QUINTO ORAZIO FLACCO

POESIA D’AMORE E DI MORTE

EPODO XIII
Horrida tempestas…

Horrida tempestas caelum contraxit et imbres

nivesque deducunt Iovem; nunc mare, nunc siluae

Threicio Aquilone sonant. Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua,

et decet, obducta solvatur fronte senectus.

Tu vina Torquato move consule pressa meo.

Cetera mitte loqui: deus haec fortasse benigna

reducet in sedem vice. Nunc et Achaemenio

perfundi nardo iuvat et fide Cyllenea

levare diris pectora sollicitudinibus,

nobilis ut grandi cecinit Centaurus alumno:

“Invicte, mortalis dea nate puer Thetide,

te manet Assaraci tellus, quam frigida parvi

findunt Scamandri flumina lubricus et Simois,

unde tibi reditum certo subtemine Parcae

rupere, nec mater domum caerula te revehet.

Illic omne malum vino cantuque levato,

deformis aegrimoniae dulcibus alloquiis.

VERSIONE LETTERALE
Un’orribile tempesta…

Un’orribile tempesta chiuse il cielo e le piogge

e le nevi tirano giù Giove; ora il mare, ora le selve

risuonano del tracio Aquilone. Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro, la vecchiaia sia sciolta dalla fronte corrucciata.

Tu porta i vini spremuti sotto il mio console Torquato;

tralascia di parlare delle altre cose: un dio forse con propizia vicenda

riporterà a posto queste cose. Ora anche giova spargerci

con il profumo di Achemene e con la lira di Mercurio

sollevare i petti dai crudeli affanni,

come cantò il nobile centauro all’alunno adulto:

“O invincibile, nato fanciullo mortale dalla dea Tetide,

ti rimane la terra di Assaraco, che le fredde correnti

del piccolo Scamandro solcano, anche il rapido Simoenta,

da dove a te le Parche con il filo infallibile hanno troncato

il ritorno,né la madre azzurra ti riporterà in patria.

Laggiù ogni male allevierai con il vino e con il canto,

dolci consolazioni della deturpante tristezza.

VERSIONE LETTERARIA
Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose

e una bufera di neve ci travolge; la tramontana

sibila tra gli alberi e sopra il mare. Prenditi, o amico mio,

tutto quello che la vita ti dà e, se ancora le forze decorosamente

ti sostengono, non angosciarti al pensiero della vecchiaia.

Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato

e non parlare d’altro: forse, con il mutare della sorte,

un dio volgerà tutto verso il meglio. Adesso non rimane

che profumarci di essenze orientali e allontanare

dal cuore con la musica l’angoscia del domani.

Queste sono le parole di Chirone, il suo congedo per Achille:

“Giovane invincibile, nato mortale da una dea,

la terra di Assaraco, solcata dalle acque rapide

e gelide del Simoenta e del torrente Xanto, ti attende.

Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno

e neppure tua madre, azzurra come il mare, potrà ricondurti in patria.

Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,

la fugace tenerezza di un conforto

all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

COMMENTO

Si pensa che Orazio abbia scritto questo epodo nell’anno 42 a.C. sul modello del greco Archiloco (nato a Paro nel VII° secolo a.C.) e sul campo di battaglia di Filippi, magari nell’intervallo tra la disfatta militare e la morte di Cassio o addirittura dopo la rotta definitiva dell’esercito di Bruto.

Un’altra ipotesi vuole che questa poesia sia stata scritta nel 41 a. C., proprio quando Orazio si trova in compagnia di altri reduci ed è angosciato dalla sua futura sorte, più che dei mali politici di Roma.

Probabile è il tempo e plausibile è l’occasione.

Il componimento è particolarmente originale e anomalo, dal momento che nel suo sviluppo è privo della violenza giambica, una poesia pacata dal tema epicureo, a lui tanto caro, dell’inesorabile trascorrere del tempo e dell’altrettanto inesorabile evento della morte.

Orazio tenta di sublimare quella tremenda angoscia di morte che esiste soltanto durante la vita, proprio quando la morte non c’è e sempre seguendo e sorbendo il potente farmaco del filosofo di Samo.

Il tempo, la vecchiaia, il vino, il canto e la sorte sono temi oltremodo ricorrenti nel sentire filosofico e poetico di Orazio, oltretutto presenti a larga vena nel suo universo psichico profondo sotto forma di energici fantasmi e di mitiche simbologie.

Orazio proietta le sue umane angosce nel paesaggio invernale dominato da una terribile, quanto naturale, tempesta.

L’inquietudine dei tempi successivi alla disfatta di Filippi, le drammatiche vicende politiche romane, la caduta degli ideali libertari e repubblicani destano un impetuoso ribollimento del suo animo e il furore giovanile si realizza nell’asprezza veloce del giambo.

Pur tuttavia negli “Epodi” il furore civile appare retorico e di poco spessore, così come l’avversione verso personaggi a lui ben noti per i vizi e le viltà, mentre sono sentiti e consistenti i temi dell’amicizia sincera, della trepidazione nei confronti delle persone care, della vita agreste, del pensiero della morte e della conseguente strategia esistenziale di cogliere l’attimo della gioia fugace, dell’oblio e del conforto che il vino offre nel variare lo stato di coscienza e nel risolvere l’angoscia profonda del momento.

Orazio avrà anche atteso durante la stagione invernale attorno al fuoco e insieme ai suoi commilitoni la fine della burrasca politica in Roma, ma nell’epodo considerato è pressante la richiesta all’amico di mettere in tavola buon vino vecchio per allontanare i tristi pensieri, il motivo della fugacità del tempo e della necessità di godere le poche gioie di una vita breve e incerta, richiesta e motivi che richiamano il saggio insegnamento del centauro Chirone, il precettore del piè veloce Achille, di obliare nel vino e nel canto ogni affanno prima di soggiacere alla dura legge del Fato, la tragica sentenza ratificata dalle Moire, Cloto, Atropo e Lachesi, le divinità femminili della morte.

Chirone predice, “cecinit” è un verbo classico delle profezie, al suo allievo la morte immatura nella terra di Troia, “te manet Assaraci tellus”, per favorire la presa di coscienza e l’accettazione della morte riducendo al minimo l’angoscia del figlio della dea marina Tetide e dell’umano Peleo.

Il testo poetico è costellato di motivi filosofici epicurei:

“………………………Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua

et decet…”,

“……………………………Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro…”.

Questi versi rievocano e rielaborano il farmaco di Epicuro sul tema della tirannia del tempo che inesorabilmente fugge e della crudeltà della giovinezza che inevitabilmente sfiorisce.

L’angoscia del domani si risolve nel terapeutico “carpe diem”, nel mancato affidamento al futuro e nel “Cetera mitte loqui…”, “Tralascia di parlare delle altre cose”, una rimozione parziale e metodica, quanto ardua da realizzare.

Si tratta del farmaco epicureo collegato al tempo e all’impossibilità di parlare di esperienze non vissute come la morte, un fantasma psichico dominante in Orazio e un tema poetico ricorrente nella sua poesia.

Ode I, 9, versi 13…18:

“Quid sit futurum cras fuge quaerere, et

quem fors dierum cumque dabit, lucro

appone, nec dulces amores

sperne, puer, neque tu choreas ,

donec virenti canities abest

morosa.”

“Evita di ricercare che cosa accadrà domani, e

ogni giorno che la sorte darà, ascrivilo

a guadagno, non disprezzare i dolci amori,

o giovane, e neanche le ritmate danze,

finché da te fiorente la vecchiaia lamentosa

è lontana.”

Si rileva in questi versi anche il tema della sorte, del destino o del caso che governa la vita di ogni uomo ancora prima dalla nascita, come si desume dal mito platonico di Er, l’eroe armeno morto in battaglia e ritornato sulla terra per riferire agli uomini sull’anima, sulla sorte, sulla scelta, sulla necessità fatale e sulla drammatica funzione delle terribili Moire, la filatrice Lachesi, la tessitrice Cloto e la drastica Atropo, le figlie della Necessità.

Ode I, 11, versi 7 e 8:

“…………………Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.”

“………………..Mentre noi parliamo, il tempo invidioso

sarà trascorso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani.”

L’invito è rivolto a Leuconoe, la donna reale o immaginaria “dalla limpida mente”, una donna innocente o ingenua che Orazio seduce con versi incisivi quanto sintetici.

Ma la mente del poeta non è certamente limpida come quella di Leuconoe, perché il contenuto rivela un atteggiamento epicureo apparentemente sereno di fronte al tempo mortifero, un vissuto ricco di sottile e struggente malinconia.

Ode II, 16, versi 25…28:

“Laetus in praesens animus quod ultra est

oderit curare et amara lento

temperet risu: nihil est ab omni

parte beatum.”

“Lieto del presente l’animo eviti di preoccuparsi

di ciò che è al di là del momento e stemperi le amarezze

con un sorriso sornione: in nulla esiste

una felicità compiuta.”

Un farmaco proficuo e decisamente epicureo sottende un pacato pessimismo e una blanda rassegnazione dettata da un’esperienza di vita ormai disillusa degna di un uomo precocemente invecchiato che ha saputo di sé: la vita è amarezza e la morte risolve prima o poi la sottile e prolungata sofferenza.

La felicità compiuta non appartiene all’uomo e l’atarassia si profila come la giusta terapia nella forma di una felicità imperfetta perché collegata al vissuto intenso del momento.

Ode III, 8, versi 17 e 18:

“dona praesentis cape laetus horae,

linque severa.”

“cogli lieto i doni del tempo presente,

tralascia le gravi cose.”

Orazio celebra la ricorrenza dello scampato pericolo di un albero caduto senza danno per la sua vita e invita Mecenate ad apprezzare i doni del presente come la vera amicizia, il bel conversare e la dolce alienazione del vino.

Anche in questi versi ritorna il tema del tempo ambiguo e dell’atarassia benefica.

Ode III, 29, versi 41…43:

“…………………Ille potens sui

laetusque deget cui licet in diem

dixisse: “Vixi”:……………“

E’ signore di sé

ed è felice chi può dire a se stesso ogni giorno:

“ho vissuto”………….”

L’autonomia psichica e la felicità pacata sono collegate all’intensità delle esperienze vissute giorno dopo giorno e in prima istanza alla capacità di saperle vivere con la giusta misura.

Epistola I, 4, versi 13…15:

“Inter spem curamque, timores inter et iras

omnem crede diem tibi diluxisse supremum;

grata superveniet quae non sperabitur hora.”

“Tra speranze e affanni, tra timori e rancori

pensa che ogni giorno sia l’ultima tua luce;

gradito giungerà il tempo che non hai sperato.”

In questa lettera all’umbratile poeta elegiaco Albio Tibullo, oltre al forte sentimento dell’amicizia, Orazio dona all’amico il giusto consiglio di non affidarsi al trascorrere storico del tempo, quel tempo a tre dimensioni fatto di passato, presente e futuro e necessariamente inaffidabile qualora l’uomo non riesca a ridurre al presente, il presente della coscienza in atto e della vigilanza riflessiva.

Albio Tibullo (nato presumibilmente nel 51 e morto nel 19 a.C.) soffriva di malinconia e nel presentimento della sua precoce morte Orazio tenta con questa epistola di alleviare quel male di vivere a cui non era insensibile per personale connotazione psichica.

Scherzosamente pensa di alleviare all’amico i morsi della depressione non certo promettendogli una vita sicura e beata nell’oltretomba, ma facendogli dono di alcuni precetti classicamente epicurei, la gioia irripetibile del momento, il rifiuto delle illusioni metafisiche e la lucida accettazione della travagliata condizione umana.

E’ anche vero che questa panacea sotto forma di consiglio è rivolta soprattutto a se stesso alla luce della costante ripetizione di questi temi nelle sue poesie, il luogo traslato della sua malinconia nonostante si definisca ironicamente un “porco lindo e curato del gregge di Epicuro”.

Orazio avverte ormai con maggiore insistenza la caduta della vitalità che tenta di compensare con l’acquisita esperienza di vita, per cui questa parabola discendente si sublima in una migliore accettazione del suo destino di uomo e nell’amorosa cura della sua persona.

L’amarezza più acuta e lo scherzo più affettuoso sono il degno tributo alla malinconia dell’amico Tibullo da parte di un amico esperto della vita, una vita a cui bisogna amaramente aderire anche nel momento del declino fisico, la famigerata vecchiaia o l’anticamera della temuta morte.

Convergendo all’analisi diretta dell’epodo XIII bisogna riconoscere che vano è lo sforzo dell’uomo di risistemare le cose che la divinità indifferente ha voluto nel disordine e nell’indeterminato.

Il dolore e la malinconia deformano l’uomo trasformandolo anche nel suo aspetto fisico, per cui il vino e il canto sono i dolci conforti di ogni pena e di ogni angoscia.

Nonostante la crudeltà della natura e della divinità, il farmaco epicureo del “carpe diem” e delle gioie del banchetto è il più indicato per l’angoscia residua legata al fantasma depressivo della progressiva caduta della condizione umana.

La variazione dello stato di coscienza procurata dal vino è purtroppo una momentanea risoluzione dell’angoscia di morte, una tappa a cui deve necessariamente conseguire la razionalizzazione sempre secondo la nota prescrizione epicurea: ”quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita”.

La morte non rientra tra le esperienze vissute che si possono elaborare e raccontare, per cui ogni uomo può soltanto vivere la morte in vita, l’angoscia depressiva della perdita affettiva.

Per un’esistenza connotata alla radice dalla malattia mortale il carme I, 7, nei versi 30…32 offre la giusta consolazione.

“O fortes peioraque passi

mecum saepe viri, nunc vino pellite curas:

cras ingens iterabimus aequor.”

“O forti uomini che avete sopportato insieme a me

mali peggiori, ora con il vino scacciate le angosce:

domani riprenderemo il viaggio attraverso il mare infinito.”

Traduzione, riattraversamento e commento di Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 2000

SOLO PER FAR SESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Questo lungo sogno appartiene a Merigiò.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.”

Merigiò esordisce con la descrizione del suo “ex”, un uomo “ex” e fuori di lei, fisicamente, ma sicuramente “in” e dentro di lei, psichicamente, per quello che ha rappresentato e per tutto quello che ha vissuto con lui. I connotati fisici attestano di una precisa diffusione nello spazio psichico di questa figura di uomo, una presenza caratteristica che Merigiò si è portata dietro nel corso della sua vita non senza tentennamenti e rimpianti. Magari non riusciva a trovare di meglio o magari non aveva la giusta consapevolezza del suo valore e per questa carenza si è accontentata di un uomo che, all’emergere della sicurezza in se stessa, ha giustamente e figurativamente abbandonato per strada con tutti i suoi connotati fisici e psichici. Infatti, la descrizione dell’ex è proprio originale, ricca di elementi specifici e simbolici. Traduco: l’ex di Merigiò non è una bella persona, ha idee tutte sue di stampo persecutorio, è un attaccabrighe che pone tra sé e gli altri soltanto barriere, ha una visione della realtà coatta e una filosofia di vita ristretta a poche idee anche se chiare. Ma si sa che “ogni scarafone è bello a mamma soia” e, se questo soggetto critico è piaciuto a Merigiò, si prende atto che l’originalità estetica e caratteriale l’ha colpita a suo tempo. Di poi, quando si è riconciliata con se stessa, Merigiò ha preteso per sé una relazione migliore e più rassicurante, rispetto a una storia d’amore con un diavolo ambulante.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Merigiò sognando si sta dicendo che l’attrazione vissuta nei riguardi del mostro descritto in precedenza si giustifica con la sessualità, con il “far sesso”, con l’istinto e la pulsione che non hanno bisogno della ragione e dei ragionamenti, con la forza dell’Es che non ha bisogno del divieto del Super-Io per essere messa in atto. Merigiò aveva una buona intesa sessuale con il suo ex e su questo trasporto dei sensi basava l’essenza del rapporto. E fin qui va bene, semplicemente perché una buona relazione di coppia deve avere come base un buon esercizio della “libido”; altrimenti che coppia è, di che coppia stiamo parlando? Di una coppia sublimata o di una coppia eterea che sta in cielo e non in terra. Merigiò in sogno riesuma il suo ex per l’attrazione sessuale e per la vita erotica che ha vissuto con un uomo che somiglia tanto al buon selvaggio allo stato di natura di rousseauiana memoria. La possibile contingente unione si sposa con la successiva separazione, l’incontro è possibile se basato sugli opposti del prendersi e del lasciarsi, sulla finalità esclusivamente godereccia e casereccia come il pane buono degli uomini primitivi. Una scopata alla grande “e poi ognuno per la sua strada” è un programma soddisfacente e un progetto di grande valore e di massima libertà anche se resta da chiedere il perché Merigiò sta sognando questa soluzione primitiva di sesso per la sua preziosa e bella persona. La risposta può attestarsi nella nostalgia di avere un maschio che sappia far bene l’amore come il suo “ex e sulla crisi di maschi di questo tipo nella panoramica esistenziale di Merigiò. Magari è in una situazione di crisi relazionale e di astinenza sessuale, per cui il corpo di notte chiede in sogno l’appagamento erotico e magari un orgasmo per culminare nel cielo delle stelle cadenti. Comunque, Merigiò è una donna libera e disinibita che dispone del suo corpo e della sua sessualità come le aggrada e le conviene. Questo è un dato notevole di autonomia psicofisica, ma non sempre tutte le ciambelle vengono con il buco. Vediamo come procede questo sogno descrittivo e con pochi connotati simbolici: una “fantasia a occhi chiusi” in forma narrativa come un fotoromanzo degli anni sessanta nel giornale del popolo che si titolava “Grand hotel”.

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.”

Come dicevo, quello di Merigiò è un sogno quasi a occhi aperti dal momento che si serve di una vena narrativa e di una verve descrittiva che aggiungono chiarezza alla tensione che via via la protagonista costruisce su questo meraviglioso incontro del suo tipo: un rapporto sessuale, una storia di sesso, punto e basta. L’andare “verso casa” attesta della familiarità e della condivisione vissute in precedenza e “l’io davanti e lui dietro” conferma la direttività consapevole e volitiva di Merigiò durante il precedente menage di coppia, proprio quel menage sessuale che era il fiore all’occhiello e che la protagonista teme perché può rievocare una forma di dipendenza e un desiderio di ritorno al passato. Merigiò teme di riattaccarsi al suo ex proprio per quello che rappresentava nella coppia, un uomo che fa bene il sesso e che sa ben percorrere le località limitrofe. Non è messa bene a questo riguardo la donna e rimugina se aderire alla pulsione che la vuole eccitata o aderire al divieto che la vuole a rischio dipendenza. Riepilogando: un uomo e una donna si sono incontrati a suo tempo e hanno vissuto una buona intesa sessuale che è stata la parte costitutiva del loro rapporto. Dopo la separazione la donna vive una frustrazione sessuale e in sogno rievoca il suo partner con la gioia di rivivere l’eccitazione sessuale del passato e con il timore di ricadere nella storia a causa delle frustrazioni del tempo presente.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.”

Merigiò ragiona e valuta perdendo in attrazione e crescendo in riflessione. Merigiò aumenta le sue resistenze a lasciarsi andare alla trasgressione e al ritorno della fiamma erotica. Merigiò istruisce le sue difese dal coinvolgimento e tira fuori i tabù materni e familiari che hanno contrassegnato la sua formazione psichica e sessuale nel caso specifico. L’educazione di Merigò ha conosciuto l’intolleranza e la condanna della sessualità e della vitalità che a essa si ascrive, almeno prima del matrimonio. La figura materna è stranamente il “Super-Io” di Merigiò, perché di solito è il padre a investire questo ruolo di censore della mente e di torturatore del corpo delle figlie. Possibilmente l’ombra scura, “vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero”, è quel padre che non supera la prova repressiva perché l’istinto sessuale e la pulsione erotica della figlia sono decisamente più forti del divieto familiare e del tabù culturale dominanti. Il “salire” in questo caso non si traduce simbolicamente nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, ma rientra nella costruzione della scena onirica e nel fomentare il quadro con l’effetto sorpresa, in maniera che l’eccitazione prenda il sopravvento con giusta causa e buon effetto di claque. Le porte che si aprono e si chiudono, la madre che c’è e non c’è, il davanti e il didietro, il vedere e il non vedere sono elementi costitutivi della sceneggiatura onirica e sono funzionali ad accrescere la tensione erotica della trasgressione e il rischio dell’avventura tra riedizione del “già vissuto” e dipendenza sempre dal “già vissuto”. Merigiò non riesce a liberarsi dalla morsa di eccitazione che sta elaborando in sogno e nello stesso tempo la fomenta attraverso il ricorso a tappe e a momenti di preparazione della scena finale con l’evento clou: fare sesso, vivere una contingenza di sesso. Il quadro costruito da Merigiò sa di ormoni in movimento, ha un sapore adolescenziale fatto di desiderio e repressione, di eccitazione e contenimento, di sblocco e di argine.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini, continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.”

Merigiò a questo punto insiste sul “camminare” e sul salire la “scala” e sul fare “gli scalini”, per cui richiama il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” per aiutarsi a reprimere la voglia di sesso che si porta dietro sin dall’inizio del sogno e anche prima di andare a letto e dormire. Il ricorso alla valutazione del suo “Super-Io” attesta che la donna è anche disposta a sacrificare la sua “libido” pur di non sentirsi in colpa per il resto dei suoi giorni e per non avere l’amara sorpresa dell’ex che fraintende la finalità erotica dell’amplesso e magari la tarma a vita per tornare con lei. Merigiò sta giocando con il morto e lo sa, ma l’unico ostacolo allo sballo erotico può essere, almeno fin adesso, la censura morale del padre e della madre che poco prima sono sgaiattolati nell’ombra degli atavici tabù sessuali, quelli che rasentano la sessuofobia. Ma si sa che più reprimi e più ti ecciti, per cui Merigiò, per continuare a dormire e non svegliarsi in preda al desiderio inappagato, deve trovare l’espediente giusto e la forza di ascoltare i suoi bisogni erotici e le sue pulsioni sessuali senza ricorrere a frustrazioni inopportune e a dannose auto-castrazioni. Sta facendo la cosa giusta? A Merigiò prima il piacere e dopo l’ardua sentenza.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.”

La “sublimazione della libido” fortunatamente non funziona, dico fortunatamente perché la frustrazione di tanto desiderio sessuale avrebbe portato a una “conversione isterica”, a una somatizzazione delle tensioni inespresse con grave e contingente danno per l’equilibrio psicofisico di Merigiò. All’incontrario il fallimento della “sublimazione” scompensa meno il sistema economico e dinamico della psiche e apporta il vantaggio di usare la via diretta e non la via surrogata per espletare correttamente le funzioni sessuali. La “sublimazione della libido” traballa e si poggia su una base sottile che rischia di cedere e che oscilla. La fatica di Merigiò è tanta nel contenere il desiderio di fare sesso con il suo ex, per cui non le resta che abbandonarsi al moto degli organi vitali e al desiderio di avere un uomo adeguato al compito e collaudato nel tempo. Il quadro costruito da Merigiò è formidabile perché dà pienamente il senso dell’incertezza e del travaglio della scelta tra il prendere e il lasciare, una decisione tutta sua, un combattimento con se stessa e le istanze psichiche dell’Es che vuole, del Super-Io che impedisce e dell’Io che sta a guardare.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.”

Qualche senso di colpa Merigiò se l’è trascinato dopo la rottura con il suo ex e in particolare teme che lui la riprenda sul fatto che è rimasta una donna incompleta e non ha trovato un uomo equivalente a lui e tanto meno uno migliore. Merigiò ritiene che il suo ex le contesti la debolezza manifestata nel circuirlo e nell’accettare il suo invito a fare sesso, insomma non è tanto sicura della relazione che si può stabilire e dei discorsi che possono intercorrere in questo recidivo happening e soprattutto dopo. Merigiò teme anche la gelosia dell’uomo e la possibilità di sentirsi tradito in questo periodo in cui lei ha goduto della sua libertà e della sua autonomia. Merigiò non è tranquilla perché non è sicura della bontà della sua decisione di tornare sul luogo del delitto, si convince di non essere una buona assassina, ma la spinta pulsionale e gli ormoni indicano la direzione di una sana scopata.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.”

“Alea iacta est”, disse Cesare attraversando il Rubicone. “Il dado è tratto e la cosa si può fare”, dice Merigiò in sogno a se stessa e al suo ex: “non importa, continuo ad avanzare” anche con la sana paura di sbagliare. Merigiò riprende la seduzione e rilancia l’intesa anche se nei suoi desideri lui è già pronto al suo fianco per l’amplesso fatale. Marigiò non attribuisce al suo ex alcuna titubanza e segue la linea sperimentata di descrivere un maschio che riflette poco e che non ha paura di stare con una donna. La disinibizione, in effetti, appartiene a Merigiò, che la proietta su di lui per incentivare la sua spinta a sentirsi libera nella scelta e autonoma nella decisione. Decisamente si tratta di un invidiabile e auspicato traguardo. Il sogno continua e si compiace di accrescere la tensione come una forma di eccitazione preliminare.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.”

Si conferma la decodificazione precedente. Merigiò è combattuta come Amleto e si chiede se scopare o non scopare. L’intimità è pronta e bella e fatta, la recezione sessuale è al punto giusto, bisogna sconfiggere le ultime resistenze che vorrebbero illegale e pericoloso il fattaccio e il tramaccio. Merigiò è assalita più dal desiderio che dal dubbio. In questo capoverso opera una traslazione dei significati ed è come se dicesse “che lo vuole e che è eccitata”. Convertendo le tensioni negative della paura e dell’incapacità a negarsi in positive, viene fuori quanto si diceva prima, uno stato di eccitazione sessuale che aspira a realizzarsi. “Brutto” si traduce eccitante. Merigiò non sa dirsi di no, non sa negarsi il benessere. E allora si va avanti verso il meglio, come prescrive il principio filosofico dell’ottimismo evoluzionistico.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

E’ la descrizione del coito desiderato: “entrare in casa”, “sono assalita”, “lui è brutto”, “io ho paura”, “una volta entrati”, “devo andare anche a fare la cacca”. Ho ripreso parti del precedente capoverso e del presente ed è venuta fuori l’allegoria del coito. I condimenti sono quelli giusti: la penetrazione, l’eccitazione, la forza dell’istinto, l’aggressività sessuale. In poche parole Merigiò ha tradotto mirabilmente in parole il suo desiderio sessuale e nelle sequenze in cui lo ha immaginato. I simboli dicono che “andare in bagno” significa intimità e ricerca di fusione, “fare la cacca” equivale allo scarico dell’aggressività anale, alla componente sadomasochistica della “posizione psichica anale” e propria della “libido” che si realizza nell’aggressività e nella passività del subire. Merigiò è una donna che vuole il maschio deciso e aggressivo, incisivo e determinato nell’esternare carezze inequivocabilmente condite di tollerabile sadismo. Ecco perché in sogno manda il suo ex a fare la cacca. La castità per Merigiò è veramente una sofferenza, ma ancora il sogno continua e può riservare sorprese oppure si può acquietare nel dopo l’orgasmo.

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).”

Merigiò sta facendo di tutto, anche l’impossibile, per tenere sotto controllo i suoi istinti, ma non ci riesce e tra un prepararsi nella sua “camera” psicofisica e un pensiero di fuga elabora anche un senso di colpa nei riguardi dell’uomo che sta frequentando. Certamente Merigiò sta dicendo a se stessa che andare a letto con l’ex significa tradire l’altro, non è tanto sciocca da dover comunicare all’interessato il tradimento e oltretutto in diretta. Merigiò non si sente sicura solamente perché interviene a intermittenza il “Super-Io” a dirle che queste cose non si fanno tra la agente per bene e a prescriverle l’astinenza sessuale in cambio della virulenza della “libido”. “Una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno” ricalca l’eccitazione tormentosa che Merigiò vuole vivere e che rientra nelle sue modalità eccitative e sessuali. Non è una donna che fa punto e basta, Merigiò è una donna che usa tanto la fantasia e che le cose le gusta fino in fondo, dall’inizio alla fine e nel mezzo ci mette tutti i condimenti necessari a un thriller di sessuale ispirazione.

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo, ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.”

Ritorna in versione amplificata e diretta il bisogno di Merigiò di complicare i preliminari psicofisici in vista di un’eccitazione che non tralascia alcun particolare nel midollo spinale e nella vagina, si manifesta ancora questa tendenza a fare di un volgare coito un poetico coito, di un prosaico amplesso un poetico amplesso, di una semplice scopata una accurata scopata. Merigiò non è donna che si fa mancare qualcosa quando fa le sue cose e questo capoverso onirico lo testimonia proprio con il bisogno di cercare aiuto e l’incapacità a trovarlo proprio perché non lo vuole, proprio perché non ne ha bisogno. Merigiò è sorniona e sa il fatto suo e, di certo, non ha paura di un uomo che già conosce e sa come prendere o di un uomo che si presenta nella scena della sua vita. Tutto questo semplicemente perché Merigiò sa di sé, ha una buona autocoscienza, una limpida auto-consapevolezza. Il “gioco” che le impedisce “di accedere ai messaggi” conferma quanto prima affermato. Merigiò sta giocando e si eccita con questi preliminari della seduzione e della conquista e non pensa minimamente di ragionare e di riflettere in questo trambusto dei sensi che aspira in progressione all’appagamento orgasmico. Se Merigiò cambiasse “la modalità di gioco”, andrebbe decisamente in crisi erotica e sessuale.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.”

Anche l’effetto sorpresa non manca in questo lungo e tormentato sogno di Merigiò. Il thriller non manca, con tutta l’eccitazione che si porta addosso, di testimoniare che il sentimento della gelosia è per lei una fonte di godimento. Non è il suo ex a essere geloso, ma lei che è gelosa e possessiva e non gode a condividere un uomo. Merigiò si difende con il meccanismo della “proiezione” e attribuisce al suo ex quello che è un suo precipuo vissuto, il sentimento della gelosia. E’ una donna che non vive in condominio e non concepisce la condivisione di un uomo, è una donna che le pensa tutte e ne pensa troppe, è una donna dal palato delicato e non si confonde con la massa anonima e asettica. Tutto è pronto per l’amplesso fatale e le ultime resistenze sono state debellate. Finalmente Merigiò è sola con se stessa e in compagnia del suo ex. Adesso si possono adempiere le scritture profane e laiche. Ora o mai più.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Merigiò ha combinato o non ha combinato?

Il lettore di questo testo deve farsene una ragione e deve prendere una posizione sul possibile prosieguo del sogno erotico di Merigiò. La mia risposta è la seguente: Merigiò si è fatto il suo ex abbondantemente durante il sogno, per cui non era necessario vivere narrativamente la fase finale del coito. Era giusto e naturale che si svegliasse senza cadere nell’incubo, proprio perché aveva tanto speso in eccitazione durante il “lavoro onirico” di costruzione delle varie sequenze. Anche l’attesa di lui, “aspetto che arrivi in camera”, dice dell’atmosfera seduttiva che Merigiò ha voluto costruire nel suo sogno elaborando scene magiche e umanissime allo stesso tempo.

Il sogno di Merigiò si può definire un sogno di sesso e si può degnamente concludere con il trionfo dei sensi di una donna fantasiosa e pratica.

UNA STORIA CON CORONA E CON SALVINI

LA LETTERA

“Buongiorno.

Da un paio di notti faccio SOGNI STRANI.

Una notte ho sognato di avere una storia con Fabrizio Corona, un’altra notte con Matteo Salvini.

Posso sapere il significato?

Grazie Carlotta”

L’INTERPRETAZIONE

Da un paio di notti faccio SOGNI STRANI.”

I sogni non sono mai “strani”, a meno che noi stessi ci sentiamo strani perché stiamo vivendo un periodo della nostra vita particolarmente ricco di emozioni, di turbamenti e di avventure, un materiale psicofisico che non riusciamo a organizzare e a comprendere nel migliore dei modi proprio per l’incalzare degli eventi e dei vissuti.

Possibilmente Carlotta sta vivendo con forte intensità e alla grande e allora, non avendo il tempo di “razionalizzare” e di rafforzare la “coscienza di sé”, spesso di notte sogna queste sue turbolenze, sregolatezze e trasgressioni, seguendo le linee evolutive della sua formazione esistenziale e della sua “organizzazione psichica”.

I “SOGNI STRANI” non sono nient’altro che la rappresentazione dei vissuti della protagonista e della vita che sta conducendo.

Attenzione però!

Sorpresa: o è così o è tutto all’incontrario. Carlotta condensa nel sogno i desideri di vivere forti emozioni convertendo le sue frustrazioni psico-esistenziali in fantasie allucinatorie di compensazione e di “appagamento sostitutivo” di una vita che scorre in maniera grama e monotona.

Capita spesso a persone che guardano tanti programmi televisivi e, in specie, la spazzatura della televisione, quella programmazione becera di canali di stato e di canali privati con picchi notevoli, quasi stellari, per quelli del benemerito e dei suoi ben retribuiti servitori. Certi programmi sono veramente demenziali, ma non artisticamente o esteticamente parlando, ma proprio psichiatricamente parlando e fanno tanto, ma tanto male, alle persone più deboli e indifese. Carlotta può essere un’accanita seguace della televisione dei soliti giornalisti, dei mediocri politici, dei sedicenti opinionisti, delle rinomate star, degli immarcescibili esperti e chi più ne ha, più ne metta.

Il prosieguo del sintetico sogno preciserà meglio il contenuto della “stranezza”.

Una notte ho sognato di avere una storia con Fabrizio Corona,”

La problematica psichica di Carlotta innesca in sogno la psicodinamica inequivocabile di “avere una storia”, di vivere un’avventura amorosa con una persona che ha fatto di tutto per dare di sé l’immagine dell’angelo del male, del maledetto e del trasgressivo. Questa costruzione d’immagine si sta ritorcendo contro se stesso con grave danno psichico, ma la gente lo idolatra e lo ammira proprio per questo costume di consapevole follia. Non mi dilungo sulla persona e sul personaggio, che oltretutto ha pagato e sta pagando i suoi reati con la galera, ma colgo nel sogno di Carlotta l’ammirazione e il fascino che ha investito sull’ex fotografo. La “storia” convenzionalmente contiene l’attrazione erotica e sessuale possibilmente all’interno di una relazione affettiva contrastata e dinamica.

Carlotta è attratta dall’angelo maledetto per la sua carica di bellezza e di trasgressione. Queste fantasie rappresentano in sogno o quello che sta vivendo con una persona che rievoca il Corona o quello che non sta vivendo e che vorrebbe vivere. Il sogno ha sempre una funzione di eccitazione e di compensazione, come dicevo in precedenza.

un’altra notte con Matteo Salvini.”

Carlotta sogna di avere sempre una storia variegata di amore e di sesso con Matteo Salvini, il politico in voga e in esibizione propagandistica costante come si usa fare per i prodotti del supermercato, del tipo un prosciutto crudo.

Cosa può condensare quest’uomo nella psiche di Carlotta e della gente in questo periodo?

Il vissuto collettivo è vario e contrastato, ma, trattandosi del desiderio di “avere una storia”, deve essere di certo positivo ed eccitante. Carlotta vive Matteo Salvini come una persona combattiva e dialettica, dinamica e coraggiosa. In questo vissuto infila la componente protettiva di una donna che vive l’uomo come una madre; della serie, proprio perché sei tanto avversato e perseguitato, mi piaci e ti sono vicina. La carica erotica di Corona lascia il posto in Salvini alla carica protettiva di un bambinone cresciuto in fretta e molto monello, il nostro bimbo trasgressivo che non abbiamo potuto esprimere, pena la reazione del papà e dell’autorità ufficiale.

Voglio significare che nell’Immaginario collettivo Fabrizio Corona rappresenta l’angelo del male, Matteo Salvini rappresenta l’angelo della politica. Il primo attrae a tutti i livelli, il secondo deve essere protetto dalle insidie degli avversari magari coccolandolo come un orsacchiotto di pelouche.

Tutto questo rientra nei vissuti di Carlotta insiti nel sogno, perché di questi due personaggi si potrebbe tanto dire e tanto tacere. Meglio la seconda in questo caso.

Questo è quanto dovuto al lapidario ma significativo sogno di Carlotta.

IL MASCHILISMO

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.

Intorno a me c’è gente che non conosco.

Sono legato nella cintola con una fune.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Questo sogno appartiene ad Alex.

INTERPRETAZIONE

Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.”

Alex è un uomo che sublima tanta “libido”, si trova “in montagna”, nei luoghi alti dove si respira l’aria pura e avulsa dalle competizioni e dalle risse, dove il sacro è a portata di mano e dove basta un salto per parlare con Zeus o con qualsiasi altro dio. Stazionare in montagna nobilita l’uomo e attenua la bestia e l’istinto, evolve i buoni sentimenti e riduce l’odio e il rancore, edulcora le sensazioni e abbassa la passione e il dolore. La “montagna” è veramente un buon “topos”, meglio luogo, psichico per il linguaggio dei simboli e consente di liberarsi dalle pastoie insane della materia e dalle menate infami della materialità.

Viva la montagna e chi la popola e la sostiene!

Viva i religiosi e i misogini!

Alex è un uomo che cammina, “sto camminando”, non è un sornione millantatore che vanta per sé gli allori del nulla politico e televisivo o del niente mentale degli onnipresenti serali e seriali. Alex è un uomo compatto e tutto di un pezzo che con la sua mole calpesta le strade della vita e che porta il suo peso nelle deliberazioni da fare e nelle decisioni da prendere. Alex è aldilà e avanti rispetto a tutti quelli che vivono la vita senza gusto e che camminano soltanto, Alex è consapevole di camminare, sa di quello che gli succede perché “sa di sé” e non subisce le pulsioni subconsce e tanto meno inconsce che gli saltano addosso dai meandri inestricabili di una psiche inferocita. Alex è quel cosiddetto matto che cammina e non si ferma nel film “Novecento” del grande Bernardo Bertolucci, quello che esce dalla scena portandosi dietro il fegato ancora caldo del povero maiale appena scannato.

Alex percorre un “sentiero”, si muove “lungo un sentiero”, agisce in una direzione in maniera pragmatica e ben precisa alla ricerca di un obiettivo che non è un traguardo. Alex è un uomo da “sentiero”, un uomo che risolve seguendo un percorso fisico e mentale, un certosino ricercatore di funghi o di tartufi che non conosce fallimento. Alex non è un uomo da “strada” che si affatica nella polvere e tra la gente qualunque, tanto meno è un uomo da “marciapiede” alla Dustin Hofmann e convinto di poter fare una vita da gigolò in una metropoli anonima e inquinata.

Qualunque sia la destinazione, buon viaggio Alex!

Intorno a me c’è gente che non conosco.”

Alex non è un capo e tanto meno un leader. Alex fa capo a se stesso e non ha bisogno di gregari fedeli e di soldatini di piombo. Non si relaziona facilmente con gli altri, preferisce se stesso come interlocutore privilegiato e da privilegiare, ma vive tra la gente e non si isola narcisisticamente per costruire realtà irreali e tutte personali. Alex predilige l’anonimato altrui, lui sa chi è e si circonda di gente qualunque, di avventori che vanno e vengono senza identità precisa e senza connotati degni d’interesse. Questa gente gli fa corona senza esagerare con i coinvolgimenti e gli gira attorno e intorno senza empatia e simpatia. Gli altri esistono, Alex lo sa e non ha bisogno di approfondire legami possibili e tanto meno “maieutici”, relazioni da parto di un qualcosa di sé, da presa di coscienza. Alex nulla si aspetta dall’altro anche se vive con gli altri. E’ uno strano animale sociale che concilia Narciso e Dioniso, lo stare con sé e lo stare con la gente anonima. Alex non è anonimo a se stesso e vuole essere anonimo agli altri.

Sono legato nella cintola con una fune.”

Alex è autonomo, basta a se stesso, conosce se stesso alla greca e secondo metodologia socratica, ma questo corredo soggettivo non risponde a verità oggettiva perché Alex è “legato nella cintola con una fune”. Il sogno esordisce con le qualità individuali e si approfondisce a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che Alex è un animale sociale, anzi più che sociale, è un uomo impegnato e degnamente coinvolto in un legame da cintola e non da gola, da traino e non da soffocamento. Alex sa delle sue scelte ponderate e delle sue decisioni calibrate, sa di avere un legame da “fune”. Quest’ultima rievoca simbolicamente il cordone ombelicale materno, il mitico fallo della Vita e della Morte di cui è depositaria la dea Madre e le sue degne eredi. Ci si chiede la collocazione di Alex in riguardo alla “fune”. Il sogno è puntuale e preciso nel chiarire anche questo ambizioso dilemma. Ricordo che la “cintola” ha una simbologia ambivalente ma non ambigua, in quanto divide lo spazio corporeo in due parti, l’insù e l’ingiù, la “sublimazione” e la materia, la ragione e la pulsione, l’Io e l’Es, il sistema nervoso centrale e il sistema neurovegetativo, la vigilanza realistica e l’obnubilamento della coscienza, Apollo e Dioniso per dirla in termini mitologici. La “cintola” è una zona di confine, una terra di mezzo, una zona franca dove si possono comprare libri e alcolici a buon prezzo e senza le imposte del Super-Io. Alex ha una realtà di coppia, è “legato nella cintola con una fune”.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.”

Alex guarda il passato, “mi giro”, e ha la consapevolezza di essere legato alla donna che ha scelto come compagna di vita e sollievo alla Specie e alle angosce dell’esistenza, mia moglie o latinamente “mea mulier”, la mia femmina con l’avvallo della donna, “domina” o padrona, e della madre, semplicemente “mater”. Degno di nota è il possessivo “mia” perché attesta di fronte al tribunale dei diritti dell’uomo della qualità del legame e del grado di bisogno presente nel coinvolgimento. E questa “mia moglie” “sorride” ad Alex da questa posizione di dipendenza e di inferiorità, “all’altro capo della fune” legata anche lei alla cintola in questo andare incontro all’autenticità della vita e nel desiderio di un superamento della vita banale. Alex è freddo e autonomo nell’apparenza fenomenica, ma non certo nella sostanza dal momento che in sogno si pensa legato a questa “moglie” che fa sorridere per attestare di sicuro del suo gradimento della donna che lo segue gioiosa e appagata di essere la sua compagna di cordata nella scalata di un sentiero che sale o che scende. Dalla cintola in su e dalla cintola in giù si vedrà, come Farinata degli Uberti nella divina commedia nella versione in su, la qualità del vissuto di Alex in questo rapporto di per se stesso buono da mangiare come i porcini delle Dolomiti nel mese di Luglio. Alex ha un buon vissuto verso la moglie proprio perché la fa sorridere, proietta su di lei il suo benessere e il suo fascino. Ricordo che simbolicamente il “sorridere” è un ammiccare pregno di intesa sessuale e di complicità erotica. Presso gli esquimesi significa avere un rapporto sessuale come gradimento e in segno d’ospitalità. Ricordo che nel film “Ombre bianche” il missionario che rifiutò di “ridere” con la donna del capo famiglia, fu ucciso proprio per l’offesa arrecata alla dignità delle persone coinvolte e alla qualità naturale del dono. Sintetizzando: Alex ha un buon vissuto verso la sua moglie e si colloca in una posizione di superiorità in quanto traino in questa simpatica metafora della cordata a due. In questo Alex esercita quello che viene chiamato nei tempi moderni “maschilismo”, la pulsione a dominare nella relazione maschio-femmina e a non viverla come simmetrica privilegiando la complementarietà. Proprio di questi tempi è la frase incauta di un presentatore televisivo che si è fatto scappare una frase di subalternità del femminile rispetto al maschile. E si è fatto un gran bordello con esagerazioni metodologiche da parte dei sostenitori della tesi che vuole la donna complementare al maschio e di quelli che predicano la simmetria come panacea di tutti i mali sociali. Non dimentichiamo il prezzo che le donne stanno pagando sulla loro pelle in questo periodo storico e culturale. La questione del ruolo sociale del maschile e del femminile merita un approfondimento saggistico e non una semplice affermazione di quel che è giusto e di quel che è sbagliato.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Alex è pienamente consapevole di quanto complessa sia la dialettica psico-culturale con se stesso e sia il vissuto relazionale con sua moglie. “Mi rendo conto” equivale alla presa di coscienza, come un “redde rationem” a se stesso sia della difficoltà e sia del vantaggio, sia dell’utile e sia del dilettevole. “Facevo fatica” si traduce in ero contrastato e in affanno psichico nel vivere la differenza e la diversità di mia moglie rispetto alla mia persona. Non è una intolleranza o una forma perversa di prevaricazione, perché Alex sa quello che vive e gli succede nella relazione significativa con la sua donna, meglio “moglie. Il “tirarla dietro” è sgamante del vissuto misogino di base psichica e socioculturale che Alex si porta dentro e dietro. Questo ultimo dato giustifica il titolo del sogno, “Il maschilismo”, questo ultimo dato qualifica la verità profonda di un uomo che è legato alla sua donna e moglie e che la vive come subalterna o complementare per la “introiezione” di un “fantasma” in riguardo alla madre nella prima infanzia e di uno schema culturale dominante in riguardo alla donna nella vita sociale.

Cosa ha messo in gioco psichico Alex di suo e d’importante in questo sogno?

La risposta è il “fantasma” materno e lo “schema” culturale, due elementi trattati dal meccanismo di difesa della “introiezione”, del mettere dentro per sostenere la struttura psichica e per formare la “organizzazione psichica reattiva”. Il primo, il “fantasma”, lo ha elaborato nel primo anno di vita in riferimento alla persona che lo accudiva e proteggeva, la madre, il secondo lo ha elaborato nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza vivendo nella famiglia e nella società. Alex ha introiettato un’immagine ambivalente della madre come di donna possessiva e tirannica, unica e indispensabile, importante e fagocitatrice, il “fantasma” per l’appunto nella sua versione “positiva” e “negativa”, il “seno buono” che nutre e dà la vita e il “seno cattivo” che coarta e soffoca. Questa era la modalità del suo pensiero nel primo anno di vita, quella dello “splitting” ossia di scindere un vissuto complesso, per motivi difensivi dall’angoscia di abbandono e di morte, in parti, la mamma buona e la mamma cattiva e non di concepirlo nella sua interezza concettuale, la mia mamma nel bene e nel male. A quest’ultimo traguardo lo porterà nel tempo la funzione razionale dell’Io. Per quanto riguarda lo “schema” culturale, è oltremodo semplice rilevare il prevalere della “concezione pessimistica della donna” da parte delle masse sin dai tempi atavici delle religioni bibliche e coraniche, nonché delle civiltà antiche. La cultura dominante nei tempi della formazione psichica di Alex collocava la donna nella sfera della complementarietà subalterna, piuttosto che nella giusta e dovuta simmetria. Ricordo che lo schema culturale si forma sempre in base ai “fantasmi” collettivi di un popolo, quelle concezioni suggestive che ancora oggi popolano la scena sociale. La donna inferiore e sottomessa al maschio è la concezione più infame nel suo essere pregna di deliranti pulsioni che chiedono spesso il loro appagamento omicida nelle persone fortemente compromesse a livello di equilibrio mentale. “Maschilismo” è il termine morbido che il vocabolario della lingua italiana fornisce per descrivere una psicodinamica individuale e relazionale veramente delicata e importantissima.

Il sogno di Alex si può congedare con soddisfazione.