LA CASA IN COLLINA

Ritorno a Firenze per un’overdose di tristezza,
un dolore aspro che dal cuore passa allo stomaco.
Mio fratello si è ucciso.
Non è poco,
per oggi può bastare e anche per domani.
Per il resto tutto è normale.
Mi trascino i soliti problemi con mia madre,
una donna ormai anziana,
troppo anziana,
che ricorda ancora la mia negligenza a scuola
quando regolarmente calzavo le orecchie d’asino
o ero costretto a stare in ginocchio sopra i ceci.
La suora!
Che maestra!
Una maestra vestita da suora!
Una suora vestita da maestra!
Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia: una maledetta!
Eppure, quanta nostalgia di quei tempi e di quella troia!
I problemi di lavoro e di famiglia li ho lasciati sulla scrivania e sul comodino.
Tira e ritira,
la corda inevitabilmente si rompe,
la catena si spezza
e la nave va alla deriva senza il comandante.
Il primo che sale a bordo ne prende possesso e si gode il pinguin.
Pensavo di aver conquistato la mia libertà,
ma era soltanto un’illusione.
Quale ingrato destino!
Quale disgraziato epilogo!
Alla fine non resta che uccidersi con la rivoltella o farsi uccidere dall’eroina,
proprio come ha fatto mio fratello.
Prima si aprono le danze con i drammi,
con i pianti,
con le crisi
e poi la festa continua con il quieto vivere,
con la bocca chiusa,
con il dialogo tra sordi,
con l’allegria seria e musona.
Il dramma si recita in una casa di matti e in un cimitero di morti.
Altro che una casa di bambole!
Chissà quanto dura la bonaccia in quest’oceano d’ipocrisia.
Chissà quanto dura il sereno in una campagna verace
e distesa tra le colline della verde Toscana, quasi in odore di Umbria.
Pezza dopo pezza,
soprattutto dopo una serie di provocazioni e di frustrazioni,
non mi spiego il perché dell’allegria collettiva
e non mi resta che tentare una finta depressione
per essere amato come un uomo malato o soltanto come un malato.
Una depressione di convenienza cade sempre a fagiolo,
è a portata di mano e poi non costa niente.
Rifiuto qualsiasi dialogo che cerca sempre l’errore nell’altro,
rigetto qualsiasi dialogo in cui ognuno grida soltanto che esiste
anche se è rinchiuso in una gabbia d’oro o in una gabbia di ferro.
E’ sempre una prigione.
Ma in effetti ci sono parole che devono essere gridate
per dimostrare agli altri che anche tu ci sei.
E allora ognuno dà i numeri,
i suoi numeri regolari e i suoi numeri ritardatari
in una qualche ruota di un qualche fantomatico Lotto.
Lo Stato è immorale,
la Chiesa è immonda,
“il denaro e il potere sono trappole mortali
che per tanto, tanto tempo han funzionato”,
come canta Shel Shapiro,
il capellone rocchettaro degli anni sessanta.
Quanta pace sui ponti fetidi di Venezia!
Quanta pace nei campielli vuoti di parole!
Bambini state buoni, se potete.
Almeno voi state buoni mentre noi due ragioniamo.
Il papà e la mamma ragionano sul solito nulla dei mercanti sordi.
Ognuno vanta la sua merce
e la bandezza a squarciagola nel mercato del quartiere,
ma nessuno la vuole comprare
e i cetrioli, come al solito, vanno in culo al povero ortolano.
“Vedrai che a maggio dormirò in giardino se non sarò migliorato,
ma lasciami nel mio letto adesso che sono peggiorato.”
Eppure, quanti momenti belli abbiamo vissuto insieme
quand’eravamo immersi in un desiderio di famiglia.
Li ricordi?
Li ricordi tutti
o ne hai dimenticato qualcuno tra le pieghe del cuscino di un anonimo hotel?
Sarà fatalismo,
sarà superstizione,
ma l’incantesimo inevitabilmente si rompe e tutto finisce.
Sarebbe stato troppo bello
che il nostro viaggio fosse continuato anche in terra straniera.
E così, scherzando scherzando, senza offese e senza drammi,
siamo diventati forestieri a noi due e a noi stessi.
Una tragedia!
E così ci siamo separati quand’eravamo ancora buoni per un’altra storia,
quella giusta stavolta per favore.
Almeno così si sperava.
Erano ritornati tanti attimi belli di momenti belli
e freneticamente vissuti nella furia di cercare una donna o un uomo
per rifarci una sacra famiglia:
Maria, Giuseppe e il bambin Gesù,
io, tu e le rose.
Un orgasmo che si profila sempre e non arriva mai.
E così si ricomincia,
si rispolvera l’arte della seduzione.
Che palle!
“Ciao, mi chiamo Bruno e alla grande mi reputo un pover’uomo,
all’ingrosso potrei essere stimato un orso,
al minuto mi va bene un rospo.
Nella mia breve vita ho comprato uno scooter Aprilia e una Golf della Wolkwagen.
Come sei combinata tu?
Se sei a piedi, vuoi montare su di me?
Vuoi combinarti con l’assurdo?”
E così abbiamo combinato.
Bertilla era figlia di tossicodipendenti
e di suo, poverina, era immunodeficiente,
per cui non ci restava che un rapporto generoso di droga e di morte.
Del resto, una natura generosa non rimpiange mai il già fatto e il già vissuto,
tanto meno piscia sopra le eredità.
Tutt’altro!
Le colpe dei genitori ricadono sempre sui figli,
ma quelli non erano i miei genitori.
Nel passato che ritorna ci si butta a capofitto
navigando a vista fino ad arrivare lontano lontano,
troppo lontano per riconoscere la costa e per poter ritornare.
Intanto i delfini ingoiano borse di plastica e i tonni vanno alla mattanza.
A questo punto mi son voluto bene e mi son detto:
“Bruno tu cambi, Bruno tu muori.”
Non mi restava che tornare sui miei passi
dopo aver accompagnato al camposanto la povera Bertilla
dentro una cassa di levigato abete,
la cassa degli ultimi tra gli ultimi.
Seguendo il mio calvario,
scendo dal Golgota e mi ripresento a te.
Ero deficiente di tutto e orfano di me stesso,
ma ancora sano di mente e di corpo.
Bruno era cambiato.
Bruno era morto.
Bruno era veramente morto.
Altro che cadavere!
Bruno era veramente morto.
E tu?
Tu, generosa quanto prospera, hai ricominciato a organizzarmi la vita.
Generosa di tasca e prospera di tetta,
mi hai portato a colazione in quel b&b di Posillipo,
mi hai trasportato a Caorle
a mangiare calamari fritti e puzzolenti nella rinomata osteria di Bepi mona,
mi hai costretto a sorbire un sorbetto al limone di Sicilia tra le fredde Alpi di Merano
e a gustare la dolcezza del prosciutto di Parma tra le sabbiose spiagge di Pozzallo.
Tu non mi hai fatto mancare decisamente niente,
niente di tutto e niente di niente.
Credimi, per favore,
credi a me prima di mettermi al rogo come Giovanna d’Arco,
la lesbica di turno e la santa di sempre.
Per farmi crescere e sentire vivo, mi hai istigato a essere violento.
Ti sei messa alla pecorina e hai sacrificato per me la cosa più integra
che ormai ti era rimasta.
Quanto amore e quanto dolore!
Per farmi crescere e sentire vivo,
mi hai suggerito un part-time
da consumare nel magazzino dei salotti Doimo
contando i divani e le poltrone che varcavano la soglia della fabbrica
in cerca di fortuna presso qualche mobiliere imbroglione di Napoli.
Ma nella vita non servono le mezze misure,
perché anche loro pagano i debiti che contraggono nel mercato della vita.
E così, senza saper ancora leggere e scrivere, è morta mia madre.
La sfiga decisamente sa dove prosperare e quando presentarsi.
E va bene così!
Mia madre, però, non è morta sola in un anonimo ospizio
per vecchi dimenticati dalla morte puttana e dai figli ingrati.
Mia madre è morta con il figlio al suo capezzale.
Mia madre è morta tra le mie braccia.
Mia madre è morta dopo di me lasciandomi vivo.
Purtroppo mia madre è morta veramente
e io sono rimasto a vivere nel lutto
e indegnamente attaccato alla tue dirompenti minigonne.
E tu?
Tocca a te adesso.
Vediamo cosa inventi per le tue decorose esigenze.
Vediamo cosa riesci a concepire al posto di due obsoleti figli,
un maschio e una femmina.
E così in un radioso mattino di maggio e con le rose olezzanti nel giardino
mi apri il tuo generoso cuore e mi sveli il tuo profondo pensiero:
“Perché non provare il mondo dello spettacolo?
Bella sono sempre stata,
zoccola sono sempre stata,
cinica sono sempre stata,
cristiana sono sempre stata.
Sono dotata di un perfetto pedigree e faccio invidia anche alla Penny,
la discutibile barboncina della nostra vicina di casa.
Non mi manca niente per cominciare proprio nel mondo dello spettacolo.
Le referenze sono quelle giuste
e miglioreranno quando mi renderò più disponibile,
aperta a quasi trecentosessanta gradi come un angolo giro.
Hai presente un angolo giro?
Dipende da me, dipende soltanto da me.
Tutto dipende soltanto da me.
Comincio dal cubo e magari finisco tutta nuda dentro un film porno.”
E così è stato!
Ti sei rivelata una moderna Nostradamus.
E io, il tuo manager di merda,
io ti dicevo che il mondo dello spettacolo non ti si confaceva,
non ti calzava a pennello,
ti dicevo di non andarci dentro e di restarne fuori,
ti dicevo di essere una donna onesta come tua madre Gloria
e non una prostituta come tua zia Assuntina da San Biagio di Callalta,
il paese natio di Pierre Cardin.
Il castello non stava in piedi,
ma il teorema si concludeva con il solito come volevasi dimostrare,
un semplice e sintetico c.v.d..
Le cose, del resto, o stanno in piedi o non stanno in piedi.
La nostra sognata casa in collina ha subito,
purtroppo,
un nono grado della scala Mercalli,
il quinto della scala Richter,
ed è crollata come un castello di carte
costruito con pazienza certosina dai detenuti del carcere di San Vittore
o dalle mantellate di Regina coeli.
Peccato!
Che gran peccato non aver fatto nascere
tutto quello che di buono poteva venir fuori dal tuo e dal mio grembo!
Povera casa in collina!
Alla prossima, comunque,
e crepi sempre il lupo a ogni augurio che ti faranno.
Poveri lupi!
Quanti lupi sono inutilmente morti e quanti ne moriranno.
Peccato!
Se rinasco, non ti cercherò.
Se rinasci, stammi alla larga.
Sempre tuo in questa vita
e, finché sei viva, credi al tuo orso Bruno,
l’indimenticabile.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, mese di maggio del 1989

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