” COL CAZZO !!! “

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Buongiorno dottor Vallone,

ho dato uno sguardo al suo blog, ma non ho trovato i riferimenti che cercavo per il mio sogno ricorrente, sogno che faccio periodicamente da quando sono piccola, sempre lo stesso.

Mi ritrovo in un luogo chiuso e all’improvviso sopra di me vola una bestia enorme, quasi come fosse un drago di colore scuro che mi dice di essere il diavolo, non usa altri termini tipo Satana o lucifero, si presenta proprio come Diavolo.

Io non ho paura, brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.

Questo è quanto succedeva durante il sogno, ma l’ultima volta che ho sognato il diavolo, si è manifestato in modo diverso, e questa volta mi ha fatto paura.

Ho sognato che ero a letto con mia figlia che stava dormendo mentre io leggevo un libro ed improvvisamente tra il muro e l’abat-jour ho cominciato ad intravvedere l’ombra di un viso che continuava a cambiare forma ma che sapevo non poteva che essere lui, che poi si è palesato dicendo solo: “sono io”.

D’istinto ho messo una mano sopra mia figlia come a proteggerla, ma lui non la stava nemmeno guardando, il suo volto andava e veniva come nella nebbia, scuoteva la testa lentamente come a dire di no, con un sorriso di scherno.

Poi si è fermato e mi ha detto: “questa volta non vinci tu”. Io gli ho risposto con aria di sfida (mi scusi il linguaggio, ma è esattamente quello che ho detto): “col cazzo!!!”.

Lui mi ha preso di scatto la mano che avevo libera ed ha cominciato a stringerla, sempre più forte. Le sue unghie entravano nel dorso. Allora con il braccio che proteggeva mia figlia ho preso lo slancio ed ho cercato di colpire il suo volto con un pugno chiuso, ma mi sono svegliata.

Fine del sogno. Sa cosa mi preoccupa? Non l’averlo sognato, ormai siamo conoscenti da anni, mi permetta la battuta per sdrammatizzare, ma non essere riuscita a batterlo di nuovo, avere questa cosa in sospeso, come se avesse creato un legame…una continuità…non ho paura, so che posso batterlo.

Bene, pubblichi pure la parte che le sembra più curiosa. A questo punto però mi prendo gioco di questo diavolo e mi firmerò Lilith.

La ringrazio per il tempo che mi vorrà dedicare.

Mi sono scordata di aggiungere che al risveglio la mano mi doleva molto e per qualche giorno ho sentito il dolore.”

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Può un sogno riproporsi dall’infanzia fino all’età matura della maternità?

Lilith conterà quarant’anni e ha una figlia. Da quando è piccola fa lo stesso sogno e soltanto negli ultimi tempi ha modificato il finale.

Partiamo dal commento.

Fine del sogno. Sa cosa mi preoccupa? Non l’averlo sognato, ormai siamo conoscenti da anni, mi permetta la battuta per sdrammatizzare, ma non essere riuscita a batterlo di nuovo, avere questa cosa in sospeso, come se avesse creato un legame…una continuità…non ho paura, so che posso batterlo.”

Quando finisce il “sogno a occhi chiusi”, inizia il “sogno a occhi aperti”, si dà il via all’esercizio del quotidiano vivere con la forza e la sicurezza di quel bagaglio che abbiamo nel tempo composto amorevolmente come il migliore destino possibile, un fardello più o meno ordinato che ci portiamo sulle spalle con la giusta discrezione. Lilith conosce bene se stessa e non è una donna paurosa, è consapevolmente ironica ed emotivamente compatta. Lilith sa del suo “diavolo” perché da sempre ha ingaggiato una lotta con una “parte psichica di sé”, un benevolo conflitto che l’ha determinata nel mettere insieme i pezzi della sua Psiche, nell’organizzare i “fantasmi” e le esperienze vissute, nel comporre i traumi e i contrasti. Lilith è una donna in continua competizione e in ironico superamento di se stessa, una “femmina dialettica” che trova la sua armonia nella “coincidenza degli opposti” alla Greca e alla Tedesca, alla Eraclito e alla Hegel. Lilith sa che “in medio stat virtus”, che la virtù sta nel mezzo, ma gli opposti le danno l’ebbrezza di vivere. Da una risoluzione trovata e sperimentata Lilith riparte verso nuove conquiste e verso proficue evoluzioni e sempre in combutta con quel “diavolo” che cresce insieme a lei come uno strano alleato nel cammino della vita. La scelta del nome, Lilith, non avviene a caso, perché l’eroina del sogno è ancora oggi la prima creatura femmina composta dal fango e non da costole altrui, è l’Archetipo dell’universo femminile, è l’idea platonica della Donna, è il Principio femminile da cui la Vita si origina e si evolve. Lilith è se stessa e non è la compagna di Adamo, è la parte “sinistra” del corredo ontogenetico e filogenetico, è Colei che contiene nel ventre le Ragioni e l’Amore dell’Essere, è la Domina delle fascinose prerogative. Lilith non è una subdola Madonna di Botticelli circondata di angeli e di bambini per un bonario effetto serra, Lilith è l’affermazione del “diritto naturale” dell’identità femminile, un batuffolo di bianca ovatta senza padroni e senza schiavi. Lilith è ogni donna che si incontra in piazza o in spiaggia, dal fornaio o in ospedale, magari dove meno te l’aspetti, in una linda officina tra motori e filtri.

Questa è la nostra Lilith, quella del sogno.

Di quella del mito son piene le fossa e cammin facendo si complicheranno le carte sul tavolo dell’osteria tra un bicchiere di vino e uno stuzzichino, tanto per gradire.

Il titolo “col cazzo!!!” è rispettoso della protagonista e significativo, è desunto dal racconto del sogno ed è un “lapsus mentis”, un tradimento inconsapevole degno di essere annoverato nel testo di Freud “Il motto di spirito e le sue relazioni con l’Inconscio”. L’accusa di turpiloquio “col cazzo!!!” si addebita alle educande del collegio delle suore di sant’Orsola, semplicemente perché l’espressione linguistica contiene la chiave di volta del sogno di Lilith. Si può tranquillamente affermare che il “punto cardine”, non soltanto dell’interpretazione del sogno ma addirittura della formazione psichica, (“organizzazione psichica reattiva”,) e della struttura psichica evolutiva di Lilith si incentra su questa arcaica simbologia maschile, mitica, mitologica, culturale e personale: la “falloforia” o “fallogogia”, i riti e le processioni solenni in onore di Priapo e di Dioniso.

Ma sorbole, chi eran costoro?

Nel mondo tracio e greco del primo millennio a.C.n. erano le divinità dell’abbondanza e della variazione dello stato di coscienza, i numi della Vita e della Vitalità, i simboli tutelari della “Libido”, l’energia sessuale del Principio psicofisico maschile rappresentato da un “fallo” esaltato dalle portentose dimensioni. E così, tra un rito dionisiaco e una processione priapica si celebravano e si celebrano le “falloforie”, le feste popolari della fertilità e della “libido” in versione maschile. E ancora oggi nelle processioni religiose dell’Italia centrale il sacro si mischia con il profano e quello che si definiva pagano si ritrova sublimato nelle feste popolari dei santi protettori di ogni luogo. Un ricordo personale è di supporto a quanto affermato sul tema delle “falloforie”, il sacro e nobile “col cazzo” di Lilith da cui siamo partiti. Svolgevo il servizio militare, per costrizione non per vocazione, in quel di Caserta e la curiosità mi spingeva spesso e volentieri a bighellonare per i colorati vicoli dei quartieri popolari di Napoli e forte dell’armatura della divisa di povero soldato innamorato. Tra tanto malaffare non correvo nessun pericolo proprio per il manifesto servizio che rendevo alla sacra patria. Una sera ho visto in una pasticceria di Forcella una strana torta verticale e composta di succulenti bignè alla panna: la “mazzariella” di san Giuseppe. Mi hanno spiegato che era un fallo, “o pesce”, che ricordava e compensava la paternità putativa di Giuseppe. L’anima popolare napoletana, celebre per le tradizione falloforiche, per onorarlo e consolarlo del torto subito da un sedicente spirito santo, aveva eretto un fallo cremoso fatto di bignè a loro volta “pannosi” o “appannati”. La voce dialettale dei genitori dice al bambino goloso di “non sfruculiare a mazzariella i san Giuseppe”, di non demolire la bella mazza di san Giuseppe. A causa della loro altezza i bambini immancabilmente toglievano i bignè in basso e la dolce costruzione rischiava di crollare. Anche questo ricordo serve a confermare la tesi culturale che vuole il sacro e il profano mescolarsi nell’evoluzione storica degli schemi, nonché la serietà pensosa del titolo del sogno di Lilith.

Altro che turpiloquio!

La verità risiede nel vino e nelle sfere istintive e profonde dell’essere umano. Adesso si può procedere con curiosità e “adelante cum iudicio”. Ricordo che ancora oggi in quel di Napoli “sfruculiare a mazzariella i san Giuseppe” si traduce civilmente “non rompere le scatole”, scurrilmente “non rompere i coglioni” o altro accessorio sessuale sempre maschile.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi ritrovo in un luogo chiuso e all’improvviso sopra di me vola una bestia enorme, quasi come fosse un drago di colore scuro che mi dice di essere il diavolo, non usa altri termini tipo Satana o Lucifero, si presenta proprio come Diavolo.”

Lilith esordisce nel suo teatro onirico con la componente psichica profonda e con una parte oscura che aspira a vedere la luce della consapevolezza. Il “luogo chiuso” attesta che la psicodinamica in emersione rientra tra i temi antichi e delicati, quelli tenuti all’oscuro tra una “rimozione” di poco spessore e una compiaciuta dimenticanza, quei temi che oscillano tra la limpida coscienza e una negligente vigilanza, quelle cose personali di una donna da tenere ben chiuse nella borsa originale di Louis Vuitton. Il preambolo è giusto per l’irruzione della Bestia, del Drago, del Diavolo, della Cosa secondo la Psicoanalisi di Lacan e l’Esistenzialismo di Sartre nella “Nausea”. La Bestia è enorme, il Drago è di colore scuro, il Diavolo è il Diavolo senza altri e mezzi termini. Non si incarna in Satana o in Lucifero, è la pura essenza della Divinità mutilata e ribelle, dell’Angelo edipico che uccide il Padre e non lo onora e non lo riconosce. Il Diavolo di Lilith è puro nella sua identità e non è contaminato da specifici connotati: segni particolari zero perché “si presenta proprio come il Diavolo”.

Non resta che chiarire per capire.

Lilith, visitando in sogno i suoi “habitat” psichici profondi, si imbatte nella “parte negativa” del “fantasma del Padre”, quella fatta di “bestialità”, di magia e di seduzione, di istinto e di attrazione. Il Diavolo è il padre neurovegetativo, quello che avvince e non lega, quello che attrae e rifiuta, quello che seduce e lascia indietro, quello ambiguo e per niente logico. Questo è il Padre secondo il Vangelo di Lilith, un padre senza nome per difesa. Non è colui che porta la luce della verità agli uomini, Lucifero, non è l’avversario o l’oppositore di Dio, Satana, ma è la “parte negativa” del “fantasma del padre” elaborata da Lilith nel corso della sua prolifica ed effervescente infanzia e nel corso dell’evoluzione psicofisica contraddistinta dalla “posizione edipica”. La bambina rappresenta il padre secondo le calde emozioni che sente e non secondo i freddi concetti, seleziona i vissuti in base alla convenienza sociale e all’intensità del desiderio e dell’attrazione. Lilith scinde, “splitting”, la sua rappresentazione primaria, “fantasma”, del padre nella “parte positiva” o buona, il padre che cura e rassicura, e nella “parte negativa” o cattiva, il padre che desidero e voglio per me. Lilith avanza nell’infanzia con la sua calda fantasia e approda alla conflittualità interiore tra una madre in cui identificarsi per essere una donna al femminile e una madre da allontanare perché l’oggetto del sentimento dell’invidia e del limite. Ma la ragazzina fa presto a decidere e non si perde in mille diplomatiche contrattazioni e chiacchiere come fa il maschietto. Lilith introietta il padre e se lo porta dentro con quel virulento “fantasma” da conservare intatto per non farlo morire in un gelido concetto logico e ineccepibilmente razionale. Lilith si porta dentro e dietro la sua preziosa “posizione psichica edipica” che esige in teatro la rappresentazione di un padre diavolo, di una madre strega e di una figlia principessa, una ragazzina che non attende alcun principe azzurro perché non vuole uccidere le fascinose emozioni che prova in questo psicodramma dell’amore impossibile che aiuta nel tempo a trovare l’amore possibile: dopo il primo amore, il padre, segue il secondo amore e quelli che verranno. Lilith sta crescendo tra le pulsioni e i desideri, tra le seduzioni del corpo e le insidie della Fantasia, tra i limiti dell’Io e le censure della Realtà. Ricordo che il “fantasma” del padre di Lilith in versione bestiale, dragonesca e diabolica, è ricco di sensualità e di erotismo e scuote fortemente la “libido” della nostra protagonista. Proseguire nell’interpretazione del sogno è particolarmente intrigante e, se son rose, fioriranno.

Io non ho paura, brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.”

Lilith è una donna affermativa e volitiva, non è una tipa da quattro soldi e mezzo, non ha un oggetto che la limita fuori di sé, si esibisce e avanza le sue richieste di presenza e di appartenenza: Io non ho paura”. Non basta. Lilith è una donna armata di “spada enorme”, una donnache combatte e vince, una donna oltremodo fallica e potente che è destinata alla vittoria più cruenta, dolorosa e struggente: sensazioni e sentimenti, vissuti ed esperienze alla portata della nostra protagonista. La vitalità della “libido” e il trionfo del “narcisismo” si celebrano in queste poche e semplici parole intrecciate secondo la figura retorica dell’allegoria. Se vi capiterà di spiegare a qualcuno la psicodinamica della “posizione psichica fallico-narcisistica” nel corso dell’evoluzione degli investimenti di “libido”, usate la frase di Lilith. “Brandire una spada enorme” equivale a un sensazione fortissima di potere nella versione maschile, “cominciamo una lotta” si traduce in una serie di schermaglie seduttive ed erotiche, “fino a che io lo trafiggo” rappresenta la collocazione psicofisica maschile nel coito in versione orgasmica, “lui muore” è pari pari la condensazione simbolica dell’orgasmo. Lilith ha una specifica predilezione al protagonismo sessuale, ha una spiccata tendenza a partecipare in prima persona e senza traino all’attività erotica, ha un naturale coinvolgimento nella vitalità dei sensi e nel successivo abbandono ai moti del corpo e dell’animo. Convergiamo sul mito veterotestamentario di Lilith, quella che non voleva sottostare ad Adamo nel rapporto sessuale, quella che non voleva dipendere dal desiderio del maschio, quella che esigeva la presenza affermativa dei suoi sensi nella vitalità sessuale, quella che non voleva passivamente essere riempita dalla “spada enorme” ed essere ingravidata dal seme. Questa mitica e simbolica Lilith la troviamo perfettamente nella umanissima Lilith che ci ha regalato il suo mitologico sogno ricorrente che altro non è che la sua fascinosa “posizione edipica”, la sua reale e struggente conflittualità con il padre e la madre, una dialettica contraddistinta da un particolare trasporto nei riguardi della figura paterna.

Questo è quanto succedeva durante il sogno, ma l’ultima volta che ho sognato il diavolo, si è manifestato in modo diverso, e questa volta mi ha fatto paura.”

Come si diceva in precedenza, questa è la “posizione psichica edipica” che Lilith si è portata dietro in versione unica e ripetibile fino all’età adulta dentro i suoi sogni e con i connotati simbolici di Afrodite.

Afrodite, chi era costei?

La Fantasia greca la voleva generata dal seme uscito dal membro di Ouranos, reciso con una falce dentata dall’invidioso figlio Kronos, e dalla schiuma delle onde del mare Ionio dove era stato gettato. Afrodite nasce dall’incrocio tra il maschile sperma e la femminile acqua per portare agli uomini mortali i piaceri dell’erotismo e della sensualità. E’ una dea fallica e narcisista nel senso che esercita un forte potere seduttivo sugli uomini ed è ben consapevole della sua bellezza. E’ una dea femmina nel senso che rappresenta la recettività sessuale, la classica prerogativa femminile di accogliere il membro e di coltivare il seme. Afrodite condensa un “principio psichico maschile” e un “principio psichico femminile”, in quanto dea ha una equipollenza tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, la massima “androginia” psichica.

Il sogno di Lilith si è evoluto, più che cambiato, in base ai vissuti e alle esperienze maturate nel tempo recente: “il diavolo si è manifestato in modo diverso”.La modificazione dell’apparizione onirica ha “fatto paura” a Lilith. La sicurezza affermativa è andata in crisi perché dentro di lei le carte sono cambiate. Del resto, questo sogno stereotipato non poteva durare tutta la vita semplicemente perché diventava una rigida difesa e negava l’evoluzione psichica. Sarà interessante capire quale vissuto o quale evento ha favorito nel tempo la modificazione della trama e della psicodinamica del sogno antico. La paura ha perso l’oggetto puntuale su cui si scatenava e rischia di tralignare in angoscia. Sembra che le cose non vanno come Lilith desidera e come Lilith comanda in base alle sue evoluzioni psicofisiche. Dopo aver rilevato che la persistenza in sogno del “fantasma” del padre e della trama, la psicodinamica edipica, conferma il principio della “intenzionalità della coscienza”, resta da assolvere la curiosità di sapere dove va a parare Lilith e la sua bella persona insieme al diavolo e agli angioletti del male.

Ho sognato che ero a letto con mia figlia che stava dormendo mentre io leggevo un libro ed improvvisamente tra il muro e l’abat-jour ho cominciato ad intravvedere l’ombra di un viso che continuava a cambiare forma ma che sapevo non poteva che essere lui, che poi si è palesato dicendo solo: “sono io”.

Questa è l’evoluzione del sogno di Lilith. La traduco con estrema chiarezza. “Sono diventata mamma di una innocente bambina e, riflettendo sull’esperienza della maternità e sulla mia vita, mi è venuta in mente l’immagine di mio padre così come si è evoluta nel corso degli anni. Il tempo passa e cambia i visi e le storie, ma la figura e la presenza di mio padre dentro di me io le conosco bene anche se non sono sempre le stesse.” Liith è stata costretta dall’esperienza della maternità e dalla nascita della sua bambina a rivedere la sua “posizione edipica”, il suo attaccamento dialettico e competitivo verso il padre. “Sapevo che non poteva essere che lui” equivale a “sentivo il suo gusto, il suo odore, la sua presenza rafforzata dalla manifestazione dell’identità: sono io”. Si presenta il “fantasma del padre” in versione evoluta, ma sempre dotato di una “parte buona” e di una “parte cattiva”. Vediamo i simboli. “A letto con mia figlia che stava dormendo” equivale a una fusione protettiva madre-figlia e all’istinto materno verso una bambina indifesa. “Mentre io leggevo un libro” si traduce “mentre riflettevo su me stessa e sulle mie esperienze.” “Improvvisamente tra il muro e l’abat-jour ho cominciato ad intravedere l’ombra” è la descrizione del processo di allucinazione e di esaltazione dei sensi, l’accentuazione nervosa che si risolve nella visione del diavolo in sonno tramite il sogno e a occhi chiusi. Lilith è in piena fase REM. “Un viso che continuava a cambiare forma” si riduce ai fotogrammi del cambiamento dei lineamenti paterni sotto le sferzate del tempo che passa e dietro i vissuti della figlia. “Sapevo che non poteva essere che lui” si traduce nell’allucinazione degli altri sensi e a un riconoscimento del padre tramite sensazioni. “Che poi si è palesato dicendo “sono io” dimostra che Lilith è la protagonista del sogno e dice a se stessa “ecco che sto sognando di nuovo mio padre”. Ho preferito tradurre le psicodinamiche simboliche piuttosto che i singoli simboli. Si capisce meglio e di più. Ma non è finita. Leghiamoci le cinture di sicurezza e andiamo avanti.

D’istinto ho messo una mano sopra mia figlia come a proteggerla, ma lui non la stava nemmeno guardando, il suo volto andava e veniva come nella nebbia, scuoteva la testa lentamente come a dire di no, con un sorriso di scherno.”

Lilith protegge sua figlia e protegge anche se stessa, protegge la sua maternità e il frutto della sua femminilità, protegge la sua “libido genitale”. La “figlia” è il suo essere figlia e il suo essere madre. Ne ha fatto di strada Lilith nel cammino della sua vita tra una seduzione da perfezionare e un conflitto da appianare, ma non ha mai smarrito la sua “verve” di donna fallica e il suo salutare autocompiacimento. La “mano” rappresenta una forma di benedizione e di possesso ed è in linea con la sacralità della Legge del Sangue che l’archetipo della Madre incarna e professa. Il diavolo di un padre non è interessato alla figlia di sua figlia. Il padre nel vangelo di Lilith è interessato e tutto preso da sua figlia. Si rifletta su quanta forza magnetica attrae la dimensione psichica di Lilith. Si pensi a quanto importante è stato ed è tuttora nella psiche profonda ed emersa la figura paterna per la figlia, un padre rappresentato in un diavolo che non è per niente malefico e che stranamente è molto interessato a competere in un duello amoroso e istintivo tra un maschio e una femmina: “d’istinto”. La parte erotica e seduttiva del padre è tutta presa dalla figlia. Meglio: Lilith sogna di essere tutta presa dalla figura paterna, al di là del fatto di essere diventata madre. Ecco che Lilith descrive i lineamenti del padre come evanescenti e indistinti, in un gioco di chiaroscuri nel rimando con le folate di nebbia. Questa è l’allegoria della caduta progressiva della coscienza e dell’obnubilamento mentale che precede a chi si lascia andare al moto dei sensi e all’erotismo per approdare all’orgasmo: “andava e veniva”. Ma ecco che subentra l’angoscia dell’incesto. Il padre dice di no. Meglio: Lilith fa dire al padre di no e aggiunge “un sorriso di scherno” a completare l’opera morale di un mancato incesto come nelle migliori tragedie greche o nelle migliori psicodinamiche mitologiche. Vedi la trilogia di Edipo scritta da Sofocle e su cui Freud impiantò il famigerato e tanto discusso “complesso di Edipo”. Eppure è così evidente in questo sogno di Lilith e in tantissimi sogni che quasi viene a noia questa dialettica intima tra genitori e figli. L’istanza morale “Super-Io” è intervenuta per non benedire le nozze tra padre e figlia come l’istanza pulsionale “Es” comandava di libero imperio. Lo “scherno” dentro “un sorriso” è l’allegoria brillante della difesa dall’incesto nella forma poetica e filosofica dell’ironia, quella disposizione psichica tendente a perdere le inutili convinzioni e le perfide certezze per adire a una migliore “coscienza di sé”. Lilith sta crescendo, Lilith sta maturando, Lilith sta superando se stessa, sta andando “al di là” di sé, Lilith ha iniziato a razionalizzare la figura paterna passando dal desiderio al senso del limite e per approdare al senso del dovere. La maternità ha prodotto lo scherzetto da prete di distoglierla dal padre e di indurla ad abbandonare le pulsioni incestuose e i desideri indicibili di avere un figlio dal padre, fantasie di cui sono piene le bambine in universale durante il tormentato struggimento della “posizione edipica”, un periodo che va e lascia le ferite da cicatrizzare indicando la guarigione nella “libido genitale” e nella sua legge: “ama un altro uomo e diventa madre”.

Grazie Lilith per quello che sogni e per le conferme che dai con la tua vena creativa che sa di antico e di moderno, di individuale e di collettivo, di “universale” direi. Ma ancora il conflitto e il dilemma non sono composti e la parola va alle armi per uno strano e nuovo duello.

Poi si è fermato e mi ha detto: “questa volta non vinci tu”. Io gli ho risposto con aria di sfida (mi scusi il linguaggio ma è esattamente quello che ho detto): “col cazzo!!!”.

Decodifico: Lilith è ancora in lotta con se stessa e mette alla prova il suo “fantasma del padre”. Rispolvera la “parte negativa” conflittuale come se volesse riparare un’offesa o un rifiuto. Lilith va alla ricerca della vendetta. E’ diventata mamma e ha portato sua figlia con sé mostrandola al padre e mostrandosi una mamma protettiva e capace, ma la sua sete di rivalsa non si è placata e non si placa. Lilith dice a se stessa di non far vincere la parte desiderante e di dare ascolto alla riformulazione della figura paterna e di comporre il conflitto seppellendo l’ascia di guerra, ma l’indomita guerriera è ancora sul piede di guerra ed è armata di quello che ha sempre desiderato, essere maschio e avere potere. L’identificazione nella figura materna non è andata a buon fine e la figura paterna ha avuto dentro Lilith una buona fortuna. Lilith ha invidiato l’universo maschile e si è legata come la bambina del papà che da donna lo conquisterà. Lilith ha coltivato mire espansionistiche sul padre ed è entrata in conflitto con la madre, ma alla fine si è identificata in lei senza essere stata accontentata dal padre nelle sue richieste di possesso e di gestione. Viene fuori una donna fallica che non demorde e fa un “lapsus”: “io non mollo in questa disputa e ti avrò perché io voglio il potere su di te”. Volevo i pantaloni e volevo essere maschio, ma non essendo la mia natura biologica consenziente ho ripiegato nel potere sul padre e, adesso che sono mamma, mi sono distaccata da lui e devo dare ragione a lui e a quella parte di me che con la nascita della bambina ha preso definitivamente atto che sono donna. Ma dentro qualcosa resiste e non molla. Lilith vuole ancora vincere sul padre introiettato e non sul padre reale da riconoscere. La strada davanti si snoda in maniera prospera e la figliolanza aiuta. Lilith passa dalla “posizione edipica” alla “posizione genitale” amando meglio i suoi uomini e se stessa.

Lui mi ha preso di scatto la mano che avevo libera ed ha cominciato a stringerla, sempre più forte. Le sue unghie entravano nel dorso. Allora con il braccio che proteggeva mia figlia ho preso lo slancio ed ho cercato di colpire il suo volto con un pugno chiuso, ma mi sono svegliata.”

Il desiderio di potere si esalta nell’aggressività. Lilith combatte con se stessa e non sa come punire le sue mire espansionistiche sul padre e non sa come sistemarlo. Preferisce espiare il senso di colpa facendosi male da sola. La relazione con il “padre diavolo” e il desiderio di lui sono stati intensi e forti, direttamente proporzionali al dolore che in questa relazione traslata comincia dalla “mano” e finisce con “le unghie che entrano sul dorso”. Questa è la “traslazione” del coito, lo “spostamento” del desiderio di seduzione e di possesso del padre negativo, quello incestuoso. Il padre rifiuta ed è più forte e Lilith deve espiare il senso di colpa. Con il braccio che proteggeva la figlia, con il potere della madre Lilith si riscatta e cerca di mollare il suo desiderio e con il “pugno chiuso” rifiuta la relazione edipica, ma non la risolve perché deve riconoscere il padre. Il sogno dice che grazie alla figlia da quel momento Lilith ha rafforzato il suo essere femminile e si è staccata dal padre, ma ci dice anche che ancora non ha mollato l’osso e quanto ferino era il desiderio carnale e il bisogno di possesso del padre. La figura paterna è stata decisamente impegnativa e la figura materna non è stata accettata per cui l’identificazione è in via di completamento. Il sogno non ci dice se la figlia di Lilith stava a sinistra o a destra, ma diciamo che, se la figlia è sulla sinistra, significa che Lilith prende slancio dal suo essere femminile e dal potere di donna, se è sulla destra, prende slancio dal suo essere maschile ossia dal suo potere di madre. Insomma il sogno può finire qui perché ha detto tanto e in maniera chiara della psicodinamica edipica che Lilith si porta dentro da bambina. Soltanto la maternità ha scalfito questo grande amore verso il padre e il sentimento non è soltanto romantico, ma è anche e soprattutto molto bello perché è inserito in una cornice estetica di grande emozione.

Fine del sogno. Sa cosa mi preoccupa? Non l’averlo sognato, ormai siamo conoscenti da anni, mi permetta la battuta per sdrammatizzare, ma non essere riuscita a batterlo di nuovo, avere questa cosa in sospeso, come se avesse creato un legame…una continuità…non ho paura, so che posso batterlo.”

E’ finito il sogno, ma la psicodinamica non è finita di certo, è in sospeso come una relazione dorata ed evolutiva, come quelle storie che non finiscono mai e che ti lasciano in bocca un gusto tra il dolce e l’amaro. Lilith ancora deve fare tanti passi avanti dentro di lei e deve procedere verso il “riconoscimento” del padre, al di là della sua presenza e della sua assenza, dei suoi capelli biondi o neri, delle sue provvidenze e delle sue mancanze.

Lilith scrive in sogno la seguente lettera con le seguenti parole.

“Mio caro papà,

sei stato e sei per me un intrigo psichico che ancora mi piace, che mi porto dentro e dietro volentieri. Le nostre lotte sono le mie fantasie, quelle che ancora mi fanno compagnia e mi danno la forza di ricordarmi che avrei voluto essere maschio come te per starti vicino o essere femmina per averti in tutti i sensi. Grazie a questo conflitto sono cresciuta come l’erba del campo, fresca e bella per amarti. Ho coltivato la mia Afrodite senza averne coscienza e secondo la mia natura. Mi son voluta bene e non ho saputo fare a meno del potere e dell’amor proprio. E da donna fallica e narcisista ti dico ancora che “col cazzo” che mi cambierei con un’altra donna e “col cazzo” che ti cambierei con un altro padre. Il mio sogno è la mia lettera d’amore per te, quel sentimento struggente che non mancherà mai a me e che non ti farò mai mancare. Che questo amore si chiami Edipo o che si chiami Sigmund, io ho conosciuto e conosco te e il tuo nome, quello del mio adorato papà, il mio profumato diavolo, quello giusto per una degna figlia.

Sempre tua, Lilith.”

Bene, pubblichi pure la parte che le sembra più curiosa. A questo punto però mi prendo gioco di questo diavolo e mi firmerò Lilith. La ringrazio per il tempo che mi vorrà dedicare.”

Della scelta del nome ho già detto che non avviene a caso. E’ dettata da un “lapsus mentis”, un tradimento psichico in base al quale sintetizzo e sposto la verità che ho intuito e condensato in un nome, quasi presagendo che il mito di Lilith la riguardasse in tutto e per tutto. Lilith era la compagna “alla pari” di Adamo. Nella guerra culturale con il maschio non accettò la superiorità di Adamo simbolicamente attestata dallo stare sopra nell’amplesso sessuale. Adamo chiese a Dio di dargli la donna giusta e sottomessa in ogni senso. Per attestarne la dipendenza, Dio la estrasse dalla costola e la forgiò così bene da far dire ad Adamo che “questa si che è carne della mia carne e sangue del mio sangue, questa sì che mi va bene, non disturba e non ha tante fisime”. E di quell’altra, della cazzuta Lilith, quella che non te le mandava a dire e che aveva una buona “coscienza di sé”, quella è una donna negativa e merita di essere relegata nella parte brutta del “fantasma”. La facciano diventare il simbolo della donna che seduce, avvince e rovina e uccide il maschio. In tanta disgrazia di donna si proiettano le angosce del maschio in riguardo alla sessualità. La nomineremo regina del Male e dei demoni maligni di ogni dove e di ogni quando.” E così Lilith è stata ben servita nella Storia e nella Cultura. Può assommare nel suo malefico “entourage” le streghe medioevali e le streghe di ultima generazione, le Erinni, le Furie, le Moire, le divinità della morte. Il “Principio femminile” si è scisso tra le signore della Vita e della Morte, le donne che fanno figli sono di Eva, le donne che seducono e rovinano il maschio sono di Lilith.

Cosa dire ancora della nostra Lilith?

Piace così com’è e come si presenta, con le sue prerogative affermative e il suo esserci ed essere presente, il suo dire la sua, il suo farsi notare, la sua abbondanza di parole, quella donna che dell’imbarazzo non sa che farsene e sicura procede anche con un conto in sospeso: risolvere la figura del padre e riconoscerlo come la sua origine.

Buon viaggio nei meandri della tua psiche o moderna Lilith!

Prenditi gioco di te stessa, non disdegnare la compagnia e nella tua sicurezza lasciati seguire e curare senza ritenerlo una debolezza. Continua con la tua ironia e prenditi gioco di te e delle tue debolezze per farne forze e grimaldelli per continuare a vivere al meglio e senza danno. Grazie Lilith di esserti affidata ai tuoi sogni e di avere regalato i tuoi gioielli al nostromo e ai marinai di questo democratico “blog”, quello che non chiude i porti a nessuno e che non ha odi razziali e fobie ancestrali da difendere o da scaricare sui malcapitati di tutte le lingue e di tutti i colori.

Mi sono scordata di aggiungere che al risveglio la mano mi doleva molto e per qualche giorno ho sentito il dolore.”

La chiosa finale di precisazione mette l’accento sulla partecipazione nervosa e sulla capacità suggestiva che la funzione onirica possiede al punto di procurare una contrattura psicosomatica.

Cosa è successo?

Lilith ha tenuto la mano talmente stretta partecipando all’emozione delle varie scene del sogno che per alcuni giorni ha avvertito il dolore. Per la mezzora in cui è durato il sogno il dolore si è rinforzato e strutturato ed è direttamente proporzionale all’intensità del sentimento provato verso il diavolo, pardon verso il padre. Questa è la prova vivente che i disturbi psicosomatici esistono. Ricordo che la mano è stata stretta “sempre più forte” e che “le sue unghie entravano nel dorso”. Mancavano il sangue e l’ematoma e si poteva gridare al miracolo.

Potenza della Psiche! Amen.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lilith celebra la psicodinamica “edipica” nei termini di un ironico e vibrante psicodramma condito di tanta tensione e di tanta emozione. La figura paterna è protagonista e dal triangolo interessato manca la madre. La trama sviluppa la “parte negativa” del “fantasma del padre” e mostra la dialettica relazionale e il protagonismo della figlia. La possibilità di esperire questo tipo di sogno si lega alla elaborazione della “posizione psichica fallico-narcisistica” di Lilith che fa da base all’ulteriore salto verso le dimensioni del desiderio e del trasporto. Il sogno di Lilith ha uno sfondo erotico di natura sadomasochistica, ma convertito al positivo da una verve ironica e da uno spirito satirico che si lasciano spiegare con una certa qual consapevolezza del forte legame che ha con il padre. Il sogno non si esime dal considerare la “posizione psichica genitale”, anzi ne fa lo strumento che impedisce la reiterazione del sogno e la modificazione leggera ma essenziale. La maternità di Lilith è la causa scatenante di una evoluzione psichica che lascia ancora la figura paterna in grande considerazione. Il sogno si può ritenere l’inno all’amore contrastato verso il padre e la presenza di note caratteristiche corporee e carnali ne fanno una disinibita, sia pur coperta dai simboli, modalità di sentire e di desiderare durante la concretezza vitalistica dell’infanzia e dell’adolescenza. Questo sogno non dispone a condividere a tesi ottimistica che vuole il bambino buono allo stato di natura ed esente da pulsioni libidiche. Rousseau aveva torto e Freud aveva ragione.

PUNTI CARDINE

I punti cardine per la corretta interpretazione del primo sogno si fissano su “un drago di colore scuro che mi dice di essere il diavolo” e in “brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.” Il secondo sogno si esalta in “questa volta non vinci tu” e in “col cazzo!!!”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” presenti nel sogno di Lilith sono “bestia” o istinto, “drago” o padre magico, “diavolo” o padre seduttivo, “spada” o fallo, “enorme” o enfasi, “trafiggo” o coito, “muore” o orgasmo, “libro” o storia psichica, “ombra” o parte psichica oscura, “nebbia” o obnubilamento della coscienza, “volto” o chiarezza logica, “cazzo” o potere fallico, “mano” o relazione, “unghie” o aggressività sessuale maschile, “pugno” o chiusura.

Gli “archetipi” rievocati sono il “Padre” e la “Sessualità maschile”. Ho parlato della “parte negativa” del Principio femminile nella figura archetipica di Lilith.

Il “fantasma” presente e dominante nel sogno di Lilith riguarda il “padre” nella sua “parte negativa”, la seduzione e l’incesto.

Il sogno di Lilith mostra l’azione dell’istanza psichica vigilante e razionale “Io” in “Io non ho paura” e in “sapevo” e in “non poteva che essere lui” e in “mi ha detto” e in “gli ho risposto. L’istanza psichica pulsionale e rappresentazione dell’istinto “Es” si evidenzia in “brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.” e in “Col cazzo!!!” e in “Le sue unghie entravano nel dorso.” L’istanza psichica censoria e morale “Super-Io” è presente in “scuoteva la testa lentamente come a dire di no, con un sorriso di scherno.”

Il sogno di Lilith esalta la “posizione psichica edipica” in “una bestia enorme” e in “un drago di colore scuro” e in “il diavolo”,

la “posizione psichica fallico-narcisistica” in “brandisco una spada enorme”,

la “posizione psichica anale” con la relativa “libido sadomasochistica” in “io lo trafiggo e lui muore” e in “Le sue unghie entravano nel dorso.”,

la “posizione psichica genitale” in “ero a letto con mia figlia” e in “D’istinto ho messo una mano sopra mia figlia come a proteggerla,”.

Il sogno di Lilith usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia: la “condensazione” in “bestia” e in “spada” e in “nebbia” e in “cazzo” e in “pugno” e in altro, lo “spostamento” in “drago” e in “diavolo” e in mano” e in “unghie”, la “simbolizzazione” in “diavolo”, la “drammatizzazione” in “Mi ritrovo in un luogo chiuso e all’improvviso sopra di me vola una bestia enorme,” e in altre parti scenografiche ad alta intensità emotiva, la “figurabilità” in “brandisco una spada enorme” e in “Le sue unghie entravano nel dorso.”.

E’ presente il processo psichico di difesa della “regressione” nei termini richiesti dalla funzione onirica e non dalla trama del sogno. Il processo della “sublimazione” non si configura nella psicodinamica istruita, mentre il processo della “materializzazione” o della visione concreta della rappresentazione è usato con destrezza.

Il sogno di Lilith manifesta nell’evidenza allucinatoria un tratto psichico “edipico” all’interno di una cornice psichica “fallico-narcisistica”. Si pone la domanda se domina la relazione conflittuale con il padre o la buona e bella convinzione che Lilith ha di se stessa. Del resto, entrambe le posizioni sono quasi contemporanee. Optare per l’interazione delle due è cosa saggia e giusta anche perché Lilith merita di essere considerata nella sua totalità. E’ una donna molto ricca di idee e di emozioni, di slanci e di riflessioni. Non a caso nel sogno introduce anche la “posizione genitale”, il suo essere madre, quasi per completare la sua epifania in pieno accordo con i suoi bisogni e desideri di essere vista ed apprezzata. Riepilogo: il sogno di Lilith mostra una “organizzazione psichica reattiva”, struttura psichica evolutiva, “fallico-narcisistica-genitale”, un complesso di “fantasmi” e di vissuti ben dosato nell’amor proprio e nella disposizione agli altri.

Le figure retoriche formate da Lilith nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “bestia” e in “spada” e in “cazzo” e in “trafiggo” e in altro,

la “metonimia” o relazione logica in “drago” e in “diavolo” e in “unghie” e in “pugno”,

la “iperbole” o esagerazione espressiva in “io lo trafiggo e lui muore”,

la “enfasi” o forza espressiva in “col cazzo!!!”.

La vena poetica del sogno di Lilith si condensa e si ritrova nel crudo realismo e nel rendere “pop” i tormenti psichici. Lilith, del resto, è una donna che comunica e regala tanto di sé.

Analizziamo le allegorie forgiate dall’intraprendenza poetica di Lilith. “Brandisco una spada enorme” è allegoria della “posizione fallico-narcisistica”.

“Il suo volto andava e veniva come nella nebbia,” è allegoria della caduta progressiva della coscienza e dell’obnubilamento mentale, nonché del ritmo sessuale e della ricerca dell’orgasmo.

“Con un sorriso di scherno” è l’allegoria della difesa dall’incesto.

La “diagnosi” dice di una “posizione edipica” dominante e ancora in fase di sistemazione o accomodamento. Dice di una armonica mistura psichica che non disdegna il narcisismo e la maternità, l’amor proprio con l’altruismo. Dice di una ricchezza di temi e di tratti che non rischiano la povertà.

La “prognosi” impone a Lilith di maturare la conflittualità con la figura paterna e con la figura maschile procedendo al superamento delle formule “onora il padre” e “uccidi il padre”. Più che mai è indicata questa prognosi o questo consiglio-comando psicoterapeutico, perché Lilith trasvoli con energia verso il “riconosci il padre” come il simbolo delle origini, come il suo re e non come il suo angelo del male. All’interno di questa “razionalizzazione edipica” Lilith deve inserire la figura materna affinché l’opera sia completa ed esauriente, dal momento che la sua femminilità si acquieti anche nell’attesa nel desiderio.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica” e nello specifico in una sindrome d’angoscia o istero-fobica qualora i “meccanismi di difesa” non riescano a contenere e a far defluire l’effervescenza dei “fantasmi” e dei vissuti.

Il “grado di purezza onirica” è “buono”, Il sogno è ricorrente e si basa sulla persistenza nella psiche della trama conflittuale con il padre e sulla direzione costante verso questa figura. Contaminazioni razionali nella trama del sogno sono improbabili alla luce della drammaticità e dell’originalità del prodotto psichico sfornato ripetutamente.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Lilith si attesta nella persistenza della relazione conflittuale edipica, per cui basta anche un pensiero rivolto alla figura paterna o similare per ridestare la formazione del sogno. Diciamo meglio: la psiche di Lilith è in gran parte “imprittata” dalla figura paterna.

La “qualità onirica” è decisamente “surreale” in omaggio alle intemperanze metafisiche e alle acrobazie simboliche della nostra protagonista.

Il sogno di Lilith è altamente emotivo anche se reiterato. Ogni volta è come la prima volta a livello emotivo e non a livello narrativo. Si verifica nella fase REM del sonno e nella seconda per l’agitazione e per la memoria. Questo sogno può avere la durata di mezzora.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso del “tatto” in “Le sue unghie entravano nel dorso”, della “vista” in “ho cominciato ad intravvedere l’ombra di un viso che continuava a cambiare forma” e dello “udito” in “dicendo sono io”. Nel complesso il sogno è ad alta intensità emotiva e coinvolge l’apparato sensoriale sollecitandolo in maniera importante.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lilith è “ottimo” alla luce della chiara simbologia, per cui il “grado di fallacia” è “minimo”. Pur nella sua eccezionalità il sogno del “diavolo” è molto diffuso e richiama sempre lo stesso “fantasma” e la stessa figura genitoriale.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Lilith è stata letta da una collega di Siracusa che ha voluto mantenere l’anonimato. E’ venuta fuori la seguente discussione via “skype”.

Collega

Molto interessante, come sempre del resto, quello che riesci a tirare fuori da un sogno, ma non soltanto a livello personale, soprattutto a livello culturale. Si vede che la tua formazione di base è storica e filosofica. Ma, secondo te, il padre di Lilith è vivo?

Salvatore

Perbacco se è vivo! E’ vivissimo dentro di lei al punto che è arduo razionalizzarlo e riconoscerlo, farlo diventare il simbolo maschile delle sue radici. Lilith deve fare questo percorso di auto-consapevolezza perché non può bloccare la necessaria evoluzione psicofisica. Anche se questa benedetta donna è meravigliosa con i suoi diavoli e le sue streghe, deve superare la conflittualità edipica, come si sta accingendo a fare. Superarla non significa ometterla o dimenticarla, tutt’altro! Lilith si è costruita sul basamento paterno e materno, edipico, per cui superarla significa il riposo della guerriera, ridurre il narcisismo al rango di amor proprio, non dare necessariamente un pugno in faccia a chi si propone con le sue prepotenze e le sue difficoltà. Significa acquisire una buona autonomia dentro e superare le dipendenze che, bene o male, la conflittualità con il padre stabilisce e struttura. Questo è quanto riguarda il papà dentro Lilith. Se il papà è ancora vivo nella realtà esterna, Lilith deve comportarsi in un modo ben preciso. Se il papà è partito per il “chissà dove” o il “chissà quando” o il “chissà nulla”, Lilith deve fare sempre qualcosa. Prima che tu mi chieda cosa deve fare Lilith, ti dico che i dati del sogno non consentono di dire se il padre è vivo o è morto. E su questo punto non mi pronuncio. Allora, riprendo il discorso di prima. Se il padre è vivo, Lilith deve goderselo al massimo consentito dalle umane leggi e deve arrivare al punto di adottarlo e di farne oggetto di culto. Questo approccio non crea dipendenza o regressione, tutt’altro, è catartico dei sensi di colpa e non si può equiparare al comandamento “onora il padre” perché la figlia si colloca nella sua piena autonomia e ha liberamente scelto questo atteggiamento e questa modalità affettiva. Se il padre è morto, Lilith sulle prime avrà faticato a raccapezzarsi sull’irrimediabilità della perdita e avrà controllato il suo “fantasma di morte”, per poi passare alla “razionalizzazione del lutto” attraverso il certosino riattraversamento dei vissuti e dei conflitti connessi alla intensa e struggente dialettica psichica vissuta con il padre. Lilith dovrà senza riscontro esterno assolvere i sensi di colpa che inevitabilmente chi muore lascia ai sopravvissuti di qualsiasi grado di parentela. Da quello che dice il sogno, Lilith ha avuto o avrà a che fare con la sua vitalità interiore ed esteriore. E’ una figlia che ha tanto vissuto, è una donna che ha tanto da dire, è una madre che ha tanto da insegnare.

Collega

Sorprende il fatto che Lilith non faccia menzione della madre nel sogno, neanche un minimo tradimento sulla presenza in lei di questa figura importante. Non dimentichiamo che è una donna e che ha dovuto identificarsi in qualche modo nella figura materna. Invece è tutta presa dal diavolo del padre.

Salvatore

Proprio vero, Lilith può aver vissuto la madre nella assoluta normalità, ma la relazione con il padre è stata più fascinosa e struggente, direi “sognante”. La sua non è una fuga dalla madre per ripiegare sul padre, il suo è proprio amore allo stato puro e ferino verso l’universo maschile condensato nel padre.

Collega

Se si fosse identificata totalmente nel padre, avrebbe maturato una identità maschile e avrebbe scelto una relazione omosessuale. Invece è stata proprio attratta dal maschio e ha scelto il primo maschio della sua vita e ne ha fatto il primo amore: il padre. Il problema può essere rappresentato dal fatto che se l’è portato dentro e dietro tanto tempo, fino a quando non è diventata mamma, quasi a dire a se stessa “adesso sono femmina a tutti gli effetti” e l’oggetto dell’amore adesso è anche mia figlia. Questo ha contribuito a staccarla dal padre e a maturarla verso sogni diversi.

Salvatore

Aggiungerei anche che dal padre ha assorbito l’aggressività e la caparbietà, perché lei non ha sognato quest’uomo sotto forma di un re o di un principe, ma lo ha sognato come un “diavolo” e con tanta ironia, un quasi sarcasmo. Questa carica di umorismo le è servita per non prenderlo sul serio e per non prendersi sul serio. Certo che Lilith da bambina aveva una soglia bassa per quanto riguarda la frustrazione, ma, crescendo e ampliando i suoi orizzonti psichici, ha alzato l’asticella al punto giusto per non subire delusioni e inutili tormenti.

Collega

Penso che tu non abbia colto un dato importante che è questo: la “parte maschile” e la “parte femminile” della psicologia di Lilith. Lei ha esaltato la “parte maschile” e ha raddoppiato le cose da maschi pur restando femmina. Immagino una bambina che giocava con i maschietti e che solidarizzava con i fratelli, ma che è stata sollecitata dalla mamma a essere una bambina e a vestire da bambina. Penso anche che a questo punto sto esagerando e che va bene l’interpretazione del sogno e sono sicura che a Lilith servirà per migliorarsi come persona con i suoi simili e con gli affetti più cari.

Salvatore

Pienamente d’accordo. Lilith ha una “androginia” propensa al maschile, come Afrodite. In ogni caso quello che attrae il maschio è anche questo potere che la donna esibisce. Lilith non è una femmina lessa e bacucca come oggi la tv spazzatura impone e manifesta. Averne di Lilith in questo mondo e in questa società! Lilith è una donna di potere, fallica al punto giusto e nel modo giusto.

Collega

Adesso ti pongo un problema importante e che tu conosci bene: quanto fa bene e quanto fa male l’interpretazione di un sogno attraverso la via telematica. Io sono ferma nel mio lavoro dentro una stanza chiusa e nell’intimità del viso a viso. Io sono ancora ferma alla possibilità di avere una relazione umana e non virtuale. So che quello che tu fai con l’interpretazione dei sogni non ha niente a che vedere con la psicoterapia vera e propria, così come penso che la psicoterapia ha bisogno di un analista in carne e ossa che ascolta e che può spiegare e con cui puoi interloquire come essere umano. So che mi dirai che tu sei uno scrittore di cose psicologiche e che sei aperto alle novità di tutti i tipi, quindi puoi anche non rispondermi.

Salvatore

Sono discorsi vecchi, triti e ritriti. Io sono uno che studia il sognare e il sogno. Chiedo ai colleghi e alla gente di collaborare e di sostenere questa mia mania antidepressiva possibilmente spedendomi un loro prodotto psichico. Loro sanno che riceveranno una decodificazione dove parlerò, né più e né meno, di quello che già sanno o paventano. La relazione è umana, ma avviene in forma informatica ma non distaccata. Io al novantanove per cento non conosco le persone che hanno collaborato e collaborano con me e a cui ho offerto e offro la mia competenza e la mia ricerca. Cammin facendo ci si accorge che l’interpretazione del sogno eseguita in maniera “blog” aiuta a confermare e a rafforzare le certezze o a dissipare i dubbi, ci si accorge che ha la funzione di “razionalizzare il rimosso” e il trauma, come ha fatto Freud con se stesso quando ha iniziato a fare l’autoanalisi interpretandosi i sogni. La teoria si è evoluta e la pratica dell’interpretazione si è affinata ed è venuto fuori quasi un “sistema-paradigma psichico” desunto da tante teorie e da tanti teorici. Questo non è il punto di arrivo perché il traguardo non esiste. Il sogno è talmente ignoto in gran parte che qualsiasi sbocco anche metapsichico è possibile, come puoi constatare in altri “blog” o in altri articoli sull’argomento che appaiono in rete. Io sono quello che mantiene i piedi in terra e non cado nella superstizione. Il mio “blog” ha la funzione di divulgare una discutibilissima modalità di interpretare i sogni. E fortunatamente non ce ne sono tanti, ti assicuro.

Collega

Condivido.

Salvatore

La razionalizzazione migliora la presa di coscienza. Oggi nel “blog” sono presenti duecentoventicinque decodificazioni di sogni, l’ottanta per cento di donne e il venti per cento di uomini. Basta estrarre i simboli portanti dal sogno e scriverli in alto a destra dove c’è la lente d’ingrandimento e ti vengono fuori i sogni che hanno trattato questi simboli o questi temi. Puoi leggere qualcosa che ti riguarda con il distacco emotivo di chi diffida o con la curiosità di chi vuol sapere.

A questo punto il contatto si è interrotto e non si è potuto ripristinare.

Meglio così!

Per il sogno di Lilith ho scelto la storia di una donna che teme i “diavoli” nella veste dei “dissennatori”: Antonia Soares, una donna che fa fatica a lasciarsi andare in ogni senso. Ricordo che la strega medioevale, a cui Lilith fa da madrina, nel testo classico del “Malleus maleficarum”, a firma dei monaci domenicani Sprenger e Kramer e datato 1487, era accusata di essere l’artefice del maleficio della perdita della “coscienza di sé” e della vigilanza nel maschio tramite la seduzione e il coito. Questa è la chiara “traslazione” dell’orgasmo e della colpevolizzazione della sessualità da parte delle strutture ecclesiastiche, quelle che ancora oggi discutono sulla pedofilia dei ministri e dei gerarchi della Chiesa. La storia di Antonia conferma che la figura del “dissennatore” è un “fantasma” ed è distribuito equamente tra maschi e femmine perché rappresenta l’angoscia di morte legata alla “castrazione”, alla perdita della vitalità sessuale a causa del senso di colpa istillato ad arte dal Padre e dalle gerarchie culturali dominanti.

Buona meditazione e… alla prossima !

CIAO AMERIGO

Ciao Amerigo,

infelice compagno di viaggio,

è meglio che ti scriva

perché non va bene che ti telefoni sempre.

Cosa potrebbero pensare i benpensanti?

Potrebbero pensare quello che pensano i malpensanti.

Sai,

non riesco a contenermi,

sono esuberante e trabocco energia anche dal reggiseno.

A volte mi sento scoppiare

e non riesco a mantenere la giusta distanza da te,

da te che sei il mio scarico a senso unico,

il mio cesso personale.

Anticipatamente ti chiedo scusa

se t’investo e ti travolgo con le mie originali paranoie,

ma tu, Michele e Lucia,

tu, Pasquale e Nicola,

siete in questo momento i miei punti di riferimento,

i paletti della mia vigna malata di peronospora.

Sì, certo, è vero

che io chiamo al telefono anche Renata,

che parlo con Gigi e a volte con Nicoletta,

ma tu resti il mio interlocutore privilegiato.

Nicoletta mi ha detto di proteggermi,

probabilmente perché in questo periodo sono in carne viva

e tutto ciò che viene da fuori mi fa male.

Ho chiesto a mia madre

se ha messo acqua nella boccetta del Serenase.

Lei ha detto di no,

ma tanto non me lo direbbe mai.

E se anche fosse, fanculo e fanstraculo.

Io dico le cose e neanche mi ricordo

o forse sono gli altri a dirle al posto mio

dicendo poi che le ho dette io.

Sono tutti stronzi

e poi ti incantano con le belle parole

e ti fregano solo perché sei ingenua

e non sei cresciuta abbastanza.

Non so se questa frase sia diretta a me o a te.

Tu non ti fai fregare, vero?

Stai attento,

mi raccomando,

perché a volte io parlo convinta di quello che dico,

ma è solo così

perché le parole e la voce non sono collegate al pensiero.

Le parole e la voce sono soltanto parole e voce.

Te l’ho detto

che i tormenti della mia vita scorrono di quattro anni in quattro anni

e che cominciano dai quattordici anni

perché del tempo precedente non ricordo nulla.

Te l’ho sempre detto.

O forse non l’ho detto a te

ma l’ho detto a qualche altro stronzo.

Comunque il primo atto inizia con la confusione in testa

e così mi sono frastornata,

il secondo con il dolore dentro

e così mi sono sposata,

il terzo con la ricerca di me stessa

e così sono entrata in comunità,

il quarto atto con il Centro diurno

e questo è stato ed è il più intenso e difficile

perché non si tratta più di una commedia,

ne va del mio equilibrio psicofisico,

ne va della mia vita.

La posta in gioco è alta, molto alta.

E poi ti avevo anche detto

che in questo gioco perverso qualcuno poteva uscire di senno

per opera dei dissennatori

e che forse questo qualcuno potevo essere io.

I dissennatori!

Lo sai chi sono i dissennatori?

Sono quelli che ti mangiano i bei ricordi

e ti fanno rivivere soltanto quelli brutti,

ma guai se ti baciano sulla bocca

perché potresti morire.

Potrebbero succhiarti il cervello direttamente dalla bocca.

L’unico modo per sconfiggerli

è cercare con tutte le tue forze di evocare un bel ricordo,

forse il più bello in assoluto

e con quella forza i dissennatori spariscono

dopo aver pronunciato le parole magiche “expeto patronum”.

Mi correggo,

non potresti morire,

ma potresti essere completamente svuotato,

ridotto a un essere inutile,

incapace di accorgersi del mondo esterno

perché non ci sei e quindi non puoi viverlo,

forse come se tu fossi un sasso.

Non mi viene in mente nessun bel ricordo,

forse i combattimenti che facevo a judo e la grinta che avevo,

grinta che, se ancora oggi avessi, andrei dritto per la mia strada

senza aver bisogno di niente e di nessuno.

Avrei così la forza di reagire,

cosa che sto facendo incazzandomi con Carmelo, con la Dora

e con chiunque ostacoli in certi momenti il mio percorso,

chiunque, come tu hai detto, sconvolga la mia logica,

chiunque io trovi sul mio cammino

che crede con belle parole di togliermi la ragione,

ragione intesa come condizione psichica.

Costui è il dissennatore, per l’appunto.

Tu non sei un dissennatore,

Dora invece sì,

specialmente quando mi dice che sono soltanto una figlia dei fiori

e che è ora di smettere di farsi le seghe mentali.

Ma Dora, si sa, è una persona molto concreta

e non accetta le astrazioni,

i sogni,

le fantasie,

i deliri,

perché lei conclude e arriva sempre a realizzare qualcosa.

Questo per me è un brutto ricordo.

E dove sono i bei ricordi del Centro diurno,

dove sono i bei ricordi con lei,

dove sono le nostre battaglie contro il sistema psichiatrico?

Ora le battaglie le faccio io anche contro di lei,

ma ti assicuro che le mie battaglie sono molto distruttive.

Per quanto tempo durerà questa lotta inutile

dove non ci saranno né vinti, né vincitori.

Non pregherò Dio,

ma chiedo a me stessa la forza di stare distante da Dora

anche solo emotivamente,

perché giustamente, come dice Nicoletta, mi devo proteggere.

Tu non sei un dissennatore.

Io ti vivo come una persona interiormente fragile,

ma esternamente forte.

Tu sei sensibile,

ipersensibile direi,

per quanto forse tu non lo voglia ammettere

e così ti fai venire il mal di schiena.

Ricordo che eri rimasto sconcertato

del fatto che ogni volta che parlavo di me e del mio corpo

ti dicevo che sentivo una forte puzza.

La puzza, sai, non ti deve far venire angoscia,

perché in fondo l’olfatto è uno dei primi sensi di ogni bambino,

è qualcosa che ti porta alle origini

ed è comunque qualcosa che ti fa riconoscere te stesso o l’altro.

E’ delizioso sentire il profumo degli altri,

tanto quanto è rassicurante per me sentire la puzza dei miei piedi.

Le lenzuola io non le cambio tanto spesso

e così sento la mia puzza,

ma, se le cambio e profumano, mi sento soffocare

perché le lenzuola diventano l’altro da me.

Quando sono a letto,

io sono un tutt’uno con le lenzuola, il cuscino e le coperte

e questo è per me rassicurante.

Sai una cosa?

Credo di essere riuscita a tirar fuori qualcosa di bello

perché adesso mi sento molto tranquilla

e Dora, o chi per essa, non c’è più.

Tu li senti i profumi

o sei forse distratto e preso da tutto ciò che ti circonda

e non hai nemmeno il tempo di cagare?

Sì, lo so, vado da un estremo all’altro

e la mezza via è, invece, la giusta posizione.

La mezza via è sempre stata la giusta posizione,

ma quando manca il filtro e ti ritrovi in carne viva,

allora,

è meglio non sentire niente perché si sente troppo.

Il filtro può essere qualcun altro.

Il filtro può essere uno qualsiasi.

Puoi essere tu

che in questo momento stai filtrando la mia rabbia,

può essere Michele

che in questo momento sta filtrando la mia confusione.

In fondo cos’è la rabbia

se non l’espressione vitale di una confusione.

E che cos’è la confusione

se non una lotta vitale contro i dissennatori

per cercare un ricordo, una speranza, un progetto,

magari il più bello in assoluto e per quanto limitato,

un progetto in cui devi credere perché lo vedi.

Lo devi vedere quest’orizzonte,

perché il mare più bello è quello che ancora dobbiamo navigare.

Soltanto in questo modo i dissennatori spariscono

e non hai più paura di loro.

Se questa lettera la leggerai stasera,

ti auguro una buona notte,

altrimenti buona giornata se la leggerai domani.

Comunque grazie di tutto e,

mi raccomando,

stai attento anche tu ai dissennatori

e combattili sempre con tutte le forze fisiche e trascendentali.

“Expeto patronum!”

Elaborato in Pieve di Soligo e nel mese di Maggio dell’anno 1989

Salvatore Vallone

LA COLONIA ESTIVA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Pulcino

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI PERSONALI

La “colonia estiva” era il toccasana per le famiglie numerose e per i genitori improvvidi che popolavano l’Italia fascista e post fascista, più che democratica e repubblicana. Eravamo tanto poveri in tutti i sensi, c’era poco da mangiare, eravamo tutti magri, la dieta era naturale e non prescritta da alcun medico, i morsi della fame ti braccavano di notte e nel mezzo del sonno ti svegliavi con la dolorosa contrazione dei muscoli dello stomaco. Il Regime aveva messo a dura prova l’italica Intelligenza e la crudele Guerra aveva distrutto il bel Paese. L’oro era stato regalato alla Patria in cambio del vile metallo. Conservo ancora le “fedi” di ferro che erano state date ai miei genitori in cambio degli anelli nuziali d’oro. Che brutto imbroglio!

E i bambini?

I bambini non stavano a guardare, erano sempre impegnati perché l’Italia fascista aveva un culto per l’infanzia e per l’educazione della nuova generazione agli inossidabili valori della Famiglia, della Patria, del Dovere, del Duce, del Libro e del Moschetto. I libri sussidiari delle scuole elementari avevano proprio l’intento di coniugare lo studio e le armi, la grammatica e la pratica, la forza e la vittoria. Tra padri fanatici e madri necessariamente compiacenti l’Italia andava verso i destini imperiali in Africa. Intanto le colonie estive al mare o in montagna prosperavano sotto l’egida della benemerita “Opera dei balilla e dei figli della lupa”, le organizzazioni per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù. Tutti in divisa ed equamente divisi in maschi e femmine, come nelle scuole. E di bambini ce n’erano tanti e tanti, tutti quelli che sopravvivevano al parto e alle malattie epidemiche. Si calcolava che una donna diventava madre a diciotto anni e di anno in anno procreava con indiscutibile chirurgica precisione per dare i figli alla Patria e per compiere il suo Dovere di femmina e di italiana. Le politiche per l’incremento demografico colmavano la misura e premiavano con qualche lira la Vita che si affermava sulla Morte. Eros e Thanatos erano sempre insieme e sempre in conflitto. E d’estate si andava tutti al mare non per mostrare le chiappe chiare, ma per educarsi ai valori della Famiglia, della Patria e del Dovere. E se tu non facevi parte del coro, se facevi lo sberleffo al Duce, le manganellate e le purghe di olio di ricino erano belle e pronte per farti cambiare idea. Oppure il Regime ti mandava a sue spese in una “colonia penale”, una colonia non estiva ma punitiva, un carcere o un penitenziario a scelta tra queste bellissime isole italiane: Pianosa, Tremiti, Montecristo, Pantelleria, Capraia, Ventotene, Ponza. Favignana.

Che tempi erano quei tempi!

Qualche grillo parlante ieri e oggi immancabilmente dice che sono passati, ma non c’è niente di più falso. Il Fascismo era apparentemente passato perché la sua nefasta Cultura era intatta nell’animo “imprittato” dei sopravvissuti alla barbarie politica e alla furia omicida degli invasori. La Scuola era autoritaria e per niente a misura di bambini, nonostante Maria Montessori e la scuola di Barbiana inventata da un prete di campagna, don Lorenzo Milani. Anche l’Italia repubblicana con finalità democratiche ha portato avanti negli anni cinquanta e sessanta il costume toccasana della “colonia” e del “collegio” laico o religioso, organi micidiali per l’infanzia e per l’economia psichica dei bambini. In famiglia e a turno i genitori seminavano il terrore per ottenere l’ordine con la famigerata frase “se non fai il bravo, ti mando in collegio”. La “colonia” sbarellava l’infanzia già precaria di suo e rafforzava i “fantasmi” già inquieti per natura. Se si era fortunati c’era qualche ente comunale o statale o di categoria che d’estate raccattava i poveri bimbi italiani e li collocava nelle località amene del paese per farli divertire e per nutrirli meglio, per educarli a essere forti e liberi, per essere migliori cittadini e provetti cristiani. I moderni e repubblicani ricoveri erano gestiti da suore e da educatori dello stampo ideologico e culturale postbellico. In tanta benefica disgrazia si esaltavano e si incrementavano i disturbi psicosomatici dell’infanzia e dell’adolescenza, del tipo le conversioni isteriche e le somatizzazioni dell’angoscia, i disturbi dell’appetito, del sonno, della respirazione, della vescica e altro a volontà e al vostro buon cuore. Ogni bambino aveva già il suo organo debole e la sua funzione precaria. Qualche bambino era già malato di tubercolosi o di enuresi, di asma o di anoressia. La lontananza dalla famiglia e dalla casa esasperava l’equilibrio psichico, strizzava la Psiche come un cencio e le scariche delle tensioni facevano il resto portando a compimento l’opera nefasta iniziata dai genitori e consumata dagli educatori.

E la mia famiglia?

I miei fratelli scapparono di notte dalla colonia di montagna e secondo le dinamiche delle favole dei fratelli Grimm alla ricerca della mamma e del papà, angosciati come se fossero stati strappati al grembo e al nido. Furono riacciuffati e adeguatamente puniti, ma non furono espulsi come avrebbero gradito. Le altre mie sorelle si facevano compagnia: di giorno si tenevano per mano e di notte si addormentavano abbracciate.

Ma si era stupidi o si era bambini?

Si era bambini.

Io ero un gran mascalzone e mi ero catapultato direttamente a casa dopo i primi giorni di noia e di insopportabile disciplina. Io non facevo la pipì a letto di notte, ma il bambino che dormiva nel letto a castello sopra di me, purtroppo per lui, era enuretico. E i maestri? Ci picchiavano con le bacchette di bambù nelle nocche delle dita se, per caso, eri normalmente vivace. Ricordo che sono scappato dalla colonia marina direttamente dal gabinetto e dopo essermi letteralmente cagato addosso perché non ero riuscito a liberarmi dai legacci a forma di bretelle che la suora aveva incrociato al mattino per darmi una mano a vestirmi. Riuscii a fare quei pochi chilometri in tanto travaglio, ma il ritorno a casa fu un nuovo dramma perché mio padre non condise la mia decisione e fece ballare la cinghia di cuoio di fronte all’indisciplina. Quella fu la mia prima vittoria sulla sopraffazione. Io soffrivo di broncospasmo dentro l’umido scirocco dell’isola di Ortigia e a causa del naturale “fantasma di abbandono”. La diagnosi della vecchia maga, a cui mia madre si era rivolta per un piatto di ceci, era stata la seguente: “stu picciriddru iavi u scantu” o “questo bambino soffre di spavento”. Una diagnosi in linea con la Psicoanalisi di Freud e con la Medicina psicosomatica di Georg Groddeck o di Franz Alexander. Mia madre, intanto e in attesa di farmaci migliori, mi curava con il benefico balsamo “vicks vaporub” e mi ungeva il petto con tutto il suo amore. Lei sapeva che questa era la cura migliore e che la “colonia” era un inferno per i bambini, ma il suo “sapere” era tenuto in poco conto.

Chiudo il serbatoio dei ricordi e delle riflessioni personali per passare al racconto e al sogno della bambina Pulcino.

Niente di nuovo sotto il sole!

Sono confermate le psicodinamiche di abbandono e i “fantasmi” associati secondo le coordinate dell’angoscia e della somatizzazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” in attesa della benefica e salutare “razionalizzazione” del rimosso o della “presa di coscienza” del “ritorno del rimosso”, quel rigurgito psichico causato da pensieri incontrollabili o da eventi casuali.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “sogno ricorrente” attesta la tesi che vuole la Psiche occupata per un periodo di tempo dal materiale emerso e in corso di elaborazione al fine di poter operare un ordinato smaltimento dei “fantasmi” e dei vissuti, al di là della loro qualità. Esempio: la conflittualità traumatica è soltanto un parte di questo contenuto introiettato. La Psiche è intenzionata, è diretta e si dirige verso esperienze possibili di quel tipo e di quella qualità. Il sogno esprime sempre e soltanto il materiale psichico in atto. Il sogno “ricorrente” conferma la “teoria della persistenza” e ha la benefica funzione di smaltire le energie nervose in eccesso, quelle che disturbano l’equilibrio omeostatico e hanno necessariamente bisogno di essere trattate, ripulite ed espulse.

Da bambina” dimostra che l’infanzia e l’adolescenza sono tappe evolutive delicate e intense, proprio perché ricche di novità e di forti emozioni. Pulcino si trova addosso i vissuti e i “fantasmi” delle “posizioni orale, anale e fallico-narcisistica” ed è in procinto di partire per la conflittualità “edipica” con i genitori. Vedi che trambusto e che complicazione abitano nell’animo di una graziosa “putea”?

Vedere” equivale a una salutare forma di “presa di coscienza” compatibile con l’età e con la funzione “Io”. Purtroppo questa consapevolezza è simbolica e non si evolve in una “presa di coscienza”, ma se ci fosse stato lo psicologo a interpretare il sogno della bambina, la consapevolezza da simbolica sarebbe diventata razionale e avrebbe apportato una ventata di aria pura nella stantia atmosfera sub-liminare o subconscia. Spiegare a una bambina che si tratta di una psicodinamica e che significa quel che significa, è semplicemente salutare.

La mia casa” si riduce simbolicamente alla mia struttura psichica evolutiva, alla mia “organizzazione psichica reattiva”, alla “mia casa psichica” con annessi d’arredo e connessi abitativi. La “mia casa” attesta di un buon amor proprio e di un incipiente senso dell’Io. Pulcino ha i piedi per terra, ma non può evitare a se stessa i traumi inferti dal destino infame e dalla superficialità culturale dei suoi genitori.

Andava a fuoco” si traduce in un investimento eccessivo di “libido”, in un eccesso di tensione nervosa direttamente proporzionale al trauma subito e in corso di smaltimento. La Psiche è interessata da un afflusso improvviso di tensioni collegate alle paure e alle angosce che la bambina Pulcino sta vivendo e sperimentando sulla sua pelle. Questo vale per la bambina. Di per se stesso il “fuoco” simboleggia la purificazione estrema dai sensi di colpa e la metamorfosi dei contenuti psichici in gestione tramite i “meccanismi di difesa” atti a commutare i vissuti magari nell’opposto e a deprivarli della loro carica autolesionistica e distruttiva: “isolamento”, “intellettualizzazione”, “annullamento”, “volgersi contro il sé”, “formazione reattiva”, “sessualizzazione”, “sublimazione”, “formazione di sintomo”, “conversione isterica”.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”

L’angoscia” è la tensione nervosa che consegue a una paura senza oggetto specifico, deriva dal tedesco antico “angst” che si traduce “mi stringe” e si caratterizza a livello somatico per un nodo alla gola che ostacola il corretto e naturale andamento del respiro: blocca la fisarmonica. Spiego meglio: “l’ansia” è la tensione nervosa necessaria per affrontare un pensiero o un’impresa, la “paura” è la giusta e naturale tensione verso il pensiero e l’impresa, la “fobia” si attesta nello “spostamento” inconsapevole dell’oggetto dell’ansia e della paura in un altro oggetto che lo rievoca, “l’angoscia” è una dolorosa reazione nervosa senza un manifesto oggetto esterno, è un accadimento psichico interno e apparentemente privo di causa. Pulcino reagisce al trauma dell’incendio della sua casa, all’angoscia della mancata consapevolezza della sua intensa rabbia distruttiva, all’impotenza di capire e di reagire, con l’angoscia di cui si è detto. Pulcino sta doppiamente male, per il trauma reale esterno e per la tensione, altrettanto reale, interna: “l’angoscia era tanta”.

Immaginavo” spiega la formazione del “fantasma”, l’allucinazione che condensa il trauma interno ed esterno: “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Attenzione! La bambina Pulcino associa il suo tormento psicofisico, l’angoscia, all’autodistruzione, una pulsione sadomasochistica, che coinvolge i suoi “genitori”. Spiego meglio: la bambina scarica la sua aggressività contro se stessa e contro le persone responsabili della sua angoscia, i genitori. Lei si è sentita morire e loro erano stati insensibili, non l’avevano difesa da questo tormento struggente. Sembra che la bambina tema l’abbandono e la solitudine, ma in effetti sta reagendo simbolicamente all’abbandono da parte dei suoi genitori formulando la giusta allucinazione, il “fantasma depressivo di perdita”.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

Tutto il quadro si compone nelle forme giuste e consequenziali. La bambina Pulcino elaborava questo sogno in una precisa contingenza della sua infanzia e adolescenza, “d’estate quando ero in colonia”. La “colonia”, il soggiorno estivo che si dispensava ai bambini fortunatamente nei tempi andati o per divertimento o per cura ricostituente, incorreva in una dolorosa esperienza di perdita e ridestava il “fantasma” che i bambini avevano elaborato per conto loro e secondo natura nella “posizione psichica orale” e nel primo anno di vita in riguardo all’abbandono della mamma e all’inedia conseguente. E giustamente la bambina Pulcino conferma che era un “posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.” Ecco spiegata la “sindrome dell’abbandono” meglio di uno specialista e di un teorico. Essa consiste nel dolore depressivo legato alla perdita dell’agio e del ritorno, nel cambiamento del luogo e nella difficoltà all’adattamento. Questo quadro è apparentemente esterno, ma in effetti è tutto interiore. Non si tratta di un’incapacità dell’intelligenza operativa della bambina Pulcino, la capacità di adattamento nello specifico, ma emerge uno psicodramma struggente e sottile che si consuma in maniera traumatica e addirittura condizionando di brutto la formazione psichica in atto anche in base a quanto Pulcino aveva elaborato nel “fantasma di abbandono” durante il primo anno di vita e negli anni successivi. Mi spiego meglio. Se il bambino e l’adolescente hanno esaltato il nucleo psichico depressivo della perdita perché ci hanno troppo filato sopra, ampliamento del “fantasma”, e perché effettivamente hanno subito delle perdite significative, basta anche la morte di un animale e non necessariamente di un familiare, ecco che allora l’esperienza traumatica della “colonia” diventa veramente pericolosa perché cementa e struttura il nucleo depressivo che può a macchia d’olio allargarsi ed esplodere nel tempo in una sindrome depressiva. Se invece il bambino o l’adolescente non hanno elaborato e infiorettato il solito “fantasma depressivo di perdita”, allora l’esperienza della colonia resta sempre traumatica, ma viene assorbita e risolta come un tratto depressivo e una sensibilità alla perdita restando in un ambito clinico conflittuale, “psiconevrosi depressiva”. E la stessa bambina Pulcino insegna che il “rifiuto del posto”, il “disagio” e la “forte nostalgia di casa” sono conflitti interiori e si traducono nei seguenti tormenti.

Il “rifiuto” non è topico e logistico, del luogo e del posto, ma è la “traslazione” dell’aggressività diretta verso i responsabili adulti di questa infame trovata, gli artefici di tanto intrattabile dolore, i genitori, proprio loro. La bambina si trova di fronte alla costrizione di vivere un’esperienza che non riesce a capire e a giustificare. Si chiede: “ma perché i miei genitori mi mandano via di casa?”, “perché non mi vogliono più bene?”, “ma cosa avrò fatto di male per essere punita in questo modo?” La bambina Pulcino si ritrova dentro vissuti spropositati e deve affrontare emozioni intense rispetto al fatto in se stesso, tutto quel marasma psichico che va dall’odio verso i crudeli genitori al senso di colpa per averli odiati. I genitori dicono a loro volta: “vai a divertirti con gli altri bambini”,”ti fa bene alla salute l’aria del mare o della montagna”, “vedrai che impari questo e impari quello”. La bambina ribatte dentro di lei “ma io sto bene con voi e a casa mia”, ma è costretta dal bieco autoritarismo dei genitori a ubbidire e a soccombere.

Il “disagio” non si attesta nella mancanza dell’agio di cui gode in casa. Anche in questo caso il vissuto non è diretto verso l’esterno, ma verso l’interno e si traduce in un conflitto psichico e in una disarmonia psicofisica perché inevitabilmente le tensioni in eccesso vengono somatizzate e sono di lesione alle funzioni organiche. La prima a essere colpita è la respirazione. Prima di addormentarsi il bambino sente che il respiro non va in fondo, che fa fatica a respirare, che gli manca il fiato e che la fisarmonica non si apre tutta. Il respiro è collegato elettivamente alla figura materna essendo una funzione vitale ed essendo la madre la persona e la figura deputata alla vita. Anche l’enuresi, la pipì notturna, (il mancato controllo della funzionalità della vescica dovuta a un afflusso di tensione nervosa destato dall’emergere in sogno del “fantasma” che apre la valvola di scarico e risolve in parte l’angoscia), è in agguato insieme alla grande vergogna di aver bagnato il lenzuolo. Si ridestano tutti gli “organi deboli” e le funzioni delicate sotto lo stimolo incessante del “fantasma di abbandono”, la versione evoluta del “fantasma di morte in vita”. Di poi, l’eccesso emotivo durante il giorno si può convertire nell’umore o nell’appetito, nella tristezza e nella distorsione della percezione della fame. Il momento più brutto della giornata per il bambino abbandonato in colonia è la sera, quando va a dormire. Prima di prendere sonno affluiscono nella sua mente un mare di ricordi e di dolorose fantasie che aumentano a dismisura il tenore nervoso. Il pianto è il primo “meccanismo di difesa”, ma non tutti i bambini fanno ricorso alle lacrime per scaricare la tensione dell’angoscia di trovarsi soli in un mondo sconosciuto e infido. Ripeto, la mancanza di agio, “disagio”, è tutta interiore, una disarmonia tra le angosce e la realtà, un eccesso di tensione nervosa che disturba l’equilibrio psicosomatico.

La “forte nostalgia di casa” è sempre un’elaborazione interiore del trauma dell’abbandono e delle degne tensioni che si scatenano nel teatro psichico della bambina Pulcino. “Nostalgia” si traduce dal greco “dolore del ritorno” ed è la “sindrome di Ulisse”, almeno così come lo presenta Omero nella sua “Odissea”. Dopo aver peregrinato per volontà punitiva degli dei nel Mediterraneo e per ben dieci anni, Ulisse finalmente può rientrare a Itaca per ritrovare il padre Laerte, il figlio Telemaco e la moglie Penelope. La bambina si trova in colonia, lontano dai suoi genitori e dalla sua casa, e sente forte lo struggimento del ritorno.

Chi poteva garantire la bambina sul ritorno a casa e chi poteva rassicurarla sull’amore dei suoi genitori?

Questo è un punto molto delicato della “sindrome di abbandono”. L’angoscia domina qualsiasi rassicurazione sul ritorno in famiglia e sul ripristino della normalità. Di giorno si manifesta la paura, di notte quest’ultima traligna nell’angoscia perché emergono i “fantasmi” nella fase ipnoide del sonno, prima di addormentarsi e quando si è ancora abbastanza svegli e consapevoli.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Il danno psichico non era da poco e aveva i classici strascichi del trauma di abbandono. Ripeto: già il bambino lo elabora da sé e tra sé e sé anche nelle migliori e protettive situazioni familiari, anzi più protetto e sicuro è e si sente e ancor di più e più facilmente pensa alla situazione opposta e scatena le sue fantasie di abbandono e di solitudine e di morte per inedia. Tre settimane di soggiorno in colonia sono micidiali per la sensibilità della bambina e hanno tutte le condizioni per inserirsi tra le pieghe profonde della sua Psiche. Quando il sistema psichico non riesce a contenere l’angoscia e la tensione nervosa, ecco che arriva immancabilmente il disturbo psicosomatico, la “conversione isterica” o la “formazione del sintomo” facendo perno sulla memoria dell’esperienza vissuta. Le crisi di pianto sono classiche ed elementari e sono la migliore scarica della tensione nervosa, la reazione naturale e universale. Se poi avvengono davanti alla tavola imbandita e al simbolo dell’unità familiare, ecco che il pianto si collega logicamente come una “metonimia”, figura retorica, a ricordare che il trauma e le lacrime sono l’eredità di quella mutilazione temporanea degli affetti familiari di cui il bambino ha sofferto. Pulcino, non sapendo a cosa collegare queste lacrime, si meraviglia e si addolora ancora di più sentendosi fuori posto o malata, comunque in crisi. La Psiche camuffa ma non dimentica e ripropone in altre forme il trauma e lo rappresenta con una logica associativa e simbolica nella veglia, come succede nei sogni. Anche i sintomi non avvengono a caso, ma sono rappresentativi della qualità del trauma e dell’angoscia, come ho detto in precedenza. Riguardano la sfera affettiva e gli apparati e le funzioni che simbolicamente sono investite di quel significato: il respiro e lo stomaco in rievocazione dell’amore materno, la vescica in liberazione dell’angoscia che si accumula nel sonno e in sogno. Niente avviene a caso e tutto ha una sua finalità, una sua teleologia.

Questo è quanto potevo dire sull’esperienza umana e onirica della bambina Pulcino.

PSICODINAMICA

Le note oniriche rilevano ed evidenziano in maniera sintetica ed efficace la psicodinamica collettiva e universale della “sindrome di abbandono” e del “fantasma di morte” nella versione “orale”, quello elaborato nella “posizione psichica orale” e intenzionato espressamente alla sfera affettiva. La bambina Pulcino rievoca nei suoi ricordi l’angoscia e il dolore del trauma, nonché la struggente nostalgia di un ritorno in famiglia e il desiderio di ripristinare la sua armonia psicofisica dopo il notevole turbamento. Lo strascico psicosomatico conferma la persistenza nel tempo immediato, nel futuro prossimo e nel futuro remoto, dell’universalità dei sintomi, della condivisa simbologia e del comune Linguaggio del Corpo. Questa tesi è stata elaborata da Franz Alexander nella sua miliare “Medicina psicosomatica” e da Georg Groddeck nel suo originale e prezioso “Il libro dell’Es”.

PUNTO CARDINE

Nel breve sogno di Pulcino il punto cardine dell’interpretazione è “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Questa precisazione non contempla il conflitto edipico, ma si riferisce alla prima infanzia e al legame di dipendenza affettiva della bambina dal padre e dalla madre, relazione e intensità equamente distribuite.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Nel breve sogno di Pulcino sono presenti i “simboli” della “casa”, del fuoco”, della “colonia”.

Si evidenzia l’archetipo “Corpo” nell’essere portatore di angoscia e nel rappresentare la “sindrome dell’abbandono”.

Si manifesta il “fantasma di morte” nella versione “orale”, l’affettività e l’abbandono.

E’ presente l’istanza psichica deputata alla consapevolezza vigilante, l’Io, in “non capivo cosa mi stava succedendo” e in “vedere”, l’istanza pulsionale “Es” in “la mia casa che andava a fuoco.” e in “immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. L’istanza censurante e limitante “Super-Io” non si manifesta.

Nel breve sogno di Pulcino è rispolverata la “posizione psichica orale”, la dimensione affettiva elaborata e assimilata nel primo anno di vita e portata avanti nel corso dell’evoluzione psicofisica.

I “meccanismi psichici di difesa” usati da Pulcino nel sogno sono la “condensazione” in “casa” e in “fuoco”, lo “spostamento” in “colonia” e in “bruciati”, la “figurabilità” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.” e in “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. Il sogno di Pulcino mostra in maniera chiara il “meccanismo psichico di difesa” della “conversione isterica” ossia di come l’angoscia si somatizza nel sintomo o in una serie di sintomi: “il disagio si ripresentava con crisi di pianto”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non è presente l’azione purificatrice e benevola della “sublimazione della libido”.

Il sogno ricorrente di Pulcino evidenzia un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a dominanza “orale”. Mi spiego meglio: si tratta di un sogno dell’infanzia a stretto dominio affettivo e non evidenzia la maturazione psichica di Pulcino. Si può affermare che la protagonista adulta è molto sensibile alla vita affettiva e al suo esercizio, tratti ereditati da quel periodo e rafforzati da quella triste esperienza.

Le “figure retoriche” elaborate dalla Fantasia creativa di Pulcino sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fuoco” e in “casa”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “colonia”. L’allegoria dell’abbandono si colloca in “ posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

La “diagnosi” dice di angoscia d’abbandono somatizzata in maniera elettiva e non a caso o alla carlona, ma in organi significativi come gli occhi.

La “prognosi” impone a Pulcino di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita affettiva e di rincuorarla con l’esternazione della sua carica “orale”: giovialità e partecipazione emotiva.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e nella somatizzazione d’angoscia in un sintomo elettivo degli affetti come lo stomaco e il respiro: “conversione isterica” o “formazione di sintomo”.

Il “grado di purezza onirica” si può stimare “buono” dal momento che il sogno è ricorrente e verte su esperienze vissute. Non esistono contaminazioni e accrescimenti da parte dei “processi secondari” al risveglio perché la trama è semplice e lineare.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Pulcino è sempre l’associazione al trauma vissuto nella piena consapevolezza e reiterato, vissuto più volte. Magari nel pomeriggio Pulcino ha pensato ai suoi genitori o ha vista una bambina e di notte il sogno era pronto a manifestarsi.

La “qualità onirica” è la “semplicità” e l’umanità del tema.

Il sogno di Pulcino può vedere la luce nella seconda fase del sonno REM e nel passaggio alla fase nonREM. Questo non è un sogno da quasi risveglio perché ha un simbolismo forte ed efficace.

Il “fattore allucinatorio” si mostra nel senso della “vista” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno ricorrente di Pulcino è “massimo” alla luce dell’evidenza supportata dalla protagonista. Il “grado di fallacia” è minino”.

DOMANDE & RISPOSTE

A grande richiesta è tornata la signora Maria, veneta a denominazione di origine controllata ma non fanatica da “Liga” o da “Repubblica serenissima di san Marco”, con la sua terza media e con l’esperienza collaudata di mamma, una donna massiccia e pratica che legge tanto e che ama essere informata, una donna tosta che non te le manda a dire.

Domanda

Proprio vero e comincio subito. La volta scorsa mi ha spiegato “Ultimo tango a Parigi”, questa volta mi deve spiegare “l’alienazione parentale”. Mi deve dire che cos’è e cosa ne pensa. Ne hanno parlato in televisione a “Presa diretta” insieme a un progetto di legge sull’affidamento dei figli.

Risposta

“Presa diretta” è un ottimo programma di inchiesta giornalistica. Riccardo Iacona e i suoi collaboratori sono professionalmente capaci e socialmente impegnati, all’incontrario di tanti giornalisti polemici e saccenti, fanatici e prevaricatori che occupano tanto spazio dentro il video di questo o di quell’editore. Provo a rispondere alla tua domanda, ma vado a salti. Il progetto di legge in discussione presso la commissione parlamentare prende il nome dal senatore leghista che lo ha proposto, l’avvocato Stefano Pillon, e tende a rivedere l’affidamento dei figli con particolare attenzione alla figura paterna, all’assegno mensile e con la convinzione di fondo che la madre sia privilegiata dalla Legge a livello economico e a livello affettivo e psicologico. Infatti, questa proposta di legge tende a eliminare nell’affidamento condiviso la quota finanziaria che il padre è tenuto a versare alla madre per il mantenimento dei figli e propone tempi uguali per il soggiorno e l’educazione. Per questi scopi la proposta Pillon fa riferimento alla “sindrome di alienazione parentale o genitoriale”, PAS, elaborata nel 1985 dal medico americano Gardner, da lui definita come una sindrome psichiatrica. Questa neonata malattia non è stata accettata dagli organismi internazionali sulla pubblica Salute e, nello specifico, sulla Salute mentale. Purtroppo, questa sindrome in tanti casi è stata fatta propria da qualche giudice americano e non. L’ideatore dell’alienazione parentale sostiene che uno dei genitori viene estromesso dalla famiglia dopo la rottura della coppia e viene distolto dall’esercizio psicologico ed educativo dei figli. Nello specifico storico e senza tanti fronzoli la madre, nel novantanove per cento dei casi, scredita costantemente la figura paterna al punto di suggestionare il figlio o la figlia nel rifiuto del padre fino a indurli a non frequentarlo più. Questo diabolico condizionamento materno consente di formulare la tesi che nelle separazioni c’è un genitore “alienante” e un genitore “alienato”. Gardner formula anche una griglia con precisi criteri per l’individuazione e la diagnosi della “sindrome di alienazione parentale”. Insisto nello spiegare che se un figlio di separati rifiuta uno dei genitori e non vuole più andare da lui per vivere nei giorni prescritti dalla Legge e dal giudice, c’è una madre o un padre “alienante” e una madre e un padre “alienato”. Quest’opera di alienazione avviene tramite messaggi costanti di discredito e suggestioni di rifiuto. Tanta roba viene inoculata ad arte dai genitori facendo perno sull’attaccamento affettivo e sulla dipendenza psichica del figlio o della figlia. Questi ultimi non vogliono vedere e frequentare il padre perché sono stati oggetto di smaccato plagio e di subdolo indottrinamento. In ogni caso non hanno scelto di loro arbitrio e volontà. Tutto questo casino psicodinamico è una ideologia che va concretamente contro la madre e la donna. E’ lei l’artefice del misfatto. Chiaro? Ma non finisce qui. Bisogna ricordare sempre che le conquiste fatte dalla donna in riguardo ai diritti civili oggi stanno subendo un duro attacco da parte di gruppi fondamentalisti cattolici medioevali e da parte della Lega che è al governo con tutto il suo scarno bagaglio di cultura storica e di idee portanti, con le sue fobie casalinghe e le sue paranoie piccolo-borgesi.

Domanda

Sì, ma lei, lei dottor Vallone, cosa dice a proposito?

Risposta

La terminologia “alienazione parentale” è confusa e il significato è ambiguo. Riguarda, infatti, i figli come soggetto e oggetto di alienazione, un genitore come oggetto alienato e l’altro genitore come soggetto alienante. La questione psichica è tremenda e complessa, specialmente se a essere l’artefice di tanto diabolico misfatto è la madre. I figli sono affetti da questa terrificante sindrome e sono oggetto in quanto sono stati condizionati da un genitore, l’alienante, e sono soggetto in quanto rifiutano l’altro genitore, l’alienato. Preciso che in Psicopatologia il termine “alienazione” richiama il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione dell’Io”, il cui uso dispone a una sindrome pesante di perdita di contatto con la realtà e a quella che si definisce in gergo la “follia”. Il quadro dell’alienazione parentale è esagerato nei termini e nella realtà. Io ritengo che queste posizioni pseudo psichiatriche e giuridiche, progetto di legge Pillon compreso, hanno in primo luogo una base culturale di manifesta, più che occulta, “misoginia”, odio contro le donne. La donna madre viene discriminata e vilipesa nel suo essere stimata la causa attiva di una difficile e complicatissima questione, l’accettazione da parte dei figli della figura paterna. Non soltanto, ma la madre viene sminuita nel ruolo e nelle funzioni psicofisiche pregresse e in atto. La madre ha accudito i figli anche andando a lavorare e adesso viene accusata di approfittare della Legge per derubare in ogni senso l’ex marito e il padre dei suoi figli, riducendolo al lastrico e in certi casi all’accattonaggio, per l’obbligo di versare la quota mensile stabilita dal giudice all’atto della sentenza di separazione. E allora il padre dal profondo del suo amore verso i figli chiede di non versare più il becco di un quattrino e di avere lo stesso trattamento logistico dell’ex moglie: il figlio starà tre giorni con il padre e tre giorni con la madre e la domenica sarà distribuita equamente. Ogni genitore manterrà economicamente il figlio senza dover dare all’altro alcunché, dividendo soltanto le spese straordinarie. Se questo non viene accettato dalla madre, che si è ampiamente sacrificata nel crescere il figlio e se quest’ultimo rifiuta di andare dal padre, allora si tratta di “alienazione parentale”: la madre ha fatto il lavaggio al cervello al figlio e lo ha messo contro il padre. Fino a questo punto mi sono talmente ripetuto che è tutto necessariamente chiaro. Continuo. Parliamo anche dello psicodramma del sentimento dell’odio degli adulti genitori separati che coinvolge i figli. Le loro beghe psicofisiche irrisolte sono traslate sui figli con la diagnosi che questi ultimi sono stati manipolati e alienati. Della Psicologia del figlio, bambino o adolescente, di cosa effettivamente vive il diretto interessato nessuno dice niente e nessuno si pone il problema, se non in termini generici e falsamente protettivi. I due genitori persistono come famiglia anche da separati grazie al figlio e persistono alla grande nell’esercizio del sentimento dell’odio. Il loro psicodramma non è finito e viene ancora esteso al figlio. Quest’ultimo era stato già colpito dentro e fuori dalla dialettica e dalla separazione dei genitori, ma non è bastato, perché adesso deve odiare il padre ed è stimato incapace di intendere e di volere e malato di alienazione. Poveri figli!

Domanda

Allora? Mi dica dei figli, visto che prima ha difeso la madre e dopo ha condannato entrambi i genitori.

Risposta

La Psicologia dell’infanzia è complessa e non so da dove partire. Comunque ci provo a dire qualcosa d’incompleto. Intanto i figli coinvolti sono quelli che vanno dai due ai dodici anni. Gli adolescenti e i giovani sono toccati in parte dalla separazione dei genitori, sono più autonomi e strutturati a livello psicologico per cui non si prestano facilmente a operazioni di manipolazione e di plagio. Premessa vuole che i figli hanno bisogno del padre e della madre, ma se la coppia genitoriale si rompe, la famiglia resta anche se in spazi diversi. La logistica non elimina i circuiti affettivi e formativi. I bambini accettano la separazione dei genitori con minore difficoltà rispetto a quello che pensano i genitori stessi, i benpensanti e i moralisti. La comunicazione non avviene a caso e all’improvviso, ma dopo una dialettica litigiosa della coppia genitoriale, oltretutto molto dannosa per i bambini. “Ogni male non viene per nuocere”, recita in preghiera il bambino insieme a un “amen”. Il bambino è preso e impegnato dalla sua evoluzione psicofisica e dalle sue dinamiche relazionali, per cui affronta la separazione dei genitori come un miglioramento della sua condizione e non come una perdita. La “sindrome e l’angoscia dell’abbandono” non scattano se non in pochissimi casi. I bambini, le femmine in particolare, hanno una buona capacità di razionalizzare e di adattarsi, hanno una buona intelligenza operativa sin dai quattro anni, sono particolarmente giudiziose. L’evento storico della separazione dei genitori non si traduce in un dramma interiore semplicemente perché i genitori sono vivi e vegeti e la famiglia è intera e salva. Il bambino concepisce che si è rotta la coppia e i giochini della mamma e del papà, ma non si è rotta la famiglia ed è convinto che adesso ha degli agi in più, adesso ha due case e due persone da manipolare con i suoi argomenti e con le sue strategie. Paradossalmente sono i figli che operano la “alienazione genitoriale” nel senso che intuiscono che possono godere meglio le figure dei genitori e usarle a proprio uso e consumo facendo perno sui loro fasulli sensi di colpa. Adesso la bambina in piena “posizione edipica” ha il papà tutto per lei e ha eliminato la conflittualità con la mamma che le procurava un inutile stress. Adesso il bambino edipico ha la mamma tutta per sé e senza l’ostacolo del padre rompiscatole. I figli si adattano alla nuova situazione psicofisica e logistica meglio di quanto i genitori e gli adulti pensano. Per loro ci sono tutte le opportunità di ben “alienare” il padre o la madre a loro vantaggio. Attenzione a non oltrepassare la misura della decenza, altrimenti dopo sono guai seri.

Domanda
Lei sta dicendo delle cose sconcertanti, sta ribaltando la frittata, sta dicendo che sono i figli ad approfittare della separazione per vivere meglio e di più i genitori. Ma è sicuro?

Risposta

Non è il genitore che aliena l’altro genitore, ma è il figlio che ha tutta la convenienza di vivere liberamente e senza vincoli sia la madre e sia il padre. E i genitori, in preda ai sensi di colpa di aver rotto il giocattolo della famiglia, li amano di più rispetto a prima, mentre i figli trovano davanti a loro una prateria dove scorrazzare con le mille richieste e le mille voglie che immancabilmente elaborano. Ma i genitori persistono nella perfida dialettica di coppia che li ha portati alla soluzione effimera della separazione e traslano vicendevolmente la loro aggressività adducendo che il bambino o l’adolescente ha subito l’alienazione parentale e che è malato di questo strano e neonato morbo, quando invece il figlio non è mai stato così bene in vita sua come da quando i genitori hanno smesso di rompere le scatole con i loro teatrini domenicali e non. Ripeto. Alla luce delle “posizioni psichiche” affettive o “orali”, aggressive o “anali”, autocompiacimento e potere o “fallico-narcisistiche”, conflittuali o “edipiche”, il bambino riceve meno danno di quello che si pensa, si adatta alla nuova situazione psicofisica e relazionale, vive la rottura della coppia e non della famiglia, sente di avere più potere contrattuale con entrambi i genitori. Cosa resta in questo bailamme? Restano pari pari i conflitti di coppia, il risentimento e l’odio. E qui cominciano i guai seri. Dopo la separazione si cerca la rivincita in base al senso di sconfitta umana che ogni membro della coppia ha vissuto. L’alienazione parentale è un’ulteriore aggressione dell’uno verso l’altro coinvolgendo i figli che sono, di certo, più intelligenti e capaci dei genitori. Maria, se mi dici che ti basta e posso fermarmi qui, mi fai un grande piacere.

Domanda

Assolutamente no. Mi dica qualcos’altro.

Risposta

Vado avanti, ma ci penserò due volte prima di richiamarti. L’alienazione parentale non ha motivo di essere e di esistere. L’alienazione è un concetto filosofico, economico, sociologico, psichiatrico, psicologico, giuridico: Feuerbach e Marx, scuola di Francoforte e Marcuse, Kraepelin e altri, Freud e Max Weber, Basaglia e l’Antipsichiatria. L’alienazione psichiatrica significa che una persona è fuori di se stessa, è mentalmente inferma, non applica il “principio di realtà” e ha perso il contatto con la realtà, è di danno a se stessa e agli altri, e chi più ne ha, più ne metta. Ma cosa c’entra una madre, un padre e un figlio, una famiglia, in tanta disgrazia di parole, di scienze e di ordinamenti giuridici? Ripeto: una madre o un padre possono lavorare psicologicamente un figlio in maniera che non riconosca uno dei genitori? E’ semplicemente impossibile alle condizioni di normalità date e supposte, ripeto, alle condizioni date e supposte di andamento psico-esistenziale normale. Ma è possibile la “proiezione” dell’odio, oltre che sul partner, anche sul figlio ritenendolo un emerito ebete o imbecille. Ma il figlio è più intelligente di quanto gli adulti di ogni professione pensano.

Domanda

Passo al sogno di Pulcino. Quando leggo quello che scrive a volte mi emoziono perché lei le cose le fa sentire sulla pelle e nello stomaco, come se accarezzasse e scavasse dentro nello stesso tempo. Ma voleva fare l’archeologo da piccolo?

Risposta

Mi compiaccio di questo tuo trasporto. Pensa quanto sono potenti le parole e i discorsi. Non sei andata molto lontano dalla realtà dei fatti. Io sono nato a Siracusa, una città bellissima che pessimi amministratori, in sequela dagli anni cinquanta, hanno resa quella che è oggi, una città sporca, inquinata, disordinata e fatiscente, una città non vivibile. Negli anni cinquanta le sue bellezze naturali sono state svendute per un pugno di dollari alle industrie chimiche e petrolifere italiane e americane. Pensa che hanno impiantato nel meraviglioso litorale i macchinari dismessi nel Texas e fino al duemila hanno permesso ai petrolieri russi di costruire una pericolosissima raffineria a ridosso della città. Tutto per un pugno di miseri salari e per morire di tumore vario e variopinto a tutte le età. Ma non basta. Il ministro dell’ambiente è stato per tanti anni una donna di Siracusa, ma l’inquinamento e la “munnizza” hanno continuato a dominare e a prosperare insieme all’incuria e all’indolenza. Dicevo che sono nato e abitavo in Ortigia, lo scoglio o l’isoletta su cui era stato costruito il centro storico e ho vissuto quotidianamente tra rovine di templi greci su cui si era insediata la cultura romana, cristiana, araba, normanna, angioina, spagnola, savoiarda italica, un crogiolo di tratti culturali e di dominatori da cui il popolo di Ortigia non si è mai liberato in onore alla sua storica indolenza e accidia: vedi il Gattopardo. Mio padre era profugo dalla Libia ed era impiegato presso la Sovrintendenza alle antichità, il Museo per intenderci. Mi ha imposto di frequentare il Liceo classico, mentre io avrei preferito imparare il mestiere di macellaio dai miei zii o in ultima istanza sarei diventato anche prete pur di sfuggire al suo autoritarismo. Quindi l’Archeologia mi ha seguito ogni giorno e, quando mi affacciavo dal balcone, vedevo i resti del tempio di Apollo e, se andavo in cattedrale, mi trovavo dentro un tempio greco, un “peripteros” per la precisione dedicato ad Athena. Vengo alla tua domanda. L’interpretazione dei sogni è come uno scavo archeologico secondo Freud, perché si riportano alla luce non i resti, ma i vissuti din base della nostra formazione psichica. Poi, se io li descrivo bene, è merito di una buona sensibilità e di tanto esercizio. Comunque, l’allegoria dello scavo archeologico in riguardo al sogno è appropriatissima.

Domanda

Se mi spiega una volta per tutte che cos’è il “fantasma di morte”, giuro che non glielo chiederò più. Del resto fra poco partirà e allora non ci si vedrà.

Risposta

Il “fantasma di morte” si colora in base alla “posizione psichica” che si vive e che si sta elaborando. Nella “posizione orale” ha i colori dell’abbandono e della dipendenza affettiva e l’angoscia è di solitudine: primo anno di vita. Nella “posizione anale” l’angoscia è di frammentazione e il colore è dell’aggressività sadomasochistica all’interno della ricerca dell’autonomia: dal secondo al terzo anno di vita. Questa è una situazione molto delicata e pericolosa per il futuro e bisogna superarla bene perché si sperimenta e s’incamera la possibilità della violenza. Nella “posizione fallico-narcisistica” l’angoscia è di mutilazione e ha i colori dell’auto-gratificazione e dell’esaltazione, nonché dell’isolamento: quattro e cinque anni. Nella “posizione edipica” l’angoscia è di “castrazione” e i colori sono quelli della colpa e dell’espiazione: dal quinto al dodicesimo anno di vita. Nella “posizione genitale” l’angoscia è di perdita depressiva dell’oggetto d’investimento e d’amore con caduta nell’indeterminato psichico. Il colore è quello del riconoscimento dell’altro e si avanti dalla pubertà a vita natural durante. In questa posizione si matura il sentimento d’amore e di cura dell’altro e, se si forma una coppia, bisogna ricordarsi sempre che la “libido genitale” si esercita e si rimpinza sempre, non è una ricchezza che si consuma e finisce e specialmente se ci sono figli. Riflettete gente, riflettete!

Domanda

Quella della bambina era angoscia di perdita dell’affetto dei suoi genitori ed era causata dal fatto che l’avevano mandata in colonia. Invece di divertirsi ha rischiato di ammalarsi di depressione. Ma non le sembra esagerato?

Risposta

Assolutamente no. Hai un’altra spiegazione? La bambina Pulcino ha detto che piangeva senza sapere perché e che dopo lo ha collegato all’angoscia che provava nella colonia al pensiero della sua famiglia e della sua casa. La somatizzazione è stata il pianto e le è andata bene, perché poteva essere più pesante qualora avesse avuto delle lacune psichiche di altro tipo.

Domanda

Mi spieghi questa che non l’ho capita.

Risposta

Metti il caso che le altre “posizioni psichiche” fossero state vissute malamente e ci fossero stati altri traumi, allora la situazione psicofisica della colonia avrebbe scatenato un marasma più intenso.

Domanda

Lei è molto suscettibile e permaloso. Non le si può dire niente che subito si inalbera. O le dico quello che penso o altrimenti andiamo a prendere il cappuccino e la treccia all’uvetta da Ceschin.

Risposta

Ti chiedo scusa. Comunque dopo andiamo in pasticceria, ci mancherebbe altro. Dopo tutta questa scarpinata è il minimo che possa succedere tra me e te.

Domanda

Lei ha parlato di Medicina psicosomatica. Ne so qualcosa anch’io con i problemi che ho sulla pelle e che passano soltanto con il cortisone e soltanto per un giorno. Me la spiega.

Risposta

La pelle è il teatro preferito dai “fantasmi” e della angosce per esibirsi. La psiche trova la pelle a portata di mano e pronta alla necessità di parlare con i sintomi. Ti spiego. Quanto subiamo un trauma o viviamo un’esperienza dolorosa, non potendoci stare dietro con la riflessione, usiamo il “meccanismo psichico di difesa” della “rimozione” e ce ne dimentichiamo. L’energia nervosa che non abbiamo espresso e consumato e che era legata a quel fatto, viene ingoiata e, quando il sistema non ce la fa più a tenerla giù, si somatizza e si scarica su qualche organo e su qualche funzione. Questa scarica non avviene a caso, ma viene colpito l’organo debole o quello che ha una significato simbolico con la qualità del vissuto o del trauma. Tecnicamente: il “ritorno del rimosso” porta alla “formazione di sintomi”. Si passa da un fattore psicologico a un fattore corporeo. Tecnicamente: quando la tensione nervosa è forte, deve in qualche modo scaricarsi e allora abbiamo una “conversione isterica”. E’ tutta salute perché ti consente di continuare a vivere.

Domanda

Bene, ho capito. Ma quanti sono questi disturbi?

Risposta

Bisogna essere cauti nella diagnosi di disturbo psicosomatico, perché spesso concorrono altri fattori in via di scoperta, come i disturbi alimentari e altro, e può essere la punta dell’iceberg di una malattia seria. Del resto, a cosa serve sapere se è psicosomatico? Se passa con il trattamento psicoterapeutico ed è un disturbo che viene dopo tanto stress, vuol dire che era d’origine psichica. Importante che si conoscano le cause e si sappia gestire con il cervello e con la presa di coscienza. Comunque non è soltanto la “razionalizzazione” a risolvere un disturbo psicosomatico, possono essere utilissimi anche gli altri “meccanismi di difesa”. E aggiungo che le cosiddette malattie organiche hanno sempre un concorso psicologico.

Domanda

Lei sta complicando le carte. Si guarisce in tanti modi da un disturbo psicosomatico?

Risposta

Certo, dipende da quali meccanismi di difesa usi. Se usi la “sublimazione” e la tua aggressività la scarichi nello sport o nel volontariato e ti assolvi al meglio, le tensioni decrescono e non riescono a ferire l’organo bersaglio. Il disturbo decresce, ma l’organo resta sempre debole. Altri “meccanismi” ti daranno intanto una remissione del sintomo, ma il problema si evolve e non si risolve del tutto.

Domanda

Mi spiega l’organo debole?

Risposta

L’organo e la funzione che nel corso dell’evoluzione psicofisica sono stati interessati da traumi e hanno risentito di malattie si definiscono per comodità “organo debole” o “organo bersaglio”. Bisogna anche considerare la cultura della famiglia per quanto riguarda la malattia, cultura nel senso degli schemi di interpretazione in vigore nella realtà familiare. Se in casa la mamma ha sempre mal di testa e il papà accusa bronchite a nastro, anche il bambino sarà sensibile a questi disturbi anche se è perfettamente sano. L’organo debole è individuale, ma è anche familiare. Spesso i bambini per non andare a scuola accusano una serie di disturbi che non hanno ma che ben conoscono in famiglia. Per un vantaggio secondario si danno malati e non godono dei vantaggi primari di essere in buona salute. Succede spesso che l’organo debole familiare diventi organo debole individuale non per ereditarietà, ma per trasmissione culturale. Si è sensibili a certi tipi di malattie e non si conoscono altri tipi di disturbi. Si può anche stabilire in una famiglia la scala delle sensibilità d’organo o di funzione. Ripeto, la suggestione e l’immedesimazione, così come il vantaggio secondario, hanno importanza nell’economia psico-culturale del gruppo familiare. In sintesi e dopo questa tiritera ti dico che l’organo debole può essere malato ma può essere sano.

Domanda

Ma la colonia fa così tanto male? E il servizio militare faceva bene o male?

Risposta

Maria, tu sei tanto curiosa e poni domande che meritano un’ampia discussione, ma io mi limito alla sintesi. Il bambino non può essere mandato in colonia senza subire un danno psicologico, un trauma e senza rafforzare un disturbo che magari ha già in famiglia. E’ un’esperienza da non far vivere ai bambini. Dai dieci anni in poi si può favorire l’autonomia e il distacco dalla famiglia per un periodo breve. Anche in questo caso il piano e il progetto devono essere ponderati. Non si può mandare un ragazzino da solo a Londra per tre settimane affidandolo alla hostess di un college. La Psiche viene forzata e il danno si presenta in seguito. Meglio non conoscere la lingua inglese, piuttosto che portarsi dietro fobie e crisi di panico.

Domanda

Ma lei è troppo protettivo.

Risposta

Sicuramente, ma questo mi risulta dal lavoro clinico. Meglio rimandare certe esperienze di distacco e di separazione all’età giovanile. Per quanto riguarda il servizio militare il distacco avveniva all’età di diciotto-venti anni, un periodo della vita in cui si gradisce fare da sé. In Italia il servizio militare coincideva con il primo viaggio fuori regione ed era una opportunità di crescita umana, più che militare.

Domanda

Lei ha fatto il servizio militare?

Risposta
Perbacco e ho girato l’Italia per colpa del “sessantotto” e della contestazione giovanile. Io avevo una laurea in filosofia ed ero ritenuto un rivoluzionario marxista-leninista-maoista già prima di aprir bocca e anche per il fatto che ero barbuto.

Domanda

Tanta carne sul fuoco, come sempre.

Risposta

Eh già.

La canzone adatta al tema della lontananza dagli affetti è una poesia di Paolo Conte, “Azzurro”, degnamente interpretata dall’autore.

IL MIO AMICO GIORDANO

LA LETTERA

“Ciao Salvatore,

sono il bambino Giordano e ho nove anni. La mamma mi ha detto che sei amico dei bambini e di scriverti. Devo dirti che non riesco a dormire perché ho troppi pensieri (compiti, scuola, paura di dormire).

Vorrei che qualcuno dormisse vicino a me, ma non mio fratello. Di solito prendo sonno e dopo mi sveglio senza motivo e non riesco più a dormire. Ho paura che c’è qualcuno giù e che venga su a farmi male.

A me piace sentire la tv accesa perché mi fa addormentare. Sentire i rumori dei canali belli mi tranquillizza. Mi piace sentire la mamma che parla, che manda i messaggi alle sue amiche e manda i messaggi vocali.

Mi piace se alza a tutto volume la tv e quando tira lo sciacquone del bagno. Non prendo sonno quando qualcuno mi fa vedere brutti canali e una volta mi è rimasta impressa una cosa che la nonna mi ha fatto vedere. Adesso voglio che mi si toglie dalla mente questa cosa e prego la mamma di togliermela dalla testa.

Non riesco a dormire perché ho paura. Ieri mi era entrato fumo negli occhi e avevo paura di non poter aprire gli occhi e mio fratello era preoccupato per me.

Quando vado a dormire e non riesco a dormire, ho paura di essere sveglio soltanto io.

Dopo un po che sono sveglio, ho paura che sento i rumori e che entrano i ladri in casa e vengono su a farmi male e a prendermi. Ho paura che vengono su i mostri quando vado a dormire e chiudo gli occhi e mi sento un bruciore e non riesco a dormire.”

LA RISPOSTA

Amico mio Giordano,

ti ringrazio per le belle parole e per avermi regalato le tue paure. Io sono amico dei bambini perché sono cresciuto fuori, ma dentro sono rimasto un piccolo mascalzone. Vedrai che in qualche modo ti spiegherò quello che ti succede e così riuscirai a capire le tue paure e le butterai giù nel cesso tirando lo sciacquone, come fa la mamma ogni sera con tuo grande sollievo. Intanto tu non sei un bambino. A nove anni sei promosso “ragazzo” perché stai crescendo e il tuo corpo e la tua mente sono in evoluzione.

Hai visto quante cose pensi appena vai a letto?

Da sveglio e anche mentre dormi la tua mente e il tuo corpo continuano a lavorare, a sognare e a vivere. I pensieri ci sono sempre perché sei un ragazzo sano, i pensieri sono i tuoi pensieri e li devi amare e curare come fai con il tuo corpo dandogli da mangiare e facendo la doccia. Anche quelli che tu definisci pensieri brutti, il ladro, il mostro, le paure, i canali, sono soltanto pensieri che produci tu con la tua mente e che ti fanno paura soltanto perché pensi che potrebbero realizzarsi. Ma sono l’energia della tua mente, quella che usi anche per fare i compiti e per ragionare con la gente.

A proposito di compiti, devi essere uno scolaro bravo e diligente, devi imparare quello che ti insegnano le maestre e i maestri, ma soprattutto devi essere un buon figlio e imparare dai tuoi genitori e dai tuoi nonni. Più impari e meglio è per la tua vita futura. E’ meglio essere istruito piuttosto che un felice ignorante.

I compiti sono tanti e troppi?

Ce la fai, perché tu non sei una “mammoletta”, sei un ragazzo in gamba, uno che sta crescendo sano e bello, uno che si vuole bene, che non si lamenta e che vuole mettersi sempre alla prova. I compiti non sono il problema e tu non devi confondere le capre con i cavoli, non devi mischiare le tue paure con le azioni che ti servono per diventare “grande” in ogni senso. Allora i compiti e la scuola non devono farti paura semplicemente perché sono parte della tua vita di ragazzo che sta imparando e che sta crescendo. Lo studio non è fatica, è piacere, è la gioia di conoscere te stesso e quello che ti circonda. Come ti dicevo prima, più impari e più potere avrai nella tua vita futura. Devi essere curioso e chiedere, chiedere e ancora chiedere, devi sfruttare tutti gli adulti che ti circondano a cominciare dal papà e dalla mamma.

Passiamo adesso a tuo fratello, quello che non vorresti che dormisse vicino a te e che non può aiutarti a superare le tue paure. E’ vero che tuo fratello non ti può essere d’aiuto perché, diciamoci la verità, tu vorresti la mamma al tuo fianco in quel letto e non il fratello che in qualche modo ti porta via una parte delle attenzioni e dell’affetto dei tuoi genitori, quel fratello che spesso vivi come un rivale e un rompiscatole. In effetti è tuo fratello e ci sta bene anche lui nella famiglia.

Riesci a immaginare la tua casa senza tuo fratello?

Sì, ma per un minuto e mezzo e dopo lo cercheresti come amico, compagno di giochi e complice quando ci si deve difendere dai genitori brontoloni e stanchi e a volte anche distratti. Con tuo fratello puoi e devi soprattutto parlare, regalargli i tuoi pensieri rivestiti delle tue parole.

Sai quanto ti serve e ti fa bene parlare?

Tantissimo, perché ti scarica le tensioni e ti libera dalle paure. E poi, le tue parole sono i regali che tu fai agli altri. Stai però attento a non esagerare e a diventare antipatico. Abbandona quindi il sentimento di rivalità verso tuo fratello e vivilo come un complice, un ragazzo che ha i suoi pensieri e le sue paure, i suoi pregi e i suoi difetti, il tuo unico e irripetibile fratello insomma.

Ma che cos’è la paura di dormire?

Cosa significa il fatto che vado a letto e mi vengono in mente i brutti pensieri?

Facendo i conti all’ingrosso, caro Giordano, tu hai ancora tanto bisogno della mamma, una mamma in carne e ossa, tutta ciccia e tutta massiccia, quella che ti cura e che non ti fa mancare niente, quella che ha anche un altro figlio, quella che deve anche darsi da fare con il papà, quella che va a lavorare e che porta a casa i soldini per non farti mancare niente, quella a cui sei tanto legato e di cui sei quasi innamorato. Questo è il vero problema. Ed ecco che, quando scende la sera e arriva il buio e bisogna andare a dormire, ti viene fuori questo bel sentimento e la vorresti al tuo fianco e tutta per te. Questo è il vero problema da risolvere e non il mostro, il ladro e i brutti canali. Il tuo bel problema è la mamma e, aggiungo, anche il papà. Le tue paure sono queste: “cosa farei io se non avessi la mamma?”, “e se restassi solo?”, “e se mi abbandonassero?”. Ecco che la tua testolina matta allora pensa al ladro, al mostro e alle altre brutte cose.

Così, caro amico mio, come puoi dormire?

Se pensi alle tue paure, ti innervosisci e basta. La soluzione è questa. Non potendo eliminare il pensiero, cambia la paura in qualcosa di bello e di buono. Pensa a quanto sei legato alla mamma, alle sue abitudini, alla casa, alla famiglia, alle tue cose, ai tuoi amici, alle tue amichette, al tuo cane, al tuo gatto e al tuo elefante immaginario. Non dimenticare mai di prenderti cura della mamma e di farla contenta, ma non dimenticare che il papà ha bisogno del tuo affetto anche se è tanto impegnato nel lavoro e lo vedi poco. Cerca di frequentarlo di più e così prenderai da lui quel coraggio e quella sicurezza che adesso ti mancano soltanto perché sei un ragazzo che sta crescendo nel corpo e nella mente. Le paure falle diventare belle, trasformale come un mago in pensieri affettuosi e in fantasie, in sogni da vivere e in progetti da realizzare. Vai a letto con tutta l’allegria della tua giovane età e con tutta la spensieratezza dei tuoi desideri.

Concludo dicendoti che tutto quello che tu stai vivendo, lo vivono tutti i bambini e i ragazzi di questo mondo e senza alcuna distinzione, lo ha vissuto la mamma e il papà, lo abbiamo vissuto tutti e nello stesso modo.

Anche il tuo amico Salvatore è stato un bimbo e un ragazzo pieno di paure e di pensieri. Anch’io ho avuto una mamma bellissima e buonissima. Si chiamava Tita, era figlia di un macellaio ed era tutta ciccia e tutta trippa. Aveva il solo difetto di avere sei figli: Giovanni, Lucia, Franca, Ines, Pia e Salvatore. Io ero il più piccolo. Pensa quanto avrei dovuto soffrire se fossi stato geloso dei miei fratelli, se mi fossi lasciato prendere dal sentimento della rivalità fraterna. Anch’io sono stato innamorato della mia mamma e ho cercato sempre di godermela a più non posso insieme ai miei fratelli. Con loro ho fatto il patto di non lottare anche perché me le avrebbero date di santa ragione. Ti devo confidare che anch’io ho scritto una lettera alla mia mamma Tita nel lontano 1953.

Ti racconto.

C’era stata la guerra e c’era tanta povertà, ma noi bambini eravamo contenti di stare insieme a giocare di giorno nella strada senza macchine e, anche se avevamo tanta fame, bastava non pensarci e l’appetito passava subito. Ma la notte cominciavano i guai. Quelle paure che tu mi hai raccontato le avevo non soltanto io, ma anche tutti i miei compagni. E così ho scritto alla mia mamma Tita e le ho detto che la notte mi spaventavo per i ladri, per gli zingari, per i vecchi senza denti, per le vecchie brutte e anche per i fantasmi di cui raccontava la zia Carmela. Lei prima mi ha rassicurato e consolato, dopo mi ha portato da una vecchietta buona che mi ha spalmato l’olio santo d’oliva nella pancia e ha recitato le sue preghiere in latino. Mia madre l’ha pagata con un pugno di ceci e io sono guarito per sempre.

Ma sai perché?

Non perché credevo a quello che aveva fatto la maga, ma perché ho capito quanto mi voleva bene la mia mamma e quanto desiderava che io stessi bene. Di fronte a tutto questo mare di amore non potevo fare altro che nuotare sicuro e senza annegare. Sono diventato grande a otto anni. Da allora mi sono preso cura della mia mamma e quando avevo dieci lire compravo dieci caramelle di carrubba, cinque per lei e cinque per me. Quando avevo cento lire, compravo un arancino di riso fritto per me e uno per lei e, se avevo duecento lire, compravo un cannolo alla ricotta per me e uno per lei. Poi mi sono avvicinato a mio padre e gli ho chiesto di portarmi con lui allo stadio per la partita di calcio e, tu non ci crederai, quell’anno la squadra del Siracusa ha vinto il campionato di serie C ed è stata promossa in serie B. Pensa che gioia!

E allora, caro amico mio, vedi che stai perdendo tempo con le tue paure?

Vedi che non ti stai godendo la vita, la tua bella persona, la tua mamma, tuo fratello, tuo papà, i nonni e tutte le persone che ti vogliono bene?

E allora, “su con le recie” e “in culo alla balena”!

Mi raccomando di voler bene anche agli animali e alle piante. E se cominci a innamorarti di qualche ragazzina, ricordati che è tutta salute per te e per la mamma.

E sai ancora cosa ti dico?

Per festeggiare la tua vittoria sulle paure, pianta un albero nel terreno del nonno, un melo o un pero o quello che tu vuoi, e così ti vedrai crescere sicuro e sereno insieme a lui. Da parte mia quando andrò in Sicilia, pianterò due ulivi nel mio giardino e li chiamerò Giordano e Gregorio. Come prova manderò la foto alla tua mamma.

Caro Giordano, caro amico mio, questo è il prezzo che bisogna pagare per crescere e per crescere bene. Se adesso tu pensi alle tue paure e a quello che ti ho detto, ti accorgi che le cose più importanti sono volersi bene e voler bene, esprimere sempre le proprie emozioni e i propri sentimenti. Le altre cose sono tutte stronzate. E ricordati sempre che hai avuto un gran “culo” nascendo nella tua famiglia.

Ti voglio bene.

Credimi!

Salvatore

P.S. Ogni tanto qualche parolaccia puoi dirla. Ti fa soltanto bene scaricare i nervi quando immancabilmente arrivano. Stai lontano dal fumo che giustamente fa male agli occhi.

Concludo dicendoti che, quando non riesci a dormire, sveglia pure la mamma e tuo fratello e insieme recitate questa divertente scenetta. Sarà un problema trovare gli asini, ma so che in qualche modo ce la farai.

E se non hai capito bene le parole, ascolta questa versione.

I CINQUE SOGNI DI BICELLA

TRAME DEI SOGNI – CONTENUTI MANIFESTI

PRIMO SOGNO

“Ho sognato di essere in una stanza dalla quale si vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi. E poi pensavo al numero 19 di questo mese che era la ricorrenza di un compleanno.”

SECONDO SOGNO

Ho sognato di essere in una barca e pranzavo lì. Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.

TERZO SOGNO

Ho sognato di essere in una chiesa per un evento. C’era anche mia cugina e qualche prete. Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra. Poi li prendevo. C’era tanta gente.

QUARTO SOGNO

Ho sognato di essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.

QUINTO SOGNO

Ho sognato che partecipavo ad un balletto classico dove c’erano tante ballerine e una musica eccezionale. Alla fine dello spettacolo andavo in campagna da una mia cugina che festeggiava un compleanno. Terminata la cena ritornavo a teatro per un altro spettacolo.

Bicella è il vezzeggiativo di Bice, che a sua volta è l’abbreviativo di Beatrice.

DECODIFICAZIONI – CONTENUTI LATENTI

CONSIDERAZIONI

Questa è un’occasione da non perdere, una contingenza più unica che rara. Bicella mi ha spedito nell’arco di un mese ben cinque sogni e in ossequio alla sua poderosa capacità di sintesi. La brevità delle sue produzioni oniriche si coniuga con l’intensità emotiva e l’abbondanza simbolica, a conferma che la memoria sintetica del sogno non è da meno della memoria analitica. Un sogno breve è privo di resistenze e di remore che si istruiscono naturalmente al risveglio, manca dei camuffamenti intercorsi anche mentre si sogna, non ha pezze giustificative più o meno logiche che ostacolano l’interpretazione. Il sogno breve è tutto là e ti chiede soltanto di prenderlo in amorevole cura e di tradurlo nel linguaggio logico della veglia.

Ma c’è di più.

Per la prima volta nella mia pluriennale ricerca ho la possibilità di comparare i sogni, di tirare fuori lo stato psichico profondo della protagonista, di rilevare cosa persiste e cosa si ripete con immagini e fantasmi diversi ma con simbologia identica o quanto meno attinente. Si tratta di una possibilità eccezionale che mi è offerta per puro caso e senza alcuna deliberazione. Mi ripeto volentieri: effettuare la comparazione di cinque sogni è motivo di entusiasmo e di reverenza, per cui mi calo con timore e tremore, nonché con certosina pietà, nello studio dei “cinque sogni di Bicella”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

PRIMO SOGNO

Ho sognato di essere in una stanza dalla quale si vedeva il mare azzurro e calmo.

Bicella visita la sua parte psichica adibita e abilitata alle relazioni con l’esterno, con la realtà che la circonda, con il mondo fuori di lei ed esibisce in questa benefica apertura la sua sensibilità verso la Natura.

Ma questa scelta di direzione, questa “intenzionalità” della sua coscienza non è ancora tutto.

Ben difesa nella sua “organizzazione psichica reattiva”, ben stabilizzata nella sua struttura evolutiva, consapevole del personale “PsicoSoma”, Bicella esibisce in sogno anche la sua sensibilità introspettiva, nonostante l’apparenza ingannevole di guardare fuori: meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione”. Bicella si guarda dentro e prende consapevolezza del suo “mare azzurro e calmo”, della sua esistenza, della sua vita nel suo essere e nel suo divenire, e ferma un fotogramma del suo “presente psichico”, del suo “breve eterno”: la personale realtà psichica in atto. Il colore “azzurro”, chiara attenuazione del rilassante e soporifero “blu”, attesta di un benefico autocontrollo, a metà tra la vivacità esistenziale del verde e la reattività vitale del giallo. Bicella precisa nel mare “calmo” il giusto controllo della “libido”. Bicella è una donna saggia, “sa di sé” e accetta il suo “status” psicofisico ed esistenziale “azzurro”.

C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.”

Nella sua stabilità psicofisica in atto Bicella rievoca i ricordi del passato, le memorie condensate nelle sue esperienze vissute e necessariamente le riattualizza. Il senso del Tempo che passa, la nostalgia del “già visto” e del “già vissuto” si condensa nei “libri grigi”, i “romanzi”, le storie vissute, le esperienze desiderate e le esperienze fatte. Un velo “grigio” di tristezza avvolge i ricordi e le rievocazioni di un passato che si attualizza in questo “mare” di saggezza e di consapevolezza, in una distesa azzurra e calma. La psicodinamica scorre composta e senza apparente movimento, come nel mare tranquillo che sotto ribolle di correnti armoniche e ben compensate.

E poi pensavo al numero 19 di Gennaio che era la ricorrenza di un compleanno.”

Il ricordo pacato del passato si condensa e precisa in un numero che Bicella fissa e che sa. Il simbolo della “ricorrenza” si associa al ritorno in mente del concreto numero “19”, un dato individuale e significativo per la nostra protagonista. Il Tempo si presenta nella versione circolare e annuncia il ritorno del “compleanno”, la “ricorrenza” di un pensiero e di un ricordo. Il tempo gira su se stesso come in una dolce centrifuga e viene equiparato al ritorno in mente di una persona significativa che ha a che fare con il numero “19”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella esprime la psicodinamica di una nostalgia pacata e ben razionalizzata intorno alle esperienze vissute ed estrae dal suo “già vissuto” una data per lei significativa. Bicella è ben attestata nella sua struttura psicofisica e manifesta una buona “coscienza di sé”. Degna di rilievo è la nota di tristezza inscritta nel colore “grigio” e nell’inesorabilità circolare del Tempo. Bicella è una brava massaia che sa mettere a posto gli oggetti nel suo arredo.

SECONDO SOGNO

Ho sognato di essere in una barca e pranzavo lì. Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.”

Bicella si trova nella situazione esistenziale in atto, nella contingenza della vita che sta vivendo. La “barca” è un simbolo generico femminile e attesta dello strumento di navigazione che usiamo nel mare della Vita. Vale per i maschi e per le femmine, a riprova che il Principio femminile e le Madri sono le depositarie della Specie e dell’amore della Specie: “ontogenesi” e “filogenesi”. La “barca” è l’oggetto protettivo della vita che si eredita dalla Madre e che permette di navigare con una certa sicurezza nel mare dell’esistenza. Bicella dimostra di volersi bene, “pranzavo”, e di non farsi mancare alcunché in questa “posizione psichica” ibrida che include la “libido orale”, la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”: esercizio degli affetti, gratificazione e amor proprio, amore verso l’altro o l’oggetto dell’investimento. Le tre “posizioni psichiche” richiamate hanno in comune la sfera affettiva e l’energia che viene dispensata in modalità diverse. Mi spiego. Appena nati si prende confidenza con l’affettività e la si vive in prima persona, di poi si ama se stessi per portare a maturazione l’investimento affettivo sull’altro, l’oggetto esterno, la persona degna di essere amata.

In tanta mescolanza affettiva e in tanti intrecci relazionali Bicella è “sola”, è in compagnia di se stessa. L’assenza dell’altro induce a stimare l’essere “sola” nello spazio psichico che conchiude la perdita dell’oggetto d’amore e la forzata autonomia. Il “grande silenzio” taglia la testa al toro e fa propendere verso una forma di solitudine legata a un vissuto di perdita in via di “razionalizzazione”. Il “silenzio” è assenza di vitalità affettiva sia nel dare e sia nel ricevere, è simbolo della riduzione degli investimenti di “libido genitale” e dello scambio amoroso, dell’isolamento e della non condivisione, del forzato stato esistenziale di solitudine. “Guardavo” attesta della “presa di coscienza” e della consapevolezza dell’Io sulla situazione esistenziale di cui si diceva in precedenza. Il “mare” è simbolo del vivere e della situazione psicofisica in atto. Bicella sa di sé e della sua vita. La vena di tristezza dei simboli “sola” e “silenzio” trova il suo coronamento nel “tramonto”, la terza età, la fase matura della vita che si avvia inesorabilmente verso la riduzione della vitalità.

PSICODINAMICA

Bicella si vuole particolarmente bene in questo preciso momento della sua vita e in una situazione psicofisica contraddistinta da tristezza per la solitudine e da progressiva perdita della vitalità. La compostezza e la consapevolezza dimostrano un buon uso del prospero meccanismo di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”, nello specifico in riguardo ai vissuti e ai “fantasmi depressivi di perdita”. Ben venga la terza età, se si ha la barca giusta per navigare su un mare ammaliato dal canto lontano delle perfide Sirene. La partenza può attendere.

TERZO SOGNO

Ho sognato di essere in una chiesa per un evento. C‘era anche mia cugina e qualche prete.”

Bicella istruisce il “processo psichico” di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” di fronte a una situazione esistenziale o a un fatto preciso della sua vita: “una chiesa per un evento”. Quest’ultimo non è meglio precisato nella sua sostanza. Si fa accompagnare dalla figura femminile della cugina per rafforzarsi nell’impresa delicata che si accinge a vivere. Il “prete” è una figura maschile in perfetta linea con la “sublimazione”, un alleato e un uomo con cui non è possibile relazionarsi in maniera amorosa, un oggetto tabù per gli investimenti di “libido”. Il “qualche” conferma la genericità della figura. La donna Bicella sublima la sua vita sessuale e si vieta di vivere concretamente la “libido”. La “chiesa” rappresenta simbolicamente il luogo della sofferenza e del dolore all’interno di una cornice permeata dagli esiti depressivi del “fantasma di morte”. La “chiesa” è simbolicamente anche il luogo dell’espiazione dei sensi di colpa.

Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.”

I colori sono ricorrenti nelle brevi trame dei sogni di Bicella. Ritorna l’azzurro e si manifestano il bianco e il verde. Le simbologie dicono che l’azzurro rappresenta il vivere e l’agire composto e ponderato, il “bianco” denota una forma di innocenza e la verginità psichica di un mancato coinvolgimento, il “verde” contiene la vitalità e l’attualità degli investimenti di “libido” in forma ben consapevole. Bicella vive la sua vita dispensando in piena consapevolezza ingenuità, compostezza e intensità: una donna che sa il fatto suo e che si comporta nelle varie evenienze con le modalità che ritiene adeguate. Questi colori e queste caratteristiche riguardano gli “orecchini” e il “ciondolo”.

Che simboli sono?

“L’orecchino” rappresenta la sensibilità femminile e il potere della seduzione, componente fallica come dal mito della nascita di Afrodite. Non manca nella simbologia dell’orecchino il feticismo e la distinzione sociale in una con la pulsione sadomasochistica. Almeno così leggo nel mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici”, ma non è ancora finita perché alla voce “orecchio” leggo “relazione seduttiva e complicità erotica, traslazione della libido genitale” e il tutto va a braccetto con la simbologia dell’orecchino. Ma vediamo quale sorpresa ci riserva il “ciondolo”: condensazione del potere psicofisico maschile, componente altrettanto fallica e traslazione di un tratto psichico genitale.

Vediamo di poter capire per poter spiegare.

Bicella si trova in chiesa e sta sublimando la sua sessualità e il suo potere seduttivo di donna. Si abbiglia dei suoi attributi erotici e sessuali, si manifesta in ambito sociale con modestia e compostezza e usa la discrezione senza eccedere nell’esibizione del potere femminile. L’atto di riporre gli ammennicoli in eccesso dentro “uno scatolino” è l’allegoria del coito perché il recipiente è simbolo della ricettività sessuale femminile. Ma questo rapporto sessuale genitale non si può fare a causa di un processo di perdita, la caduta degli orecchini “a terra”. Bicella ha subito un processo di perdita progressiva del suo potere femminile di seduzione e della sua “libido genitale”. La psicodinamica simbolica dice di una frustrazione della dimensione erotica e sessuale. Niente di eccezionale e di particolarmente scandaloso e semplicemente perché la scena si rappresenta in un teatro psichico contraddistinto da orgogliosa consapevolezza e da elegante signorilità.

Poi li prendevo. C’era tanta gente.”

Il recupero della sua psicodinamica è immediato. Bicella ricompone la sua persona e la sua figura sociale dopo il trauma e assorbe la carica emotiva collegata all’evento critico. La “tanta gente” attesta di una distribuzione e di una condivisione dell’angoscia depressiva di perdita. “Prendevo” equivale a una riassimilazione del ruolo femminile, quello giusto agli occhi degli altri e alla valutazione sociale, sempre secondo il vangelo di Bicella, secondo quello che lei stima socialmente utile e plausibile. Dopo lo sconquasso ben assorbito Bicella si ripropone e si manifesta nella trama di un processo di perdita ben razionalizzato.

PSICODINAMICA

Il breve e intenso sogno di Bicella mostra la psicodinamica di reazione a un evento traumatico che ha messo in discussione la sua entità psicofisica femminile e la sua dimensione sociale. Nel versante erotico e sessuale è presente la “sublimazione della libido” a causa di una frustrazione delle pulsioni e nel versante sociale si manifesta la ricomposizione della persona dopo il trauma. L’evento critico è stato razionalizzato e la condivisione da parte degli altri attesta di una distribuzione dell’angoscia depressiva di perdita.

QUARTO SOGNO

Ho sognato di essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta.”

Bicella si trova nel cammino della sua vita davanti a un bivio, due direzioni possibili che comportano una scelta ponderata e in linea con le sue caratteristiche psichiche. E’ l’allegoria dell’esistenza di cui parlavano e parlano ancora i filosofi e i poeti, nonché la gente comune che s’imbatte nelle mille traversie del quotidiano vivere. “L’aperta campagna” è la metafora dell’indefinito che esige di essere circoscritto per operare una deliberazione a cui far conseguire una decisione. La “campagna aperta” rappresenta la disposizione a vivere e a scegliere una definizione psichica per non cadere nell’evanescente e nel depressivo. Le “due strade” condensano due soluzioni alla problematica esistenziale in atto e in reazione a un evento che ha determinato lo stato psichico di indeterminazione, quello spazio presente che aspira a essere circoscritto. Le “due strade” sono due scelte esistenziali e due soluzioni possibili, due scelte di vita e due possibilità di istruire i migliori “meccanismi di difesa” dall’angoscia, quelli che sono in sintonia con la “organizzazione psichica reattiva” di Bicella. Una possibilità e una soluzione è “larga”, presenta una speditezza e una comodità, oltre che una riduzione di sofferenza. Il “meccanismo di difesa” dall’angoscia “largo” è quello che procura meno dolore e quello maggiormente usato dalla gente e, quindi, quasi normale: la “rimozione” per esempio. Una possibilità e una soluzione è “molto stretta” quando presenta sofferenza e oltrepassa la soglia del dolore e mette a dura prova la tolleranza. Bicella chiede a se stessa una coraggiosa disposizione ad accollarsi le conseguenze di un esito infausto. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia particolarmente indicato a questa pulsione sadomasochistica è “l’annullamento”, la conversione accettabile della carica nervosa in un rito o in un sintomo. Oppure si può ricorrere alla sempre verde “sublimazione” che consente di sentirsi attivi e sempre sul pezzo anche nelle contingenze sfortunate della vita.

Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.”

Bicella sceglie il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, “Io salivo”, e abbraccia la soluzione più dolorosa, la strada “quella stretta”. Si desume che la nostra protagonista si sia trovata disposta a percorrere un cammino angusto e abbia scelto di procedere eroicamente secondo le sue tendenze psichiche e le sue intenzioni mentali. “Arrivata in cima”, dopo aver esperito la “sublimazione della libido”, dopo aver nobilitato le cariche pulsionali in fini accettabili e utili anche al prossimo, Bicella si è accorta che rischiava la depressione ridestando il suo pregresso “fantasma di perdita”: “un burrone”. Bicella ha preso coscienza che si è trovata, di sublimazione in sublimazione, a non avere vie di scampo e soluzioni di progresso nel suo cammino esistenziale. Le strade sono finite, non ci sono più soluzioni all’angoscia, al dolore e alla psicodinamica in atto. L’impossibilità di progredire e di retrocedere è descritta in termini pacati, ma è drammatica. Bicella è costretta ad accettare la realtà dei fatti e a ricercare nuove soluzioni che per il momento non si profilano all’orizzonte. Lo stato di costrizione è pesante dal momento che comporta la coartazione psichica. La “sublimazione” ha funzionato e l’ha portata o a cadere nel burrone dando sfogo alla pulsione depressiva e sadomasochistica o a fermarsi in cima alla ricerca di un altro meccanismo psichico di difesa più idoneo e meno doloroso per il suo stato psichico. Il sogno si conclude in questa attesa e in questa convinzione di non dover regredire ma di accettare il presente, di riflettere su quello che le è successo e che si porta addosso. Bicella non ha più la forza di sublimare generosamente la sua energia vitale, si sta ingiungendo di vivere meglio, di ben usare le sue potenzialità e di tradurle in atto, sta chiedendo a se stessa di accomodarsi comodamente nel suo spazio esistenziale.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella manifesta la psicodinamica della ricerca dei “meccanismi” e dei “processi psichici di difesa” dall’angoscia in riferimento all’evento traumatico non meglio precisato. L’uso della “sublimazione della libido” si mostra esaurito pur nella sua benefica azione, per cui Bicella si imbatte nella possibilità della depressione e nella necessità di evitarla ricercando altre soluzioni di difesa più proficue e meno dolorose.

QUINTO SOGNO

Ho sognato che partecipavo a un balletto classico dove c’erano tante ballerine e una musica eccezionale.”

Bicella fa parte di un gruppo, socializza, sta in mezzo alla gente e si colloca in maniera elegante e con posture antiche e moderne, immortali e classiche, con modalità collettive e universali di fronte alle traversie della vita. Bicella passa dall’isolamento individualistico e dalla superbia di una condizione problematica a fondersi con la gente e a identificarsi anche con le sofferenze comuni. Bicella partecipa, esce fuori dal suo splendido isolamento e si scopre una delle “tante ballerine” che affrontano la musica classica e la “musica eccezionale”, quelle esperienze che capitano a tutte e non tutti i giorni fortunatamente. Bicella stempera le sue angosce e il suo dolore nel “balletto classico”, scarica le sue tensioni nel muoversi in armonia con il mondo e con le altre donne. La similarità di condizione è il presupposto di questa condivisione di atteggiamenti nel cammino della vita.

Alla fine dello spettacolo andavo in campagna da una mia cugina che festeggiava un compleanno.”

Dopo l’esibizione sociale del proprio stato psichico, “spettacolo” compatibile con la difesa della propria intimità, Bicella si avventura negli affetti familiari e nella consolazione e nell’esorcismo del tempo che passa, “un compleanno”. Quest’ultimo ritorna e si manifesta nel rito del festeggiamento amaro dell’ineluttabilità e dell’ineludibilità del trascorrere del Tempo. Dopo aver visto la soluzione armonica del dolore nel ballo classico e nella reazione delle donne, Bicella ricorre agli affetti familiari per dare un senso alla ripresa psichica e alla reazione consapevole al dolore.

Terminata la cena, ritornavo a teatro per un altro spettacolo.”

“La cena” è consumo di “libido orale”, è affettività, è un volersi bene e un voler bene, è famiglia, è identità psichica e sociale, è stare nel gruppo, è difesa naturale dall’angoscia depressiva di solitudine. Bicella trova nella famiglia la panacea ai suoi mali psico-esistenziali e al trauma occorso, trova nei suoi cari e negli affetti antichi la soluzione dello psicodramma e la condivisione del travaglio di una “razionalizzazione della perdita” depressiva. Dopo l’esercizio degli affetti in ambito affidabile e sincero, Bicella può tornare a recitare il suo ruolo nel teatro sociale, a esibirsi in mezzo agli altri in maniera formale, un altro spettacolo” intessuto con le sue caratteristiche personali. Vivere con gli altri è una “catarsi”, una purificazione che fa tanto bene nel non farti sentire un marziano sul pianeta terra. Tra il privato e il pubblico il dolore trova la sua epifania e l’angoscia si condivide e si annacqua volentieri perché questa essenza mortale dell’uomo non è un vino buono. Meglio vivere insieme agli altri e tutti accucciati nelle città. E così la vita va.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella svolge la psicodinamica della consapevolezza di condividere un trauma, di portarlo nella società e di stemperarne l’angoscia condividendola con i familiari secondo le conosciute movenze affettive. Tra privato e pubblico le ferite cercano la loro cicatrice secondo le coordinate di una benefica “razionalizzazione”. La nuova ripresa psicofisica è in via di formulazione e a dispetto del tempo che scorre.

COMPARAZIONE

Bicella è ben attestata nella sua struttura psicofisica e manifesta una buona “coscienza di sé” con una nota di tristezza e un sentimento di pacata nostalgia sul “già vissuto”.

Bicella ricorre all’amor proprio in questo preciso momento della sua vita e in una situazione psicofisica contraddistinta da solitudine e dai “fantasmi depressivi di perdita”.

Bicella reagisce a un evento traumatico che ha messo in discussione la sua entità psicofisica femminile e la sua dimensione sociale. Si serve del processo psichico di difesa della “sublimazione” per ricomporre la sua persona dopo il trauma. L’evento critico è stato razionalizzato e la condivisione da parte degli altri favorisce la distribuzione dell’angoscia depressiva di perdita.

Quando l’uso della “sublimazione” non funziona, Bicella si imbatte nel rischio della depressione e reagisce ricercando altre soluzioni di difesa più proficue e meno dolorose.

Bicella è consapevole del bisogno di condividere il trauma per stemperarne l’angoscia e ricorre ai familiari e alle conosciute movenze affettive. La ripresa psicofisica avviene con una sana e spedita “razionalizzazione” del trauma.

COMMENTO

Per spiegare il meccanismo psichico di difesa della “razionalizzazione del lutto” le interpretazioni dei cinque sogni di Bicella sono gli strumenti opportuni perché evidenziano le modalità psichiche di affrontare, di vivere e di reagire a una perdita significativa. Spesso ho analizzato sogni che riguardavano la “razionalizzazione del lutto” e a quei lavori vi rimando, ma i cinque sogni di Bicella evidenziano il migliore corredo in riguardo all’angoscia, al dolore, alla nostalgia, al rischio di ammalarsi e alla soluzione finale di portare alla consapevolezza il dolore e di inserirlo nella realtà dei fatti.

Come si è ampiamente rilevato, i cinque sogni di Bicella hanno come comune denominatore il vissuto della “perdita”, un tratto psichico distintivo che immancabilmente evoca il “fantasma” incamerato nella primissima infanzia con tutte le turbolenze di allora e ingrossate dalle angosce successive riguardanti le altre perdite inevitabilmente vissute. Viene confermata la tesi che il sogno elabora il materiale psichico in atto e che la Psiche non procede per salti, come la Natura secondo la Filosofia greca. Mi spiego. La Psiche elabora in tempi consistenti e duraturi i vissuti che emergono e la occupano e non riesce a liberarsi del tema e dell’emozione in breve tempo anche se usa un meccanismo di difesa rapido e valido come la “razionalizzazione”. Nel sogno questo materiale si manifesta in maniera simbolica e turbolenta seguendo la dinamica delle libere associazioni, per cui richiama e coagula tutte le esperienze vissute e le esperienze similari che riguardano sempre colui che sogna. Il principio della “intenzionalità della coscienza” esige che la Psiche sia sempre occupata da un contenuto e diretta verso l’elaborazione di quest’ultimo. La Psiche è particolarmente attratta dalla complicazione e dalla complessità piuttosto che dalla semplicità, oltre al fatto che manifesta interesse magnetico verso determinati vissuti per lei degni di analisi. Questo è il “principio dell’intenzionalità della coscienza” elaborato da Brentano, ripreso e approfondito dalla scuola filosofica della “Fenomenologia”. L’assemblaggio dei dati in via di configurazione suscitano l’interesse della Psiche al punto che quest’ultima interviene a complicare eventi e vissuti significativi per l’attenzione e l’attrazione in lei suscitate. La Psiche seleziona i suoi contenuti e sceglie quelli che sono di suo precipuo interesse. Il “principio della intenzionalità della coscienza” è intrigante perché non si conosce bene il funzionamento e non si spiega altrettanto bene il perché delle scelte operate. La teoria dell’associazionismo non soddisfa pienamente, del resto è datata Ottocento e inizia con il “Positivismo” empirico inglese di Stuart Mill e di Spencer. In ogni caso si tratta di magnetismo psichico ispirato e dettato dal principio antico in base al quale “simile simili cognoscitur” o “il simile è conosciuto o si assimila al simile”. E’ un discorso lungo che rimando ad altra occasione. Intanto buona fortuna agli stranieri che approdano sulle coste di Siracusa.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” presenti nel sogno di Bicella si è già detto cammin facendo. Degni di rilievo sono quelli riguardanti i colori “grigio”, “azzurro”, “verde”, “bianco”. Degni di importanza sono “mare”, “libri”, “barca”, “silenzio”, “tramonto”, “chiesa”, “prete”, “orecchini”, “ciondolo”, “scatolino”, “campagna”, “strade”, “stretta”, “larga”, “salivo”, “burrone”, “balletto”, “ballerine”, “compleanno”, “cena”, “teatro”, “spettacolo”. Vista l’abbondanza dei simboli è sorprendente la combinazione logica all’interno del sogno e con le tematiche degli altri sogni, a conferma che la Psiche “non procedit per saltus” come Madre Natura, per cui domani il sole sorgerà a oriente. State pur tranquilli. E così domani sognerete con gli stessi “meccanismi” e con i contenuti psichici che stanno premendo o si stanno azzuffando dentro di voi.

L’archetipo richiamato è la “Vita” in “il mare azzurro e calmo” e in “guardavo il mare”.

Il “fantasma” evidenziato riguarda la “perdita”: “Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.”

Sono presenti le istanze psichiche “Io” o vigilanza della coscienza, “Es” o rappresentazione dell’istinto e pulsione, “Super-Io” o limite e censura.

“Io” è presente in “si vedeva” e in “pensavo” e in “ricordo” e in “guardavo”.

“Es” è presente in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.”.

“Super-Io” è presente in “Poi li prendevo” e in “C’era tanta gente” e in “io salivo in quella stretta”.

I sogni di Bicella presentano in prevalenza la “posizione psichica orale” e la “posizione psichica genitale”: affettività, riconoscimento dell’altro, condivisione e donazione. Fa capolino la “posizione fallico-narcisistica” in “pranzavo”, il giusto amor proprio che è la condizione per amare gli altri, per emergere in pompa magna in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro.”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti e in atto sono la “condensazione” in “mare” e in “barca” e in “ciondolo” e in altro, lo “spostamento” in “chiesa” e in “prete” e in “in cima” e in altro, la “proiezione” in “mare azzurro e calmo”. La “figurabilità” la fa da padrona e crea bellissime allegorie in “si vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.” e in “Guardavo il mare ed era il tramonto.” e in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.” e in “aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.”

I “processi psichici di difesa dall’angoscia in atto sono la “regressione” per quanto riguarda la funzione onirica e qualcosa si desume in “C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.”. La “sublimazione” si evidenzia nettamente in “Io salivo” e qualcosa si desume in “qualche prete” e in “chiesa”.

I sogni di Bicella manifestano un tratto psichico “depressivo” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura evolutiva”, di qualità “orale” e “genitale”: affettività e disposizione psichica all’altro e all’oggetto d’amore senza abdicare all’amor proprio. “Depressivo” si traduce “sensibile alla perdita”.

I sogni di Bicella elaborano le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “barca” e in altro, la “metonimia” o relazione logica in “libri grigi” e in altro. Le “allegorie” abbondano: “essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta.” o allegoria dell’esistenza. “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino,” o allegoria del coito.

La “diagnosi” dice di una progressiva “razionalizzazione” del trauma e di un tratto psichico depressivo in agguato se stimolato da una perdita affettiva.

La “prognosi” impone a Bicella di portare avanti la “razionalizzazione” del trauma e di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita. La vita sociale e l’esercizio dell’affettività sono gli antidoti indicati ed efficaci.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento della “razionalizzazione” e nell’insorgere di una “psiconevrosi depressiva”.

Il “grado di purezza onirico” è “buono”. I cinque sogni di Bicella non hanno subito accomodamenti logici a causa della loro brevità.

Il “resto diurno”, causa scatenante del sogno o “resto notturno”, si attesta nel ricordo del trauma vissuto e subito o in qualche associazione fortuita. In ogni caso, il trauma della perdita e i “fantasmi” ridestati stazionano e sono sensibili a essere proficuamente elaborati in sogno. Capire il sogno è terapeutico proprio perché ti aiuta ad accelerare lo smaltimento delle tensioni legate all’esperienza vissuta, a razionalizzare il lutto, a ricordarlo senza che si scatenino le angosce sulla propria morte e le tensioni dolorose sulla morte altrui.

La “qualità onirica” è cromatica e paesaggistica con una notevole vena esistenziale. Vedi “vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi,” e “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro.” e “Guardavo il mare ed era il tramonto.” e “in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone”.

I cinque sogni di Bicella appartengono alla penultima fase del sonno REM e all’incipit delle successiva fase nonREM. Sono sogni che si fanno dalle “tre” in poi.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione dei seguenti sensi: la “vista” in “si vedeva il mare azzurro e calmo” e in “guardavo il mare ed era il tramonto.”, “l’udito” in “c’era un grande silenzio”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione dei sogni di Bicella è “buono”. Il “grado di fallacia” è “minimo” a causa della brevità e della limpidezza simbolica.

REPETITA IUVANT”

Le ripetizioni aiutano a capire meglio e a scoprire quale tematica è consistente e persiste nelle psicodinamiche di Bicella. Nei cinque sogni si presentano due volte i seguenti simboli: “compleanno”, “mare”, “campagna”, “azzurro”, “spettacolo”. Traduco: “compleanno” o ritorno ciclico del tempo con nota depressiva d’angoscia e tendenza alla ritualità, “mare” o metafora della vita e dell’esistenza, “campagna” o realtà psichica in atto, “azzurro” o vitalità pacata e riflessiva, “spettacolo” o esibizione sociale con difesa. Bicella è presa dalla sua esistenza e dalla sua vitalità, nonché dalle problematiche in atto. Tende a vivere tra la gente e a dare di sé un’immagine adeguata e congrua. E’ particolarmente sensibile alla fuga del tempo. Quello che ancora si può evincere da questi ritorni simbolici sarà aggiunto dall’interessata.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione dei sogni di Bicella è stata visionata da un collega. E’ venuto fuori il seguente dialogo.

Collega

Cinque sogni sono serviti a scoprire cosa?

Vallone

Primo: la Psiche non ha una attività ballerina e discontinua, non salta di palo in frasca in quanto a movimento, è determinata dalla persistenza di determinati contenuti in base alla contingenza dei vissuti e delle evenienze esistenziali. La Psiche non è soggetta a entropia e non confonde i suoi dati. Le attività psichiche non producono disordine, ma ordinano i dati in base al “principio dell’associazionismo”. La Psiche si tutela dal possibile disordine attraverso le attività di entrata e di uscita dei dati, come un lago limpido che ha un emissario e un immissario. Questa è l’allegoria giusta per capire le attività psichiche e la cosiddetta “salute mentale”. Più si invecchia è più il lago dev’essere limpido.

Collega

Buona questa allegoria e buona la teoria. Tu dici che l’attività psichica in sogno è come nella veglia, si svolge in maniera uniforme e con il persistere costante di temi e di tratti personali. In sogno però il linguaggio è simbolico, mentre nella veglia il linguaggio è logico-consequenziale.

Vallone

Hai sintetizzato benissimo. Da svegli non possiamo essere mentalmente ballerini e discontinui nelle attività psichiche, altrimenti rischiamo di essere ricoverati in un padiglione psichiatrico per un grave disturbo di personalità o qualcos’altro di pesante: dico meglio, altrimenti siamo di danno a noi stessi e agli altri. Quella continuità funzionale e quella permanenza dell’identità psichica garantiscono un “Io” in buona salute dinamica. Ma quali contenuti ha la Psiche? Ha gli stessi contenuti che ha in sogno. Da sveglio l’Io sta vivendo ed elaborando quello che poi di notte in sogno traduce in psicodinamiche simboliche.

Collega

Senti, tu predichi sempre di essere chiari e popolari, ma mi sembra che non ci stiamo riuscendo. I discorsi sono astrusi. Proviamo a parlare come mangiamo.

Vallone

Hai proprio ragione. Allora diciamo che noi siamo a livello psicologico sempre pieni della nostra storia, di come abbiamo vissuto noi stessi e gli altri, di come abbiamo interpretato le cose e il mondo attorno a noi. In ogni momento della nostra vita abbiamo dentro ricordi su esperienze vissute che non cambiano in fretta e da un giorno all’altro, ma persistono per un certo tempo in attesa di evolversi ed evolvendosi variano.

Collega

Esempio: se io sto per diventare padre, tirerò fuori i vissuti di mio padre e di figure simili, la mia vita da figlio, la relazione con mia madre e le mie sorelle e anche qualche trauma che immancabilmente si presenta.

Vallone

Nel caso di Bicella la Psiche era piena dell’esperienza di perdita, un lutto, la perdita di una persona amata, e questa angoscia depressiva e questo dolore reale se li è portati dietro da tempo, magari da due anni, il tempo della “razionalizzazione del lutto”, in maniera sempre più stemperata. Tutto questo materiale di giorno viene pensato e diventa oggetto di pianto e di ragione, si dice in gergo “farsene una ragione”, mentre di notte viene sognato ed elaborato con i meccanismi primari. Aggiungo che nell’essere sognato si scaricano tensioni e si può capire meglio cosa abbiamo dentro.

Collega

Bene, adesso è tutto più chiaro. Ma la scoperta in cosa consiste?

Vallone

Più che una scoperta è una conferma. Tu sai benissimo che non si scopre un bel niente, ma che si approfondisce e precisa soltanto il tema e la modalità di funzionamento della Psiche. Bicella è interessata da tempo ai contenuti affettivi ed esistenziali, pur avendo una vita ampia e variopinta. Di nuovo c’è che cinque sogni nello spazio di un mese e coerenti nel tema non li avevo ancora trovati dopo averne analizzati ben duecentoventuno nel “blog” e chissà quanti nella pratica clinica. Il sogno è classico, ma non è ballerino. Tratta la stessa tematica in maniera diversa. Se io nella veglia sono preso da un conflitto e ci penso, immancabilmente la notte lo elaboro. Di nuovo rispetto al passato c’è che non sapevo che per due mesi o sei mesi sognerò quasi sempre la stessa cosa nella sostanza ma non nella forma.

Collega

Si evidenzia una sensibilità depressiva nei cinque sogni di Bicella.

Vallone

Come al solito un evento traumatico tira fuori il passato e in questo caso scatena la sensibilità alla perdita. I sogni dicono che i livelli di tensione sono ben contenuti dalle sponde e che il torrente non è particolarmente rapido. La “razionalizzazione del lutto” è stata salvifica per Bicella e non ha scatenato ulteriore marasma.

Collega

Cos’è e cosa consigli per la depressione?

Vallone

Puoi dirlo tu in sintesi.

Collega

La depressione è una caduta della vitalità degli investimenti di “libido”. La persona si ritrae e non ha la forza di rivolgersi all’esterno, si contrae e in questo modo fa ristagnare le sue buone energie. Queste ultime si ritorcono contro la persona perché non possono stare dentro inutilizzate. Allora a livello mentale abbiamo la “noia” o la patologia del pensiero, non si hanno desideri, non si formulano idee, non si fanno progetti. A livello emotivo si vive il dolore di questa incapacità di agire e di fare e aumenta il rischio che si aggravi e diventi insopportabile. Quando le tensioni superano la soglia di tolleranza, si somatizzano inevitabilmente e beneficamente per consentire la continuazione della vita. Sembra un paradosso, ma i disturbi psicosomatici attestano del buon funzionamento della macchina “psico-soma”. E’ come la reazione della febbre all’azione di un virus o di una malattia.

Vallone

Freud parlò anche di rabbia inespressa per quanto riguarda la depressione.

Collega

Come si cura se si aggrava?

Risposta

Eterno problema. Con la psicoterapia, psicoanalitica e non. Sugli psicofarmaci non mi pronuncio, ma certamente un farmaco non mi cambia i connotati psichici che ho incamerato nell’evoluzione storica e culturale della mia esistenza. La “psiconevrosi depressiva” va curata concretamente stando in mezzo alla gente e rafforzando la propria identità sociale in primo luogo. Di poi afferrando le cause della propria introversione e della difficoltà a esternare e ad aggredire nei giusti modi, della difficoltà a scaricare la tensione e a difendersi dagli immancabili agguati altrui. La “depressione grave o maggiore” abbisogna di essere curata con gli ausili necessari. Aggiungo che la depressione è grave quando è invalidante e impedisce alla persona di vivere anche al minimo consentito dalla psicodinamica in atto. Allora c’è anche il rischio del suicidio.

Vallone

Va bene. Ci fermiamo, ma prima aggiungo che la canzone, scelta per “i cinque sogni di Bicella” e per il tema che tratta, è “Imparerò a volare” cantata da due vecchi poeti e compagni, Guccini e Vecchioni. Il testo è di Roberto Vecchioni ed è dedicato ad Alex Zanardi. Esalta la bellezza del vivere e la grandezza del coraggio di vivere, il gran “culo” che contiene la vita se la sai prendere nel verso giusto a tutte le età e specialmente in quella “anziana”: “io sono un vivente che viene prima di voi”. Bicella sarà contenta di questa scelta. Alla prossima e intanto GRAZIE & GRAZIE e ricordate che “questo venire al mondo è stato un gran colpo di culo”. E allora “buon volo a tutti”!