LE CIMICI SULLE GAMBE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in un dormitorio di montagna e svegliandomi ho pensato: “come sono morbide e pulite queste lenzuola”.

Poi alzandomi mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe e anche il mio cane ne era ricoperto.

Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro.

Nel sogno era presente una persona che conosco.

Ci trovavamo in quarantena.

Io sono corsa a cercare delle armi e ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro e ne ho consegnato uno al conoscente.”

Questo sogno appartiene a Katiuscia.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quante volte ci si è trovati nella vita corrente ad attendere una benedetta mestruazione?

Quante ansie sono state vissute dopo un benefico amplesso a rischio e culminato nell’orgasmo in simultanea?

“Exigendum pilulae monumentum aere perennius”.

Parafrasando Orazio, dico che “bisogna innalzare un monumento più resistente e duraturo del bronzo alla pillola antifecondativa.

Ma come la mettiamo con la “passione”?

Come possiamo archiviare quel moto comune dei sensi che si avvicina alla sofferenza del “cumpatior”, del “soffro insieme” a te per godere?

Epicuro suggeriva tra i suoi farmaci per raggiungere la mancanza di affanni, “ataraxia”, quello di non abbandonarsi alle passioni, ma il suo infedele seguace Orazio soffriva tanto per l’astinenza sessuale e per il rifiuto delle donne apprezzate anche se poteva ricorrere allo schiavetto in una cultura che ammetteva l’omosessualità senza grandi scombussolamenti etici e religiosi.

La “passione” è il complotto raffinato degli istinti e la percezione sottile delle pulsioni. La “passione” è il trionfo dei sensi e trova il suo acuto nel “tilt” orgasmico. La “passione” è una sofferenza sublimata nel corpo, uno strano dolore che ti fa sentire vitale e ti fa percepire il tuo buon “demone”. Dioniso era il maestro dello spirito a lui dedicato: vivere il corpo nella sua dimensione neurovegetativa con l’abbassamento della soglia della vigilanza al minimo consentito dalle funzioni vitali.

Il sogno di Katiuscia inerisce in questo contesto a piene mani e a pieno diritto con il suo dire “ma come si fa a ragionare quando sei nel profondo dei tuoi sensi e nel pieno delle tue emozioni?” Questa giovane donna si è trovata coinvolta in un grande trasporto e senza la copertura della pillola o del preservativo e non è riuscita a controllarsi e a dirigere l’eiaculazione del suo uomo su sentieri non pericolosi. Ecco che immancabilmente arriva la strizza al culo e l’inizio dell’attesa di una mestruazione che taglia la testa al toro e ripristina l’equilibrio nervoso turbato.

E adesso avanti con la prossima volta e non con il prossimo errore!

Una riflessione sulla bontà della pillola anticoncezionale è d’obbligo per il suo essere stata finalmente la “VERA AMICA DELLE DONNE”. Sia onorato, allora, il dottor Haberlandt che sin dal 1930 aveva intuito la possibilità anticoncezionale degli ormoni e siano degnamente riconosciuti i biologi e i medici americani che realizzarono la pillola antifecondativa nel 1958 in un crescendo diffusivo che visita l’Europa sin dal 1961. La donna non aveva conosciuto la libertà di disporre del suo corpo in un ambito così delicato e vitale, vedi l’alto tasso della mortalità per parto, e finalmente poteva comandare il gioco e il ballo delle sue gravidanze ingurgitando la pillola veramente giusta, quel farmaco miracoloso che faceva tanto bene all’emancipazione e alla sopravvivenza femminili. Prima la donna doveva sottostare al rischio del micidiale e deleterio “coitus interruptus”, quel cosiddetto rapporto sessuale che non era mai interrotto al punto giusto e non lo poteva, del resto, essere. Prima doveva sottostare al dominio culturale del maschio che ingravidava a suo piacimento e con sacra incoscienza al grido di “La patria lo vuole” o “In nome di Dio”. E anche con queste premesse religiose e metafisiche i cimiteri si riempivano dei feretri delle infelici donne.

Il sogno di Katiuscia non si ferma all’incidente sessuale passionale e alla pillola mancata, ma si allarga alla seconda fase dello psicodramma: la gravidanza indesiderata ma non evitata. Katiuscia inscena nella parte finale del sogno una breve ma incisiva rappresentazione dell’intervento chirurgico che suppone e contiene la fase cruenta con le immagini dei coltelli estratti da un cassetto nel muro e condivisi con il complice, quasi a voler alleggerire il cumulo dei sensi di colpa e a voler distribuire il suo fardello di rincrescimento e di risentimento per un atto estremo da nessuno voluto ma da nessuno evitato. Il cassetto nel muro contenente i due coltelli attesta con la sua simbologia la freddezza e la netta opposizione a una gravidanza improvvida e la ricerca di una collaborazione al fine di condividere un evento storico e un fatto concreto da non ripetere perché in primo luogo si consuma sul corpo e sulla psiche delle donne.

Da queste considerazioni sul sogno di Katiuscia è impossibile non rilevare il diuturno conflitto tra Eros e Thanatos, la passione verso la Vita e la passione verso la Morte. Non resta che trarre i migliori auspici da cotanto conflitto tra forze umane tutte da vivere e da governare.

Viva la pillola con le sue controindicazioni e viva il rustico profilattico Hatù degli anni settanta!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo in un dormitorio di montagna e svegliandomi ho pensato: come sono morbide e pulite queste lenzuola”.

Katiuscia riflette su un’esperienza intima vissuta nel pieno di un innamoramento. E’ ben convinta, “svegliandomi”, di essere stata protagonista di una nottata alla grande e del suo tipo e di avere scambiato affetti e carezze all’interno di una relazione pulita e morbida. L’opposizione tra il “dormitorio” e lo “svegliandomi” attesta di uno stato psichico che oscilla tra la consapevolezza della veglia e l’abbandono dei sensi, tra la vigilanza e la caduta nell’orgasmo. Il suo partner è condensato e spostato nelle “lenzuola”, così come la qualità del rapporto è codificato tra il carnale morbido e il pulito sentimentale.

E la “montagna”?

La “montagna attesta di quella storia di senso e di sentimento che ti capita nella vita tra capo e collo quando meno te l’aspetti, di quella relazione fatta d’attrazione e di seduzione che nel suo essere carnale risente della “sublimazione della libido”, di quella nobilitazione della sessualità adatta all’innocenza perché senza premeditazione e senza organizzazione: un moto vitale e spontaneo del corpo che lievita sulle ali della leggerezza.

Vediamo i simboli: “mi trovavo” o sono consapevole dell’esperienza vissuta o sono sul pezzo, “dormitorio” o la caduta della vigilanza dell’Io, “montagna” o della “sublimazione della libido” o del “tutto è puro per i puri”, “svegliandomi” o ritorno alla consapevolezza dell’Io, “ho pensato” o funzione deliberativa dell’Io, “morbide” o sensualità e libido epiteliale, “pulite” o esenti da sensi di colpa o ingenue o innocenti, “lenzuola” o il luogo dello scambio affettivo ed erotico o l’avvolgimento psicofisico.

Poi alzandomi mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe e anche il mio cane ne era ricoperto.”

Ah, queste cimici ci stanno come i cavoli a merenda!

Ma come si combina un amplesso rilassante e consumato in un rifugio di montagna con l’aggressione di fastidiose e orribili cimici?

E non soltanto a Katiuscia va la nostra comprensione, ma anche al povero cane!

La Logica cade e lascia il posto alla sorella maggiore Simbologia.

Ricapitoliamo: Katiuscia rievoca la sua notte d’amore puro e sincero, poetico e mistico quanto carnale e sensuale, e anche la sua sorpresa e il rischio di essere rimasta incinta. Ripresa dalle delizie dell’amplesso carnale nell’alcova mistica di montagna, Katiuscia prende coscienza di aver ricevuto il seme del suo misterioso uomo in preda a reciproco orgasmo. La caduta della vigilanza dell’Io aveva aperto una prateria alle pulsioni erotiche e sessuali dell’Es. La “proiezione” sul cane, simbolo dell’alleato psichico e funzionale a stemperare l’angoscia della imprevista gravidanza, attesta dell’intensità della sorpresa e dell’abbondanza del seme eiaculato non certo sulle gambe, ma direttamente in vagina. Non si tratta dello squallido esito finale di un “coitus interruptus”, ma del finale glorioso di un film di passione.

Consultiamo i simboli per consolazione della corretta interpretazione: “alzandomi” o della ripresa della vigilanza e della consapevolezza dell’Io, “mi sono accorta” o idem, “essere piena di cimici” o del coito a rischio o del rapporto sessuale talmente bello che si è concluso con la gloria dei sensi e dei Salmi veterotestamentari o del Cantico dei cantici o concretamente con il rischio dell’involontaria fecondazione, “sulle gambe” o “traslazione” dalla vagina e funzionale alla riduzione dell’angoscia di gravidanza, “anche il mio cane” o dell’alleato psichico sempre funzionale a quanto detto prima.

Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro.”

Il “velcro”, chi era costui?

Trattasi di un sistema di chiusura, di adesione e di fissaggio tra due parti, un sistema meccanico e non chimico come qualsiasi collante. Le “cimici” inquisite e dispettose non si lasciavano staccare dalla loro presa. Questa è l’allegoria dello spermatozoo tenace e imperterrito che feconda l’uovo e non si lascia staccare da alcunché, come l’embrione, del resto, quando è ben attecchito nell’utero. La foga e lo sforzo di Katiuscia nel liberarsi di queste inopportune “cimici” sono destinati all’insuccesso. La frase, “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro”, è anche la “traslazione” del coito amoroso e passionale, della serie due corpi in uno, due cuori e una sola anima nella versione sublimata e romantica. A tutti gli effetti Katiuscia sta rievocando nel sogno una relazione sessuale appassionata e che ha rischiato di andare a buon fine, di concludersi nella fecondazione e nella gravidanza. La paura di Katiuscia è stata tanta e di buona qualità, così come il coito è stato gratificante e creativo al punto di concludersi in un orgasmo obnubilante. Anche i corpi degli innamorati amanti erano tenaci e avvinti come il “veltro” usa fare con i tessuti e gli oggetti.

I simboli confortano l’interpretazione e dicono che “faticavano” condensa l’attrazione e la pulsione sessuale in corso d’opera, “venire via” o del distacco e della separazione o della rottura della simbiosi, “appiccicose” o della classica densità dello sperma o della fusione, “velcro” o dell’unione magnetica e della presa attrattiva, seduzione e fusione.

Nel sogno era presente una persona che conosco.”

Oh, finalmente compare l’uomo “velcro” che ha il “velcro” sotto forma di “appiccicose cimici”, quell’individuo prezioso ed esecrabile che ha infettato anche il povero cane!

Finalmente appare il maschio che aspettavamo!

Era necessaria questa figura per giustificare e supportare l’interpretazione del sogno di Katiuscia. Ricapitolando: la figura maschile appare e viene vissuta in maniera generica e anonima in base al meccanismo della “conversione nell’opposto”, della serie “quanto più mi interessi e tanto meno ti cago”. Questo è l’uomo di Katiuscia, questo è il maschio con cui ha avuto una storia d’amore e di sesso in una baita di montagna durante una escursione o una vacanza e con cui ha rischiato la gravidanza a causa del trasporto erotico ed emotivo. Oppure questo è il compagno speciale di Katiuscia con cui consuma la sua passione e corre volentieri i suoi rischi di donna attratta e innamorata.

Ricordo che in “persona che conosco” viene operata una forma di censura proprio riducendo il livello dell’interesse e il quoziente dell’affetto. Ma i guai non vengono mai da soli, dice l’adagio popolare e, infatti, la storia non finisce qui.

Ci trovavamo in quarantena.”

Si evidenzia e si rafforza l’attesa per comprovare lo stato psicofisico della protagonista e, di riferimento, lo stato psichico del suo “conoscente”. Katiuscia attende l’epifania mestruale per debellare una gravidanza indesiderata o non programmata. La “quarantena” è il periodo di isolamento o di segregazione delle persone infette o delle persone in stato di peccato che hanno fatto ricorso all’espiazione della colpa scontando la pena comminata dalla comunità in difesa dei valori e della salute. Entrambi si trovano in “quarantena” psicofisica. La simbologia non poteva essere migliore, perché include l’attesa temporale alla colpa della negligenza.

Ma la cosa non finisce ancora e il quadro diventa complesso e particolarmente violento.

Io sono corsa a cercare delle armi e ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro e ne ho consegnato uno al conoscente.”

Come al solito è la donna che si allerta nel caso di una gravidanza indesiderata e si mette in moto con le paure e le idee per risolvere il quadro clinico: “sono corsa”. Katiuscia pensa a soluzioni drastiche, del tipo ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza. Le “armi” rappresentano le difese usate in maniera violenta, il “coltello” è un classico simbolo fallico in versione lacerante, il “cassetto” condensa l’universo psichico femminile nella forma recettiva del grembo, il “muro” sa di insensibilità e di chiusura, la “consegna al conoscente” attesta del bisogno di una partecipazione e di una condivisione. In sintesi chiarificatrice, Katiuscia fa presente al suo uomo la disposizione a ricorrere a una interruzione volontaria di gravidanza accentuandone l’aspetto fisicamente violento e psicologicamente traumatico. L’eventuale malaugurato progetto comporterà l’anestesia fisica e psichica, il meccanismo di difesa dello “isolamento” con la sua azione di scindere l’emozione e il sentimento dal fatto in se stesso. Questo è il significato complesso del “cassetto nel muro”. La condivisione è sempre auspicabile in una buona coppia, specialmente su questioni che riguardano la vita e la morte.

Il ricco e delicato sogno di Katiuscia è stato interpretato.

PSICODINAMICA

Il sogno di Katiuscia sviluppa la psicodinamica dell’interruzione volontaria della gravidanza legata a un rapporto sessuale particolarmente fascinoso e privo di quei freni inibitori che potevano consentire un migliore autocontrollo e sciupare il crescendo della “libido”. La parte finale attesta del bisogno di una condivisione e di una deliberazione consapevole e in assoluzione dei sensi di colpa indotti da una risoluzione finale di rifiuto e di soppressione chirurgica.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Katiuscia si lascia spiegare tramite i seguenti nodi di svincolo: “mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe” e “Ci trovavamo in quarantena.” e “ho estratto due coltelli da un cassetto”. L’andamento del sogno segue la Logica simbolica in maniera inequivocabile e progressiva.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto nel corso della decodificazione del sogno.

Il richiamo allo “archetipo Madre” in versione gravidica è ben visibile: Le “cimici” e la “quarantena”.

Il “fantasma della maternità” nella “parte negativa” si individua chiaramente in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro” e anche nell’avere scelto le cimici orripilanti come simboli degli spermatozoi.

Il sogno di Katiuscia esibisce l’azione incisiva dell’istanza vigilante e razionale “Io” in “ho pensato” e in “mi trovavo” e in “svegliandomi” e in “mi sono accorta”.

L’istanza “Es”, rappresentazione delle pulsioni, si manifesta chiaramente in “come sono morbide e pulite queste lenzuola”. e in “essere piena di cimici sulle gambe” e in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”.

L’istanza limitante e censoria “Super-Io” non ha ricovero in questo sogno.

Il sogno di Katiuscia presenta la “posizione psichica genitale” nel disporsi all’amplesso sessuale e nel rischio della gravidanza, così come presenta la “posizione psichica anale” quando ricorre all’esercizio della “libido sadomasochistica” in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”.

Katiuscia usa nel suo sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”: la “condensazione” in “montagna” e in “cimici” e in “velcro” e in “lenzuola morbide e pulite” e in “coltelli” e in armi”,

lo “spostamento” in “alzandomi” e in “svegliandomi” e in “cane” e in “gambe” e in “appiccicose” e in “quarantena”, e in “cassetto sul muro”,

la “figurabilità” o rappresentazione in immagine in “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro.” e in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”,

la “conversione nell’opposto” in “era presente una persona che conosco.”,

la “proiezione” in “e anche il mio cane ne era ricoperto.”,

la “drammatizzazione” in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”.

Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” è ben visibile in “Mi trovavo in un dormitorio di montagna”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini dovuti alla funzione onirica e non in parti del sogno.

Il processo psichico della “compensazione” non figura attivo.

Il sogno di Katiuscia mostra un netto tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: la sessualità e la maternità anche se in versione indesiderata.

Le “figure retoriche” coniate da Katiuscia nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “cimici appiccicose” e in “velcro” e in “coltelli” e in “cassetto nel muro”,

la “metonimia” o nesso logico in “dormitorio” e in “montagna” e in “svegliandomi” e in “lenzuola morbide e pulite” e in “ci trovavamo in quarantena”,

la “enfasi o forza espressiva in “Io sono corsa a cercare delle armi e ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro e ne ho consegnato uno al conoscente.”

E’ formata la “allegoria” dell’embrione in “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro” e la “allegoria” della coppia in “Nel sogno era presente una persona che conosco. Ci trovavamo in quarantena.”

La “diagnosi” dice di un rischio di restare incinta in rapporto sessuale appassionato e non protetto e con deliberazione finale concordata di eventuale interruzione volontaria di gravidanza.

La “prognosi” impone a Katiuscia la giusta cautela nel coito con l’uso dei contraccettivi maschili o femminili per vivere al meglio la sua “libido genitale” senza ricorrere a sistemi drastici che pesano tantissimo sulla “psicologia femminile” vita natural durante.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi fobico-ossessiva” e alla caduta della buona disposizione erotica e sessuale a causa di un controllo e di un autocontrollo nel coito per paura della fecondazione e della gravidanza.

Il “grado di purezza onirica” è “buono”. La trama del sogno non ha subito ridimensionamenti o aggiustamenti e la sinteticità procede nella consequenzialità simbolica.

La causa scatenante del sogno di Katiuscia si attesta in un ricordo del giorno precedente legato all’esperienza della maternità.

La “qualità onirica” si attesta nella determinazione finale in risoluzione concordata e in alleviamento del senso di colpa: “prescrittività”.

Il sogno di Katiuscia si è svolto nella seconda fase del sonno REM perché presenta emozioni e sensazioni di una certa virulenza.

Il “fattore allucinatorio” si compiace dell’uso dei seguenti organi di senso: “tatto” in “come sono morbide e pulite queste lenzuola” e in “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro., la “vista” in “mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe”. La cenestesi globale è presente in “sono corsa”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Katiuscia è “buono” alla luce della consequenzialità dei simboli. Il “grado di fallacia” è veramente “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

Ci voleva una donna del popolo e ho chiesto alla signora Maria, moglie e madre comprovata, di leggere e commentare l’interpretazione del sogno di Katiuscia. Questo è stato il nostro colloquiare.

Maria

Prima di passare al sogno, vorrei sapere come si può a vent’anni superare psicologicamente un trauma da proiettile sulla schiena che ti lascia paralizzato. E’ da quando è successo il fatto criminale che resto sbalordita dalle reazioni positive di questo giovane che vedo in “tv” e di cui raccontano i giornali.

Salvatore

Ti apprezzo moltissimo per questo tuo cauto prendere l’argomento alla larga e senza fare nomi e cognomi. E’ giusto parlarne in generale e interpretarlo secondo la griglia psicoanalitica. Questo caso riguarda e richiama il meccanismo psichico della “razionalizzazione della perdita o del lutto”. Di fronte al trauma criminale improvviso la persona reagisce con il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia del “controllo onnipotente” e in questa operazione di reazione e di ripresa viene sostenuta dal sostegno medico, dall’incentivo della pubblica opinione e dalla speranza di una soluzione ottimale. Come tutte le “razionalizzazioni della perdita” lo sfondo depressivo è sempre presente anche se non si mostra nella sua sostanza. Il tempo richiesto si attesta nei soliti due anni di elaborazione e di maturazione della nuova situazione psicofisica ed esistenziale. L’altro fattore importante da considerare in questo decorso clinico è la “organizzazione psichica reattiva” che è chiamata in causa. In base alla prevalenza della qualità formativa cambia la reazione alla perdita e la forma della “razionalizzazione”. Vediamo in breve le modalità reattive al trauma psicofisico. La “organizzazione psichica reattiva orale” tira in ballo l’affettività e la dipendenza per cui si attacca alle persone dell’ambiente e richiede rassicurazione e protezione in tanta situazione critica. La “organizzazione psichica reattiva anale” mette in atto l’aggressività e l’autonomia ed esaspera il senso del potere e dell’individualità con lo spirito critico e con la pulsione sadomasochistica nell’aggredire e nell’aggredirsi. La “organizzazione psichica reattiva fallico-narcisistica” trova pane per si suoi denti nell’esaltazione della sua irripetibile individualità e reagisce con l’esasperazione dell’autocompiacimento eroico. La “organizzazione psichica reattiva edipica” riesuma la conflittualità e reagisce con l’aggressività e la ricerca continua della ricomposizione e della riformulazione del trauma nell’attesa di riconoscerlo dopo averlo rifiutato. La “organizzazione psichica reattiva genitale” elabora oggettivamente il trauma e lo inserisce nella realtà operando a suo vantaggio nelle condizioni date secondo le linee dello “amor fati”, accettazione e cura del proprio destino di uomo. In questo tragitto la psicoterapia è basilare nella diagnosi della “organizzazione psichica” e nell’accompagnare a maturazione eventuali punti critici e nel riempire sempre eventuali vuoti psichici nella formazione. Questo si può e si deve fare per una prognosi fausta nella difficile evoluzione della “razionalizzazione della perdita”. Concludo dicendo che il clamore sociale non aiuta la riformulazione dell’equilibrio psicofisico perché esalta l’onnipotenza narcisistica.

Maria

Ho capito. Grazie. Passo a Katiuscia e chiedo se il sogno dice che ha subito qualche violenza. E poi le chiedo perché non ha mai usato il termine aborto e ha preferito interruzione volontaria della gravidanza.

Salvatore

La seconda domanda mi impone di dirti che trovo innaturale la parola aborto per la sua etimologia: lontano dall’origine della vita. La donna non nega la sua natura femminile quando decide di interrompere la gravidanza o si mette contro il “Genio della Specie”, la donna mantiene le sue prerogative materne anche se devasta in primo luogo se stessa. La legge 194 del 1978 è importante per le donne perché riconosce e tutela un diritto sacrosanto della donna in riguardo alla sua funzione procreativa e la emancipa dalle varie dipendenze culturali maschili, nonché religiose e ancestrali. Ma la legge 194 è ritenuta dalle donne un eccezionale ricorso per la loro sopravvivenza. Le donne non ambiscono a farsi male, ma vogliono essere tutelate nell’autodeterminazione della gravidanza e nelle strutture ospedaliere competenti, evitando di ricorrere come in passato a pratiche illegali e mortifere. Per quanto riguarda Katiuscia, il sogno dice della sua sensibilità all’interruzione della gravidanza, ma nulla aggiunge in rafforzamento di una esperienza vissuta. Sorprende, pur tuttavia, l’immediata associazione alla soluzione violenta in caso di coito passionale e di fecondazione indesiderata. Il collocare i coltelli dentro un cassetto nel muro può essere interpretato come un tirare via gli attrezzi chirurgici di morte da un utero insensibile e induce a pensare che Katiuscia compia la “razionalizzazione” del trauma subito distribuendo le responsabilità anche al suo uomo o al “conoscente”. La simbologia non è così “sanguigna” da consentire un orientamento verso un’esperienza traumatica vissuta dalla protagonista. In ogni caso è molto fredda.

Maria

Mi ha impressionato la “quarantena” e mi sono ricordata del rito della purificazione che mia nonna raccontava a noi bambine. Dopo il parto la madre veniva riammessa nella comunità cristiana del paese dopo quaranta giorni necessari per purificarsi del fatto che, per avere un figlio, era stata sessualmente congiunta con il marito e, quindi, era impura. Anche il sangue del parto influiva in questo rito che affondava la sua origine nei secoli.

Salvatore

La “quarantena” di Katiuscia significa l’attesa della mestruazione per tagliare la testa al toro, ma ha anche una radice culturale del tipo che ricordava tua nonna. In ogni caso si tratta di una purificazione della colpa lampantemente commessa.

Maria

La passione è una cosa buona e specialmente quella amorosa. Ricordo che da piccola mi piaceva ascoltare le canzoni napoletane che il bisnonno aveva imparato ad amare sul fronte del Piave nel 1918 perché le sentiva dai soldati napoletani, tutta povera gente che non è tornata a casa e che adesso puoi trovare nel cimitero di guerra di Fagarè della Battaglia.

Salvatore

Sia sempre maledetta la guerra insieme a coloro che la provocano e la professano, insieme ai fomentatori d’odio, i portatori psichici di castrazione, quelli che additano un lutto da vendicare senza sapere che hanno la morte dentro.

Maria

Riprendo il discorso sulla pillola. Anch’io ne ho fatto uso, ma poi ho dovuto smettere per gli effetti collaterali. Su consiglio del ginecologo ho messo la spirale. Devo dire che mi sono trovata bene. In ogni caso è sempre meglio essere padroni in casa propria. Ecco, mi piace dire essere padroni del proprio corpo e della propria mente.

Salvatore

Ogni donna sa trovare il suo giusto equilibrio per il suo benessere psicofisico e per la sua vita sessuale, nonché per disporre le sue gravidanze secondo i suoi bisogni e i suoi progetti.

Maria

Consiglio alle giovani donne di avere in borsetta sempre un preservativo, anzi una scatola di preservativi, tra i trucchi e le cianfrusaglie, se non hanno la pillola in corpo. Possono sempre servire. Un’altra cosa importante: che facciano sesso invece di bere e di massacrarsi il cervello con gli stupefacenti. Io ho tre figli maschi e ai due grandi ho già impartito le giuste direttive: rispetto della donna e testa sulle spalle e poi puoi dare sfogo al patrimonio dei coglioni. Non so se mi sono spiegata.

Salvatore

Come al solito ti sei spiegata molto bene. Sei una donna eccezionale. Penso proprio di essermi innamorato di te.

Maria

Va là, va là! Non mi dica queste cose, altrimenti ci credo. E poi, io sono impegnata. Come si conclude il sogno di Katiuscia? Avevo pensato ai poveri soldati napoletani del nonno e alla passione di cui tanto ha parlato lei e mi sono ricordata di una canzone intitolata proprio “Passione napoletana” e interpretata da Mina. E così concludiamo in lacrime e in bellezza.

Salvatore

Come faccio a dirti di no?

Grazie e alla prossima, o preziosa creatura!

I LUNGHI LEVERAGGI DELLE DONNE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo nella cucina di casa mia e, spostandomi in soggiorno, sono passato davanti al televisore che ha attirato la mia attenzione. Stavano trasmettendo un telegiornale e le immagini arrivavano dalla Cina.

Erano immagini nitide e dai colori vivi. Una ragazza cinese, ripresa da sopra la testa, giaceva su un tavolo. Era senza naso ed aveva il volto coperto di sangue. Pensavo fosse morta, ma la scena mi ha lasciato comunque indifferente. Nessun commento da parte dei giornalisti.

L’inquadratura proseguiva spostandosi di lato. Ora vedevo chiaramente il volto ed i capelli neri raccolti a coda. I lineamenti erano chiaramente di una ragazza cinese, il naso ora c’era ed il viso non più insanguinato. Aveva gli occhi semichiusi e mi sono accorto che non era morta ma viva.

Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.

Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa. Non l’ho vista in faccia, ma mi ero fatto l’idea che fosse di origine europea e comunque non cinese. Aveva capelli color castano chiaro ed il taglio era simile a quello di mia moglie.

Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.”

Questo è il sogno di Morfeo.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Vado al dunque dopo aver tanto riflettuto su questo prodotto psichico “sui generis”. Il sogno di Morfeo è importante perché descrive come un uomo può vivere il trauma, drammatico per l’essenza femminile, della perdita della capacità di diventare madre. Morfeo è colpito dalle ferite iscritte nel corpo di una donna e si difende dal cogliere le ferite iscritte nella psiche di una donna costretta alla sterilità. Morfeo è colpito da tanto strazio e lo rielabora secondo le sue coordinate maschili e la sua formazione psichica, ma non partecipa emotivamente per naturale difesa. Il rapporto tra “quello che sogna e scrive” e “quello che vive in sogno” è decisamente a favore del primo.

Morfeo è “formale” di nome e di fatto, è un “presta-sembianze”, come nella mitologia greca da cui ha tratto lo pseudonimo richiamando il “sogno” e il “sognare”, ma anche la “morfina”, il farmaco della “ataraxia” e del “nirvana”, la ricetta chimica per eliminare gli affanni e le angosce. Morfeo non ha scelto a caso questo nome. Ha commesso un inconsapevole “lapsus” esprimendo in questa opzione qualcosa di sé e della sua “organizzazione psichica reattiva”. Morfeo è un uomo molto controllato che si distribuisce con la giusta misura nei coinvolgimenti emotivi.

Eppure nel sognare il suo psicodramma questo asettico Morfeo riesce a tessere le lodi delle donne e del loro potere nel subire e nel dare, nel soffrire e nel gioire, nell’essere e nell’esserci. Il titolo, “I lunghi leveraggi delle donne”, sottende le grandi complicate leve dello “Psicosoma Femminile”, la complicazione armonica della Vita e della Morte, il Corpo mistico della Donna depositato sull’altare della dea Demetra e della figlia Persefone. Quest’ultima è sposa di Ade, dio degli Inferi, ed è destinata a rappresentare l’ambivalenza tra la Vita e la Morte nei sei mesi di soggiorno sulla terra che rinasce, primavera-estate, e nei sei mesi di soggiorno nel Regno delle ombre, autunno-inverno. Morfeo si è immesso con il suo sogno in un territorio estremamente vasto e “morfologicamente” complesso, l’universo psicofisico femminile e la possibilità di gustare o non gustare i dolci e succosi chicchi del melograno, la fecondazione e la gravidanza.

Procedendo nelle considerazioni aggiungo che potevo intitolare il sogno di Morfeo “Elogio dell’Archetipo Madre” in onore alla Psicologia analitica di Jung, lo psicoanalista che tanto ha studiato la simbologia del “Principio Femminile”. Infatti, l’effetto sorprendente del sogno è che Tutto inizia e Tutto finisce nel segno del “Femminile”: la donna oggetto d’insulto e la donna riscatto dall’insulto, la donna cinese mutilata e la donna europea iperdotata. La cornice antropologica è meravigliosamente “super partes” e sopra le razze: il minimo comune denominatore è l’Essere Femminile. Il finale è degno del sottile acume di Ingmar Bergman sulla Psicologia Femminile. Nello specifico suggerisco la visione del film “Persona” del 1966.

Avanti con il sogno di Morfeo.

Lo psicodramma poteva essere letto come una formidabile “proiezione” d’aggressività verso le donne, una forma acuta di misoginia, un odio naturale che affonda le radici nella “posizione anale” di Morfeo e nell’esercizio della “libido sadomasochistica”. Niente di innaturale e patologico, perché l’aggressività rientra nella normale evoluzione dell’energia del “Vivente” definita “Libido”. Ma questa lettura descrittiva risultava settoriale e non assolveva la sensibilità di Morfeo verso una sua esperienza dolorosissima, non descriveva un uomo che descrive il suo “iter” doloroso, quasi un calvario, in riguardo a un fatto reale che la sua funzione onirica ha rielaborato secondo i “meccanismi di difesa” a lui congeniali, “l’isolamento” dell’emozione dal fatto o la freddezza. Quando il sogno è descrittivo di un fatto occorso e di un’esperienza vissuta, il protagonista lo rielabora secondo i canoni della sua sensibilità e si difende con i “meccanismi psichici” prediletti, quelli che lo fanno star bene per uso consolidato.

Ma il sogno non si esaurisce in queste linee interpretative complesse e drammatiche. Accanto alla “libido sadomasochistica” Morfeo associa nella parte finale del sogno la “libido fallico-narcisistica” della omonima “posizione psichica”. Per la precisione l’esaltazione della donna si evidenzia nel dotarla di “pinze” e di “lunghi leveraggi”, nonché di capacità di comando e di manovra, di un buon Cervello e di una ottima Mente. Morfeo è un convinto ammiratore dell’universo femminile e un assertore dei diritti delle donne al punto che ripara simbolicamente il trauma della maternità mutilata con il recupero degli strumenti di potere nei millenni ascritti e attribuiti all’universo psichico maschile, il fallo e la gestione delle leve del potere.

Meglio di così, credetemi, Morfeo non poteva fare.

Per un sogno decisamente impegnativo questo preambolo può bastare.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo nella cucina di casa mia e, spostandomi in soggiorno, sono passato davanti al televisore che ha attirato la mia attenzione. Stavano trasmettendo un telegiornale e le immagini arrivavano dalla Cina.”

Traduco: “ero immerso nei miei ricordi, pensavo ai miei affetti e mi è venuto in mente la scena di un episodio successo tanto tempo fa”.

Morfeo scartabella tra le sue memorie e trova un fatto che l’ha colpito, un evento traumatico. Per rivederlo in sogno ha bisogno di staccarsene e lo fa diventare una semplice notizia del telegiornale e addirittura un notiziario cinese tanto per non capirci niente. I simboli sono la “cucina” e il “soggiorno” della “casa”, quel materiale che nella sua “organizzazione psichica reattiva” riguarda l’affettività e la comunicazione. Il “televisore” è lo strumento difensivo che attenua l’angoscia dei vissuti, così come il “telegiornale” rappresenta una maniera di staccarsi emotivamente da quello che lo riguarda direttamente e che sta per entrare in scena. La “Cina” rappresenta l’esotico e il diverso, un polo ambivalente di attrazione e di repulsione per Morfeo. Le “immagini” sono le rappresentazioni allucinate dei suoi “fantasmi”.

Procedere significa capire.

Erano immagini nitide e dai colori vivi. Una ragazza cinese, ripresa da sopra la testa, giaceva su un tavolo. Era senza naso ed aveva il volto coperto di sangue. Pensavo fosse morta, ma la scena mi ha lasciato comunque indifferente. Nessun commento da parte dei giornalisti.”

Traduco: “il trauma era ben vivo dentro di me e riguardava una figura femminile che rischiava di morire ed era inerte e senza alcun potere, oltre che gravemente malata nella sua identità femminile. Per difendermi dall’angoscia non mi sono coinvolto, mi sono raffreddato e non ho tirato fuori alcuna riflessione su questo fatto traumatico che stava emergendo in me.”

Morfeo rievoca un trauma legato a una donna che ha subito un intervento chirurgico importante. Questo ricordo vivido avviene tra chiarezza mentale e distacco emotivo. Morfeo si anestetizza e mette in atto il “meccanismo psichico di difesa” dello “isolamento”: separazione dell’emozione dal fatto, freddezza. La “ragazza cinese” condensa la figura femminile non coinvolgente e addirittura di altra razza, “sopra la testa” riguarda il simbolo della vigilanza ossia è cosciente anche se giace su un tavolo operatorio. L’essere “senza naso” conferma che non ha potere, deve subire e non può reagire, mentre il “volto coperto di sangue” attesta dell’evento cruento di cui la donna anonima cinese è consapevole.

Morfeo sta operando da lontano la rappresentazione di un trauma che lo ha toccato da molto vicino.

L’inquadratura proseguiva spostandosi di lato. Ora vedevo chiaramente il volto ed i capelli neri raccolti a coda. I lineamenti erano chiaramente di una ragazza cinese, il naso ora c’era ed il viso non più insanguinato. Aveva gli occhi semichiusi e mi sono accorto che non era morta ma viva.”

Morfeo ama i particolari e ci prova gusto nell’analizzare i suoi vissuti, quasi come se vantasse esperienze professionali di questo tipo. Persiste la freddezza nel visionare il quadro e la parsimonia nel vissuto. La donna è cinese ed è molto lontana e diversa dalla effettiva donna che Morfeo vuole rappresentare nel sogno. La donna aveva una certa “coscienza di sé” e la rianimazione funziona veramente bene nell’ospedale in cui si trova.

Viva la vita che riaffiora dopo tanta paura e tanta angoscia !

Tutto bene quel che finisce bene.

Ripeto: Morfeo sta rievocando i particolari del suo ben controllato travaglio emotivo di fronte a un’esperienza traumatica che lo ha coinvolto direttamente. Il simbolo degli “occhi semichiusi” dice di una consapevolezza obnubilata. Il “naso” attesta del potere che ritorna con la vitalità. “Il volto e i capelli neri raccolti a coda” identificano una donna cinese che indirettamente è una figura femminile prossima a Morfeo. Di rilievo è la freddezza analitica con cui il protagonista del sogno si sta difendendo dall’angoscia depressiva di perdita di una persona cara. La funzione onirica ce la sta mettendo tutta per non far scattare l’incubo: la coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”. Mi spiego meglio e mi spiego prima. Se questa donna cinese, con tanto di viso e di coda di cavallo nera, si trasformasse nel viso della persona interessata, il risveglio immediato sarebbe assicurato insieme all’incubo.

Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato, mossa da dei lunghi bracci sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.”

Ecco la scena madre in tutta la sua cruenta realtà e verità !

In sogno Morfeo è un esperto chirurgo che opera con apparecchiature all’ultimo grido, quei robot dall’Elettronica potente che hanno superato l’avanguardistica ma ormai obsoleta laparoscopia. Adesso l’intervento chirurgico lo fa il robot muovendo in maniera meccanica le sue lunghe e complicate leve, i “leveraggi” per l’appunto, grazie alla guida intelligente che al computer opera il chirurgo. L’intervento riesumato da Morfeo riguarda la sterilizzazione di una donna, la perdita della possibilità di procreare legata all’asportazione delle ovaie. O Morfeo è un chirurgo ginecologico o è un uomo che è stato toccato da vicino da un intervento invalidante nella persona a lui vicina. Propendo per la seconda, perché un chirurgo non si porta il lavoro a casa e per giunta di notte. Preferisce dormire per essere in forma il giorno dopo con tutte le leve e con le pinze di acciaio cromato che deve far muovere con delicatezza e perizia. Di certo, Morfeo offre una compiaciuta descrizione sadomasochistica, del tipo “strappava dal ventre squarciato e insanguinato dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie”. E, come se questa chiarezza non bastasse per avere la patente del sadomasochismo, “le buttava in un secchio posato per terra”, nel cestino dei rifiuti organici dell’ospedale. La descrizione è traumatica e la freddezza si coglie in “acciaio” e in acciaio cromato”.

La donna, cinese per difesa, è viva, ma ha perso la possibilità di avere figli.

Qualche simbolo non guasta in tanto quadro cruento: “pinza” e “lunghi bracci” sono organi del sadismo, “acciaio cromato” equivale a freddezza, “strappava” è la sadica conferma e scinde l’emozione dal fatto, “squarciato” rappresenta l’ulteriore rafforzamento del sadismo e del compiacimento, “lembi di carne e ovaie” sono gli organi della fertilità femminile, “buttava” è un dispregiativo e indica il distacco che il chirurgo deve avere per operare, “secchio” è simbolo del femminile in accezione dispregiativa.

La precisione chirurgica di Morfeo nella cruenta descrizione attesta di una sua precisa freddezza che controlla le emozioni ma che descrive le scene in maniera perfetta.

Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa. Non l’ho vista in faccia, ma mi ero fatto l’idea che fosse di origine europea e comunque non cinese. Aveva capelli color castano chiaro ed il taglio era simile a quello di mia moglie.”

Morfeo è colpito dalla solidarietà femminile, dal reciproco ausilio tra donne in difficoltà, da un mutuo soccorso al femminile che è degno delle migliori società e associazioni filantropiche dell’Ottocento. La donna europea consola la donna cinese. Tra donne ci si aiuta e al di là delle razze. Dopo tanto sadismo ci sta bene l’altruismo, la solidarietà e l’universalità dei sentimenti. Morfeo alla fine del sogno si dà la coordinata giusta per capire e mette in ballo sua “moglie” nel “taglio” dei capelli, un tratto di riconoscimento. La “cinese” era la moglie di Morfeo ed è la donna che nella realtà ha subito l’intervento di asportazione delle ovaie. Morfeo ha sognato quello che ha vissuto in un delicato momento della sua vita. Ha sdoppiato la moglie in colei che fa l’intervento e in colei che lo subisce e per renderla irriconoscibile in sogno l’ha fatta cinese. Ma alla fine il sogno ha dato un indizio di comprensione, un punto chiave per capire di chi si tratta e di cosa si tratta.

Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei. ”

Una donna “fallica” di grande potere è quella che ha diretto l’intervento di asportazione da un lato e di salvezza dall’altro: la moglie di Morfeo. Quest’ultimo manifesta una grande ammirazione verso le donne in generale e in particolare verso quelle che ha squadernato dormendo sul suo palcoscenico onirico. Morfeo riconosce alla donna una grande capacità nel fare e nel subire. La concezione sull’universo femminile è positiva anche se mantiene la giusta ambivalenza verso l’insondabile dimensione psicofisica della maternità. In ogni caso l’attrazione è notevole e si coglie chiaramente nel suo tessere l’elogio e l’allegoria del valore femminile. Afrodite ringrazia dall’alto dell’Olimpo anche se non riesce a capacitarsi su come il suo potere erotico e seduttivo si sia evoluto nel manovrare pinze d’acciaio e lunghi leveraggi.

Questo è quanto potevo offrire all’apparente meccanico sogno di Morfeo e alla sua capacità di difendersi dall’angoscia vissuta a suo tempo. Là dove il sogno diventa descrittivo, nasconde una sensibilità direttamente proporzionale all’angoscia vissuta.

PSICODINAMICA

Il sogno di Morfeo sviluppa la psicodinamica cruenta di un trauma legato a un intervento chirurgico invalidante la capacità procreativa femminile. Morfeo presenta la sua difesa dal coinvolgimento emotivo e descrive in maniera cruda e truce l’essenza scenica dell’operazione soprattutto nell’esito finale e suppone la metodologia d’intervento. Il sogno ha una sua polivalenza perché può sortire interpretazioni diverse ma congrue nella sostanza. L’esibizione della “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” fa di Morfeo un buon chirurgo che la sublima mettendola al servizio del prossimo o un uomo coinvolto affettivamente che si difende attraverso la descrizione fredda dell’asportazione degli organi genitali interni. La propensione alla seconda direzione è supportata dal richiamo alla moglie, un esiguo richiamo che illumina il significato del sogno e la “organizzazione psichica reattiva” di Morfeo.

PUNTI CARDINE

Il punto cardine per l’interpretazione del sogno di Morfeo è il seguente: “Aveva capelli color castano chiaro ed il taglio era simile a quello di mia moglie.” Con una semplice associazione legata al taglio dei capelli, Morfeo si tradisce in sogno sempre in maniera coperta e utile alla decodificazione corretta del sogno.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I simboli sono stati decodificati nel corso dell’interpretazione del sogno. Di rilievo sono i seguenti: “telegiornale”, “ragazza cinese”, “senza naso”, “volto coperto di sangue”, “capelli neri raccolti a coda”, “pinza”, “acciaio cromato”, “lunghi bracci”, “ventre squarciato e insanguinato”, “lembi di carne”, “ovaie”, “secchio”, “leveraggi lunghi”.

Il sogno di Morfeo richiama “l’Archetipo della Madre” e il “Principio Femminile” nella versione depressiva dell’Archetipo “Morte”.

Il “fantasma di morte” nella versione sadomasochistica della “mutilazione” è presente e ben visibile in “le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie”.

Il sogno di Morfeo accusa la presenza della istanza vigilante “Io” in “pensavo” e in “ora vedevo” e in “non ho visto”. L’istanza pulsionale e rappresentazione dell’istinto è abbondantemente visibile in “Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.” L’istanza limitante e censoria “Super-Io” non è in azione nello psicodramma rappresentato.

Il sogno di Morfeo presenta ampiamente la “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” corrispondente in “Era senza naso ed aveva il volto coperto di sangue.” e in “le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.” Mostra la “posizione psichica fallico-narcisistica” con la “libido” corrispondente in “Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.” La “posizione psichica genitale” si evidenzia nell’investimento di “libido” seguente: “Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa.”

Il sogno di Morfeo evidenzia i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “naso” e in “occhi” e in “pinza” e in “bracci” e in “leveraggi” e in altro, lo “spostamento” in “ragazza cinese” e in “la scena mi ha lasciato comunque indifferente. Nessun commento da parte dei giornalisti.” e in altro, “l’isolamento” in “la scena mi ha lasciato comunque indifferente.”, la “figurabilità” in “Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.” e in altro.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini dovuti all’esercizio della funzione onirica.

Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” è assente.

Il processo psichico di difesa della “compensazione” è in esercizio in “Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa.” e in “Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.”.

Il sogno di Morfeo mostra un tratto psichico “sadomasochistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” decisamente “anale”. Sono presenti un tratto “narcisistico” e un tratto “genitale”.

Le “figure retoriche” formate da Morfeo nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “pinza” e in “acciaio” e in “leveraggi” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “pinza” e in “taglio di capelli” e in altro, la “enfasi” o forza espressiva in “Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.”

Morfeo forma “l’allegoria del narcisismo” femminile in “Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.”

La “diagnosi” dice della rievocazione di un trauma depressivo di perdita della funzione genitale e del successivo recupero psichico compensativo da parte di un uomo coinvolto affettivamente che riesce a ben isolare le emozioni dal fatto cruento.

La “prognosi” impone a Morfeo di razionalizzare progressivamente il trauma e di vivere le emozioni collegate in maniera tollerabile e reintegrando l’evento con le emozioni che ha relegato a livello profondo. Il recupero e la reintegrazione sono funzionali a una migliore offerta affettiva della sua persona. Un uomo tendenzialmente freddo non sempre è apprezzato e non sempre si piace. La rigidità va sempre attenuata anche perché, se non funziona il meccanismo psichico di difesa, la crisi psiconevrotica è immediata.

Il “rischio psicopatologico” si attesta, come dicevo prima, in un mancato funzionamento del “meccanismo principe dello “isolamento” e dell’uso del meccanismo della “rimozione” perché Morfeo ricorda tutto l’evento traumatico nei minimi particolari ma ha incarcerato le emozioni. Di conseguenza bisogna tutelarsi dall’insorgere di una “psiconevrosi isterica” con conversioni psicosomatiche e crisi di panico dovuta all’afflusso incontrollato delle tensioni incarcerate a livello profondo. Auspicabile è la “razionalizzazione” progressiva del trauma.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” alla luce della precisa narrazione della trama del sogno. Le contaminazioni logiche e le pezze giustificative non compaiono.

La “causa scatenante” del sogno di Morfeo si attesta nel ricordo casuale o in una associazione all’evento traumatico a suo tempo occorso.

La “qualità onirica” o attributo globale e dominante del prodotto psichico è “cruenta” e “tecnologica”.

Il sogno di Morfeo è stato fatto nella penultima fase del sonno REM vista la precisione della memoria e delle descrizioni.

Il “fattore allucinatorio” si esalta nelle allucinazioni cruente più volte citate e nello specifico il senso della “vista” in “vedevo chiaramente…” e in “non ho visto”. Il sogno di Morfeo procura una “cenestesi” globale di repulsione delle scene cruente e truci, così come la prospera conclusione produce un riscatto sensoriale dalle precedenti scene.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Morfeo è “sufficiente” alla luce del fatto che il sogno possiede altre variabili interpretative di minor spessore rispetto a quella scelta e corroborata dal fatto che veniva richiamata per associazione libera la figura della moglie del protagonista. Il “grado di fallacia” è “medio”. Soltanto Morfeo può confermare la bontà o la debolezza dell’interpretazione.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Morfeo è stata sottoposta all’attenzione di una donna che ha voluto mantenere l’anonimato. E’ conseguita la seguente discussione.

Lettrice

Sono sbalordita del fatto che un uomo abbia rappresentato la realtà in maniera così precisa, perché a tutti gli effetti è quello che succede nelle sale operatorie, escluso il discorso del secchio. Quello che ha descritto Morfeo è veramente drammatico e veritiero. Anch’io sono rimasta impressionata dal fatto che lui racconta in maniera cruda e non partecipa emotivamente.

Salvatore

Usa doppi “meccanismi di difesa” dall’angoscia, quelli del sogno e quelli della veglia. Pensa quanto ha dovuto soffrire in silenzio quest’uomo di fronte alla patologia di una donna a lui oltremodo cara. Ha dovuto reprimere le sue emozioni e le sue tensioni per non appesantire il quadro già drammatico di suo.

Lettrice

Ma non si è fermato a descrivere l’operazione chirurgica, è andato oltre a sostenere la donna e a esaltare la bravura nell’affrontare situazioni così delicate. Non pensa che nella realtà chi ha condotto l’intervento può essere stata una donna?

Salvatore

Lo penso anch’io. Spero che questi dubbi me li risolverà Morfeo, magari mandandomi un giudizio sulla veridicità dell’interpretazione del suo sogno, magari via mail, così come ha fatto nello spedirmelo. Certo che se l’interpretazione non risponde alla realtà, vuol dire che il sogno esprime una forte aggressività di Morfeo verso le donne, misoginia. Ma la delicatezza e la sensibilità con cui tratta la moglie in sogno associandola al taglio di capelli e l’esaltazione finale del valore femminile dispongono per la conferma che Morfeo è tutt’altro che misogino.

Lettrice

Ma se lei avesse preso un granchio nell’interpretazione, cosa succederebbe?

Salvatore

Se il trauma non è legato al fatto, significa che Morfeo ha esternato in sogno la sua misoginia e la sua reverenza verso le donne, perché non dimentichiamo che alla fine le esalta con la figura della “ingegnera” elettronica che governa abilmente i leveraggi e le pinze. E’ sempre un prodotto psichico di Morfeo ed è per lui di grande insegnamento perché lo invita a ridurre la freddezza nell’approccio con le persone e con la realtà. Su certe caratteristiche non mi sono sbagliato. Vedi la “prognosi” e il “rischio psicopatologico”.

Lettrice

La solidarietà che hanno le donne tra di loro quando non sono nemiche, è un altro punto del sogno ben evidenziato e reale. E Morfeo lo ha colto e lei lo ha approfondito. Certo non era un sogno facile.

Salvatore

Era un sogno originale ed eccessivamente realistico anche se l’esperienza chirurgica traumatica è molto diffusa e tanti sono gli uomini che vivono l’esperienza della moglie o della compagna che viene deprivata dell’utero e delle ovaie in maniera drastica. Morfeo ha saputo dare una versione truce e non si è soffermato sugli aspetti empatici e affettivi perché è fatto così.

Lettrice

Lei non ha notato in Morfeo l’invidia della maternità? Ho letto che esiste da sempre e che il maschio la risolve in altre maniere.

Salvatore

Brava, hai toccato un bel tema. Ammirazione verso l’universo femminile ce n’è tanta, ma invidia della capacità di procreare non ne ho trovata. E’ proprio vero che il maschio si ingravida di altro e “sublima la libido” nelle creazioni artistiche e nelle scoperte scientifiche. Ma sono teorie vecchie come il cucco.

Lettrice

Interessante l’indicazione che ha dato di guardare il film “Persona” di Bergman. Speriamo che si trovi da qualche parte. Comunque tutta la produzione del regista svedese va rivista e analizzata ben bene anche se è a volte di difficile lettura e comprensione.

Salvatore

In un anno si potrebbe cominciare a capire qualcosa di Bergman e anche quello che lui stesso non ha capito e che ci ha lasciato in regalo.

Lettrice

Non ho domande, ma ho la canzone giusta per il tema proposto dal sogno di Morfeo.

Salvatore

“Donne” di Zucchero Fornaciari?

Lettrice

No! “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia.

Salvatore

Buone tutte e due e allora: aggiudicate !

RAVIOLI, POLENTA, FORMAGGIO E VINO ROSSO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Gentile Signor Vallone, ho fatto questo sogno.

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato, però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.

Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

È finito il sogno.


Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.
Se riesce a dare un’occhiata al mio sogno, mi farebbe piacere.
Grazie anticipatamente


Davide”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La vita affettiva ha le sue radici nella nascita e si rafforza nell’infanzia. La prima conoscenza del bambino è il suo primo “fantasma”, le sensazioni e i vissuti di acuto dolore e di benefico sollievo. Questa è la sintesi primaria del cosiddetto “affetto”: “fare qualcosa per”. La psicodinamica recita: “colui o colei che solleva dal dolore, ama e chi è sollevato dal dolore si lega a lui o a lei”. E’ una normalissima teoria dell’attaccamento parentale che pone in rilievo e in risalto il corpo e le sensazioni, l’allucinazione e la fantasia nel momento della nascita e nelle primissima infanzia. Va da sé che i genitori sono determinanti in questo esordio psicofisico dei figli. Userò il termine “Madre” per definire il genitore che accudisce il figlio e a cui si attacca il bambino per le sue esigenze evolutive secondo la psicodinamica di fusione, di individuazione e di separazione.

La Madre archetipo e la madre in carne e ossa sono le artefici di questo itinerario psicofisico del figlio dopo il doloroso travaglio e il pericoloso parto. Si nasce nel trauma e si conferma il trauma. “Il trauma della nascita e la nascita del trauma” era il tema di un pionieristico Congresso degli anni ottanta in una Italia bacchettona che aveva una concezione indifferente, né positiva e né negativa, del bambino. In tanto traffico psicosomatico e in tanto scambio di sofferenza la “diade madre-figlio” si rompe con il parto e trova la giusta soluzione nell’individuazione della madre e del figlio. Ma si è soltanto reciso il “cordone ombelicale anatomico”, perché il figlio e la madre mantengono il “cordone ombelicale psichico”. La madre sa che il figlio dipende da lei in tutto e per tutto e che la sua sopravvivenza è legata al suo accudimento. Il figlio sente e percepisce chiaramente che dipende da quella figura che lo riscalda, lo accarezza, lo rilassa e sa alleviargli i dolori dello stomaco. Dal dolore nasce l’amore, dalla dipendenza fisica nasce l’affettività. Il bambino concepisce la madre come colei che lo nutre e miracolosamente risolve la sua fame. Il bambino conosce la madre e la rappresenta con il suo personale “fantasma”, quello che scinde nel “seno buono”, quello che mi nutre e mi fa star bene, e nel “seno cattivo”, quello che non mi nutre e mi fa star male. Sto rispolverando le teorie della grande Melanie Klein. Purtroppo quello che scrivo non è farina del mio sacco. Si tratta della “posizione schizo-paranoide” e della “posizione depressiva”, si tratta delle emergenze psicofisiche e dei tratti psichici che il bambino matura durante il primo anno di vita. Il figlio si sente beneficamente legato alla madre e ne vive l’assenza come la perdita di se stesso, prima che dell’oggetto necessario per la sua sopravvivenza, un oggetto bramato più che amato. Il latte materno è essenziale per elaborare la continuità della vita e per traslare il legame affettivo di riconoscimento e di riconoscenza nel famoso e famigerato, nonché abusato, sentimento d’amore. L’ambivalenza del “fantasma della madre” e il suo immenso potere si evolvono nella formazione del bambino e travalicano pari pari nella sua “organizzazione psichica reattiva” in tutte le tappe del suo sviluppo. La “Madre” è affetto, è potere, è piacere, è conflitto, è colei che mi ha generato e che fa per me, colei che mi nutre e mi accudisce, colei che mi riempie e mi fa sentire forte, colei che mi accarezza e mi fa sentire vivo, colei che contiene le mie angosce, colei che mi libera lo spazio per sentirmi onnipotente. La Madre è per il figlio l’anticamera della sua immaginazione e della sua Fantasia in riferimento a se stesso come individuo e alla realtà come mondo di oggetti. La “Madre” è l’oggetto meraviglioso che il figlio investe concretamente nel lembo del suo lenzuolino o nel suo pupazzetto, nel pizzo del fazzolettino o in un povero calzino, nel rocchetto di filo o nella bambolina di ruvida pezza. Il bambino è attore protagonista di se stesso e mette in scena i suoi “fantasmi”. La “Madre” è il suo fidato e indiscusso impresario teatrale, Colei che si mette in seconda fila e lo lascia recitare a braccio e agire senza vincoli e divieti.

Signori e signore, questa è la “Legge della Madre”, la “Legge del Sangue”, quella che viene prima della “Legge del Padre”, quella che miticamente e mitologicamente vide, nel primo millennio e nei versi del poeta Esiodo, la Dea Madre Gea allearsi con i figli in opposizione al Padre e alla sua tirannica Legge della violenza che esigeva i figli da annientare e da divorare: vedi all’uopo Ouranos e Kronos. E Gea e i figli non furono da meno.

Riprendendo la Psicologia dinamica della vita affettiva, la “Madre” è l’origine della Vita e la maestra della Vita affettiva. La “Madre” è, come dicevo in precedenza, il rifugio e il sostegno del bambino, il contenitore delle sue angosce, la figura e la persona che gli consente di sperimentare l’onnipotenza narcisistica, quella meravigliosa sensazione di essere l’attore e il protagonista indiscusso della relazione con lei. Benedetta, allora, sia quella “Madre” che permette al figlio dopo la fusione di maturare la sua indipendenza nella forma di uno “spazio di transizione”, un passaggio verso la Realtà senza rinunciare alla sua soggettività e alla sua creatività elaborativa. La “Madre” è Colei che in questo transito evolutivo viene condensata dalla Fantasia del bambino in un “oggetto” concreto prima di diventare un “Simbolo” e in sollievo all’angoscia della solitudine e in preparazione al passaggio nel mondo veramente oggettivo, nella Realtà degli uomini e delle cose, nella Realtà della Storia e della Cultura.

E il migliore augurio esige, insieme agli auspici di buon viaggio, che questo processo avvenga in maniera non traumatica proprio grazie a quello spazio tra il bambino e la mamma, spazio che il figlio userà per tutta la vita come la sua personale officina di elaborazione dei dati e la sua fucina di originalità psichica: la sua ineguagliabile e inimitabile “organizzazione psichica reattiva”, la sua personalità e il suo carattere.

Ho tessuto uno psicoanalitico “Elogio della Madre”, una preghiera laica per una figura sacra. Ho stigmatizzato il “latte” del seno come lo strumento psicofisico e il futuro simbolo della cura e della premura materne. Il Padre subentra successivamente nella formazione psichica del bambino e viene vissuto nell’ambivalenza di una figura che protegge e blocca, rassicura e limita, concede e impone. L’istanza psichica del “Super-Io” si formerà nel bambino grazie alla figura paterna anche se non trascura altre cause come le costrizioni e le limitazioni vissute dal bambino nelle malattie e nella espressione coatta del corpo e delle sue funzioni. La Vita affettiva è depositata nella “Madre” e in misura diversa si evolve nel “Padre”.

“In nome della Madre e del Padre” recita la preghiera di Melanie Klein e di Donald Winnicot, entrambi inglesi, la psichiatra e il pediatra successivamente formati dalla Psicoanalisi di Sigmund Freud con il dosaggio delle dovute prevalenze e dei necessari aggiustamenti.

E la “famiglia”?

La parola “famiglia” ha una etimologia latina che tira in ballo il “famulus”, lo schiavo e il servitore, coloro che vivono sotto lo stesso tetto e condividono usi e costumi. La “famiglia” è il luogo dell’esercizio degli affetti, è il luogo dell’economia e dello scambio di cure e di premure, è il luogo dell’apprendimento delle modalità di interagire affettivamente, è il luogo dell’educazione nel significato di “tirare fuori da sé” grazie all’abilità maieutica dei componenti del nucleo sociale. La “famiglia” è l’alcova dell’intimità erotica e sessuale.

Approfondire non guasta.

Il “grado”, il “quoziente”, la “quantità”, la “qualità”, la “modalità” e la “relazione” descrivono le psicodinamiche affettive e ne sono gli attributi. Il “grado” si attesta nel procedere degli investimenti affettivi secondo criteri di intensità nell’accrescimento e nella riduzione. Il “quoziente” traduce il latino “quante volte” ed esprime la cifra della distribuzione degli investimenti affettivi. La “quantità” esprime la consistenza materiale, organica e sensoriale dell’affetto. La “qualità” descrive gli attributi e le proprietà dell’affetto. La “modalità” descrive la forma in cui viene veicolato l’affetto. La “relazione” pone nessi tra affetto ed affetto, tra i vari investimenti ricercando, per l’appunto, le associazioni possibili. In famiglia il bambino impara la “topica” o la forma, la dialettica o la “dinamica”, la “economia” o l’intensità degli investimenti affettivi.

Come ci si vuol bene e come ci si ama?

Quanto ci si vuol bene e ci si ama?

Il segno tangibile dell’affetto è il “Corpo, per cui, se mi vuoi bene, accarezzami e saziami di baci. La pelle è la vasta prateria su cui si può liberamente scorrazzare. Di poi, si potrà passare dal concreto all’astratto per far contento il maestro di scuola, ma il bambino vuole sempre e solamente sentire i corpi e vivere i sensi. E questo contatto è per sempre e non esiste alcuna astrazione platonica che possa sostituire la massa corporea. Non esiste alcuna dimensione sacra che può fare a meno dei nervi e delle sinapsi, delle ghiandole e degli ormoni, delle sensazioni e delle percezioni. Questo è il “come” ci sia vuol bene e ci si ama.

Il “quanto ci si vuol bene e ci si ama” tende all’infinito, come le equazioni matematiche intese verso l’indefinito e l’insaziabile, verso la “Fisica dei quanti” e l’obesità. L’affetto è quel cibo concreto che non sazia e che ha bisogno di essere oggettivato in quel qualcosa di originale che bisogna inventare per essere unici e felici: gli ineffabili “Baci perugina”. La “bocca” è l’organo erogeno, il veicolo del piacere che si irradia e arriva dentro fino all’animo, così come la “pelle” è l’arena su cui fanno scorribanda le carezze. La misura non è mai colma, ma anche in questo settore il monito resta quello epicureo e stoico: “Est modus in rebus. Sunt certi, denique, fines quos ultra citraque nequit consistere rectum”, “esiste una misura nelle cose, esistono dei confini al di là e al di qua dei quali non si attesta la rettitudine”. La “aurea mediocritas” nella psicodinamica affettiva ha svariate modalità e ampi margini di praticabilità proprio perché è d’oro. I genitori che hanno maturato l’amore del proprio destino di uomini, sanno prendersi amorosa cura dei figli senza minare la loro potenziale creatività con divieti e ricatti, con l’autoritarismo bieco del despota ignorante e con le angosce e le ansie non risolte nell’infanzia. Lo spazio concesso ai bisogni di onnipotenza del bambino, tramite la rassicurazione affettiva ed erotica delle carezze e delle coccole, diventa per la sua evoluzione una palestra in cui inventare e rafforzare i futuri “investimenti di libido” prima di cimentarsi con la dura o avara realtà oggettiva. L’amore dei genitori si esalta nella Fantasia e diventa creatività da immettere nelle scelte e nelle decisioni della vita sociale di tutti i giorni.

Ho maritato Melanie Klein e Donald Winnicot e ho contaminato le loro teorie sulla vita psichica e affettiva del bambino: leggete della prima “Il mondo adulto e le sue radici nell’infanzia” e del secondo “Il bambino e la famiglia”. Del resto, Winnicot aveva una formazione kleiniana e si era discostato in seguito attenuando certe posizioni drastiche della Melanie proprio perché da solerte pediatra aveva una icona ben precisa sulla teologia psicofisica della “Madre” e del “Figlio”.

Concludo questo “excursus” dicendo che nel corso dell’interpretazione del sogno di Davide si capirà meglio quanto ho descritto e affermato in questo preambolo.

Buona prosecuzione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.”

Il sogno di Davide propone immediatamente un triangolo: io, la mia amica e il compagno. Due uomini e una donna occupano il palcoscenico del teatro psichico di Davide ed esordiscono proponendo il tema delle relazioni. Non si mostrano schermaglie di alcun tipo, ma si profila una psicodinamica di grande interesse. Il simbolo chiave è “a casa mia” e si traduce “dentro di me”. Nell’interiorità di Davide esiste una sensibilità al triangolo relazionale. L’ospitalità è una buona virtù, specialmente in questi tempi tristi e cupi, e Davide tiene dentro la figura femminile della “amica” in maniera blanda e senza un grande coinvolgimento. Davide si profila come un tipo socialmente propenso e come un personaggio schivo che ha affrontato la vita affettiva e le relazioni in maniera composta e diplomatica, civile e lineare, senza grandi coinvolgimenti e senza smodate emozioni. Sin da piccolo ha imparato ad affrontare la sfera affettiva, “posizione psichica orale”, con bonarietà e pacatezza, senza esplosioni sicule e senza sceneggiate napoletane. Questa formazione parte dal primo anno di vita. Verso i cinque anni Davide si è imbattuto nella “posizione psichica edipica” e ha affrontato la relazione conflittuale con i genitori sempre con la conosciuta compostezza e con l’assorbita linearità. Davide era un bravo bambino, un figliolo obbediente e ligio alle regole sociali, un ragazzino sensibile agli affetti e agli investimenti psichici di “libido orale”: un adolescente tranquillo. Il sogno di Davide presenta subito la griglia delle relazioni affettive. I simboli dicono che la “amica” rappresenta l’oggetto del desiderio e la difesa dal desiderio di una donna, “ospite” conferma il desiderio moderato e l’accoglienza civile, “casa” si traduce nella mia organizzazione psichica, “compagno” condensa il sentimento composto della rivalità.

Davide si porta dentro la donna che attribuisce a un altro per difesa dal coinvolgimento affettivo.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.”

Ma chi sarà mai questo “ometto leggermente tarchiato e però ben messo”?

Chi sarà mai il “compagno coi baffetti e molto simpatico” della mia amica?

Sicuramente è una produzione psichica di Davide, gli appartiene ed è la “proiezione” di un modello che lo riguarda in pieno. Questo ometto, senza infamia e senza lode e molto simpatico con i baffetti, è l’immagine che Davide ha di se stesso, un uomo modesto, moderato, modico: un uomo da tre “m”. Ma essendo anche un uomo “ben messo”, dobbiamo aggiungere una quarta “m” al corredo psicofisico di Davide: un uomo che non si conosce bene a livello di affetti e di intensi coinvolgimenti. Davide si sdoppia, senza alcun pericolo psichiatrico ma soltanto per difesa, nel compagno della sua amica per confermare la sua ritrosia alle relazioni di grosso spessore e la sua accettabile socialità. Davide non è un orso o un porcospino, è un uomo che si distribuisce in dosi giuste in tutte le relazioni sociali e affettive. Non è un uomo freddo, ma è un uomo tiepido, di quelli che non lasciano il segno perché rientrano nella norma piatta e convenzionale. Davide è un uomo che si lascia dimenticare, pur essendo nei suoi desideri molto simpatico e con i “baffetti”: il compagno della sua amica. Si tratta sempre di figure maschili senza infamia e senza lode. Vediamo i simboli: “ometto” è a metà tra il vezzeggiativo e il dispregiativo, “tarchiato” attesta di una consistenza materiale e di un attaccamento alla propria materia, “ben messo” conferma quanto detto prima con l’aggravante dell’avarizia di una persona che possiede ma trattiene e non regala, i “baffetti” sono simbolo di virilità narcisistica più che donativa, “simpatico” equivale a una persona che partecipa alle emozioni e che sta insieme agli altri.

Ce lo avevo vicino a me, vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

Davide conferma che il compagno lo riguarda più da “vicino” rispetto alla sua amica, rafforza l’interpretazione che si tratta della sua immagine sociale e della bella copia di se stesso in ambito relazionale. Davide attribuisce l’amica al compagno per una forma di timidezza e di difesa dal coinvolgimento con una donna. Quest’ultima lo attrae e lo interessa in maniera veramente modica, modesta e moderata anche se lui è ben messo. Ritornano le quattro “m” a definire Davide nelle relazioni affettive e sociali: un uomo timoroso che, purtuttavia, frequenta la gente. Tra Davide e la donna c’è un altro Davide che ammorbidisce il contatto e consente un cauto avvicinamento. Davide è timido e timoroso, è il ragazzo cauto e ligio che è venuto fuori dalla “posizione psichica edipica”, dalla conflittualità con i genitori. Davide non è stato aiutato dal padre e dalla madre a essere maggiormente vivo e vivace quando si era messo tra di loro. Davide è stato veramente un buon figlio e non ha fato le giuste ribellioni, quelle che gli avrebbero consentito di competere, di desiderare con ardore e di affermarsi. La simbologia doppia di “vicino” conferma la prossimità dell’immagine ideale all’immagine reale, il blando desiderio di Davide di essere aggressivo e di avere una donna, “vicino a lui la mia amica”.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

Ecco la svolta chiarificatrice nel sogno di Davide!

Compaiono i simboli concreti degli affetti, i cibi di casa e i cibi di famiglia: “ravioli” e “polenta”. Davide si mostra e pone in primo piano la vita e la vitalità affettiva, i simboli della tavola e della famiglia. Al di là della qualità campanilistica dei cibi, i ravioli emiliani e la polenta veneta, il cibo o il “mangiare” appartiene agli esordi della vita, la “posizione psichica orale”, alla dimensione affettiva e alla sopravvivenza psicofisica. “Chi mi nutre mi ama” grida l’infante, colui che non ha parola, con la mimica e con gli atti. I miei genitori son quelli che alleviano i morsi della fame dentro il mio stomaco: una sensazione per un “imprinting”.

Così materialmente, dice il solito metafisico moralista, nasce il sentimento dell’amore di un figlio verso la madre?

Ebbene sì, la Psiche e il Corpo si compenetrano e si esprimono.

Se Davide, dopo essersi sbilanciato, si accontenta di un piatto di ravioli, l’amica, che sa più di lui e possibilmente è una donna navigata, vuole anche “la polenta”, non per indicare la sua origine veneta, ma per mettere l’accento sull’importanza dei legami e sull’abbondanza degli affetti. Davide ha trovato pane per i suoi denti e le sue tre “m” vacillano perché la sua amica nei suoi desideri e nei suoi vissuti è una donna che dà grande importanza al simbolico cibo. Davide attribuisce alla sua amica quello che lui stesso desidera e che non sa concedersi: un quintale di affetti e una tonnellata d’amore. Emergono in sogno i suoi bisogni profondi e trascurati nella vita reale a causa di questo suo dispensarsi per quello che basta: modestia, moderazione, modicità.

Ma non è ancora finita, per cui prepariamoci a un degno finale.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

Arriva in tavola anche il “formaggio”, un condensato d’amore materno e non. E’ proprio vero che l’appetito viene mangiando. Si rafforza in Davide il bisogno di avere e di dare affetto, di scambiare sentimenti e di investire “libido orale”.

Ma qual’è l’inghippo del nostro attore protagonista del sogno e della psicodinamica?

Non è maturata adeguatamente la “posizione psichica genitale” con i suoi specifici investimenti di “libido” e il coinvolgimento verace nel dare e nel ricevere affetti e sentimenti. Davide è rimasto affisso all’infanzia e ai bisogni di quel periodo così importante e formativo, non ha conciliato e saputo coniugare “oralità” e “genitalità”, affettività e investimenti condivisi. Davide sta scoprendo la sua dimensione psichica meno appagata, quella affettiva e quella sentimentale. La simbologia di “stava arrivando” è l’allegoria del desiderio del bambino che poteva esprimersi e dare di più, ma che non ha trovato sul suo cammino la giusta guida. A genitori freddi possono conseguire figli freddi per via d’imitazione e d’apprendimento, così come possono venir fuori rampolli fortemente determinati nella partita doppia “orale”, il dare e il ricevere affetti e l’esternare sentimenti. Davide non si è ribellato a questa regola dell’educazione affettiva e sentimentale vigente in casa sua e maturata in lui per imitazione.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

“In vino veritas !”

Ma guarda caso, alla fine del sogno si manifesta la conferma della psicodinamica onirica e delle caratteristiche psichiche di Davide. “Io non bevo” significa “io non mi abbandono”, “io non faccio una piega”, “io sono composto emotivamente ed affettivamente”, “io non mi piego e figuratevi se mi spezzo”, “io non vario lo stato di coscienza”, “io non sono un dissennato seguace del dio Dioniso”, “io non partecipo a nessuna processione in onore di nessun dio”, “io sono modico, moderato, modesto e in specie nella gestione delle emozioni e soprattutto degli affetti”.

Ma Davide non vuole essere così. Davide vuole essere disinibito ed estroverso, aperto e generoso, vuole investire “libido genitale” e vuole evolversi dall’affettività da dipendenza, “libido orale”. E’ come se Davide a livello affettivo fosse rimasto al palo della sua infanzia e non fosse cresciuto con la carica donativa e con il dare affetto e amore agli altri. Ecco che mantiene una posizione moderata, ma è astemio non per natura o per vocazione, è astemio per educazione e imitazione. Ha imparato che l’affettività deve andare in quel modo e ha deciso che deve andare in quel modo e non nel suo modo e a modo suo. Questo corredo l’ha ereditato dalla sua famiglia e dai suoi genitori. Da lì Davide non si schioda ed è convinto di essere nel giusto perché è una persona socievole e cortese, possibilmente gradevole. In effetti Davide è un uomo bloccato, fermo, rigido, pauroso nell’esternare affetti. E’ un uomo che non si butta e che mantiene un certo riserbo quando si tratta di concludere una storia in bellezza: la bellezza dei sensi e dei sentimenti, la bellezza e la bontà di un coinvolgimento a trecentosessanta gradi.

Ed ecco che è “astemio” nella vita !

Peggio per lui !


“Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.”

E allora cosa bisogna fare con questa amica delle scuole elementari ?

Davide approfondisci e coinvolgiti, falle la corte e seducila. Del resto, questo è quello che tu vuoi nel profondo e che anche lei gradisce se ti frequenta e gode della tua bella ma composta persona. Sii generoso con lei e sopratutto con te stesso. Stravolgiti, coinvolgiti, sciogliti e fai tutto quello che non hai fatto fino adesso. Sarai più simpatico e meno formale e non lascerai attendere quella donna paziente che gradisce un evento normale ma per te eccezionale. Ricordati che una donna sa aspettare, ma quando esaurisce il tempo, non ce n’è per nessuno. Il benefico sogno ti dice come sei, come sei fissato e cosa devi fare. Bevi simbolicamente, alienati un po’ perché sei tanto rigido e ti neghi le cose belle della vita, le relazioni meravigliose con le donne che ci circondano, le creature gioiose e non cupe.

Che questa interpretazione ti sia di spinta e di giovamento per rimettere le cose a posto nella tua “casa”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Davide sviluppa la psicodinamica della parsimonia negli investimenti di “libido genitale”, relazioni amorose, ascritta a un blocco emotivo di tipo “orale” che impedisce l’aggressività necessaria per il coinvolgimento erotico e sessuale. Davide si offre alle donne in maniera civile e sociale, ma non affonda i colpi anche di fronte alla disponibilità altrui. Sta fermo sui suoi passi e non procede a causa di una difficoltà a variare lo stato di coscienza e di vivere nuove emozioni. Il sogno non manifesta traumi particolari e specifici, ma evidenzia che la “posizione orale” non si è corroborata nella “posizione edipica” e non è travalicata nella “posizione genitale”. Davide è una persona troppo equilibrata. Possiede un “Io” che a fatica compone i divieti e i limiti imposti dalla rigidità dell’istanza psichica “Super-Io” e le pulsioni e i conflitti inerenti all’istanza psichica “Es”.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Davide si snoda grazie a “Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”. C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio. C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati analizzati cammin facendo. Di particolare rilievo sono quelli alimentari che hanno corredato il titolo del sogno: “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e “vino rosso”. Quest’ultimo condensa la capacità di variare lo stato di coscienza e di lasciarsi andare, nello specifico di passare da uno stato di vigilanza razionale a uno stato sub-liminare intriso percettivamente di pulsioni e di emozioni.

L’archetipo inquisito nel sogno di Davide è indirettamente la “Madre” e il suo corredo affettivo, “orale”.

Il “fantasma del cibo” è massicciamente presente nella versione moderata: non diventa un grande amore e non traligna in grande odio. Parla genericamente di affettività.

Il sogno di Davide presenta l’istanza psichica “Es” o rappresentazione dell’istinto e della pulsione in “ravioli da mangiare” e in “La polenta” e in “del formaggio” e in “del vino rosso”. L’istanza censoria e morale “Super-Io” è in azione in “io non bevo vino”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si vede in “Ce lo avevo vicino a me”.

La “posizione psichica” dominante e visibile nel sogno di Davide è la “orale” o affettiva con la “libido” corrispondente e si coglie in “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e in “vino”. Le “posizioni edipica e genitale” si desumono ma non si evidenziano.

I “meccanismi psichici di difesa” usati nell’elaborazione del sogno sono la “condensazione” in “ravioli” e in “polenta” e in “vino” e in “formaggio”,

lo “spostamento” in “tarchiato” e in “baffetti” e in “ben messo”,

la “proiezione” in “polenta” e in “Nella realtà io non conosco il suo compagno”,

la “figurabilità” in “Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

La “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non sono presenti la “sublimazione” e la “compensazione”.

Il sogno di Davide manifesta un deciso e persistente “tratto psichico orale” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. La dominante affettiva connota l’economia e la dinamica psicologiche di Davide.

Le “figure retoriche” formate da Davide sognando sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “vino”, la “metonimia” o nesso logico in “ravioli” e in “polenta” e in “formaggio”.

L’allegoria del desiderio affettivo si trova in “C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

La “diagnosi” dice di una difficoltà dell’istanza “Io” nel comporre i divieti e i limiti dell’istanza “Super-Io” e le pulsioni desideranti dell’istanza “Es”. Ne nasce un conflitto psiconevrotico che si compone nella riduzione degli investimento di “libido orale e genitale”, nonché nel coinvolgimento affettivo ed erotico.

La “prognosi” impone a Davide di buttarsi nella vita e nella vitalità rafforzando e rinforzando le relazioni con quella disinibizione necessaria per migliorare il gusto del quotidiano vivere. Il sogno dice che in quella amica dovrebbe privilegiare la donna e offrire “genitalmente” le doti migliori e tarpate della sua persona e della sua “organizzazione psichica reattiva”. Davide deve ribaltare l’educazione ricevuta in riguardo alla vitalità affettiva e rassicurarsi senza ritenere di essere soggetto di minor diritto o figlio di un dio minore.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella psiconevrosi legata alla difficoltà dell’Io di conciliare le pulsioni dell’Es e i divieti del “Super-Io”: “psiconevrosi ansioso depressiva” classica con possibili conversioni isteriche e formazione di sintomi nel caso in cui le tensioni sono eccessive e non possono essere smaltite secondo norma.

Il “grado di purezza” del sogno di Davide è “buono” perché la linearità del racconto sottende una forte valenza simbolica. Davide nel suo breve sogno non ha aggiunto e non ha tolto, è stato misurato e in linea con la sua condotta personale e sociale.

La causa scatenante del sogno di Davide è stata la frequentazione dell’amica e il significato profondo che evoca questa figura femminile nello stato esistenziale del protagonista.

La “qualità onirica” è decisamente “schematica” e “sintetica”. In poche parole Davide immette un quadro, più che uno squarcio, della sua dimensione psichica affettiva.

Il sogno di Davide si è sviluppato nella terza fase del sonno REM alla luce della sua compostezza e pacatezza.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso dello “udito” in “ho detto “io non bevo vino”. Per il resto domina il senso della “vista” contrassegnato dalla staticità descrittiva di “Ce lo avevo vicino” e “Ci hanno portato” e “C’era questa polenta” e “C’era del vino rosso”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Davide è stimato “buono” a causa della semplicità dei simboli esibiti e della psicodinamica svolta. Il grado di “fallacia” è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

A leggere il sogno di Davide è stata la signora Maria. Sono contento di questa scelta semplicemente perché questa donna è talmente curiosa che mi consente di fare la mia bella figura. E poi, essendo una mamma di tre figli, di affetti, di cure e di premure ne sa tanto di più di altre persone. Oltretutto è molto gradita ai marinai per la sua chiarezza e spontaneità popolare e anche perché il marito produce l’eccellente “prosecco” veneto di Conegliano e Valdobbiadene.

Domanda

Dopo le sviolinate comincio subito affrontando il tema del sogno di Davide. Lei ha detto che il modo di amare lo impariamo dai genitori e amiamo così come loro ci hanno insegnato. Ma non è possibile cambiarlo o dobbiamo sempre propinare la solita pappa riscaldata?

Risposta

Preciso meglio perché tu hai tirato le somme in maniera frettolosa. L’amore e le sue modalità non si riducono alla solita storia della pubblicità della portentosa e inimitabile “Nutella” all’olio di palma, quella che voleva l’immutabilità della ricetta originale e della trasmissione da madre a figlio e a figlia “per secula seculorum amen”. Il bambino vive e apprende le modalità affettive familiari, il come ci si scambia gli affetti e l’uso che si fa del corpo in famiglia, ma ha la possibilità di rielaborarle e di evolverle in base ai suoi vissuti e alle sue riflessioni togliendo quello che lo ha danneggiato e mettendo quello che lo ha rinforzato. In più potrà essere innovativo e al passo con i tempi, ma non deve fissarsi e bloccarsi nell’amare e nell’investire la sua “libido”. Se non riesce ad evolversi e ad emanciparsi dalle modalità familiari, perpetua la stasi e il blocco.

Domanda

E’ vero, adesso mi ricordo che in qualche parte dell’interpretazione ha detto questo, ma non in maniera così chiara come adesso. Quindi, in famiglia bisogna comunicare l’affetto con il corpo e con le parole. Ma lo sa che è veramente difficile? Io non ho fatto fatica con i miei figli maschi, ma non ricordo che mio padre non mi abbracciava spesso e che io non mi buttavo tra le sue braccia perché mi vergognavo e non avevo tanta confidenza. Mio marito è un orso con i figli. Glielo dico sempre di essere affettuoso con i ragazzi, ma lui mi risponde che lui queste cose non le ha mai viste nella sua famiglia. Ecco la storia della Nutella di cui parlava lei prima. Eppure sembra facile dire ai figli ti voglio bene, ma non è così perché ci vergogniamo di dirlo o pensiamo che sia scontato.

Risposta

E’ proprio così, ma bisogna rompere gli schemi tradizionali perché sono molto dannosi per la crescita dei figli.

Domanda

E cosa mi dice dei genitori freddi come il ghiaccio?

Risposta

Sono semplicemente micidiali. Fanno crescere i figli in un ambiente gelido e in corpi anestetizzati per il mancato uso dei sensi. Questi genitori procurano un danno psichico notevolissimo nel corpo e nella mente perché non favoriscono la relazione del figlio con se stesso in primo luogo e poi con gli altri. Come diceva Winnicot, il figlio deve elaborare e costruire uno spazio di transizione verso la sua realtà di corpo e mente con il concorso della presenza affettiva della madre, una persona che non lo blocca e fa sentire la sua vicinanza senza impedirgli di desiderare. Di poi, il bambino sarà pronto ad andare verso la realtà delle persone e delle cose senza traumi e con la giusta cautela e serenità. Non si chiuderà in se stesso se avrà costituito con la sua Fantasia e Immaginazione questo spazio tutto suo come trampolino di lancio verso la Realtà con la “erre” maiuscola, quella che non ti perdona se sbagli e che non ti esalta e rassicura.

Domanda

Sempre la madre c’è in ballo. Gira e rigira la madre è coinvolta in tutto e per tutto. Ma questa volta non mi lascio fregare chiedendogli del padre e della sua funzione, perché lei mi risponderebbe che chiama madre la figura che cura il figlio e che può essere anche il padre o qualsiasi altra persona. E allora le chiedo se non le sembra che noi donne siamo veramente sovraccaricate di fatica, di sacrificio, di responsabilità e alla fine, come se non bastasse, ci si accusa di aver cresciuto dei figli disastrosi. Magari ci sarà qualche psicologa che ci chiederà come abbiamo fatto a mettere insieme questo bel capolavoro di figlio o questo bel mostro.

Risposta

Sei sanguigna in quello che dici. Incarni la legge della Madre, quella del sangue e dei legami forti e interiorizzati. Allora, la madre ha una funzione determinante e unica nel fare un figlio e una funzione importantissima nell’educarlo perché nella primissima infanzia è lei la protagonista della situazione. Mi chiedi cosa deve fare per essere una buona madre e per non essere di danno nell’evoluzione psicologica del figlio. Ti rispondo con la semplicità della massaia che deve far quadrare i conti per arrivare alla fine del mese. La madre deve avere un rapporto tutto senso e carezza, un contatto corpo a corpo che fa sentire vivo il figlio e stimola la sua intelligenza. Attenzione ho detto intelligenza e non cervello perché le sue prime conoscenze avvengono attraverso l’elaborazione dei “fantasmi”. La buona madre non deve comunicare al figlio sensazioni dolorose e tanto meno manifestare ansia e tristezza. Deve comunicare soltanto sensazioni buone e belle senza scaricare sul figlio le sue frustrazioni e le sue inibizioni traumatiche insieme a tutte le tensioni nervose che le accompagnano.

Domanda

Mi spieghi subito perché ha detto “intelligenza e non cervello”, prima che mi dimentico.

Risposta

Il bambino appena nato è intelligente, ha una sua intelligenza al di là della maturazione funzionale del suo cervello. La madre stimola il figlio e produce in lui delle reazioni che dimostrano la comprensione dell’interazione in atto. L’approccio con la madre è importantissimo perché i suoi stati interiori sono relazionati con il bambino. Lo stato psico-affettivo della madre, più che il suo comportamento, interagisce con il figlio in maniera naturale e spontanea ed entrambi modificano i loro stati sensoriali in maniera tale che ciascuno di loro sente cosa sta vivendo l’altro. Attraverso le sensazioni legate all’imitazione e alla riproduzione di espressioni facciali e di movimenti e di suoni, madre e figlio vivono sensazioni che sono la base per lo sviluppo psichico del bambino. Sensibilizzarsi su queste onde è importante per capire le cause anche dell’autismo. Le esperienze di “sintonizzazione affettiva” madre e figlio sono l’inizio della formazione psichica e della ‘organizzazione reattiva”. Lo sviluppo del bambino è più precoce di quanto si pensa ed è un processo a due e in cui partecipano due attori. Mentre prima si pensava che era soltanto il bambino a rispondere agli stimoli materni, adesso il processo formativo è esteso anche alla madre. L’interazione cenestetica, globalmente sensoriale, della “diade madre-figlio” è determinate per l’evoluzione psichica, affettiva e cognitiva e sociale, del bambino. Rispondo alla domanda e concludo. Lo sviluppo cognitivo del bambino non è soltanto legato alla maturazione del cervello.

Domanda

Dicendomi queste cose, lei mi fa star male. Io non sapevo che potevo dare ai miei tra figli un disturbo psichico come l’autismo e magari non accarezzandoli e non comunicando con loro attraverso i sensi. Che le carezze stimolavano il cervello lo avevo letto da qualche parte, ma che si arrivasse fino a questo punto non lo immaginavo. Ma è proprio sicuro?

Risposta

Queste sono teorie nuovissime anche se affondano le radici nel passato e non le ho elaborate io. Poi ti dirò i vari autori che hanno contribuito a formare nel tempo questa prospettiva psicoanalitica sullo “autismo” o del disturbo dello spettro autistico, una patologia che coinvolge principalmente il linguaggio e la comunicazione, l’interazione sociale e gli interessi del bambino. Ti definisco l’autismo secondo la griglia psicoanalitica. Si tratta del fallimento dei processi evolutivi determinato da alcuni primi eventi nell’interazione “madre-bambino” che giocano un ruolo importante nella formazione delle strutture mentali necessarie allo sviluppo delle relazioni oggettuali. Gli autori partono dalle teorie di Klein, Malher, Bowlby, Spiz, Winnicot per arrivare alle teorie di Kanner sulla carenza di calore affettivo nei genitori, di Bettelheim sulle madri frigorifero e sull’equiparazione dei bambini autistici alla reazione psicologica dei prigionieri nei campi di concentramento tedeschi, di Justin con la divisione dell’autismo in “organico” e dovuto a danni cerebrali e a deficit sensoriali e in “psicogeno” causato a traumi precoci di separazione, di Alvarez che ha notato che i due piani si possono avvicinare tanto, di Stern che ha introdotto la concezione bidirezionale “madre-figlio”, di Hobson che insiste sull’interazione “madre-figlio” per lo sviluppo delle abilità sociali e cognitive e per cui lo sviluppo intellettivo non dipende dalla maturazione del cervello. E mi fermo.

Domanda

Lei approfitta della mia ignoranza per tirare fuori tutte le teorie più difficili e per mettersi in mostra. Eppure ho capito tutto quello che ha detto. La madre influenza il figlio sin dai primi giorni di vita con le sue emozioni e i suoi stati d’animo e il figlio sente le emozioni della madre e stabilisce con lei una intesa che lo fa evolvere bene e senza disturbi per la sua intelligenza e la sua socializzazione. Tra i due si crea una sintonia attraverso i sensi che è la condizione per evitare rischi dell’autismo e di altri disordini infantili. Con i figli bisogna essere caldi e calorosi e tramettere sensazioni positive e carezzarli senza essere nervosi e invadenti, perché loro sentono tutto e possono essere danneggiati nello sviluppo. Certo che tutto questo vale se si fa nel tempo e non per una sola volta. E poi non bisogna abbandonarli e farli sentire soli. Non bisogna farli piangere quando chiamano di notte per qualsiasi motivo e bisogna consolarli sempre facendo sentire il calore del corpo più che le parole, ma anche quelle vanno bene. Spero di aver capito e di aver detto quasi tutto.

Risposta

Tu sei una donna portentosa e sei stata una madre ineccepibile perché, senza saperlo, hai messo in atto per istinto materno quanto hai detto, visto che i tuoi figli sono quasi da laurea.

Domanda

Parliamo del sogno di Davide. Forse ha avuto dei genitori affettivamente freddi come quelli che c’erano nel nostro Veneto negli anni trenta e fino agli anni sessanta e anche dopo con il miracolo economico del nord-est. Specialmente i padri sono stati assenti e da quello che ho capito non basta la presenza e la qualità. Come ha detto lei, ci vuole la quantità e tutto quello che ci va dietro. Mio marito diceva che bastava la qualità e invece io gli ho sempre detto che i figli sono come il prosecco, hanno bisogno di tante cure e della presenza costante dell’enologo. Il vino buono non si fa da solo. Bisogna agire perché i nostri figli non siano infelici e disadattati. Le dirò anche che ne vale la pena e che, quando me li vedo tutti e tre insieme la sera a tavola, mi sento veramente felice e mi commuovo, ma non glielo faccio vedere.

Risposta

Il sogno di Davide dice proprio quello che mirabilmente tu hai sintetizzato. Ha imparato dai genitori, ma se ne può e deve distaccare. E’ stato pigro nel persistere nell’errore e nel non darsi una bella spruzzata di vernice rossa e specialmente con le donne. Guarda che se i tuoi figli vedono la mamma contenta e con qualche lacrima che brilla negli occhi ti danno una bella sgorlata di pacche sul cul e di buffetti sulle guance.

Domanda

Proprio vero. Ma sono anch’io all’antica in questo. Gira e rigira ha ragione lei e le sue teorie. Per quanto riguarda il problema di Davide, io preferisco che l’uomo faccia l’uomo e faccia il primo passo e poi al resto ci penso io. Io mi sono innamorata anche della dinamicità del mio uomo e della sua sfrontatezza. Sulle prime mi arrabbiavo, ma poi sai quanti problemi mi risolveva.

Risposta

E’ il caso di chiudere qui e prima delle confidenze.

Domanda

Lo penso anch’io.

Risposta

Grazie e alla prossima.

Per l’interpretazione del sogno di Davide ho scelto un testo semplicissimo che risale all’anno 1959 ed è cantato da Domenico Modugno. Il titolo è “Io” e tratta della realizzazione maschile attraverso l’investimento di “libido genitale”, l’amore verso una donna. Si mette in rilievo la pienezza dell’Io, della “organizzazione psichica reattiva” dell’uomo nel donare se stesso, in corpo e psiche, alla donna investita da tanta grazia.

GLI ZOMBIE DI CHINA

LA LETTERA

Buongiorno dottore,

innanzitutto mi compimento per il Suo blog, chiaro anche per i “profani” della materia e pieno di spunti, e La ringrazio per l’opportunità che dà di interpretare i sogni.”

Cara China,

mi rassicura quello che mi dici sulla chiarezza. Gli “spunti” confermano che le conoscenze si toccano, si intersecano, si condividono e che i sogni sono sognati da dormienti e vissuti da svegli. Il “Sapere” ha “Sapore” se va condiviso e se non si tiene in un cassetto ad ammuffire. Restituisco quello che ho imparato a coloro che me lo hanno insegnato. “Profano” è colui che si trova fuori dal tempio e non ha le parole per dire la sua, per cui non gli resta che attendere nella sua veste laica che il Verbo scenda e si faccia carne. Ma noi siamo figli del popolo, ex proletari, e non attendiamo alcuna divinità che riveli la verità di un sogno che resta inafferrabile nella sua sostanza. A tutt’oggi sono convinto che della funzione onirica e del suo prezioso contenuto conosciamo soltanto una minima parte. La funzione del Cervello e della Mente resta ampiamente ignota. La Materia psichica immessa nel sogno si spiega con difficoltà e con qualche acrobazia. Non demordo e vado avanti come Amatore Sciesa di fronte alla propria casa e prima di essere affidato al plotone di esecuzione: “tiremm innanzi!”.

LA DOMANDA

Sono sempre stata curiosa di capire come mai parecchi miei sogni li vivo quasi quale spettatrice: io sono la protagonista della vicenda e vi partecipo appieno, ma al tempo stesso assisto alla scena quasi come fossi al cinema a vedere un film.

Che cosa significa questo?”

I sogni sono camuffamenti di sottili questioni psichiche che ci riguardano in pieno e che ci mettono in primo piano.

Su questo non ci piove.

Per rivivere i nostri temi intimi e privati, i massimi e i minimi, usiamo i meccanismi psichici dell’universale “processo primario”: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “drammatizzazione”, la “rappresentazione per l’opposto”, la “figurabilità”. A questi aggiungiamo i “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, quelli che usiamo anche e soprattutto da svegli, per cui la verità psichica del sogno, “contenuto latente”, viene elaborata e occultata nella trama del sogno, “contenuto manifesto”. Qualora questi “meccanismi” non funzionano, scatta il risveglio improvviso sotto forma di incubo.

Il tuo sognare da spettatrice e le sensazioni di distacco emotivo ti permettono di continuare a dormire e a sognare, ma ti indicano anche un tratto psichico caratteristico della tua persona o meglio della tua “organizzazione psichica reattiva”: il coinvolgimento ragionato e ben ponderato.

Possibilmente nel vivere la tua vita tendi a usare il “processo secondario”, la Ragione e i suoi principi logici, nonché la difesa della “razionalizzazione” e la riflessione, per inquadrare i tuoi dati, siano essi “fantasmi” e siano essi concetti.

Possibilmente nella tua vita tendi a usare il “meccanismo psichico di difesa” dello “isolamento” e scindi l’emozione dal vissuto e la tensione dal fatto. Ti servi della freddezza e tendi a coinvolgerti in maniera pacata e oculata.

Possibilmente nella tua vita corrente tendi a “intellettualizzare” i carichi emotivi.

Possibilmente il tuo partecipare a metà dipende da qualche complesso d’inferiorità e da qualche senso di inadeguatezza, quasi un non sentirsi soggetto di pieno diritto e un viversi come la figlia di un dio minore.

Possibilmente procedendo spero di trovare conferma a quanto supposto.

Altrimenti vuol dire che mi sono sbagliato e mi tocca riconoscere di essere in piena fallacia.

IL SOGNO

Inoltre le descrivo un sogno parecchio frequente: devo lottare contro gli zombie che invadono la città per difendere la mia famiglia (a volte è mia madre, più spesso i miei bambini piccoli); solitamente vivo il sogno senza particolare angoscia, ma con la consapevolezza che c’è un pericolo da affrontare e che sempre i nemici sono zombie.

La ringrazio e Le auguro buon lavoro.

Cordiali saluti

China”

I sogni ricorrenti toccano i nostri punti sensibili e i nostri tratti psichici delicati. Trattano anche di problemi e di conflitti in atto e che si protraggono nel tempo impedendoci di essere occupati da altro. Nel tuo caso si presentano gli “zombie”, il simbolo della parte psicofisica che vivo male e che non riesco a rianimare, un “fantasma di morte” nella versione depressiva della perdita e della carenza di vitalità, una psicoastenia o un conflitto con il mio corpo birichino che non risponde spesso ai miei desideri e ai miei comandi.

Nel breve sogno China dice a se stessa: “devo lottare contro la mia tendenza a non fare e a non reagire alle avversità e alle contrarietà della vita, oltretutto mi sento tanto responsabile di fronte ai miei figli da difendere e a mia madre da proteggere e tutto questo carico è sulle mie spalle. Tutto questo non mi crea angoscia, ma il mio nemico principale è sentirmi priva di vitalità e sempre stanca.”

La consapevolezza stempera l’angoscia e la risolve nell’ansia, nella consapevolezza di un problema e di uno stato di persistenza del conflitto tra un desiderio di benessere e una realtà impegnativa.

Ma cosa si può nascondere dietro uno zombie?

China è una figlia, una donna, una moglie, una mamma che viene lasciata sola ad affrontare una situazione esistenziale che il sogno presenta e prospetta. E’ un classico quadro di famiglia italiana e nordica in cui la donna è dipinta con le sfumature grige, ma non quelle erotiche, quelle della caduta dell’entusiasmo e della gioia di vivere perché oberata dagli impegni e dai doveri dei ruoli, un carico che non consente spazio per se stessi. E allora China ha invertito il suo quadro e se stessa, si è messa in piedi poggiando sulla testa, le sue capacità logiche e razionali che la portano a farsi una ragione di tutto e anche di quello che non vuole e non può essere portato alla mercé dei processi logici. Ecco che si profila l’uso eccessivo della “razionalizzazione” da parte di China e la sua difesa dall’angoscia di sentirsi morta a se stessa e alle cose di una donna a vantaggio dei figli e della madre, a prosperità degli altri. China si sta esaurendo a livello psicofisico proprio con l’uso eccessivo della difesa della “razionalizzazione”, proprio poggiando sulla testa nel procedere quotidiano della sua vita e negando i piedi e i bisogni collegati alla concretezza materiale del suo essere femminile. China deve ribaltarsi e convertirsi spazialmente, deve poggiare sui piedi e prendere consapevolezza dei suoi bisogni materiali prima di procedere all’assoluzione dei bisogni altrui. China è la classica brava donna che tutela gli altri e anche gli adulti e li assolve dalle loro responsabilità. In questo senso China si vive come uno “zombie”. Del resto, per essere di buon ausilio agli altri, deve essere in gran forma e in giusta disposizione psichica. China deve riprendere le coordinate della sua vita e rispolverare la carica della “libido genitale”, il vero senso e il vero significato del donare e del donarsi senza operare alcun sacrificio della sua persona.

Resta la domanda: “se China ama gli altri, chi amerà China?”

La risposta è la seguente ed è la sola: “China amerà China!”

Se non si è fortemente dotati di amor proprio e di un buon senso dell’Io, non si può operare “genitalmente”, se non si è ben vissuta “posizione fallico-narcisistica” non si possono amare degnamente gli altri, siano essi i figli e i genitori. Questa è la vera essenza della “posizione psichica genitale” e della “libido” corrispondente, quella carica di piacere che non ha dimenticato l’affettività, il potere, l’amor proprio, il conflitto. Una China che si vuole bene, che sa di farcela e che conosce la dura legge delle relazioni si può riversare nel mare agitato della vita in attesa della bonaccia, ma soltanto per tutelare i minori e gli anziani e non certo gli adulti indolenti e opportunisti.

Questo è il sermone domenicale del pastore e reverendo Salvatore Vallone, ministro della chiesa psicoanalitica dei sogni e dei desideri.

PSICODINAMICA

Il breve sogno di China descrive il travaglio esistenziale di una donna che deve distribuirsi nell’accudimento dei figli e della madre con la sua “libido genitale” e non riesce a investire su se stessa essendosi capovolta a causa del prevalente e dominate uso del meccanismo di difesa della “razionalizzazione” e dell’uso dei “processi secondari”. China non si piace e si distacca dalle emozioni che potrebbero rendere la sua vita degna di entusiasmo e di gioia.

PUNTI CARDINE

Il nodo dell’interpretazione si attesta in “devo lottare contro gli zombie che invadono la città per difendere la mia famiglia”, “devo combattere quella parte di me oltremodo sacrificata e che si sente devitalizzata”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il “simbolo” presente e dominante nel breve sogno di China è lo “zombie”, la parte debolmente animata del proprio essere psicofisico, la perdita depressiva della vitalità e della pulsione istintiva.

Il “fantasma di morte” si condensa nella “parte negativa” della caduta delle forze e delle emozioni.

L’istanza psichica “Es”, rappresentazione delle pulsioni e dell’istinto, è manifesta in “gli zombie che invadono la città”. L’istanza psichica “Super-Io”, censura e limite, si mostra in “devo lottare contro”. L’istanza psichica “Io”, vigilanza e razionalità, “solitamente vivo il sogno”, si presenta nella consapevolezza dei temi e nella posizione di protagonista e di spettatore.

Le “posizioni psichiche” richiamate sono la “orale” perché China è sola e non avverte affetti per lei, la “genitale” perché China si sente in dovere di aiutare e proteggere.

La “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica.

La “sublimazione” e la “compensazione” non sono presenti.

Il sogno di China mostra un tratto psichico “depressivo” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: ama e protegge, ma non si sente amata e protetta.

La “figura retorica” della “metafora” è formata in “zombie”. Quest’ultimo ha la funzione di “metonimia” nel senso di significare la perdita della vitalità.

La “diagnosi” dice espressamente che China razionalizza le sue carenze affettive e investe la sua “libido genitale” nella cura dei suoi cari. Questa operazione psichica non la esime dal sentirsi poco vitale e in perdita depressiva.

La “prognosi” obbliga China a recuperare la sua “libido fallico-narcisistica” nella forma dell’amor proprio per poi investirla nell’amore verso gli altri, “posizione genitale”. China, inoltre, deve riprendersi le sue emozioni genuine e viverle senza l’esigenza difensiva di razionalizzarle stemperandone la carica vitale.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella degenerazione del “fantasma di morte” in una “psiconevrosi depressiva” legata alla perdita psichica di parti vitali di sé e in una caduta della qualità della vita.

Il “grado di purezza onirica” è ottimo in grazie alla brevità del sogno.

La “causa scatenante” del sogno di China è la sua costante sensazione di sentirsi stanca e di fare sempre le stesse cose: psicoastenia e monotonia.

La “qualità onirica” del sogno di China è la poderosa sintesi.

Il grado di attendibilità dell’interpretazione del sogno di China è “massimo”, per cui il grado di fallacia è “minimo”.

Il sogno di China avviene solitamente dalla terza fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della vista.

DOMANDE & RISPOSTE

Un sogno così breve è ricco di implicazioni che si possono desumere da un simbolo o da una semplice parola colloquiale.

Cosa si può, ad esempio, tirare fuori da “zombie” oltre quello che si è detto?

Ho interpellato un mio amico e collega, Stefano, e abbiamo interagito nel modo seguente.

Salvatore

Cosa pensi della lettera-sogno di China?

Stefano

Hai detto abbastanza, ma io sono stato colpito dal fatto che questa figlia protegge la madre. Che protegga i figli è normale, ma che protegga la madre è indice di una maturazione umana non indifferente. Cosa dici tu?

Salvatore

Perbacco, eccome! Non ci avevo tanto pensato e non mi ero soffermato su questo punto. Una donna che protegge la madre ha veramente maturato al massimo consentito dalle leggi psicologiche la “libido genitale” della omonima “posizione”, ma anche portato a buon fine la “libido edipica” e ha superato a pieni voti la “posizione”. Si può veramente affermare che China ha riconosciuto la madre dopo aver vissuto la dipendenza e il conflitto nel corso della sua evoluzione psichica.

Stefano

Ma non basta e sai perché? Perché China rievoca la figura di Enea che, in fuga dall’incendio di Troia, si carica sulle spalle il padre Anchise e lo salva da sicura morte. Qualcosa di simile nella mitologia antica lo troviamo nella figura di Antigone che si mette al servizio del padre Edipo ormai cieco, ma credimi non riesco a trovare una figura equivalente nella mitologia di una figlia con la mamma. Non dimenticare che anche presso i Greci la Cultura era di un maschilismo spropositato. E allora cosa vuoi trovare di femminile in termini così nobili? Niente, io non trovo. Vedi tu che sei più vecchio e, si suppone, più esperto.

Salvatore

Ti ringrazio nel ricordarmi che ormai conto sulla groppa settantadue autunni, ma non so se sono più esperto di te sulla mitologia. Io non sono formato alla scuola junghiana, mentre tu sai di simboli, di archetipi e di ombre sicuramente in maniera più completa del sottoscritto. Intanto ti dico che la madre vecchia nessun greco se l’è mai messa sulle spalle e l’ha protetta. Però ti dico che sono tantissime le figlie che si sono prese cura delle madri nell’età senile e che le hanno servite e riverite con grande devozione e riconoscimento. Ma fortunatamente queste donne non passano alla storia e non sono ricordate. Certo China si esalta come persona e personalità nel momento in cui sente il bisogno di aiutare la madre, di disporsi “genitalmente” verso di lei, di adottarla, come dico spesso, e di sollevarla dalle angosce della vecchiaia e soprattutto dell’abbandono.

Stefano

Voglio farti ancora notare che China è una donna completa nella sua formazione perché attraversa le varie tappe o “posizioni” con disinvoltura. Dagli affetti è passata al potere, dall’amor proprio all’amore verso gli altri e il conflitto edipico lo ha ben superato. Ma cosa le manca? Le manca qualcosa nel primo anno di vita. Lì si è sentita sola e poco amata e lì ci doveva essere la figura materna. China si è portata dietro qualche carenza che l’ha fatta sentire sempre bisognosa di sentimenti buoni e che si traducono nell’immagine simbolica dello “zombie”. Allora le è mancata quella carezza della madre che oggi lei elargisce nei suoi vissuti più belli. Dei figli si può dire che normalmente li protegge assumendo un ruolo psichico maschile di combattente. Perché? Ma perché con lei c’è un uomo carente o non c’è una figura maschile valida e capace. China è sola anche se sta in tanta compagnia, ma è la classica figura di donna che fa tanto e si esaurisce nel tanto dispensare e nel tanto fare. Nel sogno di China non c’è un uomo. Significherà qualcosa? Forse non c’è stato un padre degno o forse non c’è un marito altrettanto degno di lei. Ma lei è una grande donna che resta anonima perché è normale e si è formata secondo natura.

Salvatore

Ti piace China, quasi quasi dico che ti ha suscitato un buon transfert. Cosa ti rievoca?

Stefano

Mi rievoca mia madre con mio padre. Credo che io non farò mai il sogno che ha fatto China di proteggere mia madre o tanto meno mio padre. Mi hanno allevato in maniera spartana e sono venuto fuori non certo ateniese.

Salvatore

Non a caso hai scelto il mestiere di psicoterapeuta. Sai che dietro questa figura professionale si nasconde un bambino infelice? Certo tu puoi parlare in questi termini così schietti perché hai alle tue spalle una lunga analisi, ma diciamo che anche tu alla fine hai riconosciuto i tuoi genitori come i simboli delle tue origini e tutto è andato a posto.

Stefano

Certo ne parlo così perché li ho messi nel posto giusto, ma credo che non me li caricherei sulle spalle come Enea e non li proteggerei dagli zombie come China.

Salvatore

China è una donna che della semplicità e della sintesi fa una ricchezza. Non ha bisogno di fronzoli e di merletti, è già grande di suo. Avrà tempo e modo per convertire i suoi zombie alla giusta filosofia di vita. Saprà emanciparsi da qualsiasi dipendenza.

LE PAROLE DI UNA STORIA

Silenzio.

Il silenzio è l’eccitante attesa

che le tue parole emergano,

prendano forma,

si muovano,

si atteggino,

manifestino gli occulti pensieri del tuo cervello antico,

quell’ipotalamo

che non significa lo stare sotto il letto

o la camera nuziale del cavallo.

Quali bisogni primari di sussistenza,

quali desideri affettivi di sopravvivenza

scendono oggi dalle stelle per te,

solo per te,

animula, vagula, blandula”

che mi lasci sempre in trepida attesa della danza delle tue parole

nel teatro della mia stanza,

quelle fascinose parole

che si muoveranno insolenti

e rimbalzeranno impertinenti

da un muro all’altro

alla ricerca di un piacere che sazia,

il piacere di dire,

alla ricerca di una gioia che invade,

la gioia di parlare,

alla ricerca di un orgasmo che frastorna,

l’orgasmo di crear parole.

Quali forme,

quali coreografie,

quale sintassi,

quale semiotica,

quali sensi,

quali significati

oggi tu esibirai,

o testarda bambina inascoltata.

E io insisto,

persisto

e mi consisto,

ma tu ti attesti

in un silenzio di bassa lega

per difendere la confusione mentale

di una giovane e promettente testa,

una mente di belle speranze.

Il silenzio lambisce i tuoi anni

e li lascia senza senso e senza significato,

senza quei contenuti

che un buon proletario della parola

non vuole ricordare e tanto meno possedere.

Abbasso il capitalismo mentale

e viva la povertà del dire,

la rassegnazione e il tuo silenzio.

Amen.

I tuoi silenzi e le tue parole mancate

adesso sono sospiri

che prendono forma

nell’attesa di un liberatorio turpiloquio,

un catartico sproloquio

contro il padre, la madre, lo spirito santo

e tutti i tabù messi dentro il tuo cuore

da un pederasta assassino dall’animo gentile.

Quanta rottura di palle

dentro un foglio di carta

che pretende di essere scritto dalle tue parole

e solcato dal tuo silenzio.

Se adesso segni un poderoso “vaffanculo”,

arriva la critica letteraria

con la sua benemerita censura

e il tuo foglio,

solcato dall’inchiostro di una bavosa Bic,

non avrà alcun valore sul mercato.

Se poi, esasperata e impenitente,

recidiva e testarda,

aggiungi un mezzo “porco”

o un “porco” intero

affinché la canzone risuoni meglio,

la frittata è fatta,

il licenziamento è assicurato,

l’onore è perduto

e alla fine la mamma ti punirà

per questo deplorevole e increscioso incidente diplomatico.

Tu sai della mamma,

tu sapevi che la mamma non ha mai sopportato le parolacce

e in specie nella bocca dei bambini,

figuriamoci nella bocca delle bambine.

E tu sei una bambina,

se non sbaglio.

Al di là del tuo essere trasandata e dinoccolata,

sotto i capelli corti c’è un cervello di donna.

Sì,

sì che è vero!

Del resto la tua femminilità si vede negli occhi vogliosi.

Tu sei una futura donna

e speriamo che da grande non diventi una traviata,

dico e confermo “traviata”

perché puttana non si può dire,

la mamma non vuole,

la mamma è in agguato,

la mamma ti punirà per tutto questo,

tu sai che la mamma punisce sempre e comunque

i bambini che dicono le parolacce

e massimamente le bambine.

Ma come fai tu a parlare,

se non hai imparato altro che parolacce.

Tu conosci soltanto parolacce

e non parole.

Tu parli soltanto con parolacce

e non con parole.

Tu parli con parole cariche di rabbia,

tu parli il vero parlare,

il linguaggio dimenticato

che non fai fatica a ricordare

perché non l’hai mai imparato

e ti appartiene soltanto per Inconscio collettivo.

Basta,

io non ho altro da dire e da dirti.

Ma suvvia,

adesso sciorina i tuoi panni sporchi in Arno

e sciacquali con un bel turpiloquio,

disinfetta con la candeggina le migliori gemme della lingua madre,

purifica pian pianino le parolacce

e con gli scarti intreccerai una preziosa collana

da portare in dono al tuo papà

nel tradizionale pellegrinaggio dei figli dei separati,

oggi qui, domani là.

Perché, bambina mia, ti ostini a non parlare?

Perché, bambina mia, ti ostini a non parlare della parola e delle parole?

Perché non vuoi parlare degli inutili e fastidiosi suoni

chiamati significanti,

quelli che liberamente hanno un senso

e necessariamente ingemmano un tuo significato.

Quanti segni!

Mio Dio, quanti segni nell’arca di Noè!

Altro che animali e cromosomi,

i tutori dei geni della razza secondo la loro specie,

secondo la loro specie,

secondo la loro specie.

Quanti segni nell’arca di Noè!

Parole,

solo parole,

tante parole.

Dio, quante parole!

E ognuna?

Ognuna secondo la sua lingua,

secondo la sua lingua,

secondo la sua lingua.

E tutte?

Tutte secondo la loro lingua,

secondo la loro lingua,

secondo la loro lingua.

Parole ordinate per geni,

parole ordinate per cromosomi,

parole ordinate per cellule,

parole ordinate per sinapsi,

parole ordinate per organi,

parole ordinate per apparati,

parole ordinate per funzioni,

parole ordinate per corpi,

parole ordinate per razza,

parole ordinate per cultura,

parole ordinate per civiltà.

E l’arca?

L’arca va.

Noè è un buon nocchiero,

ma la tempesta è infame.

Le acque confuse invadono le trachee,

inondano le corde vocali,

bagnano le ugole.

E allora le gole gorgheggiano

e i gargarismi fondono insieme

le parole e i segni.

i segni e le parole,

le capre e i cavoli,

Desdemona e Amleto,

Ulisse e Penelope,

Edipo e Giocasta,

il pene e la vagina,

la polenta e gli uccellini.

Così è e non hai il diritto di chiedere il perché.

E allora?

Allora addio purezza ariana,

addio per sempre,

ti ho perso e non ti troverò mai più.

Basterà un olocausto

per rabbonire il dio del vento,

Eolo il bastardo

che ha soffiato sulle parole

e le ha spinte fuori dallo stomaco e dalla mente,

le ha costrette a uscir fuori,

a emettersi in flatus vocis

come petardi puzzolenti

sparati dall’intestino retto,

significanti e significati,

armoniche armonie concettuali,

rime condensate in soavità verbali

e ritmi detti da una bocca sensuale

che bacia le parole,

le tante parole inanellate

e trasformate in collane di perle da Poseidon,

il dio del mare e degli infiniti fragori.

E alla fine?

Poi,

alla fine resta soltanto una grande confusione.

Che confusione!

Dio, che confusione!

Una torre di Babele.

Gente,

quanta gente!

Tanta gente che parla,

parla e parla,

riparla e riparla,

straparla,

emette suoni,

usa parole,

una borsa-valori di parole

che nessuno vende o compra.

Un bordello.

Dio,quanto bordello!

Una storia infinita di bordelli

dove parlano,

tutti vogliono parlare,

tutti sanno di parlare.

Il folle,

derubato del suo delirio,

osserva, tace e si addolora.

Il saggio sa di non sapere,

osserva, tace e si addolora.

Il folle e il saggio dicono di non dire più parole.

Que sais je”!

Rien!

Rien de rien.”

Cantava la Piaf

nelle maleodoranti cantine di Parigi,

nei cabaret esistenzialisti

con i pochi seni calati in un lugubre dolcevita nero.

Rien!

Rien de rien.”

Neanche parole a mimetizzare il niente,

ma solo un lontano flatus vocis

che in eco sussurra e dice:

R – I – E – N

N – I – E – N – T – E

N – A – D – A

N – I – C – H – T – S

N – O – T – H – I – N – G

Eppure,

eppure nella torre di Babele

si sono scatenate le oche:

qua-qua-quà,

qua-qua-quà,

qua-qua-quà.

E i mass media fanno in coro:

bla-bla-bla,

bla-bla-bla,

bla-bla-bla.

I profeti, i sofisti, i tuttologi,

tutti in coro fanno

quà-quà-quà-bla-bla-bla,

quà-quà-quà-bla-bla-bla

quà-quà-quà-bla-bla-bla.

Babele e Babilonia,

Sodoma e Gomorra: l’insostenibile leggerezza della parola.

E tu cosa fai?

Tu cerchi ancora un uomo saggio,

silenzioso e ignorante,

l’uomo giusto per la nostra salvezza.

Arriverà un Cristo

che si porterà sulla croce

tutte le parole dell’universo,

i quà-quà-qua,

i bla-bla-bla.

Per oggi basta,

torno dopo,

bevo un aperitivo,

un “sanbitter”,

c’est plus facile”

anche se non è poi tanto buono.

Adesso,

silenzio, si gira,

si inizia a girare il vero film,

un film finalmente muto.

Ma poi,

chissà cosa voleva dire quell’imbecille,

quel mezzo uomo che sculettava come un frufrù

in pieno centro commerciale

con una borsa di plastica ricolma di parole

e rossa come il viso di Che Guevara

nelle magliette e tra le tette di giovani donne innamorate.

Salvatore Vallone

da “La cosa parla” Il linguaggio dell’Inconscio anno 1997

L’ODISSEA DI SABINA

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

E’ il mio primo sogno-terrore del 2019 e devo cercare di capire.”

Sarà così?

Di certo il “sogno-terrore” è un breve romanzo composito di scuola ermetica, un sogno che non ha niente di terribile e di terrificante, ma tanto di “numinoso” e di “noumenico”, di portentoso e di pensabile, di sacro e di profano, di erotico e di sessuale. E’ fuor di dubbio che il sognare assolve la fertilità della Fantasia di Sabina, la predilezione e l’autocompiacimento alla scrittura e a scrivere immancabilmente di sé.

Come potrebbe essere il contrario se al centro della nostra attenzione si impongono i nostri “fantasmi”?

Chi scrive dell’altro ha sempre un “sé” ben preciso che tiene dentro i polpastrelli mentre danzano sulla tastiera. E così, tra un sogno e un terrore, la stupefacente Sabina entra in pompa magna nell’anno nuovo con il preciso intento di capire quella “se stessa” truffaldina che di notte viaggia al massimo, incurante del risparmio energetico, nei suoi mari prediletti mostrando di prediligere all’Ulisse di Omero l’Ulisse di Joice. E navigando a vele spiegate Sabina vive la sua Odissea, un poema che si può leggere intero e si può capire a pezzi.

Va bene così.

Ah, dimenticavo!

Di certo, Sabina non poteva iniziare l’anno meglio di così. Chi arriverà alla fine, capirà.

Guardo un film in bianco e nero, molto vecchio: attrici e attori americani, macchine lussuose. Inseguimento in strada tra due macchine piene di gente ricca; si inserisce una moto. Curva a sinistra, incidente. A questo punto sono nel sogno, che diventa a colori, e percorro un tratto di strada con un signore anziano ed elegante che fa parte della scena dell’incidente. Passa una carrozza con a bordo la regina Elisabetta II e lui saluta con un gesto militare.”

Sabina si guarda dentro nel tempo andato, regredisce al tempo della giovinezza e pensa al suo bisogno di nobiltà e di diversità, nonché alla sua vitalità sessuale e al suo spiccato erotismo, alle vesti indossate con un forte desiderio di apparire tra la gente mentre si accompagna a un padre a colori che ha l’eleganza di un re. Il fascino del padre ideale si sposa con l’omaggio devoto alla figlia e dovuto alla sua femminilità, il tutto sempre nei desideri allucinati di Sabina.

Sabina rievoca la figura ideale del padre e il suo desiderio di essere la sua principessa tra seduzione ed erotismo. Le scene oniriche si rincorrono e si mescolano con la stessa valenza intrigante: la ricerca di essere e di apparire, di esserci e di mostrarsi, di compromettersi e di godere, di esibire e di esibirsi. La sintesi è semplicemente affrescata da una professionista dell’amor proprio e del culto delle parole: Sabina. La simbologia sessuale è tanta e notevole come il passaggio dal bianco e nero ai colori. Ci si aspetta di meglio e si percepisce che il prosieguo del sogno non tradirà l’attesa e sarà anche di buon auspicio.

Ci voltiamo per tornare indietro e la strada è diventata collinare, con salite e discese. Non è asfaltata. Davanti a noi vediamo del fumo che si alza dietro ad un dosso e ci avviciniamo per vedere: c’è un uomo a cavallo che emette fumo (non so se il cavallo o l’uomo). Scappa. Io scendo il pendio che mi separa da lui per raggiungerlo. Sono a piedi e mi muovo come se sciassi, freno mettendo i piedi di lato, quasi mettendomi in mostra per la mia maestria davanti all’uomo elegante, che è accanto a me.”

Nei suoi trascorsi Sabina trova la naturale altalena dell’umore e del desiderio, l’attrazione del maschio e il fascino della seduzione. Allontana la figura paterna per mettere in mostra le sue belle e preziose merci e si lascia andare al moto dei sensi dietro la rassicurazione della presenza di un uomo elegante come il padre. Sabina si sta costruendo “in nome del Padre”, partendo dal parallelo “padre e uomo” e ricercando il giusto mezzo. Il contrasto in riguardo alla vita affettiva e sessuale ha trovato un picco e una commistione e cerca una mediazione tra l’originalità e la contaminazione. Continua la sequenza erotica nel lasciarsi andare “sciando” e frenando con la “maestria” di una donna che gioca e giocando impara a essere con il maschio come la sua natura comanda. La simbologia della fuga e del rincorrersi, nonché del fumo e dell’eccitazione, viene costruita con parole “significanti” che sono un “tutto dire” per la gioia delle buone anime di Umberto Eco e di Andrea Zanzotto, un professore e un poeta mai adeguatamente compianti specialmente alla luce dei tempi. Sabina combina i “segni” del testo dentro un contesto che non appare ma si lascia intuire. Lunga vita ai “sensi” e riposino in pace i “significati”.

E se non credete, se giustamente diffidate, provate voi a spiegare gli arcani di questa donna enigmatica in apparenza e ricca nella sostanza.

Improvvisamente, sono in un garage pieno di sabbia in terra; io so che è un garage, ma potrebbe essere un deserto di notte, con la sabbia non illuminata dal sole. C’è un tunnel sulla destra che porta ad una tomba egizia piena di tesori e capisco che i diversi gruppi di persone coinvolte nell’incidente vogliono avere l’esclusiva del tesoro ed eliminare gli altri.”

La competizione è tratto distintivo di una Sabina che, tornando indietro nei suoi ricordi e nei suoi vissuti, ritrova la sua “tomba egizia piena di tesori”, l’identità psicofisica e il narcisismo necessario per tante rivali. Si celebra il trionfo dell’individualismo nelle dimensioni profonde di Sabina e l’aridità del deserto affettivo si sposa con la coscienza obnubilata. Ogni donna cerca la sua identità di corpo e di mente, ma non tutte arrivano a scoprire i tesori dell’individualità emergente dal profondo psico-storico. Sabina opera in sogno lo scavo archeologico che non esige di essere capito, ma soltanto di essere eseguito nonostante l’ostacolo di reperire ciò che non è stato vissuto e tanto meno convissuto. Il deserto di notte è il luogo giusto per sorbire il tè tra la sabbia esotica dell’antico Egitto e il mistero del tunnel che porta sulla destra a una tomba piena di tesori. L’intraprendenza e l’ottimismo non mancano alla giovane Sabina che cerca nel suo futuro di godere dei suoi tesori nascosti: la sua fantasia erotica e la sua carica vitale. Ricordo che “il tè nel deserto” è un prezioso film di Bernardo Bertolucci che vale sempre la pena di avere in casa e di vedere quando si è in crisi semplicemente perché si è smarrita la Fantasia tra le pieghe di qualche lenzuolo in qualche albergo della periferia di Cefalù. Ribadisco che il quadro dipinto da Sabina con le parole sa di tinte dense e di profumi esotici, quelli della giovane età quando gli ormoni danzano e le idee seguono magicamente il ritmo. Non a caso ho introdotto la Pittura. Chi proseguirà, vedrà.

Sono fisicamente diventata una donna anziana, l’iconografia dell’esploratrice-investigatrice dei romanzi di Agatha Christie. Mi dico che devo nascondermi per bene e approfittare di un momento di distrazione degli altri per entrare nel tunnel che porta al prezioso sepolcro. Improvvisamente sono dentro, ma mi trovo in un grande palazzo pieno di piani e scale, semi-buio e vuoto, sembra un ospedale abbandonato; è pulito e domina un colore arancio-ocra.”

La “regressione” temporale cessa e Sabina ritorna la donna di oggi, quella che mette insieme l’esperienza vissuta e la saggezza, la storia e la filosofia secondo il sommario scritto sulla sua pelle di donna che vanta l’antecedenza rispetto agli altri: una “donna anziana” che “sa di sé”, della sua luce e del suo buio, del suo pieno e del suo vuoto, dei suoi momenti “up” e dei suoi momenti “down”, del suo essere “in” e del suo essere “out”. Per questo motivo Sabina deve difendersi coprendo le sue nudità innocenti e le sue vulnerabilità latenti. Tutto il mondo fuori di lei non deve sapere che è una donna complessa nella sensibilità e ricca di sfaccettature che variano dall’umore allegro e disinibito alla pensosità solenne. Sabina è una donna che sa sublimare e che non disdegna la più concreta incarnazione del suo essere femminile. Ma i dolori non mancano nel ballo apparente di rose e fiori. Il colore “arancio-ocra” è pulito e dominante con le sue esigenze di buona vitalità e di sana gelosia del tempo andato con tutte le sue concessioni e le sue promesse. La solitudine è un piatto che va gustato caldo e non in compagnia di un freddo “fantasma di morte”, altrimenti non funziona e non vale.

Io sono tornata me stessa, forse più giovane di come sono nella realtà, non so, non ho contezza del mio aspetto fisico in quel momento del sogno. Corro, corro tantissimo su è giù per le scale, sto scappando ed ho paura, l’adrenalina a mille. Qualcuno mi sta cercando e io non devo farmi trovare. Passo da un piano all’altro, la luce è molto fioca; faccio più gradini alla volta, sempre di corsa. Sono al settimo piano e mi dico che devo scendere al primo e corro fino ad arrivarci.”

Il presente si profila a Sabina, dopo l’apparente viaggio di andata e ritorno nel Tempo, nella forma di una donna in piena salute che sa del suo corpo in evoluzione, di un corpo che vive alla grande nella ricerca di ferine sensazioni e di forti emozioni, di orgasmi tra slanci e ritrosie, tra desideri e paure, con l’Es a mille e l’Io che tituba in questa altalena della vitalità e in questo trionfo della “libido”. Signori, l’orgasmo è servito e ci si può accomodare nella riflessione e nella paura dell’eccesso, nella titubanza di essersi lasciata troppo andare e nel recupero di una forma di consapevolezza possibile in tanto trambusto dei sensi. Tra la “sublimazione” dell’istinto e delle forze corrispondenti e la caduta nella materialità più istintiva Sabina vive bene il corpo e la mente, prediligendo la concretezza della realtà vissuta e di tutta quella che c’è da vivere, correndo su e giù tra una “sublimazione della libido” e un abbandono alla materia più sacra, navigando tra le seduzioni delle sirena e la poca ragione della marinaia. Sabina ha dipinto un quadro di scuola “fauvistica”. Più che mai adesso bisogna andare avanti per curiosità e per capire.

Sono al primo piano, sento passi; cerco di muovermi senza farmi sentire, i passi si avvicinano. Corro in una stanza aperta sul corridoio e mi metto in un cantone dietro quella che doveva essere una porta, ma che non c’è più. Resto immobile, trattengo il respiro. Una persona avanza nella mia direzione, confido che non mi trovi. Invece entra e mi si para davanti. E’ mio fratello, è vestito da infermiere. Gli chiedo come ha fatto a capire che ero proprio in quel punto, nonostante il palazzo sia enorme e pieno di scale e stanze, e lui mi dice: “Ho sentito il tuo profumo”. Allora gli rispondo: “Che sciocca, sono così abituata a portarlo che non mi rendo mai conto di averlo”.

Sabina è tornata al presente psichico e tenta di occultare e di occultarsi di fronte al nuovo che avanza nelle relazioni. Si difende come una bambina timorosa dagli assalti e dalle minacce che vengono da dentro e da fuori. Le soluzioni sono più facili a essere pensate che a essere realizzate perché non sempre la donna di oggi è così spavalda e aggressiva come può sembrare a coloro che la insidiano nel cammino della vita. Si profila un uomo in questo gioco erotico che rievoca le tentazioni dell’infanzia e dell’adolescenza, il tempo in cui si desidera e si teme di essere scoperti mentre la carica vitale si distribuisce lungo i nervi e scende per la schiena secondo il freudiano “principio del piacere”. Sabina è braccata di fronte alla sua disposizione femminile di muovere e di commuovere, di sentire e di percepire, di vivere e di viversi. Dentro di lei scopre la presenza maieutica e l’immagine di una persona vicina e conosciuta, un alleato insperato che l’aiuta a conoscersi meglio e a viversi in maniera dignitosa. Sabina si è fatta scoprire nelle dimensioni semplici di madre Natura, nonostante le grandi complicazioni difensive che ha costruito dentro di sé per non esporsi agli altri con le sue debolezze e le sue fragilità. Il suo piccolo Dio le dice che ha sentito il suo odore di donna mentre si aggirava nel mercato dell’esistenza tra la gente con tutto quel patrimonio che si porta addosso. Sabina è costretta a ricredersi e a rivedere le sue portentose e mirabili sorti progressive. I talenti hanno prosperato i frutti desiderati e la “coscienza di sé” è ormai buona. La sorniona e la maliarda si è fatta scoprire dall’uomo che cercava, un animale misto di istinto e di talento. Le storie obsolete d’amore e di senso non fanno per lei. Sabina, la donna profumata che non sente il suo profumo, aspira e merita ben altro.

Mi porta via, poi non è più mio fratello, è un infermiere sconosciuto; con me viene scortato un altro prigioniero. L’infermiere gli chiede: “dov’è finito il mio cioccolatino?” e lui risponde: “frugami pure, non ce l’ho”. Io dico all’infermiere che non può averlo rubato, perché anche il mio accendino è sparito, quindi deve essere caduto. Infatti, ci chiniamo entrambi e sul pavimento ci sono sia il mio accendino che un grande cioccolatino rettangolare. Lui lo prende e fa il gesto cortese di offrirmelo, ma io, sempre per cortesia, rifiuto.”

Le schermaglie seduttive di donna Sabina non sono finite, anzi stanno iniziando. Tra maschere carnevalesche e interposte persone si ritrova con l’uomo giusto a metà tra l’ostetrico, colui che aiuta a scoprirti, e il posseduto, colui che è preda del fascino femminile: un infermiere e un prigioniero. In queste sponde si esalta e scorre la femminilità di Sabina, tra una dolcezza erotica e una leggera consapevolezza, quella carezza e quella percezione che accende la sensualità e la sessualità. Il maschio è eccitato e pronto a essere ricevuto dalla mezza coscienza femminile che deve controllare soltanto quanto è bello essere desiderata e desiderare. Questo brano del sogno di Sabina tocca picchi di poesia erotica che nulla invidia alla magia dei versi simbolisti di Baudelaire. Il quadro marcato è, infatti, di scuola ermetica e simbolista, da post-Impressionismo, di quando i pittori, francesi e non, della nuda Realtà fotografica, segnata da macchie forti di grasso colore, passarono alla “proiezione” sulla tela delle emozioni e dei simboli classicamente umani. La trama elaborata del sogno di Sabina è da preferire al Realismo volgare di un qualsiasi poeta o pittore francese anche ispirato. Ripeto, quello che descrive Sabina è di qualità ermetica e simbolista, post-impressionista. Anche in questo tratto distintivo la donna conferma la sua complicazione totale rispetto alla parziale confusione maschile. L’allegoria creata da Sabina in sogno è da mondo iperuranio e Platone esulta di fronte a tanta combinazione di parole che descrivono tra le righe una donna seduttrice e un uomo vittima del femminile imbroglio. La seduzione si completa nel gran rifiuto opposto dalla donna alle offerte maschili di una prepotente eccitazione e di una degna reverenza. La cortesia del rifiuto è finalizzata non certo al pudore, ma al gioco del rafforzamento del narcisismo. Sabina non è innamorata, è soltanto tutta presa da sé.

Non so come, ma mi ritrovo nuovamente a scappare, forse con mio fratello come alleato o forse con qualcun altro. Io scappo e corro a perdifiato (in questo sogno non faccio altro che correre) e alla mia destra si apre una porta e una donna non giovane mi afferra un lembo di una sciarpa di seta lilla che improvvisamente porto al collo e tira: mi sento strangolare, ma riesco a sciogliermi dalla sciarpa e scappo ancora. Altri mi avvinghiano uscendo da stanze lungo il corridoio, ma ho sempre la meglio e fuggo.”

Sabina è in fuga da sé, ha opposto all’altro il gran rifiuto del narcisismo, l’orgoglio della donna che se la tira, la superbia della donna che non si coinvolge per poi pentirsi di questo andar di qua e di là alla scoperta di un’America che si trova in casa, in se stessa, nel suo “habitat” psicofisico. Non le resta che correre e fuggire dalla sua donna attuale e dalla sua donna di ieri lasciando di stucco e di sasso tutti quelli che la desiderano e la seducono. Ma questo non è un “barbatrucco”. Manca sempre a Sabina l’ultimo pezzo del puzzle per completare l’opera. Nel suo futuro prossimo c’è una donna non giovane da accettare e da considerare dopo la scorribanda nell’età giovanile, una persona che tenta e tormenta con le infide promesse della buona e bella presenza del corpo e della mente. Gli istinti e le pulsioni escono allo scoperto a dire e ricordare che quel che non è stato vissuto non ritornerà, come il tempo andato. Lo psicodramma di Sabina tocca punte di sentimento struggente nel presentare il senso del Tempo che ti lascia vincere e che si presenta alla fine con il conto da pagare e come il solerte cameriere del ristorante alla moda in cui non volevi finire. Sabina avverte l’angoscia nel sentirsi strangolare, ma riesce a sciogliersi dal legame sensuale ed erotico, “la sciarpa”, per scappare ancora frastornando e frastornandosi. Lei non si era mai accorta del suo profumo e del suo odore di donna semplicemente perché ci era e ci è abituata a convivere. La nostalgia del “non vissuto” si fa sentire e il dolore si consola con tutto quello che ha vissuto prima di concludere concretamente l’avventura delle relazioni più contorte e avvincenti, quelle che si fanno ancora ricordare e che addolorano. Vediamo dove va parare una Sabina braccata dalle sue pulsioni desideranti.

Intravedo luce e finalmente appare una donna a darmi una mano: è la stessa donna che ero io prima, quando mi vedevo anziana. Si chiama Fauve. La avverto di non mettersi il profumo, altrimenti si farà prendere. Lei è molto sicura di sé e mi dice di non preoccuparmi, sa badare a sé stessa e ce la farà, non ha alcuna intenzione di uscire da quel posto senza aver trovato quello che cerca. Mi fa andare verso l’uscita con un uomo.”

Come volevasi dimostrare. Ho anticipato tutto il quadro, ma mi è piaciuto tanto avere scoperto anzitempo i veli delle commedie di Sabina, quelle che non sono tralignate in farsa semplicemente perché la nostra eroina sa recuperare se stessa e i suoi rimpianti. La donna ragiona e ha la luce della consapevolezza dalla sua parte, ma si chiama Fauve, un nome bellissimo e da mitologia francese. Sabina ha una precisa identità psicofisica e non è un evanescente ectoplasma in cerca di reincarnazione, tutt’altro, è una donna selvaggia e ferina. Sabina è tornata la donna di sempre con qualche consapevolezza in più: “quant’eran belli i tempi in cui profumavo di donna e seminavo l’odore sulla mia scia. Allora evitavo e fuggivo, adesso rimpiango le occasioni mancate e negate al mio prestigio femminile. La sicurezza di oggi è stata pagata a caro prezzo e il trovare un degno compagno non mi esime dal rimpianto di andare verso l’uscita. L’archetipo del Tempo scuote fortemente il “fantasma del tempo” nella sua “parte buona”, l’evoluzione e il progresso, nella sua “parte cattiva”, l’andare verso la fine. Gli esistenzialisti sono stati serviti nel loro ottuso pessimismo, ma anche Orazio grida il suo “carpe diem” in sollievo a tanto sogno, a tanto viaggio di Sabina nel mare dei ricordi inscritti nel bastimento del suo corpo senziente e vitale.

Ma come non tirare in ballo Beaudelaire?

“Pedro, adelante cum judicio.”

Non ricordo altro. Mi sono svegliata con un’angoscia tale che non sono riuscita ad addormentarmi per più di un’ora. Era notte fonda ed ero terrorizzata. Allora ho cercato di andare incontro allo spavento, di guardarlo in faccia, e mi sono calata nel peggio dei pensieri possibili per scatenare una reazione, anche se di panico, ma dalla mia mente cosciente nessuna scintilla ha acceso la miccia di emozioni incontrollabili. Avevo solo un senso di angoscia.”

Ci mancherebbe che Sabina, dopo aver scritto in un’ora di sonno la sua Odissea seduttiva ed erotica, dopo aver descritto il viaggio della sua “libido” tra Scilla e Cariddi e tra gli scogli delle Sirene, avesse ancora qualcosa da aggiungere e da rivivere. L’angoscia è eccitazione, perché la trama del sogno di Sabina è la descrizione dell’itinerario sensuale sulla mappa nautica del Corpo ed è la rievocazione dei marinai che hanno tentato di avventurarsi in quel mare e che ci hanno lasciato le penne per essere nostalgicamente ricordati come gli eroi che hanno compiaciuto donna Sabina. Questo stato di eccitazione era il massimo e niente poteva scalfirlo o superarlo. Sabina ha dato il meglio di sé e della storia avventurosa della sua crescita umana, quella contraddistinta oggi dal ricordo di un orgasmo che tarda a venire. La coscienza della mentenon accende nessuna scintillae la miccia delle emozioni incontrollabili è pronta a non tralignare nell’angoscia del tempo perduto e del tempo vissuto. Ecco in conclusione l’allegoria dell’orgasmo secondo il vangelo di Sabina: “scatenare una reazione, anche se di panico, ma dalla mia mente cosciente nessuna scintilla ha acceso la miccia di emozioni incontrollabili.”

Nota: mentre correvo non sentivo alcuna fatica fisica.”

Come quando eri ragazzina e correndo sentivi il piacere del tuo essere femminile. Il non sentire fatica equivale al piacere di una emozione che cresce e accende la miccia. Classica è la simbologia erotica e sessuale del “correre” e dell’anestesia della fatica.

Grazie, caro Maestro

Sabina”

Appena ricevuto il malloppo, mi sono smarrito nei meandri psichici delle parole e dei concetti. Ne sono venuto fuori in maniera originale e trovando un’altra strada rispetto a quella convenzionale.

Ti sono in debito, cara Sabina, di un gallo da sacrificare a Esculapio, il dio della Medicina che i Greci onoravano per le guarigioni ricevute: gli “ex voto” di pagana memoria. Sono guarito dall’indolenza e dall’accidia di fronte a tanta roba, nonché dalla scarsa stima in riguardo alla creatività.

Grazie a te e… che un buon demone mi assista sempre !

PSICODINAMICA

Il lungo sogno di Sabina rievoca in maniera altamente personale l’insieme del tempo vissuto tra eccitanti viaggi di andata e dolorose nostalgie di ritorni. Può essere definito l’Elogio del Tempo e della Libido, la dimensione bio- astronomica e l’energia vitale che scorrono sempre tra le parole, i sensi e i significati della originale trama tessuta da Sabina. Tra flussi di coscienza che richiamano l’Ulisse di Joice e ricerche nostalgiche alla Omero di una ricomposizione del “Tutto” turbato, il linguaggio di Sabina denota una spiccata capacità di cogliere i valori del “significante”, quello che la parola significa per lei, il suo simbolo, quello personale elaborato nel corso del vivere quotidiano e tenuto dentro nel divenire delle stagioni. Se l’Ulisse contemporaneo nella visione di Joice si smarrisce nei meandri delle parole e dei flussi di coscienza alla ricerca di un senso da dare alla vita, Sabina si rivolge al suo passato per trarre gli auspici del presente senza alcuna vena disfattista e con quella leggera e sottile nostalgia che aiuta a ricordare e a rafforzare il presente quotidiano e a ridurre il dolore delle truffe del Tempo. Ma quello che impressiona in questo sogno abilmente composto da Sabina è il nome della donna nel finale: Fauve. Il richiamo al movimento pittorico del “Fauvismo” nella Francia del 1905, iniziato casualmente da Matisse e oscillante tra Impressionismo ed Espressionismo, non è casuale. Sabina esegue nel suo sogno anche un ritorno alla Natura con il colore puro e non mischiato, possibilmente spruzzato a tocchi sulla tela onirica per intendere l’istinto, il selvaggio, il ferino, il bestiale, l’Es freudiano, i tuffi nell’Inconscio al di là dei sentimenti, della Filosofia e della Cultura. Sabina lascia spazio al ritorno alla purezza dei suoi colori, ma non trascura la “proiezione” dei simboli e la ricerca della consapevolezza.

Mi si chiederà cosa c’entra il sogno di Sabina con la corrente pittorica, oltretutto transitoria, del Fauvismo?

Io rispondo che c’entra, perché Sabina nel suo sogno richiama con il nome femminile Fauve le pennellate della sua “libido” a tinte massicce e alle prese con la seduzione e l’avventura dei sensi senza limiti e in espansione. E quando torna in sé, decora la sua tela con il ricordo delle “scintille che non accendono la miccia di emozioni incontrollabili”. E’ un senso doloroso legato all’aver tanto vissuto e il cui ricordo oggi piacevolmente resta di fronte all’incalzare inesorabile del Tempo.

Ecco la traduzione poetica di due brani del sogno di Sabina. La manipolazione è mia.

ALLEGORIA DEL COITO

Quell’uomo mi porta via,

ma non è mio fratello,

è un infermiere sconosciuto,

è un altro prigioniero.

Dov’è finito il mio cioccolatino?”

Frugami pure, io non ce l’ho”.

Anche il mio accendino è sparito.

Chiniamoci sul pavimento

alla ricerca del mio fuoco e del tuo cioccolatino.

Sii gentile e generoso!

Offrimelo,

anche se io per cortesia potrei rifiutare.

ALLEGORIA DELL’ORGASMO

Non so come,

ma mi ritrovo a scappare

con un uomo alleato

o forse con un altro nemico.

Io scappo e corro a perdifiato.

Corro,

corro a più non posso

come sa fare una donna

e nessuno mi acchiapperà.

Alla mia destra si apre una porta

e qualcuno mi afferra il lembo

di una sciarpa di seta lilla

che improvvisamente scende dal collo

e tutta mi avvince.

E tira,

tira a più non posso.

Mi sento strangolare.

Non riesco a sciogliermi dalla sciarpa

perché non voglio sciogliermi

e scappo ancora.

Altri mi avvinghiano

uscendo da buie stanze lungo il corridoio.

Sono i prigionieri,

ma io non so far altro che fuggire.

Non è finita.

Come avvinto dalla cultura francese, il sogno di Sabina si può tranquillamente associare allo scrivere versi di Baudelaire, ai “Fiori del male”, per restare in sintonia con l’erotismo e la “libido” in libera associazione con il Tempo, la costante e la variabile di Sabina.

L’OROLOGIO

di Charles Beaudelaire

Orologio, sinistro iddio, impassibile, spaventoso,

il cui dito ci minaccia e ci dice: “Ricordati!

I vibranti dolori, come al centro di un bersaglio,

presto si pianteranno nel tuo cuore riempito di sgomento;

il vaporoso piacere sfuggirà nell’orizzonte

come silfide in fondo al palcoscenico;

ti divora ogni istante un po’ di quella delizia

che ad ogni uomo fu accordata per il suo tempo.

Mormora tremila seicento volte, ad ogni ora, il Secondo:

Ricordati! – L’Adesso, con la voce

d’insetto, dice rapido: Io sono l’Allora,

ed ho succhiato con l’immondo pungiglione la tua vita.

Remenber! Souviens toi, prodigo! Esto memor!

(La mia gola metallica ogni lingua parla).

I minuti sono sabbie, o allegro mortale,

che non possono lasciarsi senza estrarne un po’ d’oro!

Souviens toi che il Tempo è un giocatore avido

che vince senza barare, ad ogni colpo. E’ legge.

Scema il giorno e già la notte cresce; ricorda!

Il baratro ha una sete perenne; la clessidra ormai si svuota.

Suonerà quanto prima l’ora in cui il divin Caso,

l’augusta Virtù,la tua sposa ancor vergine,

lo stesso Pentimento (ahimè, l’ultimo rifugio!),

ed ogni cosa, ti diranno: Muori, vecchio vigliacco, è troppo tardi ormai!”

Ma ancora non basta.

In questo esaltante prodotto culturale di Sabina, a metà tra la prosa e la poesia, elaborato nel mezzo e passa del cammin di nostra vita, si associa e va di pari passo lungo la via Sacra il buon Quinto Orazio Flacco con il suo immarcescibile “Carpe diem”, con la sua saggezza stoica ed epicurea, con la ricercatezza dei suoi versi. Il tema è sempre il Tempo.

ODE I, 11

Tu ne quesieris…

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babilonios

temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!

Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare

Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi

spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

VERSIONE LETTERALE

Tu non cercare…

Tu non cercare, il sapere non è lecito, quale a me, quale a te

fine gli dei hanno dato, o Leuconoe, non provare

i calcoli babilonesi. Al meglio, qualunque cosa accadrà, sopporta!

Sia che Giove ha dato parecchi inverni o come ultimo

questo che ora affatica il mar Tirreno tra le opposte scogliere,

sii saggia, mesci i vini e in uno spazio breve

taglia una lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo

invidioso: cogli il momento, quanto minimamente fidente nel futuro.

VERSIONE LETTERARIA

Carpe diem

O Leuconoe, non chiedere anche tu agli dei

quale destino hanno riservato alla nostra vita

perché è impossibile saperlo

e sarebbe come ricercare un senso logico

nei calcoli astrali dei Caldei.

Credimi, è meglio rassegnarsi,

sia se Giove ci concede ancora molti inverni

e sia se l’ultimo è proprio questo

che infrange le onde del mar Tirreno

contro l’argine delle scogliere.

Pensaci bene! Versati un po’ di vino

e soltanto per un breve tempo

concediti l’illusione di una speranza.

Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.

Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

COMMENTO

Celebre e celebrata l’ode del “carpe diem” è stimata il capolavoro della poesia di Orazio; in essa i temi dominanti dell’Etica epicurea sono espressi in maniera lucida e sobria, essenziale e incisiva.

Il testo è dedicato a Leuconoe, la donna “dall’animo candido” o “dai pensieri ingenui”, in ogni caso una fanciulla preoccupata del domani a cui il saggio e maturo Orazio non lesina i suggerimenti più obsoleti e ricorrenti nella letteratura greca: Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Simonide, Mimnermo, Euripide, Epicuro. Di questi illustri antenati darò in seguito le prove.

Il poeta dissuade Leuconoe dall’interrogare gli astrologi babilonesi sul futuro che l’attende e le suggerisce la soluzione migliore di carpire alla fuga e alla rapina del Tempo la giornata presente, senza sperare in quell’ovvio domani che resta sempre affidato agli dei e depositato nel loro grembo.

Lo scenario più naturale dell’ode appartiene alla stagione invernale: il mare in tempesta e le onde che si infrangono sugli scogli a simboleggiare senza equivoci le ineffabili sofferenze della vita umana e l’ineffabile imprevedibilità di un destino situato tra scienza e magia.

In una formidabile sintesi poetica Orazio include molti temi: la fanciulla ingenua, la volontà degli dei, l’inesorabile scorrere del Tempo, l’ineffabile destino umano, la vita e la morte, la saggezza dell’uomo maturo, la ricerca di un’impossibile coscienza di sé, il tabù della conoscenza, la mitica astrologia, la volgare superstizione, la necessaria rassegnazione, la passiva accettazione del progetto degli dei, la cosciente illusione delle speranze, la benefica panacea del vino, l’angosciante fugacità del Tempo e la provvida soluzione del “carpe diem”.

L’ode muove da una circostanza immaginaria dal momento che non contiene indizi cronologici precisi che consentano una collocazione temporale plausibile; del resto, l’angosciante tema della rapina del Tempo appartiene alla “coscienza collettiva” insieme alle riflessioni logiche opportune e alle forti emozioni implicite, un tema che rientra nello “Immaginario collettivo” con tutto il corredo dei “fantasmi” psichici collegati all’angoscia della morte.

La concezione epicurea sulla felicità, la “atarassia” per l’appunto, ingiunge al comune e saggio mortale di vivere intensamente l’attimo e il Tempo presente per eliminare le angosce del futuro e della fine. In quest’ode Orazio affida a otto intensi e concisi versi un messaggio atavico e obsoleto a testimonianza della sua capacità di elaborare e riproporre in poesia i classici temi filosofici intorno alla situazione esistenziale e ispirati alla morale corrente.

Nell’approfondire la fugacità della vita umana Orazio non esorta a vivere banalmente la quotidianità, ma a essere padroni di se stessi, estimatori delle gioie consentite agli uomini e consapevoli dei propri limiti. Questi temi ricorrono nella sua poesia come se fossero radicati nella dimensione psichica profonda del poeta e fossero stati oggetto nella sua adolescenza di una drastica e difensiva introiezione.

L’autocontrollo del poeta appare manifesto dentro un coerente e adeguato modello espressivo, un testo denso e privo di ridondanza. Il procedere colloquiale, il tono e l’indeterminatezza, l’elegante musicalità del ritmo creano un fascino autentico e fanno del “carpe diem” un gioiello della Lirica di ogni tempo.

A proposito di Tempo sono questi i frammenti delle poesie greche sul tema, a ulteriore conferma che l’originalità umana è un’araba fenice che risorge sempre sulle sue ceneri.

Anacreonte, 44 D, sulla morte

“Le mie tempie son canute,

la mia testa è tutta bianca:

la gentile gioventù

è svanita, ho i denti vecchi:

poco tempo mi rimane

della bella vita ormai.

Così spesso mi lamento,

nel terrore di laggiù.

E’ terribile l’abisso

della morte, il passo è amaro.

Perché questa è verità,

che chi scende non risale.

Anacreonte, frammento 69D

Ho desinato con un pezzettino

Smilzo smilzo di focaccia;

ma di vino

ne ho tracannato un orcio fino in fondo;

e ora con la cetra

faccio la serenata alla mia bella.

Simonide, frammento 6 D

“Uomo qual sei, non dire mai quel che domani sarà

né se vedi uomo felice, quanto durerà.

Di una mosca dalle lunghe ali

non è così veloce il volo.

Frammento 9 D

“Degli uomini scarso è il potere,

sono gli affanni vani;

dolore su dolore è la breve vita.

Su tutti uguale pende l’inevitabile morte:

i vili e i forti ugualmente l’hanno in sorte.

Saffo, frammento 58 D

Morta tu giacerai,

ne più memoria sarà di te,

né rimpianto; ché non cogliesti

le rose della Pieria:

e ombra ignota anche nell’Ade

ti aggirerai,

tra scure ombre di morti

sperduta.

Bacchilide, Epinicio V 151 162

“Per un istante è ancora la dolce vita,

sentii venir meno le forze, oh misero,

dando l’ultimo respiro

piansi lasciando la bella giovinezza.”

Soltanto allora, come narrano,

l’impavido figlio di Anfitrione

bagnò gli occhi di pianto

lamentando la sorte dell’eroe infelice

e rispondendogli disse:

“Meglio per l’uomo non essere nato

E non vedere la luce del sole.”

Alceo, 39 D

Bisogna ubriacarsi ora, bere anche

se non si vuole, perché è morto Morsilo.

Frammento 90 D

Zeus manda pioggia. Un grande inverno

Dal cielo. Sono ghiacciati i corsi d’acqua…

E ammazzalo l’inverno. Butta fuoco,

mesci senza risparmio vino buono,

gira la lana morbida sul capo

Frammento 91 D

Non devi ai mali concedere l’anima.

a nulla giova soffrire e piangere,

o Bucchi. Far portare il vino

ed inebriarsi è il solo rimedio.

Frammento 104 D

sì, il vino è per gli uomini uno specchio.

Frammento 94 D

Gonfiati di vino: già l’astro

che segna la grave stagione,

dal giro celeste ritorna,

e ogni cosa è arsa di sete.

e l’aria fumiga per la calura.

Acuta tra le foglie degli alberi

la dolce cicala di sotto leali,

fitto vibra il suo canto, quando

il sole a picco sgretola la terra.

Solo il cardo è in fiore:

le femmine hanno avido il sesso,

i maschi poco vigore, ora che Sirio

il capo dissecca e le ginocchia.

Frammento 96 D

Beviamo. Le lucerne

perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo.

Prendi, amor mio, le grandi,

le bellissime coppe variopinte.

Il vino, oblio dei mali,

diede il figlio di Semele e di Zeus,

ai mortali. Due parti

mescola d’acqua, una di vino; riempi

fin all’orlo il cratere.

Ed una coppa spinga l’altra giù.

Frammento 73 D

Bevi, bevi ed ubriacati,

Melanippo, con me. Credi tu forse,

quando varcato avrai

Acheronte, il gran fiume vorticoso,

credi tu che vedrai

la luce pura splendere del sole

un’altra volta? Amico,

non vagheggiare cose grandi mai.

Ma, pur saggio come era,

due volte, per volere della sorte,

il fiume vorticoso,

l’Acheronte, varcò; dolori immensi

il re figlio di Crono

laggiù gli diede da soffrire, sotto

la nera terra. Ma i pensieri tristi

scacciamo, finché giovani

siamo. Bisogna questa volta ancora

bere, e soffrire il male

che ancora voglia il dio farci soffrire.

Mimnermo, frammento 2 D

Noi siamo come foglie, che la bella stagione

di primavera genera, quando del sole ai raggi

crescono: brevi istanti, come foglie godiamo

di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo

il bene e il male. Intorno stanno le nere dee:

reca l’una la sorte della triste vecchiaia,

l’altra di morte. Tanto dura di giovinezza

il frutto quanto in terra spande la luce il sole.

Ma, quando questa breve stagione è dileguata,

allora, anzi che vivere, è più dolce morire.

In tanta mirabile compagnia ci sta bene un prodotto culturale, giovane e leggero di musica, che tratta il tema del Tempo passato e tesse le lodi del Tempo andato tra un amore che non può ritornare e il Tempo che lo ha rubato e non te lo può restituire. Qualcuno dirà che ho associato il sacro e il profano in questo sogno di Sabina e che ho fatto i salti mortali per fare quadrare il Tutto.

Ha perfettamente ragione, ma non potevo fare diversamente di fronte a un sogno veramente originale e tanto ricco al punto di sembrare anomalo. La canzone scelta è degli anni sessanta e si titola “Quelli erano giorni” e ho scelto l’interpretazione di Mary Hopkin rispetto alle altre e specialmente rispetto a quella di Dalida anche per alleggerire il quadro.

Grazie & grazie e alla prossima !