AKHTER MABIA 11

San Biagio di Callalta, 21 marzo 200…

Carissimo mio baba,

ti scrivo dopo tanto tempo per informarti di tutto quello che è successo nella mia vita e nel mio rapporto con Joshim.

Prima di cominciare la lettera vorrei pregare insieme a te, vorrei rivolgere un devoto pensiero al nostro Allah, vorrei scriverti un brano del Corano che ti farà capire meglio la brutta situazione in cui mi trovo.

Dice il Profeta parlando delle mogli oneste e del rispetto che a esse si deve portare da parte dei mariti: “Vi sono permesse come mogli le donne credenti e caste, le donne oneste di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi, purché diate loro il dono nuziale sposandole, non come libertini debosciati ! Coloro che rinnegano la fede vanificano le loro opere e nell’aldilà saranno tra i perdenti.”

Tu ricordi che io avevo quindici anni quando sono venuti i parenti di Joshim a casa nostra per vedermi e per decidere se potevo essere una sposa degna per il loro figlio.

Ed io ero credente e casta perché non avevo ancora conosciuto il maschio e non avevo ancora perso il secondo sangue.

Tu ricordi anche che non eri molto convinto di questo matrimonio e dicevi che i militari hanno un carattere duro e stanno sempre lontani da casa; tu non volevi dare il consenso alle nozze ed è stato lo zio più vecchio che ti ha convinto dicendoti che Joshim era di buona famiglia e che rischiavo di restare senza marito perché poi la gente avrebbe parlato male di me e della nostra famiglia e che sarei rimasta nella tua casa come un peso per tutta la vita.

Tu ricordi che volevi sapere se Joshim aveva studiato e quale titolo aveva e ti ricordi anche che sua madre aveva detto che suo figlio era diplomato.

Come ti ho detto in un’altra lettera Joshim non sa né leggere e né scrivere perché da piccolo lavorava nei campi con la sua famiglia e soltanto quando aveva quindici anni si è trasferito a Dakka perché lo zio impiegato al ministero lo ha fatto arruolare nell’esercito e ha fatto trasferire anche i suoi familiari in città togliendoli dalla miseria.

Tu ricordi che i suoi genitori mi hanno portato come dono nuziale soltanto gli orecchini d’oro e che il bracciale e la collana li avevano presi in prestito dai parenti e che io dopo li ho dovuti restituire.

Capisci che erano dei mentitori e che non hanno rispettato la volontà e la legge di Allah e devi ancora sapere che non hanno mai avuto la fede e le loro opere sono soltanto bugie e cattiverie.

Io ho sposato un uomo senza fede, un ignorante, un libertino e un debosciato.

Adesso, mio carissimo baba, sai di più, ma non sai ancora tutto.

Sapessi quanto ho pregato il Misericordioso perché illuminasse Joshim e gli indicasse la via della conversione !

Ma il Perdonatore è stato troppo offeso e non mi ha concesso la grazia e non ha dato il premio sperato alla mia fede, per cui non mi resta altro che rimettermi alla Sua volontà e pensare che forse anch’io ho mancato in qualcosa e non sono una sua degna figlia.

Tu mi hai sempre insegnato il rispetto verso me stessa e verso gli altri e io non ho mai dimenticato la tua lezione e il tuo compito di uomo di pace nel nostro paese.

Mia madre mi ha sempre insegnato la pazienza e io ne ho avuta tanta e ho accettato di restare con Joshim per il bene di tutti e soprattutto per il bene di Pervez perché un bambino ha tanto bisogno di avere un padre che lo ami e lo protegga e che gli insegni con la parola e con l’esempio le cose giuste.

Ma adesso sono arrivata all’esasperazione perché Joshim ha rivelato la sua vera natura di bestia e di debosciato.

Joshim ha dimenticato la nostra religione e la nostra cultura e ha preso le cose peggiori che ci sono in Occidente, il vizio dell’alcool e il desiderio del denaro.

Ogni notte ritornava a casa ubriaco, mi picchiava perché non ero una buona moglie e poi mi faceva violenza minacciandomi con un coltello.

E cosi sono rimasta incinta e nella speranza che avessi un altro maschio ha cominciato a rispettarmi.

Quando mi ha portato dal dottore di Treviso per una visita e ha saputo che aspettavo una femmina è ricominciata la mia tragedia.

Mi diceva che dovevo abortire e che, se non l’avessi fatto, mi avrebbe costretto a morire di fame.

Io gli dicevo che Allah è Grande e ci ha insegnato ad amare i nostri figli al di là del fatto che siano maschi o femmine, ma soprattutto che il Misericordioso non vuole che una donna incinta uccida la propria creatura.

E gli ho anche letto il brano del Corano che prescrive di non uccidere, se non per giustizia, un’anima che Allah ha reso sacra, di non darsi alla fornicazione e di non uccidere i figli per timore della miseria, perché è Allah che provvede per il loro cibo così come provvede per i nostri cuori e gli ho ripetuto che uccidere i figli è veramente un peccato molto grave.

In Italia l’aborto è consentito dalla legge, ma è un peccato mortale per la religione cristiana e in questo noi musulmani siamo d’accordo con loro.

Tante donne vanno in ospedale ad abortire, ma poi pagano per tutta la vita il senso di colpa di avere ucciso i loro bambini così come è successo a una signora italiana che io conosco e che non sta molto bene con la testa.

Ma Joshim non capiva o non voleva capire ed era come se fosse impazzito e mi guardava con gli occhi rossi e pieni di rabbia e di odio.

E così ha ripreso a picchiarmi fino a quando una notte, tornato a casa ubriaco, mi ha scaraventata dalle scale dicendo che non ero buona a niente e che non sapevo neanche fare figli maschi.

Ero incinta di cinque mesi e mi sono trovata in fondo alle scale con la testa rotta e piena di sangue nel bassoventre.

I vicini di casa mi hanno portato all’ospedale e così ho perso la bambina che con tanto amore portavo nel mio grembo.

Ma la polizia dell’ospedale mi ha chiesto come era successo l’incidente e io ho dovuto mentire per non mandarlo in prigione e per non farlo espellere dall’Italia e ho rischiato di essere arrestata per aver detto il falso.

Ancora una volta ho preferito salvarlo nella speranza che cambiasse, ma ancora porto sul mio corpo i segni di quella tragica notte in cui Joshim ha ucciso la mia bambina.

Però mi sono rivolta alla moglie del direttore che abita vicino casa nostra e lei mi ha aiutato tantissimo, mi ha portato dall’assistente sociale e lei mi ha chiesto di denunciare Joshim per poter intervenire in mio aiuto e soprattutto in aiuto di Pervez.

Ma io ho detto ancora di no, non me la sentivo di denunciarlo e da stupida pensavo che potesse cambiare e diventare buono con me e con Pervez.

Purtroppo così non è stato e Joshim ha continuato a essere una bestia selvaggia, a ubriacarsi, a trascurare il bambino e a farmi del male; quando mi picchiava, Pervez lo supplicava in lacrime di non toccare la sua mamma, ma lui non si commuoveva neanche di fronte alle lacrime di suo figlio.

Un giorno la maestra della scuola mi ha chiamata e mi ha detto che Pervez ogni mattina arrivava in classe pieno di paura e che tremava tutto e mi ha chiesto il perché di questo malessere del bambino, ma io ho risposto che non stava bene e me ne sono andata in fretta perché mi vergognavo di dire quello che ci stava succedendo e non volevo offendere agli occhi della gente Joshim perché alla fine è sempre il padre di Pervez ed è sempre mio marito.

Non mi sono fidata e ho avuto paura che la maestra non mi volesse aiutare e che avesse soltanto voglia di chiacchierare con la gente e di parlare male degli stranieri.

Ma dopo qualche giorno Pervez ha detto alla maestra della scuola tutta la verità e ha raccontato quello che succedeva ogni notte in casa nostra, che il papà picchiava la sua mamma fino a farle uscire sangue, che aveva tanta paura di suo padre e che voleva fare qualcosa per difendere la sua mamma e per non vederla più piangere e che non sapeva cosa fare.

Ma quando quella notte Joshim è ritornato a casa ancora una volta ubriaco e mi ha picchiato con la sbarra del camino rompendomi le costole, io sono stata costretta a dire la verità alla polizia e a denunciarlo; il giudice ha deciso di affidarmi insieme a Pervez all’assistente sociale del comune e sono andata a vivere a casa di una signora vicina, la moglie del direttore di una fabbrica, che si è sempre interessata della mia grave situazione e adesso vivo a casa sua con Pervez e mi mantengo con il sussidio del comune.

Ma tutto questo non durerà per sempre e adesso devo cercare un lavoro che mi garantisce il futuro anche perché Pervez è piccolo ed è tanto bravo a scuola e dice sempre che da grande vuole fare l’ingegnere; intanto aiuto la moglie del direttore nelle faccende di casa e spero quanto prima di trovare un lavoro giusto per me.

So che la mia religione non ammette il lavoro per la donna e impone che la moglie deve essere mantenuta dal marito, ma Allah deve capire che io mi trovo in una situazione disperata di sopravvivenza e devo fare da madre e padre, da moglie e marito.

Di due cose oggi sono sicura: la prima è che non torno a casa da Joshim e la seconda è che non posso tornare in Bangla da voi.

Certo che io a casa non torno più perché ho tanta paura che lui mi uccida e quando lo vedo per strada mi sembra un mostro anche se ora lui dice che è cambiato, che ha capito tutto il male che ci ha fatto, che è diventato buono perché ha avuto tanta paura di perderci, che vuole tornare con noi e promette che non farà più niente di male.

Ma il dottore, a cui ho raccontato come si comportava Joshim con me e con Pervez, ha detto che lui è molto malato nel cervello e che io non posso fidarmi delle sue promesse.

So che Pervez è senza padre, ma è meglio così perché è peggio aver paura del proprio padre ed io cercherò di essere una buona madre e un buon padre per lui.

Adesso io e Pervez siamo tranquilli e allora voi non dovete preoccuparvi perché io me la cavo bene e sono nelle mani di brava gente e non mi dimentico mai di Allah.

Attendo soltanto che mi passi la paura che Joshim mi sfregi o mi faccia sfregiare da un suo amico con l’acido, ma questo non succederà perché Joshim sa che la legge italiana mi difende e che finirebbe in prigione se facesse una violenza del genere.

Non torno in Bangla da voi perché il futuro di Pervez è qui in Italia dove si è adattato molto bene e sono sicura che se ritornassimo a casa andrebbe verso il peggio e voi capite che dal peggio si va volentieri verso il meglio e che il contrario non va mai bene.

Pervez sarà un buon musulmano, questo ve lo assicuro perché io gli insegno bene a pregare e ha già letto tutto il Corano e lo ha ben capito e rispetta le leggi del Misericordioso.

Io spero che Allah mi perdoni se cercherò un lavoro e che tu, ba, mi capisca nelle scelte che sono costretta a fare.

Queste sono tutte le brutte cose che mi sono cadute addosso e capite che non potevo raccontarvele specialmente sapendo che stavate gia male per me.

Adesso, mio caro baba, sai tutto quello che mi è successo, sai tutta la verità e puoi stare tranquillo; decidi tu cosa dire a ma per non farla soffrire.

Tante grazie per avermi educato a essere forte e a non essere una piccola donna da niente e una moglie schiava.

Gradisci tanti baci da tua figlia Mabia e spero che tu sia orgoglioso di me come io lo sono di te e prego sempre Allah che ti mantenga a lungo in vita e solo per la delizia del mio cuore.

Credimi !

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