LA TRASFIGURAZIONE DELLA MORTE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato dei lumini di diverse dimensioni accesi.

Stavano in una conca grande come quella di un albero, ma senza l’albero.

La pioggia li spegneva, ma poi si riaccendevano da soli.”

Simone

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno mi è pervenuto a fine marzo, in pieno tormento individuale e collettivo da “coronavirus”, in piena ricerca di quella bussola che favorisce la navigazione tra i mari tempestosi dei “fantasmi” individuali e dei dettami collettivi di legge. Simone si imbatte nei suoi vissuti e cerca di contemperarli con i divieti ufficiali ricorrendo naturalmente, per sua formazione e disposizione psichiche, alla “Pietas” sulla Morte, alla consapevolezza del riconoscimento e della condivisione del fenomeno naturale del morire e manifestando la sua sensibilità verso la sacralità della memoria delle persone che la Morte ha portato via al nostro sguardo e al nostro gusto di sopravvissuti. In questa cornice psico-culturale Simone immette la sua emergenza psicologica, il suo bisogno di memoria, il suo bisogno di Padre, il suo bisogno di Madre nella naturale dipartita, nell’impatto con la Morte, escludendo il senso della fatalità e non confondendola con la Necessità naturale dei filosofi greci, gli atomisti per l’appunto. La Vita ha una sacra finalità e non si svolge secondo il gioco a dadi del Caso, né secondo l’immunità di gregge. Il suo sogno è l’allegoria della Morte individuale e universale, nonché della trasfigurazione della Morte individuale come salvezza dell’intera umanità. In tanta augusta impresa Simone si sostiene con i meccanismi onirici della “condensazione” per quanto riguarda la traduzione simbolica e della “figurabilità” per quanto riguarda la degna rappresentazione in semplici quadretti della trasfigurazione della Morte.

Ma tutto questo Simone non lo sa anche se lo fa.

Ho sognato dei lumini di diverse dimensioni accesi.”

Simone rappresenta in sogno un cimitero di campagna nelle notti d’agosto tra le tante e varie fiammelle, i fuochi fatui e le luminarie che i parenti accendono di tomba in tomba per illuminare la strada dell’aldilà ai cari defunti, per indicare la loro identità, per ridare loro energia, per ricordarli, per ragionare con loro intorno alla morte, per quel cumulo di simbologie che il “lumino acceso” condensa nell’elaborazione soggettiva e collettiva. Simone dà vita in sogno a un cimitero pieno di defunti diversi nel tempo e nello spazio, vivifica vite estinte e le surroga nell’energia caduca della cera che si consuma rischiarando, per quel poco che serve, la memoria di una vita spezzata e la speranza di una dipartita finalizzata religiosamente a una rinascita.

Una riflessione sul presente storico è d’obbligo.

Paradossalmente, ma non a caso, in questi tempi mortiferi avviene una “rimozione” individuale e collettiva della Morte, sollecitata per difesa dall’angoscia di finire la vita in una maniera ingloriosa e colpiti a tradimento da un invisibile sgorbio parassita di madre Natura con cui i Cinesi hanno giocato nei loro macabri mercati degli animali. Simone rievoca e rielabora il materiale rimosso secondo le coordinate psichiche che appartengono alla sua formazione umana, alla sua “organizzazione psichica”, alla sua evoluzione biologica e culturale, alla sua sensibilità etica e religiosa. Simone in sogno sublima la Morte e la rende bella e buona, se non in se stessa, almeno nella reazione fisica e simbolica degli uomini che hanno avuto la ventura di restare in questo mondo con le vesti di eterni bisognosi di un qualcosa che esiste e che si ha a portata di mano, anzi di Mente: la “coscienza di sé e della propria umanità”. Simone non ha dubbi che “questo è l’Uomo”, non ha le perplessità di Primo Levi dopo essere sopravvissuto allo sterminio nazista. Simone e tutti noi non sappiamo ancora di essere sopravvissuti allo stermino del “coronavirus”, sappiamo che dobbiamo vigilare sui “lumini accesi di varia dimensione”, sui morti di ieri e sui morti di oggi. Sappiamo che dobbiamo diligentemente vigilare sulla Morte, come insegna Cristo a detta degli evangelisti nella parabola della lampada a olio da mettere sulla finestra o da tenere accesa con la scorta d’olio perché non si sa quando arriva lo sposo, come nella parabola delle dieci vergini.

E cosa mi dice Simone delle luci accese dei camion militari che in fila e nella notte piovosa portano le bare dei tanti morti senza la “pietas” dei familiari e senza le esequie?

Cosa mi dice Simone dei feretri che vanno alla cremazione in qualche lontano comune di un’altra regione, a che non resti alcunché del loro essere corporeo infetto?

Cosa mi dice Simone dei mille e altri mille corpi defunti che non trovano ospizio nei cimiteri?

Almeno la “pietas” italica non ricorre alle barbariche fosse comuni degli americani in cui riversare i corpi inanimati della gente povera del Bronx.

Simone si dice in sogno che sono brutti tempi e che la dea laica della naturale Necessità impone questo tragico rito e questo lugubre esilio. Questa amara consolazione non basta, di certo, a lenire l’imponderabile leggerezza dei nostri sensi e delle nostre ragioni, del nostro essere psicofisico fatto per la Morte e dotato di consapevolezza della caducità del Corpo e dell’eternità della Psiche, quella energia che sente e concepisce, purtroppo o meno male, la Malattia mortale e l’ineluttabilità della Morte.

D’ufficio è doveroso aggiungere che la simbologia del “lumino” si attesta in un surrogato che abbraccia l’ambivalenza e l’ambiguità della Vita e della Morte, della Ragione e dell’oscurità crepuscolare, del segnale che la vitalità si consuma e procede verso l’inerzia della passività. Il “lumino” dice, in quanto piccola luce artificiale, che il timore e il tremore della Morte sono sempre alle prese e in combutta con la bellezza e la serietà della Vita.

Stavano in una conca grande come quella di un albero, ma senza l’albero.”

I morti stavano dentro questo cimitero in braccio alla Madre e senza il Padre. La “conca grande” è un simbolo del grembo femminile, così come “l’albero” rappresenta il Padre e il suo rassicurante potere. La Madre e il Padre sono gli archetipi dell’origine del Tutto, uomo compreso, condensano la Filogenesi, l’Amore della Specie, quella che sconfigge la Morte ma non la elimina, quella che consente di avere una Specie migliore e più forte tramite la Morte. I morti, rappresentati dai poveri e indifesi “lumini”, appartengono simbolicamente alla “parte negativa” del Principio femminile, la Morte, la Madre che dà la morte, e sono abbracciati e protetti dalle Moire greche, affinché il passaggio sia lieve e non oltremodo doloroso, dal momento che manca il Padre, il principio maschile che concede la forza della Ragione e della auto-consapevolezza. Il grembo oscuro della Madre riporta i suoi figli all’indistinto e all’indeterminato da cui provengono e li rifonde in un Tutto anonimo e senza alcuna Luce. Mai rappresentazione della Morte è stata così decisa nei tratti tragici che non contemplano una sopravvivenza dopo il travagliato viaggio della vita, quella vita che tanta speranza e illusione ha seminato e semina tra i viventi superiori, quelli che hanno la Ragione e la “coscienza di sé”, i Viventi più alti nella scala della Scienza e dell’infelicità. Ma la laica rappresentazione non è finita, perché il sogno di Simone si allarga alla Metafisica collettiva nella risoluzione dell’angoscia della morte. La soluzione che Simone dà a se stesso si può estendere alla “cultura occidentale”, quella che ha visto i natali nella culla felice dell’Uomo greco.

Vediamola.

La pioggia li spegneva, ma poi si riaccendevano da soli.”

La “pioggia” è la manna del cielo, una combinazione simbolica tra maschile e femminile, un simbolo dell’androginia. La “pioggia”, infatti, nutre la terra e gli uomini, lava i sensi di colpa, purifica le sozzure degli istinti, è una madre benefica che cade dal cielo, il luogo dei desideri, ma è anche un “principio maschile” perché abbraccia e ingravida la terra dei beni fondamentali per la vita. Simone fa scendere la pioggia per spegnere i “lumini”, per togliere la speranza e la memoria, per vanificare la Vita dell’uomo singolo tramite l’opera nefasta di massificazione operata dalla Morte. La Morte, con la “emme” maiuscola, non ha un viso e non ha una storia, non si è incarnata nella vita di una sola esistenza. La Morte è di tutti anche se è individuale. La Morte è un valore collettivo e individuale, ha una cifra psichica legata al vissuto culturale della massa e dell’individuo, quelle persone che in vita la concepiscono e ne prendono consapevolezza, “amor fati”, secondo l’amorosa accettazione del proprio destino, secondo l’abilità di colui che a lei si appella per farla morire attraverso il suo fare simbolico: la riduzione a simbolo. A tal proposito vedi le Religioni monoteistiche e il Buddismo. La “pioggia” di Simone, che spegne la vita e non vivifica, è la pioggia del “coronavirus” e dei camion militari che sotto la pioggia portano i feretri anonimi di uomini e donne verso destinazioni ignote e verso il fuoco purificatore della solitudine e dello stento, privi di quelle esequie, civili o religiose, che Simone ha immaginato nella disperazione e nella solitudine. Ma non può finire così, oltre il danno anche la macabra beffa. E allora in sogno Simone si riscatta e opera il miracolo del credente, dell’uomo che ha fede e che professa il valore della Vita e anche della Morte. Ritrova il messaggio e la funzione di Cristo: la resurrezione e la Vita eterna. Ed ecco che i “lumini” si riaccendono da soli, ecco che l’operazione magica converte e riscatta tutto il dramma, individuale e collettivo, proprio ritornando nelle dimensioni della “pietas”. Ogni cosa ha un suo nome e ogni cosa ha un suo posto, ogni cosa è riconosciuta e soprattutto la morte individuale, al di là della Morte collettiva e culturale. In questo tempo maledetto, dove tutto è ridimensionato e la gente cerca di rimuovere l’angoscia della Morte, il sogno di Simone dice a ognuno di noi che non bisogna dimenticare e reagire in maniera maldestra, bisogna vivere e non sopravvivere, perché il dolore della morte apre alla simbologia della Morte, a quel fare simbolico in cui la Morte muore. La “Pietas” arriva a vanificare la Morte brutta e massificante, contribuisce a esaltare la vita individuale con i suoi drammatici vissuti e i suoi contrastati valori.

Nel tempo del “coronavirus” Simone grida forte e alto “viva la vita” e viva quei “lumini” accesi e soli che nessuno e niente riescono a spegnere.

Cosa si nasconde in un cimitero di campagna brillante dei suoi magici e baldanzosi “lumini”?

E’ veramente cosa degna e giusta portare in risalto il nucleo psico-teologico in cui la Vita e la Morte si uniscono e sono la stessa umana e divina Entità, il mistero della Pasqua nella figura del Cristo risorto, la rinascita dell’Uomo figlio di Dio che dopo il Battesimo ha riscattato l’umanità dall’angoscia di morte e dalla Morte brutta.

Che vi sia dolce e buona la Rinascita nella vita e dopo la vita!

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