LA BORSA DI UNA DONNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di avere un appuntamento con due amiche in un caffè della mia città.

Arrivata in anticipo, mi rendo conto, vedendomi riflessa su una vetrina, che sono vestita con abbigliamento che di solito uso per dormire, ma non è un vero e proprio pigiama.

Decido di tornare a casa a cambiarmi, visto che ho tempo e vado verso l’auto (una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).

Il tempo peggiora e apro l’ombrello.

Io riesco a ripararmi, ma nella mia borsa è entrata tanta acqua.

Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto.

Passo sotto un portico di un condominio, convinta di trovare l’auto subito al di fuori di esso, ma non c’è.

Vado in un parcheggio lì vicino, dove entro anche in un giardino tappezzato di tessuto chiaro così come i cani, forse due levrieri, avvolti in questo tessuto (mi pare azzurrino) che li decora con un grande fiocco.

Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto. Intanto la pioggia si fa sempre più intensa.”

Bernie

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ogni sogno ha la sua chiave interpretativa. Se ben si considera la trama, si trova l’elemento dominante attorno al quale si snoda l’intreccio dei simboli, quel cardine attorno al quale girano gli eventi raccontati. Nel sogno di Bernie questo cardine è “nella mia borsa è entrata tanta acqua”. Il completamento del quadro e della psicodinamica è proprio la conclusione: “Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto, nel frattempo la pioggia si fa sempre più intensa.”

Bernie ha ben confezionato il suo sogno immettendovi in maniera ordinata e corretta la sua esperienza di donna che s’imbatte nella maternità. E’ un sogno che elabora la “posizione psichica genitale” della protagonista senza vanagloria e senza struggimento, il desiderio e il rischio di una gravidanza in un periodo ben preciso della sua vita, quando era proprietaria di “(una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).” La stessa Bernie con la sua precisazione colloca temporalmente i contenuti del suo sogno. Si tratta di un’esperienza vissuta nel 2011 dal suo corpo e dalla sua mente, dalla sua “auto” e dalla sua sensibilità, un vissuto ambivalente che ha bisogno di essere ripulito dai sensi di colpa, abbisogna di “catarsi”, come suggerisce la simbologia della pioggia che “si fa sempre più intensa”.

Il sogno di Bernie è ben formulato e ben raccontato, è ricco di simboli e di allegorie, quasi una favola moderna senza tante stranezze, ma con quel qualcosa in più che fa distinguere il sacro dal profano, il privato dal pubblico, il desiderio dal dolore.

Interpretarlo sarà compito gradito alla luce della compostezza simbolica ed emotiva, della linearità narrativa e sentimentale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ho sognato di avere un appuntamento con due amiche in un caffè della mia città.”

Bernie esordisce con la sua vena relazionale e con il suo bisogno di gente, di persone a cui esibire il suo e con cui condividere l’altrui. Le “due amiche” rappresentano la parte relazionale migliore della protagonista, così come il “caffè” rievoca il luogo poetico e creativo dello scambio. La “mia città” è lo spazio protettivo d’investimento delle energie, un luogo ampio che denota la sicurezza con cui Bernie distribuisce e agisce le sue pulsioni sociali. A tutti gli effetti simbolici Bernie ha un incontro ravvicinato del suo tipo con se stessa. È in procinto di tirare fuori dal suo cilindro psichico l’oggetto magico che l’attrae e la cruccia.

Arrivata in anticipo, mi rendo conto, vedendomi riflessa su una vetrina, che sono vestita con abbigliamento che di solito uso per dormire, ma non è un vero e proprio pigiama.”

Bernie è ansiosa e ha la consapevolezza di esibire una “parte psichica” intima e privata secondo una modalità compatibile agli occhi degli altri, alla visione della gente, alla sensibilità della folla. Bernie ricorda un periodo della sua vita in cui si fidava e si affidava al prossimo con spigliatezza e con disinvoltura, un’età in cui le promesse del domani si coniugavano con i desideri e le aspettative aspiravano a concretizzarsi. Bernie si compiace di se sessa, ha coscienza di essere una bella donna e sfodera il suo narcisismo nell’immagine e nei modi di relazionarsi. Ricordo che ci sono dei luoghi, oltre che la casa, in cui è normale esibirsi in in un “quasi pigiama”.

I simboli dicono che c’è ansia nell’arrivare “in anticipo”, che “mi rendo conto” è una funzione dell’Io e attesta di una presa di coscienza, così come alla “posizione psichica narcisistica” appartiene la consapevolezza di “vedendomi riflessa su una vetrina”. Ancora: il “vestita” condensa i modi di trasparire e di apparire, “l’abbigliamento che di solito uso per dormire” dice che si tratta di modalità psichiche molto personali e quasi intime che possono essere esibite perché non sono “un vero e proprio pigiama”.

Decido di tornare a casa a cambiarmi, visto che ho tempo e vado verso l’auto (una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).”

Bernie precisa il tempo della trama rievocata nel sogno. Oltre alla normale “regressione” onirica, abbiamo una “regressione” temporale finalizzata a combinare in parole e in immagini le fila di un discorso già fatto e di un’esperienza già vissuta. Bernie torna indietro nel tempo e si veste dei panni di quel momento della sua vita e s’imbatte, non certo a caso, nella vita intima e sessuale di allora. Interessante è la precisazione vigile del tipo di macchina, “una BMW 5”, e dell’alienazione del bene, “ho venduto nel 2011”, come a dire che Bernie rispetto a quel tempo si è rinnovata nella sostanza e nei modi. Il viaggio a ritroso è iniziato e il sogno trova il materiale psichico da comporre in base alle intensità emotive che contiene. Non resta che seguirlo con diligenza e cortesia.

Analisi della simbologia: “decido” attesta della volitività dell’Io nel deliberare e letteralmente significa “taglio” i fronzoli e vado al sodo, “tornare a casa a cambiarmi” si traduce con “rientro in me stessa e rifletto sulla prossima esibizione delle mie “parti psichiche”, “visto” è una funzione valutativa dell’Io consapevole, ”ho tempo” si traduce “posso e ho potere” secondo una padronanza degli eventi che stanno per emergere, “l’auto” contiene l’apparato sessuale e genitale con i suoi automatismi neurovegetativi. “Vado verso” è il simbolo del principio della “intenzionalità della coscienza” scoperto da Brentano, del fatto che la psiche si dirige sempre verso un “oggetto” ben preciso. Bernie, infatti, sta sognando e spontaneamente e naturalmente si sta dirigendo verso una esperienza importante e formativa della sua vita.

Il tempo peggiora e apro l’ombrello.”

Il sogno si avvia verso la rievocazione di un qualcosa di pesante, per cui è opportuno, se non necessario, difendersi dalle tensioni e dalle emozioni connesse. Bernie si avvia verso il dolore e si tutela con la copertura della sua Mente e del suo Corpo, delle sue idee e delle sue sensazioni. Il breve quadretto è la precisa allegoria dei “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia che istruiamo quando l’equilibrio psicofisico può vacillare: la crisi può arrivare ed è tempo di difendersi dagli eccessi emotivi. Bernie si dispone all’equilibrio migliore possibile nelle condizioni date.

La simbologia attesta che “Il tempo peggiora” traduce l’insorgenza di forti emozioni, così come “apro l’ombrello” rappresenta i “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia. Il prosieguo del sogno ci dirà da cosa inizia a difendersi Bernie.

Io riesco a ripararmi, ma nella mia borsa è entrata tanta acqua.”

Bernie è sana e salva, è integra. Soltanto la sua “borsa” è in crisi. Componiamo i due elementi onirici nei simboli corrispondenti e viene fuori che Bernie ha vissuto un trauma nel suo grembo e nel suo apparato genitale. L’allegoria della gravidanza è perfettamente riprodotta in “nella mia borsa è entrata tanta acqua”. Il “processo primario” offre alla funzione onirica i meccanismi della “condensazione” e della “figurabilità” per rappresentare un dato psicofisico, la gravidanza per l’appunto.

Ma perché Bernie è tanto contrariata dal desiderio di gravidanza o dal fatto che è incinta?

Ma perché Bernie scinde il suo grembo dal resto del suo corpo?

Domande lecite, ma bisogna procedere con garbo per capire.

I simboli dicono che “riesco a ripararmi” attesta della difesa da un pericolo, così come la “borsa” coniuga il grembo femminile e la recettività sessuale, “è entrata” significa fecondazione, “tanta acqua” è simbolo del liquido amniotico e della maternità. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” sta tutto perfettamente dentro a “riesco a ripararmi”. Bernie usa il cervello per non farsi male o per non cadere nelle spire di un’intensa “paura senza oggetto” come l’angoscia.

Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto.”

Bernie ha subito una violenza, ma non una violenza violenta, una violenza legale come quelle domestiche e familiari che tantissimo contraddistinguono i nostri tempi e le relazioni tra un uomo e una donna. Il sogno dice chiaramente che Bernie ha subito un trauma genitale, possibilmente un ingravidamento che esulava dalla sua volontà e dalla sua programmazione. Bernie aveva ben considerato che facendo sesso poteva restare incinta, ma l’eiaculazione e la fecondazione sono avvenute a sua insaputa. Questa è una violenza domestica, ma non basta. Quando è successo il fatto, Bernie era impreparata, non c’era nel coito, non partecipava all’amplesso. Il suo organo sessuale non percepiva e non era in sintonia con il partner.

Vediamo i simboli.

Il “ricordo vagamente” attesta simbolicamente di uno stato sub-liminare della coscienza e di una caduta della vigilanza dell’Io. Quello che è auspicabile nell’amplesso sessuale per approdare all’orgasmo, non è quello che sta vivendo Bernie. Il sogno dice chiaramente di una sua assenza dalla dinamica e di un distacco dal quadro in movimento. “L’auto” rappresenta l’organo sessuale e l’automatismo neurovegetativo, “vagamente” è caduta della vigilanza, “parcheggiata” dice della collocazione e della partecipazione psicofisiche. Il tutto simbolico conferma quanto detto in precedenza.

Passo sotto un portico di un condominio, convinta di trovare l’auto subito al di fuori di esso, ma non c’è.”

Bernie è alla ricerca della sua identità sessuale femminile e istruisce le difese per non incorrere in altri traumi proprio collocandosi in mezzo alla gente. Bernie sa che la folla consente un rafforzamento della propria identità psichica, ma questa operazione, classica dopo un trauma, non funziona.

Vediamo i simboli. Il “portico” rappresenta una difesa psichica e una copertura relazionale. Il “condominio” condensa lo stare insieme e la convivenza sociale. “Convinta di trovare l’auto” attesta della ricerca d’identità psicofisica femminile. “Al di fuori di esso” si traduce senza smarrire la mia individualità. “Non c’è” è la vanificazione della ricerca.

La situazione di Bernie è contraddistinta da una leggera angoscia dell’indistinto e dell’indifferenziato. La donna cerca la sua femminilità e non la trova, per cui si sente nella terra di nessuno: una brutta sensazione.

Vado in un parcheggio lì vicino, dove entro anche in un giardino tappezzato di tessuto chiaro così come i cani, forse due levrieri, avvolti in questo tessuto (mi pare azzurrino) che li decora con un grande fiocco.”

Bernie aggiunge al suo sogno elementi che avvalorano l’interpretazione. “I cani”, avvolti nel tessuto azzurrino e decorati con un grande fiocco, parlano di natalità e chiariscono il suo vissuto di diventare madre. Bernie nel 2011 ha vissuto l’esperienza della maternità in maniera contrastata, rivede la realtà di allora e ne rivive le sensazioni. Questa “regressione” è terapeutica perché è funzionale al recupero di “parti di sé” che in passato Bernie non aveva potuto rielaborare. Il sogno oscilla tra il desiderio di maternità e la realtà di un’esperienza infausta. Il prosieguo chiarirà la vertenza.

I simboli dicono che il “parcheggio” è un’area di sosta per la macchina, un luogo di attesa intriso di intimità. Il “giardino” rappresenta la realtà psichica in atto e in versione bella e ovattata, “tappezzata di tessuto chiaro”. I “cani” indicano la dipendenza psichica. “Avvolti in questo tessuto” conferma la protezione affettiva. Il “fiocco” azzurro è indizio della nascita di due maschietti nella cultura e nei balconi delle case della gente.

Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto. Intanto la pioggia si fa sempre più intensa.”

La difesa della “regressione” non è bastata e non è servita ad attenuare il dolore della maternità contrastata o mancata, del desiderio inappagato o della imposizione subita. Bernie è ai ferri corti con la sua “femmina”, più che con la sua “femminilità”. Non riesce a ritrovarsi nella vita e nella vitalità sessuale. Per il momento l’unica operazione psichica possibile e salutare è quella di alleviare i sensi di colpa, di operare una “catarsi” delle pendenze psichiche a suo carico, di tutto quel materiale che rimprovera a se stessa e alla sua immaturità nel sapersi affermare e imporre.

I simboli attestano di una marcia indietro in “torno indietro” e di una revisione del materiale psichico emerso, di un’incapacità a ritrovarsi a livello sessuale e di un bisogno di riformularsi per andare avanti nella sua vita: “non riesco a trovare la mia auto”. La “pioggia” lava i sensi di colpa che inevitabilmente arrivano e inesorabilmente infieriscono sul problema o sul trauma. “Sempre più intensa” esprime l’intensità del cumulo di colpe da espiare. In ogni caso l’effetto “pioggia” è decisamente salutare e lascia ben sperare per un’efficace presa di coscienza e una robusta ripresa della “razionalizzazione” dei vissuti. Al di là di tutti i traumi e i dolori, si può tranquillamente affermare che l’anno 2011 non è stato fausto per la protagonista del sogno. In questo non si è lontani dal vero.

Nota finale: il sogno di Bernie si chiude con l’effetto psicoterapeutico in atto e in prosieguo e riconferma, qualora ce ne fosse bisogno, quanto il sognare sia benefico e salutare per la nostra vita corrente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bernie svolge in maniera pacata la psicodinamica della maternità contrastata, elabora la “posizione psichica genitale” e si colloca temporalmente in un’esperienza vissuta nel 2011 dal suo corpo e dalla sua mente. Il vissuto viene ripulito dai sensi di colpa da una “catarsi” ben simboleggiata dalla pioggia “sempre più intensa”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto. Il sogno di Bernie ne contiene tantissimi. Degni di nota sono i seguenti: “caffè”, “vetrina”, “abbigliamento”, “auto”, “ombrello”, “borsa”, “acqua”, “auto”, “portico”, “pioggia”.

Non si sono evidenziati “archetipi” o simboli universali in maniera conclamata. La maternità è risolta da Bernie come esperienza personale.

Il sogno di Bernie richiama il “fantasma” dell’identità sessuale in riferimento alla maternità.

Sono presenti le seguenti istanze psichiche: l’Io vigilante e razionale in “vedendomi” e in “mi rendo conto” e in “visto” e in “decido”, l’Es o rappresentazione delle pulsioni in “nella mia borsa è entrata tanta acqua. Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto”. Il “Super-Io” o istanza psichica censoria e limitante non è presente.

Il sogno di Bernie presenta la “posizione psichica fallico-narcisistica” in “riflessa su una vetrina” e la “posizione psichica genitale” in “nella mia borsa è entrata tanta acqua.”

Bernie usa nel sogno i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “caffè” e in “abbigliamento” e in “pioggia” e in “borsa” e in altro, lo “spostamento” in “auto” e in “cani”, la “figurabilità” in “Il tempo peggiora e apro l’ombrello” e in “nella mia borsa è entrata tanta acqua”, la “razionalizzazione” in “riesco a ripararmi”. Il processo psichico di difesa della della “regressione” è manifesto in “Vado in un parcheggio” e in “torno indietro”, oltre che nei limiti della funzione onirica.

Il sogno di Bernie manifesta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a metà tra il “fallico-narcisistica” e il “genitale”.

Le “figure retoriche” elaborate da Bernie nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “pigiama” e in “casa” e in “ombrello” e in “borsa” e in “portico” e in “pioggia”, la “metonimia” o nesso logico in “auto” e in “acqua”. Ricordo le allegorie della gravidanza in “nella mia borsa è entrata tanta acqua” e dei meccanismi psichici di difesa dall’angoscia in “Il tempo peggiora e apro l’ombrello”.

La “diagnosi” dice di una maternità contrastata e di un possibile trauma al riguardo e con recupero dell’identità sessuale femminile.

La “prognosi impone a Bernie di tenere sempre sotto controllo la pulsione alla maternità tramite la “razionalizzazione” e di investire in maniera efficace le energie nell’amor proprio e nel gusto intenso delle proprie azioni e della propria vita.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e in una conversione del contrasto e del trauma in un sintomo psiconevrotico con caduta della qualità della vita e dell’umore.

Il “grado di purezza” del sogno di Bernie è “buono” in quanto la simbologia è vasta e combinata in maniera consequenziale.

La “causa scatenante” del sogno di Bernie può essere un semplice ricordo o una libera associazione.

La “qualità” del sogno di Bernie è il movimento nello spazio.

Il sogno di Bernie può essere stato elaborato durante la seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedendomi riflessa”, ma soprattutto nel movimento in “arrivata” e in “tornare” e in “passo” e in “vado” e in “entro” e in “torno indietro”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Bernie è “buono”. La presenza di tanti simboli ha trovato la giusta interazione.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Bernie è stata sottoposta alla riflessione di una lettrice anonima che di mestiere fa l’avvocato. Sono emerse le seguenti domande e sono conseguite le seguenti risposte.

Domanda

Come immagina Bernie?

Risposta

Bernie è una persona compatta che vive tra la bellezza e l’altruismo.

Domanda

Lei ha fatto riferimento alla violenza domestica sulle donne. Mi spiega meglio?

Risposta

Le violenze sulle donne e sui minori avvengono per il novanta e passa per cento entro le mura domestiche e sono di vario tipo e di varia qualità. E’ violenza psichica dire al proprio figlio che è un cretino ed è violenza fisica dargli una sberla. Ma le due violenze, purtroppo, non sono separabili perché non esiste una violenza nel corpo che non si riverberi nella psiche e viceversa. E’ violenza psichica la prevaricazione tra moglie e marito ed è violenza fisica qualsiasi offesa al corpo. Vale quanto ho detto prima. Tralascio la violenza omicida che colpisce l’universo femminile in questo periodo. Aggiungo che dentro l’alcova spesso si consumano illegalità inaudite e violenze sottili. Nel sogno di Bernie ci può essere una violenza da parte del partner nel rischio di gravidanza causato da un atto inconsulto e deliberatamente personale. Spesso la donna non viene consultata sull’esito finale del coito e viene vissuta culturalmente alla mercé del maschio e trattata come l’oggetto di scarico della sua “libido” e della sua volontà di potenza. Riporto un dato statistico su questo insano costume in Africa, ma la questione è internazionale. Una donna nigeriana partorisce cinque o sei figli se non muore di parto. La relazione tra natalità e produzione dei beni di sopravvivenza è tragica. La prima viaggia in progressione geometrica, la seconda in progressione aritmetica, (moltiplicando o addizionando), per cui la selezione naturale, che è già tremenda con l’alta soglia della mortalità infantile, è inevitabile per mancanza di cibo. Le organizzazioni internazionali stanno insegnando alle donne i metodi contraccettivi, ma devono insegnare soprattutto agli uomini a non disperdere il seme in qualsiasi anfratto. L’invasione del vecchio continente da parte di questa gente è una fuga naturale verso la vita e non si può risolvere con leggi repressive, bensì con politiche di educazione e di sostegno a lungo termine.

Domanda

Sono pienamente d’accordo e aggiungerei che il quadro delle violenze va rivisto dal legislatore e che i codici devono essere aggiornati nei tanti modi di arrecare danno al prossimo. In sostanza, se il mio uomo eiacula nella mia vagina senza il mio consenso, questa è una violenza e soprattutto in prospettiva di una gravidanza indesiderata e di tutto quello che comporta nell’esistenza di una donna. Non a caso le femministe gridavano nel mitico “sessantotto” che “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Si riferivano soprattutto al diritto all’aborto e all’uso di contraccettivi.

Risposta

La rivoluzione culturale del “sessantotto” è stata uno spartiacque tra il passato fascista e il rinnovamento liberale. Non si sono mai valutati abbastanza i benefici effetti che essa ha prodotto nella mentalità della gente. Al di là delle degenerazioni terroristiche, il movimento mondiale del “sessantotto” ha visto l’alleanza tra operai e studenti e ha contribuito a demolire le monolitiche certezze e strutture del passato.

Domanda

Tornando a Bernie, l’anno 2011 è stato un brutto periodo della sua vita.

Risposta

Il 2011 è stato un momento di transizione tra la donna ancora adolescente nella mentalità e la donna che si impegnava socialmente con una convivenza o con un matrimonio e che portava in evoluzione le sue potenzialità. Credo che sia stato un anno formativo e di svolta. Ogni male non viene per nuocere. Tutto si evolve e non si può restringere in categorie morali.

Domanda

In quale luogo si può indossare il pigiama senza stridore?

Risposta

In ospedale non fa alcuno stridore. Forse Bernie ha rievocato questo tipo di esperienza. Spesso nei sogni ricorrono queste situazioni di grande preoccupazione e il sognarle ha un effetto psicoterapeutico doppio: scarica le tensioni congelate e, se il sogno viene interpretato e capito, aiuta la “razionalizzazione” del trauma.

Domanda

Interessante, ma ci vuole uno specialista del sogno per farlo funzionare al cento per cento, uno come lei che ci sa fare nel settore. Appartiene a una scuola o ha fondato una scuola per caso?

Risposta

Risposte negative: non appartengo a niente e a nessuno, non potrei essere fondatore di alcunché semplicemente perché i fondamenti teorici della mia modalità interpretativa non sono miei. Io ho rielaborato parte del “Sapere” psicoanalitico in riferimento al sogno e l’ho applicato secondo una griglia che, nello spazio di tre anni e soprattutto grazie al contributo dei marinai che mi hanno mandato i loro sogni, ho approfondito e aggiustato al meglio. Niente di originale nel mio lavoro, tutto è stato detto. Io sono un eclettico che ha messo insieme, sempre in riguardo al fenomeno onirico, un quadro teorico e pratico che era congeniale alla mia formazione.

Domanda

Mi racconta qualcosa della sua formazione?

Risposta

Negli anni settanta, quando la facoltà di Psicologia sfornava i primi psicologi, eravamo un pugno di amici che studiavano a Milano l’ipnositerapia e l’ipnosi fantasmatica con il benamato Giammario Balzarini, il fondatore della prima scuola di psicoterapia psicologica in quel di Cremona. Ci siamo ritrovati per quattro indimenticabili e proficui anni e ci siamo formati sui fantasmi e sul loro significato: Analisi immaginativa. Il resto è venuto da sé. Giammario ci ha lasciati, ma i suoi allievi hanno portato avanti la scuola. In quel periodo ho avuto la possibilità di avere come docenti psicoanalisti del calibro di Carlo Ravasini e Diego Napolitani, nonché la Mirella Novelli Curi che oltre a sapere le teorie, sapeva anche insegnare da dio.

Domanda

Il suo lavoro sul blog è assolutamente gratuito?

Risposta

Assolutamente e, come ho scritto, io restituisco tutto quello che ho ricevuto dalla gente in termini di conoscenze della psiche. Posso affermare che tra la pratica e la grammatica, tra le teorie psicologiche e la psicoterapia io preferisco la seconda e semplicemente perché ho imparato sul campo tutto quello che non c’era sui libri o che non avevo letto.

Domanda

So che si definisce poeta contadino.

Risposta

Io sono fondamentalmente contadino e coltivo i miei alberi in Sicilia durante la buona stagione. D’inverno torno nel laborioso e civile Veneto che mi ha ospitato dal 1973. In tutte le stagioni e ogni sabato immancabilmente pubblico un articolo sul blog. Attualmente gli archivi contengono 215 interpretazioni di sogni che dimostrano anche l’evoluzione della teoria e della pratica. Più che poeta, sono uno scrittore di cose psicologiche.

Domanda

Quale canzone ha scelto per il sogno di Bernie?

Risposta

La scelta è obbligata: “la borsa di una donna” cantata dalla voce originale di Noemi. Il testo è particolarmente bello nella sua semplicità ed è scritto a più mani da uomini. Non mi dilungo e ve lo propongo. Alla prossima e grazie mille e ancora mille.

IL NEGOZIO DI SCARPE

I

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in una stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe.

Mi diceva “entra e guarda quello che vuoi”.

Io entravo e in un locale, una specie di salotto, c’era una donna di mezza età.

Mi diceva “vieni di sopra con me che ti faccio vedere l’altra parte del negozio”.

Poi voleva che facessi l’amore con lei, ma, anche se era bella, non la trovavo attraente e non lo facevo.

Poi mi sono svegliato.”

Mi preme dirle che la sera prima di fare il sogno avevo deciso di andare in un negozio di scarpe particolare che al suo interno è strutturato un po’ come un labirinto.

Grazie per l’attenzione.

Lucio.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Degna d’immediata nota è la comunicazione finale di Lucio sulla possibile causa scatenante del sogno, il “resto diurno” come lo chiamava Freud, quel particolare che nel giorno precedente ci colpisce e che di notte evoca la psicodinamica emersa dalla dimensione profonda, non necessariamente inconscia, e che è pronta a essere elaborata poeticamente dai “meccanismi” del “processo primario”.

Questo è il tragitto psichico del sogno.

Il “resto diurno” di Lucio è la decisione di andare nel “negozio di scarpe che al suo interno è strutturato un po’ come un labirinto”. Su questa architettura Lucio costruisce la trama del sogno e sviluppa simbolicamente la psicodinamica latente approfittando dello stimolo reale delle “scarpe” per farla emergere. In sostanza e in maniera semplice Lucio svolge la sua relazione con l’universo femminile, approfittando del negozio di scarpe che è in procinto di visitare per reale necessità, e senza trascurare l’universo maschile. Lucio svolge la sua naturale “posizione psichica edipica” con tanto di padre e tanto di madre, con tanto di conflitto e tanto di riconoscimento nei riguardi di queste enigmatiche figure.

Un grazie di cuore va a Lucio perché ha suggerito a sua insaputa il “resto diurno”, confermando le teorie freudiane e rafforzando la convinzione che lo stimolo diurno produce una risposta notturna e che i “processi primari” colgono al volo la simbologia giusta, le “scarpe” nel nostro caso, per sviluppare la relazione e la disposizione sessuale verso le donne. Non si tratta di pure coincidenze, ma di processi consequenziali di ordine logico simbolico: la “Logica dei simboli” che è diversa e non opposta alla “Logica della Ragione”, il “processo primario” e il “processo secondario”, la Fantasia e la Mente autocosciente, l’Arte e la Scienza. La “Logica dei simboli viene prima della “Logica della Ragione”, come ha insegnato il buon Giambattista Vico nella sua “Scienza nuova” e come ha ribattuto Fromm nel “Linguaggio dimenticato”.

Meraviglia della Psiche secondo Freud o della Mente autocosciente secondo Eccles!

Dopo questa premessa teorica ritorniamo al sogno di Lucio e al suo ricco “negozio di scarpe”. Il prodotto psichico è perfetto per spiegare in maniera chiara e lineare la “posizione psichica edipica”, la relazione conflittuale che il bambino vive sin dai tre anni nei riguardi dei genitori e che porterà avanti con vicende alterne fino all’adolescenza. Il sogno di Lucio è notevole ed esemplare per la sua bontà di formulazione e per la sua lineare chiarezza.

Grazie Lucio per il fatto che sogni forte e chiaro!

Non mi resta che ricambiare la tua generosità.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe.”

Lucio esordisce bambino con tutta la sua ammirazione verso il padre, un uomo forte e capace agli occhi del figlio e un uomo vissuto come un cultore dell’universo psicofisico femminile, nello specifico un uomo che apprezza proprio le bellezze intime delle donne, quasi un brillante e fascinoso seduttore. Questa immagine è molto bella, un’allucinazione poetica, una visione fantastica, una sintesi degna della creatività di un adulto che risveglia il suo essere stato bambino. Questa scena si ripresenta in sogno a Lucio, un figlio che ha gelosamente conservato e custodito l’immagine altolocata e fortemente maschile del padre.

Vediamo la simbologia.

La “stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe” è l’allegoria della “posizione psichica genitale”, la disposizione all’investimento di “libido” che Lucio ha vissuto in sogno nei riguardi del padre, il “fantasma” del padre nella “parte positiva” del buon seduttore.

La “stanza” rappresenta quella parte della “casa psichica”, della “organizzazione psichica reattiva” o della “struttura psichica evolutiva” di Lucio e condensa il sistema delle relazioni e le modalità sociali, il luogo psichico dove si concepiscono gli investimenti di “libido” verso l’oggetto esterno, le donne in questo caso.

“L’uomo” rappresenta la figura paterna alla luce delle esperienze relazionali e del senso del possesso che Lucio gli attribuisce nei suoi vissuti. Quest’uomo poteva anche essere la “proiezione” dello stesso Lucio che in sogno manifesta i suoi desideri seduttivi e che per continuare a dormire si trasla in una generica figura. Non dimentichiamo che “il sogno è il guardiano del sonno”, come diceva il grande vecchio di Vienna. Ma non è così. Ci può anche stare che Lucio ha bisogno di difendersi dall’angoscia di avere una specifica attrazione verso le donne e una disposizione psicofisica verso la seduzione, un “tratto genitale” che appartiene naturalmente alla “posizione psichica” omonima e che Lucio sicuramente possiede. Ma la parola “aveva” ha decisamente disposto verso la “posizione edipica”, quei vissuti conflittuali di Lucio bambino nei riguardi dei suoi genitori. Particolare influenza ha in questa mia propensione interpretativa la figura femminile chiaramente materna che compare nel prosieguo del sogno e le classiche fantasie che ogni bambino elabora nei riguardi della madre, quelle mire espansionistiche che poi si dirigono verso le altre donne, quelle giuste e adatte a lui.

“Un mucchio di scarpe” contiene ed esprime la predilezione non solo verso l’universo psicofisico femminile, ma soprattutto verso le donne in carne e ossa. La “scarpa” è il classico simbolo delle recettività sessuale femminile, la vagina nello specifico con annessi e connessi. Se poi le scarpe sono “un mucchio” si evidenzia la disposizione al corteggiamento e alla seduzione. Si può affermare che Lucio ha vissuto il padre come una persona di potere nelle tendenze e nei desideri. Di questa dote è rimasto colpito e l’ha tenuta in grande considerazione per la sua formazione psichica. Il “mucchio” rappresenta l’abbondanza e la prosperità, così come “aveva” condensa una pulsione “anale” di accaparramento e un bisogno di sicurezza.

Mi diceva “entra e guarda quello che vuoi”.

E’ cosa degna e giusta che il padre rassicuri il figlio sulle insidie della pulsione e della propensione verso le donne, della pulsione e del desiderio in riguardo alla sessualità, “posizione psichica genitale”. Lucio dice in sogno a se stesso quello che il padre gli ha insegnato secondo il suo vangelo, i suoi vissuti di figlio. Lucio rievoca in sogno il tempo dell’adolescenza quando prendeva coscienza di sé e maturava dietro la spinta degli ormoni la consapevolezza dell’attrazione fisica verso la donna. Il padre è anche un buon maestro e instilla nel figlio i presupposti educativi di un buon narcisismo e di una buona autostima. Lucio grazie all’esempio paterno si vive bene nella visione di tanto benessere e di tante opportunità. Lucio si dice in sogno tramite il padre: “hai tante doti e capacità, sii sicuro, sii aggressivo e decidi di far tuo quello che desideri”. Lucio per il momento ha esibito in sogno, sempre tramite il padre, le sue tendenze sessuali e i suoi desideri in riguardo alle donne. “Se son rose, fioriranno”, diceva mia madre in attesa della fausta concretezza degli eventi.

Il simbolo del “mi diceva” attesta dell’amor proprio e del volersi bene tramite i doni delle parole del padre. In effetti, si tratta di regali fatti da Lucio a se stesso, un rafforzamento della sua convinzione e una sana istigazione all’azione. Si manifesta l’istanza psichica vigilante e razionale “Io” insieme al “principio di realtà” e in evoluzione necessaria del “principio del piacere”.

“Entra” contiene la carica aggressiva necessaria per agire e ottenere un risultato, è il simbolo dell’investimento di “libido” che esige consapevolezza e iniziativa. Non è estranea al simbolo la deflorazione suadente e la penetrazione sessuale.

“Guarda” si traduce “prendi coscienza” dei tuoi desideri e valuta le tue pulsioni e i tuoi bisogni alla luce della realtà. Si tratta della funzione vigilante e razionale dell’istanza psichica “Io”. Tutta questa magnifica psicodinamica viene attribuita in sogno al padre: “pater et magister”, quello che ha sempre desiderato il figlio insieme a tutti i figli del mondo, il desiderio universale di avere anche un maestro nel padre.

Io entravo e in un locale, una specie di salotto, c’era una donna di mezza età.”

Ed ecco che la “scarpa” si fa donna, “una donna di mezza età”, e si presenta tra gli uomini con la sua carta d’identità. Dopo il padre arriva la madre. Come nella più ardita prestidigitazione abilmente e magicamente esce la carta giusta dal mazzo, pardon, come nella più ardita simbologia esce la “scarpa” giusta dal “mucchio delle scarpe”. Chiedo ancora perdono: come nelle più ardite psicodinamiche esce la donna giusta tra le tante altre donne: “una donna di mezza età”, la madre secondo il vangelo edipico del bambino.

Dentro di Lucio, “entravo in un locale”, nella sua parte intima e privata c’è mirabilmente l’immagine della sua donna ideale e l’oggetto del suo desiderio sessuale.

Questa è la carta d’identità e questa è la “scarpa” agognata!

Ci si aspettava una procace ballerina del “Moulin rouge” e dal cilindro del prestigiatore è venuta fuori “una donna di mezza età”. Nulla contro questo tipo di donne, tutt’altro, ma l’enfasi della costruzione precedente prospettava ben altro. Bontà e bellezza dei meccanismi del “processo primario” e della Fantasia allucinatoria che costruiscono il sogno con un’abilità drammatica che Lucio non immaginava di avere.

Vediamo i simboli in completamento di tanta bellezza.

“Io entravo in un locale” equivale a “io prendevo coscienza di un mio tratto psichico caratteristico”.

“Una specie di salotto” si traduce in “la mia sfera sociale e relazionale”, il luogo della confidenza e della comunione.

“Una donna di mezza età” fa il pari con l’uomo di mezza età, il padre di Lucio, un uomo cresciuto e navigato e che conosce bene le “scarpe” e i negozi di calzature. Adesso si tratta della donna adatta a lui bambino e della figura di donna che intriga l’uomo adulto. In ogni caso, la simbologia vuole che tale tipo di donna sia particolarmente seduttiva e abile nelle arti erotiche in grazie alle sue esperienze nel settore calzaturiero. Lucio rispolvera in pieno e alla grande il suo dolce travaglio edipico in riguardo alla figura materna.

Mi diceva “vieni di sopra con me che ti faccio vedere l’altra parte del negozio”.

“Come volevasi dimostrare” diceva orgoglioso l’insegnante di matematica alle prese con il teorema di Pitagora in pieno accordo con il collega di filosofia in riguardo al teorema di Edipo. Ecco che arriva puntuale la seduzione della donna, anzi, della madre. Lucio rievoca il suo bisogno e il suo desiderio di essere sedotto dalla madre al fine di crescere anche in questo oscuro settore pieno di tabù. Ammiccante “la donna di mezza età”, la madre, invita il figlio a prendere coscienza dell’altra faccia della medaglia, la sessualità, la “libido genitale” in pieno superamento evolutivo della “libido narcisistica”. Lucio non sa che farsene delle sue auto-gratificazioni, Lucio è cresciuto e vuole concretamente relazionarsi con una donna al fine di adempiere l’atto finale di uno psicodramma dolce e garbato. Questa donna è “maieutica”, aiuta Lucio a conoscere e a “sapere di sé”. Meglio: Lucio ha tanta voglia di conoscersi e di “sapere di sé” per cui proietta nella “donna di mezza età” il suo bisogno e il suo desiderio: “grazie mamma” e non “grazie zia”. Lucio si chiede ancora “chi meglio di mia madre mi può introdurre nei misteri magici dell’Eros?”

Vediamo i simboli dopo tanto peregrinare.

“Mi diceva” equivale a “mi dicevo”, mi regalavo parole e prese di coscienza introduttive alla messa in atto della “libido genitale” dopo quella “narcisistica” e in superamento della “posizione edipica”.

“Vieni di sopra con me” può essere l’allegoria della “sublimazione della libido” e può essere anche “l’allegoria del coito”, vieni sopra di me. E’ la semplice questione semantica di un “con”, un “insieme a me” che è denso di fascino e di ambigue promesse. E’ anche l’invito della donna libera o della geisha o della sacerdotessa del tempio di Demetra che aiuta il maschio pellegrino ad aprirsi ai misteri dell’erotismo e della sessualità.

“Ti faccio vedere” equivale semplicemente a prendo consapevolezza. Del resto, il sogno è di Lucio e tutto gli appartiene.

“L’altra parte del negozio di scarpe” esprime simbolicamente il superamento di un blocco psichico o di una serie di esperienze non vissute sempre in riguardo alla vita sessuale e alle donne. La “donna di mezza età” è, come si diceva in precedenza, “maieutica” e gli mostra l’altra faccia della luna, in onore alla simbologia femminile di quest’ultima. Lucio si è ben distribuito e sistemato in questo sogno. In poche righe ha sciorinato la sua conflittualità e il suo desiderio, la sua seduzione e la seduzione altrui. Inoltre, costruisce in immagine e con il linguaggio un quadro di ammiccamenti e una serie di doppi sensi degni di un poeta dell’Ottocento o del grande Baudelaire.

Poi voleva che facessi l’amore con lei, ma, anche se era bella, non la trovavo attraente e non lo facevo.”

Ecco l’altra parte della luna proiettata dal figlio alla madre, da Lucio alla “donna di mezza età”, la “libido genitale”, il fare l’amore. Il meccanismo di difesa della “proiezione” è evidente in questa scena della madre incestuosa che seduce il figlio come una nobile sgualdrina del quartiere a luci rosse dell’isola di Malta. Lucio si difende dall’angoscia dell’incesto, dall’angoscia di aver pensato e desiderato la madre in carne e ossa come bottino di caccia e in pieno conflitto con il padre. Lucio ha richiesto per sé la madre come educatrice anche alla vita sessuale. Il bambino e soprattutto l’adolescente si è chiesto il perché di una serie di divieti imposti alla vitalità intima e sessuale nella sua famiglia. I tabù sono talmente tanti che lui stesso in sogno se li pone: “non lo facevo”. Lucio si astiene dall’intrattenersi sessualmente con la sua seduttrice “anche se era bella”.

Quale divieto atavico?

L’incesto!

E’ sorprendente, so di ripetermi, la bellezza poetica con cui Lucio elabora la psicodinamica dell’incesto mettendo in croce quattro parole. La semplicità popolare e popolana del linguaggio colpisce in questo quadretto così denso di significati ancestrali che risalgono al tempo in cui l’uomo realizza la sua essenza sociale e regolamenta la vita sessuale e la procreazione sotto la spinta evolutiva dell’amore della Specie: “zoon politikon”. A tal uopo per approfondire leggete nel blog la sezione “Totem e tabù”, l’analisi dell’opera di Freud sul tema.

Passiamo ai simboli senza sciupare tanta carica di bellezza.

“Voleva” è la “proiezione” sulla madre della “libido genitale” del figlio e si traduce in una pulsione e in una emozione, la volontà più neurovegetativa che razionale.

“Facessi l’amore” si traduce esercizio della “libido genitale” e della “posizione psichica genitale” con una accentuata connotazione affettiva e non con un fatto brutale e meccanico.

“Lei” condensa l’altolocazione e il riconoscimento dell’altro e nel caso specifico la dimensione psicofisica della donna.

“Bella” rappresenta simbolicamente la cospirazione delle parti e l’esito dell’armonia psicofisica. La vera bellezza non è mai soltanto un fatto fisico.

“Attraente” contiene la carica della pulsione e della seduzione. Siamo nell’ambito decisamente fascinoso del sistema neurovegetativo.

“Non lo facevo” è il diniego dell’azione sotto la spinta impositiva dell’istanza censoria e limitante del “Super-Io”, l’introiezione del padre e dei suoi divieti. L’insegnamento paterno è stato ben assimilato da Lucio.

Poi mi sono svegliato.”

Effettivamente il sogno di Lucio non poteva continuare, non per l’angoscia ma per la bellezza. Il proseguire avrebbe sciupato l’armonia estetica della sequenza delle immagini e della formulazione linguistica.

Il sogno deve finire qui semplicemente perché Lucio è del tutto consapevole dell’importanza dei suoi genitori e delle esperienze vissute con loro.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lucio sviluppa la psicodinamica della “posizione edipica”. La conflittualità è composta e risolta nei termini più incisivi che riguardano la sessualità maschile intenzionata al femminile: “pater et magister” e “mater et magistra”. La psicodinamica di Lucio vede il padre che orienta e rassicura il figlio sulla seduzione e sulla sessualità e vede la madre che seduce e alletta evocando il tabù, più che l’angoscia, dell’incesto e l’azione censoria del “Super-Io”. La trama del sogno illustra in termini poetici e sintetici l’essenzialità della relazione con il padre e con la madre al fine di acquisire la giusta identità maschile e il giusto investimento di “libido” in riguardo alle donne.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati trattati nel corso dell’interpretazione e i principali sono la “stanza”, le “scarpe”, il “salotto”, la “donna”, “l’uomo”, “vedere”, “fare l’amore”, il “negozio”.

Il sogno di Lucio richiama gli archetipi del “Padre” e della “Madre”.

Il “fantasma” evocato è quello “edipico”, il “fantasma del padre” nella “parte positiva” e il “fantasma della madre” nella “parte negativa”.

Il sogno di Lucio vede in attività l’istanza “Es” o rappresentazione dell’istinto in “un mucchio di scarpe” e in “vieni sopra con me” e in “voleva che facessi l’amore con lei”, l’istanza “Io” o vigilanza razionale in “guarda”, l’istanza “Super-Io” limitante e censoria in “non lo facevo”.

Il sogno di Lucio verte ed esalta la “posizione psichica edipica”, conflittualità evolutiva con i genitori, ma non trascura la “posizione psichica genitale” nella seduzione e nella condivisione sessuale con le donne.

Lucio usa in sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”: la “condensazione” in “scarpe”, lo “spostamento” in “uomo” e in “donna”, la “proiezione” in voleva che facessi l’amore”, la “regressione” funzionale all’attività onirica.

Il sogno di Lucio contiene un forte tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. Dalla risoluzione della conflittualità con i genitori Lucio ha maturato una forte spinta a investire la “libido” sulle donne e una decisa identificazione nel ruolo maschile del padre. Seduzione e sessualità vanno a braccetto nel “personaggio” Lucio.

Il sogno di Lucio evidenzia le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “scarpa”, la “metonimia” o nesso logico in “salotto” e in “entra” e in “guarda” e in “vuoi”. La “stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe” è l’allegoria della “posizione psichica genitale”.

La “diagnosi” dice di una risoluzione ottimale della “posizione edipica” in stretto riferimento all’identificazione nella figura paterna e alla razionalizzazione dell’incesto e dell’angoscia collegata. Lucio si identifica nel padre e supera il desiderio sessuale nei riguardi della madre.

La “prognosi” impone a Lucio di coltivare la sua bella e buona e giusta relazione con l’universo femminile e di rafforzare l’eredità dei suoi genitori ossia la presa di coscienza della sua disposizione estetica ed etica verso l’universo psichico femminile.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”, secondo il dettame clinico freudiano, legata a un improbabile “ritorno del rimosso” in riguardo alla relazione con i genitori: psiconevrosi isterica, fobico, ossessiva, d’angoscia.

Il “grado di purezza” del sogno di Lucio è “buono” perché propende decisamente verso il registro simbolico. I riferimenti alla realtà confermano la dominanza dei “meccanismi del processo primario”.

La “causa scatenante” del sogno è stata individuata da Lucio in “Mi preme dirle che la sera prima di fare il sogno avevo deciso di andare in un negozio di scarpe particolare che al suo interno è strutturato un po’ come un labirinto.”

La “qualità onirica” si attesta nel simbolismo.

Il sogno di Lucio si è svolto possibilmente tra la fine della seconda fase nonREM e l’inizio della fase REM collegata. Il sogno non presenta intemperanze nervose anche se la tematica è particolarmente audace, ma la copertura simbolica ha permesso a Lucio di continuare a dormire e di non agitarsi oltremodo.

Il “fattore allucinatorio” vede il senso dell’udito in “Mi diceva:entra e prendi quello che vuoi” e in “Mi diceva “vieni di sopra con me che ti faccio vedere l’altra parte del negozio”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lucio è “buona” alla luce della chiara simbologia. Il “grado di fallacia” è di conseguenza “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Lucio è stata visionata da una collega anonima. Sono emerse le seguenti domande e risposte.

Domanda

Lei non è convinto dell’esistenza dell’Inconscio. Mi pare di capire questo tra le righe delle Considerazioni quando dice “non necessariamente inconscia” a proposito della causa scatenante del sogno.

Risposta

La teoria di Freud sul “resto diurno” è confermata, ma la teoria della dimensione psichica inconscia è difficile da accettare perché i filosofi giustamente hanno obiettato che ciò che non cade nell’ambito della coscienza non esiste. E’ ammissibile che si possono dimenticare i vissuti particolarmente traumatici, per cui è necessaria una dimensione dove vengono relegati, un “Profondo psichico”, ma ciò che è inconsapevole per definizione ha licenza di esistere come tale. Freud elaborò l’Inconscio in giustificazione del meccanismo di difesa della “rimozione” durante le sue collaborazioni con Breuer sul caso di Anna O. e rafforzò la sua teoria con le lezioni di Charcot sull’Ipnositerapia. Gli “Studi sull’isteria” furono il risultato concreto di quel periodo pioneristico. Ritornando alla teoria, si diceva che ciò che non cade nello spazio della coscienza può non esistere per il momento, ma può emergere se è relegato o incarcerato nella dimensione psichica profonda dai tanti “meccanismi di difesa” dall’angoscia; il “Subconscio” può bastare. Si diceva ancora che un qualsiasi stimolo può riportare il materiale psichico rimosso alla coscienza sotto forma di sogno o di sintomo o di ricordo, tutti e tre pronti per essere razionalizzati. La dimensione psichica “Inconscio” contiene qualcosa di magico e di esoterico. Il “Subconscio”, una zona psichica profonda che sta sotto l’Io vigilante e la cui memoria non è in atto, è necessario e sufficiente.

Domanda

L’Inconscio può essere una utile e proficua ipotesi di lavoro da cui tirare fuori e giustificare tante certezze. Non pensa?

Risposta

Questa ipotesi può servire agli scrittori di gialli o ai registi di film horror. L’Inconscio giustifica la “rimozione” o la “rimozione” giustifica l’Inconscio? Sono questioni di lana caprina, come diceva il maestro buddista. Importante è portare avanti la comprensione della Mente autocosciente e la conoscenza dei disturbi psichici gravi per formulare la giusta e valida psicoterapia. In ogni caso basta il Subconscio o il Preconscio per giustificare la “rimozione”.

Domanda

Abbandono il discorso teorico e le chiedo perché l’uomo che Lucio incontra in sogno non è la “proiezione” di se stesso, non è la “parte edipica” di se stesso. Lei lo ha interpretato come il padre, ma poteva essere anche la sua arte e la sua abilità seduttive. Perché non ha voluto interpretarlo come un incallito seduttore?

Risposta

In effetti sulle prime lo avevo interpretato come la “proiezione” di Lucio, ma dopo non riuscivo a giustificare la donna di mezza età che lo aizzava sessualmente. Si trattava di decodificare dal sogno che Lucio era un incallito seduttore disposto a intrallazzare con tutte le donne che s’imbattevano sulla sua scia profumata. E’ oltremodo chiaro che dentro di lui Lucio trova il padre e la madre secondo i classici “fantasmi edipici” dell’infanzia: il bambino desidera il possesso fisico e affettivo della madre per risolvere l’angoscia di essere abbandonato e nello stesso tempo esclude il padre per la paura della sua freddezza e della sua forza. Dopo il terzo anno di vita la sindrome dell’abbandono si evolve nel desiderio erotico della madre, pulsione che il bambino ha già ampiamente sperimentato ma giammai appagato, perché quel contatto così complesso e piacevole non è stato mai abbastanza. Nella prima adolescenza o nel terzo tempo del film edipico il figlio pensa la madre come educatrice sessuale e costruisce sul tema una consistente serie di fantasie. Ecco che incorre nel divieto, nel tabù e nell’angoscia dell’incesto. Ecco che si imbatte nel padre e lo fa subentrare come alleato e non più come nemico. Nel sogno di Lucio tutto questo psicodramma è evidente nel desiderio di avere un “pater magister” e una “mater magistra”, un padre che gli spiega il sesso e lo invoglia a investire “libido genitale” nelle altre donne e una madre ambigua che gli instilla il senso del desiderio e del divieto. Tra le fantasie di ogni bambino c’è sempre una figura di donna adulta che inizia ai misteri del corpo e insegna l’arte della sessualità. Spesso la letteratura popolare parla della figura indolore della zia: “grazie zia”!

Domanda

Condivido e penso che in ogni caso è prevalente il complesso di Edipo rispetto alle “proiezioni” di libertinaggio che si potevano tirare fuori in un Lucio seduttore e amante ostinato delle donne. In effetti il sogno è molto bello specialmente quando Lucio si identifica nel padre e si fa autorizzare all’esercizio della sessualità. Ed ecco che il padre gli mostra le donne da amare e gli descrive le tentazioni e le seduzioni della donna di mezza età, chiaramente la figura materna. A proposito mi ricorda cosa dice Vico nella sua opera?

Risposta

“Gli uomini prima sentono senza avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”. A queste tappe psicofisiche dell’uomo corrispondono le tre età della storia umana, la ferina, la poetica, la razionale: l’età dei bestioni, l’età dei poeti, l’età dei filosofi. Il sogno appartiene alla dimensione poetica senza alcun superamento perché tutto si evolve e si conserva, ma gli uomini sognano da sempre.

Domanda

Ha parlato del “fantasma del padre” e la “parte positiva” l’ha individuata nella seduzione. Qual’è, di grazia, la “parte negativa”?

Risposta

La “parte negativa” del “fantasma del padre” si attesta nella prevaricazione e nella violenza. Ma il sogno di Lucio è mille miglia lontano da questi territori.

Domanda

E la “parte positiva” del “fantasma della madre”?

Risposta

Naturalmente è la madre che ama e che protegge, la madre affetto e rassicurazione.

Domanda

Dal sogno come immagina Lucio?

Risposta

Un uomo maturo e spigliato, una persona che sa quello che vuole e che esercita la giusta aggressività nelle sue azioni. Con le donne Lucio è molto gentile e suadente. Il sogno descrive un personaggio civile ed educato che ben conosce i suoi pregi e i suoi limiti.

Domanda

Cos’è la seduzione?

Risposta

Seduzione deriva dal latino “secum ducere” e si traduce “condurre con sé”. L’etimologia dice chiaramente che si tratta di un potere suggestivo esercitato sull’altro, di una dipendenza psicofisica fascinosa e acritica, di un innamoramento intenso e transitorio. La seduzione è l’arte e la difesa del narcisista. Tutto è funzionale all’esaltazione della propria persona. La “posizione psichica narcisista” esige lo sfruttamento e la manipolazione dell’altro come rafforzamento unico ed esclusivo del proprio “Io”. La storia del seduttore si incentra nella figura del “Don Giovanni” e si trova nella commedia di Molière, nella musica di Mozart e nella filosofia di Kierkegaard. Di quest’ultimo leggi pure “Diario del seduttore” e “Aut-aut” e ti divertirai un casino. La Psicopatologia indica nel seduttore uno stato psichico “borderline”, a metà tra la nevrosi conflittuale e la psicosi delirante. La Fenomenologia descrive il seduttore come una persona affetta da “impotentia coeundi”, un narcisista che vive della conquista della donna esclusivamente ideale e funzionale a rimandare la pulsione depressiva e autodistruttiva. Se tu leggi la vita e la filosofia di Soeren Kierkegaard ti imbatti nella dichiarazione traslata della sua impotenza e della sua depressione: “la spina nella carne” e “non posso legarmi al finito”. Sono discorsi interessanti che mi limito a indicare e che meriterebbero ampie a approfondite discussioni. In ogni caso Giovanni non si accompagna sessualmente a una donna, ma addirittura le procura l’uomo di cui innamorarsi. In ultimo suggerisco il regalo di Natale sul tema: Vitaliano Brancati – Don Giovanni in Sicilia.

Domanda

Il narcisista è un depresso che sopravvive attraverso la conquista della donna?

Risposta

Se analizzi il mito di Narciso trovi la conferma di questa teoria. Le due versioni sulla morte dicono che si annegò nella ricerca di se stesso riflesso nell’acqua della fonte o che si trafisse con un pugnale per la sua infelicità e il suo dolore, meglio per la bassissima soglia di frustrazione.

Domanda

Il narcisista è sempre un maschio o anche una donna?

Risposta

La “posizione psichica narcisista” è universale e riguarda tutti i sessi possibili e immaginabili alla Platone. Aggiungo che il maschio che persiste nel narcisismo e non si evolve nella “posizione psichica genitale” incorre storicamente e mitologicamente in un trauma letale rispetto alla donna che si imbelletta della vena afrodisiaca. Quest’ultima si esalta nell’ambito relazionale e sociale, mentre il maschio narcisista si risolve nella solitudine e nella disperazione.

Domanda

Per il sogno di Lucio suggerirei la canzone di Patty Pravo degli anni settanta intitolata “Pazza idea” semplicemente perché illustra chiaramente come l’immaginazione e la fantasia arrivano nei momenti meno opportuni come quelli dell’intimità sessuale.

Risposta

Pienamente d’accordo, carissima collega. Le fantasie e le associazioni sono i nostri alleati incomunicabili al partner durante l’intimità, a conferma che esiste un mondo di pensieri e di vissuti estremamente personale, intimo e privato.

IL TRAVAGLIO DELL’ISTINTO MATERNO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Io e mia madre eravamo sedute in giardino a parlare.
Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.
Mia madre lo prende in braccio molto tranquillamente e inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.
Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo. Invece mia madre lo accudiva tranquillamente.
Mia madre ha chiamato i genitori del bambino ed è arrivata la madre e anche lei, come se nulla fosse, lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.
A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri, ma il bambino era sempre più vivo.
Loro parlavano della sua morte e invece a me il neonato sembrava sempre più vivo e questo mi creava angoscia.
Il sogno si conclude con la signora che si porta via il neonato.”

Questo è il sogno di Carla.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Carla oscilla tra l’angoscia del lutto per la morte di un bambino appena nato e l’onnipotenza di risuscitarlo, si consuma tra la “pietas” del giusto rito funebre e l’istinto femminile di far coincidere gli opposti della Vita e della Morte, possibilmente al fine di far trionfare la Vita.
Quest’ultima è la classica tematica archetipale intorno alle origini della Vita, quella che concilia gli opposti Eros e Thanatos incentrandoli sulla Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte, la depositaria della Legge del Sangue. Per dirla in termini mitici il “Principio Femminile” contiene il “Principio Maschile” e lo partorisce relegandolo in posizione subalterna a Signore della Storia e della Cultura.
Ma, al di là degli archetipi, la tematica sulla Vita e sulla Morte è soprattutto la dimensione psicofisica di ogni donna che sin da bambina e da adolescente è chiamata a dare una risposta alle future possibili esperienze della fecondazione, della gravidanza e della maternità, un’evoluzione che inizia a livello psicologico con il “fantasma della maternità” elaborato nell’infanzia e che si attesta nello schema concettuale della maternità e nella disposizione alla possibilità reale di avere figli: “posizione psichica genitale” con investimenti di omonima “libido”.
Conoscere scientificamente il processo della maternità è freddo, ricco di distacco e di razionalità. Sentire e aver sapore della maternità è caldo, ricco di emozioni e di fantasie. La donna arriva all’età matura per diventare madre con un corredo articolato di ibridi vissuti e di ricche conoscenze. Se questo “iter” psichico è consequenziale e ben assimilato, la disposizione alla gravidanza e al parto è lineare e benefica. Se sono intercorsi ostacoli emotivi nella formazione alla maternità, subentrano le resistenze e le difese psichiche, nonché i pregiudizi e le remore culturali fino a sfociare nell’opposizione acritica e nella negazione drastica. Buona parte di questo psicodramma è recitato dall’evoluzione del “fantasma della maternità”, piuttosto che dal “concetto della maternità”. Quest’ultimo viene, più che altro, in soccorso delle donne in crisi e attenua le sferzate nefaste delle energie tralignate in tensioni girovaghe e in cerca di sballo: conversione isterica.
Vengo a spiegarmi ed esemplifico.
La bambina si imbatte prima o poi nella realtà della gravidanza sotto la forma dei discorsi educativi o sotto la forma concreta del pancione, crescente come la luna, della mamma o di un’altra donna. In maniera spontanea la bambina si chiede come farà il bambino a uscire dalla pancia senza lacerarla e quale destino è riservato alla povera madre. La proiezione nel suo futuro di donna è immediato e consequenziale. La bambina valuta la possibilità di essere madre e mette in discussione le precedenti teorie fantasiose che ha ricevuto dagli adulti intorno alla maternità. E allora si rammenta della teoria vegetariana dei cavoli, della teoria aerea della cicogna, delle altre fandonie che da ogni dove le hanno raccontato. Si sente tanto presa in giro dai genitori e dagli adulti a cui si era affidata, per cui matura la decisione di lasciarli nella loro ignoranza, di fare da sé, di istruirsi in proprio e magari con l’aiuto di qualche amichetta più scaltra e bonariamente navigata. E in questa ricerca si forma e si completa il “fantasma della maternità”, la rappresentazione emotiva del diventare madre, un quadro a metà tra il “sentire” e il “sapere”, tra la forza dei sensi e l’esigenza di conoscere, tra la fantasia e la realtà. Il “fantasma della maternità”, come dicevo in precedenza, non riguarda soltanto l’essere madre, ma contiene a suo supporto tutto il trambusto emotivo in riguardo alla sessualità, alla mestruazione, alla deflorazione, alla fecondazione, alla gravidanza e al parto. Il “fantasma della maternità” è continuamente nutrito dai “fantasmi” suddetti, per cui si può considerare la formazione finale come la sintesi emotiva e razionale del completamento dell’essere donna e della possibilità di diventare madre. Del resto, la maternità è l’esperienza naturale che completa le potenzialità psicofisiche dell’universo femminile.
Il discorso sui “fantasmi” si poteva concludere abbondantemente qua, ma non è così perché dalla possibile esperienza della maternità viene richiamato il famigerato “fantasma di morte” con la sua insanabile angoscia. Il parto avviene nel dolore e con il rischio di morire, almeno così scrivono nei libri inoppugnabili sin dall’antichità e così dicono le madri dopo averlo vissuto e inscritto nel loro corpo come il marchio del ranch nelle terga delle mucche argentine. Del resto, tra le fantasie della bambina e della donna incinta troviamo la funesta possibilità di essere lacerata dal feto durante il parto. La bambina si chiedeva tra sé e sé “da dove uscirà il bambino?” e “come farà a uscire?”. La donna, oltre alla paura della lacerazione, aggiunge la costrizione alla gravidanza e l’impossibilità di potersi liberare del feto in maniera accettabile e indolore. Specialmente la costrizione a portare avanti la gravidanza è tormentosa e struggente e produce una tensione costante che non fa di certo bene alla donna e al feto.
Non trascuriamo i fattori culturali in questa breve disamina sulla psicologia profonda della maternità. In passato, secoli che diventano millenni senza colpo ferire, il ruolo della donna era incentrato sulla maternità e sulla soccombenza dell’inferiorità. Nella famiglia patriarcale la donna faceva tutto e di tutto oltre alla figliolanza e qualora aveva la fortuna di sopravvivere alla tante reiterate e puntuali maternità. Gli schemi culturali, sociali, politici e religiosi, relegavano la donna negli angusti recinti della costrizione psicofisica, magari dopo averla esaltata come la depositaria dell’amore e della conservazione della Specie: Ontogenesi e Filogenesi. Era una magrissima consolazione, perché la donna dipendeva dal maschio per l’incremento demografico, per la non fornicazione, per l’amor di patria e per il bisogno di manodopera. L’educazione perpetuava a scuola i vecchi schemi in riguardo al pianeta donna. I grandi sacerdoti, senza saper né leggere e né scrivere su questi temi per ordine acquisito e per voto consacrato, prescrivevano di fare sesso soltanto per fare figli, altrimenti le porte della Geenna, la discarica di Gerusalemme sempre in fiamme, si sarebbero aperte per questa donna disobbediente e sgualdrina, come Lilith, la prima donna del Genesi, l’anti-Eva, quella che voleva stare sopra Adamo durante il coito, quella che simbolicamente competeva con il maschio intorno al tema del primato. Quanto la Religione maschile abbia inciso fino a poco tempo fa sulla soccombenza della donna, si condensa sul rito lustrale della madre dopo la quarantena in tante regioni italiane. La neo-madre era sottoposta alla purificazione per essere riammessa nella comunità cristiana. Ma di cosa doveva purificarsi? La risposta è immediata e apparentemente assurda: la donna doveva far “catarsi” della colpa, meglio del peccato di essere stata dipendente dal desiderio del maschio e doveva sanare le impurità del sangue. Quante madri hanno subito anche il trauma dell’esclusione dal gruppo e dalla comunità! Il dato più impressionante è che erano le stesse donne, le vecchie, a gestire e perpetuare il rito della purificazione e dell’umiliazione della donna dopo la missione felicemente compiuta. Perché se era morta di parto, serviva soltanto il funerale e avanti la prossima e la prossima volta. Impressiona sapere che fino all’altro ieri si viveva con tanta crudeltà e si giustificavano atti infami con un assurdo sentimento religioso.
L’evoluzione degli ultimi cinquant’anni fortunatamente è stata prospera e si profila degna di interesse per la donna e per le sorti dell’umanità, nonostante l’incremento demografico non dia segni di tregua a causa della tribalità libidica e della diseducazione demografica degli abitanti dei continenti meno progrediti e non soltanto a livello economico.
Il titolo del sogno di Carla, “il travaglio dell’istinto materno”, è ampiamente azzeccato e giustificato, oltre che utile a confermare che l’evoluzione verso la realizzazione della maternità è costellata di conflitti e di sofferenze che implicano la formazione psichica in riguardo alla sessualità e alla libera gestione dei diritti del proprio corpo e in barba, possibilmente, alla bacchettoneria religiosa e al sopruso politico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Io e mia madre eravamo sedute in giardino a parlare.”

Due donne significative in primo piano: “Io e mia madre”. En passant, è anche il titolo del mio ultimo libro sullo psicodramma dell’anoressia mentale. Carla esordisce esibendo un buon rapporto con la madre, una relazione matura e “genitale” fatta di scambio di affetti tra le parole. Il “giardino” rappresenta la realtà sociale e civile in una forma ridente e artefatta. Lo stare “sedute” contiene l’istanza riflessiva e la consistenza delle proprie idee. “Parlare” è “libido genitale” in esercizio sotto forma di interesse e di dono, proprio un volersi bene. L’introduzione è accattivante e ottima per svolgere qualsiasi psicodinamica al femminile.

“Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

Dalla distensione del primo quadretto familiare si passa, anzi si trapassa, direttamente nella dimensione della maternità, la versione esteticamente brutta e fantasiosamente negativa per l’appunto. Si presenta immediatamente assieme al problema anche il “fantasma della maternità” di Carla nella “parte negativa”. Ho sempre spiegato che il “fantasma” è una rappresentazione emotiva sottoposta al meccanismo della “scissione” o “splitting”, per cui ha una valenza “buona” e una valenza “cattiva”, Queste sono tutte scoperte di Melanie Klein nell’esercizio della sua attività clinica con i bambini. La “terra” è un classico simbolo della Madre, un “archetipo” della greca e mitica Gea, a riprova che Carla è tutta presa dalla dimensione psicofisica materna e in particolare dal parto e dalla nascita di un bambino che viene assimilato nel suo muoversi a un “lombrico”, un simbolo dello spermatozoo che in questo caso si estende a “un neonato” proprio per la sua interazione con la “terra”. Vediamo gli attributi di questo strano essere venuto alla luce. L’essere “morto” è in contraddizione con il “si muoveva” di prima, ma simbolicamente equivale una carica aggressiva molto forte, mortifera per l’appunto, scaricata sul feto a valida testimonianza della paura di Carla nei confronti del feto che deve essere partorito: angoscia da parto. L’essere “sporco” si traduce simbolicamente nella mole dei sensi di colpa che Carla vive nei riguardi del suo vissuto negativo e della sua aggressività nei riguardi della maternità e del figlio. L’essere “deformato” condensa ancora simbolicamente la carica aggressiva sullo stesso oggetto di prima, il neonato, il bimbo appena nato, in quanto Carla proietta le sue paure di avere un figlio e di non essere una madre perfetta, quella che non fa le cose per bene. L’essere “strano” traduce simbolicamente l’attrazione e la repulsione nei riguardi non del bambino appena nato, ma della sua possibile esperienza della maternità. Notevole è nell’immediato il conflitto che Carla vive in riguardo alla sua possibilità di diventare madre e all’uopo e per difesa tira fuori tutte le negatività del suo “fantasma”: “morto”, “sporco”, “deformato” e “strano”. Proseguendo nella decodificazione teniamo in considerazione questo esordio ambivalente tra istinto-desiderio ed esperienza-realtà.

“Mia madre lo prende in braccio molto tranquillamente e inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”

Il quadro e lo psicodramma si completano e si spiegano. Carla è brava nel razionalizzare il materiale che sta allucinando in sogno. La comunicazione della madre ha tutta l’evidenza della realtà, come se fosse un fatto veramente successo a cui non si può dare una valenza simbolica anche se la contiene. Carla ha già proiettato sul bambino la sua aggressività mortifera e adesso può soltanto recuperare la “parte positiva” del suo “fantasma”. La madre insegna alla figlia la “pietas” nei riguardi della morte e nello specifico del bambino, l’accettazione e il riconoscimento dell’ineludibile “sora nostra morte corporale” alla Franceso d’Assisi o “Thanatos” alla greca. La sepoltura e il ritorno nel grembo della dea Madre, la terra del giardino della casa, sono il compimento e il culmine di questo rito culturale e civile, indice di evoluzione storica di un popolo e di esorcismo dell’angoscia della fine. “Mater docet”, “mater et magistra”, la madre insegna alla figlia, meglio Carla si fa insegnare dalla madre, donna di esperienza, come si fa a perdere un figlio appena nato e a congedarsi da lui senza angoscia della perdita e razionalizzando il lutto. Ricordo che la psicodinamica del sogno di Carla verte sull’istinto materno e sull’ambivalenza del “fantasma della maternità”, per cui l’insegnamento della madre rappresenta l’identificazione psicofisica che la figlia deve operare per essere a sua volta madre, una “identificazione” contrastata a causa della paura della gravidanza e del parto. Le contraddizioni saranno evidenti nel prosieguo del sogno. Degna di nota è la difesa dall’angoscia operata da Carla nel formulare il bambino come un estraneo e non un suo fratello e nel coinvolgere la madre come aiuto di un’altra madre nell’atto del congedo. Il “nostro giardino” rappresenta la possibilità reale di vivere la stessa esperienza luttuosa. Lo “spostamento” è evidente come “meccanismo di difesa” dall’angoscia.

“Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo. Invece mia madre lo accudiva tranquillamente.”

L’esperienza fa la differenza. L’anelito della figlia si evidenzia nell’incapacità di “toccare” il bambino che per la madre è morto e per la figlia è vivo. L’accudimento della figlia si attesta nel “prenderlo in braccio per calmarlo”, mentre quello della madre nel toccarlo e comporre il piccolo feretro nella tomba. Questo è un altro bel contrasto che ritorna nella psicologia della maternità di Carla. A tutti gli effetti si ripresenta l’istinto materno e l’angoscia di diventare madre. Carla si dice: “mia madre sa di sé, io non so di me semplicemente perché non ho partorito un figlio, ma in compenso ho un bel “fantasma” che si sdoppia nell’istinto-desiderio e nell’angoscia di morte, il parto che mi realizza e il parto che mi uccide”. L’identificazione nella figura materna è andata in porto per quanto riguarda l’esser femmina e la femminilità, ma ancora non si completa nell’esser madre. In questo spaccato domina l’allucinazione del tatto nel reiterato “non riuscivo a toccarlo”. Il sogno di Carla si snoda più sul versante narrativo che sul versante simbolico, svolge la psicodinamica di base in maniera discorsiva.

“Mia madre ha chiamato i genitori del bambino ed è arrivata la madre e anche lei, come se nulla fosse, lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.”

Come dicevo, il racconto prevale e si complica con l’inserimento nella scena dei genitori del bambino morto. Continua anche l’equivoco sullo stato biologico di quest’ultimo e si inasprisce nell’angoscia perché si rischia di seppellire un bambino vivo. Carla non sa che pesci pigliare di fronte alla “tranquillità inappropriata” di sua madre e della madre del bambino. La distonia logica ed emotiva è lampante ed è tutta intera dentro la protagonista del sogno. Carla si proietta a destra e a manca per confermare il suo dilemma di donna che desidera un figlio e che teme per la sua incolumità. Carla chiama in causa, dopo sua madre, anche i genitori del bambino per confermare che non è giusto seppellire un bambino vivo: “scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.” In questo capoverso ci sono tutti i richiami alla modalità di essere madre nel bene e nel male.

“A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri, ma il bambino era sempre più vivo.”

E’ pregevole notare come il procedimento del sogno sia segnato dall’opposto e dall’opposizione. Carla stima vivo il bambino all’incontrario di sua madre e dei genitori. Il bambino si vivacizza in maniera direttamente proporzionale all’avvio delle onoranze funebri. Cresce in Carla il bisogno e il desiderio di diventare madre e di dare realtà all’istinto materno. Si attenua l’angoscia di morte nel pensare che “il bambino era sempre più vivo”. Carla si sta chiarendo e sta prendendo posizione sul tema dissociandosi dalle infide madri, dalla “parte negativa” del suo “fantasma della maternità”. Carla vuole chiudere risolvendo il suo conflitto con l’amore della Specie, la Filogenesi.

“Loro parlavano della sua morte e invece a me il neonato sembrava sempre più vivo e questo mi creava angoscia.”

Questo si era già capito e il ridirlo attesta di un rafforzamento della convinzione che la maternità è un’esperienza possibile e passibile di essere vissuta abbandonando l’angoscia di morte legata alla gravidanza e al parto. Loro hanno già superato questa fase evolutiva, loro sono madri, mentre Carla deve ancora fare questa esperienza e disporsi all’esercizio della “libido genitale”. Magari Carla ha un uomo con cui condivide l’esistenza e nel cammino della vita si profila la possibilità di avere un figlio, ma decisamente il sogno dice che ancora non è pronta. L’angoscia della morte del bambino è la “proiezione” della sua angoscia di partorire e di morire. Un neonato vivo sottoterra è l’allegoria della gravidanza e non della morte per soffocamento.

“Il sogno si conclude con la signora che si porta via il neonato.”

Tutti i salmi finiscono in gloria e i sogni spesso seguono questa regola veterotestamentaria. I sogni propongono, indicano, riparano il materiale emerso ed elaborato con i “processi primari”, materiale altamente nobile trattato con gli strumenti della poesia e con le armi della saggezza, dotazione psichica spesso inconsapevole nella veglia e che si manifesta quando la ragione va a dormire. Carla ha vinto la sua battaglia e ha risolto in parte la sua angoscia. La madre si porta via il figlio e giustamente “a ciascuno il suo” parodiando Leonardo Sciascia con il titolo di un suo romanzo. Carla può aspettare e disporsi meglio alla “razionalizzazione” del suo istinto materno e del suo “fantasma” per approdare al momento opportuno nel Regno delle Madri, nella sacra realtà di coloro che hanno formato la vita con il sano orgoglio di chi sa di avere una marcia in più e di essere vicino al cielo di mille spanne rispetto all’universo maschile. Carla potrà dire a se stessa “adesso anch’io so” mostrando al mondo il frutto della sua laboriosa opera e il coraggio del suo viatico di donna amante. Il mistero si è dischiuso e si può andare in pace.
Questo è quanto dovevo a Carla.

PSICODINAMICA

Il sogno di Carla svolge e sviluppa, portandola a buon fine, la psicodinamica conflittuale dell’esperienza psicofisica della maternità. Nello specifico porta in parziale risoluzione la “parte positiva” del “fantasma” attraverso il superamento dell’angoscia di morte legata al parto. Inoltre, il sogno di Carla sviluppa ampiamente il conflitto conclamato con le madri sull’ambigua valutazione della vita e della morte, dissidio in gran parte dovuto all’esperienza non ancora vissuta. L’istinto materno di Carla è incarnato e rappresentato emotivamente nel dritto e nel rovescio della medaglia, i “pro” e i “contro”, in attesa di essere ben considerato e valutato dalla ragione.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Carla presenta la simbologia ricorrente della madre e della figlia, della gravidanza e della maternità, della vita e della morte: “giardino”, “sedute”, “parlare”, “terra”, “lombrico”, “morto”, “sporco”, “deformato”, “strano”.

Sono presenti gli “archetipi” della Madre, della Vita e della Morte: ”Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

Il “fantasma della maternità” domina il sogno insieme al “fantasma di morte”: “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

L’istanza psichica “Io” è presente in “Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo.”
L’istanza psichica “Es” è presente in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”
L’istanza psichica “Super-Io” è presente in “A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri,”.

Il sogno di Carla svolge la “posizione psichica genitale”: “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”

I “meccanismi di difesa” presenti nel sogno di Carla sono la “condensazione” in “terra” e in “lombrico” e in altro, lo “spostamento” in “la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”, la “drammatizzazione” in “io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.”, la “proiezione” in “Loro parlavano della sua morte”, la “figurabilità” in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”, la “conversione nell’opposto” in “lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini funzionali del sogno. Non compare la “sublimazione”.

Il sogno di Carla presenta un tratto marcatamente “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. Il sogno tratta della maternità anche se nella versione conflittuale.

Le “figure retoriche” formate da Carla nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “terra” e in “lombrico”, la “metonimia” o nesso logico in “parlare” e in “toccarlo” e in “accudirlo” la “enfasi o forza espressiva in “scioccata”. L’allegoria del parto si trova in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”

La “diagnosi” dice semplicemente di un conflitto psichico tra l’istinto materno e la realizzazione dell’esperienza della maternità.

La “prognosi” impone Carla di “razionalizzare” la sua angoscia di morire durante il parto attraverso una migliore consapevolezza dei “fantasmi” e un approccio umile verso una delle tante esperienze naturali a cui l’universo femminile va incontro: vedi le mestruazioni, la deflorazione, la gravidanza e il parto. La riduzione e l’abbandono dell’onnipotenza porta all’accettazione di quella normalità biologica tanto temuta e contrastata.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel persistere dell’angoscia della gravidanza e del parto. Il conflitto psiconevrotico tra il desiderio di maternità e il “fantasma di morte” può portare alla caduta della relazione con se stessa e con gli altri, nonché della qualità della vita.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno è narrativo e la trama è stata accomodata consequenzialmente come era stata elaborata in uno stato di sonno REM e in uno stato di ansia.

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno”, è dichiarata dalla stessa Carla: “inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”: non certo nel giardino, ma nella tomba di famiglia. La notizia è emersa e il sogno si è composto sulle spalle della protagonista.

La “qualità” del sogno di Carla è “ansiogena” e “surreale”.

Il sogno di Carla può essere stato effettuato nella “seconda fase del sonno REM”, alla luce della tensione vissuta dalla protagonista nonostante la placida versione narrativa che ha dato da sveglia al suo istinto materno.

Il fattore allucinatorio vede coinvolti i seguenti sensi: il “tatto” in “non riuscivo a toccarlo”, la “vista” è dominante e intensa in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”, “l’udito” in inizia a raccontarmi” e in “iniziano a parlare”, la globalità sensoriale in “scioccata”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Carla è “buono”, per cui la fallacia è “minima”. La chiarezza della simbologia e la discorsività hanno reso agevole l’interpretazione.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Carla è stata analizzata da una lettrice anonima che di mestiere fa la cassiera. Sono emerse le seguenti domande.

Domanda
Una donna che non diventa madre è incompleta nella sua formazione psichica?

Risposta
Nessuno è completo o incompleto a livello psichico. Ogni persona è il risultato o il precipitato dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa” dall’angoscia che ha istruito e istruisce in riguardo ai “fantasmi” e alle esperienze vissute nel momento storico considerato. Ogni persona è la sua “organizzazione psichica reattiva” in atto e nell’equilibrio migliore possibile delle cariche nervose. Una donna che non ha vissuto l’esperienza psicofisica della maternità, gravidanza e parto, ha risolto l’istinto materno con altre modalità reattive servendosi naturalmente e sempre dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa”. Esempio classico, sublima la “libido genitale” dedicandosi al servizio del prossimo, sposta la “libido genitale” crescendo un nipotino, rimuove la “libido genitale” annegando nel lavoro o in altri modi e secondo altri meccanismi. Chiediti: perché le suore si chiamano madri? La madre ha investito la sua “libido genitale” direttamente nella procreazione. In ogni caso la maternità chiude il cerchio delle possibilità psico-biologiche di una donna.

Domanda
Ma i fantasmi sono necessari? Non se ne potrebbe fare a meno visto che fanno tanto soffrire? E, una volta capiti, si possono abbandonare?

Risposta
I “fantasmi” sono i prodotti necessari della modalità psichica infantile di pensare e rappresentare la realtà interna ed esterna, i “vissuti”. Questi ultimi sono esperienze e si attestano nelle sensazioni, nelle percezioni, nelle fantasie, nei pensieri, nelle emozioni, nelle paure, nelle fobie, nelle angosce, in tutto il materiale psicofisico che comporta la relazione con il “sé” del “corpo-mente” e con oggetti esterni e persone. I “fantasmi” sono la nostra vita e la nostra vitalità dalla nascita alla morte. Anche se la loro elaborazione si attenua con l’esercizio della ragione, l’uomo non cessa di produrre fantasmi e di usare la fantasia. Durante la vecchiaia si ha un ritorno all’elaborazione di “fantasmi”. La loro esasperazione o la loro mancata “razionalizzazione” può indurre una forma di distacco dalla realtà dovuto alla caduta, per l’appunto, dell’esercizio del “principio di realtà” da parte dell’Io della persona anziana. Se succede che un vecchio è sovrastato dai suoi “fantasmi” si può anche diagnosticare una forma di demenza senile.

Domanda
Allora, se uno come lei interpreta i “fantasmi”, può aiutare il vecchio a stare meglio?

Risposta
Proprio così, ma bisogna evitare che il vecchio si lasci andare ai propri “fantasmi” tenendolo occupato nella realtà di tutti i giorni e non abbandonandolo al proprio destino di solitudine e magari in un albergo della morte a cinque stelle.

Domanda
Torniamo al sogno di Carla. Cosa significa la paura della donna incinta che il bambino sia morto o deforme?

Risposta
Si tratta di una “proiezione” d’aggressività nei riguardi del feto. Mi spiego meglio. La futura madre è incalzata dall’angoscia della sua morte e, non potendola verbalizzare per vari e ovvi motivi culturali, la colloca nel bambino immaginandolo in qualche modo malato o disabile, quando addirittura morto. Questa paura è indice della sofferenza occulta o manifesta della donna in riguardo al parto.

Domanda
Si poteva interpretare in altro modo questo sogno. Ad esempio, chi mi dice che il bambino morto non sia un aborto?

Risposta
Il trauma da aborto si evidenzia in sogno con simboli nettamente diversi da quelli che ha usato Carla.

Domanda
Mi può dire quali?

Risposta
In linea con i tempi moderni è classico il sogno di tirare fuori un pezzo di carne dal congelatore.

Domanda
Quello di Carla è un sogno personale o comune?

Risposta
Carla ha evoluto un suo “fantasma” estendendolo naturalmente a tutte le donne e trovando eco nelle lettrici di questo articolo. Si tratta di una tematica universale, archetipica, che si esprime in un breve sogno di una giovane donna della provincia di Treviso.

Domanda
Ho sentito spesso le mie amiche dire che la maternità rovina la coppia e soprattutto la sessualità. Cosa mi dice lei?

Risposta
Il parto è spesso vissuto dalla donna come un morire e le sale travaglio sono piene di lamenti e di grida, piuttosto che di sorrisi e di giovialità. L’intensità dell’angoscia di morte è direttamente proporzionale all’intensità e alla durata della perdita di contatto con la realtà durante il travaglio e dopo il parto: trauma puerperale e “psicosi post partum”. Si dice erroneamente che dopo tutto passa anche alla vista miracolosa del figlio. E’ un antico e poetico schema culturale sulla maternità. La realtà è più prosaica e drammatica a volte. Gli esiti del trauma del parto, perché sempre di trauma si tratta, si inscrivono nella donna e si riverberano nella sua sessualità e nella vita di coppia, oltre che nella sua filosofia di vita. A livello profondo la donna matura paura verso la vita sessuale e verso colui che l’ha messa nella condizione di tanta sofferenza, l’uomo a cui si è sessualmente accompagnata per la gravidanza. Si scatenano i “meccanismi di difesa” per alleviare l’angoscia e il primo e il più sicuro è quello di astenersi dalla vita sessuale. La coppia risente di questa forzata innaturale astinenza ed entra in crisi fino allo smaltimento dell’angoscia da parte della donna. La gente usa dire che il matrimonio è la tomba dell’amore e della sessualità. Il popolo non ha fortunatamente sempre ragione, ma un fondo di verità esiste nel rilevare la crisi che subentra nella coppia genitoriale.

Domanda
Da quello che dice mi sembra che lei non è favorevole alla presenza del compagno nella sala del travaglio e del parto.

Risposta
Non è rassicurante e consolatorio per la donna avere davanti nel massimo imprevisto della sofferenza la causa di tanto drammatico evento. Oltretutto è traumatico anche per l’uomo assistere a tanta scena cruenta e non è proficuo per la sua sessualità. Tanti uomini hanno accusato un trauma che ha ridestato traumi pregressi e ha prodotto disturbi della sessualità e non soltanto.

Domanda
Ho capito e non vorrei sbagliare di aver capito. Mi spiega meglio?

Risposta
E’ sempre una questione di “fantasmi”. Se l’uomo ha un “fantasma depressivo di perdita” abbastanza nutrito, questa è l’occasione giusta perché venga fuori. Se ha un trauma che riguarda la morte, l’equilibrio psicofisico va in crisi e dopo qualche tempo si manifestano le prime psicosomatizzazioni. Anche in questo caso bisogna conoscersi bene e volersi bene.

Domanda
Più che una domanda vorrei dirle che io sono stata madre due volte e sottoscrivo tutto quello che lei ha detto, anzi aggiungerei di più. Grazie per avermi dato questa possibilità di parlare con lei di argomenti così importanti.

Risposta
Ci saranno tante prossime volte, intendo le possibilità di parlare di Psicoanalisi. Grazie a te e alla tua concretezza.

A questo punto inizia la ricerca nel vasto e ricco panorama della musica leggera del prodotto culturale “pop” riguardante il tema del sogno di Carla, il “travaglio dell’istinto materno”. Tre canzoni sono papabili. La prima è “Viva la mamma” di Edoardo Bennato perché elabora e riassume la “parte positiva” del “fantasma della madre”. La seconda è “Balocchi e profumi” perché elabora e riassume la “parte negativa” del “fantasma della madre”. La terza è “Mamma” perché esalta la figura archetipale della Madre. Si riscontra facilmente la “mamma buona” nella prima canzone, la “mamma cattiva” nella seconda e la “Mamma” per eccellenza nella terza. Si capisce concretamente l’essenza psichica del “fantasma” nelle elaborazioni vigili degli autori che scrivono le canzoni rivolgendosi a un pop-olo che li capisce e li osanna. Le propongo tutte e tre. Buon ascolto e buona meditazione.

 

 

LE CINESERIE DI “DOLCE & GABBANA”

LA LETTERA E IL SOGNO

“Caro dottore, ho sognato una giovane donna cinese che stava davanti a un cannolo siciliano e voleva mangiarlo con due bastoncini.”
Lei che sa tutto, mi sa dire cosa vuol dire?
Un saluto da Giobattino.”

LA SIMPATICA PROVOCAZIONE

Giobattino è un mio caro sconosciuto estimatore e manifesta la sua simpatia con gradevoli provocazioni. In passato mi ha mandato un sogno che regolarmente ho decodificato con passione e dovizie di particolari. A stretto giro di posta Giobattino mi ha fatto sapere che si trattava di una sua farneticazione a occhi ben aperti, anzi spalancati. Ci è rimasto male quando gli ho spiegato che si trattava sempre di un suo prodotto psichico o di un suo “sogno a occhi aperti”. Ha incassato il colpo con un sorriso ma, come si vede, non demorde e di tanto in tanto si fa presente con i suoi bonari imbrogli. Non tutti i mali vengono per nuocere.
Di quanti Giobattini avremmo bisogno in questo nostro pazzo mondo?
Tanti, ma veramente tanti!

LA REALTA’ DEI FATTI

Nei giorni scorsi Giobattino è stato colpito dalla notizia del rifiuto cinese della pubblicità “Dolce & Gabbana” e dell’accusa di sessismo e di razzismo rivolta agli intramontabili e spocchiosi stilisti. Al rifiuto nazionale è seguita la condanna “urbi et orbi” del pacchetto intero e la restituzione al mittente di tutto il trabiccolo modaiolo e pubblicitario. Si è parlato di danni economici e di guerre commerciali, ma in effetti è rimasta in piedi la domanda: “sono proprio fondate le accuse di sessismo e di razzismo da parte delle competenti autorità cinesi e della pubblica internazionale opinione?”
Ecco che l’infido Giobattino mi chiede in maniera contraffatta di spiegargli un suo sogno: una giovane donna cinese di fronte a un cannolo siciliano, palermitano per la precisione, che tenta di mangiarlo con le classiche posate cinesi, i due bastoncini. Poteva chiedermi direttamente di spiegargli la psicodinamica e la simbologia dello spot, ma l’inganno è il suo mestiere e lo strumento per farsi voler bene.

IL MIO PROGETTO

Ma io, che non lesino gli affetti, non solo gli spiegherò lo spot, pardon il suo sogno, ma gli darò anche qualche imbeccata sulle altre due sequenze pubblicitarie che in queste ultime settimane hanno creato un caso economico e diplomatico tra l’Italia e la Cina. Dopo aver precisato che l’accusa di razzismo è particolarmente legata ai giudizi insolenti di Stefano Gabbana in riguardo al popolo cinese e diffuse nei “social”, del tipo “i cinesi sono un popolo di merda” e “mangiano i cani” e altro, frasi messe in rete da un hacker a detta dello stilista, non mi fermerò soltanto a quello che si può estrapolare dalle immagini inquisite a livello di simbologia profonda e di schemi culturali, ma approfitterò per ricordare che la cultura cinese deve progredire sui diritti umani, sulla pena di morte, sull’inquinamento, sulla salvaguardia delle neonate presso le comunità rurali, sui diritti dei lavoratori e sulla tutela della salute nei luoghi di lavoro.
Avanti con la prima, come diceva la buonanima di Bernardo Bertolucci.

LO SPOT DEL “CANNOLO PALERMITANO”

E’ lo spot accusato di “sessismo”, discriminazione sessuale, ed è quello più ironico e ben recitato in ossequio alla sua radice culturale e pasticcera sicula.

Analizziamo il “registro visivo”: una giovane e sorridente donna cinese, vestita con un elegante capo della casa milanese e adornata con gioielli preziosi sempre della stessa “maison”, è seduta davanti a un tavolino dove viene servito un cannolo siciliano, palermitano per la precisione, enorme come le leccornie che usano fare da quelle parti della benamata e squilibrata Sicilia.

Il “registro sonoro” è il seguente: una voce fuori campo illustra in lingua cinese alla ben capitata signorina di cosa si stratta e quello che deve fare con i bastoncini: mangiare il cannolo per l’appunto. La meraviglia e il benevolo disappunto della donna sono accattivanti anche quando la voce fuori campo ammiccando le chiede se il cannolo “è troppo grande per lei”.

Il “registro grafico” si attesta nello scorrere degli ideogrammi nella fascia bassa dell’immagine a illustrare con i simboli grafici il dialogo, il “registro sonoro”. Il tutto possiede una valenza esotica di buona portata.

Il “registro referenziale iconico” dice che lo spot è gradevole nella sensazione prodotta e nel sorridente volto della modella. Inoltre, produce emozioni di simpatia e coinvolge secondo un valore medio.

Il “registro iconografico” dichiara che gli schemi culturali, presenti nelle immagini, appartengono alla cultura cinese e alla cultura occidentale italiana, nello specifico alla subcultura siciliana in quanto il cannolo è di scuola pasticciera palermitana con tanto di calibro e di ricotta condita con granella di pistacchio e con pezzetti di frutta candita. Il cannolo rappresenta simbolicamente l’organo sessuale maschile nella forma e l’attitudine alla fecondazione nel contenuto. Lo spot ha una lampante valenza sessuale se si associa alla donna destinataria e all’ambiguo imbarazzo che esibisce di fronte alla prelibata leccornia e nell’atto di inforcarlo con i bastoncini. Gli ammiccamenti e le ambiguità sensuali non finiscono mai e culminano nella voce fuori campo che espressamente chiede se il cannolo “è troppo grande per lei”. Il rilievo è in linea con lo schema culturale che vuole il maschio siciliano sessualmente dotato e la donna cinese sessualmente delicata e graziosamente minuta. Gli schemi culturali cinesi sono i tratti somatici della donna e le bacchette di legno per prendere il cibo. Niente di trascendentale e di eccezionale. La cultura cinese è sacrificata rispetto all’abbondanza della cultura italiana. Non dimentichiamo che la graziosa e sorridente donna indossa abiti e gioielli a marca “Dolce & Gabbana”, italiani per l’appunto. Nelle immagini e nell’interazione delle stesse c’è una preponderanza culturale del “made in Italy” in quella terra che tanto produce per l’industria italiana. La millenaria e mistica Cina popolare, la terra che mirabilmente è riuscita a coniugare il marxismo-leninismo-maoismo e il liberalismo di Adam Smith nel capitalismo di Stato, è quasi ospitata in questo spot di parte decisamente italiana e simpaticamente irriverente. Le bacchette di legno condensano simbolicamente una pulsione aggressiva che si nobilita nella sfera affettiva, una forma civile e perbenista di condivisione sociale. Le bacchette non hanno l’enfasi aggressiva del cannolo condito, ma condensano una buona percentuale di “libido orale”, quella legata alla bocca e alla manducazione. Anche nel prelevare con i famigerati bastoncini una parte minima della crema di ricotta, la graziosa donna cinese si mostra divertita e tendenzialmente ghiotta di quella leccornia. La critica cinese ha trovato invasiva e sessista la serie delle immagini e l’ha ripudiata insieme al prodotto che rappresentano, abiti e gioielli di Stefano Gabbana e di Domenico Dolce.

Il “registro visivo tropologico” si attesta nell’uso della figura retorica della “metafora” o relazione di somiglianza: il cannolo somiglia al pene. Viene usata anche la “enfasi” o forza espressiva e la “iperbole”: consistenza ed esagerazione del cannolo.

“L’assunto psichico di base” è il “fantasma della sessualità”, uno strumento universale e proficuo che consente un’efficace divulgazione e un’ampia diffusione del marchio e del prodotto in tutti i continenti. La sessualità, maschile in questo caso, è un simbolo universale: “archetipo”.

Il “giudizio” sullo spot in questione è pienamente positivo. Infatti è ben concepito e nel suo essere ritenuto maldestro e nell’essere rifiutato ha prodotto e produce gratuita “pubblicità della pubblicità”. L’accusa di “sessismo” all’universo maschile si attesta nell’avere umiliato una donna con gratuite provocazioni sessuali e di averla costretta a stare al gioco senza alcun riguardo per la sua sensibilità e la sua dignità. La psicodinamica dice di una donna compiacente nel sorriso artefatto dalla necessità pubblicitaria e la simbologia dice di una “falloforia”, di un trionfo dell’organo sessuale maschile con annesso seme nella ricotta condita. L’assaggio del cannolo avviene tramite i due bastoncini in maniera parziale e minima. Questo è quello che lo spot contiene a livello visivo e simbolico. Ma non basta. La psicodinamica esige di disoccultare la “posizione psichica orale” con la relativa “libido” e la “posizione psichica genitale” con la relativa “libido”, nonché una punta ben condita di “libido narcisistica”. Lo spot è costruito su un piano erotico-affettivo e su un livello di suadente seduzione.

GLI SPOT DELLA “PASTASCIUTTA” E DELLA “PIZZA”

Se al posto dell’insolente cannolo si mette la pizza e la pastasciutta, il prodotto pubblicitario diventa accessibile e condivisibile, nonché obsoleto nel richiamare i classici simboli dell’italianità nel mondo. Ma è anche e soprattutto vero che il veicolo pubblicitario deve avere la massima comprensione per avere la massima diffusione, per cui usare l’immagine di una robusta pizza napoletana e di un mastodontico piatto di spaghetti, conditi con la salsa del carrettiere, non peccherà di originalità, ma sarà efficacissimo. Aver concepito questi tipi di spot non rasenta la creatività di Oliviero Toscani nella pubblicità “Benetton” degli anni ottanta, ma è consona al compito e spedita nell’effetto di depositare il marchio “Dolce & Gabbana” nella psiche degli osservatori e dei fruitori. Confermo la bontà tecnica degli spot.

Il “registro visivo” è identico a quello del cannolo eccezion fatta per l’oggetto in primo piano, la pastasciutta e la pizza.

Il “registro sonoro”…idem con patate.

Il “registro grafico”…la stessa cosa.

Il “registro referenziale iconico”…come prima e come sopra.

Il “registro iconografico” si snoda tra gli schemi culturali cinesi e italiani, nello specifico la subcultura napoletana per quanto riguarda la pizza e la cultura italiana per quanto riguarda la pastasciutta. La pizza rappresenta simbolicamente la sfera degli affetti nel suo essere un alimento e nel suo appagare la “libido orale”. La pastasciutta si decodifica nella stessa maniera: simbolismo affettivo e “posizione psichica orale” e omonima “libido”. Sono spot che contengono simboli rassicuranti come l’amore materno nella sua radice, i contatti e le esperienze primarie legate al nutrimento e alla figura materna. Anche in questo caso viene richiamato un simbolo universale, l’archetipo della “Madre” e anche in questo caso l’umanità è rassicurata e la diffusione è assicurata. La donna protagonista dello spot, destinataria della pizza e della pastasciutta, non entra minimamente in ambiguo imbarazzo, tutt’altro. Davanti alle squisite italiche pietanze esibisce perplessità sull’uso dei bastoncini. Gli ammiccamenti e le ambiguità sensuali dello spot del “cannolazzo” non sono presenti e la voce fuori campo ha buon gioco nell’elogio del cibo e del marchio con tanto gradimento da parte della modella cinese.
Vediamo la parte culturale cinese presente negli spot. Gli schemi si attestano nei tratti somatici della donna e nelle bacchette di legno che, tutto sommato, ben reagiscono di fronte alla pizza e agli spaghetti rispetto alle deficienze accusate con il cannolo. Anche in questi casi niente di nuovo sotto il sole. La cultura cinese è ridimensionata rispetto alla cultura italiana.
Torniamo ai simboli. Mi ripeto. Le bacchette di legno condensano simbolicamente una pulsione aggressiva in riguardo alla sfera affettiva, una forma civile e perbenista di condivisione sociale. Le “bacchette” si relazionano bene con la pizza e con gli spaghetti rispetto al “cannolo” perché sono in lecita sintonia con la “libido” legata all’appagamento affettivo. Oltretutto, come si diceva, sono maggiormente funzionali nel prelevare un pezzo di pizza e soprattutto nell’arrotolare gli spaghetti. La graziosa donna cinese si mostra divertita e tendenzialmente ghiotta. La critica cinese ha trovato invasivi gli spot e li ha ripudiati insieme al prodotto che rappresentano, abiti e gioielli di Stefano Gabbana e di Domenico Dolce. L’accusa è che sono obsoleti nella diffusione dell’immagine della donna cinese e degli schemi culturali. Il popolo cinese è ben altro da come lo si dipinge in questi messaggi pubblicitari. Del resto, è anche vero che all’estero gli italiani sono identificati nella pizza, negli spaghetti e nella mafia, di conseguenza anche noi non siamo messi bene per quanto riguarda gli schemi obsoleti.

Il “registro visivo tropologico” si attesta nella figura retorica della “metonimia”, relazione di senso, tra la donna, le bacchette e la pizza o la pastasciutta. Tutto è in linea senza doppi sensi e metafore oscene. La donna cinese, vestita e adornata da “Dolce & Gabbana”, gradisce i cibi italiani e il messaggio pubblicitario passa attraverso una simbologia affettiva e protettiva. Non manca anche in questo caso la “enfasi” e la “iperbole” nell’abbondanza esagerata e nella forza espressiva dei due piatti.

“L’assunto psichico di base” è l’archetipo della “Madre” e il “fantasma dell’oralità” nella consistenza del cibo. Viene evocato l’amore materno e una sacra premura affettiva nell’offerta del cibo. L’universalità della simbologia consente un’efficace divulgazione e un’ampia diffusione del marchio e del prodotto in tutti i continenti.

Il “giudizio” è pienamente positivo.

CONCLUSIONE

Giobattino è ben servito, almeno spero. A espiazione della sua truffa lo costringo a leggere il mio testo “Benetton 10 e lode” che ho postato nel frontespizio del blog. Il saggio tratta della pubblicità in immagine singola ideata dal “concept” Oliviero Toscani per i maglioni “Benetton”. Ricordate le fotografie dissacranti del “rotolo di carta igienica”, del “bacio del prete e della suora”, della “donna nera che allatta un bambino bianco”, delle “boccacce degli adolescenti di razza diversa”, dei “preservativi colorati”, della “bambina appena nata”?
E ancora: le fotografie provocatrici del “guerrigliero”, del cimitero di guerra”, dei “pinocchi”, delle “foglie morte sospese sul petrolio”?
Le prime richiamavano “fantasmi” di tipo “orale”, “anale”, “fallico-narcisistico” e “genitale”, le ultime facevano perno sul “fantasma di morte”, tutti veicoli psichici efficaci per imprimere in maniera subdola nella pubblica coscienza il marchio “Benetton”.
Il saggio “Benetton 10 e lode” tratta l’innovazione del codice pubblicitario operata da Oliviero Toscani, operazione che ha fatto tanto discutere per la sua apparente carica di assurdità.
Buona lettura!

 

TRA VEGLIA E SONNO

 

Caro dottor Vallone,
le scrivo quello che mi è successo tra veglia e sonno. Sicura che mi risponderà, la saluto cordialmente.
Vanessa

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ mattina e sto dormendo profondamente.
A un tratto mi sveglio, sono cosciente, ma il mio corpo non reagisce.
Non riesco ad aprire gli occhi, li apro a fatica, molto a fatica.
Vedo la stanza attraverso una fessura orizzontale, ma mi sforzo di aprire gli occhi perché sento che c’è qualcuno dentro la stanza e voglio capire di chi si tratta.
Sono consapevole del fatto che il mio compagno è uscito per andare al lavoro e che sono rimasta da sola in camera.
Mi prende una sorta di paura perché penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.
Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.
Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.
A un tratto percepisco la presenza di qualcuno seduto sul letto alla mia sinistra che mi prende il braccio sinistro e me lo stringe con fermezza.
Con la sua presa quasi mi sorregge anche se sono distesa.
In quel momento insisto per aprire gli occhi e poterlo vedere. Impossibile, gli occhi non me lo permettono.
La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.
Con quel gesto sento la paura attenuarsi, mi tranquillizzo e mi sembra che con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”.
Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa. Mi sono tranquillizzata e addormentata. Me ne sono fregata di avere il corpo come morto.
Non so quanto tempo è passato, ma mi risveglio di nuovo allo stesso modo.
Sono cosciente che non sto sognando e sono incapace ancora di muovermi. Stavolta non ho nessuna paura. Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.
Non riesco a capire chi sia perché è troppo buia la stanza. Questa donna mi parla e io non memorizzo nulla di quello che mi dice.
Improvvisamente mi sono riaddormentata.
Quella mattina mi sono svegliata molto serena. Da molto tempo non mi sentivo così e per tutta la giornata mi ha accompagnato la sensazione fisica di quella stretta al braccio.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Prima di cadere nel sonno viviamo uno stato psicofisico di piacevole torpore contraddistinto dal progressivo rilassamento del corpo e dalla libera emersione dei pensieri. Tra veglia e sonno c’è la dimensione ipnotica: tutto secondo Natura. Ypnos era un dio greco e si traduce “sonno”, era maritato, guarda caso, con la Notte. I Sogni” erano i loro tre figli, si chiamavano Fantaso, Fobetore e Morfeo e uscivano ogni notte da una porta di corno se portavano agli uomini delle “verità” o da una porta d’avorio se erano forieri di “illusioni”.
Lo stato ipnotico, quindi, è un “pre-sonno”, uno stato di “trance” che dispone al sonno attraverso la progressiva “catatonia”, caduta del tono muscolare, e la involontaria associazione di pensieri, di fantasie, di immagini. Ogni persona può partire con un tema prediletto o temuto che di poi viene naturalmente investito da una serie di libere associazioni fino al passaggio nel sonno.
A questo punto è opportuna una finestra sul sonno, il greco Ypnos.
La ricerca scientifica approda nella metà degli anni cinquanta alla scoperta dei diversi stati fisiologici che si alternano durante il sonno: il “sonno REM”, contraddistinto da rapidi movimenti dei bulbi oculari e da onde elettriche frequenti di piccola ampiezza, il “sonno nonREM”, caratterizzato da un aumento di ampiezza e da un rallentamento delle onde elettriche con assenza di movimenti oculari.
Durante la notte si passa per circa quattro volte attraverso gli stadi di “sonno nonREM” e di sonno “REM”; essi costituiscono un ciclo che si ripete per tutta la notte ogni novanta minuti.
Questi cicli non sono perfettamente simmetrici: gli stati più profondi di sonno “nonREM” generalmente vengono ridotti o saltati nell’ultima parte della notte, quando i periodi di sonno “REM” diventano più lunghi e prevalenti.
Questa può essere la ragione per cui di solito al risveglio si ricordano i sogni dell’ultima parte della notte, del mattino per la precisione.
Durante il “sonno REM”, nonostante vi sia una sorprendente assenza di tono muscolare, c’è un’intensa attività fisiologica che contrasta con la quiescenza catatonica del “sonno nonREM”.
La respirazione, il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna sono elevati e irregolari; il consumo d’ossigeno, la temperatura e il flusso sanguigno cerebrale aumentano e si ha l’erezione del pene o la contrazione vaginale indipendentemente dal contenuto del sogno.
Mentre in passato il sonno era considerato un processo essenzialmente passivo a causa della ridotta stimolazione della corteccia cerebrale da parte del sistema reticolare ascendente, la Neurobiologia ha scoperto che esso è ciclico e attivo.
Si ritiene, inoltre, che lo stato desincronizzato venga periodicamente attivato da un orologio neurobiologico collocato nel tronco cerebrale pontino.
Inizialmente la scoperta del “sonno REM” e l’associazione con il “lavoro onirico” sembrarono confermare le teorie di Freud per la paralisi muscolare e l’attivazione istintuale segnalata dall’erezione del pene e dalla contrazione della vagina; il “sonno nonREM” fu assimilato a un vuoto mentale.
Ma successivamente si è scoperta l’esistenza di “sogni REM” e di “sogni nonREM”. Questi ultimi non presentavano differenze qualitative con i primi; l’attività onirica o mentale si presentava in ogni stadio del sonno e in maggiore abbondanza rispetto alle precedenti convinzioni.
Pur tuttavia, si è rilevato che i “sogni REM” sono più eccitanti e meno logici rispetto ai “sogni nonREM”.
Questa è la sintesi scientifica sul sonno. Adesso focalizzo una sintesi altrettanto scientifica sull’ipnosi.
E’ un tipo di sonno, una condizione temporanea e reversibile di attenzione alterata, in cui si possono avere fenomeni spontanei come alterazioni della coscienza e della memoria, una accresciuta suggestionabilità, anestesie, paralisi, rigidità muscolari e alterazioni vasomotorie. Una definizione esaustiva valuta l’ipnosi uno stato di “trance”, uno stato oniroide di elevata suggestionabilità, un’alterazione qualitativa del normale stato di coscienza. L’alterazione psichica produce e spiega le modificazioni chimico-fisiche e le variazioni delle conduzioni sinaptiche. L’ipnosi è, quindi, una inibizione corticale localizzata e limitata ad alcune aree, mentre il sonno è una inibizione corticale generalizzata.
L’induzione artificiale di sonno ipnotico da parte di uno psicologo attraverso una tecnica adeguata e a-traumatica, ipnositerapia, produce fenomeni, sia spontanei e sia in risposta a stimoli e comandi, al fine di indagare, di rimuovere, di correggere, di evocare materiale e vissuti psichici, usufruendo dell’abbassata soglia di vigilanza della coscienza che rende accessibili all’analisi i contenuti delle zone psichiche più profonde e che sono state trattate dal meccanismo psichico di difesa della “rimozione”.
Aggiungo una nota personale.
Correva l’anno 1976 e si studiava l’ipnositerapia in quel di Milano e nel benemerito Istituto di indagini psicologiche. I giovani psicologi erano particolarmente attratti dagli effetti magici, più che scientifici, della tecnica ipnotica. Il professore insegnava come fare e cosa non fare, i pregi e i difetti, le virtù e i vizi della dimensione ipnotica indotta nei pazienti al fine di risolvere un disturbo psicosomatico con grande successo e riconoscimento ufficiale. Il potere che il paziente concedeva allo psicologo nell’induzione ipnotica era gratificante. Due settori erano particolarmente delicati nell’ipnositerapia: la “regressione d’età” e la “catalessi”. Il docente era moderato e insisteva nel dire che questa tecnica andava usata soltanto per fini psicoterapeutici e non per fini teatrali. In effetti, durante una seduta ipnotica succedevano cose strane: la levitazione del braccio su suggestione, la regressione all’infanzia, l’irrigidimento dei muscoli del corpo, la caduta delle tensioni, il comando post-ipnotico e altra fenomenologia lasciata al piacere e al sadismo dell’operatore. Questo è il ricordo personale.
Vanessa mi scrive e mi presenta un quadro psicofisico complesso, a metà tra ipnosi e sonno, tra coscienza e incoscienza, tra vigilanza e sogno. Il dato impressionante è la “catatonia” e la “catalessi”, la caduta del tono muscolare e l’incapacità a reagire dovuta all’irrigidimento dei muscoli del corpo e all’inibizione nervosa. Il tutto è accaduto per involontaria e inconsapevole autoipnosi e in seguito a forti emozioni. Vanessa nel passato più recente è stata colpita da episodi ed eventi che l’hanno sconquassata e hanno ridestato traumi pregressi adeguatamente rimossi o sistemati dagli altri meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia. Si giustifica e si spiega in questo modo le forti tensioni che hanno determinato lo stato ipnotico e i sintomi accusati: allucinazioni, catatonia e catalessi. Per quanto riguarda il sogno inesistente, si potranno interpretare le fantasie o il “sogno a occhi non aperti” e in stato di trance ipnotica.
Non resta che seguire passo per passo questo ibrido prodotto psichico, perché, soltanto procedendo con cautela, ne vedremo e gusteremo delle belle, a conferma che la Psiche non ti fa decisamente annoiare con le sue birichinate.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“E’ mattina e sto dormendo profondamente.”

Vanessa inizia il suo racconto con questa nota che merita un rilievo: al mattino non si dorme mai “profondamente” perché il sonno è leggero e si è quasi svegli. Come si diceva nelle Considerazioni, il sonno “nonREM”, quello profondo e catatonico, si è esaurito e siamo quasi svegli, per cui la memoria di un eventuale sogno è possibile e spedita. La fase “REM” del sonno è paradossale proprio perché si dorme per riposarsi e, invece, si è agitati. In questa fase è più che mai possibile la memoria del sogno. Questo esordio di Vanessa risponde alla ricostruzione che il suo “Io” ha fatto da sveglia per comporre il ricordo della trama. Pur tuttavia, se Vanessa è andata a dormire all’alba o ha passato tutta la notte insonne, la sua nota iniziale è veritiera.

“A un tratto mi sveglio, sono cosciente, ma il mio corpo non reagisce.”

Vanessa è in vigilanza, in “catatonia” e in “catalessi”. Vanessa è in “paralisi isterica”, uno stato psicofisico che si può indurre in “ipnosi”. Vanessa non si è svegliata del tutto ed è rimasta ferma allo stato ipnotico. Vanessa si è autoindotta senza sapere né leggere e né scrivere, a testimonianza che si tratta di relazioni naturali tra il corpo e la mente, tra il soma e la psiche, anche se non comuni e di normale amministrazione. Vanessa sa di sé e sa chi è, ma non riesce a muoversi. Questo stato è particolarmente ansiogeno e doloroso, è angosciante perché non sa cosa le sta succedendo e non può chiamare aiuto. Sta vivendo uno stato d’impotenza e di blocco psicofisico. Le funzioni del “sistema nervoso centrale”, la coscienza e la vigilanza, sono a mezzo servizio, mentre le funzioni del “sistema neurovegetativo o autonomo”, garanzia della vita, sono dominanti, così come avviene nel sonno. A livello psichico si ridesta in questo stato di inerzia involontaria un “fantasma di inanimazione”. Sei vivo, ma somigli a un morto, sei senza energie e pensi di trovarti nell’anticamera della fine. Di certo e di sicuro Vanessa è in “paralisi isterica”, uno stato psicofisico che da svegli si può vivere naturalmente quando il meccanismo di difesa della “conversione isterica”, per l’appunto, converte in sintomi le tensioni “rimosse” a suo tempo nelle profondità psichiche e collegate a un trauma o a un conflitto ben precisi e di un certo spessore. Queste tensioni congelate sono evocate da una causa scatenante occasionale e per la legge della “omeostasi” si sono scaricate incarnandosi o somatizzandosi in un sintomo altamente pesante e impressionante, angosciante, un sintomo che inibisce le funzioni motorie e la reattività nervosa. La legge della “omeostasi” esige di mantenere le cariche nervose in equilibrio e sotto una soglia di guardia, pena la morte per ictus o per collasso cardio-respiratorio. La “paralisi isterica” si può indurre con una seduta ipnotica indirizzata tramite le opportune suggestioni a provocarla e a costruirla. Ricordo che Vanessa non sta sognando, sta ricordando quello che ha vissuto da sveglia o meglio con la consapevolezza di essere sveglia. Vi offro la migliore definizione clinica della “conversione isterica” soltanto per allargare le conoscenze. E’ l’abreazione o la scarica purificatrice del conflitto psichico profondo e consiste in una innervazione somatica di un contenuto psichico rimosso che sceglie un organo o un apparato secondo la logica simbolica e metaforica per scaricare le cariche nervose a suo tempo inibite, congelate e legate al conflitto e la trauma.
Tornando al prodotto psichico di Vanessa si può tranquillamente dire che cominciamo proprio bene, per cui non resta che proseguire nella speranza che il quadro clinico si attenui.

“Non riesco ad aprire gli occhi, li apro a fatica, molto a fatica.”

Come non detto, ma tutto è nei limiti delle conoscenze scientifiche, come ho ampiamente spiegato in precedenza. La psicofisiologia e la psicodinamica si capiscono e si spiegano, ma bisogna stare attenti che non si superino certi livelli di tensione. Anche “l’aprire gli occhi a fatica, molto a fatica” è possibile perché lo stimolo catatonico si è attenuato e si è stabilizzato in una forma media sempre gestita dalla funzione “Io” e da nessuna forza metafisica o parapsichica. Meglio: si è attenuata la soglia ipnotica e le inibizioni della vista si sono ridotte. Fino a questo punto non c’è niente di simbolico nella narrazione di Vanessa: tutto è reale e di una realtà psicofisica. Vanessa è in stato ipnotico inconsapevolmente autoindotto. Ma come avviene questa operazione? Della “conversione isterica” è stato detto. Aggiungiamo che l’autoinduzione ipnotica è stata resa possibile dal fatto che Vanessa è particolarmente nervosa nella sua vita corrente e questa eccitazione si riversa nel sonno e nello stato ipnotico, una forma di mezzo sonno e mezza veglia dove prevale la caduta del tono muscolare, “catatonia” e la “catalessi” proprio per l’alta intensità delle tensioni. Resta adesso da capire cosa si sta muovendo e preparando a livello onirico.
Quale sogno e quali simboli arriveranno sulla scena?

“Vedo la stanza attraverso una fessura orizzontale, ma mi sforzo di aprire gli occhi perché sento che c’è qualcuno dentro la stanza e voglio capire di chi si tratta.”

E’ un “sogno a occhi quasi aperti” o è un’agonia psicofisica?
La “suspence” domina in un quadro clinico particolarmente delicato: una donna cosciente in “catatonia” e in “catalessi” che adesso si sente in pericolo. Vanessa si deve guardare anche da un un “qualcuno” estraneo che non vive come un possibile aiuto per uscire da questo stato critico, ma come un possibile malintenzionato che vuole farle del male. Vanessa versa sempre in una situazione psicosomatica ibrida, una mezza vigilanza dell’Io e una mezza inanimazione del corpo. Vanessa è sveglia e non sta sognando, ma sta elaborando simboli particolari come l’anonima figura maschile “dentro la stanza”. Sappiamo il meccanismo di questo stato psicosomatico, di questa “conversione isterica” che l’ha bloccata a letto, sappiamo dell’afflusso improvviso delle tensioni nervose di un trauma rimosso e relegato nelle sfere psichiche profonde e non certo inconsce. Procediamo nella “suspence” di scene per niente “horror” ma del tutto naturali.

“Sono consapevole del fatto che il mio compagno è uscito per andare al lavoro e che sono rimasta da sola in camera.”

Vanessa si rassicura con questa comunicazione di servizio, sa di essere rimasta “sola in camera” e che sta vivendo qualcosa di anomalo nel corpo. Adesso la presenza di un estraneo colpisce l’attenzione e induce una certa apprensione. Non resta che seguire la narrazione.

“Mi prende una sorta di paura perché penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.”

La definizione “narcotizzata” è particolarmente azzeccata proprio perché indica l’effetto di una anestesia che impedisce di difendersi da un pericolo. Resta insoluto il perché Vanessa elabori una possibile violenza al posto di un aiuto a riprendersi da questo torpore e da questa semi-paralisi. La “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” si coglie chiaramente in questo pessimismo di Vanessa e in questa scelta di farsi ancora del male. E’ anche vero che quello che Vanessa sta vivendo non si può bloccare in un positivo “e vissero tutti felici e contenti”. Vanessa fa bene a scaricare le sue tensioni producendo le sue immagini, almeno fino a quando riesce a gestire le tensioni e fino a quando non scatta quella forza che supera l’energia del trauma emerso e la sveglia del tutto. Siamo in un quadro d’impotenza a reagire e in una psicodinamica di caduta delle energie buone, quelle della vigilanza. Siamo davanti all’azione devastante del “fantasma d’inanimazione, una variante del “fantasma di morte”. Ci si chiede ancora: ma quel qualcuno che gira per la casa è dentro o fuori di Vanessa, è la “proiezione” di un suo vissuto o è effettivamente un estraneo?

“Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.”

Non resta che commentare la situazione che Vanessa sta vivendo, dal momento che è mentalmente vigile ma bloccata nelle energie. La “catatonia” si evidenzia ulteriormente nel sentirsi “inchiodata al materasso”, così come la vulnerabilità si manifesta nella “posizione supina sul letto” degli equivoci. La sensazione di peso del corpo è percepita come un blocco all’azione e un impedimento alla difesa dalle minacce esterne. Ricordo che negli esercizi del “training autogeno” e nelle sedute ipnotiche esistono queste suggestioni di peso e queste induzioni di passività del corpo che vive al minimo delle energie vitali.

“Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.”

Come si diceva, si tratta di un’autoinduzione involontaria di passività e di inanimazione. Vanessa è completamente abbandonata al minimo consentito del moto vitale. Vanessa è in piena “catatonia” e resta attiva la consapevolezza dell’Io. Vanessa è in piena “paralisi isterica” e si sta difendendo dall’angoscia con il “meccanismo psichico” della “conversione isterica”. Vanessa sta istruendo da sola quel processo e quei sintomi che si possono indurre con una serie di suggestioni ipnotiche. Il perché di tutto questo si spiega sempre con il riemergere in sonno e in sogno delle tensioni collegate a un trauma pregresso e a un conflitto rimosso.

“A un tratto percepisco la presenza di qualcuno seduto sul letto alla mia sinistra che mi prende il braccio sinistro e me lo stringe con fermezza.”

Vanessa è sveglia ma paralizzata, cosciente ma immobilizzata dalla caduta delle energie, “catatonia”, dall’irrigidimento dei muscoli, “catalessi”. Vanessa non vede, ma percepisce la presenza di un “qualcuno” che assume un atteggiamento di sostegno e di induzione al risveglio e al recupero del comando e della distribuzione delle sue energie.
E’ autosuggestione o è realtà esterna?
E’ Vanessa che si è caricata al punto di sentire quello che fuori non c’è o è il compagno che è ritornato a casa e la vuole svegliare?
Chi vivrà vedrà.
In ogni caso l’esperienza in atto di Vanessa è una realtà psicofisica abbastanza forte che si sta indirizzando verso il paranormale e il parapsichico. Il fatto che questo “qualcuno” si porga dalla “sinistra” si può interpretare come una “regressione” al passato e all’oscurità della coscienza, un ritorno al “già visto” e una rivisitazione del “già vissuto”. Il quadro simbolico è rafforzato dal fatto che “il braccio” di Vanessa è quello “sinistro”, le relazioni del passato, la finestra sul retro, la coscienza obnubilata. La “fermezza” della stretta è direttamente proporzionale al forte bisogno di essere sostenuta e approvata, un’esigenza universale a qualsiasi età e in qualsiasi stagione della vita. Ancora: trovandosi Vanessa in stato ipnotico, la sensazione percepita e fatta propria dispone per una autosuggestione in linea con l’andamento della trama e con la meccanica psicologica istruita, piuttosto che per una presenza effettiva del compagno o per una entità metafisica accorsa in sostegno della nostra eroina. Nulla toglie, pur tuttavia, a far quadrare il cerchio come si gradisce. Proseguire diventa interessante oltre che ansiogeno.

“Con la sua presa quasi mi sorregge anche se sono distesa.”

Come dicevo in precedenza, Vanessa vive in maniera protettiva questa figura maschile forte e affidabile. Si profilano i bisogni psichici e il tipo d’uomo prediletto da Vanessa. La “sua presa” e il “mi sorregge” sono tutto un programma psicologico ed esistenziale in linea con le umane debolezze e precarietà. Questa figura maschile può essere il padre o il compagno, in ogni caso l’uomo degno di lei. Essere “distesa” attesta l’apertura all’altro e la disposizione al sollievo, un fiducioso affidamento.

“In quel momento insisto per aprire gli occhi e poterlo vedere. Impossibile, gli occhi non me lo permettono.”

Lo stimolo e la rassicurazione inducono Vanessa a prendere atto di quello che sta succedendo, ma l’operazione della consapevolezza è impossibile. Vanessa è sveglia ed è in uno stato psichico di ambiguità. Da un lato vuole vivere la “trance” ipnotica e il rilassamento collegato nonché la presenza gradevole dell’uomo che le sta accanto, dall’altro lato vuole verificare la concretezza di questa stranissima e inquietante esperienza. Degno di nota è il desiderio inibito di poter guardare l’uomo. Il conflitto psichico si attesta sulla volontà di guardare la realtà e la resistenza a non vivere in pieno la consapevolezza. Simbolicamente “aprire gli occhi” si traduce in prendere atto di ciò che succede ed esaminarlo con gli strumenti della ragione. Quest’ultima è in una tormentata dialettica con l’emozione e non la spunta in alcun modo, almeno fino a questo momento.

“La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.”

Come si diceva in precedenza, Vanessa è affascinata da questa figura maschile, è sveglia e in “trance” ipnotica, è in “conversione isterica” delle tensioni congelate ed emerse e collegate a un trauma, è in uno stato di fascinoso torpore fisico, è in attesa che la sceneggiata si compia e si definisca in maniera gratificante. Questi sono alcuni motivi del mancato e totale risveglio. La sensazione di Vanessa equivale pari pari al suo desiderio e al suo bisogno affettivo di un uomo che non si profila al suo sguardo impedito. Può solo sentirlo nel gesto impetuoso di una presenza solida. “Non lo vedo” equivale ancora alla “resistenza” a prendere coscienza delle figure maschili conosciute nella sua vita e della loro incidenza nella sua formazione psichica.
Riepilogando: il prodotto psichico di Vanessa viene analizzato nel versante clinico, psichico e simbolico: un sogno elaborato da sveglia.

“Con quel gesto sento la paura attenuarsi, mi tranquillizzo e mi sembra che con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”.

Tutto si precisa in questa contingenza che Vanessa vive sempre più in maniera tranquilla come se fosse una “fantasticheria” prima del sonno e in uno stato ipnotico e dove si stanno realizzando la “catatonia” e la “catalessi”, la caduta del tono muscolare e l’irrigidimento dei muscoli del corpo, mentre la mente è vigile e in contatto con la realtà esterna. Questi fenomeni psicofisici sono effettivamente riproducibili in ipnosi sin dai tempi del tedesco Mesmer, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, e alla fine dell’Ottocento presso la Salpetriere dal francese Charcot. Con lui Freud iniziò la sua formazione psicologica a Parigi e con lo studio dell’ipnosi. In quella sede ebbe modo di vedere e di capire i fenomeni psicofisici prodotti dall’induzione ipnotica. Comunque, tornando a Vanessa, è fuor di dubbio che ha descritto il tipo d’uomo che desidera e il corredo delle doti: aiuto e sostegno, presenza e vicinanza, rassicurazione e rafforzamento.
Si tratta di un uomo ideale o dell’ideale di uomo?
Si tratta del vissuto di un uomo reale, come si constata nel prosieguo del racconto.

“Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa. Mi sono tranquillizzata e addormentata. Me ne sono fregata di avere il corpo come morto.”

Il quadro psicofisico si definisce sempre più e in modo prospero. Vanessa accetta “il corpo come morto” e si addormenta con il pensiero di essere accudita dalla presenza del “padre morto trent’anni fa”. Il bisogno di protezione è forte e vivo. Resta il problema del “corpo come morto”, del “fantasma di inanimazione”, una variante del “fantasma di morte”. Resta aperta la questione della “conversione isterica” che clinicamente si manifesta nel teatro corporeo. “Me ne sono fregata” equivale all’uso del “meccanismo di difesa dello “annullamento” ossia della separazione della rappresentazione mentale della situazione in cui si trova dalle emozioni, della conversione dell’angoscia in qualcosa di sopportabile e di accettabile, del meccanismo della “rimozione”, non ci penso e lo dimentico. E’ il classico quadro di un’angoscia infantile di abbandono. Eppure Vanessa è adulta e abbastanza matura per gestire la sua persona e la sua vita. Questa fantasticheria in autoipnosi resta sempre più inquietante e complicata, ma se Vanessa la porta avanti vuol dire che può gestirne l’angoscia.

“Non so quanto tempo è passato, ma mi risveglio di nuovo allo stesso modo.”

Vanessa pensa di essersi addormentata e di risvegliarsi nelle condizioni psicofisiche che ben ricorda per la loro forza suggestiva: “catatonia” e “catalessi”. Questa scena non cambia perché è di grande interesse psichico e fisico per la nostra protagonista. Sembra paradossale, ma Vanessa si crogiola in un eccitante psicodramma dai tanti risvolti psicosomatici per svolgere la psicodinamica di un corpo istericamente bloccato e per attingere all’inesauribile sorgente della magia e del mistero, del paranormale e del parapsicologico: il padre morto che la sorregge.

“Sono cosciente che non sto sognando e sono incapace ancora di muovermi. Stavolta non ho nessuna paura. Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.”

Vanessa insiste sul versante parapsicologico e metafisico e continua con le sue allucinazioni giustificate dalla forte eccitazione dei sensi nello stato di semi-veglia. “Alla mia destra” simbolicamente si traduce “nella realtà di tutti giorni” Vanessa “vede la figura di una donna giovane”, lo “sdoppiamento” di Vanessa, un’altra Vanessa rassicurante che suggerisce le cose giuste da fare in modo consolatorio. Il padre era morto e apparteneva al passato e al “già visto” e al “già vissuto”. La “donna giovane”, traslazione della stessa Vanessa, riflette e si dirige verso il futuro con la forza e la determinazione opportune per una persona fortemente sensibile. Vanessa si “guarda” e si “parla”, autocoscienza e amor proprio al fine di ratificare le deliberazioni in decisioni. E’ necessario ormai uscire da questa “impasse” psicofisica.

“Non riesco a capire chi sia perché è troppo buia la stanza. Questa donna mi parla e io non memorizzo nulla di quello che mi dice.”

La “traslazione” difensiva funziona per consentire all’angoscia di non manifestarsi e di interrompere questa lunga “reverie”, questo sogno in ipnosi autoindotto e guidato. Certamente “questa donna” non è una presenza metafisica o magica, un’entità del tipo angelo custode, una figura reale che cerca di svegliarla dallo stato di sopore di torpore, un qualcuno e un qualcosa di altro che non si riesce a inquadrare nei dovuti termini. Questa donna è l’allucinazione della figura femminile di Vanessa. “La stanza troppo buia” equivale alla “rimozione” di esperienze ingestibili dalla coscienza e che non è consentito ricordare per non turbare l’equilibrio psicofisico. Le parole di “mi parla” equivalgono a doni allucinati e a consapevolezze in attesa di essere ben razionalizzate. “Io non memorizzo” è il meccanismo di difesa della “rimozione”: io dimentico tutto quello che mi dico di fare e che penso che sia giusto per me. L’evidenza di un trauma che affiora e sprofonda è simbolicamente ben costruita dalla protagonista suo bengrado e suo malgrado. La “trance” ipnotica è sufficiente a ridestare i vissuti e i “fantasmi” del passato presenti nel circuito psicofisico, mentale e corporeo.

“Improvvisamente mi sono riaddormentata.”

La “rimozione” ha ben funzionato ancora una volta per difendersi da quella donna di cui non riusciva a fidarsi e a cui non riusciva ad affidarsi, da quella donna di cui temeva i doni delle parole in funzione di una migliore “coscienza di sé”. Ricadere nel sonno, “riaddormentata”, è la migliore difesa dall’angoscia incipiente quando Vanessa si mette e si trova di fronte a se stessa. Adesso può sognare. Il trambusto allucinatorio e ipnotico suggestivo, nel quale era piombata, è passato. Un sogno da sveglia autoguidato o un sogno a occhi chiusi si è concluso per lasciare il posto alle sensazioni di un benessere psicofisico auspicabile e agognato. Questo gradevole equilibrio è arrivato semplicemente perché Vanessa ha scaricato tensioni e ha migliorato la “coscienza di sé” portando a “catarsi” tanta roba significativa della sua “organizzazione psichica reattiva evolutiva”, soprattutto le cariche nervose congelate e immobilizzate che a suo tempo erano state rimosse per la difesa operata dall’Io. In effetti e facendo i conti della serva, Vanessa della sua storia psicologica ha riesumato un uomo defunto, il padre o altra figura, e la relazione con il suo corpo e con la sua auto-consapevolezza di donna che ha sofferto, che ha bisogno e che desidera.
Ma la lettera di Vanessa non è ancora finita e c’è ancora qualcosa da capire e da precisare: “repetita iuvant” o “le ripetizioni sono d’aiuto”.

Quella mattina mi sono svegliata molto serena. Da molto tempo non mi sentivo così e per tutta la giornata mi ha accompagnato la sensazione fisica di quella stretta al braccio.”

Vanessa ha bisogno di quell’uomo che le ha dato “quella stretta al braccio”, di un uomo che la rassicuri e la rafforzi, la sostenga affettivamente e la attragga virilmente. Vanessa ha bisogno di un uomo che somigli al padre in piena rispondenza alla “posizione edipica” anche perché di quest’ultimo ha maturato un vissuto positivo dopo il conflitto. Anche la morte del padre l’ha aiutata a riformularlo e a riconoscerlo come la sua origine e la sua radice psicofisica. “Accompagnato la sensazione fisica” condensa l’alleanza psichica e la suggestione di un’assimilazione magica di energie dall’esterno, un rituale classico della magia. La Psiche, operando con i “processi primari”, è magica rispetto alla fredda razionalità. Vanessa grida che un uomo come mio padre è quello che cerco e che mi serve. Questa è la convinzione consapevole di Vanessa, una convinzione che rimanda a un progetto da realizzare vita natural durante e contro le “catatonie” e le “catalessi”. A Vanessa serve una coscienza limpida e non certo una infida dimensione ipnotica.
Tanti voti augurali alla nostra protagonista!

PSICODINAMICA

Il prodotto psichico di Vanessa è particolarmente ibrido, oscilla tra un sogno a occhi aperti e una seduta auto-ipnotica, una fantasticheria e una “abreazione” o scarica nervosa di angosce rimosse. Contiene una parte psicologica nell’offerta dei conflitti e una preponderante parte somatica nella descrizione della “catatonia” e della “catalessi”: caduta del tono nervoso e irrigidimento dei muscoli. La figura maschile si manifesta nel “fantasma del padre”: “posizione edipica” e si trasla nella figura ideale dell’uomo a cui affidarsi. La figura femminile si manifesta nello “sdoppiamento” della protagonista e nella difficoltà a sentirsi autonoma e sicura.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Vista la qualità del prodotto psichico, considererò le caratteristiche presenti e visibili in questa “reverie” in autoipnosi.

I simboli sono quelli della sinistra e della destra.
L’archetipo presente è quello del “corpo”.
Il “fantasma d’inanimazione” è il protagonista della scena: “non reagisce”.
La “posizione psichica edipica” è presente nella parte che riguarda il padre: “Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa.” La “posizione anale” con la “libido sadomasochistica” si manifesta in “penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.”
La reverie è diretta dall’Io, la cui azione non è stata d’impedimento all’affiorare delle pulsioni dell’istanza “Es” in “con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”. E in “Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.”
I meccanismi psichici di difesa istruiti da Vanessa nel suo prodotto sono la “traslazione”, lo “sdoppiamento”, la “rimozione” e il “ritorno del rimosso” con la “conversione isterica” e la “conversione nei sintomi”, “l’annullamento”.
Il corpo in catalessi è la “metafora” del “fantasma di morte”, mentre il corpo in catatonia è la metafora del “fantasma d’inanimazione”.
La “organizzazione psichica reattiva” evidenzia nettamente un tratto “edipico” in “La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.” e in “Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa.”.
La “diagnosi” dice di una “reverie” in stato auto-ipnotico con “catatonia” e “catalessi”, nonché con “allucinazioni” di vario tipo: “Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.” e in “Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.”
La “prognosi” impone a Vanessa di tenere sotto controllo i suoi traumi pregressi e di portarli sempre alla migliore razionalizzazione possibile per avere una psiche libera da eccessi di tensione nervosa. Questa “reverie” merita una psicoterapia proprio per l’intensità dei fenomeni fisiologici.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nel “ritorno del rimosso” e nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”.
Il “resto diurno” o la causa scatenante della “reverie” di Vanessa è il ricordo del padre defunto e lo stato di tensione nervosa in atto.
La “qualità” della “reverie” è metapsichica e cenestetica.
Il “fattore allucinatorio” si esalta nel tatto, nella vista, nell’udito e nella cenestesi globale.
La “reverie” si svolge in autoipnosi e non nel sonno, per cui le fasi REM e nonREM sono assenti.
Il “grado di attendibilità” di quanto spiegato è massimo, perché si tratta di fenomeni psicofisici conosciuti e studiati sin dai tempi antichi. Il grado di fallacia è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

L’articolo sul prodotto psichico di Vanessa è stato sottoposto all’attenzione di una lettrice anonima. Sono emerse le seguenti domande.

Domanda
Mi spiega come si verificano le ore del sonno REM e le ore del sonno nonREM?

Risposta
Ti addormenti alle 22 e piombi nella fase nonREM, dormi profondamente. Alle 24 esci progressivamente dalla fase nonREM ed entri nella fase REM, sei agitata e i tuoi bulbi oculari roteano. Alle ore 0,30 rientri nella fase nonREM e ne esci alle ore 2. Dalle ore 2 alle ore 2,30 sei nella fase REM. Dalle ore 2,30 fino alle ore 3,45 sei nella fase nonREM. Dalle ore 3,45 alle ore 4,30 sei nella fase REM. Ti stai svegliando e il sonno nonREM diminuisce e aumenta la durata del sonno REM. In tutte e due le fasi sogni. Nelle fasi REM ricordi meglio rispetto alle fasi nonREM. Questo quadro è un esempio generale.

Domanda
E se mi sveglio alle 2 per fare la pipì?

Risposta
Quando ti riaddormenti entri nella fase nonREM e dopo un’ora circa nella fase REM.

Domanda
Perché a volte al mattino mi sveglio stanca e irritata?

Risposta
Escludendo le cause psicologiche, un sonno disturbato equivale a un risveglio maldestro e improvviso proprio nella fase nonREM. Ottimale è svegliarsi progressivamente nella fase REM.

Domanda
Si passa tutti, prima di dormire, dallo stadio ipnotico. Posso in questo stadio programmare il sogno pensando intensamente proprio a quello che voglio sognare?

Risposta
Non è possibile. Primo punto: nello stadio ipnotico i pensieri vanno a ruota libera e per libere associazioni e fai fatica a controllarli e a programmarli. Secondo punto: il contenuto del sogno verte su quello che ti ha colpito nel giorno precedente e che occupa la tua coscienza in quanto problematica dominante in quel momento della tua vita.

Domanda
Ma a volte ci sono riuscita. Ho sognato quello che avevo pensato di sognare prima di addormentarmi.

Risposta
Era quello che avevi sul gozzo e che volevi risolvere in qualche modo: il problema, il vissuto, il conflitto, il bisogno, il desiderio dominanti. Non è una pura coincidenza. L’hai sognato perché quel tema ti prendeva al massimo.

Domanda
Grazie, ho capito meglio. Le chiedo allora perché Vanessa si è indotta lo stato ipnotico da sola e senza saperlo?

Risposta
Vanessa era molto nervosa e agitata nei giorni precedenti per quello che le era successo e dentro di lei si sono mosse le tensioni legate al passato e possibilmente a un trauma. Nel sonno queste cariche sono emerse e hanno prodotto lo stato ipnotico proprio perché abbassiamo le difese quando ci abbandoniamo al sonno. Vanessa ha beneficamente scaricato tante energie che ristagnavano dentro, per cui questo trambusto psicofisico è stato positivo, si definisce “abreazione catartica”. A tal proposito si può leggere il caso di Anna O. descritto da Freud nei suoi “Studi sull’isteria”. La giovane donna aveva sviluppato una serie di disturbi somatici e psichici tra i quali una paralisi da contrattura e anestesie. Cadeva spontaneamente in stati ipnotici e rievocava traumi pregressi come quello di una ragazza che accudiva il padre malato. Di poi si svegliava e i sintomi erano migliorati ma non guariti.

Domanda
Può capitare a tutti?

Risposta
Vanessa per dormire ha attraversato il dormiveglia ipnotico ed è emerso il trauma. Capita a tutti questo passaggio dallo stato ipnotico al sonno, ma non capita a tutti avere l’esperienza di Vanessa, a meno che non ci siano in circolazione elevate tensioni nervose ed episodi traumatici non adeguatamente razionalizzati.

Domanda
E’ una malattia?

Risposta
Lo stato psicofisico ipnotico non è una malattia. E’ una forma di rilassamento e di libera uscita dei nostri pensieri e ha una funzione di scaricare le tensioni per entrare nella fase nonREM del sonno. Se avviene durante la giornata e magari mentre stai lavorando è un segnale di stress da considerare attentamente perché è un disturbo della vigilanza e può degenerare.

Domanda
Vanessa scaricando così le sue tensioni è stata meglio e allora vuol dire che non tutto il male viene per nuocere. Non so se mi spiego.

Risposta
Ti spieghi benissimo. Vanessa scaricando progressivamente in stato ipnotico le sue tensioni, ha evitato di avere nel tempo dei danni neurologici e cardiaci. Le manca adesso di riesumare il trauma e di razionalizzarlo, ma so che è già a buon punto.

Domanda
Perché dice questo? Sa qualcosa? La conosce?

Risposta
Lei stessa mi ha scritto che una settimana prima di avere questa strana esperienza, aveva dovuto riorganizzare la tomba di famiglia e riesumare i feretri del padre e del marito morto giovane. Questa opera pia era durata tanto tempo e l’aveva semplicemente sconvolta.

Domanda
Ah, bene, adesso si capisce che non è successa a caso e che era agitata. Per digerire il tutto ha avuto questo episodio che non è più strano, ma che si giustifica e che non è successo a caso. Ho capito.

Risposta
Proprio così. Le forti suggestioni l’hanno portata a riprodurre la sua situazione psico-esistenziale nel versante affettivo e ha chiamato in causa le figure maschili importanti e quella parte di se stessa che sa come reagire e che ancora non trova la giusta corrispondenza tra la consapevolezza e l’azione.

Domanda
Come spiega lei il fatto che sente la presenza dell’uomo, la stretta al braccio e la mezza visione della donna.

Risposta
Niente di magico e di paranormale, perché si tratta di allucinazioni causate da una forte eccitazione dei sensi. I sensi esaltati sono il tatto, la vista e l’udito.

Domanda
Le allucinazioni sono pericolose e brutti segnali di squilibrio?

Risposta
Le allucinazioni da svegli sono sintomi di una grave malattia psichica, mentre in stato ipnotico e onirico sono assolutamente normali. Il sogno è una serie organizzata di allucinazioni. Le allucinazioni sono spesso provocate da un abuso di alcool o dall’uso di determinate sostanze stupefacenti come l’acido lisergico o LSD. Queste assunzioni sono pericolose e a volte letali proprio per le allucinazioni, le alterazioni sensoriali che ti fanno percepire ciò che non esiste e che non sei. Nella sostanza ti fanno uscire fuori di testa e nel senso che perdi il controllo di te stesso e della realtà che ti circonda. Paranoia e schizofrenia sono le sindromi psicotiche richiamate da queste pratiche insane e collassanti.

Domanda
Le faccio un appunto. Nella spiegazione che lei ha fatto di quello che è successo a Vanessa, si è ripetuto spesso.

Risposta
Ho ripetuto spesso i concetti per farli capire meglio. Si tratta di teorie difficili per i profani. Il mio lavoro vuole essere divulgativo e non vuole soltanto assolvere la curiosità di sapere cosa significa quel sogno. Anche Vanessa si è ripetuta spesso e io le sono stato dietro.

Domanda
A proposito di ipnosi, ho visto in televisione un certo Casella che faceva per spettacolo sulla gente esperimenti strani.

Risposta
Stai toccando un tasto dolente della nostra cultura e della nostra televisione di stato e non. L’induzione in ipnosi deve essere fatta soltanto da uno psicoterapeuta specialista nella tecnica e soprattutto nell’applicazione del metodo al fine clinico di aiutare una persona a risolvere determinati disturbi. Qualsiasi altro operatore non sa dove sta mettendo le mani e quale vespaio può aizzare. Con la psiche non si improvvisa e non si scherza. Lo stato ipnotico scatena reazioni nervose e risuscita “fantasmi”, come ampiamente ho detto nella trattazione della “reverie” di Vanessa. Indurre uno stato ipnotico per spettacolo e per meravigliare gli spettatori è un atto pericolosissimo e dannoso per chi lo subisce, oltre che illegale in quanto si tratta di usurpazione di un settore clinico, di esercizio abusivo della professione. Questo signore e soprattutto chi lo autorizza e gli permette queste performance da killer seriale vanno denunciati alla magistratura dagli Ordini professionali, quello degli psicologi nello specifico. Ma questo non è avvenuto e non avviene perché si tratta di organismi rappresentativi di facciata e non di sostanza. Gli psicoterapeuti che usano la “trance” ipnotica nelle sedute singole e di gruppo sono tantissimi e dovrebbero insorgere nei tribunali e nei media anche per informare la gente.

Domanda
Ma quale guaio può fare questo signore e quelli come lui che usano l’ipnosi per spettacolo?

Risposta
Capisco che gli spettacoli popolari nei teatri di periferia degli anni trenta mettevano in scena la donna cannone, il deforme, i gemelli siamesi e tutte le stranezze biologiche umane, tra cui anche la magia ipnotica sugli incauti spettatori con “regressione” e “catalessi” e comandi post-ipnotici di grande spasso. Il malcapitato non sta male subito, ma dopo un po’ di tempo semplicemente perché la “trance” improvvisa può ridestare il nucleo psicotico latente o le cariche nervose legate ai traumi e ai “fantasmi”. E dopo che è finito lo spettacolo e tutto sembra tornato come prima, chi lo cura il malcapitato? Chi lo aiuta a capire e razionalizzare il materiale psichico emerso? Per colpa di un buffone autorizzato dalla legge dell’audience televisiva si sono operati dei danni pesanti alla gente ignara. Il nostro bel paese è pieno di poeti, di marinai, di santi e di pagliacci in vena anche di far politica. Vedi quel che sta succedendo e capirai che non siamo proprio messi bene dovunque ti giri.

Domanda
L’ipnositerapia è una strategia valida?

Risposta
E’ validissima per le terapie di rilassamento e per la preparazione al parto. Se lavora sul corpo, senza nessuna magia ma per indurre la consapevolezza delle funzioni corporee e anche dei “fantasmi”, è ottima. Ha anche le sue controindicazioni e i suoi difetti, ma è la strategia psicoterapeutica più antica che conosciamo, Da Mesmer in poi l’ipnositerapia si è sempre più emancipata dalla magia e dalla superstizione. Freud esordì come ipnotista, fece le sue scoperte grazie allo stato ipnotico per poi elaborare la tecnica psicoanalitica. In Italia abbiamo avuto bravi medici e psicologi che hanno approfondito e usato l’ipnositerapia. Ripeto, ancora oggi tanti colleghi studiano e usano questo metodo di indagine e di cura. Il “training autogeno”, che usano gli atleti e tanta altra gente, è una forma blanda di autoipnosi e all’ipnositerapia si riconduce. E’ una terapia naturale perché usa la dimensione psicofisica del pre-sonno. Tutte le forme di meditazione trascendentali, e non, sono sulla stessa barca. Un caro pensiero all’Analisi immaginativa del compianto Giammario Balzarini.
Mi fermo qui. Alla prossima!

Vi presento Mesmer.