DEDICATO AD AMALIA

NOSTALGIE

In un nero asfalto rovente di luglio,

nel blu terso ma ingannevole del cielo,

stava,

una tra tante,

la palazzina più improbabile per una vacanza estiva.

In uno dei suoi interni abitava nonna Amalia.

Ogni mio ormai lontano ricordo estivo si perde lì,

tra un miscuglio di odori e fragranze amorevoli

e piccole grandi storie di vita.

“Cossa ti vol par cena, ‘more?”

“ Pasta e fagioli, nonna!”

Colonnina di mercurio alle stelle,

non una bava che spirasse gentile …

ma nemmeno un’esitazione:

con il grembiule colorato accuratamente allacciato

in due asole dietro la schiena,

nonna Amalia dedicava volentieri il suo pomeriggio

alla lunga trafila del minestrone di fagioli …

la sua Vellutata.

L’odore carezzevole non impiegava molto

ad uscire dal cucinino

e a diffondersi disubbidiente ovunque.

Dalla poltrona nera,

in un angolo della sala da pranzo,

gambe rigorosamente accavallate e calzino al ginocchio,

spalle magre ed incavate

ed il baffetto nero in un viso emaciato ma sorridente,

il nonno guardava.

“Ainsandra!” chiamava, camuffando il mio nome.

“Assa star el pan, ché no’ te magni pì!”

E misurando le parole

per non affaticare il respiro già rapito dalla silicosi,

richiamava alla memoria la sua prigionia,

sul finir della seconda Guerra,

per aver rubato una patata …

“Quanta era la fame?”

E la nonna, sorridendo:

”Ghe gera toni e rombi tutto el dì …

aerei che voeava bassi!

Bruta a guera!

Ma to nono el gera al sicuro … in preson!”

Rubare una patata?

Felice per una prigionia?

Avere il coraggio di sorridere

seduto in una sedia nera

a contare i giorni di un vita che si sta spegnendo?

Cucinare con l’unico intento di far felice qualcuno che non sia te stesso!

Chi oggi?

E chi passerebbe mai una vacanza estiva

al caldo del secondo piano

di una palazzina odorosa di pasta e fagioli,

tramutando ora quel semplice passato in un nostalgico presente?

Alessandra

L’estate dell’infanzia non è un tempo,

è un luogo,

un trasferimento di elementi dal dovere al piacere,

la felicità,

la corsa,

l’aria calda,

la grande noia sdraiati sull’asfalto.

Non scorre,

attraversa,

è la vita parallela possibile e certa.

Un ponticello di legno tra la fine di maggio

e l’ottobre piovoso del ritorno,

mica lo vedi crescere un papavero,

nemmeno se lo guardi fisso e a lungo.

Però trasmuta in un girasole alto e giallo,

in una pannocchia con le foglie secche,

le favole imparate a scuola

in fila davanti al grande orizzonte che si dipana.

“Bambiniii”,

urlava la mamma dalla finestra della cucina,

“È pronto, a tavola!”.

E di corsa, la gara a perdifiato,

sandali coi buchini tagliati sul davanti

e chi arriva prima domani è il capo della banda.

La cena con la mamma e la nonna, che bellezza!

Arrivava l’ora delle storie,

quelle della guerra,

quelle della fame,

quelle che come siete fortunati voi non lo sapete,

non mangiare prima di cena,

lavati le mani e siediti composta.

E la polenta cucinata nella fornesela,

con gli anelli tolti ad uno ad uno,

fino a far sprofondare il paiolo

nel buco magico di quel forno estuoso.

La nonna sempre vestita a modo,

la gonna sotto al ginocchio e la camicetta,

non si sa mai se ti succede qualcosa,

bisogna arrivare decorosi all’ospedale.

Non una goccia di sudore,

la grande abitudine al dovere.

E noi,

gambe sbucciate,

capelli arruffati e piedi sporchi,

noi, un futuro da insegnare, curiosi e attenti all’estasi dei grandi.

Vorresti andare al mare?

No, voglio dormire con te e la nonna, questa notte,

e, se un giorno muori,

promettimi che avrai una bara matrimoniale,

perché vengo con te.

È estate,

non è ancora tempo per morire.

E le cicale, fuori, e i grilli,

e dormire subito col capino sulle tue pappe,

mamma.

Sabina

Amalia abiit.

Amalia è partita con il respiro affannato dalla polmonite,

l’animo sereno di chi sa il cammino,

l’intelligenza raffinata di sempre

dentro quel corpo ineffabile di donna

di un popolo che non c’è più.

Amalia è un sogno inventato all’alba in quattro e quattrotto,

un desiderio impudico di mangiarsela tutta,

una certezza dell’amore quando l’amore è cresciuto.

Amalia è una donna che ha dentro tutti i suoni

di un’orchestra di periferia,

una marea di strumenti a due passi dalla laguna,

tra la campagna e il cielo.

Amalia solum abiit, non obiit.

“O nonna, o nonna, come sei bella!

La racconti ancora alla tua putea la novella

di lei che cerca il suo perduto amor?”

“Sette paia di scarpe ho consumate per ritrovarti.

Sette verghe di ferro ho logorate

per appoggiarmi nel fatale andare.

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

tutte di lacrime amare.”

E tu?

Tu dormi alle mie grida disperate.

Il gallo canta

e non torni ancora al tuo paese.

Intanto ansimando fugge la vaporiera

e io resto sola come l’aratro in mezzo alla maggese.

Cura solum ut valeas, mea dulcissima avia!


Salvatore

Ero piccola.

Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più

era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.

Era una vecchia casa,

una casa vecchia come la mia nonna.

Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.

Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.

Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:

un bel cavaliere medioevale,

un coraggioso capitano di ventura,

un sordido lanzichenecco,

un povero soldato,

un fedele legionario,

un perfido mercenario.

In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.

In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.

Tutto questo succedeva quand’ero piccola,

quand’ero bambina,

quand’ancora non pensavo da grande,

quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,

quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,

un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.

Scivolavo e immaginavo.

Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.

Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.

Al terzo piano c’era il soler,

il granaio lungo e buio,

l’emblema di spazi paurosamente ignoti,

la casa sonora dei topi,

il luogo del tempo passato,

la carta d’identità della mia stirpe.

Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano

dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.

Poi mi restava l’ultima rampa,

quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,

la porta del mio paradiso.

Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,

una distesa di giallo e di rosa.

Ai lati erano disegnate delle bande rosse

che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.

Proprio qui a Natale trionfava l’abete

dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,

l’albero più vero e più vivo del paese.

Tutto era secondo natura dalla mia nonna.

Tutto era secondo cultura dalla mia nonna.

Come si mangiava bene dalla mia nonna!

La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave

e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.

La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco

e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.

La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto

e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.

Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,

quelli del capitano con tanto di cappello dorato,

perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.

Quanti riti dalla mia nonna!

Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,

il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,

dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,

quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza

per muovere la legna e fare tanta fiamma.

E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza

insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.

E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia

nella granda buberata,

si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,

si beveva un goto de vin santo

e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti

in base ai capricci del vento e del fumo.

Quant’era bello!

Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.

Ma la nonna non era sola.

Viveva con lei la prozia,

secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.

La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo

e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.

Epperò!

La strega ciabattava con le sue pattine

e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv

e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.

La prozia era tanto cattiva

e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.

Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.

Con lui non sei felice vero?

No, con lui non sono felice,

è vero,

ma neanche con la mamma sono felice

ed è vero.

Io li volevo tutti e due e insieme.

Anca se i litighea,

dovevano stare insieme per me,

dovevano farlo per me,

per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere

e tanto meno nella loro casa.

Lassem perder!

Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,

ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.

Prendiamo anche i fiori di zucca

che poi ti faccio le frittelle.

Che brava la nonna!

Che buona la mia nonna!

Ma la bambina è confusa,

tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.

Ma che malattia è staquà?

E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!

Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,

un nanetto di marmo senza più colori addosso,

una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,

la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,

qualche stroz di qua e qualche stroz di là.

Tutto è come dio comanda.

Sul davanti il giardino è più curato,

anche il fosso è pulito e pieno d’acqua

e sembra un ruscello.

Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.

Quante noccioline tostava la nonna

e quante torte faceva con il lievito Bertolini!

E quando si andava a letto?

Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,

sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce

e della specchiera in legno massiccio scuro.

La nonna diceva sempre che il legno era vivo

e che di notte si muoveva per sbadigliare.

Quanta paura!

Nonna,

nonna,

vieni qua e stai con me.

Nonna,

se resto qui stanotte a dormire,

tu non muori, vero?

“Ma va là,

sta bona.

Cossa di tu mò?

Vien qua,

giochemo a indovina indovinello.

Cominicia per A e finisce per E.

Cossa eo poh?

Son qua ai pie del let.

Ociu che te ciape!

Le frittelle dovevi portargliele,

o Caterinella,

altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.

Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,

le porte le iera de fero,

volta la carta e ghesè un capeo.

Un capeo?”

E io immaginavo le carte

e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,

mentre il mio papà chissà dov’era.

Lui, però, è un poverino

perché non sa cosa si è perso.

Lui ancora oggi non sa cosa si perde.

Ma io sì,

io so cosa si è perso

e cosa si perde il mio papà.

Si è perso

e si perde una vita di cento e mille anni.

Poverino!

Lui è solo

ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia

e una cucina come quella della mia nonna.

Eppure quella era la sua mamma.

Eppure quella era la sua casa.

Jessica

CURA UT VALEAS, TIRESIA!

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un peschereccio snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Porto Empedocle è lontano ormai.

La guerra dei fascisti è finita

e la bicicletta Montante è arrugginita.

Tutti sono tornati a casa

e tu sei partito per Roma

senza la valigia di cartone

e con tanti copioni in testa,

con il linguaggio curioso ro picciriddru babbu

e con la lingua del soldatino italiano.

E così sei diventato grande,

o Andrea!

E adesso che niente ti manca

e sei cieco come Tiresia

tu,

tu sogni una piazza,

la tua fottuta gente,

tanta gente a cui racconti i cunti,

i tuoi racconti,

li cunti ri li cunti pi li picciriddri.

Di poi,

passata l’estasi delle parole,

girerai tra i presenti con la coppola in mano

a ritirare l’obolo degli onesti,

la mercé dei giusti,

la ricompensa del poeta,

pane, amore e fantasia.

Oggi, caro mio, i tempi sono biechi,

da vomito e da voltastomaco,

e gli occhi non sono aperti all’altezza del cuore,

ma sono affossati nel cervello del buco del culo.

Vai pure,

se vuoi e quando vuoi,

ma nel congedo cantaci con la rauca voce,

annerita da milioni di marlboro rosse,

e sorseggiando un whisky,

la canzone dell’asinello,

quella che cantava il piccolo Vito Corleone in quarantena,

quella che nonna Pina ti sussurrava per addormentarti

e per acquietare la tua fervida fantasia tra le pieghe del sonno,

nel sogno,

dentro quel paesaggio assolato di Vicata,

tra contadini bruciati nelle stoppie

e immorali vigili urbani all’ombra della frasca.

“Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru,

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.

E quannu cantava facia:

iaa, iaa, iaa!

Sceccu beddru ri lu me cori

comu iu t’aià scurdà”

L’asinello muriu,

l’asinello non c’è più,

il bell’asinello del mio cuore,

quello che cantava in Italiano il Siciliano,

il gran sacerdote della Parola vetusta e moderna,

iaa, iaa, iaa,

si è taliato attorno,

ha capito tutto,

ha dato un bacio ai bambini,

ha ringraziato la moglie e le figlie,

ha annusato l’aroma del tabacco preferito

e ha scritto la parola fine al suo ultimo romanzo,

quel capolavoro della sua vita

che immancabilmente la signora di Palermo domani pubblicherà.

Cerca di star bene, Tiresia!

salvatore

Così, tutto procede come sempre.

Uno che va, uno che viene.

Vecchie parole che restano,

nuove affidate ad altri,

qualche orfano che ora si sente solo

e attende fiducioso l’arrivo della santa indifferenza.

E’ finita,

è tempo di navigare soli per miglia e miglia,

nella burla infinita messa in scena dalla notte dei tempi,

in cerca di un senso,

o di se stessi,

o di qualcuno che si spera di ritrovare.

Tutto intorno mare, cielo, sole, vento, un temporale,

i tuoi gelsi e i miei larici

piegati in segno di rispetto al passaggio del cantore.

Ho visto api listate a lutto che ingravidavano fiori.

sabina

IN VIAGGIO CON SABINA

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un vascello snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Quante miglia abbiam percorso

per tornare sempre indietro,

là dove eravamo partiti infanti,

ricchi di suoni

e senza le parole per dire,

linguaggio-dotati e senza lingua,

muniti di un corpo

che anelava sciogliersi in echi,

la lingua del petel,

lo scioglilingua dei putei,

quello con cui Andrea deliziava gli amici a ‘zena,

quello regalato al putel Federico da Rimini,

quello che in pieno naif circola ogni notte nei filò

e nei teneri sogni di inquieti tosetti e di inquietanti tosette.

Pin Penin

valentin
pena bianca
mi quaranta
mi un mi dòi mi trèi mi quatro
mi sinque mi sie mi sète mi òto
buròto
stradèta
comodèa–

Pin Penin
fureghin
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa–

le xe le comedie e i zoghessi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta–

le xe belesse da portar a nosse
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa

Pin Penin
valentin
o mio ben,
te serco inte’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso,
pan e dedin
polenta e nasin–
chi me fa dormir
chi me fa morir
tuta pa’l me amor
chi me fa tornar
coi baseti che ciùcia
coi brasseti che struca
co la camiseta più bèa–

le xe le voje i caprissi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin pidin
valentin
pan e vin
o mio ben,
un giosso, solo un giosso,
te serco inte’l masso
te serco fora dal masso
te serco te serco e indrio sbrisso,
chi xe che me porta’l mio ben
chi me descanta
chi me desgàtia
chi me despìra
pan e pidin
polenta e nasin
polenta e late
da le tetine mate
da le tetine beate–

i xe zoghessi de la piavoleta
le xe le nosse i caprissi de chèa
de chèa
che jeri la jera putèa.

Sabina,

vorrei che tu, Mara e io

fossimo presi per incantamento

e su di un bastimento snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

L’usignolo vola ancora sul cielo assolato

e fa della sua voce un gorgheggio di vita.

La sirena che incantava i marinai di Ulisse

tra Scilla e Cariddi

non c’è più

e non stimola i nostri sensi.

Vorrei che Mara,

ancora snella e leggera,

navigasse per diporto nel nostro mare

tra le terre emerse.

Ah, questa vita!

Più la insegui

e più ti allontana come una matrigna,

più la godi

e più consuma a cento all’ora in autostrada

i beni preziosi della donna

che cantando viveva il suo sogno.

La maga è adesso in cimitero, come nonna Lucia.

Strappata ai nostri occhi,

funere mersit acerbo

e il sapore è di sale,

come lo pane altrui,

per chi ricorda le sue parole

ancora suonare nel cellulare del viandante in attesa di ospizio.

“Vò e arivò,

ora veni lu patri to

e ti porta la siminzina,

la rosamarina, lu basiricò.

U papà à gghiutu a caccia

a sparari a lu ciccì,

lu ciccì s’innabbulò

e u papa nenti puttò,

ma ti potta la siminzina,

la rosamarina, lu basiricò.

Figghiu miu fa la vovò,

figghiu miu fa la vovò.”

Sabina,

vorrei che tu, Salvatore e io

fossimo presi per incantamento

e su di una barca snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Ah, ancora questa vita!

Più la insegui e più ti respinge.

In quel dopoguerra di morti

e in quel cimitero di vivi

scorre la teatralità di una madre

che invoca il figlio morto ammazzato.

Un bambino di pelle scura è guardingo

e attaccato al lembo del vestito nero della madre

che si trascina tra bianche lapidi di scadente marmo.

“Mamma, mamma,

il panino con la mortadella tagliata con il coltello dove si compra?

E i biscotti Colussi di Perugia?

Mamma, tu compri soltanto le ciprie per te.”

Le parole di un dolore risuonano

in quell’assolato pomeriggio di un venerdì bestiale

sotto forma di lauda

tra nenie e canti,

tra preti e suore,

tra monaci trappisti

che ricordano chi sei

e che fine farai.

Ciatu,

ciatu miu!

Figghiu

figghiu ,

iancu comu nu gigliu.

Figghiu miu,

sulu miu,

figgh’i ta mattri,

figghiu miu

ca mi muriu,

figghiu miu risgraziatu,

figghiu miu

mottu ammazzatu.

Ciatu,

ciatu miu!

Figghiu miu,

ca mi muriu.

Macar’a mmia m’ammazzaru,

figghiu amaru.

Matri assassinata,

matri risgraziata!

Figghiu miu,

figghiu assancatu,

figghiu risgraziato,

assancatu ri la me vita,

figghiu,

pi’mmia è finita.

Sulu miu,

ciatu miu,

ciatu,

ciatu,

mottu ammazzatu,

figghiu sdisanuratu.

Pi’mmia

nun ci po fari nenti,

po me tuluri

nun ci sunu curi,

nun ci sunu primuri.

Sulu vileni

pi li me peni!

caia’ffari senza ri tia?

Figgh’i Maria,

figghiu ra Beddramattri

mi lassasti nura nura.

Quanta primura!

Mi lassasti sula sula,

sula coma nu cani

‘nmenz’a na strata,

com’a na cannalata

ca ietta sancu

ro cori stancu.

Stancu iè lu me cori,

si nun ti po’ amari.

Comu nda nu mari

senza pisci

lu me beni tuttu svanisci,

sinni và o ventu

senza suspiri,

senza lamentu.

Ma iù c’aia ‘ffari?

Rimmillu tu!

M’aia ‘mmazzari?

M’aia ‘mmazzari

cu lu cuteddru,

figghiu miu beddru?

M’aia ‘mmazzari

cu la lupara,

sotti maiara?

M’aia ‘mmazzari

cu lu vilenu

uò sutta nu ttrenu?

Figghiu sdisanuratu,

figghiu mottu ammazzatu!

Tu rommi

e nu’mmi senti,

tu rommi

e nun t’arruspigghi

mancu a li me schigghi,

figghiu addummisciutu,

ristinu miu scunchiurutu!

C’aia ‘ffari?

Rimmillu tu!

M’aia ‘mmazzari?

Tu rommi

e nu ‘mmarrispunni.

Tu nun mi senti

e nu’mmi parri.

“Rommi rommi,

picciriddru,

c’ò papà

à ‘cchiappatu n’ariddru,

rommi rommi,

picciriddru,

aranciu và

iè aranciu veni,

nun ti scantari

ro vabberi,

se ti nesci

sancu ro peri,

scinni scinni,

rommi rommi,

ioca ioca.”

“Uno alla luna,

due al bue,

tre la figlia del re,

quattro ma ‘zzia o tiattru,

cinque è una incrociatura,

sei battiscopa,

setti puppetti,

otto risotto,

nove alle uova,

reci senza nenti,

unnici iurici,

durici iè na camurria,

tririci santa Lucia

ca pamma.”

Santa Luciuzza,

santa Luciuzza beddra

ramm’a vista i ll’occhi

pi’vviriri u figghiu miu

mott’ ammazzatu

comu nu sdibbusciatu.

Santa Luciuzza

facitamilla cantari ancora

a canzuneddra

ca’nnicu’nnicu

u’ddumisceva.

Facitaccilla sentiri

pi’ll’uttima vota

a canzuneddra

o figghiu miu,

ca s’addummisciu

troppu presto.

Facitammillu addummisciri

pi’ll’uttima vota

u figghiu miu,

iè poi ‘cciù rugnu a motti.

Sugnu sicura

ca mi senti

iaccussì

sinni và ‘cchiu tranquillu

senza tuluri,

cu ‘ssa mattri

ca ‘cci canta a canzuneddra

ca’cci piaceva tantu.

Figghiu,

figghiu miu,

ciatu,

ciatu miu,

cosa ruci,

‘ggioia ri lu mi cori,

quanti maiari

aia ‘cchiamari?

Quanti rinari

m’aia ‘mmanciari

pi ‘ppaiari

tutti sti maiari!

Viniti ccà,

maiari,

viniti ‘cca!

Cantammaccilla a canzuneddra

o figghio miu.

Cantamaccilla bona,

cu’ttutt’o cori

iè fotti fotti,

ca nana ‘ssentiri

tutti l’ancili ro parariso.

Iancilu iera

iè ‘mmurriu ammmazzatu

comu nu sdibbusciatu.

Cantammaccilla fotti fotti,

c’a ‘vvinciri

macari a motti.

Po ciatu miu

quanti maiari

aià ‘cchiamari?

Quanti rinari

m’aia manciari

pi ‘ffari cantari

tutti sti maiari?

“San Franciscu i Paula

cunsatimi la taula,

cunsaammilla

cu ‘ppani iè pisci

ca stu figghiu

s’addummisci”.

Fozza maiari,

mittitici cori

ndò ripitiari!

“Quant’è beddru

stu figghiu,

Maria.

Si lu vonu rubbari la ‘ggente,

ma so mattri iè vigilanti,

lu talia

cu’ ll’occhi e la menti.”

Fozza maiari,

mittitici cori

ndò ripitiari.

“Rommi rommi,

fai lu sonnu,

ti lu fai beddru loncu

beddru loncu cuant’a lu mari,

picchì si ‘nnicu

iè ‘tt’ arripusari.”

C’aia ‘ffari senze i tia,

figgh’i Maria.

Beddru,

figghiu beddru

abbola,

abbola coma n’aceddru,

abbola abbola,

abbola vicinu,

abbola luntanu,

abbola senza scantu

‘ndo campusantu

figghiu amaru

abbola abbola

‘ndo cimiciaru.

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un peschereccio snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Porto Empedocle è lontano ormai.

La guerra dei fascisti è finita

e la bicicletta Montante è arrugginita.

Tutti sono tornati a casa

e tu sei partito per Roma

senza la valigia di cartone

e con tanti copioni in testa,

con il linguaggio curioso ro picciriddru babbu

e con la lingua del soldatino italiano.

E così sei diventato grande,

o Andrea!

E adesso che niente ti manca

e sei cieco come Tiresia

tu,

tu sogni una piazza,

la tua fottuta gente,

tanta gente a cui racconti i cunti,

i tuoi racconti,

li cunti ri li cunti pi li picciriddri.

Di poi,

passata l’estasi delle parole,

girerai tra i presenti con la coppola in mano

a ritirare l’obolo degli onesti,

la mercé dei giusti,

la ricompensa del poeta,

pane, amore e fantasia.

Oggi, caro mio, i tempi sono biechi,

da vomito e da voltastomaco,

e gli occhi sono aperti

all’altezza del cuore,

a metà tra il cervello e il buco del culo.

Vai pure,

se vuoi e quando vuoi,

ma nel congedo cantaci con la rauca voce,

annerita da milioni di marlboro rosse,

e sorseggiando un whisky,

la canzone dell’asinello,

quella che cantava il piccolo Vito Corleone in quarantena,

quella che nonna Pina ti sussurrava per addormentarti

e per acquietare la tua fervida fantasia tra le pieghe del sonno,

nel sogno,

dentro quel paesaggio assolato di Vicata,

tra contadini bruciati nelle stoppie

e immorali vigili urbani all’ombra della frasca.

“Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru,

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.

E quannu cantava facia:

iaa, iaa, iaa!

Sceccu beddru ri lu me cori

comu iu t’aià scurdà”

Sabina,

vorrei che tu, Raffaele e io

fossimo presi per incantamento

e su di un veliero snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Napoli è vicina a Castellammare

se la guardi dalla luna,

mio caro Papiluccio.

Il salto è breve

e, se giri per Mergellina,

arrivi direttamente nei Quartieri spagnoli

e magari passi per Forcella.

Tu attore di te stesso,

commediografo del popolo,

libero creatore che cerca il pubblico nel porto,

nel molo dell’Immacolatella,

tra marinai, scaricatori, prostitute, gagà, fini dicitori.

Tu scugnizzo nella quotidiana lotta per il tempo giusto

e per le parole importanti,

tu marionetta che canta le canzoni

di una Napoli addormentata sotto il Vesuvio

aspettando la Guerra grande,

aspettando il Fascio infame,

aspettando la Repubblica dei pochi,

aspettando Pompei.

Tu te la ridi

e fai finta di non capirci niente

in una rumba de scugnizzi

fatta di rumori che diventano suoni,

di suoni che non potranno mai diventare parole.

Sabina,

vorrei che tu, Lorenzo e io

fossimo presi per incantamento

e su di una zattera snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Gentile studente,

partito a Trento dal paese della Fantasia,

dal paese senza più campanelli,

esulato da nonne incantate

e suonatrici di versi in vernacolo,

a rima baciata e a rima incrociata,

studente gentile,

che le mele hanno visto imperterrito attore di se stesso

tra donne galanti e lune cadenti,

sopravvissuto alle ristrettezze dei tempi,

studente povero di natura,

piuma al vento nel vernacolo di un folle Pirandello

e nelle tele di un Guttuso colorato da mille Muratti,

tu guardiano della fonetica e del suono

tra teatri antichi e gente incivile,

che ci fai tu,

esile come un fuscello,

tra i banchi di scuola e nei salotti inglesi?

Scrivi versi e suoni terzine,

prelevi senza ritegno dalla Grecia antica

per inculare il presente

tra un mito, un dramma satiresco,

una lanx satura,

un piatto ricolmo di primizie dell’orto,

come comandava il menù di Lucilio il grande.

A te che fai della gavetta la morale di un dio,

il giusto comandamento dell’ebreo errante,

a te,

che ai potenti fai papè satan, papè satan aleppe,

sia dolce l’attesa dei tuoi talenti in boccia,

in odore e in attesa di fiore.

Interno della prigione.

Dioniso è in piedi, con le manette ai polsi.

Entrano le Baccanti e lo circondano.

CORO

Ma bene bene bene!

Gli hanno messo le catene.

E ve meravigliate?

È arrivato er cecato,

lui gli ha dato retta.

E che c’ha guadagnato?

‘na bellissima manetta!

Che poi,

si lasciava fare a noi,

accoppavamo er vecchio

e bona notte ar secchio!

No ghe sa far,

par mi xe troppo blando.

È vero,

nun è degno der comando!

BALLATA DEL GABBIO

Ah camerate mie che delusione,

so’bona e cara, mo’ però m’arrabbio,

m’arrabbio e dite mpo’ si ‘un c’ho raggione,

er nostro capo se fa mette ar gabbio.

Xe vera, me parèa che xera un fico,

un capo co le pale, un tipo tosto,

e ‘nvece è sceso a patti cor nemico

e se la fici mettiri in quel posto.

È solo un artro servo der potere,

cantamo tutte assieme un alleluja per Dioniso,

er dio de le galere, santo patrono de la gattabuia!

Nun semu fatti dilla stissa pasta,

faciva u granni capu delle folle,

ma poi si fici amicu di la casta,

grannissimu fitusu e minchia molle.

Me sa che non avrai questo reame

e non darai l’assalto alla gran reggia,

starai ligatu cca comu ‘n salami,

comu ‘n palluni unchiatu di scorreggia!

Inzomma, come un servo der potere!

Cantamo tutte assieme un alleluja per Dioniso,

er dio de le galere, santo patrono de la gattabuia!

Il Coro si porta in proscenio.

Ciao ciao ciao,

se ne trovamo n’artro,

uno più figo, uno più ganzo, uno più scaltro,

non come te, fregnone, cagasotto, pezzo di fesso …

Sabina,

vorrei che tu, Sabina e io

fossimo presi per incantamento

e su di una gondola snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Vorrei baciare i tuoi capelli d’oro,

le labbra tue e gli occhi tuoi sognanti,

vorrei cantare le tue canzoni strane

in quel dialetto canterino e squillante

tra i tintinnii di argentini suoni

e i fischi ventosi di coriacee montagne.

Vorrei ballar con le movenze antiche di un popolano canto,

vorrei raccontarti la favola bella e leggiadra

del vero immortal che è l’amor,

quella che ieri t’illuse

e che oggi t’illude,

o donna Sabina,

tu che cerchi,

tu che cerchi sempre

e anche tra gli asinelli stufi di dormire sui banchi di scuola,

tu che, annoiata in una domenica noiosa,

ti sei proprio assopita tra Gozzano e Pascoli

nell’ascolto del tempo che va,

tra la madre e il padre

nell’ascolto del tempo che va.

Nunc et semper bibendum est!

Se te te levi prest, ala bonora

neta ben el muset e le zatele

cossì te sei za asiada per nar fora

a zugar ensema ale matele.

No sta far storie se ghe en po’ de vent,

no l’è mai mort nissun per do goze,

dame da ment a mi, scolta sta voze,

no sta badarghe al temp, che el volta via.

Ti zuga, bela popa, ven l’istà.

No te conto bosie, mi son na stria:

te te desmisi che l’è zamai nà.

Contaminazione e miscellanea,

il detto e il ridetto è a cura di Salvatore Vallone

in Carancino di Siracusa e nel mese di Luglio dell’anno 2019

LA BASE DI “ESSERE”

LA PREMESSA

Questo testo è stato elaborato da un ragazzo di undici anni nell’ambito dell’attività scolastica.

IL TESTO

LA BASE DI “ESSERE”

Ditemi … cosa per voi significa “essere”?

Può per voi essere vivere, essere materia, essere umani, avere la morte…

Non voglio rovinare la vostra impressione su “essere”, ma intendo cercare di esprimere i miei e i vostri pensieri riguardo la base di tutto.

Siamo già tutti nati se stiamo leggendo o narrando questo testo, siamo parte dell’immenso universo, dunque.

Alcuni possono dire di nascere appena pensano, poiché, senza il pensiero non c’è differenza tra vivo o morto.

Per poter vivere bisogna sentirsi vivi.

Voler esserci, poter esserci e ciò spiega l’importanza della popolarità.

Se non si è popolari, non si è vivi, ma basta un qualsiasi essere vivente con se stessi per essere vivi.

Inoltre, se si vuole essere più vivi o anche immortali, si può lasciare traccia di se stessi e godersi la vita.

Alcuni altri pensano che pensare sia essere. Che l’uomo sia stato creato per pensare.

E’ anche vero che vivendo, pensando ed essere umani ed essere materia sia “essere”.

Ma l’umanità è troppo terrena per significare l’universo.

Essere fatti con ciò che è l’universo, pensare, vivere invece sono significati di essere con cui l’uomo poter fondersi con l’universo eternamente.

Con questo testo mi oppongo all’ateismo, l’umanità senza religione, che crede di sapere di più, la quale non sa però fondere l’universo con l’uomo.

Quindi per conquistare l’universo bisognerà essere religiosi ed avere un pensiero più esteso, oltre l’umanità.

Che voi, dopo questo testo, siate!

L’ANALISI PSICO-FILOSOFICA

Ditemi … cosa per voi significa “essere”?

NOTE FILOSOFICHE

“Significare l’Essere”, due parole antiche come l’universo e moderne come l’avvento dell’homo sapiens, si traduce in “interpretare i segni dell’Essere”. Si invoca quella Semiologia tanto cara a Umberto Eco, la Scienza dei segni, con tanto di “significante” e di “significato”, di soggetto datore di senso e di soggetto capace di decodificare il testo semplicemente perché possiede il Codice. Ma l’Essere richiamato nella cultura dell’Occidente ha un suo epigono, Parmenide di Elea in Campania, il filosofo della Magna Grecia a cui si attribuisce la seguente sintesi teorica, nonché tautologica: “l’Essere è e non può non Essere, il non Essere non è e non può Essere”. Nella soluzione della questione cosmogonica e nella ricerca del Principio da cui il Tutto Vivente, Natura e Uomo, si origina, Parmenide introdusse la sua teoria Ontologica, Metafisica e Logica in base alla quale l’essenza del Tutto si riduceva all’Essere non inteso, quindi, nella sua visibilità empirica ma nella sua matrice, alla Kant non nel fenomeno ma nel noumeno. La sua enunciazione programmatica ha una valenza logica inequivocabile, “l’Essere è”, infatti, traduce nel predicato quello che è contenuto nel soggetto, ma questa Verità è l’essenza del Tutto Vivente e ha una valenza ontologica immanente. Parmenide esordisce sulla questione filosofica Essere, è il primo filosofo che la analizza, ma tutti i filosofi successivi, greci ed europei fino a Heidegger e Sartre, si sono cimentati sul tema. Anche quando la Filosofia considera il “Non Essere”, ammette “l’Essere”. Platone, Aristotele, Agostino ed Hegel sono stati i filosofi che espressamente si son fatti carico dell’analisi dell’Essere.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Mi sto chiedendo chi sono io nella sostanza e non soltanto in quel che appaio.”

NOTE PSICOLOGICHE

La richiesta del ragazzo di esprimersi sul significato dell’Essere è da dialogo platonico ed è ricca di implicazioni provocatorie verso gli interlocutori. Questo giovane talento non te le manda a dire le cose e dimostra a livello psicologico di avere un conto in sospeso con l’ambiente e con coloro che lo abitano: “per voi”. Si tratta di una bonaria aggressività e di una sana provocazione che, di certo, non dispongono per una serenità nell’affrontare la vita di ogni giorno e attestano di una vaga aureola di superiorità, un “complesso di superiorità” che sa tanto di difesa dal coinvolgimento, un “Io ipertrofico” che tende a differenziarsi nobilmente dagli altri. Tutto questo ci può stare tranquillamente in un adolescente in vena di affermazione dopo l’elaborazione della “posizione fallico-narcisistica”. Il “per voi” dovrà evolversi in “per noi” nella successiva “posizione psichica genitale” in riconoscimento della rete sociale e delle relazioni anche pericolose che immancabilmente costellano il selciato dell’esistenza.

Procediamo per ammirare le meraviglie del paesaggio e dei dintorni.

Può per voi essere vivere, essere materia, essere umani, avere la morte…”

NOTE FILOSOFICHE

La Vita, la Materia, l’Umanità, la Morte sono Essere nella convinzione comune. Il richiamo a Parmenide e Platone è nella Vita o essenza del Tutto: “essere vivere”. Il richiamo ad Aristotele ed Epicuro è chiaro nella Materia: “essere materia”. Il richiamo a Jaspers e Heidegger è inequivocabile “nell’essere umani”. Il richiamo a Sartre e Camus è oltremodo visibile “nell’avere la morte”. Ricordo che l’Essere ha una valenza Ontologica o discorso sull’essere, Metafisica o al di là della Natura, Logica o categoria di predicabilità, Antropologica o in riguardo all’uomo, Etica o in riguardo ai costumi e ai comportamenti, Religiosa o in riguardo alla soluzione dell’angoscia di morte.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Sono vivo, ho un corpo, sono un uomo, devo morire.”

NOTE PSICOLOGICHE

Degno di nota è ancora il ricorso agli altri e alla loro opinione, nonché il culto di avere interlocutori e di assumere un ruolo di prestigio misto a nobile tolleranza. L’identità psichica del nostro filosofo in erba procede sempre per differenziazione dagli altri e per alto-locazione difensiva da un coinvolgimento più intenso. Persiste il “fantasma del voi”, nella “parte positiva” gli altri da me e nella “parte negativa” gli altri contro di me. Degli interlocutori il ragazzo non sa fare a meno, ma mantiene un doveroso distacco e un’accentuata provocazione.

Non voglio rovinare la vostra impressione su “essere”, ma intendo cercare di esprimere i miei e i vostri pensieri riguardo la base di tutto.”

NOTE FILOSOFICHE

La preoccupazione verte ironicamente sulla questione antropologica e sul rispetto dei simili, ma si tratta di un’impressione, non di una verità globale e metafisica. L’Essere di cui parla il nostro speculatore è decisamente l’Essere metafisico, l’essenza del Tutto, la Forma o l’Idea di Platone. Siamo in un ambito decisamente ontologico, discorso su ciò che è, e stiamo superando il territorio labile e ballerino della “impressione”, delle sensazioni, dei fenomeni, di ciò che appare, delle false verità legate ai sensi e alle percezioni non fondate sulla “coscienza di sé”. La direzione successiva è la Ragione che si apre alla Metafisica, come è successo a tutti i filosofi, da Cartesio in poi, che sono stati costretti a usare i ponteggi metafisici, a ricorrere a un “deus ex machina” per supportare le loro teorie e addirittura i loro sistemi logici e gnoseologici.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Sto proprio cercando di capirmi nel profondo e sono alla ricerca della mia essenza.”

NOTE PSICOLOGICHE

L’atteggiamento di benefattore dell’umanità nel delucidare e partecipare le verità fondamentali, “la base di tutto”, denota una notevole e democratica onnipotenza socialmente tollerabile e compatibile con il ruolo del maestro di vita, dell’eroe che porta agli uomini la buona novella che rende l’umanità migliore e bella, del Prometeo degno del dono del fuoco. Il compito è veramente nobile e pretenzioso: “cercare di esprimere i miei e i vostri pensieri riguardo la base di tutto”. Queste sono le note psicologiche e soteriologiche del giovane protagonista, ma il vero viaggio metafisico, dopo le necessità logiche e il dialogo a senso unico con gli immaginari interlocutori, si sta avvicinando.

Siamo già tutti nati se stiamo leggendo o narrando questo testo, siamo parte dell’immenso universo, dunque.”

NOTE FILOSOFICHE

Appare lo stesso “ottimismo” logico di Aristotele e della Cultura greca in base al quale non è necessaria una dimostrazione scientifica dell’esistenza della Realtà dal momento che è visibile e, di conseguenza, innegabile. “Batti la testa contro la colonna del tempio di Athena e poi mi dici se la Realtà esiste o non esiste”: diceva l’uomo greco dell’agorà all’incauto Sofista che voleva anche discutere dell’esistenza di un mondo oggettivo. L’adolescenza ingenua del nostro giovane filosofo ammette la Sensibilità dell’Esistente e trascura quella Logica verso la quale sta marciando con intenti metafisici degni di un mistico e di un seguace di Buddha. “Siamo studenti vivi e vegeti, se stiamo lavorando sotto le direttive dei nostri bravi Professori e della nostra benemerita Scuola”. Non basta questa condivisione di condizione e di funzione, perché “siamo parte dell’immenso universo”. Questa è la verità innegabile e tutta da dimostrare dal momento che non basta la constatazione empirica. I sensi ci ingannano, diceva anche Cartesio nella ricerca di poggiare la sua teoria scientifica sul “cogito ergo sum” e di passo in passo cadde nel “genio maligno” per abbracciare la Divinità che non inganna proprio in virtù della sua bontà implicita. Insomma trionfa un’istanza “panteistica” e fusionale. Tutti siamo parte del “Tutto Vivente”. Quest’istanza primaria e culturale dell’umanità greca è in linea con la semplicità mentale del nostro giovane pensatore. Una religiosità naturale che vuole l’Uomo in fusione con la Natura secondo le linee di una simbiosi madre-figlio. Spinoza è richiamato in questa posizione filosofica, così come la teosofia buddista. La prima esigeva che l’uomo fosse un “modo” degli attributi “Pensiero” ed “Estensione” di Dio, la seconda affermava l’evidente condivisione della “Vita” da parte dell’Uomo e di tutta la Natura.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Io esisto insieme agli altri e mi sento la parte di un Tutto.”

NOTE PSICOLOGICHE

Di notevole conforto è il doppio ricorso al “siamo” in attestazione di un ripiego momentaneo dal “voi” dei precedenti capoversi e di una proficua e salutare condivisione di sorte e di destino di uomini: “amor fati”. Obbligo rilevare che si tratta di atteggiamenti della formazione umana in un soggetto particolarmente sensibile a se stesso e agli altri. Il nostro adolescente tra un nobile e sacro pensiero individualistico non trascura lo stare insieme nel Collettivo e nel Sodalizio. E’ questa certamente una dialettica psichica profonda che il ragazzo ha vissuto sin dalla prima infanzia intessendo una psicodinamica che oscilla tra se stesso e il corpo, se stesso e la mamma, se stesso e il papà, se stesso e i suoi pensieri, se stesso e gli oggetti, se stesso e gli altri, se stesso e la ricerca di uno “spazio psichico” dove depositare i suoi vissuti prima di condividerli, un “luogo” ideale e concreto su cui stendere i suoi doni prima di consegnarli agli abitanti dello stesso spazio. Il conflitto psichico è delicato e porta a collocazioni che oscillano dalla netta chiusura alla provvida apertura, dalla spartana esclusione all’ateniese affidamento, dal riconoscimento di sé al rifiuto del mondo fino all’inclusione necessaria in uno Spazio di Tutti e in un Luogo di Tutte le Cose visibili.

Alcuni possono dire di nascere appena pensano, poiché, senza il pensiero non c’è differenza tra vivo o morto.”

NOTE FILOSOFICHE

L’affermazione è inquietante nella scarna formulazione e nel ricco contenuto. Il Pensiero è Vita ed è l’artefice della “Coscienza di Sé”, quell’Auto-consapevolezza che Socrate definiva nel suo metodo antropologico “conosci te stesso” e che l’Uomo greco aveva degnamente scritto nel frontone del tempio di Delo a Delfi. La Morte è assenza di Pensiero. La Vita senza Pensiero è Morte. La Vita è Pensiero intenzionato alla “Coscienza di Sé”. Più che sull’oggetto esterno il Pensiero si dirige su se stesso, sceglie se stesso come oggetto privilegiato della sua indagine. In questa introversione si attesta trionfante la Vita. E’ degna di nota, inoltre, la rievocazione della teoria filosofica, di Scuola esistenzialista e firmata da Martin Heidegger, tra “vita autentica” e “vita inautentica” o banale. La distinzione tra i morti in vita, “esistenza banale”, e i vivi in vita, “esistenza autentica”, è calata di peso nelle poche parole messe in croce dal nostro intraprendente ragazzo ed è basata sulla “Coscienza di sé” ottenuta con l’esercizio maieutico del Pensiero. L’angoscia dell’Esistenzialismo ancora non si manifesta, ma s’intravede tra le righe di quanto in maniera apodittica viene affermato.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Sono consapevole di essere vivo perché penso e per me la morte è assenza di coscienza.”

NOTE PSICOLOGICHE

La predilezione per il soggiorno in se stesso e il ritorno nell’intimo e nel privato è oltremodo da considerare in questa sillogistica combinazione di concetti che concludono nell’affermazione “la consapevolezza del Pensiero è Vita e l’inizio del Vivere”. La “proiezione” difensiva su “alcuni possono dire di nascere” stempera l’angoscia di un diretto coinvolgimento in questa acrobazia filosofica e denota l’importanza accordata agli altri e il bisogno di gestirli attraverso una condivisione di idee e di convinzioni. Ancora bisogna aggiungere che il nostro amico ha proiettato in poche parole la sua esperienza vissuta, “erlebnis”, quella che lo ha visto precocemente razionale e pronto a stemperare le emozioni e le sensazioni. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” ha messo in scena la “coscienza di sé” che ha dato il giusto grado alla freddezza della Morte e al calore della Vita. Razionalizzare gli istinti e le pulsioni con la testa di un bambino significa aver privilegiato per necessità difensiva il Logos rispetto a Eros e Thanatos, la Ragione tra l’Amore e l’Odio, tra la Vita e la Morte, tra la fusione e la scissione. Questo precoce e gigantesco Logos è tutto personale e va condiviso con giudizio e a giuste dosi. Gli altri non potrebbero capire quello che io cerco di contenere e circoscrivere.

Per poter vivere bisogna sentirsi vivi.”

NOTE FILOSOFICHE

La “Coscienza di sé” è la condizione del Vivere. La Vita può essere presente, ma di Essa nulla si può dire se non è “esperienza vissuta”, “erlebnis”, e per essere tale esige l’auto-consapevolezza. Il “sentirsi vivi” non si attesta nell’esaltazione allucinatoria dei sensi e nella formazione dei “fantasmi”, ma nella necessità di un “Io” che ragioni e a cui tutti i vissuti individuali si riconducano per essere ordinati nella formazione psicologica di ogni persona: “organizzazione psichica reattiva”. La possibilità della Vita è la Coscienza e le sue funzioni razionali, “processi secondari”. Paradossalmente si può vivere senza un “Io” coordinatore dei vissuti e la caoticità entropica è una forma di Vita, ma l’Io è la condizione “sine qua non” l’uomo “autentico” esiste, all’incontrario dell’uomo “banale” che si lascia vivere senza alcuna consapevolezza dei suoi vissuti. I richiami filosofici sono la “res cogitans” di Cartesio, l’Io dell’Idealismo, l’Io della Fenomenologia di Husserl e l’Io di Freud. La frase è talmente sintetica che i contenuti si spargono a larga vena. La sua apoditticità suppone un Sapere filosofico vasto e ampio che il ragazzo non può avere. E allora? Lo spiego nelle note psicologiche.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Mi sento vivo quando provo emozioni e ne sono consapevole.”

NOTE PSICOLOGICHE

La sicurezza dell’affermazione dispone per una riflessione costante e progressiva su se stesso. L’autore si è macerato in tanto speculare tra sé e in sé sacrificando la gioia di vivere e il disimpegno della sua età a favore di un travaglio filosofico adulto più che adolescenziale. Le conoscenze filosofiche sono la “razionalizzazione” di quelle sensazioni e di quelle emozioni che il giovane talento ha accantonato a favore dei grandi ragionamenti sintetici. Le teorie e le tesi rientrano nella formazione psicologica e nel patrimonio delle idee dell’adolescenza. Del resto, i filosofi hanno immaginato i loro sistemi da bambini e da adulti li hanno trascritti in maniera complicata, quando nella loro Filosofia non hanno traslato i loro traumi irrisolti e la loro follia sublimata. Non c’è bisogno di ricorrere al Buddismo o a Pitagora o a Platone e riprendere in mano la teoria della “trasmigrazione delle anime” per spiegare quello che è successo e che sta succedendo al nostro baldo ragazzo. E’ tutto compreso nella formazione psicologica ed è a gratis. Certo, è anche vero che pochi giovani hanno così potenti i processi di astrazione. Se ogni male non viene per nuocere, è proprio vero che ogni bene viene per giovare.

Voler esserci, poter esserci e ciò spiega l’importanza della popolarità.”

NOTE FILOSOFICHE

“Esserci” è la traduzione del “Dasein” di Heidegger che è collegato alla “esistenza banale”, mentre “l’Essere” o il “Sein” appartiene alla “esistenza autentica” e la connota secondo le linee esistenziali dello “Essere per la Morte”, la disposizione psicofisica all’assurdità del morire e la soluzione all’angoscia del Nulla. La scelta della “esistenza autentica” comporta il superamento della “esistenza banale”, il “Sein” è la scelta, salutare più che evolutiva, del “Dasein”. In quest’ultimo è inclusa la vita sociale e le relazioni di massa che frastornano l’angoscia del Nulla a cui l’uomo è inesorabilmente candidato e destinato. L’uomo inautentico e banale è destinato a frastornarsi con il successo e la popolarità, a riempire le sue bisacce con il fumo della vanità mediale. “Voler esserci”, volere il “Dasein” significa ignorare la possibilità della vera “coscienza di sé”, quella che coordina le esperienze vissute e disegna il quadro del Vivere e della Vita. L’importanza della popolarità comporta il sacrificio dell’Io e l’impossibilità del Vivere e della Vita. L’Io è sacrificato al rumore dei media e alla massificazione dell’informazione. Volere e potere, quest’ultimo inteso come categoria della possibilità da Kierkegaard in poi, sono associati allo “Esserci”, alla “esistenza banale”, e confermano quante energie si investono nel Nulla di una Coscienza mai nata o pienamente abortita. La “popolarità” ha un prezzo umano altissimo, perché, impedendo la benefica “coscienza di sé”, impedisce la maturazione dell’uomo “banale” nell’uomo “autentico”. La “popolarità” è il frutto deleterio di improvvide e inconsulte scelte di Vita che allontanano dalla Verità.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Voglio affermarmi orgogliosamente e voglio essere conosciuto dalla gente.”

NOTE PSICOLOGICHE

Il giovane filosofo è combattuto dalla dialettica del suo tempo e della sua psicodinamica: Essere e non apparire o Non Essere ed apparire? L’adolescenza ha una valenza psicofisica non indifferente nella scelta precoce di usare la testa e i “processi secondari”, la Ragione per intenderci, e dare poco credito agli ormoni e alle emozioni, ai “processi primari” del tipo la Fantasia e le allucinazioni creative. Di quest’ultimo trambusto psicofisico il nostro amico teme l’irruenza e l’assenza di un “Io” coordinatore e legislatore della Natura umana. Aspira alla popolarità, vuole essere conosciuto e vuole colpire con le idee originali che ha tanto pensato e finalmente partorito in grazie agli stimoli costruttivi di una buona scuola e di competenti maestri. Vuole e non vuole, si concede e si ritira: questa è la psicodinamica istruita.

Se non si è popolari, non si è vivi, ma basta un qualsiasi essere vivente con se stessi per essere vivi.”

NOTE FILOSOFICHE

Il nobile discorso filosofico e le alte speculazioni sull’Essere e sulla Coscienza dell’Io si stanno dirigendo giustamente verso orizzonti sociali e verso tematiche personali: la popolarità e la relazione sociale, la gloria di essere personaggi pubblici e la modestia moderata di avere poche relazioni. Si rileva un conflitto psichico tra le pieghe della Filosofia sociologica di Comte, la “Fisica sociale” della relazione dell’io e del tu. Il falso mito della Vita e dell’Essere nella società e la Verità di una relazione significativa e di buon valore confliggono nell’animo del giovane intraprendente. La convinzione che la giusta e vera esistenza non è quella “banale”, fatta di miti e di riti formali, ma quella “autentica”, basata sulla qualità di una libera ricerca sul senso dell’Essere e del Vivere, emerge nella predilezione per le relazioni ristrette a poche persone significative e maieutiche, quelle figure che aiutano a maturare i veri sensi e gli autentici significati dell’Essere uomini.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Mi piacerebbe essere riconosciuto dagli altri, ma mi basta avere relazioni fidate e soprattutto un buon rapporto con me stesso.”

NOTE PSICOLOGICHE

Dopo un’apertura verso problematiche filosofiche di ampio spessore metafisico e di grossolana materialità, quale vivere la vita senza consapevolezza perché deprivati di quella “coscienza di sé” che nessun maestro ha insegnato a ricercare, il nostro giovane e inquietante eroe converge verso l’intimo e il privato e svela le sue note caratteristiche e formative, le sue predilezioni psicologiche e i suoi “fantasmi”. Degno di nota è la funzione esercitata da un tema attuale, la popolarità, con un tema psicologico, il narcisismo, nonché la scelta personale del ridimensionamento dei valori dominanti in riguardo al prestigio sociale.

Inoltre, se si vuole essere più vivi o anche immortali, si può lasciare traccia di se stessi e godersi la vita.”

NOTE FILOSOFICHE

L’attrazione verso gli altri e verso le tematiche culturali in atto è forte e contrastata. Adesso il nostro baldo ragazzino sente il richiamo della società e dei suoi miti come la popolarità e il successo, sta valutando la possibilità di vivere una Vita come costume comanda e come società propone secondo i valori edonistici del consumismo psicologico e della massificazione sociale al fine di emergere dall’anonimato. “Godersi la vita” si traduce nell’uso degli strumenti atti al benessere del Corpo e della Mente. “Lasciare traccia di se stessi” equivale all’essere nobili individualisti e maestri benefattori. Quest’ultimo valore non è consono alla “esistenza banale” e si avvicina all’onnipotenza dell’immortalità del messaggio lasciato in eredità ai posteri.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Ho paura di morire e vorrei vivere in maniera tranquilla e magari fare nella vita delle cose importanti che possano essere ricordate.”

NOTE PSICOLOGICHE

Sopravvivere a se stessi è veramente un “meccanismo di difesa dall’angoscia di morte”, è un “andare sopra la vita” per disporre di sé in maniera irreale e contraria agli eventi naturali. Dall’uso della Ragione l’adolescente filosofo sta passando ai problemi personali, sta evidenziando le angosce di base dopo aver fatto un uso precoce della “razionalizzazione”, meccanismo di difesa principe. Dalla Filosofia, che ha elaborato per lenire le angosce, alla Psicologia, il passo è breve e siamo in territori limitrofi. La psicodinamica usata dal ragazzo è di andata e ritorno, di uscita e di entrata, d’investimento e di introspezione, di relazione con gli altri e di relazione con se stesso. Il processo è proficuo e doloroso.

Alcuni altri pensano che pensare sia essere. Che l’uomo sia stato creato per pensare.”

Come non detto! Il giovane prodigio è tornato alla Filosofia e ha spolverato ben bene gli assunti di base del pensiero di Parmenide e di Hegel: l’identità di Pensiero e di Essere. Spiego: “l’Essere è e non può non essere” è un assioma, una tautologia, un principio logico di identità A è A codificato da Aristotele nel suo “Organon” e si identifica con il Tutto vivente, la Realtà Uomo-Natura. Il Tutto è Essere e l’Essere è Pensiero. “Tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è reale è razionale” è il principio che governa e giustifica lo Spirito assoluto di Hegel costituito da Idea, Natura e Spirito. La seconda frase del ragazzo pone il problema se l’uomo è stato creato per pensare e si assume la responsabilità di ammettere la creazione come motore del Tutto: “In principio Dio creò il cielo e la terra” e poi fece “l’uomo a sua immagine e secondo la sua somiglianza”. Accede alla verità primordiale ebraica di un Dio che pensa la realtà, la dice, esempio “sia la luce e la luce fu” e la crea. L’uomo può solo pensare il Tutto creato da Dio per ritrovare l’autore. Dal Panlogismo al Creazionismo biblico il salto non è da poco, ma tutto è consentito a una giovane mente aliena da conoscenze filosofiche e in preda alla risoluzione delle sue angosce esistenziali. Dalla Metafisica dell’Essere e dello Spirito assoluto si è trasbordati nel Genesi biblico.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Ma la mia sostanza è davvero soltanto il pensiero?”

NOTE PSICOLOGICHE

“Alcuni altri” è la chiara “proiezione” di se stesso e delle sue perplessità: “ma io devo soltanto e assolutamente pensare?”, e ancora “Ma io mi riduco alla mia razionalità?”, e ancora “Il mio essere è il mio pensare?”. Come si nota chiaramente le domande sono “filosoficissime”, tanto speculative che di più non si può neanche se si usa un buon candeggio, ma sono assolutamente “psicologicissime” perché vertono sulla collocazione personale in se stesso prima che nel mondo. Il giovane si sta chiedendo semplicemente “Chi sono io?” e si sta rispondendo in maniera razionale rispetto a un suo coetaneo che avrebbe usato i “processi primari” piuttosto che i “processi secondari”, la Fantasia piuttosto che la Ragione. Si tratta della solita difesa dall’angoscia e del solito uso di ragionamenti e del ridimensionamento dei “fantasmi” e delle emozioni implicite. Mi spiego meglio e mi ripeto: il ragazzo ha operato sin dal primo anno di vita e precocemente con i “meccanismi di difesa secondari” e ha ridotto al minimo l’uso dei “meccanismi di difesa primari”. Ancora meglio: il ragazzo si è difeso dalle cariche energetiche dei suoi “fantasmi”, rappresentazioni primarie degli istinti e delle pulsioni, razionalizzando le sue esperienze e raffreddando la sua realtà interiore. Procediamo con fascino e curiosità in attesa di altri sconvolgenti richiami a teorie filosofiche e ad assunti di base della “organizzazione psichica reattiva”, struttura, della nostra giovane promessa.

E’ anche vero che vivendo, pensando ed essere umani ed essere materia sia “essere”.”

NOTE FILOSOFICHE

Ritornano la tesi e la convinzione che il Vivere e l’esercizio della Vita si assimilino e si equiparino al Pensiero, inteso come attività riflessiva di stampo razionale e come “processo secondario”. Non basta, perché Vivere, investimenti di energia, e Pensare, la Mente, coincidono con la Materia umana, il Corpo. L’essenza dell’Uomo contiene un Corpo che vive e una Mente che pensa. Il nostro filosofo sta facendo i conti con la “Materia” ed è costretto a distinguere sempre più tra Platone e Aristotele, tra l’Essere dell’Idea e l’Essere della Metafisica e della categoria logica. Cartesio con la “res cogitans” e la “res extensa”, Spinoza con il suo panteismo e l’unicità della sostanza Dio, Hegel con il panlogismo e Husserl con il platonismo capovolto sono richiamati nel sincretismo spietato di questa lapidaria frase. Ricordo che l’Essere è la sostanza metafisica e la categoria logica che abbraccia il Corpo e la Mente. Fin qui la Filosofia!

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“E’ anche vero che io ho un corpo che vuole vivere e godere e che non sono soltanto pensiero.”

NOTE PSICOLOGICHE

La Psicologia dice chiaramente che il ragazzo sta cercando “sé in sé” senza un maestro. E’ alle prese con la questione amletica del privilegiare il Corpo o la Mente. Alla fine taglia la testa al toro e risolve ricorrendo alla sua unità psicosomatica. Bel colpo! L’intento programmatico esistenziale si attesta nel mantenere in fusione la Mente e il Corpo e il progetto di Vita è degno di essere vissuto insieme agli altri. E’, oltretutto, vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. L’introspezione è certamente l’abilità metodica su cui il giovane si è elettivamente cimentato ed esercitato nel suo scavo archeologico alla ricerca delle essenze “eidetiche”, mentali, quelle idee platoniche che sa che sono dentro di lui e non certo fuori. Ma sarà poi vero che l’armonia tra il Corpo e la Mente è la Felicità? La ricerca porta il ragazzo a partorire la sua Verità e sarà interessante vedere dove va a parare in questa sua nobile e aristocratica tensione dialettica.

Ma l’umanità è troppo terrena per significare l’universo.”

NOTE FILOSOFICHE

Questa è la frase più inquietante per uno studioso di Filosofia e di Psicologia. Anche la terminologia è degna di stupore e di interesse, una sintesi pregna di concetti da persona che ha tanto riflettuto anche linguisticamente e che sa il fatto suo. La domanda non è veramente peregrina: “un adolescente può assemblare senza difetti logici i concetti di “umanità troppo terrena”, di “significare” e di “universo”?” Ritorna il “significare”, ritorna il caro Umberto Eco e la Semiologia, il discorso sui “segni”, “signa” latino, le insegne delle legioni romane: ridurre tutto “l’universo” a segni, attribuire ai segni “significanti” e “significati”, decodificarli e tradurre l’universo in un insieme di “segni” da parte di un uomo troppo terreno. Misticismo e materialismo trovano una loro composizione nell’atto del “significare”, un’operazione che nobilita e distingue l’eccellenza umana materiale. Empito filosofico panteista decisamente degno di Benedetto Spinoza ed empito teosofico buddista albergano in un uomo “Materia e Mente” collocato in un universo come parte del “Tutto Vivente”. La Filosofia greca presocratica si sposa alla Filosofia post-socratica negli assunti culturali di base dell’uomo fuso nell’universo e dell’uomo capace e forte del suo “significare” in Logica, attribuire “segni”, ridurre in “segni”, decodificare i “segni”. Umberto Eco dall’alto o dal basso del suo “Nulla eterno” sorride ridicendo che la Semiologia siamo noi, è un’umana capacità logica di inquadramento dei dati e che il giovane fenomeno non ha fatto altro che tirare fuori ciò mentalmente ha elaborato.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Del resto, io sono un ragazzo modesto rispetto a quello che mi circonda e non posso capire e spiegarmi tutto.”

NOTE PSICOLOGICHE

Ma questo baldo e speculativo giovane si sta dirigendo verso la “sublimazione” della Materia e si sta approcciando alla sua parte spirituale inserendosi nel Tutto e trovando in esso il suo significato etereo. Del resto, un adolescente in piena formazione psicofisica vive notevoli trambusti ormonali e sconquassi relazionali ed è chiamato a rispondere alle annose questioni del “chi sono io” e del “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Una difesa psicologica dal suo corpo in tempesta è quanto meno doverosa e necessaria. La nobilitazione delle volgari pulsioni è concessa e permessa dalla Filosofia e dal Filosofare. Ritorna il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”, benefico di suo ma non a tutte le età. Se poi si associa il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, l’evoluzione psicofisica è particolarmente complessa e delicata. Ricapitolando la psicodinamica, si tratta di poderose capacità di astrazione messe in circolazione per un’adeguata difesa dal Corpo e dalle pulsioni, un “Io” chiamato in causa con i suoi meccanismi e processi di difesa per difendersi dalle aggressioni armate dell’istanza “Es”, il serbatoio dinamico degli istinti e delle pulsioni, nonché delle emozioni genuine e incontrollabili.

Essere fatti con ciò che è l’universo, pensare, vivere invece sono significati di essere con cui l’uomo poter fondersi con l’universo eternamente.”

NOTE FILOSOFICHE

Il sorprendente giovane conferma che l’uomo è immerso nell’universo come sua parte e partecipa della stessa sostanza, di poi opera l’atavica distinzione tra “Materia” e “Spirito”, tra il laico Corpo e la nobile Mente. L’uomo è fatto di Materia, ma l’uomo ha qualcosa di più che lo contraddistingue e differenzia dal resto dell’universo, l’uomo ha l’Essere nei due “significati” di Pensare e di Vivere, di Pensiero e di Vita. Dall’universo che contiene il “Tutto Vivente”, uomo compreso, dal “pan-Cosmismo” che esige il “Tutto materia vivente”, il nostro prepotente filosofo passa senza colpo ferire a differenziare l’Uomo nobilitandolo con il Pensiero e la Vita, meglio quella consapevolezza del Vivere che è annessa e si traduce nell’Essere. Cari lettori, capite che le questioni sono già complicate, ma vi avverto che si stanno complicando ancora di più, per cui fate in tempo a rifocillarvi di fosforo per ridestare la vostra intelligenza. Allora, ricapitolando e allargando il discorso, le attività umane nobili sono il Pensiero etereo e l’astratto Vivere; entrambi rientrano nella grande Madre dell’Essere come “significati”, portano i segni e i sensi parziali dell’Essere. Il Dio di Spinoza è il grande Essere da cui derivano gli infiniti “attributi” e da cui conseguono gli infiniti “modi” dell’unica Sostanza Essere, Dio. Pensiero e Materia sono i “modi” che riguardano direttamente l’Uomo. Ma non basta, perché il giovane talento dopo la fusione panteistica riporta tutto nell’individualità e opera la scissione dall’Essere secondo le coordinate greche già conosciute. L’uomo si è staccato dal Tutto Vivente, “Ilozoismo”, e ha commesso il peccato originale della Cultura greca, la “ubris” o ira o violenza. L’autonomia del “conosci te stesso” si paga con il senso di colpa di aver rotto l’unità del “Tutto” e di avere affermato la “Parte”, come Adamo quando disubbidisce all’ingiunzione di Dio. Dal “Tutto” ti stacchi individuandoti e al Tutto ritorni affinché la Morte non sia angoscia e il distacco non sia un perdita depressiva. Il prezzo che si paga all’autonomia psichica e alla “coscienza di sé”, Essere come Pensare e Vivere, si riscatta in quanto è l’unica possibilità che l’Uomo ha per poter ritornare al Tutto Cosmico e per purificare la colpa della necessaria rottura dell’unità e dell’equilibrio del Tutto Vivente.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Eppure mi piacerebbe essere parte di un tutto e stare bene senza differenziarmi dagli altri.”

NOTE PSICOLOGICHE

Il giovane talento sta parlando di sé in termini filosofici, usa il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione” per non prendere coscienza del suo normale bisogno di dipendenza affettiva e psichica. Continua a usare il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” traslandolo nella Filosofia, in un concetto sul Cosmo, la Grande Madre, che oscilla tra fusione e distacco, proprio le psicodinamiche che ha vissuto e sta vivendo in questo momento della sua esistenza: autonomia e far legge a me stesso o dipendenza psichica dalla madre e dal padre. Questa è la sua strenua battaglia in linea con i tempi e con le relazioni. Uscito dalla “posizione psichica edipica”, conflittualità con i genitori, si avvia verso la “posizione psichica genitale”, sessualità rivolta all’oggetto del desiderio e senso-sentimento di donazione. Questo passaggio è importante per l’evoluzione psichica. Ma bisogna anche considerare l’esito della “posizione psichica fallico-narcisistica” nella quale il soggetto si compiace di se stesso e delle sue capacità chiudendosi in una dimensione solipsistica. L’autocompiacimento delle proprie doti intellettive e della propria persona è ben visibile nel nostro piccolo genio, così come l’amor proprio. Si profila nel paragrafo il ritorno alla fusione dopo il distacco, il ritorno al padre e alla madre dopo la separazione, ma sono psicodinamiche “in fieri” e che si possono controllare. E’ opportuna una nota sul concetto del “Tempo”. Quest’ultimo viene concepito non lineare ed evolutivo, ma circolare e basato sulla ripetizione degli schemi dinamici e dei contenuti. Il “breve eterno” psichico, la dimensione del presente in atto nell’Io consapevole, spiega questa intuizione del ragazzo: tutto ciò che è presente nella coscienza esiste e di questo si può parlare sempre al presente.

Con questo testo mi oppongo all’ateismo, l’umanità senza religione, che crede di sapere di più, la quale non sa però fondere l’universo con l’uomo.”

NOTE FILOSOFICHE

Pensate, pensate! Un ragazzo di undici anni si oppone all’ateismo con un testo umanistico sintetico che suppone conoscenze e formazione filosofiche di alto livello. Il processo psichico di “sublimazione” dell’angoscia depressiva della perdita funziona bene e viene chiamato in causa. Il grande peccato originale viene fissato “nell’umanità senza religione” che crede di sapere di più del creatore, Scienza, e non sa fondersi con l’universo e non sa vivere in simbiosi, il Panteismo di Spinoza. Spiego: dice il ragazzo intraprendente che l’uomo deve fondersi e non scindersi con l’universo creato da Dio e che la Scienza è anti-ecologica. L‘uomo deve tornare a Dio da cui proviene e la “coscienza di sé” è fondamentale per questo recupero dell’unità del Tutto Vivente. Allora, l’uomo si è scisso da Dio creatore dell’universo e a lui deve ritornare tramite la “coscienza di sé” e non il “Sapere” generale che è arrogante e peccaminoso perché è come un competere con il Creatore. L’uomo crede di sapere più di Dio, ma la Scienza non serve per il ritorno al Padre o alla Madre o al Tutto Vivente e semplicemente perché salvifica e indispensabile è soltanto la “coscienza di sé”. L’Uomo ricerca il suo posto nell’universo e la sua dipendenza da Dio, da un Assoluto, da un Principio. La Religione è da intendere non come un insieme di temi fideistici desunti da varie professioni storiche, ma come un bisogno psicologico di dipendenza e di ricollocazione di un Uomo alla deriva nell’universo. Il giovane talento si schiera contro l’assenza e la negazione di Dio. Non è vero che Dio è morto, al contrario è l’Uomo che senza Dio è Nulla.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Io non posso vivere da solo. Devo vivere con gli altri e devo avere dei valori importanti, ma soprattutto devo riconoscere quelli che mi stanno attorno sin da quando sono nato.”

NOTE PSICOLOGICHE

Ritorna il processo di difesa dall’angoscia depressiva di perdita della “sublimazione”. Il meccanismo, sempre di difesa, della “razionalizzazione” supporta l’elevazione al cielo e il richiamo verso l’alto. A undici anni tale ricorso e tali usi sono assolutamente normali se usati nelle giuste dosi. La “libido” o energia vitale non è gustata nella sua essenza istintiva e pulsionale, ma viene edulcorata e commutata tramite la Ragione e la speculazione in una ricerca astratta di verità storiche e ataviche. L’Io prevale sull’Es, come si è rilevato in precedenza, le attività di vigilanza e di autocontrollo controllano le pulsioni e offrono un adolescente cresciuto in fretta per difesa e più razionale di un cosiddetto adulto in circolazione nei circuiti televisivi e politici. Riemerge il bisogno di chiusura in un ambito familiare dopo un’apertura al mondo e a coloro che lo abitano. Il giovane è in contrasto con l’introversione e l’estroversione intese come strategie psicologiche ed esistenziali. In questo conflitto l’uso della Ragione non lo aiuta, ma lo allontana dalla giusta collocazione psicologica di un “sé” adolescente. Chi spada ferisce, di spada perisce. Troppa e precoce razionalità non formano il genio, ma un bambino in sofferenza.

Quindi per conquistare l’universo bisognerà essere religiosi ed avere un pensiero più esteso, oltre l’umanità.”

NOTE FILOSOFICHE

La proposta costruttiva e soteriologica è, di conseguenza, quella di tornare alla fusione con Dio creatore tramite la sua creazione, l’Universo, e di avere gli orizzonti allargati e alieni dalle bassezze terrene e materiali, “un pensiero più esteso, oltre l’umanità”. Alzare lo sguardo al Cielo e rifondersi con il Creatore tramite il creato, “l’universo”, in cui l’Uomo è stato a suo tempo inserito a pieno titolo privilegiato. La grecità della “ubris” si fonde nuovamente con il Panteismo e la Religione viene intesa come avere un Pensiero, una Filosofia allargata che specula non scientificamente sulla Realtà vivente, ma globalmente come ricerca della giusta collocazione dell’Uomo, la creatura che si pone come “significante”, che “sa di sé” e delle sue mirabili capacità progressive, del suo ruolo e del suo metodo per risolvere i suoi problemi e le sue angosce. L’Uomo è colui che interpreta i “segni”, decodifica, e dà i “significati” alle Cose della Realtà Vivente proprio perché ha in prima istanza dato a se stesso la Verità di sé, la coscienza del suo Essere. I richiami filosofici abbondano e sono gli stessi che abbiamo incontrato nel corso di questa analisi polivalente, a metà tra la Filosofia e la Psicologia dinamica.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Per affermarmi chiedo a me stesso di avere tanti ideali e tante relazioni umane significative e non formali.”

NOTE PSICOLOGICHE

Le angosce di un ragazzo di undici anni che si è ben individualizzato, che “sa di sé”, che viaggia verso l’autonomia psicofisica e che deve risolvere le dipendenze psichiche e soprattutto affettive dai genitori e dalla famiglia, queste sono le angosce e i conflitti del nostro spigliato giovane. Tra una benefica “regressione” difensiva al grembo materno e un bisogno di essere privilegiato in un ruolo nobile e impegnativo scorre il recupero da parte del protagonista di una umanità che va oltre l’umano. Cosa vuol dire “oltre l’umanità”? Si richiama la filosofia disorganica di Nietzsche e il testo “Umano, troppo umano” e la speculazione sul Superuomo, andare “oltre l’Uomo” per l’appunto. I concetti di “Super” e di “Oltre” prospettano una dimensione psichica al di là della consapevolezza dell’Io. Freud aveva individuato l’Inconscio come la dimensione psichica ancora inconsapevole e che vuole emergere alla Coscienza con tutto il suo carico energetico, un buon alleato per far nascere tutto quello che si è prospettato in noi e che ancora non ha trovato la sua naturale realizzazione: la creatività e la Fantasia non divergono dalla Scienza tramite e in grazie al Sapere di sé, condizione unica per la risoluzione dei conflitti psico-relazionali. Atteggiamenti psichici e modalità mentali sono stati tradotti in pensieri e in Scienza. Dalla dipendenza all’emancipazione tramite il “sapere di sé” come condizione del “sapere dell’Altro” e della Natura, è questo il tragitto che segue L’Essere tramite il Pensiero. Senza autocoscienza il Pensiero non progredisce e l’uomo non è autentico nel suo vivere e non può reinserirsi nel “Tutto Vivente” da cui ci si era scisso.

Che voi, dopo questo testo, siate!”

NOTE FILOSOFICHE

La conclusione del testo tesse religiosamente l’elogio dell’arroganza e della buona onnipotenza, quella che non si lascia aggredire e combattere per la sua connaturata generosità. Sorprendente e incredibile è il monito del pontefice massimo che ha elargito la buona novella, la metodologia umana ed esistenziale intorno alla Verità e alla sua gestione. La Verità è sempre ammantata di sacro e si nasconde per lasciarsi cogliere soltanto dall’uomo che la cerca e le toglie il Velo di Maya. Fu così al tempo dei Greci e dei grandi sacerdoti, fu così al tempo di Socrate, di Budda e di Cristo, fu così al tempo delle religioni monoteistiche. Con la morte di Dio l’uomo è rimasto solo e attende il prossimo Ente e la sua Verità. Mi piace concludere con la rielaborazione dei temi di Nietzsche.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Questo è l’augurio che faccio a me stesso dopo la presa di coscienza che mi ha consentito questa riflessione sul significato di Essere. Adesso sono pronto a migliorarmi.”

NOTE PSICOLOGICHE

Il nostro benamato ragazzo benedice quel popolo a cui ha elargito la sua Verità e auspica il ritorno all’Essere tramite il Pensiero. L’auspicio è rivolto a se stesso e il bisogno della “coscienza di sé” è la traduzione del suo cammino di vita e del suo travaglio psichico. Dalla Ragione al ritorno al sacro e al mistero, questo è il processo seguito e foriero di buoni progressi.

Dai, allora, caro e sconosciuto amico mio, metticela tutta e avanti con giudizio e con modestia. La strada intrapresa è quella giusta. Buttati fuori e comprova con gli altri che quello che tu pensi è condivisibile e accettabile. E non dimenticare mai il corpo quando esci con la persona che ti attizza.

Questo è quanto.

DOMANDE & RISPOSTE

L’analisi del testo del giovane portento è stata affidata alla riflessione di un collega con cui condivido la formazione filosofica e psicologica, nonché la passione per gli spaghetti alle cozze e i cannoli alla ricotta della Fattoria Italia in quel di Solarino. Il colloquio è stato proficuo e chiarificatore.

Collega

Ho visto che ti sei dilungato nell’analisi di questo testo. Ti è piaciuto? Ma un ragazzino di undici anni può scrivere queste cose?

Salvatore

Mi è piaciuto un casino e non mi ha sorpreso. Non ho alcun dubbio che si tratta di farina del suo sacco. Il testo non può essere stato manomesso o copiato o ispirato da chissà chi e da chissà cosa. Lo ha scritto in maniera consona alla sua età e formazione. Non può aver copiato perché quello che afferma è logico-consequenziale e dimostra di averlo ben elaborato e capito. Non poteva certo scrivere quello che non sapeva e che non aveva pensato. E poi la titubanza della forma fa capire il travaglio del cimento più grande di lui e alla sua portata non per grazia ricevuta, ma per la tendenza a macerarsi sui grandi problemi e sui grandi sistemi che poi sono i suoi conflitti e i suoi dubbi.

Collega

E allora come lo spieghi questo exploit?

Salvatore

Questo ragazzo ha messo per iscritto le tematiche umane universali e lo ha fatto seguendo linee principali della sua formazione psichica. E’ un giovane prevalentemente introverso che si è costruito dopo tanta riflessione e che ha privilegiato sin da piccolo la sua razionalità e ha trascurato le sue emozioni. Tecnicamente ha preso paura della vita dei “fantasmi” ed è stato educato al cinquanta per cento a ragionare sulle cose e per il resto ha scelto di usare la testa. A livello psicodinamico ha usato “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia adulti e secondari”, ma anche i “meccanismi primari” sono presenti. Comunque il ragazzo da piccolissimo, primo anno di vita, ha elaborato pochi “fantasmi” perché per paura li ha voluti subito razionalizzare e capire. Da questa esigenza primaria di soluzione dell’angoscia nasce il filosofo, meglio la tendenza riflettere e a filosofare sui temi essenziali dell’esistenza. Tutto qua! Secondo me ha una buona dose di narcisismo e un culto di sé che lo ha portato a differenziarsi dagli altri e a coltivare se stesso. E questo tratto psichico va considerato perché danneggia il gusto della vita.

Collega

Ma quello che hai tirato fuori di filosofico capisco che risponde a verità e non è strappato con i denti, ma mi pare che ti sei troppo allargato sui temi anche perché il tuo amore per la Filosofia non è mai tramontato. Pensi che chi leggerà la decodificazione potrà condividere quello che hai scritto?

Salvatore

Io lavoro di gusto e per mio gusto, tutto il resto è importante ma non determinante. Mi diverto finalmente a essere libero di trovare connessioni e richiami senza dover rendere conto agli addetti ai lavori. Le implicazioni e le contaminazioni mi esaltano. Io sono un teorico della necessità di riattraversare tutto quello che è stato detto in vario modo anche perché tutto è stato detto e adesso si tratta soltanto di approfondirlo, di rimetterlo insieme e di applicarlo alla scienza per migliorare la realtà degli uomini e della Natura dell’Essere, per dirla con le note del ragazzo.

Collega

Che idea ti sei fatto di questo ragazzo?

Salvatore

Dimmi la tua.

Collega

Sai che non sono bravo a descrivere e a cogliere i dettagli come te, soprattutto a metterli insieme per formare un quadro plausibile.

Salvatore

Minchiate! A te la parola.

Collega

Un bambino introverso si è evoluto in un ragazzo che teme di essere diverso dai suoi coetanei e che tende a isolarsi per la paura di non essere capito. Da piccolo si è risparmiato le angosce legate alle rappresentazioni del suo Io e ha precocemente cominciato a ragionare e a farsi una ragione di tutto. La paura della sua strategia adulta lo ha esaltato ma anche addolorato per la difficoltà a mettersi in contatto mentale ed emotivo con i suoi simili. Il meccanismo di difesa poco usato è lo “splitting”, la scissione delle rappresentazioni mentali primarie o fantasmi, a tutto favore della “razionalizzazione”. Come vedi, ho confermato quello che hai detto.

Salvatore

Per paura ha goduto poco la bontà creativa della sua Fantasia. La parola è stata usata per i grandi concetti e non per le mille stronzate dell’infanzia.

Collega

Ai genitori cosa dici?

Salvatore

Che hanno un figlio eccezionale e geniale e suggerisco, a loro e a tutti quelli che interagiscono, di materializzarlo al massimo, di portarlo con i piedi per terra e di insegnarli alla Feuerbach che “l’uomo è anche e soprattutto ciò che mangia” o qualcosa di simile.

Collega

Stasera a casa tua?

Salvatore

Il proverbio dei contadini siciliani dice in lingua italiana che “quando è ora di mangiare arrivano tutti i miei compari, ma quando è ora di lavorare non arriva neanche un cornuto per aiutarmi”. Ecco, tu sei uno di questi cornuti! Ci vediamo dopo, ma non ti presentare senza una guantiera di cannoli di Girlando.