UNA DONNA CON LE PALLE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Nel sogno in bianco e nero c’era una scala che scende e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.
Mi trovo poi in un luogo dove vedo per terra un fuoco acceso, delimitato da sassi, come se mi trovassi in campagna e lo vedevo dall’alto.
Poi ho cambiato prospettiva e mi trovavo supina e vedevo sopra di me cime di alberi giganteschi e un peso sul torace che non mi faceva respirare.
Una voce di donna mi ha chiesto se ero un uomo o una donna e mi ricordo che le ho risposto senza pensarci che ero un uomo.
Mi sono svegliata con difficoltà.”

Così e questo ha sognato Verdiana.

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Verdiana è “in bianco e nero”, come i migliori film del neorealismo italiano a firma Luigi Zampa o Roberto Rossellini, perché l’intensità nervosa è ridotta.
Ma come?
Verdiana è inghiottita da un tunnel corrugato che la fa andare sempre più giù a gran velocità, si trova supina e vede sopra di lei cime di alberi giganteschi e sente un peso sul torace che non la fa respirare, … come si fa a dire che questo sogno è in bianco e nero e non ha trambusti emotivi?
Questo sogno dovrebbe essere coloratissimo ed elettrico in base a quello che mette in scena.
Urge spiegazione a giusta obiezione.
Verdiana si trovava nella quarta fase del sonno REM o nel passaggio tra la REM e la NONREM e verso il risveglio, quando le scariche nervose della prima fase e la catatonia della seconda fase non sono intense. Verdiana aveva dormito abbastanza, si stava svegliando, magari erano le quattro del mattino e in piena libertà costruisce questo sogno, un prodotto psichico veramente particolare e interessante perché verte sulla sua “identità” psichica e richiama anche le “identificazioni” operate nel corso della sua esistenza.
Ma non basta!
Verdiana ha ben composto e ben razionalizzato i suoi “fantasmi” e i suoi vissuti e dall’alto di questa consapevole compostezza imbastisce il sogno in riedizione di quelle verità che abbondantemente possiede nel cervello. Verdiana “sa di sé” e soprattutto sa dei suoi traumi e, di conseguenza, non si è agitata, per cui non elabora un sogno a colori ma un sogno trito e ritrito e a basso voltaggio. Poi, per il resto, i vissuti onirici di Verdiana sono un capolavoro della Mente e del Corpo sia dal punto di vista descrittivo e sia dal punto di vista compositivo: testo e contesto. Il sogno conferma la funzione del sogno di reintegrare, qualora ce ne fosse bisogno, le “parti psichiche” più delicate e che vengono ridestate nel cammino della vita e che rischiano di essere rimosse, ossia di sfuggire al controllo dell’Io per costituire mine vaganti che minacciano non di certo la struttura o la “organizzazione psichica reattiva”, ma l’equilibrio tra le tensioni in quanto tendono a somatizzarsi: meccanismo di difesa della “conversione in sintomo” per il “ritorno del rimosso”. Di passaggio per i colleghi ricordo che i “meccanismi di difesa” che operano beneficamente sul “ritorno del rimosso”, sul materiale psichico apparentemente dimenticato o meglio escluso dalla coscienza perché ingestibile in quel momento, sono la “formazione reattiva”, la “formazione sostitutiva”, “formazione di compromesso” e la “formazione di sintomo” che si attesta in una “conversione isterica”.
Ritornando al sogno in questione, il titolo si giustifica con il rimando al versante maschile e femminile delle identificazioni e dell’identità. Verdiana si elogia dicendosi che è stata ed è una donna coraggiosa, che ha affrontato tanti disagi e tormenti e traumi nella su vita, che ha dimostrato di possedere tratti simbolicamente maschili simbolicamente e definibili in sintesi e in gergo “con le palle”. Ricordo che il “linguaggio del gergo” è più vicino alla verità profonda rispetto al linguaggio formale e affettato della società civile. La Psiche ama il simbolo e la concretezza, la ciarlataneria e il turpiloquio, è più vicina all’osteria che all’Università, predilige il rustico al forbito, l’ubriaco al professore, Baudelaire a Benedetto Croce, Verga a Manzoni.
Ancora: cosa accusa Verdiana alla fine del sogno quando dice “Mi sono svegliata con difficoltà.”?
Lei stessa ritiene di non aver tanto sofferto in tanta rievocazione del patrimonio intimo e interiore. Non resta che credere a colei che, come il suo sogno, non può mentire.
Un altro dato importante è il “tunnel corrugato che mi inghiotte” che può essere un simbolo di “madre”, di “ritorno al grembo materno”, di fagocitazione da parte della madre, un bisogno di dipendenza e di protezione. Non è così nel nostro caso, perché dice “mi fa andare sempre più giù a gran velocità”. Verdiana si libera dall’oppressione degli eventi che l’hanno mandata giù e che lei ha risolto. Da sola o in compagnia Verdiana è uscita da una situazione psicofisica di costrizione legata a un evento fortemente traumatico come la perdita di una persona importante e significativa.
Ancora: ragioniamo sul cambio dei piani scenografici che Verdiana stessa definisce in “Mi trovo” e in “Poi ho cambiato prospettiva”. Questo dato onirico denota la capacità di “figurare” il registro simbolico interattivo e il nesso che lega le diverse scenografie, tutti dati che Verdiana conosce e riconosce. Il nesso si attesta nella serie degli eventi traumatici di perdita e nella continuazione a vivere con la riedizione dei “tratti psichici” simbolicamente maschili del coraggio e della forza. Verdiana è una “combattente”, come ci canterà alla fine Fiorella Mannoia.
Queste considerazioni metodologiche possono bastare e allora… buona continuazione a chi legge.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Nel sogno in bianco e nero c’era una scala che scende”

Verdiana condensa in questo film in bianco e nero “una scala che scende”, il simbolo depressivo della perdita, un suo preciso e specifico “fantasma” elaborato naturalmente nel primo anno di vita e possibilmente rievocato e rafforzato cammin facendo nel quotidiano vivere. La “scala che scende” attesta di un generico processo di perdita ed essendo una comoda “scala” conferma che il “fantasma” relativo è stato ben “razionalizzato” a suo tempo. Comunque Verdiana è ben educata alle perdite e alle angosce collegate, per cui il film può essere girato in “bianco e nero”.
Procedere diventa oltre che necessario anche intrigante.

“e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.”

Come non detto!
La questione diventa pesante più che intrigante, lo psicodramma si profila con le sue note particolarmente delicate e tragiche. Traduco: questo processo di perdita è stato talmente forte e coatto che non ha consentito a Verdiana di poter controllare la psicodinamica e di agire in maniera opportuna per tutelarsi dal danno traumatico. Verdiana sta rievocando in sogno un evento particolarmente tragico su cui non ha potuto fare alcunché, se non subirlo. Questo evento si definisce morte di qualcuno, lutto imprevedibile e perdita irreparabile. Si spiegano in questa maniera la costrizione del “tunnel”, l’essere “corrugato” ossia particolarmente doloroso, l’essere inghiottita, il precipitare e l’intensità della caduta. Questa è la meravigliosa rappresentazione simbolica di un tragico evento luttuoso elaborata dai “processi primari”, dalla “condensazione” simbolica e soprattutto dalla “figurabilità”. Cosa riesce a fare l’umana Fantasia liberamente, quando non la si controlla e la si pilota. Nel sonno si sveglia il nostro poeta interiore e formula il sogno.

“Mi trovo poi in un luogo dove vedo per terra un fuoco acceso, delimitato da sassi, come se mi trovassi in campagna e lo vedevo dall’alto.”

Cambia la scena, ma non il nesso logico della trama di questo magmatico sogno. Verdiana, dopo il terribile trauma della perdita di una persona cara e significativa, mette i piedi per terra e si ancora alla realtà, diventa concreta e pragmatica ma non disdegna di usare la testa e la razionalità proprio in riferimento specifico al fatto tragico occorso: “vedo per terra un fuoco acceso”. La “delimitazione dei sassi” conferma la necessità di Verdiana di circoscrivere l’esperienza, di razionalizzarla, di ridurre la sua sensibilità diventando un sasso. Mai metamorfosi fu così acuta e precisa e mai il ricorso alla sapienza popolare fu così accurata: “sei freddo e insensibile come un sasso”. Ma attenzione alle sorprese oniriche che non finiscono mai di stupire. Verdiana osserva questa realtà psichica descritta egregiamente “dall’alto”, nel luogo simbolico della “sublimazione” dell’angoscia. Spiego: Verdiana ha affrontato il suo dramma umano inserendolo tra i fatti della vita e nobilitando la sua angoscia in carica vitale da usare per continuare a vivere: “lo vedevo dall’alto”. Verdiana usa la simbologia della “campagna” per attestare di una generica realtà in atto e inserita nel “principio di realtà” come in un richiamo alla concretezza e al pragmatismo dopo tanta tempesta dei sensi e dei sentimenti.

“Poi ho cambiato prospettiva e mi trovavo supina e vedevo sopra di me cime di alberi giganteschi e un peso sul torace che non mi faceva respirare.”

Questo è il sogno delle tante “prospettive”. Verdiana è scesa in un tunnel corrugato, ha visto dall’alto, si trova supina. Sono posture che a livello simbolico significano “perdita”, “sublimazione” e “realtà”, tutti “meccanismi” e “processi di difesa” dall’angoscia che Verdiana usa con disinvoltura e in barba alla legge di gravità. Verdiana razionalizza da tutte le parti, non si ferma a capire il trauma e a governarne secondo realtà l’intensità emotiva, ma è ancora in grado di analizzare e descrivere la sua condizione di persona in sofferenza. “Vedevo” si traduce in sapevo, capivo, comprendevo la mia situazione di essere vittima di un evento luttuoso di perdita e di una inadeguatezza e precarietà di fronte all’immane compito di continuare a vivere. Le “cime di alberi giganteschi” rappresentano simbolicamente la figura paterna e il desiderio di essere sostenuta in questa riscossa come un maschio di forte tempra psicofisica: un padre. Verdiana invoca suo padre e chiede a lui la forza di reagire proprio identificandosi nella sua figura.
Arriviamo al “peso sul torace che non fa respirare”.
Cosa significa?
Come si traduce?
Allora, il “torace” è la parte del corpo che condensa il coraggio e gli affetti estremi. Il “peso” rappresenta un blocco psichico e una caduta dell’energia vitale. Il “peso sul torace” significherà di conseguenza un blocco pesante della vita e della vitalità affettive. Verdiana non ha potuto soffrire ed esternare le sue emozioni profonde e sincere, è stata costretta e si è costretta a fare a meno della vita affettiva e degli investimenti vitali di questo tipo. Verdiana ha contenuto l’intensità del trauma attraverso la “razionalizzazione” e la “sublimazione”, ma ha operato una chiusura della sua affettività e del suo bisogno di amare e di essere amata. Questo è stato il prezzo pagato nel mercato psichico per continuare a vivere, queste sono le difese dall’angoscia che la nostra eroina ha dovuto naturalmente istruire nello scorrere del tempo e nella sua esistenza. Verdiana è andata avanti bloccata nella dimensione affettiva dal trauma della perdita e dal ridestarsi del fantasma depressivo e ha potuto fare questo attraverso il meccanismo provvido di difesa della “razionalizzazione” e il processo della “sublimazione”: “Poi ho cambiato prospettiva e mi trovavo supina e vedevo sopra di me…”.
Procediamo con cautela e curiosità perché questo sogno è veramente amletico e di “casa nostra” nello stesso tempo, un’esperienza drammatica che succede a tanti e che ognuno traduce in maniera diversa e sempre creativa.

“Una voce di donna mi ha chiesto se ero un uomo o una donna”

Verdiana chiede a se stessa se si è comportata da uomo o da donna in questa dolorosa contingenza della sua vita, chiede a se stessa della sua identità psichica alla luce del trauma subito e soprattutto del come lo ha vissuto e organizzato, non superato perché questa illusione sarebbe offensiva all’intelligenza di Verdiana. Nella vita non ci si supera e né si supera, si cammina inesorabilmente e anche con i pesi sul torace o sullo stomaco, senza affetti per dirla in un solo termine. Verdiana si scinde nella “voce di donna” che è la sua voce critica e razionale e tenta di valutarsi o forte e razionale, simbologia “uomo”, o sensibile ed emotiva, simbologia “donna”. Rilevo che Verdiana non sta elaborando in sogno l’androginia psichica, il fatto che a livello psichico vigono caratteristiche maschili e femminili in ogni persona, ma sta elaborando esperienze e soprattutto reazioni che le appartengono e che, sempre simbolicamente, sono ascritte all’universo maschile e femminile.

“e mi ricordo che le ho risposto senza pensarci che ero un uomo.”

“Mi ricordo” verte sul passato, su un evento o una serie di fatti che hanno confermato Verdiana sul fatto di essere una “donna con le palle”, una “virago”, un’amazzone. Alla “voce di donna”, la sua, alla riflessione finale di colei che “sa di sé” e della propria storia perché ha ben razionalizzato fantasmi e vissuti, fatti e misfatti che l’esercizio del vivere riserva e che ha sublimato le angosce di perdita contenendo il tratto depressivo infantile senza lasciarlo ampliare e amplificare, a questa “donna se stessa” Verdiana risponde d’istinto di essere “un uomo”, di appartenere all’universo maschile e di possedere gli attributi simbolicamente a esso ascritti.
Quali sono questi attributi?
Ve li trasporto dal mio dizionario dei simboli: il “maschile” è archetipo, razionalità, consapevolezza e vigilanza dell’Io, autocontrollo e affermatività, potere, forza, penetrazione, libido, principio ontogenetico, padre, Super-Io, censura e punizione.
Il “senza pensarci” è un moto d’impeto classico dell’universo femminile, l’emozione a cui non sempre segue la riflessione. Verdiana coniuga il femminile con il maschile in queste cinque parole “senza pensarci che ero un uomo”. Vuol significare che, per quello che ho vissuto e che mi è occorso, ho esibito forza e tenacia, le caratteristiche simbolicamente ascritte all’universo psichico maschile. E’ stata costretta dagli eventi a mettere in atto “tratti” psichici particolarmente efficaci e razionali, duri e utili.

“Mi sono svegliata con difficoltà.”

Dopo aver elaborato la sua trama saltando apparentemente di palo in frasca, dalla scala al tunnel corrugato, dal fuoco agli alberi, dal peso al torace alla voce femminile, dopo aver cambiato posizione e prospettiva psichiche, dopo tante contorsioni ed equilibrismi, Verdiana cade in piedi e si ritrova stanca e appagata di tante emozioni e di tanto riepilogo della sua vita. E’ questo il senso e il significato della “difficoltà” accusata nel risveglio. Del resto, Verdiana ha concluso il sogno dicendo a se stessa: “io sono una donna con le palle semplicemente perché ho reagito agli eventi della mia vita alla grande e ho dimostrato di farcela come averebbe potuto fare un maschio e tirando fuori quegli attributi che simbolicamente sono dei maschi”. Il “simbolicamente” è proprio azzeccato, perché nella realtà psichica e sociale l’universo maschile in questi tempi non gode una buona salute.
L’interpretazione del sogno di Verdiana si può chiudere con questo amaro e attuale rilievo.

PSICODINAMICA

Il sogno di Verdiana sviluppa la psicodinamica della risoluzione del trauma depressivo di perdita attraverso il ricorso a tratti simbolicamente maschili della propria identità psichica. Verdiana descrive la reazione agli eventi tragici della sua esistenza e conclude fiera delle sue reazioni affermative in superamento delle angosce collegate ai “fantasmi” evocati. Verdiana dimostra una compostezza psichica frutto di una buona “razionalizzazione” e presa di coscienza.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Verdiana elabora e contiene i seguenti simboli: “scala” nella versione del salire si traduce “sublimazione” e nella versione dello “scendere” in “perdita depressiva”, “tunnel” o coazione materna, “corrugato” accresce la sofferenza e il dolore, “inghiotte” o fagocitazione e possesso, “giù” o perdita, “fuoco” o vitalità e affetto, “sassi” o freddezza affettiva, “alto” o sublimazione della libido, “supina” o passività riflessiva, “sopra di me” o soccombenza, “cime di alberi giganteschi” o elaborazione di pensieri sublimati e riferimento al padre, “peso sul torace” o oppressione affettiva, “respirare” o libido e psiche, “voce” o energia e istanza Super-Io, “uomo” o tratto psichico maschile, “donna” o tratto psichico femminile.

Il sogno di Verdiana richiama l’archetipo del Maschile e del Femminile.

Il “fantasma” in circolazione è di perdita depressiva: “una scala che scende”.

L’istanza psichica “Io” è ben viva in “lo vedevo” e in “mi ricordo” e in “ho risposto”.
L’istanza pulsionale “Es” è ben visibile in ““Nel sogno in bianco e nero c’era una scala che scende e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.” e nel resto del sogno nei vari quadretti illustrati.
L’istanza limitante e censoria “Super-Io” non è presente in termini diretti e chiari, ma è incluso in “cime di alberi giganteschi”.

Il sogno di Verdiana sviluppa la “posizione psichica orale” trattando il versante affettivo e la “posizione psichica fallico-narcisistica” sotto la forma dell’amor proprio e sulla spinta della “razionalizzazione” del trauma.

Il sogno d Verdiana usa i “meccanismi psichici di difesa” della “condensazione” in “scendere” e in “tunnel” e in “inghiotte” e in altro, dello “spostamento” in “voce di donna” e in altro, della “figurabilità” in “nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.” della “razionalizzazione” in “Poi ho cambiato prospettiva”.
La “sublimazione” è ben chiara in “dall’alto” e in “sopra di me”.

Il testo e il contesto del sogno di Verdiana lasciano propendere per una “organizzazione psichica reattiva genitale”, amor proprio e amore dell’altro. Verdiana non si è abbandonata al trauma coltivando la depressione, ma si è riscattata con la cura di sé e dell’altro, possibilmente della sua famiglia.

Le “figure retoriche” usate dalla simbologia sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “scala” e in “scendere” e in “tunnel” e in “fuoco” e in “sassi”, la “metonimia” o nesso logico in “giù” e in “alto” e in “sopra” e in “uomo” e in “donna”, la “enfasi” o forza espressiva in “una scala che scende e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.”

La “diagnosi” dice di un trauma depressivo risolto attraverso la “razionalizzazione” della perdita e il rafforzamento dell’Io.

La “prognosi” impone a Verdiana di operare sempre la revisione del trauma attraverso la consapevolezza della sua sensibilità alla perdita e di mantenere attivi i tratti forti che l’hanno sostenuta e aiutata a uscire da periodi dolorosi della sua esistenza.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella sindrome di onnipotenza, una pericolosa convinzione di forza che esula dal “principio di realtà” per un autocompiacimento narcisistico.

Il “grado di purezza onirica” è buono alla luce della simbologia e dell’intreccio dei simboli. Verdiana non ha potuto tanto aggiungere o manipolare il suo prodotto psichico.

La causa scatenante del sogno di Verdiana si attesta in una riflessione su se stessa o in una provocazione legata a qualche episodio in cui ha dovuto affermarsi e imporsi.

La “qualità onirica” o l’attributo dominante è la logistica e la cenestesi, il cambiamento del luogo e la facilità a cambiare posizione e prospettiva, nonché le forti sensazioni implicite: un sogno spaziale nel suo andare contro le leggi fisiche.

Verdiana ha elaborato il suo sogno durante la quarta fase del sonno REM alla luce dei contenuti e dello stato di relativa agitazione.

Il “fattore allucinatorio” trova esaltato il senso della “vista” in “lo vedevo dall’alto” e in “vedevo sopra di me”, il senso del “tatto” in “peso sul torace che non mi faceva respirare”, il senso dello “udito” in “voce di donna mi ha chiesto”. L’allucinazione più importante e complessa è “mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.” Aggiungo, sempre a proposito di sensazioni, che il “non mi faceva respirare” è il classico sintomo dell’angoscia.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” del sogno di Verdiana è buono, nonostante la possibilità di altre interpretazioni. Prevale la simbologia della caduta e il significato della perdita, per cui la valenza è di riparazione del lutto e di rafforzamento dell’Io.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Verdiana è stata sottoposta a un lettore anonimo che alla fine ha posto le seguenti domande.
Domanda
Non riesco a immaginare Verdiana.
Risposta
Immagina una donna modesta, moderata, educata, impegnata, evoluta, immagina una donna molto femminile e assolutamente nella norma, una persona che vedi tutti giorni allo stesso bar mentre sorseggia un cappuccino e mordicchia un cornetto alla marmellata. Ecco quella è Verdiana con i suoi cinquant’anni di vita addosso e sempre sul collo. Una donna che ha sofferto un grave lutto, la perdita del compagno e magari ha uno o due figli che ha portato avanti fino agli studi universitari lavorando sodo.
Domanda
Ma lei la conosce? La descrive così bene che, di certo, la deve conoscere.
Risposta
Mi hai chiesto di immaginarla o mi sbaglio?
Domanda
E’ stata facile l’interpretazione di questo sogno?
Risposta
Il sogno di Verdiana era abbastanza difficile da decodificare semplicemente perché a una prima visione sembrava dominante la rinascita e la liberazione dalla madre, vedi il tubo corrugato e la voce di donna, ma è giustamente prevalso il dato depressivo della perdita nello scendere velocemente e andare sempre più giù. Madre, nascita, padre e autonomia al maschile sembravano una buona psicodinamica. Verdiana nasce con il trauma del parto, si trova in famiglia con il padre, si relaziona con la madre, si evolve come donna autonoma e forte: poteva andare anche così. Invece no, semplicemente perché la simbologia depressiva è forte e chiara.
Domanda
E’ possibile che lei ci abbia messo del suo in questo sogno?
Risposta
Perfetto e vero! Questo è il rischio che corro ogni volta che lavoro alla decodificazione di un sogno. Preferisco il termine “decodificazione”, perché voglio evitare di includere il fattore soggettivo contenuto nel termine “interpretazione”. Voglio a tutti i costi essere oggettivo e scientifico, ma temo che spesso ci metto del mio in quello che scrivo. Ma poi mi dico che sono appagato dallo scrivere piuttosto che dall’analizzare, mi alletta l’attività dello scrittore di cose altrui piuttosto che dello psicoterapeuta. Comunque hai colto nel segno. L’interpretazione dei sogni aspira a diventare decodificazione dei sogni, ma credo che non ci si riuscirà a breve anche se ci sono dei sogni che sembrano così chiari e ovvi. Sembrano, ma c’è sempre l’insidia del fattore soggettivo di chi sogna e della sua abilità naturale di costruire dei simboli, per cui credo che l’interpretazione dei sogni nella seduta con il paziente, come faceva Freud, è la più sicura e oggettiva.
Domanda
E’ pessimista oggi sulla sua attività di interprete o decodificatore?
Risposta
No, sono più realista del re, come si dice in gergo. Confrontandomi con i miei colleghi e soprattutto le colleghe, è venuta fuori la diversità, più che di interpretare, di analizzare e di descrivere lo stesso sogno. Magari si dicono le stesse cose in maniera diversa, ma la diversità resta e lascia pensare al fattore soggettivo di chi interpreta e di chi sogna. Possono conciliarsi? Non credo proprio. Qualcosa sfugge nonostante l’universalità dei simboli e del linguaggio simbolico. Il bello della ricerca è il non trovare mai. Magari trovi quello che non cercavi.
Domanda
E allora perché continua a lavorare in questo settore?
Risposta
Io sono nato a Siracusa, la città di Archimede, quell’uomo curioso che diceva a proposito della leva “datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo”. Io ho bisogno di un sogno per descrivere un mondo. Sarà il mio mondo o sarà il mondo dell’altro, resta valida l’attività di scrittore di cose umane.
Domanda
Quale canzone ha scelto per il sogno di Verdiana?
Risposta
Scelgo “Combattente” di Fiorella Mannoia in onore a tutte le donne, con le palle e senza, che lottano per superare quotidianamente le loro difficoltà. Mi fermo qui e non aggiungo altro.

LA SCATOLA PREZIOSA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di trovarmi nel marciapiedi antistante la casa che ho abitato nella mia infanzia. C’erano una bici da bimba e diversi scatoloni. In una di queste scatole c’erano tutti i miei gioielli.
Ho pensato che in mezzo a tanti scatoloni, nessuno avrebbe sospettato che potesse esserci quel tesoro, ma poi ho deciso di mettere la preziosa scatola dentro la casa di cui avevo ancora le chiavi.
Lascio, quindi, la grande scatola nell’entrata di questa casa e anche lì c’erano molte altre scatole.
Dopodiché mi ritrovo in un luogo (sembra un grande capannone) molto affollato con vicino a me ancora la preziosa scatola; ci sono anche dei colleghi e una di questi mi dice qualcosa a proposito dei miei gioielli.
Mi rendo conto che non posso lasciare la scatola lì alla mercé di chiunque.”

Questo è il sogno di Nancy.

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

L’amor proprio è la forma più bella del “narcisismo” buono e domestico. La prevaricazione è la forma violenta del “narcisismo” cattivo e selvatico. La “posizione fallico-narcisistica” è una tappa fondamentale nella formazione e nell’evoluzione psichiche di ogni persona. Subentra naturalmente alla “posizione orale” e “anale” e contribuisce con i suoi vissuti a riformare e rafforzare il senso dell’Io. Il bambino acquisisce una prima “coscienza di sé” fatta anche di affermazione e di potere: istanza psichica “Io”. Nella “posizione orale” il senso dell’Io è legato in un primo tempo alla figura materna e si evolve successivamente nella “visione allo specchio” della propria persona e nell’acquisizione rudimentale della propria identità psicofisica. Trascorso il primo anno di vita, il bambino risolve le dipendenze della fusione con la madre e concepisce soltanto il “cordone ombelicale psichico” formandosi un senso naturale e rudimentale del suo “Io”. Adesso può riflettere sulle funzioni del suo corpo: il gusto e l’oralità si esaltano nel sentimento dell’affetto, l’espulsione delle feci nell’autonomia e nel senso del potere.
Freud riteneva che il bambino nei primi anni di vita fosse un animaletto tutto senso e tutto bisogno: concezione pessimistica e ferina. La figlia Anna e la discepola Melanie Klein, al contrario e proprio lavorando con i bambini, riscontrarono una valida presenza dell’Io sin dai primi mesi di vita. La capacità del bambino di elaborare e organizzare i “fantasmi”, le prime conoscenze a forte base sensoriale, era la prova di una presenza funzionale, sia pur dirimente con lo “splitting”, dell’istanza “Io”. Dopo le “posizioni orale e anale” il bambino si avventura nella scoperta delle funzioni propriamente erotico-sessuali del corpo attraverso l’appagamento della “libido fallico-narcisistica”. L’interesse e l’attrazione crescono in maniera direttamente proporzionale al piacere vissuto e all’appagamento della “libido”. E’ l’età delle carezze e dell’autoerotismo. In questo periodo, tre anni in poi, e in questa “posizione” l’istanza psichica “Io” è fortemente legata alle funzioni del corpo, come si diceva in precedenza, ma la riflessione e l’autogestione consentono al bambino di formulare un passaggio evolutivo dal senso dell’Io al sentimento dell’Io: “amor sui” o amore di se stesso. Il bambino assume come oggetto d’investimento della “libido” se stesso e, attraverso le sensazioni che riesce a prodursi, rafforza la sua autonomia e le sue capacità di autogestione. Procedendo in tale evoluzione psicofisica avviene la risoluzione dell’amore di se stesso nell’amore del proprio destino: dallo “amor sui” allo “amor fati”. L’identificazione operata e l’identità acquisita operano nella formazione di un “Io” riflessivo e razionale basato sul “principio della realtà” ma senza trascurare, tanto meno abbandonare, il “principio del piacere”. La pubertà cade a fagiolo e arriva propizia per compattare e integrare al meglio la serie dei “fantasmi” che il bambino ha organizzato nelle “posizioni” precedenti. In questo modo e con queste procedure si forma la struttura psichica evolutiva o meglio la “organizzazione psichica reattiva”, quella che genericamente viene chiamata personalità o carattere.
Queste sono alcune brevi e sommarie note metodologiche ed è opportuno collegarle al sogno di Nancy proprio perché “amor sui” e “amor fati” contraddistinguono il prodotto onirico della protagonista. Si vede chiaramente come Nancy bambina si colleghi alla Nancy adulta in un efficace rimando e per attestare la formazione e l’organizzazione del suo “narcisismo” in previsione della prossima “genitalità” o amore dell’altro ed esercizio della sessualità. La “scatola preziosa” rappresenta simbolicamente la consapevolezza gratificante di essere una bambina e di avere attributi sessuali femminili senza trascurare gli “altri”, coloro a cui tali beni sono destinati ma da cui bisogna con attenzione difendersi. E questo, cari signori e signore, è il miglior esempio di “amor proprio”, quello che non opera sconti né fa svendite nei vari mercati che ci sono in giro nel consorzio umano. Aggiungo che soltanto una buona “identità” psichica, seguita alla scelta di “identificazione”, consente di attingere dal “narcisismo” la giusta dose di “amor sui”, l’amor proprio. Quando in tale movimento dei sensi subentra la riflessione dell’Io razionale, l’amore di se stesso è pronto per la crescita filosofica nell’amore del proprio destino femminile. Ricordo che la parola “fato” deriva dal latino “for, faris, fatus sum, fari”, e che si traduce in “dire”. “Ciò che è stato detto”, “fato”, è inscritto nel Corpo e nella Mente e la sua evoluzione viene auto-elaborata senza interventi soprannaturali di vario tipo e di vario genere: il Corpo e la Psiche sono un Linguaggio con le sue regole e le sue parole.
Dopo tanta utile digressione convergo al dunque del sogno di Nancy.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di trovarmi nel marciapiedi antistante la casa che ho abitato nella mia infanzia.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” sono immediatamente serviti in tavola come il buon antipasto di un pranzo nobile e succulento. Nancy esordisce tornando indietro nel tempo e si fissa nel suo essere stata bambina, una tappa evolutiva fondamentale per la formazione psichica e che in lei ha particolare eco. Si ferma fuori e si guarda dall’esterno, si osserva dal sociale per timore di un coinvolgimento immediato e per la cautela di non svegliarsi: tesi di Freud che vuole il sogno protettore o “guardiano del sonno”.
“La casa che ho abitato nell’infanzia” è proprio la sua persona in carne e ossa, la sua psiche abitata dal suo corpo, quel corpo. Traduco ancora: “com’ero fatta da piccola”. La predilezione per la prima età non è dolorosa, tanto meno nostalgica, e si spiega con la convinzione della donna adulta di ricercare la Nancy in atto nel suo passato, un gusto analitico che invita anche a integrare “parti psichiche di sé” poco conosciute per timore e che nella maturazione destano curiosità e soprattutto chiedono di essere riattraversate e riconosciute al fine di avere un migliore equilibrio psicofisico e stare bene.
I simboli sono questi: “trovarmi” equivale a ritrovarmi e si legge attestarsi senza paura o cogliersi, “marciapiedi” condensa la collocazione sociale e relazionale di poco spessore e di scarso coinvolgimento, “casa” è simbolo della struttura psichica evolutiva in atto, “infanzia” si traduce e si legge “quando ero senza parole” o quando non sapevo di me e non sapevo parlare di me.

“C’erano una bici da bimba e diversi scatoloni. In una di queste scatole c’erano tutti i miei gioielli.”

Nancy si è ben presto scoperta nel suo essere femminile e, nello specifico, nel suo essere sessualmente una bambina: “una bici da bimba”. Ma non basta, perché Nancy ha avuto sin da piccola una buona consapevolezza di cosa significava essere una bambina e delle sue altre doti al femminile: “diversi scatoloni”.
Cosa vuol dire?
Nancy è stata educata molto bene, è cresciuta in una famiglia per bene e non ha incontrato tante difficoltà a identificarsi nella figura materna in superamento della “posizione edipica” e della conflittualità psichica e relazionale connessa. La donna Nancy ricorda anche che nel suo intimo e privato viveva gradevolmente e senza equivoci i suoi attributi sessuali femminili e il potenziale erotico connesso, la sua “libido” o “tutti i miei gioielli”, come lei stessa li definisce. Nancy sta chiaramente sognando del suo essere stata bambina in riferimento al suo potenziale erotico e sessuale.
Traduco i simboli ancora: “bici da bimba” o apparato sessuale femminile, “scatoloni” e “scatole” o universo psicofisico femminile, “gioielli” o attributi psicofisici femminili con prevalenza all’erotismo e alla sessualità. Aggiungo che anche la verginità nel tempo diventa un gioiello. Su questo dato contribuiscono non poco la cultura e l’educazione, nonché la paura del dolore e della violenza collegate alla deflorazione.

“Ho pensato che in mezzo a tanti scatoloni, nessuno avrebbe sospettato che potesse esserci quel tesoro, ma poi ho deciso di mettere la preziosa scatola dentro la casa di cui avevo ancora le chiavi.”

Traduco immediatamente all’ingrosso per una migliore comprensione della psicodinamica del sogno. “Nancy pensa che fra tanti attributi femminili gli altri non avrebbero individuato quelli sessuali, fino al punto che si è difesa talmente tanto da decidere di viverli soltanto nel suo intimo e privato”. Nella sua evoluzione psicofisica femminile Nancy si è imbattuta in un blocco, si è costruita un ostacolo, si è difesa dall’angoscia di come gestire il suo ricco e prezioso patrimonio in relazione al mondo esterno: il suo corpo e gli altri.
Si è chiesta: “e adesso che so di essere femmina, come mi relaziono all’esterno con questo mio bagaglio erotico e sessuale?
Niente di particolarmente drammatico!
Tutte le bambine nella normalità del vissuto e del comportamento incontrano difficoltà a vivere il corpo in rapida crescita e ad assimilare in simultanea questi cambiamenti ben visibili e attraenti. Ricordo i grandi maglioni per nascondere le forme del seno e i vestiti larghi per lasciare indefiniti i glutei. La soluzione della piccola donna in crescita irrefrenabile, Nancy, è stata quella di non relazionare i suoi gioielli, di non coinvolgersi eroticamente e sessualmente con gli altri, di ben custodire il corpo intimo e di usare il corpo sociale. Le “chiavi” sono un simbolo fallico e attestano del potere del possesso e della gestione del corpo. Aggiunge un “ancora” proprio per attestare l’irrefrenabilità dell’istinto e dei bisogni del corpo.
Si pongono necessariamente le seguenti domande: “ma perché Nancy deve difendersi dalla sua natura femminile? E in che modo lo fa?”
La difese psichiche sono la “rimozione” e la “sublimazione” e, fino a quando funzionano, producono temporanea anestesia. Di poi, sotto l’incalzare dell’ormone e dei sensi subentra un altro meccanismo di difesa, la “formazione di sintomi” e nello specifico la “conversione isterica”, la somatizzazione della “libido” prima dimenticata e poi nobilitata, la scarica delle tensioni accumulate e degenerate nelle funzioni del corpo in maniera elettiva.
Ma perché avviene tutto questo e nello specifico nel sogno di Nancy?
La bambina non ha avuto figure di affidamento idonee all’educazione progressiva ai bisogni del corpo e dei sensi, al riconoscimento della “libido” femminile. I genitori sono deputati a tale immane compito e, di poi, le figure sociali e istituzionali competenti nell’educazione sessuale, ma spesso queste figure sono sostituite da persone e personaggi molto discutibili e di parte: vedi la suora nel famigerato asilo e il sacerdote nel famigerato catechismo. In ogni caso un padre e una madre poco aperti alla carne e ai suoi valori, una famiglia bigotta e bacchettona, combinano dei capolavori. Questo accadeva ieri, ma oggi la questione è più pericolosa a causa del diffondersi e della facilità di accesso a immagini e sequenze ad alta intensità traumatica.

“Lascio, quindi, la grande scatola nell’entrata di questa casa e anche lì c’erano molte altre scatole.”

Traduco: “mi relaziono con la gente e vedo che tante persone erano ragazzine come me.” La consapevolezza di Nancy in riguardo alla sua crescita è buona, è esibita nell’ambito sociale e agli occhi della gente, viene normalmente riscontrata dagli altri senza grandi trambusti e sconquassi psichici per la nostra protagonista. Con le giuste cautele Nancy cerca e trova la sua dimensione sociale e la sua esibizione nel mondo: la sua adeguata fenomenologia. Il processo educativo e l’identificazione al femminile hanno avuto buon esito, almeno fino a questo momento del sogno. Ritorna il solito simbolo della “scatola” e dei preziosi da ben custodire: universo psicofisico femminile con accento prevalente sul corpo e i suoi bisogni.

“Dopodiché mi ritrovo in un luogo (sembra un grande capannone) molto affollato con vicino a me ancora la preziosa scatola;”

Il tempo passa e l’evoluzione avanza. La società diventa esigente nei vissuti della “già bambina” e della “attuale signorina”. Gli sguardi e i commenti non si fanno attendere, così come le invidie e le rivalità. A Nancy non deve mancare la giusta aggressività da investire nelle relazioni, quella che è utile in “un grande capannone”, in “un luogo molto affollato” e dove ci si relaziona senza tanti complimenti. Nancy si porta dietro e addosso un bel corpo, un abito e un modo psichici a cui si è educata e di cui non può liberarsi, un prezioso fardello di donna, per cui si difende dalla gente, che la tenta e l’attrae nello stesso tempo, proiettando i movimenti del corpo e della mente, la sensualità e il fascino, la “preziosa scatola” per l’appunto simbolico. Meglio di così non potrebbe andare.

“ci sono anche dei colleghi e una di questi mi dice qualcosa a proposito dei miei gioielli.”

Il sogno sta progressivamente rievocando e costruendo i momenti di impatto di Nancy, giovane donna, nel sociale allargato, la scuola e il lavoro.
Tutto ok!
L’amor proprio dice di non svendersi e di non aver paura degli altri e di se stessa in primo luogo. Basta la consapevolezza del valore della merce che si porta addosso e in giro nei mercati rionali: “amor sui” e “amor fati”. Gli apprezzamenti e gli ammiccamenti sono degli altri ed evocano come Nancy si è costruita a livello psicologico e sociale: civetta ed esibizionista, timida e pacata. Le modalità di offerta di sé e delle proprie forme, il come si vuol vivere il corpo e la “libido”, trovano in Nancy una donna che vuol godere e distribuirsi, anziché negare, sublimare, rimuovere, rimandare e altro.
I “colleghi” rappresentano simbolicamente l’istanza a socializzare e a relazionarsi, quel qualcosa di simile che condivido con gli altri e che gratifica. “Simile simili cognoscitur” recita in latino un’antica verità: “il simile conosce il simile” nell’attrazione e nella scelta delle persone che vogliamo vivere come l’altro e gli altri. Il “collega” occulta la tresca erotica e sessuale tra le pieghe delle mille tentazioni e le altre mille seduzioni.
Ecco che subentra la rivalità al femminile: “una di questi mi dice”: specchio bello, specchio tondo, chi è la più bella del mondo? Le competizioni e le invidie sono all’ordine del giorno in qualsiasi contesto sociale e non soltanto in quello femminile. Anzi, tra le donne esiste una maggiore e migliore profondità nelle relazioni significative ed è per questo che le rotture sono da prima guerra mondiale, un disastro. Nancy offre uno spaccato di sé e del suo travaglio nel vivere le relazioni con le donne e i sentimenti di invidia e competizione che nel sogno sono proiettati in “una di questi”. Ma è tutto nella norma più assoluta. Niente di nuovo sotto il sole, cara Nancy.
I “miei gioielli” condensano l’amor proprio in riguardo specifico al destino femminile di donna e di padrona: “femina et domina”. Sottolineo i “miei” come rafforzamento dell’identità. L’Io di Nancy è ben servito al tavolo del vecchio poker.

“Mi rendo conto che non posso lasciare la scatola lì alla mercé di chiunque.”

Bisogna scegliere e selezionare le persone a cui rivolgermi e tanto meno affidarmi. Questo capoverso è proprio un “inno dell’amor proprio e dell’amor del proprio destino: “amor sui” e “amor fati”. La “mercé” significa svalutazione e mancanza di autostima, significa paura di restare sola e di non piacere abbastanza, di non essere attraente e seduttiva, di non esser “figa” come vuole il gergo giovanile e non soltanto. L’educazione e l’insegnamento vengono dopo a confermare in Nancy che il concedersi sessualmente necessita della giusta cautela. Non bisogna svendersi e dare al primo venuto il proprio imene, bisogna selezionare e reagire in base ai gusti e alle affinità elettive, le propensioni e le sensibilità. La parola d’ordine è “devo volermi bene. La mercé risuona con merce. Mai essere merce per gli altri; in primo luogo me stessa.
“Chiunque” è simbolo di quell’anonimato che attesta di persone senza qualità e senza personalità, un indistinto tra gli uomini che popolano l’universo, ma è soprattutto un “indistinto psichico”, una confusione psicofisica e una macedonia di istanze psichiche, la follia.
Questo è in abbondanza quanto dovevo a Nancy.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nancy sviluppa la psicodinamica dell’amor proprio e dell’amore del proprio destino, “amor sui” e “amor fati”, in relazione specifica al suo corpo erotico e sessuale. L’accettazione amorosa di sé e del proprio destino di donna denota una buona identificazione psichica al femminile e una altrettanto buona identità, sempre psichica, in risoluzione delle conflittualità edipiche, relazione con i genitori. I tentennamenti e le incertezze nel corso dell’evoluzione psicofisica dell’adolescenza viaggiano dal gusto personale alla formazione sociale, dai desideri proiettati negli altri alla ricerca della tresca e della seduzione e non senza godimento, nonostante il sentimento della rivalità nei riguardi delle altre donne.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati spiegati abbondantemente nel corso dell’interpretazione.
Il sogno di Nancy rievoca l’archetipo della “Sessualità”.
Il “fantasma” presente nel sogno di Nancy riguarda il “corpo” e l’identità psicofisica. Nessun travaglio è degno di considerazione perché il sogno si sviluppa in maniera armonica.
Nel sogno di Nancy sono presenti le seguenti istanze psichiche:
“Io” o vigilanza e razionalità in “ho pensato” e in “ho deciso” e in “mi ritrovo” e in “mi rendo conto”,
“Es” o rappresentazione della pulsione e dell’istinto è ben visibile in “C’erano una bici da bimba e diversi scatoloni. In una di queste scatole c’erano tutti i miei gioielli.” e in “ho deciso di mettere la preziosa scatola dentro la casa di cui avevo ancora le chiavi.”,
“Super-Io” o censura e limite non compare in azione diretta ma sicuramente si lascia intravedere senza eclatanza in “Mi rendo conto che non posso lasciare la scatola lì alla mercé di chiunque.”
Le “posizioni psichiche” evidenziate nel sogno di Nancy sono la “fallico-narcisistica” in “In una di queste scatole c’erano tutti i miei gioielli.” e in “mettere la preziosa scatola dentro la casa di cui avevo ancora le chiavi.”. La disposizione alla “posizione genitale” è visibile in “Dopodiché mi ritrovo in un luogo (sembra un grande capannone) molto affollato con vicino a me ancora la preziosa scatola; ci sono anche dei colleghi.”
I “meccanismi psichici di difesa” usati da Nancy nel suo sogno sono i seguenti: la “condensazione” in “scatola preziosa” e in “casa” e in “bici da bimba” e in “scatoloni” e in “scatole”, lo “spostamento” in “gioielli” e in “chiavi” e in “luogo molto affollato” e in “grande capannone” e in “colleghi” e in “alla mercé”, la “proiezione” in “colleghi” e in “una di questi”, la “rimozione” in “Lascio, quindi, la grande scatola nell’entrata di questa casa”.
Il sogno di Nancy espone nella massima chiarezza il “processo psichico di difesa della “regressione” con annessa “fissazione” in “trovarmi nel marciapiedi antistante la casa che ho abitato nella mia infanzia.” La difesa della “sublimazione della libido” non compare in maniera diretta, ma si lascia supporre in “Mi rendo conto che non posso lasciare la scatola lì alla mercé di chiunque.”
Il sogno di Nancy manifesta un tratto decisamente “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura evolutiva, altrettanto decisamente “genitale”.
Le figure retoriche presenti sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “trovarmi” e in “marciapiedi” e in “scatola” e in “gioielli”, la “metonimia” o relazione logica in “bici da bimba” e in “luogo molto affollato”. Il sogno di Nancy ha una sua compostezza narrativa e simbolica che si avvicinano a una forma poetica neorealistica.
La “diagnosi” dice di una salutare forma di “libido fallico-narcisistica” evidenziata con il sentimento dello “amor sui et fati”, nonché accompagnato dal “sentimento della rivalità” al femminile.
La “prognosi” impone a Nancy di proseguire nel cammino intrapreso oniricamente di recupero del proprio delicato passato e dei vissuti che hanno segnato la formazione della sua “organizzazione psichica reattiva”. L’affidamento a uomini e a donne deve essere sempre ben ponderato e mai acritico. E’ cosa giusta e buona creare fascino attorno a sé attraverso il “non detto” e il “non esibito” e senza rasentare la crudeltà o la cagoneria.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nella caduta dell’amor proprio e del proprio destino con l’insorgere di una sindrome psiconevrotica depressiva, ma la cosa la vedo molto difficile alla luce della determinazione della chiarezza della nostra eroina.
Il “grado di purezza onirica” è buono nonostante la discorsività narrativa. Il sogno di Nancy è ricco di simboli ed esprime una psicodinamica attraente e fascinosa.
La “causa scatenante” del sogno si attesta in un ricordo dell’infanzia o in un atto di autoaffermazione nel corso della vita quotidiana.
La “qualità onirica” è auto-affermativa in onore a un buon senso dell’Io.
Il sogno di Nancy si è svolto nella seconda fase REM alla luce della composizione pacata e della compostezza simbolica. Non esistono grandi trambusti e turbolenze, per cui la buona “razionalizzazione” del quadro evocato in sogno è avvenuta in una situazione di leggera agitazione per consentire la memoria.
Il “grado di attendibilità e di fallacia” del sogno di Nancy è “alto” a causa dell’evidenza dei simboli e della chiarezza nella loro interazione e nel comporre la psicodinamica.
Il “fattore allucinatorio” o esaltazione dei sensi si attesta nella collocazione fisica: “trovarmi”, “c’erano”, “lascio”, “mi ritrovo”, “ci sono”, “non posso lasciare”. Nancy usa i sensi includendoli nel “topos”, nello “spazio”, nel “luogo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Nancy è stata sottoposta all’attenta analisi di un lettore e di una lettrice anonimi. Sono emerse le seguenti domande.

Lettore
Nancy è una narcisista che se la tira o che tipo di donna è?
Risposta
La psicodinamica del sogno dice chiaramente che Nancy è una donna che sa coniugare l’eleganza del portamento con l’autostima. Non è di certo superba, ma mantiene un atteggiamento di tutela della sua persona e della sua figura. La definirei una donna di classe, una democratica con giudizio.
Lettrice
Il discorso sul narcisismo, che lei ha fatto per Nancy, vale solo per le donne?
Risposta
Vale per tutti, maschi e femmine, ma è soprattutto portato avanti dalle donne che tradizionalmente hanno una migliore e maggiore cura della loro persona senza essere civette o insolenti. Il “narcisismo” buono ha dei limiti oltre i quali degenera pericolosamente nella depressione e nella lucida follia. Quindi è un momento psichico formativo molto importante e delicato.
Lettore
Lei parla e dice cose interessanti, ma io non le capisco. Mi può fare qualche esempio terra terra di narcisismo? Magari ho un amico così e non riesco a capirlo.
Risposta
Allora, il “narcisismo buono” si ferma all’amore di se stessi e del proprio destino di uomini. Alberga e lo vedi nelle persone che si vogliono bene e non si fanno mancare niente di tutto quello che gratifica e rende attraente il quotidiano vivere. Il “narcisismo cattivo” lo vedi, ad esempio, nelle persone egoiste ed egocentriche, quelle tutte prese da se stesse e che non si accorgono che tu esisti e che hai i tuoi diritti. Hai presente quelle persone che parlano tanto e sempre di sé? La logorrea che ha per oggetto se stessi e ripetitivamente se stessi è una psicopatologia grave, ma non inficia la normale vita quotidiana anche se incorre in notevoli difficoltà relazionali.
Lettore
Quindi il mio amico che parla tanto e a vanvera e dice sempre le stesse cose è malato mentale?
Risposta
Tecnicamente ha una “organizzazione psichica narcisistica” che non si è evoluta nella “genitale”, nel riconoscimento dell’altra persona come oggetto del proprio investimento e umano interesse. Sono persone che non sanno amare e che, di conseguenza, non s’innamorano. Tecnicamente sono “fissate, meglio ferme, alla “posizione narcisistica” e non sono evolute nella “posizione genitale” per una fuga dall’angoscia depressiva di perdita. Si difendono con i meccanismi psichici atti al non coinvolgimento affettivo.
Lettore
Bravo il mio dottore! Ho capito qualcosa. Ma si possono aiutare queste persone?
Risposta
Una buona psicoterapia analitica è la morte sua, come i capperi sul baccalà alla messinese. Imparano ad accorgersi che esistono gli altri e che non fanno male, anzi tutt’altro.
Lettore
E la sessualità?
Risposta
C’è sempre e soltanto la masturbazione.
Lettrice
Tocca a me adesso. Mi dice qualcosa del mito di Narciso.
Risposta
Non ti racconto le diverse trame, ma ti spiego la simbologia globale. La “misantropia” e la “misoginia”, avversione verso gli uomini e verso le donne, segna l’affermazione solitaria di questo semidio. La “depressione” endogena contrassegna la psicopatologia grave che lo porta al suicidio per annegamento o per accoltellamento. L’investimento della “libido” sulla sua persona e il culto del suo corpo lo isolano dagli altri uomini. Si tratta di difese e di immaturità psichiche nel senso vero e proprio. Narciso si è bloccato alla “posizione fallica” senza passare alla “posizione genitale”. E’ anche possibile che sia regredito e fissato sulla sua persona. I Greci ne sapevano una più del diavolo ebraico per quanto riguarda i simboli. Questo tema è complesso e merita tempo e studio.
Lettrice
In una persona che si suicida c’è del narcisismo?
Risposta
Tantissimo. Il narcisismo se non si evolve nella genitalità fomenta depressione e può risolversi nel suicidio. La depressione deve però fare perno sul “fantasma” di abbandono e di perdita affettiva elaborato nel primo anno di vita, un vissuto naturale che è degenerato e che deve essersi ingrandito malignamente.
Lettrice
Quale canzone ha scelto per il sogno di Nancy?
Risposta
Lazzarella, una canzone napoletana del 1957 che tratta l’evoluzione psicofisica di una ragazzina, il passaggio dal “narcisismo” alla “genitalità” per l’appunto. Lazzarella passa dall’essere piena di sé e della propria giovane bellezza addirittura al matrimonio in chiesa sia per ottemperare il sentimento d’amore e sia per assolvere legittimamente il desiderio sessuale. La cultura è sempre figlia del suo tempo e presenta i vizi e le virtù, gli schemi utili e inutili, le risibilità e i valori importanti. Il testo e la musica appartengono a Modugno e a Pazzaglia. Il contenuto cade a fagiolo, come dicevo, per la psicodinamica di Nancy.
Lettrice
Di questa canzone farà il riattraversamento?
Risposta
Semplicemente traduco a modo mio dal dialetto mezzo napoletano e mezzo italiano.

LAZZARELLA

Rapita da un sogno splendente,
in una notte di luna crescente
avanzano il Corpo e la Mente.

Dimmi,
o Lazzarella,
una camicetta a fiori blu,
può nascondere una bella bambina
con i capelli a coda di cavallo,
una signorinella
che va scuola con i libri sotto il braccio?
Lazzarella sta crescendo
tra le volute del fumo di una Camel
comprata per papà nel mercato di Forcella.
Lazzarella consuma le sue smorfie allo specchio
con le labbra sporche del rossetto della mamma.
Io ti guardo
e ai miei occhi tu piaci ogni giorno di più.
Faccio di tutto per vederti,
per balbettarti un timido “ti posso accompagnare”.
Ma tu disdegni,
mi discacci,
non mi dai retta,
non accetti il mio sentimento,
mi dici che per te l’amore può aspettare,
che non fa per te
e che del mio amore non sai cosa fare.
Sei procace come il venticello primaverile
lungo il molo dell’Immacolatella.
Stai crescendo e sei civettuola.
Ti specchi nelle vetrine di via Caracciolo
e arrossisci anche ai complimenti benevoli.
Tu sei presa dal tuo corpo
e non pensi certamente a me.
Io non sono un tuo pensiero,
tanto meno bello,
e sorridi perché perdo il mio tempo dietro a te.
Intanto l’ormone incalza
e la camicetta a fiori blu ti va sempre più stretta,
mentre un padre geloso sorveglia
quella signorina che non è più la sua bambina.
I bigliettini degli innamorati portano le pene d’amore.
Il tempo è un galantuomo e diventa giusto anche per te.
Ritorna davanti alla scuola il ragazzo di allora.
Anche tu ci sei caduta.
Per amore non mangi,
soffri,
pensi,
dici di no per dire di sì,
bagni di lacrime il cuscino.
Nessuno può aiutarti,
neanche una compagnella di scuola.
Ormai sei grande e sei cambiata.
Sei pronta a sposare te stessa nella chiesa del Gesù.

Rapita da un sogno splendente,
in una notte di luna crescente
avanzano il Corpo e la Mente.

 

 

IL GIACCONE TRAPUNTINO AZZURRO LUCENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero al lavoro e due colleghi sono entrati in ufficio accompagnando il mio ex compagno da me.
Era invecchiato, ingrassato, trasandato e ubriaco.
Biascicava qualche parola che non comprendevo.
Indossava un curioso giaccone trapuntino azzurro lucente che contrastava con il suo essere trasandato.
Aveva le mani in tasca e, man mano che si avvicinava, mi sembrava che nascondesse un’arma che avrebbe usata contro di me.
Nonostante la paura, ho deciso di andargli incontro e di prenderlo delicatamente per il braccio cercando di capire cosa volesse, ma a quel punto mi sono svegliata.”

Questo sogno porta la firma di Maryanto.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quanti innamoramenti e quanti amori viviamo nello scorrere ineludibile della nostra vita!
Quanti investimenti di “libido genitale” facciamo nell’esercizio quotidiano del nostro vivere!
Quanta originalità immettiamo nella nostra arte di amare?
Ci innamoriamo sin da quando percepiamo qualcuno fuori che ci nutre, la nostra cosiddetta “mamma” o “maman” alla francese. Poi andiamo avanti con modalità evolute, più che diverse, nel corso della nostra esistenza. Ogni età ha il suo modo di amare e i suoi oggetti d’amore. Fondamentalmente ci innamoriamo di noi stessi e del nostro vivere e siamo costretti dalla nostra natura biologica ad appagare i bisogni del corpo in attesa di renderli anche “mistici” trapassando serenamente e senza stridore dalla Natura nella Cultura. E in questo modo riusciamo a esaltarci anche nelle arti cosiddette spirituali.
Ma quale differenza si può porre tra innamoramento e amore?
Alberoni sociologo e Fromm sociologo hanno ben trattato nel Novecento questo tema, ma anche Schopenhauer, filosofo dell’Ottocento, ha scritto un breve testo sull’amore. Perché non ricordare anche la solidarietà edonistica di Epicuro a cavallo tra il quarto e il terzo secolo a.C.n.?
Vi rimando alla lettura di questi testi: Alberoni – Innamoramento e amore, Fromm – Arte di amare, Schophenauer – L’amore, Epicuro – Lettera a Erodoto.
Leggete e viaggiate sul sicuro garantito.
Fondamentalmente il sentimento d’amore è ampio e variegato, ma non si è lontani dal vero se quello adulto lo si inquadra come la “astrazione” e la “sublimazione” del desiderio sessuale, la “libido”, quella “genitale” nello specifico, quella che ha bisogno dell’altro e che non si riduce al solipsismo masturbatorio della mente e del corpo: “posizione fallico-narcisistica”.
Fromm aveva distinto vari tipi di amore e aveva individuato l’amare nell’esercizio: “ti amo non perché ho bisogno di te, ma perché ho bisogno di amare.”
Il buon e infelice Arthur aveva individuato il sentimento dell’amore in un inganno fenomenale del Genio della Specie per perpetuare l’umanità, “Filogenesi”. Vuol dire che la sessualità “genitale” era nobilitata dalla procreazione, al di là dei sentimenti puri che la cultura immette sull’onda dei grandi sacerdoti laici e profani, ed era dettata a monte dalla sorda “Volontà di vivere”, l’essenza del Tutto, uomo compreso.
La Psicoanalisi freudiana, nella sua prima formulazione o “prima topica” e soprattutto nei “Tre saggi sulla sessualità infantile” del 1905, considera e attesta una “libido” fortemente pulsionale, un istinto primario a base organica e basato sul “principio del piacere”: teoria delle pulsioni. Di poi, nella “seconda topica” o sistema psichico, questa teoria così corporea viene “mentalizzata” e l’istinto diventa anche oggetto di difesa da parte dei “meccanismi psichici” che sin dal primo vagito contraddistinguono la vita dell’uomo. Pur tuttavia, il “pansessualismo”, tutto si basa sull’energia complessa della “libido”, resta nella Psicoanalisi freudiana un assunto evoluzionistico di base per l’economia e la dinamica della Psiche. Quest’ultima si identifica nella progressiva consapevolezza che il senziente acquista sulle sensazioni e sulle conseguenti rappresentazioni mentali, i “fantasmi”. La base organica è ineludibile. La crescita e l’evoluzione umane sono intrinseche al corpo vivente, materia, e seguono passo passo le varie complicazioni mentali del “sistema delle difese” dal dolore e dall’angoscia di annientamento: psicoanalisi dell’Io o seconda topica. Ci sarà tempo anche per sublimare e rendere mistica la “libido”, l’energia che muove l’uomo nell’universo. Nel “quantum” esiste il “qualis”, nella “materia” è intrinseco lo “spirito” e in questo “tutto” si inscrive l’operazione psichica e logica di difesa dall’angoscia di nientificazione, la “sublimazione” e la “astrazione”. La prima consiste nel rendere nobile e socialmente compatibile la carica vitale della materia, la seconda nel rendere comprensibile il potenziale organico di cui godiamo. In ogni caso e in conclusione la “libido” non si riduce all’energia sessuale nel senso crudo della parola, ma all’energia articolata e in minima parte conosciuta del cosmo. Tanti astrofisici concludono le loro ricerche scientifiche ricorrendo al mistero dell’origine e tanti altri concludono con il ritorno al tutto da cui si proviene: metafisica e materialismo. Le conoscenze dell’uomo sono minime in tutti i settori di fronte alla complessità del cosmo, uomo compreso. Torna utile il monito di Ulisse ai suoi compagni di fronte alla brevità della vita che Dante gli ha voluto attribuire nella sua “Divina commedia”: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
Riflettere su questi temi è d’uopo soprattutto nei nostri tempi così sempliciotti.
Tornando al sogno di Maryanto, si rileva la possibilità di decodificare e di spiegare in due modi il suo prodotto, uno di poco spessore e l’altro più profondo. Nel primo caso si usa la griglia psicosociologica e si disocculta la psicodinamica relazionale, nel secondo caso si tirano in ballo i “fantasmi” e i conflitti intrapsichici dell’ineffabile protagonista.
Nel procedere terrò in considerazione i due registri.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero al lavoro e due colleghi sono entrati in ufficio accompagnando il mio ex compagno da me.”

Maryanto è una donna che si relaziona con gli uomini in maniera formale, “ero al lavoro e due colleghi”, non ama i grandi coinvolgimenti e le forti intimità, magari li desidera, ma si difende tendendo a fare la donna seria e preziosa, quella che solidarizza ma che aspetta che sia l’altro a fare il primo passo, quella che vuole che l’uomo faccia l’uomo nel senso antico del termine e anche nel senso moderno, quella che ritiene l’uomo un cacciatore secondo l’adagio antico e lo esige giustamente aggressivo e non per “sadomasochismo” ma per tradizione naturale e al di là delle mode culturali, quella che pensa che la donna deve fare la donna ed essere recettiva piuttosto che “fallica”.
Insomma Maryanto è una donna completa e all’antica e questi “due colleghi” sono i suoi alleati e i suoi ispettori. Essi rappresentano simbolicamente l’istanza censoria del “Super-Io”, la parte giudicante e morale, quella che inquisisce l’ex, un uomo che non è del tutto “ex” perché nel ricordo è ancora presente e nella psiche è vivo e attivo. Quando non ci si lascia bene, restano gli strascichi infiniti di una storia andata a male perché iniziata per bisogno e non per libera scelta. Ed ecco che nei momenti di solitudine e di debolezza ritorna il bisogno dell’altro anche se l’altro è stato precario a diversi livelli e a diverso titolo.
I “colleghi” sembrano gendarmi, carabinieri che vanno sempre in coppia nella realtà sociale e nell’Immaginario collettivo: ”accompagnano”. “L’ufficio” dà proprio il senso della formalità di un tribunale in cui Maryanto assume un deciso ruolo giudicante.
Sicuro che c’è in ballo qualche strascico affettivo dopo la separazione e la rottura della vita amorosa. E’ oltremodo sicuro che Maryanto nel sogno sta parlando di sé e alla grande. Vediamo dove va a parare con la sua psicodinamica.

“Era invecchiato, ingrassato, trasandato e ubriaco.”

Ecco che viene fuori l’aggressività!
Maryanto vede il suo “ex” peggiorato dopo la relazione vissuta con lei. Una magra consolazione e un misero conforto servono a ipotizzare un trauma da perdita nell’ex, ma a tutti gli effetti trattasi dei vissuti originari di Maryanto in attestazione anche dei suoi bisogni affettivi di allora.
Ma cosa significano simbolicamente le caratteristiche attribuite al suo ex? “Invecchiato”: poca energia e scarsa vitalità. “Ingrassato”: bisognoso d’affetto e di accudimento da carenze pregresse. “Trasandato”: andato al di là del lecito e dell’opportuno ossia fuori norma, un diverso. “Ubriaco”: necessitato a variare lo stato di vigilanza della coscienza e ad abbassarne la soglia di guardia per ridurre l’angoscia. Sintetizzo dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Maryanto rievoca in sogno la condizione in cui si trovava nel momento della sua vita in cui ha scelto il suo “ex” e proietta su di lui queste caratteristiche di allora. Maryanto era in psicoastenia e bisognosa d’affetto, si sentiva diversa dalle altre donne e avvertiva la necessità di abbassare la vigilanza e di vivere in uno stato crepuscolare. Il tutto era finalizzato a non sentire l’angoscia dentro. Da rilevare la presenza inequivocabile del meccanismo psichico di difesa della “proiezione”.

“Biascicava qualche parola che non comprendevo.”

Era proprio un brutto momento della sua vita!
Maryanto continua a sognare proiettando nel suo “ex” la condizione psicofisica che l’ha portata a legarsi a lui. Viene fuori che in lei e allora il circuito tra interno ed esterno era intasato, il legame tra l’emozione e la parola era precario, il filo che lega il vissuto all’espressione verbale era in quasi “tilt”, come nei migliori flipper degli anni sessanta. Maryanto non aveva un buon rapporto con se stessa, si viveva male e non aveva le modalità giuste per capire e capirsi, ma soprattutto non riusciva a tradurre l’energia interiore nell’energia della parola. Maryanto non si capiva più e non sapeva reagire. Come si diceva all’inizio, era un brutto momento della sua vita. E meno male che esistono questi brutti momenti perché ci danno la possibilità di reagire e di migliorarci tramite il grande ausilio di una poderosa presa di coscienza: la salvifica “razionalizzazione dei fantasmi”.
Nel registro psicosociale si legge che il suo “ex” non sapeva tradurre i sentimenti nelle parole, aveva grosse difficoltà di relazione e di comunicazione.

“Indossava un curioso giaccone trapuntino azzurro lucente che contrastava con il suo essere trasandato.”

Traduco nel registro intrapsichico: “facevo di tutto per non apparire così bisognosa di cure e premure e mi manifestavo in forma e attraente”. “Indossava” attesta simbolicamente dei modi di apparire agli altri. Il “giaccone” racchiude i sentimenti e gli affetti e li tutela agli occhi della gente. “Trapuntino” precisa l’entità della difesa e dell’originalità. “Azzurro” condensa la realtà in atto e il suo principio. “Lucente” desta attenzione e segnala la difesa camuffandola in piena consapevolezza.
Traduco questa stranezza nel registro psicosociale: Maryanto viveva il suo “ex” non del tutto virile, effeminato nei modi di espressione, in qualche modo “fru fru”. Spesso le donne gradiscono nel proprio uomo una similarità nella sensibilità e nei modi di pensare e di atteggiarsi. E’ la solita questione della “posizione edipica”, di come hanno elaborato nel tempo il “fantasma” e la figura del padre.

“Aveva le mani in tasca e, man mano che si avvicinava, mi sembrava che nascondesse un’arma che avrebbe usata contro di me.”

Il sogno verte sulla sessualità, un valido motivo per cercare un maschio prima che un uomo. Il simbolo fallico della “arma” dice decisamente che l’attrazione erotica e il desiderio sessuale hanno avuto e hanno il sopravvento nella scelta di investire “libido” su un uomo. La vitalità sessuale di Maryanto è stata il primo movente per cercare e per avere un maschio. “Usata contro di me” equivale al desiderio e bisogno di avere un uomo aggressivo che sa ben usare la recettività femminile e sessuale in primo luogo. Maryanto è una femmina-natura prima di essere una donna-cultura, ha bisogno e desidera un maschio in prima battuta. Il sogno verte sui bisogni e sui gusti sessuali della protagonista in un momento storico e psichico della sua esistenza.
Un rilevo sulla “figurabilità” è opportuno. Il meccanismo psichico del “processo primario”, che dà la giusta immagine al vissuto in questione, viene ampiamente usato in questo capoverso nel descrivere il maschio con le “mani in tasca”, quasi a nascondere il pene e pronto ad aggredire beneficamente la donna. Il desiderio sessuale di Maryanto viene raffigurato egregiamente. L’attesa del disoccultamento del desiderio crea suspence e fascino. Rilevo la simbologia del coito nell’arma dentro la tasca, maschile la prima e femminile la seconda.
Secondo il codice psicosociale della narrazione l’ex di Maryanto vuole punirla per l’abbandono subito, ma la verità profonda vuole una Maryanto bisognosa di appagare la sua sessualità e alla ricerca di un maschio che sappia prenderla: natura prima della cultura. Si suppone che nel tempo la relazione con l’ex non sia durata per questo importante fattore.

“Nonostante la paura ho deciso di andargli incontro e di prenderlo delicatamente per il braccio cercando di capire cosa volesse, ma a quel punto mi sono svegliata.”

Traduco: “nel momento in cui ho preso coscienza che mi ero messa con lui soltanto per motivi sessuali, ho chiuso la relazione.” Sembra che Maryanto si senta in colpa e tema di essere aggredita e punita per averlo lasciato, ma in effetti si rileva la sua seduzione anche in questo caso. Maryanto si muove verso il suo “ex” prendendolo “delicatamente” e relazionandosi con il potere che si riconosce alle idee chiare in riguardo a ciò di cui si ha bisogno in questa evoluta emergenza della vita e della vitalità sessuale.
Avendo capito la sua psicodinamica, Maryanto si può svegliare.
Si rileva, in conclusione, che la donna può gestire il potere nella relazione con suadenza e delicatezza. Una brillante forma di seduzione è implicita nell’allegoria di “andargli incontro e di prenderlo delicatamente per il braccio cercando di capire cosa volesse”.
Questo è quanto risulta e non è poco.

PSICODINAMICA

Il sogno di Maryanto sviluppa la psicodinamica del bisogno di amare, “libido genitale”. Sono possibili due letture: psico-sociologica e psicoanalitica con la decodificazione dei “fantasmi”. La prima svolge l’aggressività legata al sentimento di rivincita nei riguardi dell’ex a modo di compensazione da frustrazione subita, la seconda sviluppa le condizioni personali della protagonista in riguardo al suo bisogno psicofisico di amare e di essere amata: investimenti di “libido genitale”.
Il sogno di Maryanto elabora la psicodinamica dell’innamoramento e dell’amore in una fase critica della propria vita, quando il senso e il sentimento sono necessari per continuare a vivere al meglio nelle condizioni date.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Maryanto contiene i seguenti simboli: “colleghi” o alleato con varia funzione, “ufficio” o relazione sociale e compito, “lavoro” o investimento di libido, “biascicava” o psicoastenia e distonia tra interno ed esterno, “parola” o energia, “non comprendevo” o caduta della vigilanza razionale, “giaccone” o difesa degli affetti, “trapuntino” o difesa psichica, “azzurro” o realtà in atto, “lucente” o buona consapevolezza, “mani in tasca” o occultamento di libido, “arma” o organo sessuale maschile, “usata contro” o pulsione sadomasochistica, “andargli incontro” o alleanza utilitaristica e difesa psichica, “prendere per il braccio” o modalità relazionale.

Nel sogno di Maryanto sono richiamati i simboli universali, “archetipi” del Maschile e del Femminile, nonché della Sessualità.

Il “fantasma della sessualità” circola in maniera coperta e senza dare in escandescenze.

Ben figura l’istanza psichica censurante e limitante del “Super-Io” in “due colleghi”, l’istanza razionale e vigilante “Io” si manifesta in “ho deciso di andargli incontro e di prenderlo delicatamente per il braccio cercando di capire cosa volesse”, l’istanza pulsionale “Es” è viva in “Aveva le mani in tasca e, man mano che si avvicinava, mi sembrava che nascondesse un’arma che avrebbe usata contro di me.”

Il sogno di Maryanto svolge la “posizione psichica genitale” in quanto offre un quadro affettivo e sessuale, al di là della frustrazione in atto.

Si evidenziano i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” o simbolismo in “invecchiato” e in “ingrassato” e in “trasandato” e in “ubriaco” e nella simbologia spiegata in precedenza, lo “spostamento” e la “proiezione” in “Era invecchiato, ingrassato, trasandato e ubriaco.” e in “biascicava” e in “Indossava un curioso giaccone trapuntino azzurro lucente”, la “figurabilità” o capacità di dare immagine al fantasma in “Aveva le mani in tasca…”.
Non sono in esercizio i processi psichici di difesa della “sublimazione” e della “regressione”. Quest’ultima è presente soltanto per le necessità intrinseche alla funzione onirica: linguaggio allucinatorio.

Il sogno di Maryanto evidenzia un tratto fortemente “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: la protagonista sente la pulsione a dare in una relazione appagante per alleviare le angosce di solitudine e le frustrazioni sessuali.

Le “figure retoriche” presenti sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “invecchiato” e in “ingrassato” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “colleghi” e in “ufficio” e in “parola” e in altro. Il sogno è discorsivo e narrativo, ma delinea immagini nitide a contenuto emotivo.

La “diagnosi” dice di un bisogno psichico d’innamoramento e di amore nei versanti del sentimento e del senso. La modalità della psicodinamica coglie le esigenze psicofisiche in atto di Maryanto: un uomo forte e deciso da gestire con le arti femminili.

La “prognosi” impone a Maryanto di operare costruttivamente e senza demordere nella ricerca dell’oggetto su cui investire la sua “libido genitale” e di liberare le migliori energie nelle varie occasioni e nelle relazioni sociali.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella vanificazione dei sentimenti e dei sensi: psiconevrosi isterica con conversione delle energie frustrate in una sintomatologia varia.

Il “grado di purezza onirico” è buono, nonostante la discorsività narrativa. Prevale, infatti, la simbologia nella dinamica dei fatti occorsi.

La “causa scatenante” del sogno di Maryanto, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nella riflessione sulla condizione sentimentale e sessuale in atto o in un incontro fortuito con un uomo o in una discussione sul tema con un’amica.

La “qualità onirica”, attributo dominante del contesto, è l’affermatività, la piena consapevolezza e padronanza della situazione costruita in sogno, il frutto di una buona “razionalizzazione”.

Il sogno di Maryanto si è svolto nella seconda fase REM alla luce del suo procedere logico e pacato, nonostante la drammaticità della psicodinamica istruita nell’affrontare la minaccia dell’uomo.

Il “fattore allucinatorio”, esaltazione sensoriale, si attesta nel senso dello “udito” in “Biascicava qualche parola che non comprendevo.” e in prevalenza della “vista” e soprattutto in “Indossava un curioso giaccone trapuntino azzurro lucente…”. La cospirazione generica dei sensi si nota in “Nonostante la paura”.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” è di buona levatura, quasi massimo, perché la simbologia è evidente e la psicodinamica altrettanto chiara. Il sogno, inoltre, consente due interpretazioni, psicosociologica e psicoanalitica, entrambe valide nel loro diverso spessore.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Marianto è stata visionata da una lettrice anonima che alla fine ha posto le seguenti domande:
Domanda
Cosa pensa dell’amore?
Risposta
Ribadisco che è un investimento di “libido” e si attesta nella radice biologica. Di poi, questo bisogno organico diventa uno schema astratto e da senso si evolve in sentimento secondo una linea altrettanto naturale e legata ai “meccanismi e ai processi psichici di difesa” dall’angoscia. All’inizio è “libido orale” e si astrae e sublima nell’affettività, di poi è “libido anale” e si astrae e sublima nell’aggressività, di poi ancora è “libido fallico-narcisista” e si astrae e sublima nell’amore di se stesso, finalmente è “libido genitale” e si astrae e si sublima nel riconoscimento dell’altro e nell’esercizio della vita sessuale.
Domanda
E’ molto vicino a Schopenhauer o a Freud?
Risposta
Del primo e del secondo riconosco il determinismo o la relazione causa ed effetto senza tanti voli originali e pindarici. L’uomo è un vivente condizionato dalla sua Natura biologica e psicologica, in una dal Cervello e dalla Mente. La morte dell’uno comporta la morte dell’altro perché sono inscindibilmente collegati. Il Corpo si può ridurre a un insieme di schemi biologici e la Mente a un insieme di schemi psichici: concetto di Natura e di Cultura. Quest’ultima è volgarmente l’astrazione e la sublimazione della prima, ma soltanto per intenderci all’ingrosso.
Domanda
Lei riduce tutto al condizionamento della materia, ma esistono nell’uomo operazioni libere e attività finalistiche? E l’Arte di cui parla spesso che fine ha fatto?
Risposta
Decisamente io non conosco queste operazioni libere e queste attività finalistiche. L’Arte e la creatività, i “processi primari” per intenderci, sono operazioni condizionate della Mente o della Psiche e hanno sede nelle pulsioni del Corpo. La “Fantasia” è letteralmente allucinazione dei sensi: “vedo nella luce”.
Domanda
E la Religione?
Risposta
E’ la “sublimazione” dell’angoscia di morte. Più materiale di così non è possibile.
Domanda
E il misticismo?
Risposta
E’ una forma di sensibilità sempre legata alla Natura e alla Materia.
Domanda
Ma la Natura viene prima della Cultura?
Risposta
Sono lo stesso oggetto servito in modalità diverse. La prima è “ciò che nasce” e si evolve in base agli schematismi ben precisi, cultura. Ad esempio, esiste una cultura astronomica che prescrive al sole di nascere a oriente e una cultura organica che prescrive allo stomaco di digerire il cibo. In questo modo è possibile la Scienza in quanto conoscenza delle cause e soprattutto come previsione.
Domanda
Non sono assolutamente d’accordo con lei. Mi dice qualcosa sul sogno di Maryanto?
Risposta
Il sogno di Maryanto delinea la psicologia di una donna che vive bene il suo corpo e le sue pulsioni per cui agogna a trovare un compagno idoneo all’appagamento dei tali bisogni. Questo è appagamento di “libido genitale”. Arrivata a una certa fase della sua vita, cinquantanni ad esempio, la donna avverte forte il bisogno e desiderio di relazionarsi con persone significative a diversi livelli, in difesa dall’angoscia di solitudine e per evitare il danno legato alla frustrazione delle pulsioni sessuali.
Domanda
Quale canzone ha scelto per il sogno di Maryanto?
Risposta
Ho scelto “Bugiardo e incosciente”, un brano cantato da Mina Mazzini, una grande donna del panorama musicale italiano di ieri e di oggi. A livello psicologico in questa canzone si vede chiaramente come la donna mente a se stessa e proietta le sue magagne di inconsapevolezza nel maschio. La donna non sa riconoscere che è legata a filo doppio all’uomo e attribuisce a lui tutti i peccati mortali e i difetti ignobili di quel tempo e di quella cultura.
Domanda
Cioè, la donna è bugiarda e incosciente?
Risposta
Certo! Proietta le sue ambivalenze e le sue incertezze sull’uomo, come ha operato Maryanto nel suo sogno. Per questa equivalenza ho scelto questa canzone, ma non basta. Questa canzone è stata tradotta da Paolo Limiti, uno che di musica leggere se ne intendeva, da un testo poetico di Serrat, un cantautore spagnolo degli anni sessanta. Ma Paolo Limiti non si è limitato a tradurre, anzi non ha tradotto il testo spagnolo, lo ha riattraversato e contaminato mettendoci tanto del suo. Chi conosce la lingua spagnola capirà che i testi sono diversi nei contenuti. All’uopo allego le due versioni.
Correva l’anno 1969.

 

 

ROGER ! CHI E’ COSTUI ?

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.
Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.
Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).
Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.
Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).
Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.
Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.
La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.
Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.
Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.
La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, ed ha un completo nero.
A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.
E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.
In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.
Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.
Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.
La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.
Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.
Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Così e questo ha sognato Sabina.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Sabina spicca per l’uso “poetico”, creativo, dei meccanismi del “processo primario”, fantasia, della “figurabilità” e del “simbolismo”. C’è tanto di personale in questo sogno a livello di “condensazione”. Sabina introduce i suoi contenuti psichici e i suoi vissuti filtrandoli con la sensibilità estetica che la contraddistingue e che domina alcuni capoversi del suo sogno. Il risultato è un prodotto onirico altamente nobile e fortemente emotivo nella sua armonica compostezza. Il testo rimanda, inoltre, a contesti familiari vissuti e ricreati con gli strumenti espressivi in possesso della protagonista. Il “già visto” e il “già vissuto” sono oggetto di riformulazione, quasi un “ricrearli” nel senso di riattraversarli e di riviverli con desiderio da parte di una figlia sensibile e inappagata. Si può dire senza stridore che queste doti vengono a Sabina proprio dalla sua formazione in quel contesto familiare e da quelle esperienze psichiche, affettive nello specifico, che l’hanno indotta naturalmente a compensare le sue frustrazioni con l’uso della Fantasia in associazione spontanea con la riflessione razionale.
Ricordo che il meccanismo della “figurabilità” si attesta nell’abilità a dare un’immagine adeguata al “fantasma” in emersione e al vissuto in questione, si accosta, inoltre, alla figura retorica della “metafora”, relazione di somiglianza, della “metonimia”, relazione di senso, della “allegoria” o relazione tra il significato latente e quello letterale.
Insomma, il sogno di Sabina è estremamente interessante per lei che esprime catarticamente i suoi contenuti psichici e li integra nella sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, ma soprattutto per la ricerca sul sogno e proprio per tutto quello che contiene e di cui estrarrò sicuramente una minima parte.
Ancora, il prodotto psichico di Sabina conferma la tesi che quando sogniamo siamo tutti indistintamente “poeti” perché usiamo naturalmente i meccanismi creativi della fantasia e i relativi strumenti espressivi. Da svegli spesso non ci stimiamo abili a creare emozioni con immagini o parole, per cui trascuriamo questa nostra capacità recondita che vede la luce proprio quando chiudiamo gli occhi per dormire.
Un accenno al mio travaglio interpretativo è opportuno, perché il sogno di Sabina interseca piani della realtà vissuta e della realtà onirica. Mi spiego meglio. Ci può essere qualche ricordo personale, ad esempio una malattia reale della madre seguita dalle fantasie di Sabina bambina e dalle paure e angosce collegate al triste evento, ma questo dato lo dovrà dedurre Sabina quando leggendosi sarà anche chiamata a districare i ricordi e i simboli personali dal contesto del sogno.
Dico subito che il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione si attesta nell’ordine della “sufficienza”, perché il sogno di Sabina è molto denso e, ripeto, trasvola con dolcezza e per via associativa su piani diversi e simbolicamente compatibili: storia delle diadi “padre-figlia” e “madre-figlia” secondo il vangelo degli affetti della protagonista.
Il sogno usa con disinvoltura il “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione”. Particolarmente efficace è il ritorno al grembo materno nell’immagine finale.
A questo punto non resta che procedere con l’interpretazione, più che con la meccanica decodificazione, perché questo sogno di Sabina ha una sua universalità, è fatto per tutti e vale per tutti.
E allora, grazie a Sabina anche da parte di tutti gli sconosciuti che frequentano il blog dei sogni.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.”

Sabina è in fase di liquidazione psichica della figura paterna e giustamente ne celebra il “funerale”. Evidenzia una carica aggressiva verso l’augusto genitore, ma niente di speciale e di grave, tutto secondo Natura. Sabina è cresciuta e da adulta ha razionalizzato e composto la conflittualità edipica in riguardo al “padre”. Questa è una naturale risoluzione della “posizione edipica”. Sabina “sa di sé” anche grazie a questa evoluzione psichica e a questa autonomia acquisita: “autonomia” significa “far legge a se stesso”.
Il simbolo del “funerale” si traduce nell’uso del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia, nonché pilastro del “processo secondario”, della “razionalizzazione” in versione aggressiva perché scarica parte della rabbia maturata nell’esperienza vissuta con il padre.

“Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.”

E’ come dire in questa poetica sintesi che “nonostante ci sia luce, c’è una luce attenuata in attesa del buio.” Sembra logicamente assurdo, ma simbolicamente non fa una piega e soprattutto in riferimento alla relazione con il padre che Sabina sta elaborando. La giusta traduzione è la seguente: “nonostante io sia pienamente consapevole del rapporto che ho avuto con mio padre, permane una serie di vissuti che non riesco a portare alla luce della coscienza e non riesco a razionalizzare.”
Il simbolo del “crepuscolo” condensa la caduta della funzione razionale per dare spazio all’emergere delle emozioni, così come il “pomeriggio” dice della presenza della lucidità mentale in una realtà comprensibile.

“Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).”

Sabina è accorta e ci informa che sta operando una “regressione”, non soltanto quella legata alla funzione onirica, ma una “regressione” anche difensiva dall’angoscia con la “fissazione” all’infanzia e all’adolescenza: “vissuta da bambina e da ragazzina” La “casa” è la sua struttura psichica, “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, il “cortile” rappresenta l’abilità di relazionarsi e la rete delle amicizie e anche la ciarla e il faceto, la “nonna” è un sostituto della figura materna. La psiche di Sabina è “un insieme di spazi” dove si svolgono le psicodinamiche, la vita intima e privata ma anche sociale e visibile, la fenomenologia o le modalità con cui la protagonista traspare e appare. “Come spesso accade nei sogni”: sensibilità e competenza nel commento di Sabina, degne di grande apprezzamento e in special modo per il processo della “regressione” e della “fissazione” a cui allude. Preciso che si tratta di “processi psichici difensivi” dall’angoscia.

“Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.”

La famiglia storica è quasi al completo. Manca la madre, una figura con cui Sabina sembra non avere questioni psichiche sospese dal momento che la esclude dal contesto familiare. La psicodinamica certa ed esibita è quella della “rivalità fraterna”, mentre quella “edipica” si profila in maniera traslata proprio nel “marito” che “si confonde” con il “padre”. Sabina riconosce in sogno una similarità elettiva tra le due figure che quasi si sovrappongono e comunica che il suo compagno rievoca il padre o “in toto” o in parte o nell’opposto. Siamo sempre sotto l’influenza magnetica della “posizione edipica”: la scelta dell’uomo su cui investire “libido genitale” e a cui accompagnarsi è legata al modello paterno introiettato nell’infanzia. Per il resto, Sabina si trova nella morsa del fratello e della sorella e se li porta a spasso nel sogno per attestarne l’importanza del vissuto nella sua formazione psicologica. Altamente poetico è il gioco delle ombre che Sabina istruisce in “la sua figura si confonde”, come nelle discese agli inferi di omerica, virgiliana e dantesca memoria. A livello psicoanalitico è presente una “traslazione” con biglietto di andata e ritorno tra padre e marito. Ricordo ancora che, se non si è ben razionalizzata e risolta la “posizione edipica”, si è destinati a innamorarsi di un “fac simile” del padre o della madre anche nelle versioni opposte.
Riepilogo: Sabina è regredita all’infanzia e la figura paterna e le figure dei fratelli sono dominanti per motivi diversi: il conflitto edipico e il sentimento della “rivalità fraterna”. La scena onirica oscilla tra il passato e il barlume di un presente in cui figura il marito con la sua vaga similarità al padre.

“Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).”

Il padre e il marito ritornano ancora in questa “dialettica edipica”: il padre dentro “la bara” e il marito con l’avvolgere un piccolo “pene in erezione con la pellicola trasparente”.
Quali simbologie si muovono in questa equiparazione?
Il padre nella “bara in chiesa” condensa la “razionalizzazione” della sua figura e la carismatizzazione della sua influenza nella formazione di Sabina, il “pene” piccolo rappresenta la forza e il potere di poco spessore. Sabina ha ben razionalizzato l’esigua figura e la marginale funzione del padre in famiglia. Questa operazione l’attribuisce al marito o per difesa dall’angoscia di riconoscere l’effimera presenza del padre o perché il marito somiglia al padre e ha poco potere nella psicodinamica di coppia. La precisazione dello “stick di un lucidalabbra alla coca cola” attesta della capacità di Sabina di usare in sogno il meccanismo della “figurabilità” e non senza l’ironia del sapore americano dell’oggetto ambiguo. Non dimentichiamo che questo piccolo pene “è staccato dal corpo a cui appartiene”. Trattasi di una castrazione psichica legata alla “posizione psichica anale” e all’esercizio dell’annessa “libido sadomasochistica”. Sabina si prende le sue rivincite e riduce l’autorità paterna ai minimi termini con l’aiuto interessato del marito. Il sogno diventa complesso oltre che intrigante. Procedere è d’obbligo.
Dimenticavo di precisare la simbologia della “chiesa”: il luogo del sacro, del sacrificio, della “sublimazione della libido”, dell’archetipo Padre, del “Super-Io”. Evoca un “fantasma di morte” legato a un portentoso senso di colpa che esige l’espiazione per ripristinare l’equilibrio psichico turbato.

“Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.”

Eppure Roger ha del padre e del marito, ma è soprattutto una creazione fantasiosa di Sabina, un oggetto transferale, un alleato, un sostegno, un amuleto, un esorcismo dell’angoscia, un suo “fantasma” in riguardo al maschio e all’uomo in generale. Sabina ha “rimosso” Roger, Sabina sa certamente di Roger, questo “personaggio sconosciuto nella vita reale”, ma ben vivo e vegeto nella sua fantasia e nei suoi fantasmi. Roger è un uomo senza le qualità di potere e di forza, non è virile nel suo essere “perfetto nelle proporzioni”, un piccolo uomo. La concezione pessimistica sull’universo maschile è oltremodo evidente e attesta di una collocazione critica di Sabina nei riguardi del padre e all’interno della famiglia: “posizione edipica” e “sentimento della rivalità fraterna”.

“Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.”

Tanto è vero e sacrosanto quello che si è appena affermato su Roger, che il suo “simulacro”, incartato asetticamente dal marito, viene a essere “sepolto” con il padre. Quest’ultimo è stato vissuto “fantasmicamente” dalla figlia bambina ed è stato scisso, “splitting”, nella “parte positiva del padre”, quello che mi ama, e nella “parte negativa”, quello che non mi ama. Di poi, Sabina adulta ha ben razionalizzato la figura paterna, ha capito che non si è sentita amata e lo ha giudicato un uomo non eccelso, di poco spessore e di poco potere, Roger per l’appunto.
Resta aperta la questione del marito. Sabina si è “traslata” in lui per evitare l’angoscia del vissuto-giudizio negativo sul padre o ha sposato un uomo in qualche modo simile al padre?
Al prosieguo del sogno l’ardua verità e sentenza.

“La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.”

Traduco: la “razionalizzazione” del “fantasma” della figura paterna, nel bene e nel male, non è stata subito seguita dal sentimento della “pietas” da parte di Sabina, dal riconoscimento del padre e del suo carisma, semplicemente perché si rendono necessarie altre due “razionalizzazioni” o “funzioni funebri”.
Quali?
La composizione della madre e dei “fratelli coltelli”. Sabina è chiamata dagli eventi della vita e dalle emergenze psichiche a rendersi precocemente autonoma senza restare sola e senza ridestare il nucleo depressivo della perdita che ha maturato nel primo anno di vita. Sabina deve liquidare con calma e piena consapevolezza le “parti negative dei fantasmi” della madre e dei fratelli, per arrivare a una composizione utile e realistica di queste importanti figure familiari.
Quali sono le “parti negative”?
La pendenza “edipica” con la madre e il sentimento della “rivalità fraterna”. La prima è necessaria per la sua identità femminile. Sabina deve vivere sacralmente la madre come colei che l’ha generata e accudita e non come un’alleata contro il padre o tanto meno come una nemica. Per quanto riguarda i fratelli, Sabina è chiamata a convergere su se stessa e a non far loro e ai genitori carico dei suoi diversi modi di sentire e di agire, oltre che dei suoi vissuti al riguardo. Non dimentichiamo che in prima linea ci sono sempre i “fantasmi” e i vissuti della protagonista. Aggiungo che lo psicodramma di Sabina si è svolto con il rischio dell’orgoglioso rifiuto e della conseguente solitudine e ha fatto bene a razionalizzare al tempo giusto e di volta in volta le sue emergenze psichiche.
Il simbolo della “messa” esige la ritualità macabra della rievocazione di un parricidio e di un’espiazione del senso di colpa, il tutto in funzione catartica o di purificazione.
Procedere, oltre che necessario, è fascinoso in tanto lineare simbolismo.

“Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.”

Traduco: “dopo la razionalizzazione non procedo alla carismatizzazione della figura paterna, ma è opportuno che ragioni realisticamente sui vissuti e sui fatti intercorsi in me e in riguardo a lui.” Sabina prende tempo e non si inventa le soluzioni seguendo l’istinto e le pulsione, ma ha bisogno di ben capire e di assumersi tutto il materiale psichico alienato o spostato nella figura paterna e che a tutti gli effetti la riguarda come attrice e pubblico pagante.
I simboli: la “chiesa” è il luogo del sacro e della “sublimazione della libido”, della colpa e dell’espiazione, del sacrificio e della vittoria sul Male, mentre “la bara” condensa la drastica risoluzione e composizione del conflitto. “Portata fuori” attesta dell’esibizione sociale di una presa di coscienza.

“Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.”

Traduco: “sono sicura che tutti i miei vissuti riguardano mio padre e di non avere operato alcuna contaminazione con mia madre e con i miei fratelli.” Sabina ha spartito il pane con giudizio e ha dato a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
In nome del padre e così sia!
Simboli: “corteo funebre” condensa la risoluzione e la perdita. Attenzione a che quest’ultima non sia fortemente depressiva. Bisogna sempre vigilare sull’intensità della perdita prima di deliberare e di decidere.

“La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.”

Quando il sogno diventa poesia. Questo è proprio il caso e il momento di affermarlo. Sabina usa i “processi primari” naturalmente e costruisce una scena altamente poetica, una breve lirica di scuola neorealistica. Quattro semplici pennellate con il “bianco e nero” del tempo andato servono a dire tutto in una “condensazione” di emozioni, di sentimenti e di riflessioni.
Eccezionale!
Il sentimento della “pietas” nei riguardi del padre è naturale a conclusione del travaglio della figlia. Sabina riconosce la solitudine e il dolore di un uomo che sin da giovane non ha saputo evolversi nei sentimenti e nei modi di essere e di manifestarsi. Nei vissuti della figlia il padre è morto a quarant’anni e non ha saputo godere le cose preziose che aveva costruito. Il “completo nero” è simbolo di un modo di vedere la vita e la realtà immodificabile e ineluttabile come la morte. Sabina ha fissato la monoliticità del padre quando i suoi tentativi di conquistarlo e di avere da lui un riscontro affettivo sono andati delusi. In sostanza Sabina sta elaborando in sogno il “quando” e il “come” ha iniziato a operare la sua autonomia psichica dalla figura paterna, il “quando” e il “come” ha stornato le energie dei suoi investimenti dal padre.
Un cenno chiarificatore sul concetto di “pietas” è opportuno per giustificare il quadro evidenziato. Il mitico Enea era “pius” perché aveva portato con sé da Troia in fiamme i Penati e il padre Anchise. “Pio” è quell’uomo che “riconosce” e tutela le radici sacre e umane: i numi tutelari della patria e della casa e le origini nella figura dell’augusto vecchio genitore.
Il pianto di “piange” simboleggia il “dolore per il non nato di sé”, tutto quello che poteva essere vissuto e non ha visto la luce. Il padre, sempre nei vissuti di Sabina, si è perso tantissimo nel non vivere la figlia con un adeguato trasporto affettivo, nel ridurre all’essenziale emozioni e sentimenti. Il padre era Roger, un uomo da poco in tutto.
Il “piove” aggiunge tristezza al quadro e simbolicamente si risolve nella “catarsi” o purificazione dei sensi di colpa legati con il senno di poi all’indolenza e all’ignoranza di un uomo solo in pianto.
Un ultimo commento estetico su questo capoverso: la scena di un film di Rossellini con Anna Magnani o Sabina come protagonista non in primo piano, defilata ma determinante.
Questo è quanto dovuto al padre da una figlia “pietosa” e ricca di nostalgie e rimpianti.

“A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.”

Adesso si può cambiare registro e Sabina in sogno riesuma “la figura di una giovane donna ammalata”.
Capperi, chi è costei?
Dopo Roger Sabina tira fuori dal suo “dedalo di vicoli” o dalla sua “casba mediorientale la figura di una giovane donna ammalata”. Sabina predilige gli spazi, i “topoi”, ma non quelli senza significati, preferisce i “logoi”, i ragionamenti. “Topos” e “Logos” sono associati nella “Mente” della protagonista a testimoniare che la sua sensibilità a “sapere di sé” è maturata sin dalla giovane età. Inizia la dialettica “madre-figlia” all’interno dello psicodramma “edipico” di Sabina e dopo l’analisi acuta della relazione con la figura paterna. Vorrei sempre sottolineare la “figurabilità” e la plasticità della funzione onirica di Sabina, le capacità della sua Fantasia di essere “poetica”, creativa. E’ questo un segno di tanta sofferenza nell’infanzia e di tanta ricerca di compensazione psichica. Del resto, l’arte combinatoria delle parole e delle emozioni passa attraverso il dolore, “il non nato di sé” che aspira sempre a nascere e che pulsa fino a quando non ha visto la luce. Non dimentichiamo ancora che la protagonista del sogno è Sabina e che tutte le dinamiche evocate e abilmente descritte sono da ascrivere a lei, al di là dell’effettivo comportamento dei suoi genitori: il sogno siamo noi, siamo noi questo poema occulto e questo linguaggio dimenticato.
Tornando al sogno dopo questa necessaria digressione, Sabina si è “spostata” nei vissuti e nei fantasmi elaborati durante la relazione intensa e intrigata con la madre: “un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale”. “La figura di una giovane donna ammalata” è Sabina che ha operato in sogno uno “spostamento” difensivo nella madre. Due piccioni con una fava: Sabina analizza se stessa e la relazione con la madre.

“E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.”

Ecco lo “spostamento” o la “traslazione” di cui si diceva prima: la “madre e Sabina” e il “fantasma depressivo di morte” per abbandono e per incuria, per anaffettività e indifferenza, per solitudine interiore. Non è la “morte” fisica, ma la “morte psicologica”, quella più sottile che ci si trasporta in vita con un micidiale tratto depressivo che tende a venire fuori a ogni esperienza e vissuto di perdita. Ricordo che l’aria è simbolo di energia e che il “respiratore” è un surrogato materno. Resta anche la possibilità che Sabina stia riesumando qualche malattia reale della madre, ma in ogni caso ne approfitta per parlare di sé e dei suoi vissuti. La “madre” è un archetipo, un simbolo universale, e condensa la “ontogenesi” e la “filogenesi”, l’origine e la conservazione amorosa della Specie, oltre agli attributi affettivi e protettivi, fusionali ed emotivi, sentimentali e poetici. La simbologia la vuole anche signora della morte.

“In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.”

Anche la madre è “in una bara”, è suggellata dalla razionalità, è “compresa”, è messa dentro, come in precedenza il padre e il pene piccolo del tipo stick lucidalabbra alla coca cola. Sabina ha mantenuto in vita il padre e la madre, una vita condizionata da un respiro meccanico e non spontaneo. La madre resta una presenza importante nell’economia e nell’evoluzione psichiche di Sabina. Anche la madre è stata vittima di difficoltà affettive e non è stata di grande sollievo per la figlia. Così sembra probabile.
Ribalto il quadro: Sabina è perfettamente consapevole del poco affetto che le ha dato e potuto dare la madre, ma a quest’ultima ascrive minor danno rispetto al padre. Il sogno di Sabina è tanto bello quanto ricco, una ricchezza articolata e complicata. Il prosieguo del sogno spiegherà meglio qualche inghippo attuale.
Ancora: questo capoverso condensa una gravidanza con cordone ombelicale incorporato in “bara”, “coperchio”, “respiratore a soffietto”, “persona viva che sta respirando”. La capacità della “figurabilità” di Sabina è notevole nella sua naturale spontaneità: immagini giuste al “fantasma” in atto.
Anche questo simbolo ha bisogno di ulteriore conferma e spiegazione.
Non resta che procedere in tanta bellezza.

“Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.”

Sabina è spettatrice di se stessa, si guarda bambina che soffre per la situazione di una madre “in fin di vita e attaccata a un respiratore”, di una madre vittima dell’anaffettività del marito. Nel capoverso sono presenti i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “traslazione” e “proiezione” e anche il “processo psichico di difesa della regressione” in “vedo una bambina”. Sabina si è identificata nella madre e ha sofferto gli stessi mali, quelli che contraddistinguevano le dinamiche familiari: oppressione delle energie e mancanza d’affetto. Si conferma l’identità di un padre apparentemente forte, ma nella sostanza di un uomo debole e di poca sostanza.
Il simbolo della “scena” si attesta nella realtà psichica in atto.

“Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.”

Subentra l’alleanza tra madre e figlia per similarità di condizione. Quando la figlia prende coscienza di essere nelle stesse condizioni psico-affettive della madre, scatta l’identificazione e l’alleanza: “anch’io come te, vittima di un uomo anaffettivo, di poco potere e di poche qualità. Il sodalizio si mostra chiaramente in “le si sdraia accanto”. Ma la questione si complica.
Chi sono questi “medici”?
Di solito rappresentano simbolicamente l’istanza censoria del “Super-Io”, il senso del dovere e del limite, l’autorità che punisce i colpevoli e fa espiare i reati. Questi medici sono “il senso del dovere” della madre e della figlia, il “Super-Io” di Sabina in sogno esteso e attribuito anche alla madre e sempre per similarità di condizione: i membri emarginati della famiglia. Trionfa il “senso dell’esclusa” e la “sindrome di Cenerentola” in questo contesto del sogno. Il “tavolo di metallo” contiene simbolicamente la freddezza affettiva prossima alla morte, un “fantasma di solitudine” con angoscia incorporata. Ma Sabina è riuscita a sopravvivere grazie al “Super-Io” e al senso del dovere che l’ha contraddistinta nella sua formazione psichica. Il tutto in sogno viene esteso alla madre per un’alleanza atta a stemperare l’angoscia di abbandono e di solitudine o peggio ancora del rifiuto da parte del padre. Il sogno di Sabina tocca punti drammatici in una cornice di poetico dolore.
Ritornando alla possibile interpretazione di un grembo gravido e di una maternità mancata, il quadro disegnato è accuratamente idoneo a giustificare il trauma di un aborto: i medici, il tavolo metallico, staccare il respiratore, e la madre pietosa accanto alla figlia morta.
Misteri creativi del sogno!
Non mi resta che procedere tra queste possibilità.

“La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.”

Si ricostituisce la “diade madre-figlia” in un ambito fusionale di dipendenza reciproca: uno stato gravidico extrauterino. Questa interpretazione vale sia che si tratti di un trauma d’aborto e sia che si tratti dell’alleanza affettiva con la madre in reazione a un padre-marito anaffettivo e di poco potere. Il “processo psichico della “regressione” e della “fissazione” al grembo materno è oltremodo evidente e merita un apprezzamento ulteriore la capacità di “figurabilità” di Sabina nel descrivere “l’incastro perfetto” della madre e della figlia. Il “seno” è simbolo della madre e degli affetti, il “fondo-schiena” e il “ventre” sono descrittivi della ricostituita unione.
Domanda: Sabina vuole riparare un trauma d’aborto o sta sviluppando lo psicodramma profondo dell’anaffettività paterna con il concorso della madre per identificazione con lei non soltanto nella femminilità, soluzione edipica, ma anche nella condizione affettiva?
In “tanto” sogno vado a concludere.

“Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”

Traduco: il senso del dovere è servito a Sabina per concepire e giustificare la situazione affettiva sua e della madre. La convinzione dell’impossibilità a cambiare le cose in famiglia, dell’immodificabilità del padre e dell’economia psichica in atto ha dato tranquillità, per cui Sabina può attendere che le ultime speranze cessino e che la morte risolva la questione: la “razionalizzazione” è servita in un piatto d’argento. Far morire la madre significa per Sabina rendersi indipendente a livello psichico anche da lei e diventare donna adulta e autonoma. L’inquietudine si sposa con l’ataraxia e con l’amore del proprio destino, “amor fati”.
Questo è quanto dovevo.
Concludo dicendo che nel sogno si possono essere intersecate esperienze traumatiche diverse da quella affettiva, ma quest’ultima è la chiave interpretativa dominante.

“Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Perché Sabina si è “risvegliata senza angoscia”?
Perché la consapevolezza domina e quindi l’angoscia, questo stato psichico altamente doloroso e prodotto da ciò che non so, non ha motivo di essere perché Sabina sa di sé e della sua “organizzazione psichica”. L’angoscia lascia il posto soltanto al dolore, al sentimento nostalgico di ciò che poteva esserci e non ci è stato, una figlia amata dal padre e una famiglia armonica. La “memoria molto lucida” significa che Sabina ha lavorato sopra i suoi fantasmi e i suoi vissuti, li ha visti e rivisti, filtrati e amorosamente accolti nel crogiolo migliore della sua esistenza. E’ cosa giusta e sana che questo materiale permanga lucido e sempre da lucidare razionalmente in caso di opacità.
Ringrazio Sabina per avermi dato questa opportunità di approfondire le mie ricerche sull’inquietante e poliedrico fenomeno del sogno.
Alla prossima!

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica “edipica”, la relazione con i genitori e la risoluzione delle conflittualità. Evidenzia l’uso progressivo della “razionalizzazione” dei fantasmi e dei vissuti traumatici in riguardo al padre e alla madre. Accenna al sentimento della rivalità fraterna. Nello sviluppo del sogno inserisce simboli personali ed eventi possibilmente occorsi che nulla tolgono allo psicodramma progressivo e alle forti emozioni connesse. Si serve del processo psichico della “regressione” e “fissazione” fino a rappresentare simbolicamente il grembo materno e la ricostituzione della “diade madre-figlia”. Esibisce le due modalità del vissuto nei riguardi del padre e della madre e la loro comprensione è sempre finalizzata al “sapere di sé” tramite presa di coscienza. Integra i traumi eventuali e rafforza la “struttura psichica evolutiva”. Fa uso di un linguaggio altamente poetico nella sua naturalezza e spontaneità in grazie al veicolo dei “processi primari” e della fantasia.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabina è ricco di “simboli collettivi” e metto in rilievo i più interessanti: “funerale” e “crepuscolo” e “cortile” e “chiesa” e “pene” e “messa” e “chiesa” e “bara” e “corteo funebre” e “dedalo di vicoli” e “casba” e “respiratore”. Ricordo il simbolo individuale e personale “Roger”.
L’archetipo richiamato ed esibito è quello della Madre in “E’ una madre”.
I “fantasmi” contenuti nel sogno di Sabina sono quelli del “padre”, della “madre”, della “morte”.
Il sogno di Sabina esibisce l’istanza psichica pulsionale “Es” in ““Si sta per celebrare il funerale di mio padre.” e in altro che segue, l’istanza censoria e morale “Super-Io” in “medici”, l’istanza razionale e vigilante “Io” in “capisco” e in “spostando la mia attenzione” e in “si capisce” e in “io guardo la scena e vedo”. Il sogno di Sabina è ricco di “Es” e di “Io” in quanto oscilla continuamente tra il ricordo e l’attualità, le “regressioni” e le prese di coscienza, l’emozione e la ragione. L’intervento del “Super-Io” è, purtuttavia, determinante per la comprensione del nesso basilare del sogno: il senso del dovere di riconoscere il padre anaffettivo e la similarità di condizione psichica ed esistenziale tra madre e figlia.

Le “posizioni psichiche” manifestate sono la “edipica” in “la sua figura si confonde” e in “la figura di una giovane donna ammalata”, la “anale” in “staccato dal corpo”, la “genitale” in “mio marito”, la “fallico-narcisistica” in “un pene in erezione”, la “orale” in “attaccata a un respiratore”. Il sogno di Sabina è basato sulla relazione con il padre e la madre: “edipico”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti nel sogno di Sabina sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “crepuscolo” e in “casa” e in “cortile” e in altro, lo “spostamento” in “nonna” e in “completo nero” e in altro, la “traslazione” in “la figura di una giovane donna” e in “vedo una bambina” e in “la sua figura si confonde”, la “rimozione” in “personaggio sconosciuto nella vita reale”, la “razionalizzazione” in “bara in chiesa” e in “attende con inquietudine”. Il “processo di difesa della regressione e fissazione” domina il sogno ed è ben visibile in “Il luogo è il paese” e in “vedo una bambina”. La “figurabilità”, capacità di dare immagine all’emozione e al fantasma, è possente ed è mirabilmente presente in “stick di un lucidalabbra alla coca cola” e in “dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale” e in “respiratore a soffietto” e in “tavolo metallico”.

Il sogno di Sabina attesta di una valido tratto psichico “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, impropriamente struttura, “genitale”. Sabina nella sua traversia psichica ha maturato grazie alla “razionalizzazione” il superamento del “fantasma di perdita depressiva” e si è evoluta con investimenti di “libido” donativa, “genitale” per l’appunto. Da genitori egoisti ed egocentrici o narcisisti si evolvono figli di nobile generosità anche secondo il meccanismo della “conversione nell’opposto”.

Il sogno di Sabina è ricco di simboli e, di conseguenza, di figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “crepuscolo” e in “chiesa” e in “simulacro” e in “chiesa” e in “bara”, la “metonimia” o relazione logica in “messa” e in “bara” e in “corteo funebre” e in piove” e in “dedalo di vicoli” e in “stile casba”. Alcuni passi sono altamente poetici per la concentrazione simbolica intessuta di una estrema semplicità espressiva: “La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.” e ancora in “un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata. E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore. In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata. Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.” Mi fermerei, ma voglio continuare. “… la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre. La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre. Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”
Mi fermo, ma sarebbe il caso di riprendere queste immagini, così naturali alla vista e così semplici nel linguaggio, e di contaminarle.

La “diagnosi” dice di un esito prospero nella liquidazione della “posizione edipica” attraverso il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quello non psicopatologico ma quello del “processo secondario”, la ragione e la logica. Il sentimento della “rivalità fraterna” risulta composto nelle sue punte di frustrazione e di aggressività. Ricordo che la “razionalizzazione” pericolosa è quella che costruisce neo-realtà persecutorie all’interno di una “organizzazione psichica reattiva paranoica”, quella che esula dal “principio di realtà”.

La “prognosi” impone a Sabina di non smarrire il filo logico della sua storia psicologica con i genitori e di portarla avanti con la naturalezza dei semplici e dei gioiosi. Sabina, inoltre, deve farsi forte di questa esperienza di anaffettività paterna e deve muoversi da adulta verso gli “investimenti di libido” su persone e oggetti a cui tiene e che l’attraggono. Sabina bambina non poteva procedere in questo modo con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una semplice “psiconevrosi edipica” di tipo istero-fobico con somatizzazioni e crisi di panico qualora si riducesse la presa di coscienza e affluissero emozioni rimosse e congelate dietro uno stimolo vago ma significativo per Sabina. Nessun rischio borderline e tanto meno psicotico è presente nella psicodinamica del sogno.

Il “grado di purezza onirico” è buono. Il sogno nella sua formulazione non è stato intaccato dai “processi secondari” in maniera significativa perché la ricchezza simbolica era trasmissibile, comprensibile e compatibile con la logica della narrazione.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabina si attesta in una riflessione sulle figure dei genitori o in una associazione libera e spontanea durante il pomeriggio e magari discutendo del più e del meno con i familiari.

La “qualità onirica” è “poetica”. Il testo del sogno è fortemente creativo in maniera direttamente proporzionale alla semplicità del linguaggio e alla complessità dei contenuti.

Sabina ha elaborato questo sogno durante la seconda fase REM alla luce della compostezza e della lunghezza: linearità narrativa e ridotta tensione nervosa nonostante i temi particolarmente scottanti e delicati.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “sufficiente” a causa della ricca simbologia, anche individuale, e dell’improvviso cambiamento di scena: dal padre alla madre.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” e nello specifico in “vedo che la prima persona…” e in “La scena è in bianco e nero…” e in “Io guardo la scena e vedo una bambina…”. Gli altri sensi e le cospirazioni interattive sono subordinate alla “vista”.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Sabina.

Domanda
Un sogno tosto e impegnativo?
Risposta
Decisamente! Non sono del tutto soddisfatto della decodificazione, perché il sogno è molto ricco di echi, di richiami e di possibilità interpretative. Io ho preferito le interpretazioni più supportate dai simboli chiari e ricorrenti. Ma la possibilità che ci siamo ricordi ed eventi personali nel sogno spiega in parte la mia insoddisfazione. La sola persona che può sciogliere questi dubbi è Sabina. Del resto, il sogno era complesso e io mi sono imbattuto nel mettere insieme i nessi simbolici nel registro logico.
Domanda
In sostanza Sabina come la vede?
Risposta
Sabina è una donna che, a causa dell’indifferenza affettiva paterna e dell’alleanza benefica con la madre, ha fatto le cose giuste al momento giusto e meglio degli altri. Le resta soltanto il rimpianto di una relazione migliore con il padre. Se così fosse stato, la sua evoluzione psichica sarebbe stata diversa. I fratelli hanno inciso relativamente nell’economia psichica della nostra protagonista.
Domanda
Ma cosa avrebbe potuto fare Sabina bambina?
Risposta
Ben poco. Poteva amare il padre senza aspettative per quello che era e che dava, ma era una bambina e giustamente bisognosa. Questa cosa l’ha fatta da grande. Sabina è genitale e donativa, una donna che dà piuttosto che attendere di ricevere ciò che possibilmente non verrà: una donna generosa e molto matura. Deve smettere di sentirsi “figlia di un dio minore” e “soggetto di minor diritto” e deve pretendere di più da tutti quelli che la circondano e si onorano di conoscerla e di frequentarla.
Domanda
La immagina una bella persona?
Risposta
E’ una bella persona perché ha sofferto e ha saputo trarre un buon insegnamento dal dolore, ma soprattutto perché ha usato la testa e ha privilegiato il “sapere di sé” senza abbandonarsi alle tragedie greche.
Domanda
Ma lei la conosce?
Risposta
Assolutamente no.
Domanda
Mi pare di aver capito che non sempre il male viene per nuocere e che un genitore imperfetto può dare i suoi frutti positivi. Sai che consolazione!
Risposta
Noi reagiamo in base agli stimoli che provengono dal nostro interno e dal nostro esterno, endogeno ed esogeno, e così ci formiamo organizzando i fantasmi in vissuti e questi ultimi in modalità psichiche di interpretare noi stessi e il mondo che ci circonda. Tra il meglio e il peggio, l’utile e il dannoso, la gioia e il dolore, Sabina si è saputa ben organizzare ed è stata brava a evolversi al meglio nelle condizioni date.
Domanda
Quale canzone sceglie per questo sogno?
Risposta
Associo la canzone “Mama”, scritta nel 1966 da Sonny Bono per la moglie Cher, un testo che sviluppa semplicemente la nostalgia della relazione tra la madre e la figlia senza grandi drammi. Tradotta da Dossena per Iolanda Gigliotti, in arte Dalida, il testo si arricchisce di un pathos e di un pessimismo esistenziale perfettamente incarnati dalla cantante italo francese che in quel periodo viveva il dramma della morte per suicidio del compagno Luigi Tenco. Il testo si è imbevuto del ricordo sferzante della madre da parte di una figlia tormentata, una figlia che di poi ha preferito uscire dalla vita sotto i possenti stimoli della depressione. Ma a noi piace pensare che le canzoni siano solo canzonette, come sostiene il benamato e pur caro Bennato Edoardo.
Domanda
Perché questa canzone?
Risposta
E’ ricca di simboli e tratta l’identificazione della figlia nella madre tramite la bambola, “traslazione”.
Domanda
Ha detto che il testo del sogno di Sabina è poetico, lo riattraverserà per contaminarlo?
Risposta
La tentazione è fortissima. Sì! Eccolo!

PIAN PIANIN

Piove in bianco e nero su un uomo solo che piange
e trascina la sua gioventù in un completo nero.

E’ un padre in fin di vita
che camminando respira a fatica.

In un dedalo di vicoli a casba
si nasconde una giovane donna ammalata.

E’ una madre in fin di vita
che dentro una bara respira a fatica.

Una bambina che soffre,
inquieta attende l’ineluttabile
e confabulando sparge il suo dolore.

“Pian pianin,
pin pedin,
sangue rosso e birichin,
racconta, o mamma, al mio papà
la storia bella
della donzella
che oggi è donna
e ieri era damigella.
Pian pianin,
domenichin
e uni e dui e trini,
onze dunzi trinzi,
cala calinzi,
meli milinzi
e uni e dui e trini,
o mare dì tu ti a me pare
de la donnetta
la favola bea
di quando g’era putea.”

Libero riattraversamento del sogno di Sabina.
Traduzione dal dialetto veneto antico e contaminato degli ultimi quattro versi: “o madre, dì tu a mio padre della piccola donna la favola bella di quand’era bambina”.

 

LA CASA IN COLLINA

Ritorno a Firenze per un’overdose di tristezza,
un dolore aspro che dal cuore passa allo stomaco.
Mio fratello si è ucciso.
Non è poco,
per oggi può bastare e anche per domani.
Per il resto tutto è normale.
Mi trascino i soliti problemi con mia madre,
una donna ormai anziana,
troppo anziana,
che ricorda ancora la mia negligenza a scuola
quando regolarmente calzavo le orecchie d’asino
o ero costretto a stare in ginocchio sopra i ceci.
La suora!
Che maestra!
Una maestra vestita da suora!
Una suora vestita da maestra!
Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia: una maledetta!
Eppure, quanta nostalgia di quei tempi e di quella troia!
I problemi di lavoro e di famiglia li ho lasciati sulla scrivania e sul comodino.
Tira e ritira,
la corda inevitabilmente si rompe,
la catena si spezza
e la nave va alla deriva senza il comandante.
Il primo che sale a bordo ne prende possesso e si gode il pinguin.
Pensavo di aver conquistato la mia libertà,
ma era soltanto un’illusione.
Quale ingrato destino!
Quale disgraziato epilogo!
Alla fine non resta che uccidersi con la rivoltella o farsi uccidere dall’eroina,
proprio come ha fatto mio fratello.
Prima si aprono le danze con i drammi,
con i pianti,
con le crisi
e poi la festa continua con il quieto vivere,
con la bocca chiusa,
con il dialogo tra sordi,
con l’allegria seria e musona.
Il dramma si recita in una casa di matti e in un cimitero di morti.
Altro che una casa di bambole!
Chissà quanto dura la bonaccia in quest’oceano d’ipocrisia.
Chissà quanto dura il sereno in una campagna verace
e distesa tra le colline della verde Toscana, quasi in odore di Umbria.
Pezza dopo pezza,
soprattutto dopo una serie di provocazioni e di frustrazioni,
non mi spiego il perché dell’allegria collettiva
e non mi resta che tentare una finta depressione
per essere amato come un uomo malato o soltanto come un malato.
Una depressione di convenienza cade sempre a fagiolo,
è a portata di mano e poi non costa niente.
Rifiuto qualsiasi dialogo che cerca sempre l’errore nell’altro,
rigetto qualsiasi dialogo in cui ognuno grida soltanto che esiste
anche se è rinchiuso in una gabbia d’oro o in una gabbia di ferro.
E’ sempre una prigione.
Ma in effetti ci sono parole che devono essere gridate
per dimostrare agli altri che anche tu ci sei.
E allora ognuno dà i numeri,
i suoi numeri regolari e i suoi numeri ritardatari
in una qualche ruota di un qualche fantomatico Lotto.
Lo Stato è immorale,
la Chiesa è immonda,
“il denaro e il potere sono trappole mortali
che per tanto, tanto tempo han funzionato”,
come canta Shel Shapiro,
il capellone rocchettaro degli anni sessanta.
Quanta pace sui ponti fetidi di Venezia!
Quanta pace nei campielli vuoti di parole!
Bambini state buoni, se potete.
Almeno voi state buoni mentre noi due ragioniamo.
Il papà e la mamma ragionano sul solito nulla dei mercanti sordi.
Ognuno vanta la sua merce
e la bandezza a squarciagola nel mercato del quartiere,
ma nessuno la vuole comprare
e i cetrioli, come al solito, vanno in culo al povero ortolano.
“Vedrai che a maggio dormirò in giardino se non sarò migliorato,
ma lasciami nel mio letto adesso che sono peggiorato.”
Eppure, quanti momenti belli abbiamo vissuto insieme
quand’eravamo immersi in un desiderio di famiglia.
Li ricordi?
Li ricordi tutti
o ne hai dimenticato qualcuno tra le pieghe del cuscino di un anonimo hotel?
Sarà fatalismo,
sarà superstizione,
ma l’incantesimo inevitabilmente si rompe e tutto finisce.
Sarebbe stato troppo bello
che il nostro viaggio fosse continuato anche in terra straniera.
E così, scherzando scherzando, senza offese e senza drammi,
siamo diventati forestieri a noi due e a noi stessi.
Una tragedia!
E così ci siamo separati quand’eravamo ancora buoni per un’altra storia,
quella giusta stavolta per favore.
Almeno così si sperava.
Erano ritornati tanti attimi belli di momenti belli
e freneticamente vissuti nella furia di cercare una donna o un uomo
per rifarci una sacra famiglia:
Maria, Giuseppe e il bambin Gesù,
io, tu e le rose.
Un orgasmo che si profila sempre e non arriva mai.
E così si ricomincia,
si rispolvera l’arte della seduzione.
Che palle!
“Ciao, mi chiamo Bruno e alla grande mi reputo un pover’uomo,
all’ingrosso potrei essere stimato un orso,
al minuto mi va bene un rospo.
Nella mia breve vita ho comprato uno scooter Aprilia e una Golf della Wolkwagen.
Come sei combinata tu?
Se sei a piedi, vuoi montare su di me?
Vuoi combinarti con l’assurdo?”
E così abbiamo combinato.
Bertilla era figlia di tossicodipendenti
e di suo, poverina, era immunodeficiente,
per cui non ci restava che un rapporto generoso di droga e di morte.
Del resto, una natura generosa non rimpiange mai il già fatto e il già vissuto,
tanto meno piscia sopra le eredità.
Tutt’altro!
Le colpe dei genitori ricadono sempre sui figli,
ma quelli non erano i miei genitori.
Nel passato che ritorna ci si butta a capofitto
navigando a vista fino ad arrivare lontano lontano,
troppo lontano per riconoscere la costa e per poter ritornare.
Intanto i delfini ingoiano borse di plastica e i tonni vanno alla mattanza.
A questo punto mi son voluto bene e mi son detto:
“Bruno tu cambi, Bruno tu muori.”
Non mi restava che tornare sui miei passi
dopo aver accompagnato al camposanto la povera Bertilla
dentro una cassa di levigato abete,
la cassa degli ultimi tra gli ultimi.
Seguendo il mio calvario,
scendo dal Golgota e mi ripresento a te.
Ero deficiente di tutto e orfano di me stesso,
ma ancora sano di mente e di corpo.
Bruno era cambiato.
Bruno era morto.
Bruno era veramente morto.
Altro che cadavere!
Bruno era veramente morto.
E tu?
Tu, generosa quanto prospera, hai ricominciato a organizzarmi la vita.
Generosa di tasca e prospera di tetta,
mi hai portato a colazione in quel b&b di Posillipo,
mi hai trasportato a Caorle
a mangiare calamari fritti e puzzolenti nella rinomata osteria di Bepi mona,
mi hai costretto a sorbire un sorbetto al limone di Sicilia tra le fredde Alpi di Merano
e a gustare la dolcezza del prosciutto di Parma tra le sabbiose spiagge di Pozzallo.
Tu non mi hai fatto mancare decisamente niente,
niente di tutto e niente di niente.
Credimi, per favore,
credi a me prima di mettermi al rogo come Giovanna d’Arco,
la lesbica di turno e la santa di sempre.
Per farmi crescere e sentire vivo, mi hai istigato a essere violento.
Ti sei messa alla pecorina e hai sacrificato per me la cosa più integra
che ormai ti era rimasta.
Quanto amore e quanto dolore!
Per farmi crescere e sentire vivo,
mi hai suggerito un part-time
da consumare nel magazzino dei salotti Doimo
contando i divani e le poltrone che varcavano la soglia della fabbrica
in cerca di fortuna presso qualche mobiliere imbroglione di Napoli.
Ma nella vita non servono le mezze misure,
perché anche loro pagano i debiti che contraggono nel mercato della vita.
E così, senza saper ancora leggere e scrivere, è morta mia madre.
La sfiga decisamente sa dove prosperare e quando presentarsi.
E va bene così!
Mia madre, però, non è morta sola in un anonimo ospizio
per vecchi dimenticati dalla morte puttana e dai figli ingrati.
Mia madre è morta con il figlio al suo capezzale.
Mia madre è morta tra le mie braccia.
Mia madre è morta dopo di me lasciandomi vivo.
Purtroppo mia madre è morta veramente
e io sono rimasto a vivere nel lutto
e indegnamente attaccato alla tue dirompenti minigonne.
E tu?
Tocca a te adesso.
Vediamo cosa inventi per le tue decorose esigenze.
Vediamo cosa riesci a concepire al posto di due obsoleti figli,
un maschio e una femmina.
E così in un radioso mattino di maggio e con le rose olezzanti nel giardino
mi apri il tuo generoso cuore e mi sveli il tuo profondo pensiero:
“Perché non provare il mondo dello spettacolo?
Bella sono sempre stata,
zoccola sono sempre stata,
cinica sono sempre stata,
cristiana sono sempre stata.
Sono dotata di un perfetto pedigree e faccio invidia anche alla Penny,
la discutibile barboncina della nostra vicina di casa.
Non mi manca niente per cominciare proprio nel mondo dello spettacolo.
Le referenze sono quelle giuste
e miglioreranno quando mi renderò più disponibile,
aperta a quasi trecentosessanta gradi come un angolo giro.
Hai presente un angolo giro?
Dipende da me, dipende soltanto da me.
Tutto dipende soltanto da me.
Comincio dal cubo e magari finisco tutta nuda dentro un film porno.”
E così è stato!
Ti sei rivelata una moderna Nostradamus.
E io, il tuo manager di merda,
io ti dicevo che il mondo dello spettacolo non ti si confaceva,
non ti calzava a pennello,
ti dicevo di non andarci dentro e di restarne fuori,
ti dicevo di essere una donna onesta come tua madre Gloria
e non una prostituta come tua zia Assuntina da San Biagio di Callalta,
il paese natio di Pierre Cardin.
Il castello non stava in piedi,
ma il teorema si concludeva con il solito come volevasi dimostrare,
un semplice e sintetico c.v.d..
Le cose, del resto, o stanno in piedi o non stanno in piedi.
La nostra sognata casa in collina ha subito,
purtroppo,
un nono grado della scala Mercalli,
il quinto della scala Richter,
ed è crollata come un castello di carte
costruito con pazienza certosina dai detenuti del carcere di San Vittore
o dalle mantellate di Regina coeli.
Peccato!
Che gran peccato non aver fatto nascere
tutto quello che di buono poteva venir fuori dal tuo e dal mio grembo!
Povera casa in collina!
Alla prossima, comunque,
e crepi sempre il lupo a ogni augurio che ti faranno.
Poveri lupi!
Quanti lupi sono inutilmente morti e quanti ne moriranno.
Peccato!
Se rinasco, non ti cercherò.
Se rinasci, stammi alla larga.
Sempre tuo in questa vita
e, finché sei viva, credi al tuo orso Bruno,
l’indimenticabile.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, mese di maggio del 1989