A EZIO

La Morte nulla toglie e tutto concede

a chi ha saputo lasciare un messaggio ai sopravvissuti,

a chi ha amorevolmente accettato il suo destino di uomo, “amor fati”,

a chi è stato attento e appassionato testimone del suo tempo e della sua cultura.

Thanatos è pietoso con l’uomo che è vissuto per la Musica e per l’Arte della Musica,

l’uomo che non aveva paura quando ascoltava la Musica,

l’uomo che invitava a onorare la Musica come il padre e la madre,

l’uomo che sosteneva che nella Musica c’è il Tutto, Dio, la Vita, l’Uomo,

l’uomo che invitava ad ascoltare la Musica per ascoltarci dentro e per ascoltare l’altro,

l’uomo che sosteneva che la Musica è necessaria come l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco,

l’uomo che insegnava la Democrazia della Musica e il potere magico che rende gli uomini uguali e umani,

l’uomo che sentiva la Musica come un sussurro e un disvelamento della Verità,

l’uomo che suggeriva di vivere la Musica come se fosse la prima volta, la prima di tante prime volte,

l’uomo che alla Musica da dato il primo e l’ultimo respiro.

Quest’uomo si chiamava e si chiama ancora oggi Ezio.

Ezio avvolgeva la Musica di “libido genitale”, la regalava come un dono d’amore alla gente che ascoltava le note dalla tastiera del suo piano o dal suo scanno di direttore d’orchestra.

La sua Musica è affetto,

è forza,

è piacere,

è conflitto,

è tenerezza,

è riposo,

è andamento,

è sturm und drang,

è soprattutto un dono.

Oggi, per rendergli lieve il cammino, voglio raccontargli una storia antica,

la storia di Orfeo,

una storia che Ezio conosceva a menadito e che non va mai a male,

la storia immarcescibile dell’origine della Musica,

il mito di Orfeo.

Orfeo era un poeta e un musico della Tracia, il figlio del re Eagro e della musa Calliope, intrigata in qualche modo con lo stesso Febo.

Orfeo era abilissimo a suonare la Lira che Ermes in persona aveva costruito per lui con un guscio di tartaruga e sette corde di budello di bue.

Orfeo cantava e suonava in maniera così soave

che ammansiva le belve selvagge,

commuoveva le aride rupi,

fermava il corso dei fiumi e ne incantava le acque.

La Natura si commuoveva al suono della sua Lira,

si muoveva insieme e muoveva i suoi insiemi.

La sua Musica era la voce del Tutto,

rievocava l’essenza della Vita,

toccava le corde interiori dell’universo.

Orfeo sapeva disoccultare la Verità e la regalava agli uomini elaborando

il Suono della Vita,

la Parola della Natura,

la Musica del Tutto.

Toccava le corde della Lira con l’abilità maieutica del musico che evoca le armonie profonde della Madre natura, figlio compreso.

La sua Musica ha preceduto Socrate e la metodologia antropologica nella ricerca della Verità.

Egli così pregava.

“In principio era la Musica

e la Musica era presso Dio

e la Musica era Dio.

Tutto in principio era Musica

e ogni cosa è stata creata per mezzo di Lei.

Nella Musica era la Vita

e la Vita era la Luce

che illumina ogni uomo

che viene in questo Mondo.

La Musica era nel Mondo

e il Mondo la riconobbe

e a tutti quelli che operano nel suo nome

diede il diritto di diventare figli di Dio.”

Era questa la mitica età dell’oro,

quando l’Uomo si concepiva parte della Natura e vivente tra i viventi,

“ilozoismo”,

“tutto vivente”,

quando la Vita era anche e soprattutto nell’apparente inanimato,

nel mondo degli atomi e delle molecole.

E Orfeo?

Cosa fa Orfeo?

Orfeo si innamora di Euridice, ma gli eventi gli remano contro.

Accade che il pastore Euristeo si invaghisce della bella donna e la insidia. Nel fuggire Euridice è morsa da un serpente velenoso e muore proprio nel giorno delle nozze.

Orfeo è sconvolto,

canta e suona il suo dolore ai mari e ai monti.

Con il suo pianto bagna la terra su cui cammina,

con i suoi lamenti commuove la Natura.

La sua Musica è in parte cambiata,

la sua Musica si è arricchita.

Rievoca le armonie del Tutto e risuona anche dell’angoscia di un uomo che non si rassegna a perdere la donna amata.

Anche gli Inferi ascoltano la crudele Musica di Orfeo mentre scende con la sua Lira nell’Oltretomba per cercare e per riportare Euridice alla luce del Sole.

E così Caronte si addolcisce,

Cerbero non abbaia,

Issione ferma la sua ruota,

Sisifo riposa sul suo macigno,

Tantalo non soffre la fame e la sete.

Si commuovono tutti i grandi del Mito e della Natura.

Anche Ades, il dio degli Inferi, e Persefone, la diletta sposa, sentono il tremolio dei sentimenti e lo struggimento del cuore, gustano il cordoglio.

E così concedono a Orfeo di ricondurre la sua amata Euridice nel mondo dei vivi, a patto che nella risalita non si volti a guardarla fino all’uscita dall’Averno.

Ma Orfeo non resiste alla tentazione.

Si volta a mirare Euridice e in quel momento la perde per sempre.

Orfeo tenta di abbracciarla, ma riporta vuote le braccia al petto perché Euridice è ormai ombra e nell’evanescenza scompare.

L’uomo appassionato ritorna sui suoi passi e tenta invano di convincere Caronte a traghettarlo al di là dell’Acheronte.

Orfeo rimane sulle rive del fiume per sette giorni senza toccare cibo.

Di poi, stremato ritorna nel mondo dei vivi e si ritira nel monte Rodope.

Per tre anni si chiude nel suo infinito dolore e giura di non voler amare più donna mortale.

Modifica la sua Lira,

toglie due corde alle sette volute da Ermes e rende il suono più triste e più cupo.

La Musica è cambiata,

non è più la rievocazione delle essenze della Natura,

non è più la rivelazione della Verità del Tutto Vivente,

non è più l’eco delle armonie naturali.

La Musica è l’espressione del dolore,

della sofferenza,

dell’angoscia degli uomini,

della loro Natura di viventi avulsi dall’universo

e dal godimento del Bene cosmico.

La Musica è l’espressione del Pessimismo umano,

della Natura matrigna

e Orfeo è l’artefice di questo nuovo Male.

La sua avversione è rivolta alle donne,

in particolare alle Dionisiache,

le seguaci del culto di Dioniso,

quelle che nei riti tendono alla fusione con il dio,

quelle che cercano il crepuscolo della coscienza,

quelle del capro e del pasto cruento,

quelle che mangiano la stessa divinità in maniera traslata,

quelle dell’orgia e dell’orgasmo,

quelle che insegnano i mirabili doni del cervello antico e della Follia,

quelle che uccidono il superbo Orfeo,

quelle che lo sbranano,

quelle che gettano la sua testa ancora cantante nel fiume Ebro.

E la testa del cantore giunge ad Antissa nell’isola di Lesbo.

Le Muse, la madre Calliope in prima fila, mosse a compassione, la raccolgono e la depongono graziosamente nel firmamento,

là dove ancora brilla la costellazione della Lira,

là dove ancora si offre allo sguardo stupito del viandante durante le serene notti di Agosto.

Resta aperta la questione sulla Musica,

sulla concezione della Musica come Natura,

sulla concezione della Musica come Artificio umano,

come riproposizione delle armonie cosmiche da parte dell’uomo,

come strumento della gioia e del dolore,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le sette corde,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le cinque corde.

Ezio ha ben combinato nella sua breve vita il contrasto, distribuendo all’Uomo quel che è dell’Uomo e alla Natura quel che è della Natura, sapendo restare in una cornice concreta di sacralità e di mistero.

Questa è stata ed è la Musica di Ezio, il suo Evangelo, la sua Buona Novella per i credenti e per i miscredenti.

Necesse est gratias agere.

Dovunque tu non sei e qualunque cosa tu non fai in questo nostro momento, “cura ut valeas”, amico mio!

Salvatore Vallone

pose in Pieve di Soligo, (TV), in Sua grata memoria, nel triste venerdì 15 del mese di maggio odoroso e dell’anno bisestile 2020.

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