

e immantinente disciolta in acqua sorgiva,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

quando sentirai il lamento innamorato di Anapo

scendere da Pantalica come acqua di fiume

per incontrare Ciane,

acqua con acqua in un amplesso di carnali umori,

dopo,

dopo che la pietà di Persefone

ha condensato in chiare perle turchine di sonante acqua,

nel profondo oscuro di ogni uomo

l’eterno replay della vita e della morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che vedrai Aretusa finalmente e per sempre,

congiunta con Alfeo tra i papiri della fonte

dove Artemide ha posto i confini dell’eterno invisibile

per l’amata ninfa discesa nuda nelle acque fresche di Alfeo,

bella tra le belle

e appetita nella sua innocenza dal figlio del dio Oceàno,

e l’ha avvolta in una nuvola

per lasciarla cadere pioggia in quella fonte

dove ancora si bea con Alfeo

dei favori della dea e della forza del padre pietoso

che vede il figlio migrare per amore

tra le sponde dell’illustre mar Ionio,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che sentirai la rabbia di Archimede

scagliarsi contro quel miles gloriosus

che tangeva i circoli

che con grazia e arguzia aveva spianato sull’arenile di Ortigia

nella ricerca di un punto d’appoggio

per i suoi sogni di bambino curioso,

dopo che ascolterai il pianto del console Marcello

per quella mente anzitempo spenta

dalla furia omicida di un bieco romano assassino,

dopo,

quando la Pietra diventerà più bianca,

allora,

soltanto allora saremo arrivati a Siracusa nella luce,

in Pietrabianca,

nel vallone Carancino,

là dove Anapo ancora scompare

nella gola che lo porta al mare nel liquido grembo di Ciane,

là dove Aretusa e Alfeo ancora amoreggiano

nella fonte senza tempo tra i ciuffi dei papiri egizi

che Iside ha regalato ai felici amanti,

soltanto allora e dopo tutto questo

saremo arrivati a Siracusa nella luce,

nel luogo sacro della mega-kalo-gakathia,

dove la Morte grande, bella, giusta e buona abita

nei corpi di gente indolente e accidiosa

che ancora s’inebria con l’oppio della Bellezza altrui,

che ancora recita il mitico

“c’era una volta a Corinto, in Grecia”

e dopo,

dopo che avrai contemplato l’umana trinità

nel tempio greco di Athena,

nella moschea araba di Allah,

nella chiesa cristiana di Lucia,

dopo tanta incurante e sonnolenta Bellezza,

allora saremo veramente arrivati a Siracusa nella luce,

e soltanto allora potremo dire “ben venga il Nulla”,

il Nulla eterno,

il Nulla più,

a che non si possa più dimandare

perché tutto è stato visto nella luce,

perché tutto è stato contemplato senza nascondimento.

Belvedere di Siracusa, 10 luglio 2020 Salvatore Vallone

LA “COSA” PARLA 6

LE PAROLE DI UN SOLILOQUIO

Io sono un superficiale.

Finalmente ho una nuova visione di me:

un uomo presente dappertutto e a macchia d’olio,

privo di una minima fonte di dubbio anche negli esecrabili disguidi

che quotidianamente si presentano tra me e te.

La gente soffre le relazioni: questa è la verità!

Entusiasmo e superficie,

pacatezza e profondità

portano sicuramente a situazioni limite,

quegli stati borderlines da lune stravolte

a causa della collocazione infausta dei miei cieli e dei miei pianeti.

Mi inviti ad avere fiducia in me stesso.

Io non sono un formaggino!

Io sono un uomo,

un povero uomo pieno di problemi.

E questo tu lo sai.

Il telefono in America serve solo per attraversare l’Atlantico

e gli scatti si pagano in dollari,

per cui ti manderò a dire delle mie storie

e ti farò sapere dei miei sbalzi d´umore

in questi quindici giorni transoceanici

consumati a rivendicare al tuo cospetto la mia normalità.

Cosa mi manca?

Pago il vitto e pago l’alloggio,

ma sono eternamente in fuga da te e dai miei problemi.

Se mi fermo, sicuramente miglioro.

Se corro, immancabilmente mi frastorno.

Sono immerso in una confusa dialettica del tipo “aut-aut”.

O te o me, o lei o lui.

Si tratta di gelosie antiche

che ritornano dipinte anche sul cielo brullo di New York,

un cielo brullo e senza torri ormai.

Io sono un cretino,

un tipo che parla bene soltanto per telefono;

per il resto sono sempre ostile a me stesso e agli altri.

Pronto, chi parla?”

Io, nessuno e centomila dall’altra parte del filo!

Troppa gente e tante confuse immagini.

Tu con “non chalance” lasciati andare verso “A” o verso “B”

con un pensiero rivolto al nostro passato

e con una finestra aperta sul cortile della mia vita.

Abbiamo vissuto soltanto una breve relazione a Milano,

un rapporto meneghino

che mi ha trovato ancora una volta secondo,

un gregario che conosco bene ed ho già visto.

Altro che essere o non essere!

Non é questo il problema.

La verita` é che io vengo sempre dopo un anonimo qualcun altro.

Quante storie d’amore sono finite

per lo spettro dell’uomo che c’era

e per il desiderio dell’uomo che verrà.

La nostra è una relazione fastidiosa,

consumata tra gelosia e trasgressione,

condiscendenza e complicità,

comprensione e indifferenza.

Dentro di me avrei spaccato tutto il mondo,

ma non sono riuscito neanche a muovere un dito

per chiedere il permesso di parlare.

Io sono un testardo consolatore

di donne deluse e offese da altri uomini.

In maniera ottusa peroro una visione immatura di me stesso,

nonostante quella trentina di anni che mi trascino dentro

e che stendo ogni notte sul cuscino

prima di afferrare al volo il sonno che passa

per dimenticare i tuoi inquietanti seni,

i miei pensieri oscuri,

i fatti già vissuti e le scene già viste.

Da persona precaria viaggio da solo e mi dico:

io sono la partenza e l’arrivo,

la provenienza e la destinazione.

Si tratta di una sindrome cristologica?

Non credo proprio.

Io sono una stazione polivalente al servizio di un treno

che prima o poi imbarcherà ancora una volta una donna fragile

e in fuga da se stessa: un’ennesima femmina da consolare.

Lei immancabilmente mi troverà,

mi riconoscerà

e mi prenderà al volo,

come fanno i passeri nella stagione dell’amore.

Noi due?

Noi due non abbiamo niente in comune,

siamo due perfetti emeriti sconosciuti

e io sono un maschio che non condivide la virilità con il padre

a causa del suo difficile carattere.

Se casualmente io arrivo per primo,

con eufemismo tu mi dici che va tutto bene,

nonostante l’inflazione psichica galoppante

nella mia famiglia e nel mio seme.

Ricordo,

del resto come potrei dimenticare,

che un profondo sospetto mi fu insinuato da mia madre

mentre ero accovacciato sul camion di mio padre,

un bambino ancora incredulo di fatti e ingenuo di malattie.

Impaurito mi accingevo a inseguire le fantasie,

normali e contorte,

di un´omosessualità latente da anni.

Altro che liquidazione del complesso edipico!

Ero rimasto sotto le rovine del triangolo e della Sfinge

senza conoscere del primo la base, l’altezza, i cateti e l´ipotenusa,

senza aver risposto del secondo a uno straccio di enigma,

senza averne palpato almeno le tette di pietra.

Cosa hai fatto dei tuoi genitori?

Non ho amato il padre e la madre,

non ho odiato il padre e la madre,

non ho onorato il padre e la madre,

non ho riconosciuto il padre e la madre.

E tutto quello che ho fatto o è niente o non è abbastanza.

Sono rimasto a pensare,

fermo sul guado e con lo sguardo fisso all’orizzonte

come il degno prodotto dei tanti misfatti dei miei genitori.

Per non vivere il senso di colpa della trasgressione,

mi sono detto soltanto due piccole verità:

io non somiglio a lui,

io non somiglio a lei.

A chi mi rivolgo allora?

Ho deciso.

Io non voglio somigliare a mio padre!

In tal modo ho riseminato un trauma antico.

Un bambino avvisato è mezzo salvato

e mezzo distrutto dall’indifferenza paterna e dall´interesse materno.

Non resta altro che un ultimo tango a Parigi,

un ballo disegnato da un’incerta identità sessuale.

Chi sono io?

Dove vado?

A chi mi rivolgo?

A destra e a sinistra, in alto e in basso

io ritrovo sempre i confini incerti del maschile e del femminile,

i simboli di due vite diverse e con esigenze opposte,

una bigotta e l’altra platonica.

Ma tu, mia cara amica, ti ritrovi sempre lo stesso amante

che sessualmente non funziona e non ti soddisfa,

nonostante il suo benemerito giro del mondo in ottanta giorni.

Mi sposerai a scatola chiusa,

senza addurre sospetti e reati,

ma con tutte le prove di un feeling mancato

tra un uomo e una donna,

tra me e te.

E cosi sia!

Un uomo ha dei bisogni, una donna no!

Una donna può essere soltanto un’ottima amante

e in questo si esaurisce la sua essenza.

Del resto, i rapporti sessuali non servono soltanto per avere figli

e lo sperma non migliora, come il vino nelle botti,

invecchiando nei testicoli.

Mio padre ha formato una famiglia senza senso,

ma con tre paghe in più

per tre figli in eccesso.

Io, ormai, vivo solo per me stesso

e senza priorità generiche.

Ho idee vaghe sulla famiglia

e sono disabituato a dire “bravo” a un bambino furbetto.

Io,

con ritmo marziale da caserma,

vedo di fronte a me “o sole mio”

e un orso bruno al posto di mio padre.

Di volta in volta mi viene a mancare tutto

nella speranza di non avere niente di lui.

Niente mi va bene e niente mi piace,

non mi apro e non ricevo.

Non accetto alcunché.

Sono diventato impassibile.

Creatività e bontà,

dubbio e stupidità,

drasticità e menzogna:

tante volte mi ci vedo

e tante volte mi ci specchio in questo mare di premeditazione.

Ma di chi sono le idee?

Tra i tanti difetti evitati e i tanti comprati

l’errore non esiste:

faccio sempre e solo qualcosa per punirmi.

Le donne alla fine sono in gran parte positive

e non sono tutte troie.

Queste basse considerazioni mi ricacciano nella convenienza

di avere un padre amico:

e` meglio avere un padre amico,

piuttosto che un padre nemico.

E’ solo una questione di rispetto,

anche se si esige una vittima nel gioco subdolo dei ruoli.

Io non ho un’idea.

Non so distinguere tra invidia e vanità

e non conosco l’amicizia tra un uomo e una donna.

Un rapporto senza rispetto in una casa piena di figli

non e` preferibile alle pulsioni di una relazione d’amore

che oscilla tra debito e possesso.

Cosa sarà domani di me insieme a lei?

Io,

sintesi di desiderate fonti migliori,

resto ancora a me stesso un fascinoso e miserabile punto interrogativo.

LA “COSA” PARLA 5

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato d’infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza dell’ “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare è un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

LA “COSA” PARLA 4

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DEL COMPLESSO DI EDIPO

“Vanitas vanitatum”!

Un’amante, una moglie, un marito?

Il tempo lo dirà.

Bisogna attendere che le nespole maturino

e poi tutto, come al solito, finirà sul più`bello.

Tutto finisce”: il classico ritornello delle vicende umane.

Era anche scritto sul frontone di una cappella nel cimitero di Siracusa:

tutto finisce”.

Nella ciclicità culturale del 2 novembre

mia madre istillava al gregge dei suoi figli una sana paura dei defunti,

enigmatiche figure

che di giorno portavano i doni e i frutti,

ma di notte grattavano i piedi ai bambini cattivi.

E se i bambini fossero stati tutti buoni?

Ah, i bambini!

I bambini muoiono sempre di crepacuore

e ogni giorno un po’ di più.

Io non volevo più giocare con gli altri bambini

e la notte dormivo tranquilla da sola nel mio letto rosa.

Ma tu come vivevi quella persona che veniva a letto con te?

In tre nello stesso letto?

Era una sacra perversione.

Questa era una relazione sottobanco

che oggi sottolinea la bontà

e conferma la necessità di vivere da soli

anche se tu vivi con me

e fai sempre quello che vuoi.

Io non t’intrigo,

io non t’intralcio.

Cosa dirà il papà?

E’ stato sempre disponibile

e aveva scelto di stare con te senza di me.

Perché adesso mi tiri dentro la tua sozzura

e mi rendi complice di una separazione?

Ma il papà non pensa

e, se pensa, pensa male ciò che è bene.

Se guardi bene,

tuo padre ha solo la forza di lavorare come un mulo.

E poi,

queste pazzie verbali,

questi ammassi di parole cosa significano?

Tuo padre è tuo padre,

così come io sono io.

Inutili i rimpianti

anche se io insisto e persisto nel nulla.

E penso e ripenso

oh, se tu non mi avessi avuto da bambina!”

Oh, se tu non mi avessi avuto da donna!”

Oggi non avrei da ricordare

e, anche se è più triste non aver nulla da ricordare,

oggi non mi sentirei legata così stretta a te

fino a sentirmi soffocata da una cintura di cuoio.

Come non somigli in nulla a mio padre con i tuoi valori di scansafatiche.

Ben venga, allora, l’ozio,

lo sbafo, l’imbroglio e la truffa.

La malizia non è un gioco,

né una marca di deodoranti.

La malizia è un valore,

il tuo unico valore.

Tutto questo s’intravede nel tuo molare i cristalli con perizia

e nel tuo fatale “vissero tutti felici e contenti”,

per cui con tenerezza lanci sguardi dal tuo piedistallo

e stai bene solo se ti senti tanto amato da te stesso.

Io avrei mille premure e altre mille

e, se vuoi, lavo i piatti,

cucino e ti porto in ospedale per la quotidiana dose di metadone.

Ma sappi che io non sono così.

Ricordati sempre che i miei sono modi di essere

che tu mi hai appioppato

e che s’incastrano bene con i tuoi bisogni di coccole e di zoccole,

di coccole da zoccole,

coccole non da persona onesta e ligia al dovere in ogni caso.

Io non sopporto che tu approfitti di me

per non sprofondare nell’abisso delle tue pastiglie e della tua eroina.

Io non sono la tua ancora di salvezza,

un qualcuno che ti aiuta a ucciderti

e raccoglie il tuo vomito dopo l’ennesimo buco.

Questa vita non è poesia,

ma un cumulo di deliri che assolve te

e condanna soltanto me.

La cosa non è da poco.

Chissà,

chissà chi lo sa.

Ma io ci penso,

ci ripenso,

mi ci butto dentro,

cerco gli altri e dimentico me stessa.

La cosa non è male

se riesci a isolare lo stress

e a non inquinare tante situazioni della tua vita

con piena coscienza di causa.

Ma vai a piangere da un’altra parte, brutto tossico!

Prima però` aiutami a ritrovare mio padre.

Non vedi che sono pudica

e abbasso gli occhi come Lucia Mondella

ogni volta che mi guardi con fare ammiccante.

Oppure procurami l’eroina,

ma solo per amore e non per vizio.

Quale amore?

Tu conosci soltanto l’amore sbagliato,

quello di te stesso.

Il tuo vizio è di scavarti la fossa in qualsiasi momento della tua vita.

Tu sai solo farti del male,

tanto male,

per poi essere amato dalle deficienti come me,

quelle che hanno lasciato in giro per la stanza

la foto di un giovane papà in divisa da bersagliere.

Può darsi,

può darsi,

okay!

Almeno ti pensavo più fedele,

almeno fedele a tua figlia

che ha un anno di vita e il succhiotto ancora in bocca.

Vai,

vai pure ad ammazzarti.

La tua vita non ha senso?

E la tua morte ha senso?

La tua morte non interessa nessuno,

neanche le suore che sono abituate a piangere i defunti.

La società ha tolto il significato anche alla tua fine.

Chi resta deve difendersi dai sensi di colpa

seminati da un imbecille come te.

Non sei mai stato felice.

Quando hai cominciato a vivere,

il tuo era già un vivere male.

Prendi pure venti barbiturici al giorno,

ma ricordati che io lavoro in fabbrica con le presse

e devo essere sempre vigile

se voglio bene alle mie mani.

Ricordati anche che i genitori hanno sempre le loro colpe,

così come hanno avuto sperma nei testicoli e uova nelle ovaie.

Ma se tu in qualche modo ci fossi,

io non ti chiederei di aiutarmi,

ti lascerei da solo

perché a me tu in effetti non hai mai chiesto niente.

Tu non sai chiedere,

te ne sbatti delle buone maniere

e non sei motivato a vivere con gli altri

perché sei tutto preso da te stesso.

Adesso non parlarmi della Germania!

Cosa c’entra la Germania?

Sei diventato crucco?

I gelati e le gelaterie,

Berlino e il suo ex muro,

Amburgo e le sue puttane in vetrina,

Monaco e gli alcolizzati che pisciano per strada,

le troie per bene e le mogli degli alcolizzati,

le donne che gradiscono la flebo di libido per vagina,

una pratica sana

ma non adatta a chi ha le palle divorate dall’eroina

e il cervello attratto solo dal suo buco.

Cosa ricordi ancora di un viaggio in Germania

consumato nella ricerca di mezzo chilo di eroina a buon mercato

e da moltiplicare, come un buon Gesu`, in un chilo e mezzo di morte?

Della Germania ricordi le donne che non hai mai avuto.

Il tuo ago ha punto solo le tue vene,

non ha mai punto un’onesta crucca

in cerca di compensazioni sessuali

e pienamente assolta dal senso di colpa.

E non parlare ancora della Germania proprio tu,

tu che pensi che il nazista sia un particolare tipo di tossico.

E non c’entra niente

il fatto che tua madre non ha potuto mandarti a scuola,

perché saresti stato sempre e comunque un povero ignorante.

Tu sei così come sei

per i geni che ti hanno dipinto dentro.

Sei stato sfortunato sin dall’inizio della vita

e non perché tua madre era una vacca da quattro soldi

e tuo padre un ignoto per convenzione sociale.

Noblesse obligèe!

Vedi com`é puttana la vita!

Eri a un passo dalla nobiltà,

dal blasone,

ma sei nato da una zoccola e non da una madama.

Tua madre era bella e popolana,

ma si é fatta fottere nella stalla dal barone-padrone

tra i cavalli che cagavano balle di merda

con tonfo spesso e senza cantilena.

Il barone non aspirava di certo a diventare tuo padre,

lui voleva solo perdersi tra le cosce di tua madre,

tra gli olezzi della stalla, tra gli umori della vagina

e sopra due tette da premio “oscar”.

Più sfortunato di così?

Eri a un passo dalla nobiltà

e ti sei trovato pieno di eroina fino al cervello.

Pur tuttavia sei stato bravo,

perché potevi fare una fine peggiore.

La tua Germania serviva soltanto a comprare certezze con quattro soldi

e non a visitare le colonne dei diritti dell’uomo a Norimberga.

L´ammirazione nei tuoi confronti era quotata al novanta per cento

nei meandri della mia coscienza

e senza calcolare l´imposta sul valore aggiunto.

Mi ero innamorata di un eroe negativo,

di un fiore del male,

di un figlio di puttana.

Cosa vuoi farci.

Io, adesso, ho delle certezze

e posso mettere senza rispetto le mie dita

nelle piaghe della tua sofferenza.

Io posso permettermi un legame privo di scelta,

un legame per inerzia,

mentre tu non sai neanche lasciarti andare sopra di me.

A questo punto tireremo in ballo anche Freud,

ma, ti prego, lasciami finire questo discorso senza filo e senza rete,

consentimi di parlare in questo battibecco aggressivo e profetico,

fatto di auguri e di condanne,

di minacce e di vendette.

Può darsi.

Chi vivrà vedrà e forse lo vedremo entrambi.

Se esiste il cielo, la giustizia e il padre eterno,

vedrò, vedrai, vedremo, vedranno.

La ragione è sempre dei coglioni,

di quelli che non hanno fatto niente nella loro vita.

Chi agisce sbaglia sempre,

caro il mio dongiovanni da sagra paesana.

Ricordalo!

Chi agisce ha sempre fatto qualcosa

anche se porta a casa un figlio indesiderato.

Cosa tiri fuori adesso per queste quattro beghe da puttane,

beghe per un lampione illuminato,

beghe per un lampione fulminato.

E’ tutta colpa dell’ENEL!

Da qui a vent’anni,

da qui all’eternità,

Greta Garbo e Clark Gable,

noi non siamo divi di Hollywood

e la celluloide non ci appartiene.

Noi facciamo soltanto puzza di disgraziati!

Da qui a vent’anni, chissà!

Intanto mi offendi con i tuoi trenta all’ora

a cavallo della mia macchina lucida e oleata.

Impara a non dirmi frigida

proprio tu che sei impotente da eroina,

tu che legittimi il mio filo edipico senza alcuna obiettività.

Ognuno ha il diritto di difendere la sua mamma e il suo papà,

cattivi quanto e come sappiamo solo noi due,

ma pur sempre la nostra origine,

la nostra radice,

il nostro primo significato,

il nostro inizio del discorso,

il nostro prima di te,

il nostro prima di me,

il nostro prima di noi,

i nostri genitori,

la nostra mammina e il nostro papino.

Non arrabbiarti tanto.

Pensa,

se non ci fossero stati spettatori nel nostro film,

tu oggi non avresti il tifo dell’assistente sociale,

dell’infermiera prosperosa,

di un’esperienza mancata,

di una maternità delusa,

di un’ostetrica renitente alla leva.

Con tutte le cose che vanno e che vengono,

tu mi vuoi insegnare con autorità e sicurezza

i problemi che non sono problemi

camuffandoli con gli hamburger di pollo e maiale,

oltretutto farciti di puzzolenti crauti.

Salutiamoci per favore.

Buonanotte!

Non abbiamo risolto un bel niente anche stasera.

Abbiamo solo parlato, parlato a vanvera.

Abbiamo soltanto e solamente parlato a “tinchitè”,

come disse il maresciallo di Lampedusa ai poveri clandestini.

Così va bene!

Scusami, chi ha detto che il parlare risolve tutti i conflitti?

Non lo so.

Il tuo psicoanalista?

Non importa,

domani avremo ancora di che parlare fortunatamente.

Purché parola sia, il resto non conta.

Amen.

E dammi un po’ di coperta.

Buonanotte.

Spegni presto la luce dell’abatjour

e non consumare inutilmente la corrente

perché costa cara,

cara quasi quanto un etto di polvere bianca.

Non avere paura del nulla dei tuoi sogni,

pensa alle tue disgrazie

e sulle tue palpebre si riverserà, prima o poi, anche il sonno dei giusti.

Ricordati che per noi non è facile neanche morire.

Siamo stati fatti per le tragedie senza pubblico,

per quelle farse che non interessano nessuno

e che non fanno più ridere neanche i pazzi nei nuovi manicomi.