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INFANZIA E ADOLESCENZA

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

La costrizione psicofisica al chiuso, la restrizione dei contatti sociali e soprattutto l’angoscia di morte sono decisamente vissuti innaturali e traumatici per i bambini e per gli adolescenti, oltretutto perché prolungati e al momento indeterminati.

I “meccanismi e i processi psichici di difesa” dall’angoscia che innescano i bambini e gli adolescenti sono i seguenti:

“rimozione”, non ci pensano, dimenticano, trascurano, non ci filano dietro,

“onnipotenza”, ce la faranno, ne verranno fuori eroicamente,

“isolamento”, separano il pensiero della reclusione dalle sensazioni d’angoscia,

“annullamento”, convertono l’angoscia in un rituale elaborato o conosciuto,

“volgersi contro di sé”, si sentono in colpa e devono espiarla in qualche modo,

“spostamento”, riversano l’angoscia in un oggetto, il feticcio,

“messa in atto”, reagiscono alla vulnerabilità con l’azione, sono molto attivi,

“regressione”, tornano indietro a fasi superate dello sviluppo psicofisico,

“sublimazione”, pregano o fanno i buoni o chiedono perdono,

“altri meccanismi di difesa” dall’angoscia individuali e personali che non sono contemplati nei trattati di Medicina psicosomatica perché sono frutto della loro creatività e hanno il benefico risultato di alleviare il dolore e la sofferenza.

LA SOMATIZZAZIONE DELL’ANGOSCIA

La preoccupazione dei genitori deve subentrare quando l’angoscia dei figli si somatizza, quando il livello delle tensioni nervose accumulate non è più gestibile dal sistema nervoso centrale e periferico, per cui turba l’equilibrio omeostatico e disturba le funzioni psichiche e organiche. I bambini e gli adolescenti sono aperti alle novità proprio per la loro natura psicofisica. Hanno una buona duttilità mentale perché sentono che l’evoluzione organica è veloce e ben visibile, perché sanno che i processi psichici sono più lenti e richiedono tempo per essere assimilati. E’ questo il loro equilibrio: la consapevolezza incarnata nell’evoluzione e nella crescita, il vivere sulla pelle il divenire psicofisico, il pensiero ormonale.

Alla luce di questi fattori di gran pregio, consideriamo la crisi psicosomatica, il suo significato, la prognosi e l’intervento possibile da parte dei genitori. Preciso che tra i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia citati il più usato è la “regressione”, perché si presenta a portata di mano e risolve beneficamente un conflitto contingente. La “regressione” è dannosa se persiste e si struttura nell’adulto.

A questo punto elenco e spiego i disturbi psicosomatici, quelli che hanno una causa psichica e sono causati da uno scarico della tensione nervosa, angoscia, attraverso il corpo e in un disturbo degli organi e degli apparati che manda in tilt le funzioni psicofisiche. Bisogna considerare che trattandosi di uno scarico di tensione nervosa in sovraccarico, il disturbo è benefico perché riporta in equilibrio il sistema psicofisico di distribuzione delle energie.

I DISTURBI PSICOSOMATICI DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

La richiesta del “ciuccino”, oggetto transferale, esprime il bisogno di un appagamento sostitutivo in riguardo agli affetti e uno scarico della tensione nervosa. La madre e il padre intervengono e acconsentono nella difficile contingenza ai bisogni del figlio, provvedono a una loro maggiore e migliore presenza. La figura materna è importante per risolvere l’investimento affettivo del figlio nel ciuccino. L’oggetto transferale è considerato un prolungamento simbolico della figura materna.

Il “dito in bocca” e qualsiasi altro rituale personale del bambino non vanno censurati, vanno tollerati in silenzio e senza rimbrotti in quanto benefiche regressioni e compensazioni. Hanno la funzione di esorcizzare l’angoscia, per cui la madre e il padre devono provvedere a instillare nel bambino maggiore sicurezza e protezione con le parole e gli atti.

La “balbuzie”, un disturbo del linguaggio, indica la conversione dell’angoscia nella fluidità della loquela. Si tratta di angoscia, il bambino ha bisogno di essere tranquillizzato attraverso il dialogo per favorire la presa di coscienza della causa contingente. Chiama in causa il padre per ridurre la tensione, ma la madre serve per l’affettività.

La “inappetenza”, un disturbo dell’alimentazione, esprime un rifiuto affettivo e una forma di isolamento, ma è anche una richiesta d’aiuto. E’ una forma apparentemente autonoma di gestire l’angoscia attraverso una riduzione del cibo. L’abbraccio costante e premuroso è sempre la migliore medicina. Privilegiata è la madre, di valido concorso è il padre.

La “fame nervosa” è un disturbo alimentare che insorge per scaricare la tensione nervosa e per significare il bisogno affettivo inappagato. Chiamata in causa è la madre e in rafforzamento è richiesto il padre.

Il “vomito” è un disturbo digestivo ed è legato a un rifiuto della dipendenza affettiva e a una reazione aggressiva verso la mancanza di affetto che il bambino avverte in base ai suoi bisogni. La rassicurazione da parte della madre e del padre sulla sua richiesta ambigua si svolgerà con le parole e con i fatti.

La ”anoressia” contingente, il rifiuto del cibo, è un tratto psicofisico delicato che bisogna considerare ben bene. L‘angoscia è legata a un conflitto affettivo che include la madre e il padre, nonché il corpo. L’intervento di entrambi è finalizzato alla risoluzione della relazione con parole e azioni, affetti e riflessioni perché la scelta del disturbo è oltremodo significativa: un campanello d’allarme.

La “diarrea” si spiega con l’azione turbolenta dell’angoscia a livello gastrointestinale. Il sintomo descrive il rifiuto della contingenza drammatica e la paura accumulata e risolta con il rituale continuato dell’espulsione delle feci. Necessita l’intervento della madre e del padre in rassicurazione benefica e in spiegazione ottimistica dell’evento.

Il “mal di stomaco” si spiega con la richiesta di essere accudito e protetto, un momento di debolezza psicologica. E’ rivolto alla madre in primo luogo e al padre per quanto riguarda la sicurezza e la rassicurazione.

La “stitichezza” si attesta in una contrazione nervosa dell’apparato gastrointestinale e in una conversione dell’angoscia per significare lo stato di blocco psicofisico, la rabbia per l’inanimazione e la restrizione, la chiusura individualistica e il rifiuto dell’ambiente. Il padre è chiamato in causa per rassicurare e proteggere, mentre la madre interverrà per donare e per stimolare all’abbandono affettivo al posto di un inutile e dannoso isolamento.

La “encopresi”, farsi la cacca addosso, è un disturbo regressivo che attesta di un forte bisogno di dipendenza dalla figura materna e di un ricatto affettivo. È un mettere alla prova la quantità e la qualità dell’amore materno. Il bambino manipola i genitori per avere un tornaconto affettivo e per esercitare una forma di potere all’interno della relazione con i genitori. Bisogna capire le regole del gioco e far capire al bambino che il suo obiettivo si può raggiungere per via normale e senza ricorrere a stratagemmi non igienici. La madre sostenga e affermi la figura del padre. Quest’ultimo sia autorevole e non autoritario. Questo è un conflitto preesistente all’epoca del coronavirus e che si ripropone sulla scia dell’angoscia in atto.

La “enuresi”, fare la pipì di notte addosso, desta preoccupazione perché si tratta di un conversione d’angoscia importante, di una tensione nervosa forte al punto di aprire la vescica per scaricarla. L’angoscia di questi tempi non manca ed è angoscia depressiva di perdita. Entrambi i genitori sono chiamati a prendersi amorevole cura del bambino per la qualità del disturbo: affetto e parola per aiutare la consapevolezza dei contenuti dell’angoscia. Ovvio, niente rimproveri e derisioni.

La “asma” o le difficoltà respiratorie, del tipo “mi manca il fiato”, significano una richiesta d’aiuto per l’angoscia di essere abbandonato e lasciato solo, di perdere l’amore e la protezione dei genitori. Chiamata in causa in prima istanza la madre per la rassicurazione affettiva e di poi il padre per il rafforzamento psichico.

La “emicrania” è una richiesta di attenzione fatta indirettamente ai genitori e causata dal bisogno di considerazione e di affetto. Di solito il bambino ripete il disturbo che in famiglia ha visto nelle figure genitoriali e lo propone per i suoi bisogni contingenti. Madre e padre si mettono in allerta e vanno in sostegno.

La “insonnia”, difficoltà a prendere sonno, rievoca un disagio di abbandono e di solitudine, un’angoscia nell’affidarsi al sonno per paura di restare solo e perché il sonno viene equiparato a una forma di morte. L’insonnia contiene un bisogno di controllo dei genitori per paura che muoiano, per cui è necessario non perdere la vigilanza. Di solito basta il genitore del sesso opposto a risolvere il quadro. Se non funziona, tutti sul lettone!

“L’incubo” attesta di una turbolenza nell’elaborazione del sogno e la mancanza delle difese per continuare a dormire. E’ occasionale e si risolve accudendo e rassicurando senza grandi patemi d’animo.

La “pelle” parla attraverso l’eczema, il prurito, la dermatite, disturbi che attestano di una ricerca di contatto affettivo ed erotico da carenza, secondo il registro del fabbisogno infantile, Entrambi i genitori sono chiamati in causa e i padri devono essere meno renitenti a questa forma di relazione corporea con i figli.

La “ipocondria” si manifesta con la paura di contrarre la malattia in atto ed è una paura giustificata, più che una fobia o un’angoscia. Tratti ipocondriaci sono le esagerazioni del contesto epidemico e la forte reattività emotiva. I genitori sono chiamati a rassicurare e a bloccare con mille ragionamenti e carezze questa traslazione dell’angoscia di morte.

Il “pianto isterico” si riduce a una scarica purificatrice delle tensioni nervose accumulate, “catarsi”, e fa solo bene perché libera il corpo da un sovraccarico nocivo. Non va censurato, ma va capito e si deve procedere alla rassicurazione emotiva da parte di entrambi i genitori, sempre tenendo in considerazione che spesso la madre opera a livello affettivo e il padre agisce a livello protettivo.

La “stanchezza” è una richiesta di aiuto e non una negligenza in questi tempi. Il disimpegno è una forma di noia, una caduta del desiderio, una forma depressiva. I genitori devono capire, far parlare i figli e stimolare con la giusta volitività e senza forzature e tanto meno costrizioni.

La “noia” è un pesante disturbo dell’universo desiderante del bambino, è una psicopatologia del desiderio e una crisi della tensione a pensare un traguardo e a raggiungerlo. Un bambino che non desidera è diventato vecchio perché i genitori non gli hanno concesso la possibilità di fantasticare e di appagare i suoi bisogni con la sua ricerca e le sue riflessioni. In questa drammatica situazione la “noia” è contingente e non patologica, ma è sempre un segnale da non trascurare e da considerare dopo la tempesta. Il padre e la madre sono chiamati a un intervento deciso e invitante di fronte a una chiusura depressiva e a un ristagno emotivo.

La “frequenza a far la pipì” attesta di un bisogno di scaricare la tensione nervosa, legata alla paura del contagio e della morte, attraverso un rilassamento piacevole. Non dimentichiamo mai che l’impatto di fondo della psiche dei bambini è con questo tremendo “fantasma” e con l’angoscia depressiva collegata.

“L’isolamento” dal contesto della famiglia è un segnale delicato e degno di grande considerazione da parte dei genitori, perché attesta di una chiusura in se stesso, di una manovra autistica intesa a preservarsi e a conservarsi chiudendo le relazioni con il mondo e tenendo soltanto quelle con se stesso. L’intervento dei genitori deve essere immediato e forte nel ripristinare i contatti con il figlio, nel rassicurarlo e nel farlo esprimere sul mondo interiore che sta vivendo, sull’angoscia di morte che ha preso una via pericolosa per essere risolta. Il bambino che si isola, non parla e non collabora non è un bambino tranquillo.

Il “mutismo” è un annesso dell’isolamento e vale quello che si è detto in precedenza. L’angoscia ha tolto la parola e il bambino non trova la possibilità di scaricarla. Non è un capriccio, è un’incapacità momentanea e reversibile. Il padre e la madre ridestino da questo isolamento il figlio attraverso la pazienza e la prudenza al fine di risentire la voce che ancora non sa articolare la qualità del messaggio. Lo stimolo costante delle loro parole e dei loro discorsi è auspicabile e risolutore.

“Sbattere la testa contro il muro” è un sintomo pesante e pericoloso perché attesta di un bisogno del bambino di liberarsi dai pensieri funesti e angoscianti e di una sua incapacità a risolvere da solo la brutta storia che gli gira dentro la testa. E’ necessario farlo parlare per dare corpo al pensiero, fargli dire i brutti pensieri che la sua testa elabora senza che lui possa fare qualcosa per impedirlo. Di poi, bisogna tenere sotto controllo il problema evidenziato e affidare il bambino allo specialista in psicoterapia. I genitori devono essere sensibili e non minimizzare il nucleo psichico che il “fantasma di morte” ha tirato fuori con le sue costanti provocazioni.

“Dondolare la testa” attesta di un rituale fobico e ossessivo che il bambino usa per manifestare la ripetitività dei suoi pensieri depressivi e per esorcizzare la ritornante emozione di perdita. E’ un segnale delicato e pericoloso come il precedente, per cui i genitori sono chiamati alla identica reazione.

In conclusione non dimentichiamo i “segnali individuali” che attestano di uno squilibrio o di un disturbo. I genitori conoscono i figli e sanno che qualche gesto o qualche atto, qualche postura o qualche movimento ha un significato particolare per il loro bambino. Questi sono i “segni soggettivi” che si ascrivono alla creatività di ognuno di noi. Tutti abbiamo elaborato ed elaboriamo segnali per indicare a noi stessi e agli altri uno stato d’animo o un conflitto. Tutti diamo un senso a questa nostra fenomenologia o modo di apparire agli altri. I genitori possono decodificare questi segni dei figli e possono intervenire con sollecitudine e premura. La parola e la razionalizzazione sono sempre buoni compagni di viaggio in questa relazione d’amore. Esempio: mio figlio quando ha paura mette le braccia conserte oppure mia figlia quando è arrabbiata muove la gamba o le sopracciglia: et cetera, et cetera, et cetera. Buona fortuna in questo approccio con i vostri figli e che sia foriero di nuovi sentimenti e di proficue scoperte per i grandi e per i piccoli. E quando tutto sarà passato, ricordatevi di non dimenticarli.

POSTILLA CONCLUSIVA

Il chiarimento del quadro clinico è motivato dall’attacco psichico che subiscono i bambini e gli adolescenti in questa drammatica contingenza e dalla messa in atto dei meccanismi di somatizzazione.

Siamo in un ambito psicologico, ma non va assolutamente trascurato il dato medico.

I bambini non vedono i nonni e le figure affettive di riferimento: questo è un fattore traumatico e chissà quale vissuto stanno elaborando su questa assenza.

Parecchi bambini e adolescenti sono toccati intimamente da un lutto, la perdita del nonno o della nonna, per cui i genitori stiano attenti alla “razionalizzazione del lutto” e favoriscano le manifestazioni del dolore a garanzia di una minore “rimozione” e dell’uso di meccanismi psichici meno pericolosi in tale drammatico contesto di perdita.

Ricordo che stiamo vivendo sulla testa e sulla pelle un evento eccezionale che non possiamo assorbire a livello psicologico se non con tempi lunghi. Attualmente possiamo soltanto razionalizzare la realtà in atto e metterci il migliore riparo possibile, ma cosa del nostro pregresso psichico ha evocato il famigerato “fantasma di morte” lo sapremo, grandi e piccoli, cammin facendo. Di conseguenza preservare oggi i piccoli e indifesi bambini significa aiutarli a non accusare disturbi domani. Questa opera di prognosi va fatta dai genitori con la massima solerzia e sollecitudine, oltre che con il sentimento della “pietas”, condivisione e riconoscimento, che è il miglior alleato del sentimento d’amore.

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