LE OTTO BECCACCE DI MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”
Stefano

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Appena ho ricevuto questo breve sogno, mi son detto: “troppo poco, non si può tirare fuori un granché anche se la psicodinamica è abbastanza chiara”. Avevo deciso, allora, di rispondere in privato a Stefano tramite mail, ma poi mi sono ancora detto: “se provo ad andare a ruota libera sul tema, può venir fuori qualcosa di interessante”.
Ed eccomi qua, ma prima chiedo venia delle tante digressioni.
Il fratello di Stefano “è mancato a fine agosto”. Dopo tre mesi Stefano è in pieno cordoglio: “cuore dolente”. La sua Psiche ha appena percepito la perdita e si sta difendendo dall’angoscia di morte, quella collegata al “fantasma” personale, quello che Stefano ha elaborato da bambino in riguardo all’abbandono, quel vissuto depressivo di perdita in riguardo a coloro che lo accudivano e lo proteggevano in quel momento della sua vita, i suoi genitori, quelli che in seguito sono stati oggetto di conflitto durante la lunga “posizione edipica”. L’evento della morte del fratello è stato elaborato dall’Io razionale, depositario e gestore del “principio di realtà”, ma non è ancora efficacemente pervenuto nelle sfere profonde della Psiche a causa dell’azione dei “meccanismi” e dei “processi” di difesa dall’angoscia. Mi spiego: Stefano sa della morte di suo fratello, ma non ha ancora sistemato il “fantasma della perdita” e ha appena iniziato a “razionalizzare il lutto”. Stefano è tutto preso dalla reazione emotiva al fenomeno psicofisico della morte, piuttosto che dalla reazione emotiva alla perdita del fratello. E’ stato colpito dal fatto che la Morte ha bussato alla sua porta e si è difeso mettendo una barriera tra l’evento reale e l’emozione, in attesa di organizzare al meglio la perdita del fratello e il dolore collegato. Possibilmente ha usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “isolamento” scindendo il sentimento dalla conoscenza e dimostrando una certa freddezza di fronte al lutto. Oppure ha rimosso l’evento, ha intellettualizzato la perdita ricorrendo alla filosofia sulla morte degli Esistenzialisti, ha esorcizzato l’angoscia in mille rituali e in altrettanti riti, ha scelto di volgersi contro se stesso ossia di colpevolizzarsi e di espiare la colpa con un disturbo psicosomatico, ha spostato l’angoscia di morte in un oggetto da adorare o feticcio, si è dato da fare in maniera isterica nell’attività lavorativa o del volontariato, ha sublimato l’angoscia in attività socialmente utili. Questi “meccanismi” e questi “processi” di difesa sono “psiconevrotici”, inducono un conflitto più o meno pesante che non porta alla perdita del contatto con la realtà. Ma esistono e si possono istruire meccanismi di difesa dall’angoscia più pericolosi, “psicotici”, perché inducono la perdita temporanea del “principio di realtà” e la formazione del delirio. Esemplificando, nella risoluzione dell’angoscia del lutto si può usare la “negazione” che la persona è morta, la “fuga dalla realtà” che non si può accettare, il “controllo onnipotente”, la “dissociazione dell’Io”. Una perdita di autocontrollo e un’evasione dalla verità oggettiva di fronte a un evento luttuoso e a un impatto tragico con la morte rientrano nella cosiddetta “normalità”. Importante è il progressivo rientro e ripristino delle funzioni dell’Io e del “principio di realtà”, magari istruendo un “meccanismo di difesa” psiconevrotico e procedendo verso la salvifica “razionalizzazione” del lutto. Il “processo secondario”, l’uso della ragione e dei principi logici di aristotelica memoria, deve fare la sua parte e avere il sopravvento per la riconquista dell’equilibrio psicofisico migliore possibile nelle condizioni esistenziali date.
Questo è un breve riepilogo di quali “meccanismi” e “processi” psichici ci difendono dall’angoscia. Resta aperta la ricerca di quali modalità di difesa ha istruito Stefano in reazione al lutto del fratello, un evento tragico che ha scatenato emozioni e vissuti pregressi maturati nei suoi riguardi. Fermo restando che Stefano è in cammino verso la “razionalizzazione” del lutto, verso la presa di coscienza della morte effettiva del fratello e che sta stemperando l’angoscia nel dolore, è opportuno rispiegare meglio come avviene questo naturale decorso. La persona colpita da un grave lutto e da una significativa perdita elabora immediatamente il suo “fantasma” depressivo di morte e vive le sensazioni d’angoscia in riguardo alla sua morte. Ma siccome non è la sua morte e la propria morte è l’unica esperienza umana che non può essere vissuta, inizia il decorso di un trambusto psicofisico che nello spazio temporale di circa due anni viene portato a piena consapevolezza. L’angoscia lascia il posto al dolore per opera progressiva dell’azione dell’Io attraverso il “processo secondario” e la “razionalizzazione”. Si evolve la consapevolezza della perdita proprio superando la sfera personale, la mia morte, e passando alla sfera reale, la sua morte. Si è proceduto dalla sfera del “fantasma” alla sfera della conoscenza logica, emotivamente dall’angoscia al dolore. Quindi, va da sé che l’angoscia è la reazione emotiva e nervosa del “fantasma”, mentre il dolore è la reazione emotiva e nervosa della conoscenza di un evento e della presa d’atto di un dato reale.
Ancora: ma che cos’è il dolore nell’esperienza del lutto, come si risolve e cosa ci insegna?
Il sentimento e il senso del dolore si attestano non soltanto nella consapevolezza della perdita, ma soprattutto nella consapevolezza di quello che non è stato vissuto e che poteva essere vissuto con la persona defunta. Il dolore si risolve con la progressiva “razionalizzazione” e insegna a godere al massimo possibile le nostre relazioni e i nostri affetti durante il naturale decorso della vita. In tal modo si attutiscono e si risolvono anche i sensi di colpa che immancabilmente ci lascia in eredità la persona che muore e non per suo volere, ma per nostro automatico processo. L’esercizio quotidiano degli affetti lascia poco spazio e poco tempo all’angoscia e favorisce il decorso del dolore. Nelle esperienze ineluttabili della morte, una malattia incurabile, è terapeutico per chi sopravvive godere e gustare la persona che attende la dipartita. Risolti i rimpianti, i rancori e le nostalgie, il vissuto verso la persona defunta è umanamente corretto e psicologicamente sano. I sensi di colpa non avranno motivo di circolare nei circuito psichico e di non essere espiati con le crisi di panico e le somatizzazioni delle energie nervose scappate al controllo dell’Io.
Ancora una domanda è lecita e opportuna, propriamente indicata al nostro caso: “i processi primari che elaborano il sogno come compongono e manifestano l’esperienza del lutto? Cade proprio a fagiolo questa domanda proprio perché Stefano ha sognato il fratello defunto da pochi mesi e ha elaborato una trama particolarmente eccentrico e originale: ”mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”.
Di poi verrà l’interpretazione, ma è ancora opportuno dire che il sogno è terapeutico perché organizza e indirizza l’angoscia verso la presa di coscienza attenuandone notevolmente la carica nervosa. Quest’operazione di purificazione e di stemperamento avviene nel sonno e durante il sogno proprio perché quest’ultimo è camuffato dai “processi primari” e l’autore non capisce il vero significato e può continuare a dormire e a scaricare le tensioni. Il sogno pone il problema, rievoca il trauma, riesuma il dolore e induce a riflettere. Il sogno dice anche del progressivo grado di “razionalizzazione del lutto” e dei vissuti che hanno contraddistinto la conoscenza e la frequenza del caro estinto. Il sogno non si esime dal dire anche i vissuti intimi e privati, quelli che opportunamente decodificati servono a portare avanti la presa di coscienza.
Questa benefica opera di “pulizia del camino” mi accingo a fare nell’interpretare il breve sogno di Stefano.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia:

Stefano ha subito un grave lutto e sogna dopo alcuni mesi il fratello in versione vivente e attiva, in piena lena e nel pieno delle sue conquiste, pienamente appagato e orgoglioso. Lo sogna in una “posizione psichica narcisistica”, in una decisa esibizione delle sue capacità e del suo potere. Stefano rivive in sogno il suo vissuto, l’immagine psichica introiettata e dominante del fratello: l’uomo capace, volitivo, ottimista, esibizionista, pieno di sé, aggressivo e affermativo. Usa il “meccanismo psichico di difesa” della “proiezione” per comunicare il suo desiderio e il suo bisogno di padroneggiare meglio l’amor proprio e l’autostima, per migliorare il suo naturale narcisismo e per essere aggressivo nel modo giusto verso il mondo esterno e nelle relazioni intriganti.
Vediamo i simboli: “mi faceva vedere” condensa l’esibizionismo narcisistico, la “soddisfazione” contiene la capacità di pienezza psicofisica, “bottino” significa pragmatismo e utilitarismo, “caccia” rappresenta l’aggressività e la pulsione sadomasochistica nonché gli investimenti di libido di qualità seduttiva.
I simboli confermano l’immagine descritta in precedenza e, nello specifico, la capacità affermativa e il primato riconosciuti da Stefano al fratello defunto, un vero leader e non certo un gregario, un uomo che insegna e in cui si può identificare. Il “sentimento della rivalità fraterna” si è sublimato nel sentimento benefico dell’invidia, del “vedo in te” quello che mi piacerebbe avere.

“8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”

Stefano ha maturato una proficua stima e un valido apprezzamento nei confronti del fratello nel corso della sua adolescenza e giovinezza. Ha anche istruito una buona “identificazione” in alcuni tratti psichici caratteristici del fratello e nello specifico l’abilità aggressiva e la capacità seduttiva. Le “beccacce” rappresentano simbolicamente nel contesto il frutto di un’opera di seduzione operata da un maschio narcisista. Stefano si fa dire in sogno dal fratello di associarsi a lui nell’esercizio della seduzione e nell’esibizione della virilità. La beccaccia ha una simbologia fallica “in primis”, ma “in secundis” coniuga l’aggressività sessuale con l’arte della seduzione. A Stefano, che sta sognando, si pone il dubbio di cosa il fratello defunto ha voluto comunicargli, ma, in effetti, la domanda corretta è la seguente: “cosa ho fatto dire a mio fratello e cosa ho proiettato di mio in lui?” La risposta è la seguente: “ho sognato le caratteristiche psichiche che ho sempre apprezzato in lui e che ho desiderato per me.” Un altro risvolto del sogno è legato alla superstizione e all’immediato pensiero sul “dai, vieni anche tu!” Si tratta di un sogno metafisico in cui mio fratello mi vuole con lui e mi esorta a morire per andarlo a trovare? Anche questo pensiero è legittimo nell’immediato risveglio, ma si sa che il sogno non ha proprietà metapsichiche e metafisiche, tanto meno magiche e stregonesche. Abbiamo detto che Stefano ha proiettato i suoi bisogni di assimilare le doti maschili del fratello. Si tratta di una “identificazione” desiderata e maturata in vita e, nello specifico, di somigliargli nell’arte della seduzione, nella virilità e nell’aggressività. Aggiungo che Stefano colora il fratello con tinte narcisistiche accese e direttamente proporzionali alla sua umana ambizione di emergere socialmente e di avere successo con le donne.
Vediamo i simboli: “otto beccacce” rappresentano un rafforzamento della virilità e dell’affermatività aggressiva maschile, “sorridendo” condensa la seduzione e l’ammiccamento finalizzati al coito, “detto” comporta il dono della parola e la libido genitale, “dai” è un rafforzamento psichico e un alleato, “vieni anche tu” esprime il desiderio di assimilazione e di identificazione.
Questo è abbondantemente quello che dovevo al breve ma succoso sogno di Stefano.

PSICODINAMICA

Il sogno di Stefano svolge la psicodinamica dell’apprezzamento e dell’identificazione nell’abilità seduttiva e nella virilità del fratello defunto. Si suppone che ci sia stato nell’infanzia il sentimento della “rivalità fraterna”, ma il sogno verte sul rilievo dei tratti narcisistici del fratello e sul desiderio di assimilarli.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

La simbologia è stata abbondantemente trattata in corso d’opera.

Il sogno di Stefano rievoca l’archetipo della sessualità maschile in versione narcisistica.

Il “fantasma” in circolazione riguarda il corpo e l’esercizio degli investimenti di “libido narcisistica” e in prospettiva anche “genitale”. Non dimentichiamo che le beccacce sono “otto” e che l’identificazione è fortemente sollecitata.

Il sogno di Stefano presenta in atto le seguenti istanze psichiche: “Es” pulsionale rappresentazione dell’istinto in “ il suo bottino di caccia: 8 beccacce” e in “e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”, “Io” razionale e vigilante in “Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere”. Il “Super-Io” censorio e gestore del limite non è pervenuto.

Il sogno di Stefano snocciola la “posizione psichica narcisistica” con un occhio ben proteso verso la “posizione psichica genitale” e con un richiamo alla “posizione anale” e alla “libido sadomasochistica”: “mi faceva vedere il suo bottino di caccia: otto beccacce”.

Stefano usa nel sogno i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “bottino” e in “caccia” e in “beccacce” e in “sorridendo”, lo “spostamento” in “mi faceva vedere” e in “dai, vieni anche tu”, la “proiezione” in “il suo bottino di caccia”, la “identificazione” in “vieni anche tu”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini previsti dalla funzione onirica: azioni al posto dei pensieri e allucinazioni. Non è dato di rilevare nessun tentativo di “sublimazione”.

Il sogno di Stefano presenta uno spiccato tratto “narcisistico” all’interno di una organizzazione psichica reattiva “genitale”: “otto beccacce” e “sorridendo”.

Le figure retoriche elaborate da Stefano nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “bottino di caccia” e in “beccacce”, la “metonimia” o nesso logico in “otto” e in “sorridendo”.

Il sogno di Stefano può essere stimato la “allegoria del narcisismo”: “mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce”.

La “diagnosi” dice di un processo di “identificazione” ancora in corso ed emerso nella contingenza drammatica del lutto: desiderio e bisogno di aggressività affermativa e di volitività seduttiva.

La “prognosi” impone a Stefano di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” risolvendo progressivamente l’angoscia e lasciando emergere il dolore della perdita, ma soprattutto di gradire il dono attribuito al fratello defunto di raggiungere la consapevolezza della sua ammirazione verso le abilità seduttive e di portarle a buon fine per il miglioramento della qualità delle relazioni significative e importanti. L’apprezzamento nasconde il desiderio.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella frustrazione del desiderio e del bisogno e in una psiconevrosi isterica con conversione delle tensioni inappagate e non scaricate in sintomi fastidiosi che abbassano la qualità della vita corrente.

Il “grado di purezza onirica”, la contaminazione del sogno da parte della ragione vigilante appena Stefano si sveglia e immette la logica narrativa nel ricordare quello che ha sognato, é “buono” semplicemente perché il prodotto e breve e dal sapore metafisico: comunicazione inquietante dall’aldilà.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Stefano, si attesta in una sofferenza in riguardo al lutto e in un ricordo spontaneo dei modi di essere e di esibirsi del fratello.

La “qualità onirica” si attesta nella tendenza metafisica che rende il sogno particolarmente “metapsichico”: al di là della scienza psicologica e delle teorie conclamate e sperimentate nella pratica clinica: “dai, vieni anche tu!”.

Stefano ha sognato nella “seconda fase del sonno REM” alla luce del contenuto tensivo, il lutto, e della stranezza della trama. Per inciso, ricordo che le teorie scientifiche contemporanee affermano che il sogno avviene anche nelle fasi del sonno NONREM nonostante la catatonia e la quasi assenza di memoria. Già la trama si ricorda male nelle fasi REM, figuriamoci nelle fasi catatoniche.

Il “fattore allucinatorio” o l’esaltazione delle funzioni sensoriali si manifestano nel senso della “vista” in “mi faceva vedere” e dello “udito” in “mi ha detto”. Per il resto Stefano sogna in maniera composta le stranezze inquietanti della sua elaborazione psichica.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Stefano è “buona” alla luce della chiarezza della simbologia e della psicodinamica, per cui il “grado di fallacia” é minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Stefano è stata analizzata da un lettore anonimo che non si è voluto qualificare. Alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Certo che il sogno era breve e lei ci ha tirato fuori un casino di roba, tanta roba, troppa roba per essere vera.

Risposta
Eppure ti dirò che mi sono moderato e che tutto quello che ho scritto risponde a verità, nel senso che si poteva dire e scrivere. Non era un sogno difficile da interpretare, era un sogno ricco di agganci e di riferimenti. La tanta roba che ho tirato fuori attesta quanto siamo ricchi dentro e quanto siamo semplici e complessi nello stesso tempo.

Domanda
E’ sicuro che i sogni non hanno niente a che vedere con i morti? Io ho sentito dire che i nostri defunti vivono accanto a noi in una dimensione parallela e che ci guidano, ci aiutano e ci assistono mentre viviamo e quando moriamo. Sognandoli entriamo nella loro dimensione e comunichiamo con loro in maniera difficile da capire a volte.

Risposta
Ho sentito anch’io questa storiella che è frutto dei desideri dei vivi o dei superstiziosi, di chi ha tanti sensi di colpa o di chi è rimasto dipendente dai propri morti. Insomma posso considerarla una “fantasticheria” o un “sogno a occhi aperti” o un “delirio” e potrei interpretarla o decodificarla.

Domanda
Addirittura! E che cosa significa questa fantasticheria?

Risposta
In soldoni e in sintesi significa che il morto ce l’hai dentro e te lo porti dietro perché è tutta roba che ti riguarda, conflitti psichici che riguardano tutto quello che non riesci a far nascere di te, il “non nato di te”. Stai attento anche perché si usano meccanismi psichici di difesa pericolosi per l’equilibrio psichico come la “scissione”.

Domanda
Anche le fantasie si possono spiegare adesso come se fossero delle cose reali. Ma se sono fantasie? Lo dice la parola stessa che non esistono nella realtà.

Risposta
Le fantasie sono dei prodotti psichici più reali del re e della realtà messi insieme. Fantasia significa allucinazione, ciò che appare nella luce e la parola deriva dal greco antico. Le fantasie sono realissime e sono strumenti di diagnosi e di conoscenza psicologica proprio perché risalgono dal profondo psichico, dalla parte sommersa dell’icesberg, quella che non si vede e che sostiene la parte emersa. La fantasia sfugge al controllo dell’Io razionale perché quest’ultimo nell’immediato non la capisce e non la sa interpretare. La fantasia tradisce il materiale psichico indicibile e censurato, condensa quello che non si può dire e comunicare. La fantasia è come il sogno, un sogno a occhi aperti.

Domanda
Io sono una persona semplice e vado con il senso comune. Ma perché la beccaccia è simbolo del sesso maschile?

Risposta
Non si può sapere tutto, ma la domanda che fai non ha una risposta semplice perché la spiegazione affonda le sue radici nella notte dei tempi. Mi spiegherò al meglio possibile. La beccaccia è un condensato del fallo perché in un’unica rappresentazione si intersecano molte catene associative e le energie relative. I “processi psichici primari” elaborano la beccaccia riscontrando una similarità o una somiglianza con l’organo sessuale maschile e associano le emozioni collegate all’attività sessuale maschile. La cultura ufficiale popolare usa il termine “uccello” per intendere lo stesso oggetto genitale. Esistono varianti sul tema degli uccelli che volando cercano di posarsi nel posto giusto. La beccaccia becca e viene associata alla funzione penetrativa del pene. Anche a livello figurativo ha una certa somiglianza alla struttura del sesso. In ogni caso è difficile rispondere alla tua semplice domanda e spiegare bene il perché della simbologia della beccaccia.

Domanda
Io so che con il termine uccello si intende l’organo, ma capisco anche che la storia si tramanda ed è ricca. Comunque ho capito. Mi dica se Stefano può essere contento di quello che lei ha scritto.

Risposta
Contentissimo e semplicemente perché può sapere qualcosa di più di sé e dei vissuti e dei sentimenti verso il fratello. Può tranquillizzarsi. Stefano sa che i sogni non sono banali nella loro apparente assurdità e tanto meno superstiziosi. Sono sicuro che ne farà tesoro.

Domanda
Senta, io ho dei simboli che lei non potrebbe mai spiegare perché li ho inventati io quand’ero bambino. Come la mettiamo?

Risposta
Bella provocazione! E’ una questione che si dibatte anche tra gli specialisti. Ti dico e ti spiego cosa penso io. La funzione simbolica è umana e si usa abbondantemente nell’infanzia. E’ personale e io non potrei mai sapere che il tuo “ciuccino” è un tuo amuleto ed è simbolo di non so cosa. Siamo d’accordissimo. E allora, se tu vai in psicoterapia psicoanalitica spiegherai il tuo sogno e i tuoi simboli durante il trattamento e il tuo analista potrà capire e spiegarti meglio le psicodinamiche e i significati del tuo sogno. Ma tu hai formato questi simboli quando eri dentro una campana di vetro o mentre vivevi insieme agli altri? E non puoi essere stato condizionato o influenzato dalla cultura o dai genitori o dagli insegnanti? Certamente sì. E allora tu pensavi di essere originale, ma sei stato condizionato e hai seguito senza accorgertene e senza volerlo gli insegnamenti sociali. Resta però verissimo che tu hai una capacità creativa che io non potrò mai spiegare se tu non mi dici i significati dei tuoi simboli. Resta vero che durante i trattamenti analitici i sogni si spiegano in seduta e li spiega il paziente con l’aiuto dell’analista. Ma vuoi che in un sogno che tu fai ci sia tutta farina del tuo sacco e non ci sia un simbolo collettivo o un archetipo o simbolo universale? Io penso che un sogno è il risultato di un complesso lavoro simbolico dove l’individuale si sposa con il collettivo perché noi siamo animali sociali e culturali nel senso che formiamo e usiamo schemi e segni o significanti che hanno un significato individuale e collettivo. Esempio: il tuo “ciuccino” in ogni caso ti riporta alla figura materna e alla sfera affettiva, “posizione psichica orale”, anche se tu gli hai dato un altro significato simbolico.

Domanda
Ho capito quello che ha detto e sono d’accordo. A volte lei è difficile da capire, ma, se vuole, si sa spiegare anche bene. Non avrei altre domande. Anzi, le chiedo di chiarirmi la “posizione edipica” e di dirmi se bisogna andare d’accordo con i propri genitori sempre, anche quando ti hanno fatto del male.

Risposta
A suo tempo ho scritto e suggerito di adottare i genitori nell’età senile e di goderli al massimo per un nostro benessere psicologico. Ma esistono i genitori che fanno del male ai figli? Risposta affermativa. Esistono genitori che per loro scompenso psichico fanno tanto male ai figli. Pur tuttavia, bisogna riconoscerli sempre come le nostre origini e il nostro fondamento psichico, come i “segni” dei nostri “significanti” e dei nostri “significati”, come coloro che ci hanno istruito sin dalla tenera età. Rifiutarli è come rifiutare una parte psichica consistente e basilare di noi stessi. Bisogna essere migliori, se loro sono stati pessimi e aiutarli nella loro vecchiaia a morire bene. Bisogna che noi ci congediamo da galantuomini dai nostri genitori. Per quanto riguarda la “posizione edipica” dico che si attesta nella conflittualità che ogni figlio vive normalmente nei riguardi dei genitori. E’ un lungo periodo di turbolenza emotiva e sentimentale, ma è fondamentale per la formazione della “organizzazione psichica reattiva” ossia del carattere o della personalità o della struttura. Dalla risoluzione progressiva di questa dialettica emergono le modalità d’investimento della libido, di amare e di relazionarsi.

Domanda
Quale canzone ha scelto per il sogno di Stefano?

Risposta
Non potevo aver dubbi: “Mio fratello” cantata da Biagio Antonacci e scritta da un siciliano doc, Mario Incudine, uno che non compone canzoni e non scrive versi, ma “cunta i cunti”, “racconta i racconti”. L’argomento è pari pari quello del sogno: un fratello leader e innovativo, effervescente e creativo che desta sentimenti ambivalenti, interesse e repulsione proprio per la sua vena poetica.

Domanda
Cunta i cunti?

Risposta
Anche Camilleri racconta i racconti ascoltati dal nonno e dalla nonna o dalla gente che lo circondava nella sua infanzia. Scrivere non equivale a creare, ma a ripetere in maniera personale, una contaminazione di quello che è stato detto e che si può ripetere innovando soltanto la forma per essere capito. Ho tradotto il brano in dialetto siciliano per meglio afferrare il senso della poetica popolare di Mario Incudine, ma la musicalità del dialetto è già una poesia sonora che è messa dentro i significati del testo italiano, oltretutto esaltati dalla voce limpida di Biagio Antonacci.

“Tu che guardi me,
pensa a guardare te stesso.
Lasciami vivere,
nessuno mi può giudicare.
Tu che guardi me,
pensa a guardare te stesso.
Lasciami cantare,
questa è soltanto una canzone.
Abbassate tutti gli occhi,
se vi trovate davanti agli specchi,
perché tutto quello che non si può nascondere
brilla come la luce del sole.
Tira la pietra chi è senza peccato,
non c’è condanna,
non c’è condannato.
Ho visto il mondo rivoltato.
La pecora zoppa insegue il lupo.

 

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