IL “FANTASMA DI CASTRAZIONE” AL FEMMINILE

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi hanno rubato l’auto in un parcheggio.
Poco più avanti ho trovato il portafoglio e nulla era stato portato via.
Se non ricordo male, era solo un po’ bagnato e me ne sono accorta estraendo le carte di credito.”
Questo breve e significativo sogno appartiene a Mariastella.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quello di Mariastella è un sogno breve e tanto ricco di simboli e di psicodinamiche. Tratta una questione schiettamente sessuale e diffusa nell’universo onirico femminile, per cui l’interpretazione cade a fagiolo e a sostegno delle donne che hanno una certa età e che hanno sospeso i conti con la fertilità. Quello di Mariastella è un sogno da menopausa e dintorni, ma è anche un sogno depressivo dettato dall’angoscia di non avere capacità seduttive o di perdere il fascino di attrazione. Sono, inoltre, coinvolte tutte le donne che fanno perno sull’amor proprio e sul magnetismo del corpo.
Un altro fattore, importante per l’evoluzione psichica e controverso a livello teorico, è offerto nell’esordio dal sogno di Mariastella: il “fantasma della castrazione” al femminile. Non mi dilungo sulla questione e sugli aspetti teorici risibili che il tema comporta, ma faccio qualche accenno soltanto per chiarimento e per favorire la comprensione della psicodinamica del sogno di Mariastella. La “castrazione” fisiologica si attesta nell’asportazione delle ghiandole genitali e nell’incapacità di procreare, la “castrazione” psicologica è più sottile e si attesta nella perdita di potere e di capacità funzionali. Trattasi, dunque, di un tratto depressivo in movimento e, quindi, di niente di eccezionale perché l’angoscia depressiva di perdita contraddistingue l’essere umano nelle e dalle fondamenta.
Ancora: la “castrazione” comporta un attore dotato di forza e di autorità, oltre che di una notevole carica di “libido sadomasochistica”: il padre, la madre, se stessi. Per i primi due richiamo la conflittualità psichica con i genitori, “posizione edipica”, per il terzo, noi stessi, richiamo la “posizione anale” e l’istanza psichica del “Super-Io”. E’ più diffusa e ricorrente l’auto-castrazione rispetto alla violenza e alle prevaricazioni inferte dall’altro: padre, madre e società o compagnia cantante. Dall’auto-castrazione traiamo il grave danno dei limiti che ci imponiamo e il piacere della difesa dal coinvolgimento con gli altri, mentre dalle violenze altrui maturiamo una forte carica aggressiva che nel breve tempo traligna pericolosamente nella rabbia e nella violenza, si riverbera in noi stessi somatizzandosi in un disturbo o si riversa nel prossimo che ci circonda.
In riguardo alla conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, la tesi esige che il figlio viva il padre come l’attore della castrazione per punirlo della sua invasione globale nei riguardi della moglie e della madre. Questo psicodramma si svolge sempre nel teatro psichico profondo del bambino. Sempre la tesi sul “fantasma di castrazione” vuole che la figlia o la bambina attenda la crescita del clitoride per essere completamente maschio e secondo la sua idea che esiste un solo sesso, il maschile per l’appunto e guarda caso.
Ebbene queste teorie le accantoniamo e le lasciamo alla migliore letteratura del genere rosa o nero. Pur avendo una valenza fantasmatica ineccepibile nella formazione psichica, queste fantasiose teorie servono poco alla comprensione del sogno di Mariastella.
Abbandonata la tormentata relazione con i genitori, convergiamo sulla drammatica relazione con se stessi e con le pulsioni distruttive che spesso ci segnano e limitano la nostra espansione evolutiva vitale: l’auto-castrazione. Non dimentichiamo che l’introiezione della figura paterna porta alla formazione dell’istanza psichica “Super-Io”, un corredo di limiti e di censure che contraddistingue la formazione psichica di ogni persona. Se da un lato il senso del limite e la censura morale sono utili per non incorrere nella psicologia del “fratturando”, la persona che incorre costantemente in traumi e incidenti per eccesso di investimenti di libido e di valutazione, dall’altro lato può subentrare una tirannia sull’espansione dell’evoluzione psichica. Un “Super-Io” rigido è sempre causa d’infelicità e motivo di repressione. L’equilibrio tra le tre istanze psichiche, “Es” o rappresentazione delle pulsioni, “Super-Io” o rappresentazione delle censure e dei limiti, “Io” o rappresentazione razionale della realtà, è determinante per una distribuzione armonica delle pulsioni, dei limiti e delle deliberazioni. In ogni caso l’importanza della funzione equilibratrice dell’Io è fuori discussione, soprattutto per quella corrente della Psicoanalisi che si definisce dell’Io.
Un ultimo rilievo riguarda la sorpresa della sinteticità e della discorsività del sogno di Mariastella, un prodotto psichico che di strano non ha quasi niente.
Questa è l’interpretazione, se gradite.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi hanno rubato l’auto in un parcheggio.”

Mariastella esordisce con una simbologia sessuale, “l’auto”, con una psicodinamica di “castrazione”, “mi hanno rubato”, e con una dimensione social seduttiva, “un parcheggio”. L’interazione dei tre dati simbolici dice che Mariastella sta vivendo una crisi d’identità psicofisica, non si sente a suo agio con la sua femminilità e con la sua sessualità, non si sente brillante con le persone e tanto meno nelle arti seduttive. La “castrazione” è da intendere in senso depressivo, una “perdita di potere” legata a fattori esterni, “mi hanno rubato” ma che in effetti fa perno sul “fantasma” di Mariastella che si può popolarmente sintetizzare in “mi vivo male e nessuno mi caga” o “nessuno mi caga e mi vivo male”. L’autostima di donna capace e attraente è caduta in basso, quasi sotto le scarpe, per cui in una breve frase Mariastella si dice in sogno che ha perso valore e potere su se stessa e sugli altri. E’ questa una psicodinamica non esclusiva dell’età matura e quotidiana: “mi sento e mi vedo brutta”. Ricordo che il “fantasma di castrazione” nella bambina si nutre di tutte le frustrazioni dell’infanzia che l’ambiente familiare e l’ambito sociale non risparmiano e di una risoluzione della conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, che si conclude con l’identificazione nella madre e con l’abbandono delle ostilità, nonché con un realistico rapporto con il padre. Al di là delle esagerate teorie freudiane e delle difficili teorie lacaniane sul tema e al proposito, la “castrazione” nella bambina si attesta prevalentemente nella serie di blocchi e di censure, di pregiudizi e di minacce che costellano il suo cammino esistenziale e che si legano soprattutto alla formazione dell’istanza psichica “Super-Io”.

“Poco più avanti ho trovato il portafoglio e nulla era stato portato via.”

Mariastella non si compiange, di certo, per le sue contingenti disgrazie o per le sue occasionali paturnie, Mariastella si riabilita subito come donna e come persona. Il ritrovamento della sua femminilità si esprime ed è di buon auspicio nel simbolo del “portafoglio”, un contenitore classicamente femminile che condensa l’apparato sessuale. La “castrazione sessuale” è stata tentata ma non è avvenuta perché non aveva materiale psichico da elaborare. Mariastella è una donna che ha ben razionalizzato le sue paure e le sue insicurezze al riguardo, per cui la ripresa è immediata. Invece di compiacersi delle disgrazie depressive e delle tante perdite che comporta l’età matura, Mariastella recupera una buona immagine di sé e del suo corpo femminile. Il tempo passa e la Psiche compensa dispensando un vissuto del “soma” sempre adeguato alle emergenze esistenziali e relazionali. Magari Mariastella ha ricevuto una delusione da un “qualcuno” improvvido e ha rielaborato le sue magagne depressive, ma la ripresa è stata immediata.

“Se non ricordo male, era solo un po’ bagnato e me ne sono accorta estraendo le carte di credito.”

Una leggera amnesia o “rimozione” difensiva è concessa a una questione così delicata come quella che sta vivendo Mariastella: la caduta del potere seduttivo e della “libido”. Si precisa, infatti, il malessere del “portafoglio” ossia degli organi sessuali. La lubrificazione vaginale di Mariastella è ridotta, ma il potere della femminilità, seduttivo e sessuale, è ancora ben presente e attivo nell’economia psicofisica della protagonista. Le “carte di credito”, infatti, rappresentano simbolicamente proprio la capacità sessuale di attrarre, il potere nei riguardi degli altri, la consapevolezza della propria carica erotica. Del resto, tutto ciò che riguarda il denaro è simbolo di potere e non certo carismatico, bensì altamente materiale. Il “me ne sono accorta” rappresenta la consapevolezza della donna matura che “sa di sé” e “sa dell’altro”, il potere della consapevolezza e il potere relazionale: una funzione importantissima dell’istanza psichica vigilante e razionale “Io”. Ribadisco che Mariastella, come tantissime donne, ha reagito alla caduta della “libido” con il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “rimozione”: non pensiamoci tanto e dimentichiamo volentieri. Ancora: nel suo passato Mariastella si è vissuta abbastanza bene e ha avuto un buon senso estetico della sua persona e un altrettanto buon senso dell’Io proprio perché sa estrarre al momento opportuno il suo potere fallico, le sue “carte di credito”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mariastella sviluppa nella sua succosa sinteticità la psicodinamica depressiva della perdita del potere seduttivo e sessuale legato al fenomeno psicofisico della menopausa. La caduta della “libido” e la paura di non attrarre e di non essere allettante comportano un senso di “castrazione” e il recupero delle perdite e delle mancanze che nel corso dell’esistenza immancabilmente sono intercorse, a cominciare dall’infanzia e proseguendo nelle relazioni con se stessa e con gli altri.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Mariastella condensa i seguenti simboli: “rubato”, “auto”, “parcheggio”, “portafoglio”, “ho trovato”, “portato via”, “bagnato”, “estraendo”, “le carte di credito”, “accorta”. Quasi ogni parola del sogno ha una sua specifica simbologia.
L’archetipo richiamato dal sogno di Mariastella è la “sessualità”, quella femminile nello specifico. Ricordo che la vita sessuale parte dalla Natura pulsionale, “Es” o rappresentazione dell’istinto, e risente successivamente dei fattori culturali, concezione della donna o schema femminile, nonché delle repressioni morali del “Super-Io”.
Il “fantasma” evocato dall’infanzia è la “castrazione” in relazione ai vari complessi d’inadeguatezza e ai limiti psichici che la bambina si è costruita attorno magari perché era circondata da genitori distratti e in mille faccende affaccendati. Senza la loro preziosa rassicurazione la Psiche spazia e accresce l’azione della Fantasia in riguardo ai temi sul tappeto: fantasie sessuali e fantasmagorie erotiche e seduttive.
Le istanze psichiche richiamate dal sogno di Mariastella sono “l’Io” vigilante e razionale in “me ne sono accorta”, “l’Es” pulsionale e rappresentazione dell’istinto in “mi hanno rubato”. Il “Super-Io” censorio e limitante non si evidenzia, ma è attivo secondo le tappe specifiche della formazione.
La “posizione psichica” presente nel sogno di Mariastella è la “anale” in “mi hanno rubato” con la sua carica di “libido sadomasochistica”: aggressività e autolesionismo.
I “meccanismi e i processi psichici” di difesa dall’angoscia usati da Mariastella nel suo sogno sono la “condensazione” in “l’auto” e in “parcheggio” e in “portafoglio” e in “carte di credito”, lo “spostamento” in “mi hanno rubato” e in “nulla era stato portato via” e in “un po’ bagnato” e in “estraendo”, la “rimozione” in “se non ricordo male”. Non è presente la “sublimazione”. La “regressione” è limitata alla funzione onirica.
La “organizzazione psichica reattiva”, struttura psichica in evoluzione, manifesta un tratto “anale” in “mi hanno rubato” e “fallico-narcisistico” in “estraendo le carte di credito”, a conferma di come la Psiche tende con i suoi meccanismi all’equilibrio delle tensioni e alla compensazione delle frustrazioni.
Il sogno di Mariastella si serve della “metafora” o relazione di somiglianza in “parcheggio” e in “portafoglio” e in “carte di credito”, la “metonimia” o nesso logico in “rubato” e in “nulla portato via” e in “estraendo”. La simbologia è diffusa nella consequenzialità discorsiva del sogno.
La “diagnosi” dice di un “fantasma di castrazione” in una psicodinamica di perdita depressiva seguita da una ripresa psichica e da una valida compensazione.
La “prognosi” impone a Mariastella di spolverare il suo narcisismo, amor proprio, e di trovare nuove forme falliche, potere, nel corso delle variazioni psicofisiche evolutive che intercorrono nel suo corpo e nella sua esistenza. La perdita della fertilità si può supportare con una serena disposizione alla “libido genitale”, il rapporto erotico e sessuale. La rivalutazione del corpo è necessaria perché la vitalità si attesta nelle funzioni psicofisiche in atto.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una psiconevrosi depressiva e in una riduzione degli investimenti della “libido” con pesante detrimento della qualità della vita.
Il “grado di purezza onirica” del sogno di Mariastella è buono perché la discorsività narrativa si traduce, pari pari, nei simboli corrispondenti e la loro interazione dispone una logica psicodinamica.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Mariastella si incentra in una riflessione pomeridiana o su un episodio che verte sulla crisi del desiderio e delle reazioni fisiche corrispondenti: eccitazione e lubrificazione.
La “qualità onirica” è decisamente “simbolica”. Tutta la trama si converte mirabilmente da logica e consequenziale in un controllato quadro depressivo.
Il sogno di Mariastella si è svolto nella terza fase REM alla luce del distribuito simbolismo e della compiuta narrazione. Ricordo che il sogno avviene in tutto il sonno e anche nelle fasi NONREM, ma in queste ultime la caduta del tono muscolare, “catatonia”, non comporta la presenza valida della memoria.
Il “fattore allucinatorio”, i sensi esaltati e protagonisti, s’incentra prevalentemente nella “vista” e in maniera ridotta nel “tatto” e nello specifico in “bagnato” ed “estraendo”.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Mariastella è alto. Di conseguenza la fallacia è minima.
La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Mariastella.
Domanda
Cos’è l’invidia del pene?
Risposta
L’invidia del pene si attesta nel desiderio della bambina di avere un organo sessuale fuoruscito o nel vissuto di frustrazione della bambina legato alla mancata fuoruscita del suo organo sessuale. L’esperienza della diversità sessuale porta la bambina nella primissima infanzia a desiderare il pene e ad attendere la crescita del clitoride. Trattasi della vitalità fantasmatica di una psiche infantile in evoluzione costante e al seguito di turbolenze organiche. Consentimi una significativa e psicoanalitica barzelletta. Una bambina turbata dice alla madre: “Mamma mamma, Marco si tira giù i pantaloni e mi fa vedere il pisello e poi mi dice che io non ce l’ho”. La madre le suggerisce furbescamente e per tranquillizzarla: “E tu alzati la gonnellina e digli che con la tua farfallina di piselli ne prendi quanti ne vuoi e se lo vuoi”. Ecco come l’ironia popolare spiega psicodinamiche interessanti e significative facendo invidia alla migliore parrocchia psicoanalitica.
Domanda
Me la spiega lei in maniera nobile?
Risposta
Mi inviti a nozze. Allora, la madre, maestra ed esperta, suggerisce alla figlia di usare la “libido fallico-narcisitica” e di controbattere al maschietto provocatore e improvvido con la capacità recettiva dell’organo sessuale femminile. Il potere “fallico” dell’organo fuoruscito s’imbatte nella necessità di essere sedotto e ricevuto, un potere femminile di certo non indifferente. Anche per questo motivo la “posizione fallico-narcisistica”, maschile e femminile, è importante e deve essere vissuta in maniera completa e intensa per le arti seduttive, oltre che per l’amor proprio e per una corretta compensazione nei momento di crisi evolutiva. Al maschio serve per maturare l’orgoglio virile e la carica aggressiva necessaria per natura alla penetrazione, alla femmina è utilissima per la disposizione recettiva, la lubrificazione in primis e l’orgasmo di conseguenza.
Domanda
Ma esiste l’invidia del pene?
Risposta
La teoria che per i bambini esistesse un solo sesso, quello maschile, e che le bambine attendessero la crescita del clitoride è quanto meno allegorica, ma a livello di Fantasia e di “fantasma” è possibile. Le bambine sviluppano una buona femminilità sin da piccole e si mostrano più mature del coetaneo maschio o diversamente orientate nell’approccio con la realtà. Le bambine sono più graziose e delicate e hanno un loro potere narcisistico, mentre il maschietto è più rozzo e goffo sia a livello intellettivo e sia a livello comportamentale. La bambina prende consapevolezza del suo sesso e della sua sessualità prima del coetaneo maschio e si atteggia nei riguardi del mondo con quella spigliatezza che denota una forma evoluta di consapevolezza e di “coscienza di sé”. Questo anticipare i tempi si spiega con il fatto che la bambina risolve prima del maschio la conflittualità edipica e procede a identificarsi nella madre. Il maschio, invece, si trascina la conflittualità fino all’esasperazione del “fantasma di castrazione” e procede a fare alleanza con il nemico padre dopo avere sperimentato una serie di tormentose frustrazioni e di indicibili struggimenti, tutti vissuti e “fantasmi” che vanno a danno dell’esercizio futuro della sessualità. Parecchi dei disturbi sessuali maschili si formano nella “posizione edipica” e nella dialettica a tre con il padre e la madre, uno psicodramma sottile e nefasto che la bambina liquida anzitempo con la migliore concretezza di accettare se stessa e la sua sessualità senza ulteriori ostacoli e nostalgici dilemmi. Non bisogna dimenticare che la bambina ha una maturazione sessuale anticipata rispetto al coetaneo maschietto: il menarca e la crescita del seno. Mi sono dilungato, comunque, ritornando alla tua domanda, l’invidia del pene esiste nei “fantasmi” e nelle “fantasie” delle bambine, ma non è una teoria universale e necessaria.
Domanda
Interessante quello che ha detto, ma allora le bambine che si atteggiano a maschietti e le donne che hanno i cosiddetti attributi come si spiegano? Per non parlare, poi, dell’omosessualità femminile e delle donne che fungono da maschi all’interno della coppia.
Risposta
Tanta carne sul fuoco rischia di bruciarsi, ma capisco che l’argomento è allettante e, più che mai, attuale. Rispondo in maniera semplice e in progressione. Le bambine che manifestano tratti maschili hanno un processo d’identificazione nella madre e uno smaltimento del padre in corso. Inoltre hanno un’attrazione verso il maschile o per rivalità fraterna o per angoscia di esclusione dal gruppo. Insomma, per essere della partita barattano e scimmiottano i maschi aderendo a modi di essere e a forme di comportamento che vengono ascritte all’ambito psicofisico maschile. Le donne con gli attributi si definiscono psico-analiticamente “falliche” ed esercitano un potere attribuito, sempre simbolicamente, al corredo psichico maschile. Sono donne molto attraenti nel loro essere affermative e decisioniste, ma hanno una sessualità decisamente femminile, recettiva e genitale per intenderci. Hanno coniugato il padre nella loro identità psichica senza rinunciare alla madre. Ripeto, stiamo parlando di simbologie ascritte al “principio maschile” e al “principio femminile”. Sono donne che hanno un forte connotato narcisistico e mitologicamente sono le eredi di Venere e di Afrodite. L’omosessualità femminile si spiega con l’identificazione nel padre e nella fuga dalla madre e con l’acquisizione di un’identità psichica fortemente maschile nel modo di essere e di apparire. Questo è il gioco imprevedibile delle identificazioni e dell’identità all’interno della “posizione edipica”. La bambina si è identificata totalmente nel padre e ha acquisito una identità psichica maschile. Di conseguenza, sentirà affinità elettiva e attrazione sessuale nei riguardi delle donne e assumerà in un contesto di coppia le movenze psicofisiche del maschio. La coppia omosessuale femminile riproduce totalmente il ruolo maschile e femminile al suo interno e nelle sue psicodinamiche non soltanto sessuali, ma soprattutto quotidiane e di vita corrente. Mi fermerei a questi scarni concetti di fondo.
Domanda
Ma non ci sono altre teorie?
Risposte
Certamente! Ogni scuola di pensiero e d’azione ha formulato la sua teoria sulla coppia omosessuale femminile. Io ho addotto quella di scuola psicoanalitica, quella di Freud e di un secolo fa. Quest’ultimo agli inizi del Novecento riteneva l’omosessualità maschile e femminile una grave psicopatologia, una perversione. Dopo la scoperta del “complesso di Edipo” e la sua elaborazione Freud elaborò la teoria delle identificazioni e delle identità. Io aggiungerei l’azione a volte nefasta del “sentimento della rivalità fraterna” e dell’angoscia di solitudine e d’esclusione, insomma darei grande importanza anche alla psicodinamica affettiva.
Domanda
Ho notato che lei non usa mai il termine lesbica o gay. Perché? Mi può definire psicologicamente una lesbica? E perché una donna normale si deve accompagnare a una donna marcatamente maschile. Chi è più sul giusto la femmina che fa la femmina o la femmina che fa il maschio.
Risposta
Vedo dalle tue domande che hai dei conti in sospeso con la tua identità psichica e con la tua mamma. Non sto scherzando e so che è normale aver conti sospesi. Risponderò per quello che posso a queste domande infinite. Non uso i termini di mercato e convenzionali, mi fermo all’ampiezza umana e logica del termine “omosessualità femminile”. Una “lesbica” è tale in onore a Saffo, poetessa greca che era nata a Lesbo ed era nelle sue brevi poesie dichiaratamente amante della fanciullezza delle fanciulle. La definizione di una donna omosessuale è la seguente: una donna che si è identificata nel padre o nella figura maschile equivalente e ha rifiutato la madre o la figura femminile equivalente. Ancora: una donna che ha rifiutato il padre e la madre e si è identificata nella figura, “fantasma”, di un maschio totalmente opposto al padre, una donna che è rimasta sempre nell’orbita maschile e che nel bene e nel male ne è rimasta attratta. La donna cosiddetta “normale” che si accompagna a una donna maschile è sicuramente bisessuale, ha pendenze edipiche irrisolte e un’identità psichica che oscilla in tanti punti. Una forma di ambivalenza psichica contraddistingue le compagne delle donne squisitamente omosessuali. Questi sono alcuni motivi riscontrati nella pratica clinica in riguardo alla coppia omosessuale femminile.
Domanda
E del mito di Afrodite cosa mi dice?
Risposta
Secondo la mitologia greca e nello specifico la “Cosmogonia” di Esiodo, Kronos, il Tempo, si sbarazzò del padre Ouranos, il Cielo, amputandogli gli organi genitali, invidia del pene procreativo in versione maschile. Quest’ultimo fu gettato nel mar Ionio e la fusione tra lo sperma del pene amputato di Ouranos e la schiuma del mare diede vita alla dea Afrodite, a tutti gli effetti una dea fallica e a forte connotazione maschile. Mentre Venere è la dea della femminilità globale, il “principio femminile”, Afrodite è la dea dell’erotismo e del potere della seduzione, una dea fallica. Questo dicono le simbologie mitologiche.
Domanda
Quale canzone sceglie per questo sogno?
Risposta
Più che per il sogno di Mariastella, per il tema in cui ci siamo imbattuti, l’omosessualità femminile, scelgo un prodotto culturale molto significativo e quasi unico nel suo genere, la splendida canzone “L’amore merita”, cantata da quattro bravissime e originali giovani donne: Verdiana, Roberta, Simonetta e Greta. Corre l’anno 2016 e il testo inizia trattando il travaglio personale e sociale in cui s’imbatte l’omosessualità femminile per arrivare alla sua degna risoluzione. L’impatto personale e sociale è trattato nell’affermazione che nessuno deve soffrire per una mancata accettazione di se stessi e della propria formazione e che l’omosessualità non è una malattia e neanche una sporca fantasia come tanta gente pensa per paura più che per convinzione. Il testo, a metà tra realismo e denuncia, insiste sulla profonda verità che la “storia è solo mia”, una personale formazione psichica che si è snodata e realizzata nel tempo, una scelta giusta e coraggiosa di sé stessi di fronte alla Morale dei Filistei e al moralismo dei bacchettoni. Questo prodotto psico-culturale merita di essere analizzato meglio, ma per il momento si può godere, oltre le parole e la musica, anche e soprattutto il video dove viene esternata l’essenza della persona umana, la “parte maschile” e la “parte femminile”, l’androginia psichica. Al di là del sesso fisiologico, la Psiche è maschio-femmina, sintesi di tratti psichici che si ascrivono simbolicamente all’universo maschile e all’universo femminile. Guardate bene il video per sentire e capire cos’è l’omosessualità femminile: la scissione e la fusione del maschile e del femminile.
Alla prossima!

L’AMORE MERITA

Ora so di essere
quella che avrei voluto essere anni fa.
Tu che sei la mia lei,
come me stesso corpo,
stessa anima.
Perché nel cuore c’è arcobaleno di parole,
inutili bugie per non morire.
E quante lacrime per un amore
che poi in fondo colpe non ne ha.
Nessuno merita di odiarsi perché non si accetta.
Il mondo pensa che è diversa.
Un solo bacio e si imbarazza,
poi condanna una carezza
perché crede malattia
o una sporca fantasia
quella che da sempre è la storia solo mia.
Ora so crescere,
scegliere.
Io scelgo me stessa,
scelgo noi.
Non sarà facile vivere,
ma sarà cielo senza nuvole.
Perché la libertà non può costare il mio silenzio
e al mondo griderò il mio segreto.
Chi ama capirà.
L’amore non ha sesso
e nessun prezzo pagherà.
L’amore merita di amarsi come e quando vuole,
nonostante le parole della gente che ci guarda
e sempre più bastarda parla,
ma non dice niente e sente,
ma non ci comprende
e pensa sia un’effimera bugia la storia solo mia.
Non sarà solo una bandiera a portare il colore,
a raccontare di un’altra libertà che muore,
perché l’amore non vuole né legge, né pretesa,
perché chiamarci amanti è una condanna accesa.
Non c’è nessuna vergogna in questo amato amore,
sarà un arcobaleno a fare una canzone
perché chi giudica trema e chi ama vince sempre.
Nessuno deve soffrire, nessuno merita,
nessuno merita di odiarsi perché non si accetta
e il mondo pensa che è diversa.
Un solo bacio e si imbarazza,
poi condanna una carezza
perché crede in malattia o una sporca fantasia
quella che da sempre è la storia solo mia,
è la storia solo mia.

 

ANCORA SULLA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

“MANGIA, MANGIA !”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Offrivo da mangiare a due persone, ma le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto da tanti anni.
Aveva un volto diverso che non mi stupiva perché non lo vedevo da tanto tempo.
Era serio in viso, quasi inespressivo, e io gli offrivo un ragù di carne e gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.
Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione alla donna che l’accompagnava, una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.
Chiedevo a mio marito chi fosse e lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.
A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.
Lui non ha mai parlato.
Uscendo di casa vedevo prima una mia cugina anziana e dopo mia sorella e mi dicevo: “ma guarda, loro si sono già trasferite e io no”.
Mi riferivo a una casa di villeggiatura e mi dicevo che presto mi sarei trasferita anch’io.
A questo punto mi sono svegliata.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il marito, morto da tempo, si presenta in sogno. Meglio: la moglie vede in sogno il marito morto da tempo.
Niente di metafisico e di metapsichico!
Si tratta semplicemente di un’ulteriore e ricorrente “razionalizzazione del lutto”.
Degna d’interesse è la modalità in cui Maria Pia squaderna tra realtà e simboli la triste psicodinamica della morte del marito e della sua solitudine, della perdita di una persona amata e del forzato acquisto dell’autonomia psicofisica.
A proposito del meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione del lutto”, si può affermare che si tratta di un processo universale, un “archetipo” funzionale valido per tutte le umane genti e colorato di tradizioni specifiche e di riti particolari. Non nuoce ricordare che il funerale e il culto dei morti hanno contraddistinto l’uomo e il grado di civiltà del gruppo di appartenenza. L’esorcismo dell’angoscia di morte si esercita in un rito sempre avvolto di sacralità e nel mistico divieto naturale di non procurare la morte, di non uccidere insomma.
Ricordo che il tempo necessario a razionalizzare il lutto è di circa due anni e che le reazioni psicofisiche alla perdita non sono da giudicare soltanto moralmente o culturalmente, ma soprattutto in base alla formazione di ogni persona in riguardo al depressivo “fantasma di perdita”, secondo la “organizzazione psichica reattiva” per l’appunto.
In ogni caso le reazioni psicofisiche al lutto sono sempre presenti nella diversità della formazione e della qualità del “fantasma” richiamato.
A questo punto è opportuno procedere nell’interpretazione del sogno di Maria Pia e riservare ulteriori considerazioni nella sezione “domande & risposte”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Offrivo da mangiare a due persone, ma le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto.”

Maria Pia è in piena “posizione psichica genitale” con l’esercizio dell’omonima “libido”: due persone da amare e da investire con premure, una in particolare degna di affetto e riconoscimento, il marito defunto. Maria Pia rievoca in sogno il trauma della perdita e la psicodinamica del lutto senza trascurare la valenza simbolica del cibo, l’affettività e il sentimento d’amore. Analizziamo i simboli.
“Offrivo da mangiare a due persone” tratta il classico simbolo del sentimento d’amore, il cibo. “Chi mi ama, mi nutre” recita il motto psicoanalitico assimilato sin dalla primissima infanzia. Maria Pia si offre in maniera “genitale” donando il cibo, i simbolici affetti. Le “persone” sono simbolicamente e latinamente “maschere” difensive in attesa di essere individuate.
“le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto da tanti anni.”
La “genitalità” si precisa nella fusione di apprensione e di cura, “premure”, nella solerzia invadente e benefica del “premere”, così come si precisa una persona e si individua nella maschera del marito defunto. Maria Pia in sogno esibisce il suo sentimento d’amore verso il marito e offre un’informazione reale nel dato di fatto che quest’ultimo è “morto da tanti anni”. Simbolo e realtà sono combinati dalla protagonista sognante in maniera di stemperare le angosce e per continuare a dormire senza cadere nell’incubo e nel risveglio immediato.

“Aveva un volto diverso che non mi stupiva perché non lo vedevo da tanto tempo.”

Maria Pia riconosce il marito e ne giustifica l’atteggiamento e l’offerta con l’allentamento della “razionalizzazione del lutto”. Da tempo non aveva pensato in maniera terapeutica al trauma subito, magari aveva pensato di aver risolto la perdita. Si era abituata all’assenza irreparabile del marito, per cui ne giustifica la novità del modo di porsi e di offrirsi. Gatta ci cova, ma procediamo con la decodificazione puntuale dei simboli.
Il “volto diverso” condensa la nuova modalità di relazionarsi e di offrirsi in maniera difensiva agli altri.
“Non mi stupiva” attesta di una resistenza della protagonista a prendere coscienza di una “parte psichica di sé” emergente dai suoi drammatici vissuti del trauma subito con la morte del marito e dalle sue convinzioni sul tema.
“Non lo vedevo da tanto tempo” si traduce in “non ci pensavo da tempo”, avevo “rimosso” il trauma e non lo avevo mantenuto nella memoria consapevole anche per tenere sotto controllo le angosce collegate e non adeguatamente risolte.

“Era serio in viso, quasi inespressivo,”

Maria Pia sta parlando del suo vissuto e lo proietta nel marito defunto. Rievoca la sua psicoterapeutica riduzione del vissuto del marito a freddezza emotiva e affettiva. La “razionalizzazione del lutto” di Maria Pia è stata portata avanti nella maniera più naturale e ovvia, riducendo e raffreddando gli investimenti affettivi al fine di stemperare le emozioni legate al dramma della morte. I simboli confermano questa operazione psicofisica difensiva.
“Serio in viso” equivale a un’assenza di emozione e all’aumento dell’autocontrollo.
“Inespressivo” traduce la difesa di Maria Pia nel “razionalizzare il lutto” deprivandolo di angosce più che di emozioni, di inutili struggimenti più che di dolore. Il meccanismo psichico di difesa usato da Maria Pia, oltre la “razionalizzazione”, è “l’isolamento”, la scissione del sentimento dal fatto luttuoso.

“e io gli offrivo un ragù di carne e gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.”

Maria Pia reagisce maternamente di fronte al marito tornato in vita e lo accudisce con le premure affettive e con la classica sollecitazione delle madri e in particolare delle madri siciliane, le “matriarche”. Maria Pia rievoca il suo atteggiamento materno nei confronti del suo uomo e realizza il desiderio di riportarlo in vita e di ritornare a vivere con lui. La stanchezza, la fame e il lungo cammino sono il risultato di un desiderato ritorno alla vita in compensazione di tanta perdita e di tanto dolore. I simboli chiariranno meglio questi temi.
“e io gli offrivo un ragù di carne” attesta della “libido orale” e “genitale”, della sfera affettiva, oralità, e della sfera donativa, “genitalità”. “Offrivo” denota la sacra devozione che trabocca o travalica nella “sacrificalità”, l’esagerazione della dedizione e la riduzione dell’amor proprio quando il dare e darsi non comporta un rinforzo narcisistico. Il “ragù di carne” non è un semplice cibo e un semplice simbolico attaccamento affettivo, è un condensato ben curato di energia, di investimento psichico, di “libido” per l’appunto. Forte è il bisogno di amare di Maria Pia e altrettanto forte è il vissuto di debolezza nei riguardi del marito.
“gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, conferma la cura anticipata, quella premura materna che toglie al figlio la possibilità di esprimere e di esprimersi. La disposizione, oltremodo “genitale”, si rafforza nel dono delle parole, “gli dicevo”, “hai tanto bisogno di essere amato per amare”, precisa traduzione simbolica di “mangia, mangia”. Ricordo che il cibo è il classico e primario simbolo dell’investimento affettivo, dell’appagamento della “libido orale” ed è legato alla figura materna o all’equivalente nutrice. Ricordo che in Sicilia da sempre per dirti che ti vogliono bene, ti offrono tanto e succulento cibo, dolci in particolare.
“come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.” La “stanchezza” attesta simbolicamente della caduta depressiva della “libido” e di una psicoastenia infausta che coinvolge la mente e il corpo secondo le linee programmatiche di una perdita di vitalità. La “fame” condensa simbolicamente il bisogno di essere amato e l’incapacità di investire la “libido” necessaria alla propria sopravvivenza, una dipendenza psicofisica classica del bambino. Maria Pia conferma il suo vissuto di provvedere a un “marito bambino” che non ha raggiunto l’autonomia. A tanta “libido genitale” corrisponde in maniera direttamente proporzionale il vissuto di una persona cara che ha tanto bisogno di cura e di premura. Il “lungo cammino” conferma, sempre simbolicamente, la difficoltà esistenziale in cui si incorre nel tragitto della vita. Maria Pia esprime il vissuto che giustifica tanto investimento nei confronti del marito, una vita irta di sacrifici e di asperità, insomma una vita non segnata dalla fortuna e dalla felicità.

“Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione alla donna che l’accompagnava, una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.”

Maria Pia complica la trama del sogno allargandola al sentimento della gelosia, psicologia, e alla dimensione metafisica, al di là della Natura. Focalizza la sua attenzione, dirige la sua coscienza, converge sulla figura femminile che associa nel sogno al marito defunto e tornato in vita secondo i suoi desideri, totalmente femminili, di donna, di moglie e di madre. Maria Pia s’imbatte nel suo sogno in immagini femminili che la riguardano e che si riferiscono alla sua “posizione edipica” e alla sua cultura metafisica. Da un lato rievoca la figura materna edipica, quella conflittuale con cui ha formato il suo essere femminile seguendo l’istinto che la portava nell’infanzia verso la figura paterna, dall’altro lato elabora l’effigie classica della Morte, una figura femminile senza volto e indistinta. Il ritorno del marito morto la mette di fronte alla sua “posizione psichica edipica” e alla sua immagine metafisica della Morte. I simboli spiegheranno meglio tanta intensità simbolica e dinamica del breve brano.
“Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione” tratta il principio di Brentano della “intenzionalità della coscienza” ossia il fatto che la psiche si dirige sempre verso un oggetto specifico.
“alla donna che l’accompagnava,” la questione di Maria Pia verte sul suo essere la donna che ha accompagnato il marito fino alla morte e sul suo avere avuto a che fare con una donna, la madre, nel corso della sua formazione psichica. Una donna ha rubato il marito, la morte, e una donna lo ha tenuto per sé, la madre: due sconfitte al narcisismo e provvidenziali per la formazione del femminile.
“una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.”
Il sogno viaggia tra passato e presente perché la persona delineata nel sogno è la figura materna che per resistenza e per continuare a dormire non si vede a causa dell’angoscia che evocherebbe perché rispolvera la “posizione edipica”. Maria Pia sta allucinando la madre o la figura mitica e mitologica della Morte, quella donna che le ha portato via il marito. La prima, la madre, le ha portato via l’affetto del padre, la seconda, la morte, le ha portato via il marito. Analizziamo i simboli.
La “presenza indistinta” è tale perché evoca angoscia. Si tratta della madre e della morte. Si cade nell’indistinto per difesa e per continuare a dormire, pena l’incubo e il risveglio immediato.
Il “non vedevo il volto e l’aspetto fisico.” attesta che ha un conto sospeso verso la morte e l’angoscia sottesa e verso la madre e la colpa sottesa. Maria Pia non ha razionalizzato adeguatamente la madre e la morte del marito. Il “volto” significa l’identità sociale e psichica, l’esibizione e la connotazione psicofisica. L’aspetto è la persona, la maschera che si porta nel sociale, alcune caratteristiche formali e non sostanziali.

“Chiedevo a mio marito chi fosse e lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.”

Si presenta immancabilmente l’infausto sentimento della gelosia, quello vissuto sin da bambini come un forte bisogno di possesso e come un esorcismo dell’angoscia legata al senso di colpa di aver tanto desiderato e preteso. La “posizione narcisistica” si coniuga con la “posizione edipica”, il sentimento della gelosia si sposa con lo struggimento del rifiuto e con la tensione della competizione con persone dello stesso sesso. I “cenni” e la “naturalezza” confermano che si tratta di un contesto naturale e di un sentimento affermato, si tratta della famiglia e delle cose giuste. Maria Pia frappone il piano antico, la famiglia, al piano successivo, la perdita del marito. Come se la madre facesse capire alla bambina che quello era il padre di cui ha avuto bisogno in qualche modo e da cui si allontana. Ora la bambina sa e può reagire. Il marito morto ha evocato il passato edipico per il tipo di rapporto che aveva con lui. Analizziamo i simboli.
“Chiedevo a mio marito chi fosse” equivale a chiedersi e a chiedere da bambina che figura era la madre e che cos’è la morte e il distacco affettivo.
“lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.” attesta della “razionalizzazione del lutto” alla convinzione che il marito ormai è tra le braccia della Morte e che tale unione è naturale. I cenni attestano del linguaggio efficacissimo e “naturalissimo” dei gesti.
“A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.”
Come dire: a questo punto ho razionalizzato il lutto e ho ridotto l’investimento affettivo. Necessariamente ha dovuto fare a meno del marito e

ha ridotto l’investimento affettivo. Non è un rifiuto per gelosia, ma soltanto un normale e naturale processo di distacco per continuare a vivere senza l’angoscia della morte in giro per la psiche.

“Lui non ha mai parlato.”

La parola è un simbolo affettivo e si traduce in un dono vitale. Appartiene alla “posizione psichica genitale” ed è un investimento classico della “libido” matura. “In principio era il Verbo” inizia il Vangelo di Giovanni a testimoniare del prodigi energetici della Parola di un Dio che ama e che crea. Il marito di Maria Pia non ama più. Meglio, Maria Pia è convinta che il marito non può regalarle affetto e non può investire alcunché. Il marito appartiene ai morti.

“Uscendo di casa vedevo prima una mia cugina anziana e dopo mia sorella e mi dicevo: “ma guarda, loro si sono già trasferite e io no”.

Cambia radicalmente la scena. Maria Pia torna alla realtà di tutti i giorni e si vede negli altri. Si trova avanti negli anni e reagisce alla sua staticità psichica muovendosi, trasferendosi, investendo “libido” su se stessa. Dalla “libido genitale” enorme di “mangia mangia” e del servizio agli altri, recuperare “libido narcisistica” e pensare a se stessa è importante per Maria Pia nello smaltimento psichico del lutto. Ritorno al presente e alla realtà è compito dell’Io e il parlare a se stessi aiuta a capirsi e a convincersi.

“Mi riferivo a una casa di villeggiatura e mi dicevo che presto mi sarei trasferita anch’io.”

Maria Pia cerca il suo disimpegno psicofisico nella “casa di villeggiatura” dove alberga per rilassarsi e per divertirsi, quanto meno per cambiare modo di vivere per un breve periodo. La “proiezione” e “l’identificazione” nella sorella e nella cugina trova una Maria Pia affermativa nella conclusione del sogno e decisa a non soffrire per gli assenti giustificati, il marito morto, e rubati da quella “Morte” che simbolicamente è rappresentata da sempre in sembianze femminili. Le Moire greche erano tre donne: Lachesi, Atropo, Cloto.

“A questo punto mi sono svegliata.”

Il sogno ha compiuto completamente il suo viaggio di rievocazione e di reintegrazione del lutto. Dopo aver riattraversato un aspetto e una qualità della relazione con il marito defunto, la sua protezione e il suo affetto materno nello specifico, Maria Pia converge su e stessa e rafforza la “razionalizzazione” della perdita irreparabile, restaura il “fantasma di perdita” personale, la sua angoscia di morte, attraverso un processo di integrazione nella vita e di continuazione al meglio possibile della quotidianità, recupera “libido narcisistica” dall’infanzia per rafforzare l’amor proprio. Questa operazione è necessaria per tutti gli anziani. Dopo tanto esercizio “genitale”, dopo aver tanto amato e voluto bene, ogni persona deve affrontare la vecchiaia volendosi tanto bene, ma veramente tanto. “Svegliata” equivale a “ho preso ulteriormente coscienza di me come persona e delle mie esperienze vissute in riguardo al lutto”.
Buon viaggio Maria Pia nel cammino della vita!

PSICODINAMICA

Il sogno di Maria Pia sviluppa la psicodinamica della “razionalizzazione del lutto” e della reintegrazione della perdita all’interno della sua “organizzazione psichica reattiva”, struttura evolutiva in atto. Di fronte al personale “fantasma di morte” la protagonista reagisce affermando con volitività la migliore vita e vitalità possibili alle condizioni date: una vecchiaia attiva.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

I simboli importanti e presenti nel sogno di Maria Pia sono “mangiare”, “volto”, casa di villeggiatura”, “affamata”, “stanca”, “cammino”, “compagna”.
L’archetipo dominante è la “Morte” ed è visibile in “”una donna che l’accompagnava”.
Il “fantasma di morte” è richiamato e gira in tutto il sogno.
Il sogno di Maria Pia lascia agire fondamentalmente l’istanza “Io” con la sua ricerca di razionalità e di presa di coscienza, ma non manca l’azione dell’istanza pulsionale “Es” nella rielaborazione della perdita e del lutto: “mangia, mangia” in primo luogo. L’istanza limitante e censoria del “Super-Io” agisce in “A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.” E’ un’espressione a metà tra pulsione e censura a conferma che l’elasticità e la duttilità regolano le combinazioni psichiche.
Le posizioni psichiche richiamate nel sogno sono in progressione la “orale”, la “genitale” e la “fallico-narcisistica”: “mangia mangia” e “la casa di villeggiatura”.
I meccanismi e i processi di difesa usati da Maria Pia nel sogno sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “razionalizzazione” e la “regressione” onirica al lutto, la “proiezione” e la “identificazione”. Non è presente la “sublimazione” dell’angoscia della perdita.
La “organizzazione psichica reattiva” evidenziata nel sogno di Maria Pia è classicamente “genitale” con una forte incidenza “orale: dono e affettività in eccesso. La struttura psichica in atto e in attesa di evoluzione è rivolta verso la soluzione e l’integrazione degli affetti e dell’amor proprio.
Il sogno di Maria Pia contiene le figure retoriche della “metafora” in “mangia mangia, della “metonimia” in “una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.” L’elaborazione non è poetica ma prosaica.
La “diagnosi” dice della riedizione di un processo completo di “razionalizzazione del lutto”: fantasma di perdita e riparazione dell’angoscia in base al “principio di realtà” e a opera dell’istanza “Io”.
La “prognosi” impone a Maria Pia di tenere nel cuore il ricordo del marito scomparso e di non smettere mai di volersi bene.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome depressiva legata alla riedizione dell’angoscia di perdita.
Il “grado di purezza” del sogno di Maria Pia è buono, nonostante la sua discorsività consequenziale.
La causa scatenante del sogno è il ricordo del marito o una qualsiasi associazione alla sua figura: “resto diurno”.
La “qualità onirica” è simbolico-discorsiva.
Il sogno è stato effettuato nella terza fase REM del sonno alla luce del fatto che possiede una sua linea logica consequenziale.
Il “fattore allucinatorio rivela la preponderanza attiva del senso della “vista”.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Maria Pia è buono.
Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto con interesse la decodificazione del sogno di Maria Pia.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda
Dopo tanti anni può ritornare l’angoscia per la morte di una persona cara?
Risposta
Certamente, ma in maniera sempre più blanda. Tutto dipende da come è stato portata avanti la “razionalizzazione del lutto”, con quali “meccanismi e processi” di difesa è stata operato lo smaltimento del dolore e dell’angoscia, con quale intensità emotiva e spessore psicologico era costituito il nostro “fantasma di morte”.
Domanda
Capisco e non capisco e mi piacerebbe capire di più, visto che il lutto coinvolge prima o poi tutti.
Risposta
Giustissimo. La morte di una persona, cara e non, evoca il nostro “fantasma di morte”, ci pone la triste verità che anche noi moriremo, ci mette nella condizione psicologica e sociale dei sopravvissuti, ci costringe a rivedere come ci siamo formati sin dal primo anno di vita nei riguardi dei vissuti di perdita. Di fronte alla morte istruiamo “meccanismi e processi di difesa” dall’angoscia e a tal proposito vedi il sogno di Fernanda sulla “razionalizzazione del lutto”, dove spiego l’azione dei vari meccanismi e dei processi di difesa. Importantissima e determinante è la presa di coscienza progressiva dell’esperienza di morte altrui e dell’ineludibilità della nostra: la “razionalizzazione del lutto e del fantasma”. Ricordo che il sogno aiuta a integrare l’esperienza depressiva della morte nella cornice psichica e a riparare eventuali sensi di colpa indicando le specifiche posizione affettive nei riguardi della persona defunta. Il sogno “docet”, è sempre un insegnamento per chi vuol capire.
Domanda
Mi è consentita un’ultima domanda impertinente?
Risposta
Certamente.
Domanda
E se quello che si è presentato nel sogno di Maria Pia fosse stato proprio lo spirito di suo marito?
Risposta
In questo caso siamo nel parapsicologico, nel metafisico, nell’esoterico e nel magico. Siamo in un campo da cui Freud volle a suo tempo esulare. Il sogno spazia, e non liberamente, nel settore squisitamente psichico. Il sogno siamo noi con il nostro personale bagaglio, la nostra formazione in evoluzione, la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra struttura “in fieri”. Il marito di Maria Pia era quello da lei vissuto in quel momento storico e psichico della sua vita. Il sogno ratifica, suggerisce, integra, abbellisce, aiuta e fa tanto di altro sempre a vantaggio del sognatore. Sognare è uno strumento di equilibrio psichico proprio perché evidenzia e organizza quei conflitti che sono la nostra sostanza, a prescindere dal fatto che ricordiamo o non ricordiamo il sogno.
Domanda
Quale canzone ha scelto per questo sogno?
Risposta
Scelgo “Quando una stella muore” di una Giorgia allegoricamente usignolo che rievoca poeticamente un lutto molto sentito e tragico, quell’incidente stradale che ha rapito il suo compagno. La canzone è una perfetta “razionalizzazione” del lutto con punte di “sublimazione”. In questo modo l’angoscia resta ai margini del territorio psichico. Di rilievo è anche il sollievo dai sensi di colpa nel ricordo di un lutto pubblico e privato.
Quando una stella muore

Cambia il cielo,
cambia la musica dell’anima,
ma tu resti qui con me
tra lo stomaco e i pensieri più invisibili
e da li non te ne andrai.

La vita cambia idea, cambia le intenzioni
e mai nessuno sa come fa.

Quando una stella muore,
che brucia ma non vuole,
un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore fa male,
fa male.

Troppe notti sotto agli occhi porto lividi,
ho imparato a modo mio
a leccarmi le ferite più invisibili
perché è così che si fa.

Ma la vita cambia idea e cambia le intenzioni
e mai nessuno sa come fa.

Quando una stella muore,
che brucia ma non vuole,
un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore, fa male
a metà tra il destino e casa mia
arriverà la certezza che non è mai stata colpa mia
non è stata colpa mia.

Un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore
fa male.

 

IL FANTASMA DELLA DEFLORAZIONE

IL COCCODRILLO GIGANTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo a bordo di un’imbarcazione, ero in Oriente, ma non ricordo dove.
A bordo con me c’era gente che non conoscevo.
Tra loro c’erano un principe e una principessa di qualche paese dell’estremo Oriente.
A un certo punto un coccodrillo gigante comincia a mordere da sotto l’imbarcazione.
La morde fino a che riusciamo a vedere la sua testa enorme spuntare dal pavimento della barca.
La gente a bordo faceva come se nulla fosse e, in effetti, non accadeva proprio nulla.
Io mi sentivo inquieta e chiedevo spiegazioni sull’accaduto al principe e alla principessa.”

Così e questo ha sognato una certa Brubrù.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

E’ sorprendente scoprire come la funzione onirica, l’umano sognare, camuffi la vitalità sessuale in una gita in barca con coccodrillo birichino incorporato e l’innamoramento in un principe e in una principessa all’interno di una cornice esotica del mitico Oriente.
Così ha fatto Brubrù.
Spesso i sogni trattano questioni importanti e drammatiche, ma vertono anche sulla normale quotidianità e sui fatti della vita corrente: una giovane donna innamorata e le sue prime esperienze sessuali.
Così ha fatto Brubrù.
Tutto questo ambaradan si forma grazie all’abilità dei “processi primari”, la Fantasia, di ammantare con poetici simboli i vissuti personali al fine di renderli irriconoscibili e di continuare a dormire senza che scatti l’incubo e il risveglio immediato: “il sogno è guardiano del sonno” ha detto il grande Vecchio.
Così ha fatto Brubrù.
Come dicevo in precedenza, la prevalenza dei sogni è impostata sulle piccole e normali esperienze della vita e non sui traumi altamente emotivi e sulle scoperte filosofiche e scientifiche che siamo in procinto di fare. Il sogno è soprattutto modico e modesto, riguarda i fatti di casa nostra, verte sulle piccole cose della vita di borgata anche se usa un linguaggio poetico e creativo di cui non siamo consapevoli e di cui ignoriamo le coordinate.
Così ha fatto Brubrù.
Nel sogno siamo universalmente poeti, “criatori” alla Giambattista Vico, perché traduciamo in immagini simboliche i nostri vissuti, personalissimi e privatissimi.
Questa caratteristica importante del sogno non è stata messa abbastanza in luce dalle varie scuole di Psicologia. Soltanto la Gestalt e la Psicoanalisi di Jacques Lacan hanno sottolineato la poeticità del sogno nel formare figure retoriche e immagini estetiche e oltremodo dense di significato profondo.
La mia ricerca si è imbattuta in questa componente artistica e, a volte, ha riattraversato il sogno di un marinaio sconosciuto in un insieme di parole con pretesa estetica: un momento di Bellezza. Alla poesia del sogno decodificato ho aggiunto le belle parole evocate in me dall’interpretazione: un sogno per due tipi di poesia, quella dell’altro e quella mia. Questa operazione è resa possibile dal riattraversamento del “già vissuto” e del “già detto”: “contaminatio” e “riattualizzazione”.
A questo punto un po’ di teoria non guasta.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede una “valenza creativa e poetica” basata sui “processi primari” che permette l’immedesimazione di chi sogna nel materiale psichico che sta svolgendo e che lo riguarda direttamente, nonché la traduzione in parole significative delle sensazioni e dei sentimenti, la conversione dei suoi “significanti” in “significati”. In quest’ultima operazione psichica siamo tutti poeti, “criatori”, perché immettiamo originalmente nelle immagini i nostri vissuti e diamo figura ai “fantasmi” elaborati durante la nostra formazione psico-culturale.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede una “valenza drammatica teatrale” che ben si individua nell’esaltazione emotiva e nella rappresentazione visiva dei temi. L’amplificazione dei sensi, allucinazioni, e delle azioni, psicodinamiche, è legata all’angoscia che è stata rimossa nel tempo e che trova il modo di scaricarsi nel sogno. Esempio: uccidere ed essere ucciso in sogno è frequente, così come essere inseguito e non riuscire a correre. In ogni caso la Psiche tende a rappresentarsi in maniera esagerata ed eclatante.
Per quanto riguarda Lacan il discorso è abbastanza complesso e lo rimando a miglior fortuna, ma ricordiamo che l’Inconscio lacaniano si condensa e si esprime nella “Parola”: “la Cosa parla”.
E’ tempo di convergere sull’interpretazione del sogno di Brubrù e di estrapolarne la vena poetica come si usa fare in una miniera d’oro che si rispetti.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo a bordo di un’imbarcazione, ero in Oriente, ma non ricordo dove. A bordo con me c’era gente che non conoscevo.”

Brubrù ama l’esotico e il rarefatto. Brubrù ha una femminilità mistica e intraprendente. E’ pienamente padrona di se stessa e cavalca la sua tigre interiore con padronanza e buoni intenti. Brubrù ha anche il fascino dell’indistinto e dell’indeterminato, dell’attesa e della disposizione. Brubrù sta bene con gli altri, ma sopratutto sta bene con se stessa in questo volgere del suo tempo verso eventi importanti. La sua “libido” attende e sa attendere. E’ un desiderio dei sensi a metà carnale e a metà mentale. Qualcosa succederà.
Preciso le simbologie.
Consapevolezza della femmina e della femminilità: “Mi trovavo a bordo di un’imbarcazione,”.
Ricerca di originalità emotive, di qualcosa di me che aspira a nascere: “ero in Oriente”. E’ un tratto della “organizzazione psichica reattiva” di Brubrù, della sua formazione umana.
Una lieve e fascinosa dimenticanza di sé o blanda “rimozione” del desiderio dei sensi: “ma non ricordo dove”. E’ ovvio che la Ragione e la consapevolezza non possono dominare questo quadro altamente simbolico e desiderante.
Non avevo piena consapevolezza della mia dimensione psichica e anche sensuale, più che sociale: “ A bordo con me c’era gente che non conoscevo.”
Brubrù prova sensazioni strane e presagisce il disvelamento di un mistero.

“Tra loro c’erano un principe e una principessa di qualche paese dell’estremo Oriente.”

Tra i miei evanescenti pensieri e rarefatte atmosfere si profilava il desiderio di un uomo e di una donna altolocati, di un maschio e di una femmina originali, non certo di persone qualunque e obsolete, convenzionali e stantie. Brubrù ha un senso di nobiltà edipico del corpo e della mente, quel privilegio che consegue alla relazione dialettica con i genitori, la psicodinamica che sistema il padre come oggetto del desiderio e compone la madre come modello da imitare. Brubrù ha mantenuto il suo senso di unicità e di eccezionalità come figlia, altrettanto privilegiata, di degni genitori. E’ matura per il desiderio di donna e per l’avventura di femmina.
Preciso le simbologie.
Dentro di me sentivo di essere pronta all’altro, di realizzare la coppia sognata e trasognata, immaginata e desiderata, nobile e borghese, sacra e profana: “tra loro c’erano un principe e una principessa”. Quante fantasie di bambina emergono nel sogno della donna!
L’Oriente è simbolo di ciò che nasce in noi e cerca la consapevolezza, della vita e della vitalità, della “libido” che esige il gusto della concretezza senza remore mentali e fobie inconsulte. Se poi quest’Oriente è “estremo”, bisogna esaltare queste caratteristiche alla massima potenza, quella consentita dall’umana natura.

“A un certo punto un coccodrillo gigante comincia a mordere da sotto l’imbarcazione.”

La meraviglia della carica erotica e della pulsione sessuale si presentano sul plateau psichico con la simbologia del maschile, il “coccodrillo gigante”, e del femminile “da sotto l’imbarcazione”. La “libido” esorbita e trasborda, il desiderio di se stessa e dell’altro assume le sembianze dell’aggressività oltremodo naturale nel suo essere di buona qualità erotica: la pulsione “sadomasochistica” consegue nei desideri e nei bisogni di Brubrù alla pulsione genitale e sessuale. La “posizione psichica anale” si è evoluta nella “posizione psichica genitale” senza trascurare la “posizione psichica
fallico-narcisistica”: il desiderio di essere sessualmente avvinta e presa si sposa con l’originale considerazione di se stessa. Brubrù è pronta alla sua maniera, è pronta a disporsi all’aggressività sessuale maschile secondo i suoi sacrosanti tratti, quel corredo di tendenze maturato evolutivamente sin da bambina nel vivere il suo corpo e nell’offrirlo all’altro: Narciso si sposa con Edipo e vissero felici e contenti, almeno per questo connubio erotico e in attesa della fusione sessuale. Questo psicodramma si gioca nell’interiorità di Brubrù che sogna se stessa.
Preciso le simbologie.
Il “coccodrillo” è simbolo dell’aggressività maschile con sfumature “anali” di “libido sadomasochistica”. L’essere “gigante” conferma la meraviglia del vissuto e l’importanza del desiderio. Non è decisamente un momento da poco quello che Brubrù sta vivendo e allora bisogna tollerare le apparenti intemperanze.

“La morde fino a che riusciamo a vedere la sua testa enorme spuntare dal pavimento della barca.”

La deflorazione è compiuta, ma non si va in pace, tutt’altro! Questo ribollire del corpo è tutto un programma per la futura “libido”. Brubrù ha incarnato la sua “genitalità” attingendo a piene mani al suo potere femminile, fallicità, e alla gratificazione di se stessa, narcisismo. Adesso nell’immaginazione o nella realtà il lieto evento di partorire la sua femmina ha visto la luce, meglio, è stato allucinato in sogno, per cui Brubrù in compagnia delle sue fantasie e delle sue realtà può celebrare il trionfo dei suoi sensi superando il dolore e la paura: “la morde” e “la sua testa enorme”. La deflorazione è evidente in “spuntare dal pavimento della barca”.
Il meccanismo onirico che domina questo capoverso del sogno di Brubrù è la “figurabilità”, la capacità dei “processi primari” di dare la giusta e originale immagine al fantasma, la creatività nel rappresentare un desiderio immaginato o un fatto occorso in una serie di sequenze in movimento. La “figurabilità” è associata abilmente alla “condensazione” della “testa” del coccodrillo e al “pavimento della barca”, una metafora e una metonimia, una relazione di somiglianza, la “testa” al posto del glande, e un nesso logico, il “pavimento della barca” al posto della lacerazione dell’imene e in rappresentazione del sesso femminile. Ogni fantasma e ogni fantasia hanno una naturale immagine: codice visivo.

“La gente a bordo faceva come se nulla fosse e, in effetti, non accadeva proprio nulla.”

Tutto normale e regolare”, tutto secondo Natura e Cultura, tutto è stato vissuto e rappresentato secondo l’originalità consentita: una donna innamorata e sedotta da un maschio secondo la sua immagine e somiglianza. “In effetti non accadeva proprio nulla” di anomalo e di perverso, di immorale e di vietato. Le sacre scritture di Brubrù si sono adempiute. Adesso può essere felice e contenta. Gli innamorati sono sempre soli e la gente attorno non è invidiosa. Meglio: il mio mondo interiore era appagato e non sconvolto. La “gente” rappresenta non soltanto l’altro fuori di me, ma soprattutto il cumulo delle pulsioni, dei desideri e dei pensieri in riguardo all’esercizio globale della “libido”. L’ormone si è sposato con la pulsione e il desiderio ha trovato il suo pensiero e tutti vissero veramente felici e contenti, almeno per questa esperienza. Degna di rilievo è la capacità del sogno di non reagire alle rappresentazioni come nella veglia. Mi spiego meglio: di fronte a un coccodrillo che spacca a morsi la barca una certa qual paura è normale, ma in sogno non è così perché il sognatore sa che si tratta di ben altro, di un ben altro fascinoso e libidico.

“Io mi sentivo inquieta e chiedevo spiegazioni sull’accaduto al principe e alla principessa.”

Dopo il desiderio o il fatto è opportuno operare la giusta razionalizzazione, rifletterci sopra e cercare le ragioni dell’accaduto. E’ successo che un principe e una principessa dell’estremo Oriente, degni figli di cotanti genitori, si sono incontrati e si sono innamorati. E’ nato un idillio che ha trovato il degno compimento in un trasporto dei sensi e in affidamento reciproco. La simbologia dominante è la sessualità con le sue caratteristiche specifiche: aggressività, autocompiacimento, affidamento e donazione. Dopo aver goduto del suo, Brubrù non tralascia il riconoscimento dell’altro. Bisogna capire bene cosa è successo tra noi due. Quinto Orazio Flacco avrebbe detto e scritto in versi “redde rationem”, “rendimi conto”. I posteri spartanamente possono dire: “e adesso?” Brubrù è “inquieta”, non appagata. Dopo l’orgasmo del corpo e della mente si ritorna alla vita quotidiana e la quiete dei sensi è turbata dal futuro: “cosa sarà di noi due?”

Tutto questo è quanto dovevo in parole al sogno di Brubrù.

PSICODINAMICA

Il sogno di Brubrù sviluppa la psicodinamica della deflorazione associando l’esercizio della “libido anale, fallico-narcisistica e genitale” in un quadro di affettività e di affidamento: desiderio e realtà.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

I simboli presenti nel sogno di Brubrù sono i seguenti: “a bordo di un’imbarcazione”, “oriente”, “principe”, principessa”, “coccodrillo”, “mordere”, “testa”, “gente”.
Nel sogno di Brubrù si manifesta l’azione del “fantasma della deflorazione”.
Non sono presenti archetipi.
Domina il sogno di Brubrù l’istanza pulsionale “Es”, la rappresentazione dell’istinto. E’ presente l’istanza razionale “Io” in “chiedevo spiegazioni”. Non si manifesta l’istanza censoria e morale “Super-Io”.
Il sogno di Brubrù evolve la “posizione psichica anale” nella “posizione psichica genitale” senza trascurare la “posizione psichica
fallico-narcisistica”: il desiderio di essere sessualmente avvinta e presa si sposa con l’originale considerazione di se stessa, come detto in precedenza.
Il sogno di Brubrù usa i seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “figurabilità” in “La morde fino a che riusciamo a vedere la sua testa enorme spuntare dal pavimento della barca.”, la “rimozione” in “ma non ricordo dove”, la “razionalizzazione” in “chiedevo spiegazioni”. Non si evidenziano i processi della “sublimazione” e della “regressione- fissazione”.
La “organizzazione psichica reattiva” o “struttura psichica in atto e in evoluzione” evidenzia un tratto “anale” di “libido sadomasochistica” all’interno di una cornice “genitale” o disposizione all’investimento nell’altro.
Le figure retoriche presenti nel sogno di Brubrù sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “principessa” e in altro, la “metonimia” o relazione di senso logico in “mordere” e “oriente” e in altro.
La “diagnosi” dice di un esercizio di “libido sadomasochistica”, deflorazione, in piena consapevolezza e disposizione psicofisica.
La “prognosi” impone il rafforzamento qualitativo della situazione psichica ed esistenziale.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una improbabile regressione e fissazione a posizioni psichiche precedenti, la “orale”, con il prevalere di bisogni affettivi smodati.
Il “grado di purezza onirico” è buono. Brubrù non ha manipolato il sogno al risveglio con l’esercizio di accomodamento logico dei “processi secondari”.
La causa scatenante del sogno di Brubrù, “resto diurno” come lo definiva Freud, è ormonale e si attesta in un piacevole stimolo sessuale.
La “qualità onirica” o attributo dominante nel sogno di Brubrù è cenestetica, simbolica sensoriale.
Il sogno si è svolto nella seconda fase REM.
Il “fattore allucinatorio” si esalta nel senso della “vista”.
Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Brubrù è alto, è prossimo alla verità oggettiva.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Brubrù.

Domanda
Quindi, quando sogniamo siamo tutti poeti?

Risposta
Proprio così, cara mia! Usando i “processi primari” costruiamo immagini ad alto contenuto emotivo, i “fantasmi”. Di poi, se questi fantasmi li traduciamo in parole e li accomodiamo in discorsi, possiamo comunicarli e condividerli insieme alle emozioni e alla carica di bellezza che contengono.

Domanda
Ma se siamo tutti poeti almeno in sogno, cos’è la Poesia secondo lei?

Risposta
Discorso complicato, ma cerco di semplificarlo. Ogni tempo e ogni cultura hanno avuto e hanno la loro Poetica e le loro Poetiche, la Filosofia intorno alla Bellezza, e l’hanno codificata quasi sempre in un fattore emotivo intriso di forti sensazioni. L’Arte può rappresentare la realtà esterna o la realtà interna o entrambe secondo una metodologia espressiva. L’Arte abbisogna di una “forma” e di un “contenuto”, insegnava don Benedetto Croce; la prima è culturale e universale, il secondo è individuale e condivisibile. La Bellezza comunque è sempre legata alla sensazione vissuta da ogni persona. Quest’ultima varia secondo la formazione psichica, la “organizzazione psichica reattiva”.

Domanda
Quindi ogni persona ha sensazioni diverse di fronte allo stesso oggetto artistico?

Risposta
Precisamente così.

Domanda
Io posso tradurre il mio sogno in poesia?

Risposta
Certamente e con gli strumenti espressivi prediletti, al di là dell’accettazione della gente e, orribile a dirsi, del mercato dell’arte. Puoi riattraversarlo immettendo le emozioni del sogno in quelle della rielaborazione.

Domanda
Un doppio brodo!

Risposta
Proprio così! Mi piace questo accostamento. Hai usato la figura retorica della “metonimia”, una condivisione logica. Hai posto un nesso tra la poesia e il brodo della Star tramite la qualità del doppio.

Domanda
Mi sembra esagerato quello che lei dice.

Risposta
Ma tu pensi che gli artisti siano persone eccezionali? Sono fornai che quotidianamente sfornano il buon pane per la gente, come diceva Neruda. Hanno le parole per dire le cose personali e di tutti e le inquadrano secondo gli schemi della scuola a cui aderiscono, le Poetiche. L’Arte al tempo dei Greci era intesa come imitazione della Natura tramite la tecnica del verso: scuola classica a base mitica-realistica. Nel tempo e nelle culture si è evoluta fino a rasentare l’assurdo, il surreale, il metafisico e tanto di altro, dal pop alle elites. L’artista è un tecnico che possiede il metodo, ma è anche un istrione e un ciarlatano, un vate e un bandezzatore, un venditore di tappeti e un “vastasi della piscaria” di Catania o Palermo. Fondamentalmente è una persona che racconta a suo modo delle storie e fa dei resoconti: “unu ca cunta i cunti”, uno che racconta i racconti. Sicuramente il poeta è un mezzo matto, uno che usa i “processi primari” e sta ai bordi della cosiddetta normalità. Adesso passo ai fatti e ti mostro come ho elaborato il sogno di Brubrù in versi di scuola realistica, ermetica e surreale.

RIATTRAVERSAMENTO ESTETICO DEL SOGNO DI BRUBRU’

Una gita in barca nel mitico Oriente,
io e te,
evanescenti, senza ricordi,
con il presente in atto,
senza tempo tra gente sconosciuta
dai lineamenti sinuosi e accattivanti.
Noi due sconosciuti tra gli altri
e tutti da conoscere,
io principessa e tu principe,
tu aladino e io lampada,
tu genio e io materia.
E’ tutto così estremo in Oriente!
Tu che mi tocchi e mi baci,
tu che fremi e mi mordi.
La mia barca vacilla,
s’imbeve d’acqua
e va giù mentre tu affondi i colpi.
La mia carne intonsa è stata scorticata
e l’imene è soltanto il ricordo del passato di bambina.
La mia femminilità è campo da arare,
è mare da solcare con la tua prua.
La gente attorno non sa, non vede, non sente.
E’ come nei nostri desideri,
un sacro connubio di corpo e di mente,
una comunione, un mito, un rito.
Non è accaduto proprio nulla,
tutto è stato secondo natura.
Cosi immaginavo e cosi è successo.
Dimmi, o mio principe,
parlami adesso,
dì alla tua principessa il segreto di tanto mistero.
Svelami l’arcano
e spiegami perché ogni volta che ti sento e ti vedo
mi si rivolta il ventre in cerca di nobiltà.

LA PRINCIPESSA E IL PRINCIPE

Principe

Rosa dolze e aulentissima
c’apari al disio de la mia carne,
traiemi d’esta focora
che n’abio a volontate.
Pe tia nun aio abiento la notte e la dia.

Principessa

Accarezzami, o mio principe,
e inebriami dei tuoi baci al fuoco di un’indomabile passione
finché non avrai sentito il suono della mia campana
diffondersi dal villaggio fino alle pendici del monte di Venere
tra i cervi degli anfratti e le violette del pensiero.
La tua principessa vuole finalmente godere
alla luce del sole nel misterioso Oriente.

Baciami, o mio principe,
e toccami con tutto l’ardore dei tuoi ormoni
e fai della mia bocca il centro di un piccolo universo
che si dilata fiducioso verso la periferia dei sensi.

Strapazzami, o mio principe,
fino a farmi male
e a lasciare impresse nella mia carne
tutte le tracce della tua barbarica irruenza,
affinché io non possa più pensare
di essere ancora sola
e di essermi graffiata
cadendo dal divano color scarlatto.

Straziami, o mio principe,
ma di baci saziami
e portami tante rose rosse,
tante quanti i giorni che ho consumato
nell’attesa che tu ti accorgessi di me,
mi sorridessi e mi portassi con te.

Prendimi, o mio principe,
e lascia sulla mia pelle
le stimmate del tuo calvario di animale
e fammi rinascere nel mio corpo,
una quinta forza,
una parentesi senza spazio e senza tempo.

Rielaborazioni e riattraversamenti effettuati da Salvatore Vallone in Siracusa, nel mese di Luglio dell’anno 2018.
La “contaminatio” riguarda la poesia del mille duecento di Cielo d’Alcamo o Ciullo, poeta della scuola siciliana o poesia trasmessa dal popolo oralmente: degno di nota il passaggio dalla lingua latina al dialetto siciliano.

Rosa dolze e aulentissima
c’apari al disio de la mia carne,
traiemi d’esta focora
che n’abio a volontate.
Pe tia nun aio abiento la notte e la dia.

Rosa dolce e odorosissima
che appari al desiderio della mia carne,
tirami fuori da questo fuoco
che ne ho a volontà.
Per te non ho tranquillità la notte e il giorno.

Altra “contaminatio” riguarda la canzone a ritmo di “tango” scritta nel 1926 da Luigi Liaglia su testo di Anacleto Francini. La prima lettura del testo lascia sconcertati per la sensualità che descrive in riferimento a una donna meticcia, figlia di un colono europeo e di una donna dell’America latina, la Creola. Chiaramente la donna è culturalmente considerata per le sue proprietà erotiche e per l’effetto sessuale che suscita nel maschio. In Italia il Fascismo gradì molto questa canzone e il suo contenuto, nonché la musica fortemente carezzevole nella forma ritmata del tango. Il riferimento alla “coca” è del tutto legittimo perché non era fuorilegge e normalmente usata in medicina e nella pratica quotidiana. Vedi il testo breve di Freud sulla “Cocaina”. La “bruna aureola” riguarda il seno ed è un tratto somatico caratteristico delle “creole” e particolarmente gradito ai maschi. Diffidate dalla collocazione di soccombenza del maschio. E’ soltanto una sottomissione interessata. Tornerò su questo testo. Intanto gustate la versione sostenuta offerta da Milva.

Creola

Che bei fiori carnosi
son le donne dell’Avana:
hanno il sangue torrido
come l’Equador.

Fiori voluttuosi
come coca boliviana…
Chi di noi s’inebria
ci ripete ogn’or:

Creola,
dalla bruna aureola,
per pietà sorridimi
che l’amor m’assal…

Straziami,
ma di baci saziami;
mi tormenta l’anima
uno strano mal.

La lussuria passa
come un vento turbinante,
ché gl’odor più perfidi
recan ogn’or con sé

ed i cuori squassa
quella raffica fragrante
e inginocchia gli uomini
sempre ai nostri piè.

Creola,
dalla bruna aureola,
per pietà sorridimi
che l’amor m’assal…

Straziami,
ma di baci saziami;
mi tormenta l’anima
uno strano mal.

Straziami,
ma di baci saziami;
mi tormenta l’anima
uno strano mal.

 

 

LA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

MI SCRIVE FERNANDA

Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.
Il sogno consiste in questo.
La chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).
Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.
Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.
In realtà io capisco che è arrivato per me.
Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.
Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.
Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.
Cosa mi sta succedendo?
Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei anche avere un altro figlio.
Buona giornata,
Fernanda
P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.

CONSIDERAZIONI

Proseguo sulla linea della semplificazione massima senza scadere nell’approssimazione.
Fernanda chiede cosa le sta succedendo e la risposta immediata è la seguente: la “razionalizzazione del lutto” legato alla perdita del padre.
La notizia finale è la chiave di comprensione del sogno di Fernanda e la Psiche birichina la comunica nel “post scriptum” a testimoniare di una blanda “rimozione” o ingenua dimenticanza.
Cosa comporta a livello psichico il lutto?
Reazioni psicosomatiche, mentali e fisiche, nonché pratiche e ritualistiche, tutte dettate dalla “organizzazione psichica reattiva” maturata e dall’uso dei meccanismi di difesa dall’angoscia che hanno contraddistinto l’evoluzione psichica. Nell’impatto con l’esperienza della morte ogni persona reagirà alla perdita in maniera diversa, ma fondamentalmente secondo le direttive del suo corredo formativo.
Quanto tempo necessita la “razionalizzazione del lutto”?
Dopo due anni si evidenzia il processo innescato dal dolore e dall’angoscia, nonché il modo e la maniera in cui l’esistenza si è evoluta: il dolore riguarda la perdita, l’angoscia verte sulla morte.
La lettera di Fernanda ha un sogno incorporato e offre la possibilità di iniziare un percorso sul fenomeno inquietante della perdita e sulla conseguente riflessione sulla morte.
Presto le mie parole all’interpretazione del sogno di Fernanda.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.”

Fernanda mi conosce perché è stata in trattamento analitico. Con lo psicoterapeuta si stabilisce sempre una complessa relazione, umana e clinica, che viene definita “transfert”. Si tratta della riproposizione delle modalità psichiche, elaborate e vissute durante l’infanzia nei riguardi dei genitori, sulla poliedrica figura dell’analista, modalità relazionali che contraddistinguono come un marchio di fabbrica ogni persona. Il “transfert” è secondo Freud un potente strumento d’indagine perché verte sull’infanzia e sull’adolescenza e denota soprattutto i movimenti affettivi e le pulsioni sessuali vissuti durante l’evoluzione psichica del soggetto in trattamento. Sognare l’analista, quindi, comporta la “traslazione” difensiva della figura materna o paterna con le modalità psichiche emergenti. Ribadisco, figura materna e paterna secondo le emergenze elaborate nel corso dell’esperienza di destrutturazione e di razionalizzazione psichiche. Ricordo che l’analisi e la presa di coscienza del “transfert” concludono il trattamento psicoterapeutico psicoanalitico. Alla luce di queste considerazioni teoriche il mio “essere attore” nel sogno di Fernanda si spiega con la “traslazione” del padre defunto nella mia figura e con la riedizione della relazione transferale a suo tempo vissuta nel corso dell’esperienza psicoterapeutica.
Procedendo punto per punto, il discorso diventa più semplice e comprensibile.

“Il sogno consiste in questo: la chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).”

Fernanda si relazione con me secondo le coordinate della psicoterapia e manifesta l’intenzione di una seduta di sostegno, ma non è molto convinta dal momento che mi allontana dal mio studio di Pieve di Soligo e, sapendo delle mie origini sicule e del mio costume nostalgico di ritornare spesso in Sicilia, mi colloca beneficamente nella mia terra. Ha un atteggiamento materno nei miei confronti, non vuole rinunciare alla seduta ma la desidera distaccata ed emotivamente meno intensa: “la chiamo al telefono” e “comunicare via Skype”. La modernità è al servizio della relazione e ben venga anche se pone diversi problemi nel settore delle psicoterapie. Comunque, Fernanda sta cercando un incontro e un impatto a bassa intensità emotiva con una figura maschile e ha spostato nell’analista una gentile connotazione paterna. Fernanda cerca un contatto in un distacco risolvibile, evita l’angoscia della perdita e la ripara con una soluzione mediata. Ma quale psicodinamica sta effettivamente istruendo Fernanda nel suo sogno?

“Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.”

Fernanda in sogno sta riesumando la sua storia psicoterapeutica, la sua avventura analitica iniziata e proceduta nel tempo anche con il lieto evento della figlia, esperienze che ha vissuto nel suo “studio” interiore e che la trovano particolarmente in confidenza con la mia persona. Le “carte” sono ovviamente quelle sue, i fatti intercorsi nella vita di una giovane donna, la maternità e l’affidamento a un buon padre, l’analista. Fernanda ha maturato un “transfert” positivo e ha potuto procedere nella rivisitazione delle sue esperienze formative senza gravi travagli: “le mie foto risalenti” e “le ho dato io”. Fernanda aveva in apparenza una “posizione edipica” non eccessivamente conflittuale nei riguardi del padre e una relazione di dipendenza nei riguardi della madre. La figlia di Fernanda conta a tutt’oggi diciotto anni. La sintesi di tanti anni di vita e di lavoro su se stessa è quasi perfetta, per cui il sogno può passare all’elaborazione di materiale psichico più sostanzioso e congruo.

“Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.”

Fernanda rievoca la sua relazione conflittuale con il padre, “posizione edipica”, tramite la mia persona e la mia figura e adatta mirabilmente la parte fisica con la parte psichica: “piacevolmente stupita”. Per i bisogni psichici emersi in sogno si serve della magia dello spazio e rapidamente si colmano le distanze tra il Sud e il Nord. Emerge un tratto “fallico narcisistico” dell’adolescenza, quando la conquista affettiva del padre era importante per il futuro e per l’evoluzione. Il pensiero magico dell’infanzia si ridesta per assolvere i desideri di una figlia che ha bisogno d’importanza e di potere, di valutazione e di prestigio. Il sogno viaggia nel discorsivo, con pochi simboli espliciti e con dinamiche realistiche perché Fernanda lo accomoda e lo acconcia dopo il risveglio e anche perché tanto tempo è passato dalla fine della terapia. Si rilevano i bisogni di potere e la “proiezione” di onnipotenza magicamente condita: “piacevolmente stupita come mai è arrivato” dal Sud al Nord. E’ altamente poetica la fantasia seduttiva della bambina nella ricerca del privilegio e dell’attenzione del padre. Questa è una radice psichica del futuro destar fascino nella conquista dell’altro.

“In realtà io capisco che è arrivato per me.”

Quanti sentimenti sono condensati in questa breve frase! A riprova di quanto detto in precedenza, si evidenziano il bisogno di possesso esclusivo, il sentimento della rivalità fraterna, la sete d’affetto, il desiderio della conquista, il fascino e il potere della seduzione. Fernanda bambina nutriva naturalmente il suo “Io” con una buona dose di fantasie falliche e narcisistiche. Questa breve frase è anche un condensato di psicologia della seduzione edipica. Fernanda riesuma desideri e i bisogni di bambina, nonché le titubanze di adolescente, nei riguardi del padre. “Capisco” equivale a “mi riempio” e “contengo”, a “mi imbevo” e ho la consapevolezza che il maschio dice le bugie per non tradire i suoi affetti e il suo sentimento d’amore. La “proiezione” difensiva è oltremodo evidente. Fernanda ha vissuto tutto questo trambusto in passato, non lo ha detto e non lo ha fatto capire, l’ha tenuto nella sua interiorità per evolversi. L’intimo e il privato sono sempre beni da tutelare e non si offrono al primo venuto: le perle non si danno in pasto ai porci. Non dimentichiamo che il padre di Fernanda è morto da quasi un anno e che lei sta necessariamente razionalizzando il lutto. “Per me”, ribadisco, è tutto un programma d’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

“Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.”

Come si diceva in precedenza, i bisogni affettivi e affermativi sono una costante psichica che i figli rivolgono all’attenzione e alla sensibilità dei genitori. Essere valutati e rivalutati è molto importante nell’economia dell’evoluzione psicofisica. “Quello che a me arriva” dall’interno e non dall’esterno è la difesa del “proiettare” nell’altro i moti profondi del mio corpo e della mia mente. La “posizione edipica” è servita in un piatto d’oro e non d’argento. La bambina ha pensato allora e ripensa adesso tramite la donna adulta e la madre che un uomo, il padre, avesse investito “libido” su di lei. Il bisogno difensivo di non vivere l’angoscia di valere poco si sublima nella collocazione narcisistica di superiorità. Da questo spaccato di sogno si capisce la formazione dei complessi d’inferiorità e dei disturbi affettivi. In ogni caso genitori freddi e anaffettivi producono guasti psichici nei figli, che oltretutto producono da soli “fantasmi depressivi” di vasta portata per naturale necessità formativa ed evolutiva. Nascondere la verità è andare contro la realtà. Fernanda ha avuto bisogno che il padre si accorgesse di lei e di fare fantasie su questo rapporto. Lei ha fatto di tutto per occultare a se stessa e agli altri questo sentimento e questa attrazione, ma è costretta alla consapevolezza dopo la morte del padre e in sogno. Il lutto e il fantasma depressivo rimescolano alla grande la struttura psichica maturata e la costringono ad evolversi con la “razionalizzazione” della perdita. Convergiamo sul sogno e sulla simbologia: l’analista padre si è innamorato della figlia paziente. Il “transfert” seduttivo e affettivo è servito a Fernanda per tirare fuori al meglio la sua modalità relazionale. Adesso può risolvere il conflitto con il padre e compensare le frustrazioni necessariamente subite. Adesso si può consapevolmente relazionare con i suoi uomini in maniera autonoma anche se la modalità primaria resta sempre attiva. Fernanda può comandare a casa sua.

“Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.”

Ecco svelati i bisogni della bambina nel sogno della donna adulta a conferma che il tempo non è passato, che il vissuto è ancora presente e si compensa altrove. La Psiche viaggia in una dimensione temporale assolutamente presente, un “breve eterno”. La vita psichica si riconduce all’attualità della coscienza. La “regressione” onirica offre l’immagine di una Fernanda bisognosa di vicinanza, di parole, di presenza, di protezione e di viversi bene. La “posizione edipica” è umanizzata senza colpe e senza eccessi. Fernanda edulcora in sogno le turbolenze emotive e le pulsioni e sublima il desiderio del padre vissuto a suo tempo e ripresentato nel trattamento analitico verso la figura dell’analista. “Accanto”, “di lato”, “da vicino” sono simboli spaziali pregni di affettività nelle loro diverse angolature: una sottile precisazione sul tema sentimentale. La “protezione” si lega mirabilmente al “benessere”: un degno connubio e un prezioso insegnamento per i futuri genitori.

“Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.”

Niente di aristotelico in questo sogno, tutto è platonico e l’atmosfera è rarefatta e pulita. Fernanda insiste anche da sveglia a ripulire il sogno da sfumature erotiche e dal complotto dei sensi. Tutto “si ferma a questa sensazione di legame platonico”. Lapsus freudiano: platonico e ideale razionale coincidono e non contemplano alcun tipo di sensazione. Fernanda sublima per difesa i vissuti dei sensi e li colloca nel mondo, sempre di Platone, che sta al di là del cielo, l’iperuranio per l’appunto. Nulla è materiale e tutto è spirituale. Questa è la profonda menzogna difensiva che sin da bambini i vecchi bacucchi propinano ai bambini che sono interessati soltanto alla pelle e alle coccole, allo stomaco e alle leccornie, al ventre e alla “libido”. I bambini vivono il corpo come la propria essenza e dal corpo traggono gli auspici per l’evoluzione psichica corretta, propria e non alienata. L’autocoscienza psicofisica è ancora una volta la soluzione vincente di tutti i conflitti nevrotici e non. Prendersi cura amorevole del proprio corpo e osservare attentamente i suoi diritti sono gli assunti di base per ogni persona che rifiuta l’imbroglio e il pregiudizio, nonché la sofferenza mentale. Un ultimo rilievo su “di carattere sessuale o fisico”: Fernanda distingue nella vita reale il corpo dalla psiche, nonché le attività vitali connesse. E’ questa un’ulteriore e manichea difesa mentale e culturale presente nella lettera, perché nella realtà Fernanda si è dimostrata aperta e moderna.

“Cosa mi sta succedendo?”

Il sogno e il commento lasciano il posto alla domanda. Fernanda si interroga e la risposta è semplice: stai razionalizzando il lutto legato alla perdita del tuo papà. L’operazione di purificazione e di presa di coscienza sta maturando anche attraverso il sogno e con il recupero della “posizione edipica”, la conflittualità dei vissuti in riguardo all’augusto genitore. Inoltre e sempre in sogno Fernanda ha sintetizzato le difese che ha usato nei confronti del padre e, di poi, degli uomini. Semplicemente: l’evento luttuoso ha scoperchiato la pentola ed venuta fuori la modalità psichica relazionale di Fernanda. La morte del padre ha reso possibile un ultimo regalo: la presa di coscienza evolutiva che consente di maturare e di progredire nella normalità e senza grandi sconvolgimenti.

“Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei avere anche un altro figlio.”

La psiche non ha tempo, la coscienza è un “breve eterno”. Freud al proposito si dichiarava ignorante e riteneva la dimensione temporale un settore di studio aperto e foriero di importanti implicazioni. Era sorpreso dell’effetto psicofisico del meccanismo principe di difesa della “rimozione” e della presenza di materiale rimosso e carico di tensioni congelate che esplodeva in ipnosi nel momento in cui l’evento emergeva alla coscienza e riacquistava tutta quella carica nervosa che a suo tempo non si era espressa perché relegata a livello profondo. Era nato l’Inconscio. Convergendo sul sogno di Fernanda, si evidenzia la convinzione che tutto si gioca nell’ambito della coscienza e sotto forma di elaborazione nell’attualità, come sostenevano a ragione i Filosofi e senza ricorrere a Inconsci e compagnia cantante. Il “fantasma del padre” è stato razionalizzato al tempo dell’analisi e si è scatenato e precisato quando è morto, quando ognuno di noi è chiamato a reagire istruendo i meccanismi e i processi di difesa elettivi, quelli consoni alla nostra struttura psichica o meglio “organizzazione psichica reattiva”. Si spiega in tal modo la diversa reazione dei membri della stessa famiglia di fronte alla perdita di una persona cara. I vissuti del passato si presentano al presente e condizionano le reazioni personali e le scelte esistenziali. Dopo il lutto si può anche sconfiggere la morte con una gravidanza: esorcismo dell’angoscia e affermazione di potenza del Genio della Specie e Filogenesi. La depressione della perdita del padre si può risolvere con il bisogno di avere un figlio. Il passato è forte e si presenta al presente. Un figlio ci infutura.

“P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.”

Come dicevo nelle “considerazioni”, questo evento luttuoso spiega gran parte del sogno di Fernanda ed è la causa scatenante del trambusto psicofisico in atto. La necessaria “razionalizzazione del lutto” porta a una riformulazione mentale e a una ricomposizione emotiva. La morte del padre è per tutti un momento drammatico da risolvere attraverso la comprensione logica della perdita e di quello che comporta e lascia in eredità. I padri non lasciano soltanto beni materiali da dividere in parti possibilmente uguali, ma lasciano soprattutto strascichi psicologici che aspirano a essere organizzati e reintegrati nella struttura psichica o “organizzazione psichica reattiva” per portare a quella maturazione che è sempre un fatto di coscienza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Fernanda sviluppa il tema della “razionalizzazione del lutto” e rievoca l’esperienza conflittuale con la figura paterna. Ricordo che per “razionalizzazione” si intende il naturale esercizio della funzione logica di aristotelica memoria, basato sui principi logici e sulle categorie, e non il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” che porta alla formazione di costruzioni mentali paranoiche, neo-realtà in giustificazione difensiva dei propri sensi di colpa. Fernanda rievoca il padre costretta dalla sua morte e dal bisogno di comporre il “fantasma” depressivo della perdita. Inoltre, il sogno di Fernanda mostra la funzione psicoterapeutica del “transfert” e ne evidenzia la proprietà evocativa dei fantasmi dell’infanzia e delle modalità affettive vissute e acquisite.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Fernanda evidenzia i seguenti tratti caratteristici.
Formula e contiene la simbologia del “chiamare al telefono”, “comunicare via Skype”, della “foto”, “capisco”, “accanto”, “di lato”, “da vicino”.
E’ prevalentemente guidato dall’Io cosciente e la formulazione è narrante e discorsiva. L’istanza pulsionale “Es” è contenuta in “piacevolmente stupita”. Dell’istanza censoria e morale “Super-Io” si avverte presenza in “sensazione di legame platonico”.
Evidenzia una “organizzazione psichica reattiva”, struttura”, “fallico-narcisistica”: autocompiacimento e potere con difficoltà di apertura e di relazione.
Elabora la “posizione edipica”, relazione conflittuale con il padre, e non offre alcunché della madre.
Usa i meccanismi di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “traslazione”, della “proiezione”, della “sublimazione” in “legame platonico”. La “regressione” è visibile in “le mie foto risalenti a diciott’anni fa”. Il sogno è ispirato dal meccanismo della “razionalizzazione” di un evento, il lutto nel caso specifico.
Richiama il meccanismo psicoterapeutico del “transfert”.
Elabora le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “foto” e “telefono”, della “metonimia” o nesso logico in “legame platonico”. Il sogno non è formulato in maniera poetica, ma discorsiva e narrativa.
La “diagnosi” dice di un processo di “razionalizzazione del lutto” in evoluzione.
La “prognosi” impone di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” e della “posizione edipica”, al fine di migliorare le relazioni e di liberare le emozioni.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome nevrotica d’angoscia legata alla mancata razionalizzazione della perdita del padre e del fantasma di morte collegato.
Il “grado di purezza onirico” è basso perché Fernanda ha elaborato e molato il sogno da sveglia.
La causa scatenante del sogno, “resto diurno”, è il ricordo della propria analisi e dell’analista con il bisogno di una seduta.
La “qualità” del sogno è la discorsività narrativa.
Il sogno è stato elaborato nell’ultima fase REM, verso il mattino e durante il risveglio.
I sensi allucinati sono la vista e l’udito. “Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere” richiede una cospirazione allucinatoria dei sensi.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Fernanda è elevato e molto prossimo alla verità psichica oggettiva.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Fernanda.

Domanda
Come si reagisce al lutto?
Risposta
Come ho detto in precedenza, si reagisce in base alla “organizzazione psichica reattiva” che abbiamo formato ed evoluto e in base ai “meccanismi psichici di difesa” che usiamo in base alla nostra formazione.
Domanda
E’ una reazione condizionata e non libera?
Risposta
E’ una libertà condizionata dalle possibilità di scelta che abbiamo e sempre in base alla nostra formazione psichica.
Domanda
Di veramente libero non c’è niente a livello psicologico secondo lei.
Risposta
Proprio così. Neanche il concetto di Dio è stato elaborato dagli uomini con la libertà assoluta. Anche Dio è stato costruito nei primordi dell’umanità in maniera condizionata. Vedi Spinoza che costruisce Dio come sintesi di libertà e necessità.
Domanda
Condizionato da chi?
Risposta
Il concetto di Dio è stato condizionato dall’uomo che lo ha elaborato e che vi ha proiettato i suoi limiti. Senza uomo Dio non ha motivo di essere e di esistere. Questo è il primo condizionamento: deve creare e comporre AdamEva.
Domanda
Andiamo sul semplice e sul facile. Mi spiega la reazione al lutto secondo le organizzazioni psichiche?
Risposta
In sintesi, fermo restando che di fronte alla perdita si scatena in ognuno di noi la reazione del lutto e il fantasma di morte, la “organizzazione orale” scatta in maniera affettiva scatenando forti emozioni e convertendole in reazioni isteriche come il pianto, esternando il dolore e cercando protezione negli altri.
La “organizzazione anale” trattiene le emozioni e le tensioni per poi possibilmente esplodere in reazioni smodate e inconsulte quando il sistema psichico supera la soglia e l’equilibrio omeostatico si rompe.
La “organizzazione fallico-narcisistica” reagisce in maniera personale ed esibizionistica manifestando un interesse al potere derivato da una situazione di grande dolore.
La “organizzazione genitale” vive il dolore in maniera composta, lo condivide e si relaziona per lenirlo nelle persone care.
In termini semplici queste sono le reazioni e le manifestazioni emotive.
Domanda
Quindi una persona che non manifesta il dolore non è un insensibile ma ha una organizzazione anale.
Risposta
Giusto e con tutte le sfumature del caso. Le mie sono generalizzazioni utili a capire, ma la reazione psichica al lutto e alla nostra angoscia di morte sono composite e miste perché l’organizzazione psichica è in evoluzione e può pescare dalle varie stazioni. Mi riprometto di allargare questi concetti che ho semplificato per motivi di chiarezza.
Domanda
A proposito di chiarezza posso riepilogare quello che ho capito? Alla morte di una persona cara e di fronte alla paura della nostra morte reagiamo in base a come ci siamo formati psicologicamente. Gli “orali” esternano in maniera emotiva, gli “anali” trattengono il dolore e poi possono esplodere, i “fallico-narcisistici” esibiscono le loro emozioni in funzione di un loro tornaconto, i “genitali” esprimono le loro emozioni e consolano gli altri.
Risposta
Una sintesi poderosa e perfetta come tutte le cose semplici.
Domanda
Quali meccanismi di difesa si mettono in atto di fronte al lutto e all’angoscia di morte?
Risposta
Anche questo è un discorso complesso, ma lo semplifico. Si usano i meccanismi che con la nostra organizzazione psichica maturata siamo abituati a usare. Adesso li scorro e li descrivo.
Il meccanismo primario del “ritiro primitivo” consiste nel fuggire dalla realtà per non vivere l’angoscia che non si può gestire. Tale fuga e chiusura in se stessi sono pericolose perché non riconoscono la realtà della morte e del lutto.
Il “diniego” è un meccanismo primario e si attesta nel negare il lutto e la morte. E’ pericoloso perché, per rifiutare l’angoscia, non riconosce la realtà.
La “dissociazione” è sempre un meccanismo primario e pericoloso perché di fronte all’angoscia opera una scissione dell’Io, quello che vive l’angoscia e riconosce il lutto e quello che nega il tutto e si aliena in una realtà tutta sua proteggendosi da quel se stesso angosciato e impotente.
La “rimozione” consiste nel relegare a livello profondo perdita e angoscia. Ma questa modalità di dimenticare non è possibile se si è coinvolti direttamente nel lutto.
La “regressione” e la “fissazione” si attestano nel tornare indietro a modi primari di vivere l’angoscia e la perdita, modalità meno evolute e sofisticate di quella “genitale” di accettazione e di condivisione. Esemplificando chi si chiude in se stesso e non comunica, usa questi meccanismi di difesa.
“L’isolamento” consiste nel separare l’emozione dal fatto, il dolore dal lutto, l’angoscia dalla morte e nel vivere in maniera fredda, senza sentimenti e senza sensazioni, gli eventi drammatici. Questo è un meccanismo molto usato e non significa essere insensibili o tanto meno cattivi.
La “intellettualizzazione” si attesta nel razionalizzare in maniera sofisticata un carico emotivo. E’ una forma estrema della “razionalizzazione”. Fare filosofia sulla morte e sul lutto è l’esempio giusto.
La “razionalizzazione” paranoica significa sentirsi perseguitati dall’angoscia e dalla perdita, costruire neorealtà e formarsi delle convinzioni in tal senso. La morte ci perseguita perché qualcuno ci odia e ci colpisce in questo modo.
La “moralizzazione” comporta una estremizzazione del senso del dovere, per cui l’angoscia e la morte sono di per se stesse necessarie, bisogna affrontarle in maniera rigida e accettarle in maniera passiva come eventi e vissuti ineludibili. Lo stoicismo e la maniera di intendere la morte e il dolore sono il classico esempio di “moralizzazione”. Anche il Buddismo rientra in questa concezione di naturale necessità.
La “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare la morte e il lutto in un settore psichico a parte e non integrato nel complesso della “organizzazione psichica”. Pensare che la morte riguarda sempre gli altri è una forma di “compartimentalizzazione” e porta all’ipocrisia.
“L’annullamento” comporta la soluzione dell’angoscia del lutto e della morte in un rito per operare una purificazione attraverso l’azione ritualistica programmata. Recito una preghiera e partecipo a una messa oppure eseguo un atto personale che mi scarica la tensione emotiva in eccesso. La magia comporta il meccanismo dell’annullamento.
Il “volgersi contro il sé” significa vivere il lutto e l’angoscia di morte come colpe da espiare. Siamo peccatori e moriremo. La cultura e le religioni sono piene di questo meccanismo autolesionistico. L’espiazione spesso comporta la somatizzazione di un sintomo o una malattia psicosomatica.
Lo “spostamento” si attesta nella traslazione dell’angoscia e dell’evento luttuoso in un oggetto investito magicamente o in un’azione altrettanto magica: il feticcio e l’esorcismo.
La “formazione reattiva” comporta il capovolgimento del lutto e dell’angoscia in accettazione positiva del destino di uomini: dall’angoscia di morte al desiderio di morte. Vedi il martire e il martirio.
Il “capovolgimento” è una forma di reazione all’angoscia di morte e si attesta nel convertirla in necessità quasi desiderata. Vado in cerca di quello che temo. La morte diventa una ricerca e una sfida.
“L’acting out” o italianamente “messa in atto” esige che l’angoscia si risolve in una azione o in un agire che impedisce di pensare e di riflettere, quasi un prevaricare se stessi per non vivere l’angoscia e alienarsi in tutt’altro.
La “sessualizzazione” comporta che l’angoscia si traduca in un investimento di “libido”. Il dolore si converte in erotismo ed edonismo: godiamoci la vita e la vitalità, tanto poi si muore.
La “sublimazione” comporta la conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia di morte e del lutto. Nobilitare il dolore e rendere l’angoscia una energia da usare per fini positivi.
Ho quasi finito il quanto dovevo dire in sintesi, ma mi riprometto di allargare meglio in futuro questo argomento. Ultima precisazione: questi meccanismi di difesa spesso si richiamano, si combinano e non sono usati in maniera pura ed esclusiva.