IL MANICO E LA MANERA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo nel mio campo.
Guardo in fondo la catasta di legna fatta con i paletti e coperta da una lamiera.
In mezzo alla legna noto un buco nero e mi sembra di vedere un topo.
Mi avvicino e mi dico: “adesso lo uccido”.
Prendo la manera e la lancio in mezzo al buco nero.
Parte soltanto la lama e mi resta in mano il manico.
Dal buco vengono fuori dei serpentelli colorati e diversi che si dirigono verso di me.
Impaurita mi sveglio.”

Questo è il sogno di Nietta.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Un antico proverbio veneto recita nel suo tintinnante dialetto: “getar el manego drio la manera”. Traduco: invertire il posto del manico e della lama. La “manera”, infatti, è un grosso coltellaccio con funzione di ascia e serve per tagliare i rami quando si fa la legna per cucinare o per scaldarsi d’inverno. Fuor di metafora il proverbio intende l’essere scansafatiche, perché invertire i pezzi equivale a non poter usare l’attrezzo e, di conseguenza, a non poter lavorare, un deprecabile costume che non alligna, di certo, presso il civile e laborioso popolo veneto che mi ha ospitato per ben cinquantanni.
Tradotto nei simboli portanti, il sogno rivela il vissuto aggressivo e la scarsa stima di Nietta nei riguardi dell’universo maschile, nonché, nel finale, una sana paura della gravidanza indesiderata. Nietta è decisamente avversa all’indolenza vanagloriosa maschile ed esterna la sua naturale “libido sadomasochistica” gradendo l’aggressività maschile nel coito al fine di raggiungere un buon orgasmo.
Il conflitto con il maschio subentra di solito nella donna dopo la menopausa e traina le esperienze vissute a livello relazionale-affettivo ed erotico-sessuale.
Diamo le parole giuste al sogno di Nietta.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovo nel mio campo.”

Nietta è realisticamente piantata nella sua vita reale e quotidiana, è pienamente consapevole di essere una donna volitiva e particolarmente femmina: “mi trovo”. Il “campo” è una realtà femminile e si può arare e fecondare: la dea Madre è Gea. Nietta sa di sé e della sua femminilità in maniera convinta. L’aggettivo possessivo “mio” è tutto un programma sulla pienezza psicofisica degli atti e degli intenti: una generale qualifica della “posizione psichica anale” maturata nell’infanzia.

“Guardo in fondo la catasta di legna fatta con i paletti e coperta da una lamiera.”

Nietta aggiunge un simbolo femminile all’universo materno precedente. “La catasta di legna”, infatti, è un contenitore naturale e occulta materiale organico. La fredda “lamiera”, anche se “coperta”, stona in tanto calore e in tanta intimità, ma è una giusta difesa della proprietà psichica privata. Nietta sta proponendo in sogno la sua femminilità “genitale”, la sua capacità di essere femmina e madre. I “paletti” sono quelle certezze di cui si diceva prima, simboli affermativi che consentono l’esternazione del potere di donna. Nietta è ben sicura di se stessa e dei suoi attributi femminili: una donna “fallica” almeno in questo tratto narcisistico e di autocompiacimento.

“In mezzo alla legna noto un buco nero e mi sembra di vedere un topo.”

Ecco che si completa e si rafforza la simbologia sessuale: il “buco nero” in mezzo alla catasta di legna e il “topo” intravisto nel bel “mezzo”. Il primo è un simbolo femminile desunto dall’astrofisica, la vagina nello specifico. Il secondo è un classico simbolo fallico, il “pene”, sempre nello specifico. Donna Nietta esprime con decisa convinzione il desiderio di avere un rapporto sessuale elaborando un’immagine che inequivocabilmente racchiude la dinamica fisiologica del coito. Ricordo che tra i casi clinici di Freud è presente “L’uomo dei topi” a conforto della simbologia fallica. Ricordo che il “buco nero” di Hawking rievoca le angosce di castrazione del maschio a opera malefica della donna e che su questo tema è stato elaborato da sempre il mito della “parte negativa” del “fantasma della donna”: Lilit, Moire, strega e compagnia cantante, sempre in versione mortifera.

“Mi avvicino e mi dico: “adesso lo uccido”.

Nietta ha qualche conto in sospeso con l’universo maschile dal momento che esprime una forte aggressività: “lo uccido”. Manifesta, infatti, una forza notevole nel suo bisogno di castrazione del maschio. A frustrazione si reagisce con aggressività, hanno sperimentato a suo tempo Dollard e Miller. Ma quale frustrazione ha subito Nietta per essere così spietata verso gli uomini? La convinzione del “mi dico” si associa alla deliberazione del “mi avvicino”. La nostra eroina è fermamente convinta della sua forza e del suo potere di donna fatale. “Uccidere” rievoca etimologicamente l’amputazione del fallo e la caduta della virilità.

“Prendo la manera e la lancio in mezzo al buco nero.”

Nietta è proprio decisa a castrare il maschio, ha una mortifera aggressività che deve scaricare contro l’oggetto ambiguo del suo desiderio. La “manera” è un simbolo doppiamente fallico nel suo essere dotata di manico e di lama, di membro e di capacità penetrativa. Nella globalità la scena di Nietta condensa e trasla un coito violento. Si tratta del desiderio sadomasochistico di una donna che può aver subito frustrazioni dal maschio e che essenzialmente ha elaborato e maturato una “organizzazione psichica reattiva anale” e, quindi, nel sogno sviluppa la sua “libido sadomasochistica”. Tra i bisogni intimi di Nietta si annida la pulsione di un rapporto sessuale intenso e doloroso al fine di raggiungere eccitazione e orgasmo. L’atto del “lanciare” attesta di una dinamica psicofisica di forte spessore.

“Parte soltanto la lama e mi resta in mano il manico.”

E’ proprio vero che il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Nietta si accorge che riesce a scaricare in parte la sua aggressività, “la lama”, e che ha tenuto per sé il potere su se stessa e sul maschio, “il manico”. Nietta ha decisamente innestato la retromarcia e non si è abbandonata del tutto all’appagamento dei suoi bisogni sadomasochistici. Quale fattore psichico è intercorso per ostacolare questa drastica esperienza?

“Dal buco vengono fuori dei serpentelli colorati e diversi che si dirigono verso di me.”

La paura di essere fecondata si presenta in pompa magna e con estrema semplicità e chiarezza. Nietta ha paura nel coito della gravidanza. “I serpentelli colorati”, infatti, sono simboli degli spermatozoi. Nietta ha subito qualche trauma in proposito? Una qualche gravidanza indesiderata oppure si tratta soltanto di una paura legata alla sua formazione e agli insegnamenti familiari? Un tratto persecutorio si evidenzia in “si dirigono verso di me”, quasi ad accentuare che qualche trauma è stato vissuto dalla protagonista del sogno. Degna di nota è l’elaborazione dell’immagine dello sperma che esce “dal buco” e si dirige verso la persona Nietta. Il movimento è contrario alla fecondazione reale e testimonia della paura della donna.

“Impaurita mi sveglio.”

Come volevasi dimostrare.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nietta svolge tre temi: l’aggressività nei confronti del maschio, la “libido sadomasochistica” della “posizione psichica anale” come veicolo d’eccitazione e la paura della fecondazione.

ULTERIORI OSSERVAZIONI TECNICHE

Il sogno di Nietta contiene l’archetipo femminile della “Madre” in “campo”.
Condensa i seguenti simboli: campo, catasta di legna, paletti, lamiera, buco nero, topo, uccidere, manera, lama, manico, serpentelli colorati.
E’ presente un “fantasma di morte” e un “fantasma di castrazione”.
Usa prevalentemente i seguenti meccanismi psichici di difesa: la “condensazione”, lo “spostamento”.
Evidenzia le istanze psichiche “Es” e “Io”.
La posizione psichica dominante è quella “anale” con l’esercizio della “libido sadomasochistica”.
La “organizzazione psichica reattiva” o struttura psichica è di qualità “anale”.
Le figure retoriche presenti sono la “metafora” e la “metonimia”.
La diagnosi dice di un trauma in riguardo alla sfera affettiva e sessuale.
La prognosi impone una riduzione dell’aggressività nei riguardi del maschio e una migliore suadenza.
Il rischio psicopatologico si attesta nelle difficoltà relazionali e nell’isolamento.
Il sogno è prevalentemente puro nei suoi simboli ed è stato provocato da una riflessione sullo stato esistenziale della protagonista.
La qualità del sogno è sadomasochistica.
Il sogno si è svolto nella seconda fase REM.
Il senso allucinato è la vista.
Il grado di attendibilità dell’interpretazione è buono.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver attentamente letto l’interpretazione del sogno di Nietta.

Domanda
Mi spiega la crisi psichica delle donne dopo la menopausa?
Risposta
L’universo femminile incorre in un drammatico processo di perdita, la fertilità, e matura naturalmente una crisi evolutiva riesumando quel “fantasma depressivo” elaborato e incamerato sin dal primo anno di vita e nel corso della vita rinforzato in base alle esperienze vissute. Essendo un processo biologico drastico, la psiche femminile è costretta a reagire in maniera altrettanto decisa e istruisce i meccanismi di difesa atti alla risoluzione della crisi psicofisica scegliendoli naturalmente tra quelli più usati e in base alla “organizzazione psichica reattiva” maturata: struttura psichica in atto e sempre in evoluzione. La “razionalizzazione” e la “sublimazione” sono quelli ricorrenti e meno dolorosi. La perdita del potere femminile di sedurre e di procreare, femmina e madre, esige una compensazione psicofisica adeguata e una riformulazione della vita erotica e sessuale. Paradossalmente la donna acquista una migliore coscienza di sé in questo momento di crisi. Liquidato il lutto delle mestruazioni, la donna si colloca nei riguardi del maschio in maniera autonoma e competitiva, tirando fuori schemi mentali e valori culturali, virtù e tendenze, tratti e profili che in passato erano rimossi o abbozzati. Costretta all’evoluzione spesso la donna si rivolge al maschio con una pulsione paranoica, quasi ritenendolo la causa dei suoi mali, della sua mancata realizzazione in altri ambiti e della sua relegazione in settori socio-culturali ristretti.
Domanda
A Nietta cosa succede?
Risposta
Nietta ha una sua identità sessuale precisa e formata nel tempo, “anale” e “sadomasochistica” per l’appunto, chiede al maschio prestazioni decise e aggressive, è autonoma come persona e trasla aggressività verso l’universo maschile nelle relazioni sociali. E’ una donna inappagata che cerca un uomo affermativo, in maniera che la guerriera possa riposare, affidarsi e godere.
Domanda
Mi esemplifica i meccanismi di difesa della menopausa?
Risposta
Il “fantasma di perdita” è depressivo e l’angoscia intrinseca si può risolvere secondo i seguenti processi e meccanismi.
La “rimozione” non funziona bene dal momento che l’evidenza della perdita della fertilità vince sulla parziale dimenticanza.
La “regressione” e la “fissazione”, il passaggio da uno stadio evoluto e in atto a uno stadio precedente (orale, anale, fallico-narcisistico, genitale), è spesso usato ed è pericoloso.
“L’isolamento”, scissione dell’angoscia di perdita dalla consapevolezza, è ricorrente ed è pericoloso.
L’intellettualizzazione”, razionalizzare il carico emotivo, è auspicabile e diffuso. La “razionalizzazione” completa l’opera di consapevolezza in base al “principio di realtà”.
La “razionalizzazione” patologica, formare un delirio paranoico, è pericolosa e rara.
“L’annullamento”, convertire l’angoscia in maniera accettabile tramite un rito o una sequela di azioni, è possibile.
Il “volgersi contro il sé”, vivere la perdita come espiazione di un senso di colpa, è frequente.
Lo “spostamento”, traslare l’angoscia dalla menopausa ad altro oggetto, è frequente.
La “formazione reattiva”, convertire l’angoscia in un sentimento positivo” è possibile e ricorrente.
La “messa in atto”, reagire all’angoscia con l’azione, è frequente.
La “sessualizzazione”, reagire all’angoscia con un investimento di libido ossia accrescere la vita sessuale, è possibile.
La “sublimazione”, conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia, è frequente.
Questa sintesi meriterebbe un approfondimento e mi riprometto di tornare su questo delicato argomento.
Bisogna aggiungere che alla menopausa le donne reagiscono soprattutto in base alle “organizzazioni psichiche reattive” che hanno maturato.
La “orale” tende all’isteria, converte l’angoscia di perdita secondo l’ordine affettivo ed emotivo.
La “anale” tende al sadomasochismo e converte l’angoscia di perdita in un danno da subire e in una colpa da espiare.
La “fallico-narcisistica” tende all’auto-gratificazione e converte l’angoscia di perdita in una forma di potere e di privilegio.
La “genitale” tende all’accettazione realistica e converte l’angoscia nella consapevolezza e nell’utilità che la situazione biologica comporta.

IL MIO PRIMO GRANDE AMORE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di abitare la casa della mia gioventù.
Dentro la casa vi era il mio primo grande amore dei 15 anni.
Lui entra in bagno in pigiama e quando esce ci diciamo “buonanotte”, ma io aggiungo un augurio più ampio tipo: “ti auguro con tutto il cuore di riposare bene”.
Fuori è giorno.
Lui entra nella camera matrimoniale, io ho la mia camera di quand’ero ragazza.
Entro a mia volta in bagno e trovo il water molto sporco e lo sciacquone non era stato usato.
Esco con l’intenzione di dirgli che dovrebbe pulire, ma siccome dorme, non lo disturbo.
In casa c’è un altro uomo, che nella realtà non conosco, che si lamenta di sentirsi molto fiacco.
Mi offro di misurargli la pressione: ha la massima a 127 e la minima a 5. Gli dico che ho un medicinale che fa per lui.
Nella stessa camera vi è anche il mio primo amore che si sveglia.
Memore di come ha lasciato il bagno, gli chiedo se sta male e lui conferma sospettando di avere un’influenza intestinale; gli porto dei medicinali.
Durante il sogno dico a me stessa che, nonostante siano passati molti anni (dico 10 nel sogno, nella realtà quasi 40), sono ancora innamorata di lui.”
Fiorenza

INTERPRETAZIONE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Fiorenza evidenzia in maniera lineare il processo dell’innamoramento adolescenziale con i riferimenti psicofisici che dai sensi si sublimano nei sentimenti: dal senso al sentimento in giustificazione del trasporto erotico. Il rimpallo tra il nudo piacere e la consapevolezza del godimento si collega a un altro tema importante per l’evoluzione psichica, la “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori e, nello specifico, il rapporto con il padre. Se la madre offre l’identificazione adeguata, il padre dispensa alla figlia la figura dell’uomo, quel futuro maschio che può essere come lui o all’incontrario. Fiorenza rievoca nel sogno, ricordando il suo vero “primo grande amore”, il legame affettivo e il trasporto sensuale nei riguardi del padre.
La domanda si pone spontanea: “perché il primo amore non si scorda mai?” La risposta è altrettanto secca e precisa: “perché l’intensità dei vissuti sensoriali è alta”. Per la prima volta l’adolescente esce dal suo narcisismo solipsistico e masturbatorio, “posizione fallico-narcisistica”, e si accorge che l’altro evoca un forte stordimento psicofisico: “posizione genitale”. La relazione si è evoluta e si chiama civilmente sentimento d’amore, ma in effetti è un investimento interessato di buona “libido”.
Aggiungo che il sogno di Fiorenza scorre su due piani, il rapporto con il suo “primo grande amore” e il rapporto con il padre.
Procedo con l’interpretazione.

“Ho sognato di abitare la casa della mia gioventù.”

Fiorenza regredisce normalmente in sogno e ritorna adolescente. La “casa”, oltre che l’abitazione, è anche simbolo della struttura psichica e la memoria aiuta questo naturale viaggio nel passato e nel “già vissuto”. La Psiche riporta al presente il materiale da elaborare in sogno. La giovane donna adesso è in famiglia.

“Dentro la casa vi era il mio primo grande amore dei 15 anni.”

Fiorenza si porta dentro la prima forte esperienza sensoriale, l’eccitazione psichica e fisica dell’adolescenza, scatenata da un ragazzo su cui aveva investito la sua energia vitale, “libido”. Questo è il “primo amore”. Se poi è “grande”, vuol dire che Fiorenza ha vissuto un intenso piacere. La memoria conserva esperienze da grandi emozioni. I “15 anni” condensano un’adolescenza avanzata e tanto trambusto ormonale.

“Lui entra in bagno in pigiama e quando esce ci diciamo “buonanotte”, ma io aggiungo un augurio più ampio tipo: “ti auguro con tutto il cuore di riposare bene”.

Inizia il festival dell’intimità discreta e si dà il via al valzer dei buoni sentimenti. Fiorenza rievoca il suo desiderio giovanile di condividere con il suo “primo amore” le paure di un approccio deciso e carnale, per cui l’augurio della “buonanotte” equivale a un “mi prendo cura di te” con le premure di una timida adolescente. Ma questa giovane donna vuole distinguersi e va al di là della semplice e obsoleta “buonanotte” e aggiunge l’augurio di un buon riposo. Quest’ultimo ha anche il valore simbolico di una quiescenza dei sensi e di un desiderio ambivalente di coinvolgimento e di paura: un classico dell’adolescenza. Conoscere e affidarsi al proprio corpo, prima che all’altro, sono determinanti per una buona armonia psicofisica e l’adolescenza è l’età più fascinosa e difficile. Una domanda si pone legittima: “Fiorenza sta sognando la figura paterna a cui era affettivamente molto legata e con cui aveva uno scambio di cordialità?” Inoltre: la scena descritta della buonanotte non soltanto stona con il desiderio sessuale e le pulsioni erotiche, ma è un’esperienza vissuta e rivissuta. Tutto lascia pensare che Fiorenza stia sognando la “posizione edipica” e nello specifico il suo tenero e attraente legame con il padre. Anche Freud nell’autobiografia raccontava della madre che si chiudeva nella camera matrimoniale con il padre lasciandolo solo.

“Fuori è giorno.”

Il sogno conferma che Fiorenza ha vissuto la sua crescita e il suo desiderio alla luce del sole, in piena consapevolezza, nella realtà quotidiana. Anche se quest’amore adolescenziale e questi movimenti dei sensi destano timore, Fiorenza è pienamente cosciente di questa fascinosa e ricca situazione psicofisica.

“Lui entra nella camera matrimoniale, io ho la mia camera di quand’ero ragazza.”

Fiorenza rievoca la sua giusta titubanza per la sessualità e la rappresenta chiaramente nella “camera matrimoniale” di “lui” che va verso la sua dimensione intima ed erotica. Il giovane amore, “lui”, è pronto nei desideri della ragazza all’esperienza sessuale, ma Fiorenza ancora mantiene le paure della sua età, di chi non sa e non ha ancora provato a lasciarsi andare ai moti psicofisici del corpo, alla “libido genitale”. Bellissima è la metafora “la mia camera di quand’ero ragazza”. Le schermaglie e gli ammiccamenti continuano. E’ proprio vero che la Fantasia ne sa una in più del diavolo. Aggiungo che questo “lui” ha tutte le movenze psicofisiche del padre e le abitudini quotidiane di un “già visto” e di un “già vissuto”. Chissà quante volte Fiorenza ha visto il padre entrare nella “camera matrimoniale”.

“Entro a mia volta in bagno e trovo il water molto sporco e lo sciacquone non era stato usato.”

Decisamente Fiorenza è più pudica e meno pronta del suo “primo grande amore”, ma le sensazioni erotiche e le pulsioni sessuali sono abbastanza forti da non essere negate ma da essere avvolte da un forte senso di colpa: “il water molto sporco”. Fiorenza non ha potuto operare la “catarsi”, la purificazione dei suoi sensi di colpa in riguardo alla sessualità. Fiorenza ha vissuto e subito le sue sensazioni, ne ha avuto paura e sulla scia delle direttive morali dell’ambiente familiare e culturale le ha colpevolizzate. Pur tuttavia e meno male, quest’ingenua adolescente non sa trattenere le sue pulsioni e tante non le ha assolte: “lo sciacquone non era stato usato”. Fiorenza si è proprio lasciata andare e non è stata capace di controllare il movimento dei sensi. Il suo ragazzo è più disinibito sessualmente parlando e sempre nei vissuti di Fiorenza: meccanismo psichico di difesa della “proiezione”. Fiorenza ha ben capito la vita intima e privata del padre e la rivive pari pari in riferimento al giovane che la turba. Il sogno si complica nella sua semplicità proprio perché si lascia leggere su due piani: Fiorenza e il padre, Fiorenza e il suo primo grande amore.

“Esco con l’intenzione di dirgli che dovrebbe pulire, ma siccome dorme, non lo disturbo.”

Fiorenza vuole liberarsi dai sensi di colpa in riferimento alle sue pulsioni sessuali, ma li proietta nel ragazzo. Il suo desiderio è bloccato nella quiescenza. Fiorenza riesce a controllarsi e prevale il contenimento. Il “primo grande amore” è anche questo controllo dei sensi per paura di perderli e di lasciarsi andare totalmente al piacere di quell’orgasmo che si conosce possibilmente nella masturbazione narcisistica, ma non si è ancora vissuto nella relazione con l’altro. Fiorenza inizialmente oscilla tra l’abbandono e l’autocontrollo, ma successivamente lascia prevalere il ripristino della vigilanza. Altro piano: Fiorenza tollera che il padre sia un uomo con i suoi bisogni e le sue pulsioni, le sue fantasie e i suoi desideri.

“In casa c’è un altro uomo, che nella realtà non conosco, che si lamenta di sentirsi molto fiacco.”

Fiorenza, rievocando in sogno il passato, trova nella sua casa psichica “un altro uomo”, il “fantasma” del maschio, la rappresentazione emotiva della figura maschile di cui non ha coscienza: un uomo astenico e lamentoso e totalmente diverso dal suo “primo grande amore”. Questa è la “parte negativa del fantasma del maschio” che Fiorenza ha elaborato nella sua infanzia in riferimento alla figura paterna, il primo vero amore delle bambine. Fiorenza elabora in sogno la caratteristica della debolezza maschile e dimostra di difendersi dal “feeling” vissuto a suo tempo con il padre. Un uomo fiacco non è eccitato in alcun senso. Riflessione: nel vivere il primo amore si riesumano le figure dei genitori, la “posizione edipica”. Approfondendo bisogna rilevare che Fiorenza adolescente svirilizza il maschio per sue giuste difese, lo rende fortemente astenico in un momento in cui dovrebbe essere fortemente tonico.

“Mi offro di misurargli la pressione: ha la massima a 127 e la minima a 5. Gli dico che ho un medicinale che fa per lui.”

Fiorenza continua a difendersi da quest’uomo apparentemente sconosciuto e che è, a tutti gli effetti, il padre. La pressione arteriosa è critica e testimonia di una necessità terapeutica. Possibilmente Fiorenza ricorda qualche tratto psicofisico caratteristico del padre, una freddezza affettiva o una malattia, prima di soccorrerlo. Il “medicinale” si attesta non soltanto nell’accudimento, ma soprattutto nel valore simbolico del fascino erotico femminile. Fiorenza sa del desiderio e dell’eccitazione maschile nei riguardi delle donne, è consapevole del suo corpo e della sua capacità di eccitazione dell’altro.

“Nella stessa camera vi è anche il mio primo amore che si sveglia.”

Dentro di lei e sempre nella sfera affettiva c’è anche il suo ragazzo adolescente. Fiorenza prende coscienza di questo forte investimento dei suoi sensi e si relaziona con lui. Dopo il padre e i conflitti affettivi, nonché i sensi di colpa legati alle pulsioni incestuose, si presenta alla limpida coscienza di Fiorenza l’esperienza di mettere alla prova il suo potere seduttivo, la pillola giusta o “il medicinale che fa per lui”, dopo averlo sperimentato nel corso degli eventi e della formazione psichica. Insomma Fiorenza sogna il momento psicofisico in cui si è aperta alla relazione con l’altro.

“Memore di come ha lasciato il bagno, gli chiedo se sta male e lui conferma sospettando di avere un’influenza intestinale; gli porto dei medicinali.”

L’amore ha creato un gran turbamento in Fiorenza: sensi di colpa rappresentati dallo sporco e legati alle pulsioni incestuose, difficoltà ad abbandonarsi ai moti del corpo e ai fantasmi della mente, la vocazione benevola di crocerossina nei confronti del maschio. La cura solerte è la risposta ai mali degli altri, in questo caso il padre e il primo grande amore. “L’influenza intestinale” è chiaramente la “proiezione” delle pulsioni erotiche e sessuali di Fiorenza. Ricordo che il ventre è il classico simbolo della concupiscenza e dei desideri classicamente materiali sin dai tempi di Platone. Fiorenza avverte e Fiorenza inibisce, si porta “dei medicinali”. Nel sogno lui scarica e lei trattiene e sublima. Fiorenza vive e sente in piena coscienza e si difende dal coinvolgimento razionalizzando e non abbandonandosi.

“Durante il sogno dico a me stessa che, nonostante siano passati molti anni (dico 10 nel sogno, nella realtà quasi 40), sono ancora innamorata di lui.”

Ancora oggi Fiorenza vuole vivere quelle emozioni e dopo tanto tempo rievoca quelle composite e attraenti movenze del suo corpo, nonché il corredo dei desideri e delle fantasie connesso. Questo è il “primo amore”, quello che non si scorda mai e, se poi è anche grande, lo si tiene in memoria per tutta la vita: “volevo dirti che io non ti ho mai dimenticato” disse una donna incontrando al supermercato il suo primo amore, quello che non si storicizza e non convola a giuste nozze. Ma il “primo amore” non è unico, perché esistono tanti “primi amori” e si classificano tali in base agli investimenti erotici che hanno consentito la conoscenza del corpo e la coscienza di sé e del proprio valore. Fiorenza in sogno ricorda quando e come si è innamorata di se stessa tramite l’altro e quando la sua “libido fallico-narcisistica” si è evoluta in “genitale”, nonché l’abdicazione e la risoluzione della “posizione edipica” abbandonando la conflittualità con il padre e la madre. Ancora oggi le bambine dicono che da grandi sposeranno il papà e da grandi dicono che si sono legate a un uomo simile o esattamente il contrario del padre. Siamo sempre in quel “complesso di Edipo” che Freud tanto ha elaborato sviscerando normalità e patologia.
Queste sono le parole che mi sono servite per illustrare la storia del sogno di Fiorenza.

IL SOGNO DI ICARO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di essere un pilota di aereo.
Mi hanno accompagnato presso un aereo militare di ultimissima generazione.
Salgo e vedo pochi comandi.
Sono solo e cerco di capire come si pilota muovendo le due leve che ci sono.
Riesco a muovere l’aereo a terra, ma non in modo corretto e così faccio retromarcia.
La pista, più che una pista, sembra una normale strada per le auto.
Scendo e vado a chiedere di essere istruito su come si piloti quell’aereo.”
Icaro

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno del mitico Icaro era di poter volare come gli uccelli, il sogno del soprannominato Icaro è quello di razionalizzare la figura materna e di potersi disporre verso le altre donne in maniera sicura e costruttiva, senza pendenze e senza inganni.
Mi chiedeva a suo tempo un amico gentile e pensieroso: “ma perché mia madre quand’ero adolescente non mi ha insegnato anche a far l’amore?”
Le madri insegnano quasi tutto ai figli secondo la loro formazione psichica e la loro visione del mondo, ma non li educano abbastanza sulla vita sessuale e non li istruiscono praticamente in questi delicati settori. Tra falso senso del pudore e angoscia dell’incesto si perpetuano storicamente grandi errori culturali.
Il moderno Icaro nel suo sogno manifesta, inoltre, l’iter che ha seguito nella sua evoluzione psicofisica per approdare alla consapevolezza della sua vita sessuale.
Passo dietro passo l’interpretazione si snoda in questa semplice maniera come da promessa fatta.

“Ho sognato di essere un pilota di aereo.”

“L’aereo” è simbolo della madre e dell’universo psicofisico femminile. Il “pilota” rappresenta la funzione vigilante e razionale dell’Io in riguardo al tema. Icaro si chiede: “come mi devo comportare con mia madre in riguardo alla mia dipendenza e alla mia autonomia? Icaro deve gestire i fantasmi della relazione con la madre e usa la ragione per cercare la possibile verità e per capirsi meglio.

“Mi hanno accompagnato presso un aereo militare di ultimissima generazione.”

Icaro ha maturato la giusta aggressività sessuale e manifesta un notevole fascino verso la figura materna. La bellezza materna ha prodotto nel figlio una forte attrazione e una buona autostima. Icaro ha una madre affermativa e moderna, nonché degna e adatta ai suoi desideri e alle sue qualità. Non si fa mancare niente coniugando “l’aereo militare” e “l’ultimissima generazione”.

“Salgo e vedo pochi comandi.”

Icaro sta ridestando nel suo sogno la “posizione edipica”, la sua conflittualità nei vissuti riguardanti il padre e la madre, nello specifico la madre. Il bambino ha pochi strumenti di conoscenza per controllare istinti e pulsioni, desideri e ambizioni. “Salgo” attesta di una “sublimazione difensiva della libido”, così come “vedo” attesta di un grado di consapevolezza in riguardo alla questione psichica che sta svolgendo in sogno. I “comandi” rappresentano il potere di Icaro in riguardo all’autocontrollo e alla coscienza di sé. Icaro è un adolescente, sta crescendo e non può avere le certezze psicofisiche di un uomo.

“Sono solo e cerco di capire come si pilota muovendo le due leve che ci sono.”

Icaro non ha alleati in questo trambusto psicofisico dell’adolescenza e tanto meno figure educative che possono aiutarlo a capire e a capirsi su questi tormentose questioni: “come si vive e si gestisce la sessualità?” e “come devo concepire e realizzare la mia vita istintiva?” Le “due leve” sono strumenti fallici. Icaro ha una buona identità maschile, sa di essere maschio e di avere attributi equivalenti e idonei, ma non si capisce nel contrasto tra emozione ragione, istinto e coscienza: “Che funzione ha l’Io nella vita sessuale?” e “Come si usano gli organi sessuali?”

“Riesco a muovere l’aereo a terra, ma non in modo corretto e così faccio retromarcia.”

Nella realtà e nella vita pratica Icaro sa giostrarsi con la madre, ma nella vita sessuale deve abbandonare l’immagine fascinosa di una donna rappresentata da un “aereo militare” e tecnologicamente all’avanguardia. Icaro deve lasciare la madre al padre e dirottare le sue aspirazioni su figure femminili possibili per i suoi desideri e consentite dalla legge del padre. La correttezza, “in modo corretto”, evoca il senso del dovere, le istanze morali del “Super-Io”. Icaro è alla ricerca della gestione della sua dimensione psicofisica sessuale e ha evocato in sogno la madre, causa dei suoi conflitti. Meglio: Icaro ha riesumato il vissuto ambivalente e pericoloso che riguarda la figura materna. La “retromarcia” non è una soluzione regressiva del tipo “ritorno bambino”, ma è il “disinvestimento della libido” dalla madre per procedere al “controimvestimento” su una figura laica e non sacra. Icaro sa della sua “posizione edipica” e sa ben operare nella concretezza della vita quotidiana.
“La pista, più che una pista, sembra una normale strada per le auto.”

Il sogno vola verso la verità reale: “la mia normalità psichica in riguardo alla sessualità si deve dirigere verso le altre donne e non verso la madre”. La “pista” rappresenta una soluzione obbligata, mentre la “strada” è legata alla scelta di Icaro. “L’auto” condensa il sistema neurovegetativo e nello specifico la funzione sessuale. Adesso Icaro ha abbandonato le sue, modeste per la verità, mire espansionistiche nei riguardi della madre e si dirige verso l’universo femminile circostante. Questa scelta è “normale”, consentita dalle leggi degli uomini e delle divinità. Icaro ha raggiunto una buona “coscienza di sé” sul tema in questione.

“Scendo e vado a chiedere di essere istruito su come si piloti quell’aereo.”

Come volevasi dimostrare. Bisogna sistemare dentro la figura materna per poter agire fuori con le altre donne. Tutto questo processo educativo ha richiesto l’insegnamento di altri e non dei genitori, magari le chiacchiere con gli amici o un’enciclopedia del sesso, magari Wikipedia e qualche illustrazione, magari qualche filmino ambiguo. “Come si pilota l’aereo” si traduce “come si risolve l’attrazione verso la madre” e “come si procede con le altre donne.”
Più semplice di così non è possibile.

RICHIESTA AI MARINAI

Se questa chiarezza e semplicità vanno bene, fatemi in qualche modo un riscontro.
Preciso che siamo sempre in un ambito scientifico, ma la comunicazione è democratica e non fascista.
Grazie mille e altre mille e ancora altre mille da Salvatore Vallone.

 

UN MURATORE RIFINITO

LA COSA PARLA
IL LINGUAGGIO DELL’ALTRO
L’inconscio è strutturato come un Linguaggio
Lacan

STORIE DI POPOLO

 

UN MURATORE RIFINITO

Io non so parlare in italiano
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante della formosità
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Come al solito mi faccio tanti problemi
per il fatto che tu vai in giro con seni di mucca e natiche d’elefante,
robe da circo equestre a marca Orfei.
Problemi inutili!
Lo so.
Non dico che tu sei un fenomeno da baraccone
e tanto meno una donna facile,
ma è vero che hai nel davanti e nel didietro due scialuppe di salvataggio
come quelle del Titanic e dell’Andrea Doria prima di affondare.
Comunque, vada pure come deve andare
e da come andrà trarrò gli auspici.
Io non sono superstizioso,
io non sono ricchione,
io non sono misogino,
per cui io penso di provarci con te
e certamente non mi tiro indietro di fronte alla patata,
la tua patata sognata e trasognata ogni notte
nel mio letto puzzolente d’intimità,
una patata che per me è indigesta con tante grazie a mia madre
che sapeva cucinare la sua anche troppo bene
nella stanza da letto con l’amico di turno
quand’ero un bambino indifeso
e apparentemente tutto per i cazzi suoi.
Un bambino che è tutto per i cazzi suoi
tecnicamente si definisce autistico.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante delle stanze da letto
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Io non ti conosco bene, sai?
E poi ci vediamo una volta al mese,
proprio come il tuo marchese,
per cui devi capire le mie remore
quando mi chiedi di scopare o tanto più di scoparti.
Se ti scopassi, però, non sarebbe mica male,
anzi sarebbe decisamente bene
e sarebbe bene per me, per te e per tutti.
Ma cosa vuoi che freghi alla gente se io e te ci scopiamo?
Sarebbe bene soltanto per me e per te.
Anzi, mi correggo, sarebbe bene solo per me,
perché tu vai sempre avanti come un cacciatorpediniere
e dietro lasci soltanto torsoli di mele Melinde e stroz di ogni tipo.
Io sono convinto che ci vediamo troppo poco,
troppo poco per avere qualche possibilità di metterci insieme.
E anche se ci vedessimo due volte al mese,
il malato non migliorerebbe.
Figurati se il poverino può guarire.
Dobbiamo trovare le volte giuste e dignitose
per costruire una buona ragione tra noi due
e per poter parlare di noi due come di una coppia.
Tu sai che una coppia è coppia soltanto quando scopa,
altrimenti si tratta di amici innocenti o di colleghi d’ufficio,
di camerieri di un albergo a ore o di carabinieri in servizio.
Probabilmente, se tu ragionassi alla mia maniera,
sono convinto che saremmo una coppia perfetta,
quella giusta per due aspiranti porzei come noi due.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante dei porzei in coppia
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Penso che tu sia consapevole di questo nostro triccheballacche
e che non te la tiri troppo per questo nostro inghippo,
ma una scopata ogni quindici giorni,
credimi,
non è il massimo della gloria sessuale,
sperando sempre che cada nel momento giusto.
Ricordati che, se in quel giorno tu sei comunista, salta il giro
e allora siamo tutti e due fottuti e ancora nei soliti casini.
Sai che io non l’ho mai pensata così la nostra storia.
Una scopata in amicizia adesso come adesso mi va anche bene
e dopo si vedrà,
soltanto dopo si vedrà
e chissà cosa si vedrà e chi lo vedrà.
Chi vivrà vedrà se ha occhi per vedere,
e, se non ha occhi per vedere, avrà almeno orecchie
per sentir gridare il mio desiderio
sopra il tuo corpo grasso e sporco di Nutella
o in odore di frittura di calamari Findus.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante della Nutella e dei calamari Findus
e so, di certo, che il troppo stroppia.

E allora un limite lo vogliamo mettere tra noi due?
Si o no?
La differenza di vita tra noi esiste.
Tu vai a destra, io a sinistra,
tu fai economia, io sperpero,
tu vegeti di mariagiovanna, io tiro di coca,
tu intellettuale di merda, io popolano ignorante,
tu buddista, io non so di cosa parli quando parli di Budda,
tu ami il biliardo, io amo la puzza degli animali.
E allora?
Allora noi due siamo fatti solo per scopare,
soltanto per scopare,
perché, anche se tu sei vegetariana, non disdegni
di farti riempire di carne
o di farmi cuocere l’osso buco nel tuo brodino.
Tu sei una donna,
una generosissima donna,
un’igienica donna da Vagisil,
una donna che ama la pulizia di un buon bidè prima e dopo l’amplesso
per sciacquare anche i sensi di colpa
di aver tradito un marito già cornuto di suo
e dopo incoronato a raffica anche da te.
E’ proprio vero che si nasce sfigati e che sfigati si nasce.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante del Vagisil e del bidè
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Volevo qualche chance in più
per legarti al polso il mio palloncino,
per mettere il mio povero cappello sulle tue notevoli chiappe,
per segnare il mio territorio come un gatto pisciandoci sopra,
ma tu, ingrata e cinica, non mi hai dato questa possibilità
e il polso l’hai usato per smanettarti
dopo aver messo a letto i bambini,
il cappello l’hai trasformato in un orinale
per gli usi consentiti dalla legge,
il territorio l’hai commutato in una galera
per alieni curiosi del sabato sera degli umani.
Ah, i bambini, i tuoi innocenti bambini!
Tutta diversa,
quasi irriconoscibile quando stai con loro,
quando ti rivolgi a loro,
quando ti mescoli a loro,
quando ti fai ammirare in completo deshabilliè da loro.
Io geloso?
Ma cosa dici?
Tu non sai quello che dici.
Tu dai fiato ai polmoni tanto per parlare respirando.
Io, secondo le tue congetture, sarei geloso dei tuoi figli.
Ma chi se ne frega!
Je m’en fous!
Te lo dico in tutta volgarità, oltre che in francese.
Io mi sbatto con garbo quei poveri coglioni
che hai massacrato con le tue religiose stronzate,
con i tuoi dissacranti voti di castità
e con i tuoi aberranti sensi di colpa.
I figli sono tuoi e non miei,
li hai fatti con un altro e non con me,
ti sei fatta montare da un altro e non da me,
ti sei fatta riempire da un altro e non da me.
Ma come si fa?
Sei un paradosso vivente,
una contraddizione che cammina,
un enigma in carne e ossa,
una minchiata con lo scheletro.
Tanto casta e tanto insolente!
Tanto santa e tanto laica!
Come la moglie del principe di Lampedusa,
il famigerato Gattopardo,
ti fai il segno della croce prima di farti sbattere
e dopo che ti sei fatta sbattere.
E’ tutta colpa della tua mente perfida e della tua figa zoccoletta.
Bisognava che ti curassi al tempo giusto,
mia cara,
quand’eri bambina
e quando ogni notte stranamente godevi
all’impietosa visione dei tuoi genitori
che si montavano a rate e godevano in contanti.
Il tuo male si chiama complesso di Edipo.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante del complesso di Edipo
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Mangerei prima un passato di verdure
e poi due wurstel con la senape,
quella tedesca però.
Che problema c’è?
Nessuno!
Strano che io mi ponga blocchi del genere
dal momento che tu sei sempre disposta a cucinare.
Sto parlando con te e di te, sai?
Io sono sicuro di quello che dico.
E tu che dici?
Cosa mi dici di questo tuo blocco sessuale?
Niente?
E allora corri, corri cavallina,
corri per la prateria,
corri di qua,
corri di là
e zompa sul primo stallone come tu sai ben fare,
tu che sei mater et magistra.
Che caldo che fa stasera!
E’ meglio che mi prenda un buon gelato
al bar dalla signora Irene di Pedeguarda,
però un gelato veramente freddo,
fatto con il latte e non con il grasso di balena.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante del gelato artigianale
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Il desiderio di un rapporto serio,
possibilmente di un fidanzamento tradizionale
con tanto di brillante Trilogy e mazzi di rose rosse,
non l’ho mai negato
e non lo nego più che mai oggi
perché lo vorrebbe anche la mia mamma.
Io sono convinto di voler fare questo grande passo,
ma quello che è più grave è il fatto
che io sono veramente convinto
di voler fare questo terribile passo.
Vorrei responsabilità,
tante responsabilità da annegarci dentro,
ma proprio tante di quelle responsabilità
da non pensare più a nient’altro
se non alle cose vere e reali,
quelle di Tommaso,
quelle che si palpano come le tue grasse chiappe
quando sei disposta a fartele palpare.
Soltanto in questo modo finalmente manderei in stramona
le mille paturnie della mia mente birichina
che non sa far altro che pensare.
Io penso,
penso,
penso.
Io penso sempre,
ma non in maniera umana.
Io penso in maniera non umana,
disumana forse.
Io penso come uno schizofrenico
che ha perso la bussola della realtà
e che si è spappolato gli emisferi del cervello a furia di pensar doppio,
doppio come il brodo Star del tempo che fu.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante della psichiatria pesante
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Tu che ne dici?
Mi bagno prima della pioggia
o mi sono già messo l’impermeabile?
Come si risolve questo problema?
E allora dimmi tu come risolvo questo problema.
Dimmi tu,
dimmelo tu per favore,
tu che sai tutto e di tutto.
Devo andare dallo strizzacervelli?
Tu sei pazza!
Sei tu che devi andare dallo strizzacervelli,
così come vai dalla maga,
dalla strega,
dall’astrologa,
dalla massaggiatrice
e anche dalla puttana della miseria
che sicuramente abita nella tua contrada e forse proprio a casa tua.
Tu sei una sfigata!
Io non mi farò mai strizzare il cervello
da un illustre mercante della mente e per giunta a pagamento.
E che pagamento!
Mi toccherebbe accendere un mutuo
presso la banca delle Prealpi di Cefalù
per spegnere il saldo delle sedute.
Piuttosto preferisco infilar le monetine dentro la macchinetta del poker
al bar della grassona Ingrid e in quel buco di culo di Campea,
sperando in un tris di dieci
per sentir tintinnare venticinque volte un euro nella cassettina di metallo.
Non si sa mai,
stasera può succedere di tutto,
proprio di tutto.
Può succedere anche che dalla fessura della porta del cesso
entri o esca il vero amore,
veramente il vero amore,
quello del mal di stomaco o del tiro mancino.
E’ meglio però che metta cinque euro nella macchinetta dei preservativi,
quella provvidenziale e benemerita macchinetta,
quella che sta fuori dalla farmacia di corso Garibaldi
imperterrita al caldo e al freddo,
quella che vede sempre in faccia uomini e donne
che si propongono di scopare e di non far figli.
Che maledetti!
E se la poverina fosse obiettrice di coscienza?
Che mestiere ingrato!

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante delle cose fatte bene e al momento giusto,
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Il forte senso del rispetto e del dovere,
che sin da piccolo i miei genitori mi hanno infilato nel cuoricino,
m’impedisce di trattarti male e tanto meno di offenderti.
Questi principi dovrebbero traslocare dal mio cervello
per essere scaricati in un cesso pubblico
e dotato di doppio sciacquone.
Oppure dovrebbero essere falciati come l’erba da un provetto contadino
per poi diventare fieno
ed essere mangiato e cagato dalle mucche.
Tutto torna alla Natura,
tutto torna dove proviene.
Il solito ciclo del carbonio!
Tutto nasce dalla merda e alla merda ritorna.
Ma io non sono villano in ogni senso,
per cui persisto nel farmi tanti problemi per niente.
Prova tu a convincermi che i miei sono problemi da niente
e spingimi in pista a ballare il liscio.
E vai con il liscio!
No, purtroppo non è roba per me.
Sono troppo diverso,
sono un muratore rifinito,
so di cazzuola e d’intonaco,
so di caldarella e di martellina,
so di cemento armato e disarmato.
Io non so di vita e tanto meno di saper vivere.
Figurati se m’intendo di ballo!
A proposito di ballo mi viene in mente il mio amico Jonny,
il bullo di Gaiarine,
quello che raccattava sempre da qualche parte un latino americano
per strofinarsi i zebedei in un bel pube piatto e odoroso di donna
con la scusa che la baciata si doveva ballare in quel modo.
Jonny non si faceva alcun problema a suonar la chitarra,
la sua chitarra elettrica,
sopra qualsiasi elemento che sapeva in qualche modo di femminile.
Devo prendere esempio da lui.
Jonny non si tirava mai indietro
e si lasciava sempre fregare volentieri dalle fighe che lo circondavano.
Devo prendere questo da lui.
Se io prendo questo da lui, io a lui cosa do?
A Jonny potrei dare i miei principi morali,
ma lui non li vuole,
non sa che farsene.
A Jonny potrei dare le mie inibizioni,
ma lui non le vuole,
non sa che farsene.
Lui mi può dare l’istinto
e così mi regalerebbe la possibilità di avere un sacco di donne
disposte a farsi suonare da me.
Lui potrebbe, ma io non voglio niente da lui.
E allora mi tengo le mie paure.
Io so che le mie paure sono infondate.
So anche che è solo questione di tempo
e le mie paure evaporeranno come nebbia al sole.
Devo essere più aggressivo,
devo crescere nel desiderio,
devo desiderare un culo esageratamente grosso e grasso.
Pretendo troppo?
Devo crescere nel mio sadomaso.
E poi un culo è sempre un culo,
non è certo l’ombelico del mondo
e poi non si vede quando sei a cavallo.

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante del culo
e so, di certo, che il troppo stroppia.

Sabato sera sei libera?
Hai la casa disoccupata?
Se sì, puoi prenotare un posto per me?
Verrei a farmi una scorpacciata della tua ciccia fresca,
anche se odorosa di patatina fritta, rifritta e quasi brustolata.
Voglio lasciarti, come un forte stallone, l’impronta degli zoccoli
tra le pieghe del lenzuolo e della tua pancia flaccida.
Intanto, in mancanza di un buco da riempire, mi restano le mani
per scaricare tutta la libido che mi sento addosso come zavorra.
Mi verrai sopra,
così non ti vedo le due metà del posteriore.
Mi compenserò con la tua quinta di tette,
due macigni sospesi nel vuoto sopra il mio viso.
In fondo, un rapporto di sesso è sempre un ottimo rapporto,
un rapporto vero,
il solo rapporto vero che non può mentire perché è vero,
almeno nella versione maschile.
Tu, invece, sei fasulla
perché puoi sempre recitare a soggetto
e puoi fingere sul tema in qualsiasi teatro di periferia.
Che truffa!

Io non so parlare in italiano,
ho frequentato le scuole serali a Vittorio Veneto,
ma sono amante della febbre del sabato sera
e so, di certo, che il troppo stroppia.

 

 

 

Flusso di coscienza elaborato da Salvatore Vallone in Pieve di Soligo (TV)
e nel mese di Aprile dell’anno 1992

 

LE COLLANE DI PERLE DELLA MIA MAMMA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Raramente ricordo di aver sognato, ma la notte scorsa questo sogno mi sembrava talmente reale che mi ha lasciato una certa inquietudine.
Da circa un anno ho due collane di perle possedute da mia madre, defunta 20 anni fa. Ne sono molto affezionata e le conservo e uso con cura.
Nel sogno dormivo sul divano e sentivo che era un sonno profondo.
Mi ha svegliato un rumore non particolarmente forte e, volgendo lo sguardo nella stanza, vedevo e sentivo le perle sfilarsi dal filo.
Erano molte di più della realtà, sentivo una grande tristezza e impotenza, non riuscivo assolutamente a muovermi, ero certa di averle perse.
Continuavo a vederle spargersi irraggiungibili.

Grazie per la sua eventuale interpretazione.
Annamaria”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La parola “eventuale” mi ha colpito per la sua intrinseca discrezione e per il senso del mistero che evoca: evento si traduce “vengo da”.
Provvedo immediatamente a dare qualche dritta ad Annamaria.
Con questo sogno inizio una nuova metodologia: chiarezza massima e assenza di tecnicismi, apertura democratica, non populista, del linguaggio.
Dopo trenta mesi di ricerca sul sogno sono pervenuto a una griglia scientifica soddisfacente che non riesco ad evolvere, per cui mi ritengo pienamente soddisfatto dell’esito delle mie gradevoli e antidepressive fatiche.
Sento il bisogno di dedicarmi alla gente che ha collaborato con me affidandomi i sogni e voglio restituire un’interpretazione chiara.
Voglio, ancora, sondare la valenza psicoterapeutica del fenomeno sogno: la decodificazione migliora la coscienza di sé e aiuta l’evoluzione psichica?
Procedo con istinto e ragione, ma convinto di migliorare il quadro cammin facendo.

INTERPRETAZIONE E INDICAZIONI

“Raramente ricordo di aver sognato, ma la notte scorsa questo sogno mi sembrava talmente reale che mi ha lasciato una certa inquietudine.”

Non si ricordano i sogni a causa dell’assenza della vigilanza e della riduzione della memoria, ma tutti sogniamo perché il sogno è l’attività psichica del sonno.
I sogni vicini alla realtà hanno sempre un significato simbolico che nasconde la verità.
I sogni sono inquietanti per natura psicofisica e per la maniera in cui sono vissuti, ma non necessariamente sono turbolenti e misteriosi. Tanti sogni sono beneficamente piacevoli e chiari.

“Da circa un anno ho due collane di perle possedute da mia madre, defunta 20 anni fa. Ne sono molto affezionata e le conservo e uso con cura.”

Annamaria ha ereditato due collane di perle della madre morta da tempo e investe giustamente in questi oggetti tanto affetto e tanti sentimenti, al di là del valore materiale di gioielli. Annamaria era molto legata alla figura materna e nella veglia è pienamente cosciente di questo trasporto. La “cura” della figlia contiene una preoccupazione per le collane e una delicatezza nel ricordo della madre. “L’uso” è permeato del sentimento d’amore e di rispetto. Non sono oggetti comuni e volgari, ma sono cimeli impregnati di ricordi e di affetti.

“Nel sogno dormivo sul divano e sentivo che era un sonno profondo.”

Inizia il sogno e si evidenziano i simboli e le psicodinamiche. “Annamaria che dorme” si traduce nella riduzione della consapevolezza e nella disposizione ad abbandonarsi ai ricordi e alle emozioni collegate. Annamaria ha una buona confidenza con se stessa e con il suo corpo, per cui può sondare le dimensioni psichiche profonde e autentiche senza opporre inutili resistenze.

“Mi ha svegliato un rumore non particolarmente forte e, volgendo lo sguardo nella stanza, vedevo e sentivo le perle sfilarsi dal filo.”

Annamaria individua l’oggetto del suo sogno e del suo essere sognante: le sensazioni di progressiva perdita della sua femminilità. La collana è simbolo psicofisico dell’universo e del corredo femminili. La dolcezza dello sfiorire della femminilità si “avverte con animo perturbato e commosso”. “Vedevo” equivale a ero consapevole. “Sentivo” si traduce nel cospirare dei sensi che annunciano questa progressiva caduta. Il simbolo della “perla” esige il senso del prezioso e del personale, coniuga la bellezza con il valore, la purezza con il merito. Lo “sguardo nella stanza” equivale alla consapevolezza di questa perdita riguardante la femminilità psicofisica. Lo “sfilarsi” è un naturale “fantasma di morte” senza angoscia e senza inganno. Annamaria sente che il tempo trascorre e lascia i segni del suo ineluttabile andare.

“Erano molte di più della realtà, sentivo una grande tristezza e impotenza, non riuscivo assolutamente a muovermi, ero certa di averle perse.”

Annamaria si è identificata a suo tempo nella madre e ha riservato per sé i migliori tratti psichici della sua femminilità. Questo processo è stato effettuato in superamento del conflitto intrapsichico instaurato con i genitori quand’era bambina: “posizione edipica”. I tratti caratteristici e preziosi della sua femminilità, le “perle” delle “collane”, sono state ben calzati e incrementati. L’identificazione nella madre è andata a buon fine e ha maturato un buon profitto. La consapevolezza dello sfiorire della procace bellezza e della prosperità femminile è motivo di tristezza, così come l’inesorabilità del tempo porta la convinzione di non potersi opporre al corso naturale degli eventi: una convinzione buddista. Annamaria è immobile, “non riusciva assolutamente a muoversi”. Dal registro simbolico si desume che l’accettazione non produce angoscia e riduce il dolore della perdita al minimo. Annamaria è consapevole del tempo che passa e dei suoi naturali effetti in riguardo alla femminilità, non si oppone e vive soltanto il dolore della progressiva riduzione della vitalità. E’ “certa” di aver perso le perle e le collane, è consapevole della sua evoluzione psicofisica. Annamaria è pronta alle contromisure per ridurre al minimo i segni del tempo senza che tralignino in volgari insulti. E’ pronta per l’età matura.

“Continuavo a vederle spargersi irraggiungibili.”

Tener presente nella panoramica psichica l’evoluzione della propria identità femminile significa soffrire meno e non cadere nelle spire maligne della nostalgia. La consapevolezza di “vederle” salva ancora Annamaria dall’inutile conflitto con se stessi e con l’immagine ideale di sé. L’atto simbolico dello “spargersi” indica la delicata perdita di quel corredo di tratti giovanili che, evolvendosi, dice del passato nella maturità del presente.

COMMENTO

Il sogno di Annamaria è molto delicato e proficuo perché attesta della pacata consapevolezza che la protagonista ha immesso nell’accettazione dell’evoluzione della sua identità psicofisica femminile.
Oltremodo delicato è il riferimento alla madre nella forma delle “collane di perle”, così come altrettanto delicato è il quadro delineato della figura della donna alle prese con le consistenti e drastiche variazioni psicofisiche.
Interessante è la manifestazione del giusto amor proprio al posto di un bieco narcisismo. Annamaria non si oppone al progressivo trascorrere del tempo con i pregi annessi e i difetti connessi.
Il sogno è dominato dall’uso del meccanismo psichico di difesa della “razionalizzazione” della perdita ed è ricco di sensazioni nella parte finale: un sogno che dispensa equamente la ragione con il senso.
La “collana” è la metafora della recettività sessuale femminile. Le “perle” condensano tutto ciò che è bello e prezioso, delicato e ricco. Mai complimento migliore fu fatto alla complessa femminilità.
L’interpretazione del sogno di Annamaria in “versione chiara e distinta” si può concludere qui.
Si può dare spazio alla conversione fantasiosa o poetica delle movenze affettive.

LIBERO RIATTRAVERSAMENTO DEL SOGNO DI ANNAMARIA

LE COLLANE DELLA MIA MAMMA

Mia madre aveva una collana di perle bianca.
Bianca e di perle era la collana della mia mamma
quando suo padre l’ha sollevato innocente al cielo
come il dono gradito della Provvidenza
e ha invocato per lei la migliore Fortuna
tra vie fumanti di odoroso pane,
tra gente ignara con la valigia di cartone nel petto.
Era il 1947.

Mia madre aveva una collana di perle rossa.
Rossa e di perle era la collana della mia mamma
quando, tra maestre irte e bonarie
e pudori femminili ben studiati,
passeggiava in lungo e in largo
alla ricerca di un sentimento d’amore
tra vie odorose di bianchi gelsomini
e ridondanti di purpurei gerani.
Era il 1956.

Mia madre aveva una collana di perle amaranto.
Amaranto e di perle era la collana della mia mamma.
Quante corse all’impazzata tra i vicoli stretti del quartiere dei Giudei!
Quanti salti tra i quadrati disegnati sul selciato di via Savoia!
Quanti innamoramenti di ragazzini biondi dagli occhi cerulei!
Scorreva la vita adolescente
tra l’odore degli ormoni e del fritto di paranza,
dentro un paese che brulicava solidale
e un popolo che avanzava alla riscossa.
Era il 1959.

Mia madre aveva una collana di perle arancione.
Arancione e di perle era la collana della mia mamma.
Tra il verde delle tante attese
e il rosso del giovane sangue
si prendeva cura di me bambina
con la tenerezza ingenua dei suoi vent’anni
mentre sognava e mentre agiva.
Era il 1967.

Mia madre aveva una collana di perle blu.
Blu e di perle era la collana della mia mamma.
Era una donna seria, a volte quasi triste.
Quanti pensieri e quante preoccupazioni
in quella testa austera di donna antica e al passo con i tempi.
Mia madre era tranquilla nel suo essere moderna,
radicale e chic come una donna di classe,
di quella classe.
E che classe!
Era il 1968.

Mia madre aveva una collana di perle turchese.
Turchese e di perle era la collana della mia mamma.
“E gli anni passano e i figli crescono,
le mamme invecchiano,
ma non sfiorirà la loro beltà.”
Mia madre non può più essere mamma.
Mia mamma è di pasta antica ed è ancora sulla breccia.
Regala sorrisi e dispensa consigli
come una società ottocentesca di mutuo soccorso.
A destra e a manca mia madre sa,
sa dare e sa darsi
perché mia mamma è una donna saggia.
Era il 1999.

Mia madre aveva una collana di perle viola.
Viola e di perle era la collana della mia mamma.
“Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni,
mia madre ha sessantanni
e più la guardo e più mi sembra bella.”
Composta ed elegante nella sua immensa discrezione
percorre la strada degli odorosi pittospori,
quella che dalla piazza di Archimede guarda l’umida marina,
un viale chiassoso dei pigolii di mille e mille passeri
saltellanti tra i rami arcuati dei ficus mediterranei,
quelli dalle foglie lucide e grasse di succulente siero.
Era il 2007.

Mia madre aveva una collana di perle nera.
Nera e di perle era la collana della mia mamma.
Addio donna importante,
piena di grazia e di eleganza,
chiaro splendore nel buio e nella luce,
maestosa ed esposta come una santa,
discreta e modesta come una madre,
donna di popolo e femmina di bottega,
tu,
tu che verace fede hai fatto della fama antica
che ha trovato un tesoro chi ti ha avuto amica.
Era il 2013.

Tua figlia pose questo dolce lamento a forma di nenia
e disse per te le orazioni,
quelle laiche,
quelle che ti piacevano tanto,
quelle che suonavano nella rossa bocca delle studentesse del ‘68.
Annamaria sparse leggera l’ultima rosea cipria
sulle tue bianche guance, a dispetto della morte,
e ti pettinò i bei capelli a onda,
adagio,
per non farti male.
Era il 2013.

Ah, mamma mia,
quando partisti come son rimasta,
come l’aratro senza buoi in mezzo alla maggese,
in un campo mezzo grigio e mezzo nero,
tra il vapor leggero
e con le tue collane nel mio collo,
un capolavoro che ancora oggi fa invidia alle ceneri di Modigliani.

Elaborazione effettuata da Salvatore Vallone in Siracusa,
nel mese di Maggio dell’anno 2018,
in libera associazione al sogno di Annamaria
e secondo la metodologia del flusso di coscienza e della “contaminatio”.

Il prodotto culturale idoneo al tema è “Come passa il tempo”, una significativa canzone a tre voci degli anni ottanta: Vandelli, Camaleonti, Dik dik.