LE TORRI GEMELLE

TRAMA DEL SOGNO E CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in aria.
Guardavo le torri gemelle e mi accorgevo che non erano le solite perché nella punta di una torre c’era un rettangolo di legno aperto sul davanti come se fosse una casetta.
Mentre vedevo questa scena una voce di sottofondo la descriveva.
Dentro questo cubo di compensato c’era il presidente del senato americano Jo Bilen che si affacciava nel vuoto.
Io provavo angoscia per lui, ma lui era sereno e lanciava sulla strada pezzi di mattone.
Dopo mi sono ritrovato sopra la torre gemella e ho avuto il senso di vertigine e la paura di precipitare.
Mi sono svegliato sereno.”

Così ha sognato Darietto detto “il Grande”.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Darietto è stato particolarmente enigmatico a una prima, seconda e anche terza lettura. Ho capito poco, per cui ho deciso di depositarlo dentro e di lasciarlo decantare nella speranza che, specialmente al mattino e nel dormiveglia, mi arrivasse una qualche buona intuizione al riguardo, magari quella che apre le vie della giusta comprensione.
Macché!
Niente da fare, per cui dopo un mese ho deciso di affrontarlo all’impronta e cammin facendo, senza avere in mente niente di preciso ma soltanto alcuni punti chiari. E così son partito proprio da questi. Simboli netti sono il “processo psichico di difesa dall’angoscia” della “sublimazione” in “ero in aria”, l’angoscia depressiva in “la paura di precipitare” e l’angoscia dell’autonomia in “ho avuto il senso di vertigine”.
Ma tutto il resto come c’entra?
Mi son detto che possibilmente Darietto è stato influenzato nel suo sogno da qualche ricordo del giorno precedente, magari da qualche notizia sfuggente nella visione di un balordo telegiornale, e che naturalmente dormendo ha elaborato immettendovi le sue emergenze psichiche in atto.
Ho provato a descrivere la seguente psicodinamica: Darietto sublima la “libido” e non riesce a pensarsi autonomo, per cui vive l’angoscia di perdita della sua dimensione astratta e benemerita, oltre che ben protetta.
Ancora e inoltre, ho apprezzato la grande capacità plastica, “figurabilità” della funzione onirica nel quadro che Darietto ha disegnato per esprimersi durante il sonno e senza avere la consapevolezza di cosa stava costruendo.
E ancora, bisogna dare la giusta valutazione alla simbologia delle “torri gemelle” dopo la loro distruzione: vale la vecchia simbologia fallica di stampo freudiano o si deve introdurre un tremendo “fantasma di morte”?
Come dicevo, i problemi in questo sogno non mancano, ma intanto comincio e dove arrivo metto un punto.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in aria.”

La voce popolare, quella che non sbaglia mai, dice che essere “in aria” equivale a una fuga dalla realtà e alla distrazione dalla ragione a tutto vantaggio della fantasia creativa. La voce psicoanalitica dice che essere “in aria” condensa il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”: investimenti nobilitati e socialmente utili, nonché deprivati della carica sessuale originaria. Darietto è un giovane che si difende sublimando le sue cariche erotiche e destinandole altruisticamente a fini di utilità collettiva per farsi amare e accettare dal gruppo. Darietto è poco concreto e usa tanto la fantasia per compensare le frustrazioni della sua vita corrente. Darietto è un “distratto” per difesa da un qualcosa che gli è occorso e che, si spera, il sogno ci dirà: “distratto” si traduce, per l’appunto, “portato da un’altra parte”. La distrazione comporta la difesa dello “spostamento” e della “traslazione”.

“Guardavo le torri gemelle e mi accorgevo che non erano le solite perché nella punta di una torre c’era un rettangolo di legno aperto sul davanti come se fosse una casetta.”

La storia recente dice che “le torri gemelle” sono crollate per infame mano terroristica in data undici, del mese di settembre, nell’anno duemila e uno. Darietto usa “le torri gemelle” come simbolo per i suoi fini psichici, volendo intendere la sua vocazione difensiva a stare in alto o a “sublimare” con tutti i rischi che questa operazione comporta nel lungo termine. Le torri gemelle servono a Darietto per costruirci ulteriormente una sovrastruttura, “un rettangolo di legno aperto sul davanti come se fosse una casetta.” La “casetta” sappiamo essere il simbolo della struttura psichica o il complesso della “organizzazione” sempre psichica o carattere che dir si voglia. Quindi, Darietto l’acrobata si colloca in alto e in bilico, molto in alto, sulla punta di una torre a rischio. Darietto vive un eccesso di “sublimazione” nella sua vita attuale e rafforza la sua caratteristica di uomo distratto con questa aerea collocazione. Niente di terroristico e di omicida nelle torri di Darietto, soltanto una visione di se stesso approfittando di uno stimolo pregresso e avulso dal “fantasma di morte”. Le “torri gemelle” sono soltanto simbolo dell’alto, del luogo della “sublimazione”, del sacro, del mistico, del divino, del padre, del potere, del “Super-Io”, della censura morale. Ancora: la “torre” non è un simbolo crudamente “fallico”, ma denota sicuramente una collocazione psichica “narcisistica”.

“Mentre vedevo questa scena una voce di sottofondo la descriveva.”

Subentra nella scena onirica un brutto e pericoloso meccanismo di difesa, la “scissione dell’Io”. Darietto si scinde e, rimuginando su se stesso, si descrive nel senso di prendere coscienza della situazione psichica in atto. “Vedevo” equivale a “sono consapevole” delle mie “sublimazioni di libido” e del mio vivere di fantasia e avulso dalla realtà. Il rafforzamento della consapevolezza avviene nella descrizione effettuata dalla “voce” in “sottofondo”. Darietto sa di sé. L’uso della “scissione” serve al sogno per manifestare non la follia, ma la piena consapevolezza del suo stato psicofisico.

“Dentro questo cubo di compensato c’era il presidente del senato americano Jo Bilen che si affacciava nel vuoto.”

Il sogno si complica e persiste nell’uso della “scissione”: il “cubo di compensato” appartiene a Darietto e anche il “dentro” in versione scissa. Il nostro protagonista s’identifica nel “presidente del senato americano Jo Bilen”, un’identificazione altolocata sia nel merito che nell’altezza. A Darietto in sogno emerge un’associazione tra torri gemelle e Stati uniti d’America a memoria della tragedia dell’undici settembre, per cui richiama un’autorità a lui congeniale, magari un uomo che l’ha colpito da sveglio per qualche caratteristica. Darietto mostra di avere un “Io ideale” particolarmente potente e autorevole. Ricordo che quest’ultimo appartiene all’istanza psichica “Super-Io” e denota onnipotenza narcisistica. L’affacciarsi “nel vuoto” conferma il “fantasma depressivo di perdita” in agguato, oltre che lo stato precario di equilibrio psichico basato su un “Io ideale” e per niente “reale”, un’elaborazione della fantasia infantile di Darietto nella “posizione psichica fallico-narcisistica”. Degna di nota, dopo la “scissione”, è la “proiezione” in Jo Bilen della psicodinamica depressiva, a conferma di due “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia che si richiamano l’un l’altro.

“Io provavo angoscia per lui, ma lui era sereno e lanciava sulla strada pezzi di mattone.”

Un presidente del Senato americano che serenamente lancia “pezzi di mattone” da un cubo appiccato sulla punta di una torre gemella, voi lo immaginate?
Eppure è vero!
Darietto lo ha figurato nel sogno per attestare la sua onnipotenza narcisistica, la sua abilità nell’usare il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e per affermare i suoi bisogni di dipendenza e di protezione. Darietto esorcizza l’angoscia di abbandono e di solitudine con la “fissazione” alla “posizione fallico-narcisistica”, esaltando il suo ideale dell’Io e compensando con la sua autorità le sue magagne. Il sogno verte chiaramente sulla “posizione orale” con i bisogni affettivi, sulla “posizione anale” con l’aggressività del lancio dei “pezzi di mattone”, sulla “posizione fallico-narcisistica” con l’altolocazione dell’Io.

“Dopo mi sono ritrovato sopra la torre gemella e ho avuto il senso di vertigine e la paura di precipitare.”

Ecco che alla fine nel risveglio il sogno mette tutto a posto e lascia ordinato il teatro per il prossimo evento. Si risolvono le “scissioni” e le “proiezioni” nel “mi sono ritrovato”. Il protagonista del sogno è anche l’attore del sogno e si è servito dei suoi “processi primari” e soprattutto della sua funzione simbolica per dare a se stesso un quadro della seguente situazione psichica. Darietto sa, “mi sono ritrovato”, di usare il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido“, “sopra la torre gemella”, per la sua angoscia di solitudine e di abbandono o la sua angoscia dell’autonomia psichica, “ho avuto il senso di vertigine”, per la sua angoscia di perdita depressiva, “la paura di precipitare”.

“Mi sono svegliato sereno.”

Quando ci si sveglia sereni, nonostante i trambusti e le acrobazie e i tormenti e le angosce, significa che la presa di coscienza dei “contenuti latenti” del sogno sono ben chiari, contenuti che poi tanto “latenti” non sono dal momento che Darietto ha elaborato in sogno materiale psichico che già in gran parte conosceva perché lo vive sulla sua pelle e sulle sue spalle. La “serenità” ha una valenza psicofisica, riguarda il corpo e la mente in maniera inscindibile, quasi come se non potesse esistere in una sola parte. La traduzione migliore è “assenza di affanni e di preoccupazioni”: “ataraxia” greca.

PSICODINAMICA

Il sogno di Darietto sviluppa la psicodinamica “fallico-narcisistica” in riparazione all’angoscia depressiva di perdita e in netto conflitto con l’autonomia psicofisica. La “posizione psichica orale” svolge tematiche affettive, la “posizione psichica anale” accenna all’aggressività, la “posizione psichica fallico-narcisistica” è dominante, la “posizione psichica edipica” è assente, la “posizione psichica genitale” non s’intravede. La psicodinamica di Darietto riceve il conforto di una certa qual consapevolezza. Darietto sa di sé e della sua situazione psicofisica ed esistenziale e traduce in sogno il tutto con naturalezza.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Darietto contiene i seguenti “simboli”: “in aria” e “torri gemelle” o la “sublimazione”, “casetta” o la struttura psichica evolutiva, “voce di sottofondo” o “scissione dell’Io”, “descriveva” o funzione razionale dell’Io, “Jo Bilen” o altolocazione narcisistica dell’Io, “si affacciava nel vuoto” o “fantasma di perdita depressiva” e relativa angoscia, “lanciava pezzi di mattone” o aggressività, “vertigine” o angoscia dell’autonomia psichica e bisogno di dipendenza, “precipitare” o angoscia di perdita. Affacciava nel vuoto” e in “vertigine” e in “precipitare

Non sono presenti “archetipi”.

Il “fantasma depressivo di perdita” è presente con la relativa angoscia.

L’istanza vigilante e razionale “Io” è presente in “descriveva”. L’istanza pulsionale “Es” si manifesta in “in aria” e in “affacciava nel vuoto” e in “vertigine” e in “precipitare”. L’istanza censurante e limitante “Super-Io” si evidenzia in “Jo Bilen” in quanto “ideale dell’Io” e anche “Io ideale”.

Il sogno di Darietto mostra la “posizione fallico-narcisistica” in “torri gemelle” e in “Jo Bilen”, la “posizione orale” in “ho avuto il senso di vertigine e la paura di precipitare.”, la “posizione psichica anale” in “lanciava sulla strada pezzi di mattone.” Le angosce di perdita affettiva sono compensate dal narcisismo e da una aggressività che viene dall’alto ossia nobile e protetta. Della “posizione genitale” non s’intravede alcunché perché Darietto è tutto preso da se stesso nel bene e nel male.

Il sogno usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia: la “condensazione” in “torri” e in “casetta” e in “vuoto” e in “pezzi di mattone”, lo “spostamento” in “aria” e in “voce di sottofondo” e in “Jo Bilen” e in “vertigine” e in “precipitava”, la “figurabilità” in “in aria” e in “torri gemelle” e in “vuoto” e in “precipitare”, il “simbolismo” in “Jo Bilen”, la “proiezione” in “voce di sottofondo” e in “Jo Bilen”. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” domina nel sogno di Darietto e si rileva immediatamente in “Ero in aria” e in “Dopo mi sono ritrovato sopra la torre gemella”. Il processo psichico di difesa della “regressione” rientra nella psicodinamica della funzione onirica.

Il sogno di Darietto evidenzia un forte tratto “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” depressiva: angoscia della perdita affettiva.

Le “figure retoriche” elaborate da Darietto nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “aria” e in “torre” e in “casetta” e in “vuoto” e in “vertigine”, la “metonimia” o nesso logico in “voce di sottofondo” e in “precipitare”. La valenza poetica lascia il posto alla narrazione dello stranissimo evento.

La “diagnosi” dice chiaramente di una sindrome narcisistica in un quadro depressivo, di un ricorso alla considerazione di se stesso nel bene e nel male per esorcizzare le angosce di perdita degli affetti e di solitudine. Rileva la mancata evoluzione alla “posizione psichica genitale”, alla considerazione degli altri e all’investimento della “libido” corrispondente.

La “prognosi” impone a Darietto di progredire e di portare avanti senza paura la relazione con gli altri, investendo energie e distogliendole da se stesso senza smarrire il fondamentale amor proprio e la cura del proprio destino di vivente. Nessuno può essere un’isola felice e tutti hanno bisogno di tutti. Darietto deve distrarsi da se stesso e dal suo tormento per aprirsi a quel mondo che ancora deve ben conoscere da attore protagonista. Non deve svegliarsi sereno dopo questo sogno, ma deve agitarsi per superare lo stallo e l’autocompiacimento del suo stato psicofisico.

IL “rischio psicopatologico” si attesta nell’esasperazione dell’isolamento e in una pesante “psiconevrosi depressiva” con forti esigenze a carico degli altri e con esperienze più desiderate che vissute. La dipendenza affettiva e la mancata autonomia psichica sono pesanti fardelli che non si possono trasportare in tutte le circostanze.

Il “grado di purezza onirico” è stimato nell’ordine del “buono” alla luce dell’assurdità e del paradosso della trama del sogno.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Darietto si attesta nella riflessione pomeridiana sul suo stato psicofisico e, nello specifico, sulle sue paure e angosce di solitudine o sulla visione di Jo Bilen in qualche reportage televisivo.

La “qualità onirica” si definisce “paradossale” e “surreale”. Ricordo che con questa voce si intende l’attributo globale e dominante del sogno.

Il sogno di Darietto si è svolto nella prima fase REM del sonno ed è stato ben ricordato a causa dello stato di agitazione indotto dalla trama e dalla psicodinamica elaborate.

Il “fattore allucinatorio” dice che i sensi particolarmente coinvolti nel sogno di Darietto sono la “vista” in “guardavo” e in “vedevo”, “l’udito” in “una voce di sottofondo” e in “la descriveva”. L’allucinazione cospiratoria di vari sensi si evidenzia in “provavo angoscia”, “ il senso di vertigine”, “la paura di precipitare”.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Darietto rientra nell’ordine del “buono” alla luce del chiaro simbolismo immesso nel prodotto psichico.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Darietto è stata letta attentamente dal lettore anonimo. Conseguono le domande.

Domanda
Come valuta il sogno di Darietto?

Risposta
Un prodotto particolare di una persona particolare. Si tratta di un sogno molto fantasioso e degno di una persona che si compensa molto con le fantasie e viaggia poco nella realtà. Darietto è fermo al narcisismo e non è progredito nella genitalità, si relaziona con dipendenza e non alla pari, deve avere qualche disabilità.

Domanda
Nel sogno si possono vedere anche queste cose?

Risposta
Più che mai e in special modo perché la persona portatrice di handicap vive un conflitto costante tra l’immagine ideale e l’immagine reale. Una persona che non si accetta e si sublima, deve sempre fare i conti con la realtà e deve necessariamente inserirsi in essa e socializzare alla pari e anche con qualche risorsa in più.

Domanda
Come farà a superare l’isolamento narcisistico?

Risposta
Investendo “libido” non soltanto su se stesso, ma soprattutto sugli altri. In tal modo supera anche il senso d’inferiorità e diventa protagonista con la sua offerta rimandando il problema ai suoi interlocutori.

Domanda
Mi può spiegare meglio?

Risposta
Se Darietto è una persona con delle difficoltà motorie o delle disabilità o che non si accetta e non si piace per qualche suo attributo e tratto caratteristico, deve coinvolgersi di più provocando le resistenze e i pregiudizi degli altri. Di solito tutti aiutano i portatori di un handicap, ma tanti spesso lo fanno con una forma di generosità non democratica e sincera, quasi per sembrare buoni a se stessi e agli occhi della gente. Sono pronti a defilarsi nel momento in cui le richieste e le prestazioni diventano intriganti.

Domanda
Era un sogno difficile, ma poi è andato avanti bene. Come mai?

Risposta
Avevo anch’io un pregiudizio su questo materiale psichico preso all’ingrosso. Dopo snocciolandolo, mi sono accorto che era anche lineare.

Domanda
Come ci si deve comportare con un disabile?

Risposta
Come ti detta il cuore e come ti suggerisce la mente, ma sempre secondo le coordinate del “principio di realtà”, senza falsi buonismi e senza pietismi.

Domanda
Grazie!

Risposta
Prego!

 

IN MEZZO ALL’ERBA … ALTA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.
Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.
Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.
Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”
Questo breve ma intenso sogno porta la firma di Elettra.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ancora a proposito di Evoluzione e di “scherzi” sociali che l’andare avanti nel cammino della vita comporta,… ecco il sogno di Elettra!
A un primo esame si evidenzia il prodotto psichico di una donna in crisi che cerca nella società in cui vive un’identificazione rassicurante in un momento difficile della sua vita. Alla sua identità psichica, acquisita con la risoluzione del conflitto con la madre, “posizione edipica”, e portata in evoluzione nel corso della sua giovinezza e maturità di donna, Elettra aggiunge l’identità psico-socio-culturale avendo bisogno di un rafforzamento per l’emergenza in atto. E il sogno dice questo nei suoi termini simbolici e logici-consequenziali. “Così capita a tutte e così fan tutte”: questa è una buona sintesi del sogno di Elettra. Oppure la sapienza popolare ci soccorre con l’antico adagio “mal comune, mezzo gaudio”. Insomma Elettra è in fase di superamento di una crisi esistenziale e psichica che la coinvolge come persona e come donna.
Ma di quale crisi si stratta?
Una crisi depressiva scatenata da un “fantasma di perdita” e una crisi d’identità legata all’immagine femminile: psiconevrosi ansioso depressiva con pulsione ossessiva.
Elettra si è evoluta come donna e come madre e si sta approcciando a un processo di perdita che l’evoluzione presenile comporta, forse la menopausa ma certamente una riduzione degli investimenti di “libido genitale” dal momento che sin dall’inizio del sogno è chiamata in causa la vitalità sessuale: “ero in auto”. Aggiungo che la causa scatenante di questa crisi depressiva può essere un trauma provocato da un agente esterno, un fattore che si riverbera nella “organizzazione psichica reattiva”, la mette in crisi, la scompensa in attesa del ripristino di un nuovo equilibrio evolutivo.
L’interpretazione del sogno preciserà meglio la questione e i suoi contorni.
Qualche accenno teorico sulla “depressione” non fa mai male. Ritenuta da sempre dalla Psichiatria una psicopatologia grave e pericolosa che coinvolge l’unità psicosomatica, la mente e il corpo, la depressione è anche stimata dalla Filosofia esistenzialista l’essenza dell’uomo, il male oscuro che porta al suicidio, il Nulla che contraddistingue l’andare verso la morte. Per tanta disgrazia teorica la malattia mortale dell’uomo è l’angoscia, il male oscuro inteso come distacco e perdita irreparabile che sfocia nell’autodistruzione. La Psicoanalisi rileva in primo luogo la caduta degli “investimenti di libido” e colloca la radice di questa sindrome nella prima formazione dell’infanzia: l’elaborazione del “fantasma” di abbandono e di perdita in riferimento alla persona significativa che nutre il bambino. Melania Klein individuò la “posizione psichica depressiva” nel bambino sin dai sei mesi di vita a seguito di un’intensa vitalità dei fantasmi elaborati in riferimento alla madre e alle angosce di morte per fame. La Psicologia infantile contiene meccanismi psichici di difesa dall’angoscia come la “scissione dell’imago”. Quest’ultima denota l’incapacità del bambino a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza e il bisogno di dividerlo in due: “seno buono” o madre che nutre e “seno cattivo” o madre che non nutre in specifico riferimento al “fantasma della madre”. Dopo i sei mesi di vita la Mente del bambino riesce a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza, la “madre”, e in questa posizione si sperimenta e si struttura un nucleo depressivo come “fantasma di perdita”. Nel teatro psichico primario esordiscono e recitano la loro degna parte l’affettività, il senso e il sentimento di attaccamento. La vita psichica inizia con la vita organica come rappresentazione delle pulsioni primarie e delle sensazioni collegate. Si è sperimentato e formato, quindi, un nucleo depressivo che nel tempo verrà contenuto dai “meccanismi di difesa” più sofisticati di quelli “primari” e che potrà ritornare ad esibirsi dietro stimoli esterni che lo esaltano e lo scatenano. Questo processo è comune. Tutti abbiamo incamerato un nucleo depressivo e tutti lo viviamo quotidianamente nei distacchi affettivi, “psiconevrosi depressiva”, ma è importante contenerlo e non ingigantirlo avendo una buona presa di coscienza dei propri fantasmi e della propria “organizzazione psichica”. Si può affermare che la “depressione siamo noi”, che si trova nella nostra storia psichica evolutiva e che contraddistingue la vita affettiva e gli investimenti di “libido”. La domanda, che sorge spontanea a questo punto, è la seguente: “cos’è la depressione grave, quella che non fa vivere degnamente e si conclude nel suicidio?” Rispondo sempre in termini più semplici possibili. In questo caso non abbiamo un nucleo depressivo che si esalta nelle esperienze della vita, ma troviamo una struttura evolutiva depressiva, “organizzazione psichica reattiva depressiva”. I “meccanismi di difesa” dall’angoscia di questa persona hanno operato, di fronte alle sensazioni ed esperienze di perdita che la vita comporta e le persone intorno non ti risparmiano di certo, in maniera di rafforzare questi fantasmi e queste modalità di pensiero. Ancora: esiste una depressione che viene scatenata da agenti esterni, esogena, ed esiste una depressione scatenata da agenti interni, endogena: La prima è una psiconevrosi, la seconda è una psicopatologia grave. Mi fermo a queste brevi linee di chiarimento.
L’interpretazione del sogno di Elettra chiarirà la psicodinamica depressiva con la sua fenomenologia onirica, come si è allucinata nel sogno, come è stata tradotta in immagini dal “processo primario”, dalla Fantasia insomma.
Il titolo “In mezzo all’erba” si traduce “in mezzo alle complicazioni della vita” e specialmente se l’erba è “alta”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.”

Elettra esordisce in sogno direttamente con il “fantasma di perdita”, con il conflitto depressivo tra l’avere e il perdere. Traduco: Elettra riflette sulla sua sessualità e si mette in relazione con un’immagine di sé giovanile e avvenente, un’alleata dei migliori tempi, una “parte di sé” ben vissuta e assimilata. La “figlia” ha il doppio significato di una “proiezione” dell’immagine di sé e di un “rafforzamento” per continuare a dormire e a sognare. Inoltre Elettra comunica di essere madre e di avere alle spalle una buona esperienza di “libido genitale”. La carta d’identità psichica dice, infatti, che si è accompagnata a un uomo, ha partorito dopo travaglio, ha accudito una creatura, una vita sessuale e affettiva di tutto rispetto. All’improvviso Elettra si è scoperta senza quel fascino e quell’avvenenza proiettate sulla “figlia”. La “curva” ha proprio il senso di una presa di coscienza improvvisa e dettata da un agente esterno: una delusione affettiva, un mancato apprezzamento, un rifiuto inaspettato, una malattia, una perdita. Elettra giovane ed Elettra matura vanno in una depressione “patocca” e dovuta al ridestarsi di un “fantasma di perdita”. Il “burrone” si somma al “siamo precipitate” a testimoniare l’intensità della caduta e del processo psichico simbolico di classico stampo depressivo: una “depressione reattiva” e indotta da stimoli esterni. Ricordo l’adagio popolare “mi è mancata all’improvviso la terra sotto i piedi” per attestare la caduta rovinosa nel triste e doloroso vissuto della “perdita”. Ricordo ancora che il “fantasma di perdita” è la versione sublimata e civilizzata del “fantasma di morte”. In sintesi: Elettra ha la consapevolezza di aver perso fascino ed eros a causa di un’improvvida e dolorosa esperienza relazionale ed entra in crisi depressiva. Oppure: Elettra vive traumaticamente la perdita della fertilità e si accorge di non essere più giovane e attraente. Fate voi, ma così fa il sogno.

“Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.”

Elettra insiste sull’evento traumatico e ne attesta l’entità e la dinamica. Era in una fase di appagamento della realtà in atto e possibilmente di “sublimazione della libido”, simbolo “volate dall’alto”, che la caduta l’ha sorpresa e tanto stupore ha richiesto una “ripresa”, una presa di coscienza di quello che le era appena successo e che le stava succedendo. Dopo aver avvertito la depressione, Elettra si è tirata su confrontandosi con le altre donne che erano nella sua condizione psicofisica, stessa età e stesso malessere. In precedenza il sogno non ha detto di una gita in montagna e di una comitiva, ha parlato di una strada, di una curva, di un’auto e di una figlia. Ma la stessa esperienza è stata fatta da “altre persone” a lei assimilabili e che condividevano tratti psicofisici e realtà esistenziali. Elettra cerca subito di rafforzare la sua consapevolezza attraverso la relazione sociale: “mal comune è mezzo gaudio”. Sembra che Elettra sia preoccupata della salute delle amiche e conoscenti, ma in effetti è tanto interessata a come loro hanno risolto lo stesso problema, il “fantasma depressivo di perdita” in riguardo al femminile e alla femminilità. Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo un tradimento del proprio uomo? Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo la progressiva riduzione ormonale e caduta dell’appetito sessuale?

“Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.”

Non tutti i mali vengono per nuocere e la fortuna non è cieca e spesso ci vede benissimo: “fortunatamente”. Tutto bene quel che finisce bene e, se poi è anche condiviso, anche i mali depressivi possono essere risolti e superati. “L’erba” è simbolo della realtà in generale e nello specifico della realtà psichica in atto, uno stato psicofisico critico e avaro di prestanza, ma sempre una realtà che si può arginare e superare: “si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute”. “Loro” rappresenta simbolicamente l’altro da sé , il termine sociale di confronto che stabilisce la cosiddetta e fortunata “normalità”. Ma Elettra, nonostante la rassicurazione che si offre in sogno a firma delle “altre persone”, non è del tutto convinta della sua condizione psicofisica e cerca di rassicurarsi attraverso le richieste e i confronti. Il “continuavo a chiedere” non è soltanto un indizio d’insicurezza, ma è soprattutto un segnale d’incipiente ossessione: psiconevrosi che si somma al tratto depressivo scatenato dal ridestarsi dell’infantile “fantasma di perdita”. Le risorse dell’Io non sono sufficienti per tagliare la testa al toro e per confermare la nuova realtà psicofisica o il trauma a lei occorso suo malgrado. La sicurezza è di competenza dell’Io, ma se s’infila nella questione la mala erba del “pensiero ritornante”, l’ossessione, allora la ripresa è più sofferta e problematica.

“Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”

Ecco la funzione terapeutica del sogno!
“L’erba” condensa simbolicamente la realtà psichica in atto, la vitalità e la vita, la situazione psico-esistenziale e relazionale che si sta vivendo. Se quest’erba è “alta” la realtà è sempre attraente nel suo essere complicata e nel suo bisogno di maggiore cura e attenzione. Elettra è insicura e cerca nel sociale e nelle relazioni quella compattezza psichica che da sola non riesce a darsi. Ma in effetti il sogno è suo e quello che elabora le appartiene, per cui merita un apprezzamento per quello che si fa dire dalle “altre persone” che, come lei, si sono imbattute nel cammino della vita e nell’esercizio della vitalità in difficoltà organiche e in crisi causate da intemperanze altrui. L’insegnamento si attesta nel “camminare e uscire per tranquillizzarsi”. La “depressione reattiva” e indotta da trauma, che si ascrive a situazioni e persone e a fatti malamente vissuti, si risolve con il fare, l’ergoterapia, per ripristinare l’equilibrio turbato dalla “perdita” e dalla riedizione del “fantasma” antico, quello del primo anno di vita per intenderci. Anche la realtà più cruda va vissuta e appartiene alla vita anche se annienta la vitalità.
Questo ha sognato una donna chiamata Elettra.

PSICODINAMICA

Il sogno di Elettra svolge la psicodinamica della perdita depressiva indotta da trauma e prospetta la soluzione attraverso l’identificazione nel sociale e la “razionalizzazione” dei vissuti in riguardo ai fatti. Elettra è chiamata a reagire a un episodio e a una contingenza da lei vissuto come dannosa e destabilizzante, per cui il sogno suggerisce che la condivisione aiuta a capire e a risolvere anche il trauma più crudo e vergognoso. La società ha un influsso positivo per gli animali sociali chiamati uomini: Aristotele.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Elettra contiene i seguenti simboli: “auto” o automatismi pulsionali dell’apparato sessuale, “curva” o difficoltà dell’autocontrollo, “figlia” o parte giovanile di sé, “precipitate” o psicodinamica depressiva di perdita che va dall’alto verso il basso, “burrone” o fantasma di morte, “dall’alto” o luogo della sublimazione della libido, “caduta” o psicodinamica depressiva di perdita, “altre persone” o relazione d’aiuto e identificazione sociale, “ripresa” o razionalizzazione dello stato psichico da parte dell’Io, “”alzando” o ritorno alla realtà, “in mezzo all’erba” o tra le difficoltà della vita e della crisi della vitalità, “continuavo a chiedere” o psiconevrosi ossessiva, “tranquillizzavano” o ripristino auto-consapevolezza, “uscire” o risoluzione di un conflitto o di un trauma, “camminavano” o esercizio del vivere e investimenti di libido.
Il sogno di Elettra richiama l’archetipo della “Morte” per abbandono affettivo e per perdita depressiva.
Il fantasma dominante è quello di “perdita”.
Il sogno di Elettra vede agire l’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione mentale dell’istinto, in “Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…”. Contempla, inoltre, in maniera più consistente l’azione razionale dell’istanza “Io” in “mi sono ripresa” e in “continuavo a chiedere” e in “ho cercato” e in “se erano sicure” e in “tranquillizzavano” e in “camminavano”. L’azione limitante e repressiva del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Elettra presenta la “posizione psichica genitale” in “con mia figlia”, ma è nettamente dominante la “posizione psichica orale” in quanto verte sulla dimensione affettiva e sulle complicazioni depressive del “fantasma di perdita”.
I meccanismi coinvolti nel sogno di Elettra sono i seguenti: la “condensazione” in “figlia” e in “burrone” e in “precipitate” e in “caduta”,lo “spostamento” in “auto” e in “alto” e in “erba” e in “camminavano”, la “proiezione” e identificazione” in “figlia”.
Il processo della “sublimazione” è richiamato e contenuto in “alto”. La “regressione” è presente nei termini del processo onirico: sognare comporta un regredire.
Il sogno di Elettra mostra un tratto depressivo, “fantasma di perdita”, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura in divenire, prevalentemente “orale”, affettiva e bisognosa di cura.
Il sogno di Elettra non ha sostanza poetica nonostante la presenza massiccia di simboli. Le figure retoriche presenti sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “figlia” e in “precipitate” e in “burrone”, la “metonimia” o relazione logica in “camminano” e “uscire dall’erba alta”.
La “diagnosi” dice di una “sindrome depressiva reattiva”, legata a un trauma e recuperata dall’Io con l’identificazione sociale.
La “prognosi” impone a Elettra di rafforzare l’azione dell’Io per evitare la possibilità di essere destabilizzata da fattori interni ed esterni. Pur continuando a vivere le sue emozioni, Elettra è chiamata a una conversione su se stessa senza ricorrere all’ausilio sociale e all’alleanza con le altre persone. E’ opportuno lavorare per raggiungere una maggiore sicurezza.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nella recrudescenza della depressione per l’azione incisiva del “fantasma di perdita”. Inoltre è deleteria l’azione martellante e ritornante della tendenza all’ossessione.
Il “grado di purezza onirico” è “medio” perché la vena narrativa e la vena simbolica coabitano senza stridere: linearità espressiva. Il sogno non è stato accomodato al risveglio con pezze giustificative, ma si è svolto in maniera omogenea nella terza o quarta fase del sonno REM, verso il risveglio.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno è stata una riflessione sulla condizione affettiva e sul conflitto in atto.
La “qualità onirica” può essere stimata “cenestetica” con il suo proporre sensazioni di movimento: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto”.
Il “fattore allucinatorio” esalta il senso della vista e propone il senso del movimento nella caduta e nella ripresa della vita quotidiana: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…” e in “camminavano per uscire dall’erba alta.”
Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Elettra è “buono” a causa della semplicità e chiarezza dei simboli, nonché della loro interazione.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto la decodificazione del sogno di Elettra.
Domanda
Che tipo di donna è Elettra?
Risposta
Elettra può essere una donna di cinquant’anni che si appresta a vivere un ridimensionamento del proprio fascino femminile e della propria carica erotica, può essere una donna di sessantanni che s’imbatte rovinosamente sulla stupidità del compagno, può essere una donna di cinquantacinque anni che s’innamora maldestramente, può essere una donna di qualsiasi età che si vive inferiore a tutte le altre donne.
Domanda
Elettra è depressa?
Risposta
Il sogno di Elettra dice di una “depressione reattiva”, indotta da un evento traumatico che la psiche fatica a sistemare con i “meccanismi di difesa” giusti o che è ancora in via di essere organizzato e integrato nella “struttura psichica evolutiva”. Elettra soffre di una “psiconevrosi” e non di una “psicosi” e non si trova in uno “stato limite” o borderline.
Domanda
Che vuol dire?
Risposta
Vuol dire che Elettra sta vivendo un duro conflitto, ma non ha perso il contatto con la realtà, non è andata in delirio e non ha costruito neo-realtà personali di stampo paranoico.
Domanda
Dobbiamo preoccuparci della depressione?
Risposta
Tantissimo e ti spiego ancora meglio il perché. La “psiconevrosi depressiva” siamo noi, la elaboriamo noi e si lega al primo anno di vita, come ti ho spiegato, in base alle nostre sensazioni, ai nostri “fantasmi” e in riferimento a chi ci nutre e ci accudisce. Per non farla ingigantire questa naturale psiconevrosi, basta che la madre, o chi per lei, sia solerte con il figlio e non procuri traumi alimentari di difetto e di eccesso e non induca con il suo comportamento l’ulteriore elaborazione di “fantasmi” d’abbandono. Questa depressione la organizziamo, la incameriamo evolutivamente e da adulti la dobbiamo sempre tenere sotto controllo perché si ridesta e viene fuori ogni volta che viviamo sensi e sentimenti di perdita. E la vita, di questi ultimi, ce ne riserva in abbondanza. Un esempio apparentemente banale: la morte del cagnolino. Questa è una “depressione reattiva” che i “meccanismi di difesa” vanno a comporre nel migliore dei modi usando spontaneamente quelli a cui ci siamo educati in famiglia e in società. Ti lascia il fidanzato a vent’anni? Una delusione d’amore scatena il “fantasma di perdita” e succede la stessa cosa. Una partenza e un allontanamento? Idem! Bisogna “sapere di sé”, delle proprie sensibilità e di quali “meccanismi di difesa” mi servo in base alla mia formazione. Questa è la prognosi. Andiamo alla depressione pericolosa, quella che sfocia nel suicidio come risoluzione autoindotta, quella che perde il contatto con il “principio di realtà”, quella che viene curata da soli, quella che sta ai bordi tra la nevrosi conflittuale e la psicosi delirante. L’angoscia è talmente tanta che la persona decide di risolverla uscendo dalla vita. Cosa succede? Il nucleo depressivo del “fantasma di perdita”, incamerato nella prima infanzia, si è ridestato all’interno di una “organizzazione psichica reattiva depressiva”. Ossia, questo bambino ha elaborato il nucleo e, di poi, ha vissuto e subito esperienze e traumi depressivi che lo hanno portato evolutivamente a formarsi con una sensibilità estrema alla perdita. Inoltre, ha controllato l’angoscia attraverso “meccanismi e processi di difesa” particolarmente delicati e pericolosi, quelli che portano a fuggire dalla realtà, a fuorviarla, a negarla, a razionalizzarla in maniera estrema e altro. Questa depressione grave nasce e viene elaborata dentro e si può definire “endogena”. Si scatena anche su stimolo esterno, ma è soprattutto la persona che vive le sue esperienze di vita con vissuti di perdita che elabora e vive costantemente un’angoscia di questa qualità. Questa persona fa di tutto involontariamente per negare questa sua angoscia e spesso la sublima o la converte nell’opposto, tipo un’allegria conviviale. La persona che ha una “organizzazione psichica reattiva depressa” fa di tutto per risolvere la sua angoscia camuffandola e per non riconoscere il suo male oscuro. Quando questa persona istruisce il gesto estremo, ha messo in atto l’ultima drastica e personale psicoterapia dell’angoscia. E’ diventato metallico, affettivamente freddo ed emotivamente gelido e il suo Io ha il solo intento di uscire dall’insopportabile sofferenza. I sopravvissuti diranno al suo funerale “non pensavo che si potesse ammazzare, era una persona così solare e allegra”.
Domanda
E’ stato chiaro. La soluzione migliore qual’è?
Risposta
Bisogna diagnosticare la “organizzazione psichica reattiva depressa” sin dall’adolescenza e tenerla sotto controllo da adulti. Bisogna dare importanza a quei segnali di disagio psichico che si manifestano in certe circostanze e situazioni. Bisogna superare le resistenze e i pregiudizi in riguardo agli interventi psicologici. Ricordati che quelli che detestano gli psicologi sono proprio quelli che ne hanno più bisogno. E’ un sintomo di forte disagio narcisistico e paranoico. Voglio precisare, “dulcis in fundo”, che esiste anche la “psicosi maniaco-depressiva”, un’altra brutta bestia di cui capiterà di parlare cammin facendo.
Domanda
Da chi bisogna andare?
Risposta
Da uno psicoterapeuta possibilmente a orientamento psicoanalitico.
Domanda
Esistono test per diagnosticare la depressione?
Risposta
Certo e anche collaudati e affermati, ma io consiglio alcune sedute viso a viso con lo psicoterapeuta e parlando a ruota libera. E’ necessario che ogni famiglia abbia uno psicologo per consulenza e uno psicoterapeuta per le emergenze della vita. Questa prognosi impedisce tante disgrazie, perché non tutti quelli che si suicidano sono depressi allo stato puro, tanti sono normalmente depressi e vogliono chiedere aiuto. Allora mettono in atto un suicidio dimostrativo, ma spesso muoiono per eccesso d’impeto o per il mancato sperato soccorso.
Domanda
Mi sta dicendo che qualcuno con il tratto depressivo tenta di ammazzarsi per chiedere aiuto all’ambiente e magari gli va male e muore?
Risposta
Hai capito molto bene.
Domanda
Grazie. Stavolta quello che ha detto è stato veramente utile e chiaro.
Risposta
Meno male che stavolta mi è andata bene. Non aspettavo altro che questo apprezzamento da parte tua.
Domanda
Per questo sogno, quale canzone?
Risposta
Io insisto con la satira e l’ironia dei cabarettisti e scelgo un pezzo dell’eccelso autore, nonché dottore in medicina, Enzo Iannacci dal titolo “La vita l’è bela”, a conferma che l’esercizio del vivere comporta creatività, soprattutto per chi vive alla grande, non si risparmia le esperienze e non smarrisce il senso del limite. L’Io aiuta a vivere di gusto e a ridere a crepapelle: quando ci vuole, ci vuole. Inoltre, vi offro un itinerario per rievocare i prodotti lirici e musicali del buon Enzo, anzitempo dipartito: “el purtava i scarp del tennis” sul tema dell’emarginazione, “Mario” sul tema della vita alienante del proletariato, “Ho vistu un re” sul tema delle distinzioni sociali e sullo sfruttamento del lavoro proletario, “Messico e nuvole” sul tema delle unioni civili, “Vengo anch’io,…no, tu no!” sul tema dell’esclusione sociale e dell’isolamento, “Silvano” sul tema dell’unione omosessuale, “Armando” sul tema del sentimento della rivalità fraterna.
Buon ascolto e buona riflessione!

 

IL MIO BAMBINO DENTRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.
Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva. La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.
Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida. Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.
Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.
Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.
Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente. Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.
Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo. Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.
Poi mi svegliavo.”

Questo sogno porta la firma di Sabino.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

L’evoluzione psicofisica è un processo naturale apparentemente semplice e realmente complesso. Un uomo adulto si porta sempre dentro un bambino, il suo essere stato “bambino”, una creatura che deve costantemente curare, considerare e amalgamare con la realtà “in fieri” del suo presente, con le mille sfaccettature della sua quotidianità e con le tante novità agognate nel bene e nel male. L’ infanzia è la radice psichica della vita adulta: leggi a proposito il testo omonimo di Melanie Klein. I “fantasmi”, elaborati quando eravamo senza parola (“in-fante”) e con i sensi esaltati (“allucinazioni)”, si riversano massicciamente nell’età adulta, si rielaborano in maniera sofisticata e si evolvono in una “organizzazione psichica reattiva”, la sostanza o la struttura della varia fenomenologia umana, la base dei diversi modi di apparire a noi stessi e agli altri. Quella che chiamiamo con un termine antico e nobile “Psiche” (“Vivente animato”), può essere considerata il “precipitato” di una serie di “fantasmi”, più o meno organizzati e sempre in via di evoluzione, che esige nella progressione della vita cosiddetta adulta di essere razionalizzata per essere agita con il massimo equilibrio e con il massimo profitto possibili alle condizioni date. La “consapevolezza” è essenziale in questa operazione di crescita che termina con l’elettroencefalogramma piatto, con la morte del cervello per l’appunto. Conoscere i propri “fantasmi” equivale alla “coscienza di sé” e si traduce in un’azione utile: pragmatismo psichico. Ogni età ha la sua dose progressiva e giusta di “razionalizzazione”. L’eccesso è psicopatologico e porta alla caduta della creatività e nel peggiore dei casi alle formazioni deliranti. La necessità psicologica di dare alla funzione razionale “Io” la grande responsabilità di “sapere dei fantasmi” è anche in funzione di dare equilibrio alle spinte pulsionali dell’Es e alle spinte repressive del “Super-Io”, alle rappresentazioni dell’istinto e ai divieti della legge morale. L’Io è determinante nel corso della vita e la sua azione va sempre dosata giustamente senza il sacrificio delle pulsioni e dei limiti, senza che le prime tralignino nelle inibizioni e i secondi nelle repressioni. Questa è la tesi di fondo di quella Psicoanalisi dell’Io che il secondo Freud portò avanti ridimensionando le varie cospirazioni dell’Inconscio.
Ritornando al tema del “bambino dentro” e dei “fantasmi” primari, una giusta riflessione sulla vecchiaia considera un ritorno e una rimessa in atto delle linee psichiche caratteristiche della prima formazione: “da vecchi si ritorna bambini”, recita degnamente un antico adagio. Questo fenomeno regressivo non è basato soltanto sul sentimento d’invidia verso la gioventù degli altri o sulla legittima nostalgia di un passato che non può tornare e non può essere rivissuto, si attesta soprattutto sul ritorno all’uso delle modalità di pensiero del “processo primario”. La “Fantasia” ritorna al potere nella vita quotidiana con il preciso compito di lenire e frastornare l’angoscia di una morte avvertita sempre più vicina e sentita questa volta come la propria. Dopo avere assistito a tanti traumatici funerali, risolti con l’onnipotenza della sopravvivenza e con l’ingiustizia del sopravvissuto, ci si dispone all’impossibilità di assistere alla propria cerimonia funebre e funerea.
Questa “regressione” del vecchio all’infanzia comporta l’uso dei “meccanismi psichici di difesa” arcaici, quelli più pericolosi per l’età adulta ma non per il bambino. Essi sono il “ritiro primitivo” in base al quale si fugge dalla realtà sotto le frustate dell’angoscia di morte, il “diniego” in base al quale si rifiuta e si nega la realtà della morte perché carica d’angoscia, il “controllo onnipotente” in base al quale si esercita un potere a dismisura sulla morte entrando in conflitto con la realtà e i suoi principi, la “idealizzazione” e la “svalutazione” in base alle quali si esalta e si sublima al massimo la morte per poi incorrere in pesanti delusioni, la “proiezione” e “introiezione” e “identificazione proiettiva” in base alle quali si ha una notevole difficoltà nella dialettica interno-esterno e si vede nell’altro la propria angoscia di morte, la “scissione delle imago” o “splitting” in base alla quale si sdoppiano le parti del “fantasma di morte” in “buono” e “cattivo” per incapacità a concepire la fine della vita nella sua naturale interezza, la “dissociazione” o “scissione dell’Io” in base alla quale e sempre dietro le sferzate dell’angoscia di morte l’Io si sdoppia in due persone diverse.
Questi sono i meccanismi di difesa che usa il bambino e che spesso ritornano nella vecchiaia, soprattutto nelle demenze e nei vari morbi scoperti da Tizio, da Sempronio, da Caio e anche da Bortolo. Ripeto: in effetti, si tratta del ripristino di modalità psichiche di difesa, intrise di pensiero e di affettività, che vengono ripristinate secondo poderose “regressione” e “fissazione” proprio all’età infantile. Quindi, ai suddetti “meccanismi di difesa” dall’angoscia dobbiamo aggiungere il “processo di difesa” della “regressione” che consiste nel tornare indietro e nell’ancorarsi esclusivamente a “posizioni psichiche” già vissute e sperimentate, quella “orale” nel nostro caso. In tal modo la Psiche si restringe e perde l’integrazione e l’amalgama con le altre “posizioni psichiche” (“anale”, fallico-narcisistica”, “genitale”) pur continuando ad evolversi. La “fissazione” è proprio questo attestarsi alla roccaforte della prima infanzia per perdere la consapevolezza della morte imminente e sfuggire ai morsi dell’angoscia depressiva di perdita.
Mi sono dilungato su nozioni di clinica psicopatologica accennando ad alcune psicodinamiche delle più “strane” malattie della vecchiaia.
Adesso convergo sul sogno di Sabino, questa rivisitazione della prima infanzia non nel ricordo dei fatti occorsi, ma proprio nel ripristino di un atteggiamento verso la propria “parte bambina”. Sintetizzerei, celiando, il sogno di Sabino in questo modo: “perbacco sono cresciuto e non posso essere più bambino, ho perso i processi creativi e adesso mi tocca soltanto ragionare e non più fantasticare”. La perdita dell’infanzia e di quel corredo mentale e sensoriale, di tutto quello che si poteva fare e che adesso è socialmente interdetto, trova nel sogno di Sabino una notevole espressione e denuncia: il protagonista alla fine riesce ad amalgamare nell’adulto la sua “parte bambina”.
L’interpretazione ci dirà tanto di più.
Buona lettura!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.”

Sabino è in una fase di introspezione, di auto-rielaborazione, di riflessione, di autoanalisi, sta ripiegando e convergendo su se stesso, insomma Sabino sente in questo momento della sua vita il bisogno di guardarsi dentro, di guardare dentro “casa” sua. E in questa benefica operazione si imbatte in “un bambino”, scopre nella sua “casa” il suo essere stato bambino, una parte preziosa della sua infanzia, la parte primaria, quella dove si forma e si gioca soprattutto la qualità della vita affettiva. Nel suo presente psichico ritrova in atto alcuni vissuti e alcune modalità della sua infanzia e ha bisogno di riformularli per le emergenze della sua contingenza storica ed esistenziale. Non è il passato che ritorna magicamente pari pari nel “già vissuto”, ma sono alcune “modalità” del pensiero e del sentimento, che risalgono al passato e che si sono evolute nell’uomo adulto, a chiedere di essere ammesse alla consapevolezza e integrate meglio nella “coscienza di sé”. L’evoluzione comporta, infatti, che i vissuti del bambino si amalgamino e si trasmettano in maniera organizzata e compatta nella struttura psichica dell’uomo adulto. Questo processo è ottimale, ma non sempre avviene in maniera omogenea e distribuita. Spesso “parti psichiche” della nostra infanzia sono rimosse o espulse o estromesse o negate, insomma sono oggetto di difesa dall’angoscia da parte dei “meccanismi psichici” e non sempre questi ultimi sono prosperi. Il bambino era stato “affidato” a Sabino: meccanismo di difesa della “proiezione”. Non riuscendo in sogno a gestire l’angoscia di trovarsi davanti “parti” traumatiche e “vissuti” delicati della sua infanzia, Sabino istruisce la “proiezione” sul bambino di “parti psichiche” che lo riguardano. La “proiezione” può essere considerata una forma aggravata di “spostamento” o una forma salvifica di “traslazione”, ma è sempre un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia. Si presenta nella osservazione riflessiva di Sabino un trauma arcaico e precoce: “un neonato” disteso. L’essere “disteso” è simbolicamente ambiguo, perché da un lato indica una forma di rilassamento e dall’altro lato condensa una forma di astenia, una caduta delle forze prossima alla morte. Trattandosi della primissima infanzia viene chiamata in causa la “posizione psichica orale” con la “libido” corrispondente. Siamo in ambito squisitamente affettivo, in assenza di lingua e a tutto favore del linguaggio del corpo, bocca e stomaco in maniera privilegiata. La Psiche di Sabino “infante” e neonato funziona in maniera allucinatoria elaborando “fantasmi”, conoscenze primarie formate da forti sensazioni. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia è lo “splitting” o “scissione dell’imago” perché il bambino non concepisce l’oggetto intero e lo sdoppia: “seno buono” o madre che accudisce e “seno cattivo” o madre che abbandona. La sindrome psichica, patologica per gli adulti e non per i bambini, è la “paranoia” il sentirsi perseguitato dall’angoscia di abbandono e, di poi, la depressione per la perdita dell’oggetto d’amore. Gran parte di queste teorie sono ascritte alla grande Melanie Klein.
Dopo tanta spiegazione procedo con il sogno di Sabino al meglio possibile nelle condizioni date, come nella migliore formula e forma psicofisiche di benessere.

“Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva.”

La repentinità nella presentazione del trauma si associa alla “scissione dell’Io” di Sabino nella “voce narrante”. Il senso dell’udito è allucinato nell’ascolto del messaggio della “voce” efficace in campo e fuori campo. Sabino si scinde per alleviare l’angoscia destata dal bisogno intenso del suo bambino di essere amato e di non essere abbandonato. Il “biberon” è strumento del nutrimento e simbolo dell’affetto, ma è anche un simbolo fallico, il potere della madre di nutrire o di affamare, di dare la vita o la morte. Questo bambino ha subito qualcosa in riguardo alla sfera affettiva: questo psicodramma si rappresenta nella platea onirica. Questo bambino ha sofferto tanto e non lo può riconoscere in sogno, per cui si scinde e costruisce per difesa dall’angoscia la “voce narrante”, la sua componente storica, quella che è apparentemente più fredda e può consentire il prosieguo del sonno senza che scatti l’incubo. Una valida riflessione è necessaria per capire il funzionamento della Psiche. Anche i “meccanismi di difesa” più arcaici e pericolosi sono usati nel sonno, indistintamente dalla cosiddetta normalità e dalla cosiddetta psicopatologia. “Il sogno è uguale per tutti”. Così recita, nel suo campeggiare alto sopra lo scanno della Psiche, il primo principio onirico. Ritornando a Sabino, bisogna ridire che sta cercando la sua verità e non poteva essere diversamente. Il “biberon” come simbolo fallico rievoca il potere affettivo della madre, dal momento che non può condensare alcunché di “genitale”, sessuale per intenderci. “Così accadeva” contiene il senso dell’ineluttabilità degli eventi che il bambino era costretto a vivere e su cui strutturava un buon senso di costrizione e una precoce rigidità. “Amen” equivale a “così accadeva”. Il senso del sacro è dettato dalla stato infante di Sabino e dalla situazione psicofisica in cui si è messo dormendo e sognando.

“La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.”

Ecco svelato o confermato l’arcano!
Si tratta della sfera affettiva. Il “biberon” contiene l’amore deteriorato della madre: “un forte veleno”. Sabino sta rievocando in sogno la sua affettività e nello specifico la sua prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e alla sensazione di freddezza e di solitudine, “fantasma depressivo di perdita”. La “voce” è la “proiezione” di una “parte di sé”, quella che ha sofferto e che continua a dire che non si è sentito amato e che ha provato una grande angoscia nel viversi solo e abbandonato come nelle migliori favole degli anni cinquanta, quelle che traumatizzavano i bambini e che venivano contrabbandate come preziosa letteratura per l’infanzia. “Forte” attesta dell’intensità del “seno cattivo”, quello che non nutre e che uccide. Melania Klein aveva visto bene nelle sue osservazioni sull’infanzia infelice dentro l’ospedale in cui prestava la sua umana e attenta opera. La “voce”, ricordo, è psicologicamente pericolosa perché è un classico indizio paranoico: il “sento le voci” è legato alla “scissione dell’Io”. Questo è il “fantasma” di Sabino in riguardo alla “parte cattiva” della madre. “Disgraziatamente” si traduce “contro la grazia”, contro il senso dell’amore materno e della compassione paterna.

“Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida.”

Adesso il sogno di Sabino procede chiaro e spedito dal momento che entra in funzione l’Io con le sue consapevolezze. Dopo il “biberon” ritorna un altro simbolo fallico, il “favo di miele dalla consistenza morbida”. Non è un pene in quiescenza e ricco del nettare della vita, ma è il solito “fantasma orale” degli affetti mancati e della “parte negativa della madre” o “seno cattivo”, nonché il potere fallico della possibilità di morte per abbandono. Ma il bambino mangia e meno male. Questo dato è importante non soltanto per le gioie delle madri ansiose, ma soprattutto per il prosieguo del sogno. I “fantasmi” troveranno la loro composizione emotiva e razionale.

“Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.”

L’affettività di Sabino si è costruita in maniera contrastata e congloba l’angoscia dell’abbandono e la “paura” della solitudine nella normalità dei conflitti relazionali; questi sono i tratti psichici caratteristici del protagonista. La “paura” non deve mai far paura perché verte su un oggetto reale e comporta la consapevolezza. All’incontrario della “fobia” che verte su un oggetto traslato e di cui non si è consapevoli. La ”angoscia”, in conclusione, è uno stato psicofisico critico e comporta il dolore acuto di quel “qualcosa che non so” e che alla fine si riduce nell’imminenza della morte per espiazione del senso di colpa. Sabino, al di là di queste brevi linee teoriche, può continuare a sognare e a dormire perché il suo conflitto affettivo si sta risolvendo nel migliore modo possibile alle condizioni date. Questa è la funzione taumaturgica che la Psiche deve sempre esercitare molto bene e non soltanto in sogno. La “sofferenza” equivale a un portarsi dentro molte emozioni, tante paure e poca consapevolezza. La “sofferenza” è un viaggio con tante valigie piene di vestiti stropicciati e messi dentro alla rinfusa.

“Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.”

Che bella notizia!
Sabino è adesso consapevole che l’Evoluzione deve fare la sua parte e come nella Chimica, “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”. Anche la Psiche sa, “mi era chiaro” che la crescita comporta il superamento e non la perdita dei tratti caratteristici acquisiti nei vissuti delle “posizioni psichiche” precedenti e che alla “posizione orale”, affettività, consegue l’esperienza dell’aggressività, “posizione anale”, l’esperienza dell’amor proprio esagerato, “posizione fallico-narcisistica”, e l’esperienza della sessualità condivisa, “posizione genitale”. I privilegi e i doveri, le gioie e i dolori, insomma i vissuti del passato si conservano nell’evoluzione del crescere e dell’imparare a camminare con le proprie gambe e senza dipendenze inopportune. Evolvere i fantasmi dell’infanzia non si risolve nel morire, ma rientra nella normalità assoluta del divenire delle umane cose. Il grande Eraclito diceva “panta rei”, tutto scorre e non si può scendere due volte nelle acque dello stesso fiume”: rudimento metaforico dell’Evoluzione. Passiamo al sogno. Trionfa la consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro”. Sabino sa che doveva crescere e che è cresciuto. “Sarebbe morto”? Sabino si sbaglia perché il “bambino” non muore, il bambino non deve morire, il bambino trascorre e si coniuga con l’adulto. Sabino comincia a sapere che il suo essere stato e il suo essere “bambino” possono essere isolati o addirittura negati, per cui è giusto che si spaventi della perdita depressiva di una “parte” fondamentale di sé. Il dispiacere e lo spavento contengono un’ambivalenza sentimentale, un conflitto tra desiderio e allucinazione, un giusto dolore che normalmente si accompagna alle imprese importanti della vita e soprattutto quando non tutto quello che volevamo ha visto la luce: il dolore per il “non nato di sé”.

“Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.”

Traduco: ogni evoluzione ha il suo prezzo da pagare perché è un passaggio che porta alla maturazione. Sabino ha il consapevole dolore della crescita e cerca la giusta consolazione a ciò che si perde e a ciò che si acquista, la consolazione della bontà dell’evoluzione. Sabino ragiona con se stesso ed esercita la giusta ironia accettando il tempo che passa con i suoi acquisti e senza alcuna perdita.
Bravo Sabino!
L’escalation della consapevolezza, del pianto, del sorriso, della calma e dell’allegria sono un tutt’uno originale tra mediazione e integrazione.

“Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente.”

Come si diceva in precedenza e come si voleva dimostrare, si cresce e ci si evolve. La consapevolezza di questa intensità porta Sabino a riprendersi dopo la “regressione” sul suo “bambino dentro”, una dimensione psichica che pensava di aver perso e che in effetti ha conservato. Il suo timore si incentrava sulla difficoltà contingente di integrarlo nella vita e nella vitalità in atto. Fotogramma dopo fotogramma il bambino è ridiventato adulto, Sabino piccolo è diventato grande. Tanta paura per nulla.

“Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.”

Qualche confusione è legittima e intercorre in questo viaggio onirico di andata e ritorno. Subentra il “sentimento della rivalità fraterna” e la sorellina che è stata motivo di riflessione e di turbamento affettivo. Qualche tentennamento intercorre a dimostrare che la sorella è importante nel bene e nel male. Se questa spiegazione non soddisfa, “la ragazzina con capelli corti e ricci” può rappresentare la “parte femminile” di Sabino, quella che non ha perso e ha conservato anche dopo l’identificazione nel padre. La seconda interpretazione è più profonda, ma la prima è verosimile.

“Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo.”

Sabino si riconcilia con la sua sorellina o con la sua “parte femminile” possibilmente rimossa per difesa durante il travagliato periodo dell’identificazione al maschile e dopo aver risolto la conflittualità con il padre. L’atto di “prendere le mani” ha una sacra accoglienza e una religiosa ricomposizione, nonché un doveroso ripristino dell’equilibrio psicofisico. Ormai Sabino usa a piene mani gli schemi razionali dell’Io e ha una spiegazione per ogni dubbio di prima. La paura e il dolore hanno lasciato il posto all’accomodamento della funzione vigilante “Io”. Sabino ha ricomposto “il suo bambino dentro” nel migliore dei modi: massima diligenza e coscienza.

“Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”

E vissero tutti felici e contenti. Sabino si è riconciliato con il suo bambino e dice a se stesso che l’infanzia è passata e che non torna, ma sa che si porta dentro il suo “bambino”. Tutto questo è il prezzo dell’Evoluzione. Questo è il senso “dell’addio”. Sabino ha svolto il sogno della consapevolezza progressiva della sua formazione infantile, “il suo bambino dentro”, ed è riuscito a reintegrarlo dopo aver viaggiato nel dubbio e nel dolore di una possibile perdita o di un contingente smarrimento. La riesumazione del “fantasma della madre” è dovuta all’età in cui si è collocato in sogno.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabino svolge la psicodinamica depressiva dell’angoscia legata alla perdita della dimensione psichica dell’infanzia: “il bambino dentro”. Coinvolge la “posizione orale” con i carichi affettivi annessi e con il coinvolgimento della figura materna. Rievoca il “processo primario”: la creatività e la Fantasia. Mostra una “regressione” con “fissazione” alla prima infanzia e un’angoscia di perdita per contingente mancata integrazione delle “parti psichiche” a essa collegate. Nella parte finale avviene la ricomposizione della “organizzazione psichica” con il recupero adeguato. Trattasi di una psicodinamica diffusa e ricorrente non soltanto nella prima giovinezza, ma in tutti quei momenti della vita in cui ci si sente costretti a ragionare e a fare gli adulti.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabino contiene i seguenti simboli: “casa”, “bambino”, “voce”, “biberon”, “veleno”, “favo”, “sarebbe morto”, “piangere”, “ragazzina”, “capelli ricci e corti”, “addio”, “mani”. La ricchezza dei simboli rende il sogno narrativo e denso di significati latenti.
I fantasmi presenti sono quelli di “morte”, di “perdita” e della “madre”: “forte veleno” e “favo di miele”.
L’archetipo richiamato nel sogno di Sabino è quello della “Morte”.
Le istanze psichiche presenti sono l’Io, l’Es e il Super-Io. La seconda parte del sogno di Sabino è improntata all’azione di consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro” e “vedendo” e “le dicevo”. Le pulsioni dell’Es sono rappresentate in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e “Ad un tratto sentivo come una voce narrante” e “dentro c’era un forte veleno. Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon,”. L’azione limitante e morale del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Sabino vede il dominio della “posizione psichica orale” e della “libido” corrispondente e nello specifico in “neonato” e in “biberon e in “favo di miele”.
I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia presenti nel sogno di Sabino sono la “condensazione” in “bambino” e “biberon” e “veleno”, lo “spostamento” in “voce”, la “proiezione” in “davanti a un bambino”, la “scissione dell’Io” in “voce narrante”. La “scissione delle imago o splitting” si desume in “veleno”.
I processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” sono attivi in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e in “Era quasi un neonato” e nel prosieguo del sogno.
Chiaro segno del processo psichico di difesa della “sublimazione” si trova in “Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”
Il sogno di Sabino presenta un forte tratto “affettivo” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. Nel reintegrare il “bambino dentro” nella struttura in atto si rileva un privilegio elettivo verso la sfera degli affetti.
Le figure retoriche elaborate dal sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “bambino” e in “biberon”, la metonimia” o relazione logica in “voce” e in “veleno”. Pur essendo ricco di simboli, il sogno di Sabino si snoda come un racconto.
La “diagnosi” dice di una crisi contingente riguardante la sfera affettiva, di un eccesso di razionalità nell’interpretazione della realtà e nello svolgimento della vita quotidiana, per cui viene operata una “regressione” con “fissazione” alla “posizione psichica orale” per esprimere i bisogni affettivi e l’esigenza di usare la fantasia e la creatività dei “processi primari. Di poi, assolto consapevolmente il quadro, Sabino procede alla reintegrazione della “oralità” nella “organizzazione psichica reattiva” attraverso il ripristino di una buona vigilanza logica dell’Io.
La “prognosi” impone a Sabino di tenere sotto controllo l’esercizio degli investimenti affettivi e creativi al fine di evitare nostalgie e ritorni regressivi di traumi e di carenze in riguardo alla “oralità”. Deve impegnarsi a tenere compatta la struttura psichica nella sua evoluzione.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “regressione” e a un ritorno di bisogni affettivi del passato in un quadro di disarmonia: isolare il “bambino dentro” e non integrarlo nell’adulto. La creatività ha il suo prezzo e i suoi rischi.
Il “grado di purezza onirica” è buono. Sabino ha raccontato il suo sogno con l’ausilio di qualche pezza logica giustificativa, ma prevalentemente la narrazione ha seguito gli eventi del sogno.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabino riguarda una crisi dell’affettività o una riflessione sulla vita sentimentale.
La “qualità onirica” è narrativa.
Il sogno di Sabino ha richiesto una certa dose di veglia, per cui è stato elaborato nella seconda o terza fase REM alla luce della sua discorsività.
Il “fattore allucinatorio” vede in esercizio attivo il senso della “vista” in “Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon” ed esalta il senso “udito” in “Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire” e in “La voce continuava dicendo che”. Una coalizione dei sensi si esprime in “Provavo paura per quello che avevo udito,” e in “Vedendo che cominciava a piangere” e in “Le prendevo le mani e le dicevo” e in “Ci dicevamo che”. La massiccia presenza del senso dell’udito rafforza la qualità narrativa del sogno.
Il “grado di attendibilità e di fallacia” è “media” perché il sogno di Sabino contiene nella sua ricchezza evocativa qualche interferenza nei vissuti che comporta una complicazione interpretativa.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente l’interpretazione del sogno di Sabino.

Domanda
Ma qual’è in termini più chiari e popolani il problema di Sabino?
Risposta
Sabino ha una vita intensa ed è costretto a ragionare in tutto quello che fa. Sente il bisogno di disimpegnarsi dalla Logica, di affidarsi alla Fantasia e agli affetti e trova difficoltà ad appagare questa sua esigenza e a risolvere questa sua emergenza. Questa può essere la situazione esistenziale e psicologica del protagonista del sogno.
Domanda
La madre cosa c’entra?
Risposta
La vita affettiva è simbolicamente ascritta a quella figura che nutre e che accudisce il bambino dopo la nascita: si definisce “madre” per l’appunto. Qualsiasi conflitto nell’affidamento e nel lasciarsi andare richiama la figura primaria che ha educato e condizionato il bambino.
Domanda
E la madre di Sabino che responsabilità ha in questa crisi del figlio?
Risposta
La madre ha fatto del suo meglio e ha messo il figlio nelle condizioni ottimali, ma non ha potuto impedire al figlio di elaborare i suoi “fantasmi” in riguardo al modo di pensare, di viverla e di sentirsi amato: splitting, fantasmi e affettività.
Domanda
La madre può anche essere un uomo?
Risposta
Certamente. Per il bambino nei primi mesi di vita la madre non ha sesso. E’ una persona in carne e ossa e un simbolo. La madre contiene le mille pulsioni e le mille emozioni che il bambino vive. Non pensa, di certo, che la mamma è colei che mi ha generato.
Domanda
La vecchiaia è una regressione?
Risposta
La vecchiaia è sempre un’evoluzione psicofisica, a livello psicopatologico comporta la “regressione” e la fissazione” all’infanzia e a quelle modalità di pensiero e di affetto, nonché l’emergere dei conflitti latenti che i “meccanismi di difesa” hanno contenuto finché hanno potuto. Nel “Cato maior de senectute” di Marco Tullio Cicerone è già presente una psicoterapia dell’angoscia senile di morte.
Domanda
Qual’è la malattia psicologica del vecchio?
Risposta
La fuga dalla morte e per questo scopo cade a fagiolo la fuga dalla realtà: la follia.
Domanda
Cosa dovrebbe fare per evitare la demenza?
Risposta
Razionalizzare sempre la condizione psicofisica in cui si trova, amare la sua evoluzione o “amor fati”, sapere quali “meccanismi di difesa” sta usando in questo momento della sua vita, non smettere di fare “investimenti di libido”.
Domanda
E’ vero che il vecchio cerca la madre prima di morire?
Risposta
Verissimo! I vecchi si ricollegano a chi li ha generati per consolazione infantile e non perché la morte è mitologicamente femmina. La “regressione al grembo materno” è una modalità psichica di prepararsi a morire dolcemente.
Domanda
Non ho nulla da chiedere.
Risposta
Vuol dire che sono stato chiaro anche nel ripetermi.

In conclusione scelgo l’ironia di Marcello Marchesi nella canzoncina “Che bella età”, una sintesi goliardica dell’Evoluzione. Oggi avremmo tanto bisogno di mille Marcelli Marchesi per vivere meglio e avere pubblici divertimenti di buona intelligenza, ma all’orizzonte non se ne vedono. I comici si sono dati alla politica e i giornalisti fanno tanto spettacolo nel riso e nel pianto. La “satira” è un piatto ricolmo non di primizie, ma di tante frittate avariate. Non resta che esercitare una buona dose di spirito critico per mantenere la salute mentale.

 

L’ASSO…DI PICCHE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato che la casa della nonna paterna era stata messa in vendita, pur essendo lei ancora in vita.
Una coppia di anziani, dopo aver visto altre case, decide di comprare proprio quella.
Durante la visita della casa io mi trovavo in cucina a giocare con le carte in compagnia di un’altra persona che non ricordo.
Avevo lo stato d’animo a terra perché mi dispiaceva che comprassero la casa.
Dopo qualche giorno incontro la coppia e la moglie, molto dispiaciuta, mi dice che, durante la visita a casa della nonna, il marito aveva preso dei soldi nostri e intendeva ridarmeli.
Ma invece di cinquanta euro, mi da venti euro con davanti alla banconota una carta che rappresentava asso di picche.”

Questo è il sogno di Lucia.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Lucia rende conto di come riusciamo nel sonno a camuffare i conflitti sedimentati nel tempo a livello psichico profondo e le mille paturnie d’inferiorità e d’inadeguatezza.
Nello specifico il sogno di Lucia tratta della “posizione psichica edipica”, del suo conflitto con i genitori maturato nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza e ancora possibilmente in atto e in forma adulta: dipendenza affettiva e bisogni di protezione.
Il sogno si basa sulla simbologia della “casa”, del “denaro” e delle “carte da gioco” e mette insieme una psicodinamica di sofferenza blanda e diffusa.
“L’asso di picche” fa da protagonista essendo la chiave interpretativa portante con la sua specifica e ambigua simbologia: essere un asso, ma di picche e non di denari, non di coppe, non di spade, non di mazze, non di cuori, non di quadri, non di fiori. I “denari” e i “quadri” rappresentano il potere di investimento della “libido”, le “coppe” condensano la recettività psicofisica femminile, le “spade” e le “mazze” sono simboli decisamente fallici e maschili, i “cuori” contengono l’investimento affettivo ardito, i “fiori” hanno un significato funereo.
Cosa significherà l’asso di picche?
Lo scopriremo cammin facendo.
Per fortuna Lucia non conosce il linguaggio dei simboli e tanto meno la loro interazione, pur tuttavia ha intuito che il sogno poteva evocare “qualcosa di brutto”, come scrive nella sua lettera.
In effetti, i sogni trattano di noi e non di altri o di altro. Lucia rielabora una parte consistente della sua evoluzione psichica e, nello specifico, la naturale psicodinamica conflittuale con il padre e la madre, la sua “posizione psichica edipica”.
La prima parte del sogno evidenzia con sofferenza la modalità di relazione con i genitori, la seconda parte presenta una presa di coscienza foriera per Lucia di buon auspicio per l’autonomia psichica e la rivalutazione, a testimonianza che il sogno dice e propone, è diagnosi, prognosi e terapia dopo aver fatto presente il rischio psicopatologico.
La decodificazione dirà tutto in maniera allargata, tecnica ma chiara.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato che la casa della nonna paterna era stata messa in vendita, pur essendo ancora in vita.”

Il sogno di Lucia chiama subito in causa i simboli della “casa”, di una figura femminile materna, “la nonna”, e del padre: la classica triangolazione edipica. Sin dall’esordio il sogno di Lucia presenta una calda sensibilità verso la conflittualità con i genitori a causa di una “posizione psichica edipica” parzialmente risolta.
Analizziamo i simboli.
La “casa” rappresenta la struttura psichica, la “organizzazione reattiva”, il cosiddetto vecchio carattere, la cosiddetta obsoleta personalità, la formazione psicologica, il come abbiamo accomodato e composto i nostri vissuti in “fantasmi”, la qualità delle nostre esperienze, nonché la modalità e la quantità d’uso dei meccanismi di difesa dall’angoscia.
Lucia aliena, vende in vita questa sua “casa”, identificata e “traslata” in quella della “nonna”, perché sente che non ci sta bene, non è padrona delle sue cose in casa sua, accusa delle frustrazioni insolute che le maturano aggressività che poi non riesce a scaricare. Lucia accusa una crisi da sovraccarico e disordine e abbisogna di prendere coscienza di “parti psichiche di sé” non andate a buon fine. Oltretutto, Lucia sente di essere “ancora in vita”, di avere “libido” da investire, energie da spendere, vitalità da vivere.

“Una coppia di anziani, dopo aver visto altre case, decide di comprare proprio quella.”

Traduco dal linguaggio dei simboli: Lucia pensa che i suoi genitori, nonostante abbiano altri figli, “altre case”, hanno scelto proprio lei, “proprio quella”, per essere amati e accuditi. In effetti, si tratta dei bisogni psichici di Lucia, al di là degli accadimenti reali e delle intenzioni dei genitori.
La frustrazione è completa e necessaria. Lucia non si accontenta di stornare i suoi beni psicologici, ma si accanisce a farsi perseguitare proprio da quella “coppia di anziani” che sono i suoi genitori e da cui lei si vuole staccare al fine di rendersi autonoma a tutti i livelli. Ma Lucia li vive in maniera oppressiva, per cui si crea notevoli frustrazioni che maturano aggressività. Non sono i genitori che si accaniscono con la figlia, ma è la figlia che non riesce a rendersi libera da loro. L’aggressività è destinata a ristagnare e a somatizzarsi, a ritorcersi contro se stessa convertendosi in sintomo. “Comprare” equivale simbolicamente a una deliberazione e a una scelta di assimilare l’altrui, di far proprio l’oggetto esterno, di una forma blanda di prevaricazione, di un uso senza abuso. Lucia, “proprio quella”, ha questi bisogni affettivi e protettivi e li trasla sui genitori.

“Durante la visita della casa io mi trovavo in cucina a giocare con le carte in compagnia di un’altra persona che non ricordo.”

Lucia sta riattraversando in sogno la sua relazione con i genitori, “durante la visita della casa”, e rievoca un episodio affettivo e seduttivo vissuto nella relazione con i suoi familiari, “mi trovavo in cucina a giocare”, e possibilmente avvenuto nella prima infanzia. Il “non ricordo” la persona con cui giovava “con le carte” è una “rimozione” difensiva che dispone per una figura significativa e importante, possibilmente uno dei genitori e possibilmente il padre, l’oggetto privilegiato del suo conflitto edipico.

“Avevo lo stato d’animo a terra perché mi dispiaceva che comprassero la casa.”

Si manifesta chiaramente la frustrazione, “stato d’animo a terra”, legata al dolore della mancata autonomia psichica, “mi dispiaceva che comprassero la casa”. La frustrazione, del resto, crea aggressività, ma questa reazione non si esterna di fronte all’invadenza dei genitori, meglio allo spazio lasciato da lei ai familiari di manipolarla e di condizionare le scelte psichiche ed esistenziali future. Il sogno evidenzia un rapporto difficile con i genitori per quella dipendenza che loro possibilmente hanno prodotto e che lei non ha saputo risolvere e commutare in “riconoscimento del padre e della madre”, la corretta e salutare risoluzione della “posizione edipica”.

“Dopo qualche giorno incontro la coppia e la moglie, molto dispiaciuta, mi dice che, durante la visita a casa della nonna, il marito aveva preso dei soldi nostri e intendeva ridarmeli.”

I “soldi” sono simboli di potere e, nello specifico, di “investimenti di libido”. Hanno una valenza “fallica” perché sessualmente consentono valore e potere, sicurezza ed estroversione. Nel rivisitare i genitori o meglio la sua “posizione edipica”, Lucia manifesta solidarietà verso la madre e avversione verso il padre, reo di averla mantenuta in minorità e di non averla aiutata a crescere sessualmente come donna: il marito aveva preso dei soldi nostri”. Lucia si era identificata nella madre, ma il padre non l’aveva aiutata a superare il conflitto edipico trattenendola nelle paludi infide di una relazione di dipendenza e di blocco del desiderio.
Lucia si è traslata nella “nonna” per continuare a dormire e a sognare.
Lucia si ravvede e prende coscienza della sua contorta relazione con i genitori e vuole recuperare e riappropriarsi dell’alienato: “il marito aveva preso dei soldi nostri e intendeva ridarmeli.”.
Questo rigurgito è positivo e lascia ben sperare per future e congrue evoluzioni.

“Ma invece di cinquanta euro, mi da venti euro con davanti alla banconota una carta che rappresentava asso di picche.”

Il furto si evolve nella frode, sempre da parte del padre o, meglio, Lucia non sa che farsene del potere seduttivo di donna: troppo impegnativo da incarnare e da gestire. La riduzione da “cinquanta a venti euro” è volontaria, ma in sogno è attribuita in maniera difensiva al padre.
Il cardine esplicativo del sogno di Lucia è, come dicevo nelle Considerazioni, la “carta che rappresentava asso di picche” con il suo significare la convinzione di Lucia di aver desiderato di essere leader, ma di poco valore: troppo impegnativa l’autonomia psichica da vivere e da esercitare nella quotidianità.
“L’asso di picche” rappresenta la vanificazione di una gratificante realizzazione personale, la delusione legata all’immagine di sé: Lucia si era immaginata in maniera diversa da quella che ha realizzato.
Lucia non ha saputo dare realtà e corso ai suoi progetti esistenziali e ai suoi desideri affermativi, non ha risposto in maniera adeguata alle esigenze evolutive perché è rimasta impaniata nella “posizione psichica edipica” e, in particolare, ha attribuito al padre la sua mancata autonomia.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lucia sviluppa la psicodinamica della “posizione edipica”, i vissuti e i “fantasmi” legati al rapporto conflittuale con i genitori e alla contrastata realizzazione personale. Lucia esibisce un complesso d’inadeguatezza direttamente proporzionale alla mancata autonomia psichica. Il sogno mostra i tratti del “soggetto di minor diritto” o del “figlio di un dio minore”, pur tuttavia, contiene i segni di una ripresa psichica in grazie a una progressiva presa di coscienza.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Lucia presenta le istanze psichiche “Es”, “Io” e “Super-Io”.
L’istanza pulsionale emotiva “Es” si vede chiaramente in “Ma invece di cinquanta euro, mi da venti euro con davanti alla banconota una carta che rappresentava asso di picche.” e in “a casa della nonna paterna era stata messa in vendita, pur essendo ancora in vita.”
L’istanza vigilante e razionale “Io” è presente in “Avevo lo stato d’animo a terra perché mi dispiaceva che comprassero la casa.”
L’istanza psichica censoria e morale “Super-Io” si evidenzia in “invece di cinquanta euro, mi da venti euro”.
Il sogno di Lucia svolge una parte consistente della “posizione edipica”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Lucia si serve per quanto riguarda la formazione e la compilazione dei seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “traslazione” in “la casa della nonna paterna” e in “proprio quella” e in “comprare”, la “rimozione” in “un’altra persona che non ricordo”, la “condensazione” in “casa” e in “coppia anziani” e in “visita della casa” e in altro, lo “spostamento” in “asso di picche” e in “comprare casa” e in “soldi”, la “figurabilità” in “Ma invece di cinquanta euro, mi da venti euro con davanti alla banconota una carta che rappresentava asso di picche.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è presente in
“io mi trovavo in cucina a giocare con le carte in compagnia di un’altra persona che non ricordo.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è presente in “giocare con le carte”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Lucia evidenzia un tratto nettamente “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” decisamente “genitale”: conflitto con i genitori e investimenti maturi di “libido” con sacrificio dell’amor proprio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Lucia sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e “vendita”, la “metonimia” o relazione concettuale in “comprare” e in “soldi” e in “asso di picche”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “posizione edipica” parzialmente risolta che si riverbera in una contrastata autonomia psichica e in una serie di sensazioni d’inadeguatezza con riduzione degli investimenti della “libido”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Lucia di completare la sua relazione con i genitori con il “riconoscimento” del padre e della madre senza dipendenze varie e variopinte e al fine di raggiungere la libertà di pensare e di agire.
Il riattraversamento consentirà la riformulazione dei vissuti in loro riguardo e l’emergere dell’emozione della “pietas”, la sacralità delle loro figure. La presa di coscienza favorirà, inoltre, una duttilità psichica e un vissuto globale meno severo con una progressiva risoluzione della parte conflittuale del legame.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi cosiddetta “edipica”: isterica, fobico ossessiva, d’angoscia o depressiva. Nel persistere di uno stato conflittuale rientra anche la caduta della qualità della vita e le varie difficoltà nelle relazioni significative e non.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lucia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Lucia si attesta in un incontro o in un ricordo o in una riflessione sullo stato psichico in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Lucia è depressiva in quanto esprime in maniera ricorrente temi riguardanti la perdita.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Lucia e chi legge si chiederanno come si risolve in maniera corretta e proficua la “posizione edipica”, l’universale conflitto con i genitori, una tappa evolutiva fondamentale per l’autonomia psichica.
Propongo una sintesi teorica chiarificatrice e un brano tratto da “Io e mia madre”, libro pubblicato dalla casa editrice “Segmenti”, sulla psicodinamica edipica.
La triade teorica e operativa è la seguente:

Ho onorato il Padre e la Madre e sono rimasto schiavo.
Ho ucciso il Padre e la Madre e sono rimasto solo.
Ho riconosciuto il Padre e la Madre e sono rimasto libero.

UCCIDI LA MADRE

Sul lavoro sono nervosa, mi sento provvisoria e costretta a vivere con persone insignificanti; tu cerchi le affinità elettive e trovi sempre incastri incompatibili.
La convivenza mi è impossibile.
Detesto mia madre e le operaie del maglificio, donne stupide di tanto e felici di poco.
Io ho altri scopi nella vita ed è frustrante perdere il mio tempo in questa fabbrica di maglioni colorati, che, ricattata delle multinazionali, stenta da sempre a decollare.
Le crisi di panico bloccano ogni mia iniziativa e ogni mio progetto, vanificano le energie residue.
Da bambina ho sognato di dilatare all’infinito le mie conoscenze e di trasmetterle agli altri bambini, da adulta mi ritrovo rinchiusa per otto ore al giorno in un ambiente angusto e braccata da tanta mediocrità; ho paura di assorbirla e di rassegnarmi a vivere con la mentalità della donna in carriera, una massa di carne più o meno organizzata e piena di frigidità.
Il mio corpo è appena uscito dall’indistinto e la mia mente è appena rinata dal caos.
Mi atterrisce il pensiero che fra dieci anni posso ancora trovarmi in questi uffici, con questi telefoni, in mezzo a queste poltrone da manager, tra bolle di accompagnamento e relative fatture, circondata da rozzi camionisti che ti chiedono dov’è andato a finire il tuo seno o a chi affitti la vagina ogni notte per una pipa di tabacco.
L’odore acre dei tessuti mi dà la nausea e il rumore continuo dei telai mi irrita la pelle.
Non sono stanca, ma semplicemente insoddisfatta perché alla fine della giornata non raccolgo niente di costruttivo per me e per il mio futuro prossimo.
Il sistema economico brucia risorse e aspirazioni umane per produrre beni di consumo e frustrazioni; i processi evolutivi sono sempre in perdita e la civiltà resta ancora l’opinione occulta di pochi eletti.
Se fossi almeno libera dalle crisi fobiche e dalle limitazioni dei miei genitori, fuggirei lontano, tanto lontano, in un mondo ancora primitivo dove il pallino imprenditoriale di mia madre e l’inettitudine di mio padre non avrebbero alcuna possibilità di esistere.
Andrei via soprattutto da lei perché mi fa sentire dipendente e mantenuta.
Studiare e istruirsi sono ritenuti dalla filosofia familiare capricci infantili; l’unico motivo che rende la vita degna di essere vissuta è il lavoro, soltanto e sempre il lavoro.
Altro che bighellonare goliardicamente all’università tra le calli e i campielli di Venezia !
In questa fanatica concezione della dignità del lavoro i miei genitori sono in perfetto accordo con lo spirito religioso dei calvinisti e senza alcuna sacra coscienza adorano il dio quattrino, un culto così diffuso nella cultura occidentale e così prospero nel nostro orgoglioso nord-est; dell’ozio e delle attività sorelle non esiste alcuna traccia nelle loro aride menti e nei loro insensibili cuori.
Poveri genitori, mi fanno tanta tenerezza e a volte anche tanta pena.
Del resto, attualmente non mi sentirei tranquilla in un salone con trecento persone per assistere a una lezione sul Canzoniere del Petrarca e non saprei gustare, come merita, la nona satira di Orazio.
Se cerco l’appoggio dei miei genitori, mi ritrovo inevitabilmente sola; delle loro attenzioni e delle loro premure non avverto neppure l’eco.
Per converso i loro squallidi pregiudizi mi inducono feroci sensi di colpa, che poi naturalmente pago con le crisi di panico e con le scariche isteriche.
Nell’assumere nuovamente il ruolo di studentessa pesano la dipendenza economica e la paura di quelle ulteriori delusioni che confermerebbero le stolte convinzioni dei miei genitori.
Mia madre si lamenta sempre di lavorare tanto, di non trovare un adeguato sostegno in me e si dimostra molto subdola nel cavalcare il tema della figlia ingrata.
Forse io non sono da meno, ma lei è madre e io sono figlia.
Come potrei concentrarmi nello studio se si lamenta in ogni occasione di essere molto stanca e mi chiede continuamente di aiutarla nel suo lavoro ?
Io non resisto alla tirannia dei miei sensi di colpa, per cui come una puttana sono sempre disponibile sul marciapiede.
Ho pensato di andare a vivere da sola, ma il progetto è stato immediatamente archiviato dal momento che, se studio, non posso lavorare e di conseguenza non posso mantenere la mia sopravvivenza e la mia libertà.
A tale fugace pensiero e sotto le sferzate logiche dell’inevitabile dipendenza da mia madre durante la notte si è ripresentata una crisi d’asma con panico incorporato e con tutti quegli accessori che non si possono definire salutari optional.
Sono ben sistemata con annessi e connessi; in effetti non mi manca quasi niente per avere il passaporto della felicità, ma il guaio peggiore è che non vedo una misera via di uscita da tanta disgrazia.
Mi dico con tono sicuro che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi ridico con tono deciso che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita.
Alla fine riesco a convincermi e a trovare pace sul fatto che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi solleva la riflessione che con i miei fallimenti non posso chiedere alcuna prova d’appello ai miei genitori, per cui mi conviene essere dipendente al massimo e non creare alcun conflitto con le loro poche idee e con i miei tanti bisogni.
Io sono un fallimento e mi trascino una serie di sconfitte come il lungo e bianco strascico di una sposa illibata.
Non mi resta che lavorare senza salario per restituire ai miei genitori il denaro che hanno investito su di me e posso di tanto in tanto anche ammalarmi secondo le varie ed eventuali emergenze psicologiche.
Pur tuttavia, mi sento in debito all’infinito nei loro confronti e mi sento colpevole di un qualcosa di indefinito nei confronti di tutti.
Mia madre, oltretutto, ha modificato il suo atteggiamento e, incredibile a dirsi, in questo periodo é tanto premurosa e gentile verso di me.
Capisco che questa è la sottile trappola che la perfida matrigna di Biancaneve tendeva alla figliastra debole e insicura.
In compenso la dolce signora riversa tutta la sua aggressività sul marito e le liti giornaliere sono cresciute di numero e di intensità.
Immancabilmente scarica merda su quel pover’uomo come le fogne di Venezia nella putrida laguna.
Anche di questo misfatto mi sento in colpa e non so se essere solidale con lei o preoccupata per lui, quel padre così anonimo e così mio.
Rasserenandomi da sola e senza il micidiale “serenase”, spero e nello stesso tempo temo di riprendere il filo della mia vita dopo una brutale intossicazione di farmaci e dopo tanti anni di parcheggio esistenziale.
Vorrei fare qualcosa, ma ho paura di fallire ancora.
Non ho alcuna fiducia in me stessa e nelle mie costanti incompiute.
Ho vissuto per cinque anni soltanto esperienze tutte da rimuovere nel buco nero di un ipotetico inconscio.
Vorrei tentare qualcosa di creativo, un investimento tutto mio nel settore della pubblicità, della moda, della pittura, della fotografia, del giornalismo, della letteratura.
Vorrei essere me stessa.
Vorrei, vorrei, ma chi sono io ?
Niente da fare.
E’ peggio che andar di notte, come la befana, con le scarpe tutte rotte.
Nel lavoro attuale non c’è niente di poetico; io so di essere artistoide e di usare malamente e contro me stessa la mia sensibilità e le mie risorse estetiche.
Del resto, vivendo nella campagna trevigiana, sono lontana dai grandi circuiti della creatività e sono costretta a sognare in grande perché mi sento braccata in uno spazio angusto.
Il destino infame mi ha fatto nascere e crescere in una certa famiglia e in un certo posto; io non posso cambiare alcunché del mio passato e non riesco a cambiare alcunché del mio presente.
Questa visione araba della vita non mi appartiene, ma per il momento mi serve e me la tengo cara tra le cosce.
In famiglia e in paese la mentalità è ristretta: lavoro, denaro, villa, volvo, mercedes, merlot, poenta e osei, cabernet, poenta e brasoe, raboso, poenta e costesine, risi e bisi, cicchetti e spriz, prosecco e speo.
E di tutto il resto ?
Nient’altro o quasi niente.
In questa situazione mi sento una scolaretta delle scuole elementari, una figlia dipendente dalla madre, una bambina diversa dalle sue coetanee.
Se riuscissi almeno a staccarmi da questo esasperato individualismo, a demolire i muri di questo spietato narcisismo, se mi sentissi almeno una minima parte del gruppo, sono sicura che darei il cento per cento di me stessa, ma purtroppo l’impresa è impossibile perché in famiglia non mi sono mai sentita così.
Io sono un’esclusa, continuo dal posto sbagliato a guardare inebetita il mondo e tutti quelli che lo abitano attraverso un vetro, il vetro del mio salotto, e non riesco a far parte di un qualcosa di intero, di un qualcosa di organico.
Come una bambina ingenua e capricciosa resto sempre una scheggia impazzita e non concepisco altra forza e altra rottura al di là della malattia e del suicidio.
Mi convinco sempre più della necessità di distruggere dentro di me la figura materna per non restare bambina.
E il padre ?
Il padre si è sistemato da solo o almeno così mi sembra.
Che in tutto questo ci sia ancora lo zampino di mia madre ?
Non importa.
Il padre per il momento é sistemato.
E’ meglio procedere.