RINALDO IN CAMPO

Gentile dottore,

mi può spiegare la reazione psicologica del sindaco di Messina di fronte alla gente che aspettava d’imbarcarsi nel traghetto? Non aggiungo altro, se non i miei ringraziamenti.

Carmelo

Messina, venerdì 27 del mese di marzo dell’anno 2020

Caro Carmelo,

La nostra “umanità” si attesta nei corpi e nelle menti, nell’inscindibile unità dello “psico-soma”. La nostra “umanità” abbraccia stimoli e risposte, azioni e reazioni, istinti e pulsioni, sensazioni e percezioni, sentimenti e affetti, fantasia e sogno, coscienza e riflessione, sapere di sé e sapere dell’altro, ragione e realtà, oltre gli attributi che non contemplo in questo momento. La nostra “umanità” non sempre è “humanitas”, perché spesso è scissa dalla “pietas”, dal sentimento di condivisione e di riconoscimento delle radici, dal culto del dio storico visibile nelle tradizioni, dalla mistica devozione verso l’altro.

L’evento evocato riguarda il sindaco di Messina, al secolo e alla cronaca Cateno De Luca, e il suo plateale intervento, davanti all’imbarco del traghetto in quel di Villa San Giovanni, inteso ad impedire l’afflusso in Sicilia di persone che in tempo di restrizione non avevano, a suo dire, rispettato la legge, una legge oltretutto contestata perché a sua volta non fatta rispettare dalle autorità preposte, organi di polizia e ministro dell’Interno in prima fila.

Caro Carmelo, la sintesi clinica, appena estratta dal corredo fenomenologico della Psiche, impone la seguente umanissima diagnosi: il soggetto manifesta protagonismo narcisistico, identificazione proiettiva, onnipotenza messianica, reazione paranoica, disconoscimento del limite e rifiuto dell’autorità.

La Fenomenologia attesta questi tratti psichici, altamente problematici e conflittuali, impliciti nelle pulsioni, negli atti e nelle parole. Il sindaco di Messina dà il meglio di sé, psicologicamente parlando, proprio perché è stimolato dall’emersione del suo “fantasma di morte” e dall’angoscia evocata dalla contingenza storica. La reazione è squisitamente personale anche se intenzionata al suo popolo messinese e per estensione a tutto il popolo siciliano, me stesso e me medesimo escluso. In queste scene, che oscillano dal drammatico al comico, il primo cittadino di Messina si fa paladino dell’attuale “Opera dei pupi”, visto che ci troviamo in Sicilia, nella difesa della gente dalla minaccia di morte che viene dall’esterno. Orlando e Rinaldo si assommano nella figura del sindaco e non si sfidano per la bella Angelica, ma per quella congiura mortifera, ordita dalla ministra e dalle forze del cosiddetto ordine, contro i Siciliani, meglio contro il sornione popolo siciliano in cui il sindaco pericolosamente si identifica. Il nemico non è il “coronavirus”, ma il governo incapace e le forze dell’ordine che non fanno il loro dovere. Di fronte a tanto minaccioso disordine il sindaco di Messina si erge a difensore della vita del suo popolo ed espone il suo corpo alle autovetture per bloccare l’ingresso in Sicilia dei poveri malcapitati che, in obbedienza alle disposizioni di legge, erano arrivati dal Belgio, dalla Francia, dalla Germania e da quelle parti del mondo in cui si sono imbucati gli emigranti o i migranti siciliani. Il sindaco interpreta all’ennesima potenza il suo ruolo e si pone a baluardo invincibile della salute civica e civile. La loquela fluida non gli manca e le parole fanno da degna cornice a tanta oscena retorica e a tanta decadente sceneggiata. L’atteggiamento persecutorio e istrionico è in linea con i personaggi che popolano da trent’anni lo schermo televisivo e i palchi della politica e dei giornali, comici e narcisisti, i soliti noti e i lucidi dementi. La sceneggiata del sindaco non sorprende nessuno perché è nel corredo delle quotidiane comiche televisive. Sicuramente è stato preceduto da personaggi più bravi e altolocati. Sorprende il fatto che il tradizionale spirito ospitale, classico dei siciliani, sia stato usurpato dai messaggi, altrettanto classici negli anni cinquanta in quel di Torino e di Milano e in disprezzo dei siciliani, di un sindaco in chiara confusione mentale e non soltanto. Sembra tornato il tempo degli sbarchi degli africani clandestini e delle tragiche parodie di quel ministro degli Interni che ha fatto scuola, come si vede, nei Licei dell’odio e nel teatro dell’assurdo. Pensavamo di esserci liberati di tanta malora ed ecco che ritorna in auge un pessimo imitatore che usa gli strumenti della sua contorsione psichica per attirare le allodole e i minchioni, come se l’arte della Politica fosse fatta da esternazioni pubbliche e pubblicitarie, da gesti inconsulti e plateali, da espressioni di una follia in odore di santità.

Vediamo da vicino le incongruenze.

Il sindaco dice di aver rifiutato le interviste e il palcoscenico per poi negarsi e convertirsi nell’opposto, nel massimo dell’eclatanza e con gli atteggiamenti fieri ed eroici del salvatore della vita dei siciliani contro la minaccia di contagio e di estinzione degli abitanti dell’isola a opera di cento e passa emigrati che con famiglia e figli ritornano nella loro casa in pieno ossequio al diritto nazionale e internazionale.

Il sindaco si scusa con i giornalisti per essersi negato alle loro interviste e dice di essere stato inseguito dai cronisti medesimi apparendo loro snob e cagone, qualità che negli effetti, secondo lui, non possiede. Non basta.

Il sindaco dice che avverte sulla sua pelle la morte che imperversa in Italia e che sente i tanti morti della penisola come chiodi conficcati nelle sue carni. La componente cristologica e soteriologica appare in tutta la sua luce messianica.

Il sindaco si mostra come colui che disvela le verità di uno stato insano e di un governo idiota che fa leggi inutili perché “finzioni”, finte perché non le fa rispettare e quindi non le incarna. Abbasso la ministra dell’Interno e viva i sindaci d’Italia che affrontano sulla loro pelle problemi tragici. L’Italia deve sapere quanto sono eroici e intelligenti i sindaci e quanto sono inetti e imbecilli quelli che ci governano.

Dice di sé il sindaco di Messina “noi siamo qui” davanti a questo ponte del traghetto che da Villa san Giovanni porta a Messina, un plurale “maiestatis” che è degno di chi è costretto dal Governo a usare la creatività e la fantasia per parare i colpi dei ministri ignoranti e per porre rimedio con mille espedienti alle incongruenze dei governanti. Tutto questo sempre a favore dei cittadini. Il sindaco è il suo popolo, non è il signor Cateno De Luca che è stato eletto sindaco anche dopo la recita di un “pater noster” sotto il suo balcone, ma il sindaco si identifica nel suo popolo. E’ il popolo che lo ha scelto e lo vuole per fare tutto quello che fa e sta facendo sempre e soltanto “pro e coram populo”. Non è Dio che lo vuole, ma sono i cittadini indifesi che hanno armato la mano dell’eroe e del salvatore, l’uomo della Provvidenza che oppone il suo corpo alle macchine di quei siciliani che sono stati lasciati andare dalla polizia per seminare il virus e spargere la pandemia come i semi di grano nelle pianure felici della Sicilia. L’eroe di Eschilo disocculta il progetto della strage progressiva dei siciliani da parte dello Stato e intanto questo personaggio eccezionale,sempre della Provvidenza, lascia uomini, donne e bambini a soffrire il freddo e in attesa di poter approdare a Messina con tutti gli obblighi richiesti dalla Legge, quella che il sindaco disconosce in prima persona proprio lui che la invoca. Nell’identificazione proiettiva nei cittadini bisogna riconoscere che il sindaco non è originale e che prima di lui presidenti del consiglio e ministri e capi di partito si sono riferiti ai cittadini per giustificare le loro discutibili e incresciose azioni con la famigerata frase “la gente mi dice”, “la gente mi chiede”, “la gente vuole”.

Mi fermo nella speranza di avere chiarito con la necessaria ironia un quadro psichico veramente grave e una questione sociale delicata proprio per l’ingiustizia subita da parte dei migranti siciliani e perpetrata dalla lucida follia di un personaggio regolarmente eletto a capo di un comune e di una comunità.

Nell’analisi dei dati ho esaminato i seguenti tratti psichici: il protagonismo narcisistico, l’identificazione proiettiva, l’onnipotenza messianica, la reazione paranoica, la negazione dell’autorità.

Il quadro psicopatologico è una sintesi del tempo storico che dal 1990 a oggi ha dominato la vita pubblica e politica con i vari personaggi caricaturali che sono assurti a verità esistenziali incontrovertibili perché votati o seguiti a teatro o in piazza dal popolo. Imprittati dal capo del partito personale che li porta direttamente in Parlamento, dal cavaliere senza cavallo, dal comico sdentato come il vecchietto del west, dallo sceriffo con la stella di latta, dagli storici chissà di quale arte o senza arte e né parte, dai direttori di giornali in avanzata senilità, dai giornalisti da avanspettacolo, dagli psichiatri pazzoidi, dai filosofi isterici, gli attori successivi hanno recitato e recitano le caricature del tempo storico e hanno proposto l’allegoria del capocomico che dà parola agli istinti più bassi e ferini della folla, facendo un uso demagogico della parola e suggestionando le masse con l’illusione di essere attrici protagoniste della farsa che sta recitando. Il sindaco di Messina è la copia, bella o brutta a vostra discrezione e bontà, dei tanti maestri che ancora recitano il pericoloso dramma di Narciso sul palcoscenico dei media e sulla piattaforma della politica.

Vade retro, Satana!

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