AMARCORD

State tutti a casa.

Stiamo tutti a casa.

Casa?

Cos’è?

La famiglia,

la cucina,

il desco,

il letto grande dell’abitudine,

l’immensità dell’affetto,

tutto il detto e non detto,

la fuga sognata,

il riscatto.

E fuori?

Fuori c’è la cornice,

le figure ai bordi,

il buongiorno al barista,

il commento al calendario del gommista,

lo sguardo alle gambe di femmine in fiore,

la battuta sagace alle signore,

la politica all’edicola,

la diatriba decennale col prete sul senso del divino,

il ristorante coi tavoli all’aperto,

l’oste col vino.

Questa non è la casa,

ma è pur sempre una casa,

una palafitta,

una barca dondolante sul mare di un’immagine di sé

offerta senza pudore al miglior passante,

una fantasia da rotocalco,

un espediente,

la proiezione della miglior parte.

L’umanità, alla fine, tocca sempre da lontano e molto dentro,

ma mica lo sai quanto ce l’hai,

mica ti manca una stretta di mano molle e stanca.

Finzione,

necessità comune al mondo,

sorriso e tempra col giornale sotto braccio,

come l’amante a cui non mostri l’unghia incarnita,

la smagliatura,

la piega della pancia

o quella che ha preso da tempo la tua vita.

Il pubblico ora se n’è andato

e sono sola davanti alla ginestra che sta fiorendo

e che non posso condividere

vantandomi di esserne l’autore.

Questa recita mi serve,

mi appartiene,

è una parte di me,

forse non la più vera ma certo la migliore,

perché così assaporo

ciò che avrei voluto essere e non sono.

Aspetto,

torneremo al fragore degli applausi al circo

rivolti ai trapezisti che si tengono per mano

per non cadere giù,

nel buio del tendone.

Consuelo

Rimini, sabato 21 del mese di marzo dell’anno 2020

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