UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

Questo è il gradito e prezioso contributo della dottoressa Tullia Cianchelli.

Il bollettino per tutti i naviganti, gente del mestiere e non, impone una serie di immersioni nelle profondità psichiche e culturali che Tullia con puntualità creativa ha visitato e ci propone. Ho letto e riletto la densa e ricca interpretazione del “tram chiamato desiderio” e ogni volta ho trovato qualcosa da capire e da ricordare, una lezione junghiana da ben assimilare e una capacità di condensazione da invidiare. Il tutto comprova l’enorme portata del sogno e attesta che la ricerca nel settore poggia anche su buone teste italiane. Fortunati marinai, di immersione in immersione anche voi troverete un pezzo della vostra storia psichica tra mito e realtà. Buona degustazione!

UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

 

“Sono nella città del mio primo lavoro, situazione che tuttora rimpiango, e devo raggiungere il mio attuale posto di lavoro in un’altra regione, ma le mie due sorelle mi sequestrano la macchina, perché una delle due ha bisogno della mia macchina per tornare a casa. L’altra mia sorella mi dice di non preoccuparmi perché ci sarebbe rimasta lei a casa per aspettare l’idraulico. Mi dicono che sarei dovuta andare al lavoro con l’autobus, ma io mi arrabbio e mi dispero perché non capisco il motivo di questa decisione, così per tutta la notte le tengo sveglie chiedendogli il perché e cercando di spiegargli che non sarei mai arrivata in tempo al lavoro prendendo l’autobus. Nonostante ciò la mattina mi reco alla fermata dell’autobus, che è un deserto e dove trovo una moltitudine di gente, venendo a scoprire che l’autobus passa sì per la città del mio posto di lavoro ma prosegue per Medjugorie, e mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente. Salgo sull’autobus e vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso. Con lei al volante, mi rassegno a far tardi e chiamo al lavoro per avvertire. A quel punto mi calmo, e la cosa mi sorprende perché in genere è dopo essermi svegliata che ciò accade, cioè realizzando che si trattasse di un sogno, mentre in questo caso accade già nel durante”.

Anna

INTERPRETAZIONE

Il sogno di Anna esordisce all’interno di una dimensione spazio-temporale precisa: si trova nella città del suo primo lavoro e deve raggiungere il contesto lavorativo attuale. La situazione d’apertura fotografa cioè Anna nel suo approccio alla sfera lavorativa, e più in generale nel suo atteggiamento verso la vita, in bilico tra passato e presente, tra il vecchio e il nuovo (anche culturalmente intesi), tra la scelta regressiva, satura di rimpianti e vissuti di perdita (“situazione che tutt’ora rimpiango”), e quella presente, permeata, potremmo dire, di istanze superegoiche che reclamano obbedienza senza compromessi (“devo raggiungere”).
Tuttavia siamo solo alle prime battute di un sogno lungo e complesso, che prevede sviluppi inaspettati e possibili soluzioni, e come ogni pièce teatrale che si rispetti la scena onirica apre il suo sipario su un tema centrale che è portato all’attenzione dello spettatore, visto dalla prospettiva del suo Sé più profondo, quella sorta di intelligenza superiore che ognuno di noi possiede, in grado di ritrarre la situazione psichica del sognatore in termini di potenzialità, tendenze, o debolezze, che sono però ancora sconosciute all’Io cosciente. Si trova dunque Anna alle prese con un blocco, una fissità ad uno stadio precedente di vita psichica, dove il procedere in avanti pare insostenibile come esito di una massiccia proiezione che fanno del presente e del futuro un precipitato di ordini e giudizi morali, in contrapposizione col piacere regressivo libero da condizionamenti? Anna non è ancora consapevole di ciò che si agita in lei e che cerca riconoscimento, la Anna cosciente vuole realmente tener fede ai suoi impegni e alle sue responsabilità, ma se fosse così semplice vedremmo semplicemente la nostra protagonista raggiungere il suo posto di lavoro senza ostacoli, o forse non la vedremmo affatto, non scomodandosi le nostre profondità su versanti a-conflittuali. Ed ecco allora dispiegarsi il casting dei personaggi, con un’accurata scelta degli antagonisti e degli altri ruoli necessari allo sviluppo della trama onirica: le sorelle di Anna le sequestrano la macchina. Il dramma è servito!
Se, come sosteneva Jung, ogni sogno può contenere potenzialmente motivi mitologici, ovvero modelli archetipici, collettivi, intorno ai quali si articolano i nuclei complessuali del singolo, potremmo vedere in questa ouverture onirica i temi esistenziali di una novella Cenerentola, alle prese con le cattive sorelle, o sorellastre, tutte intente ad impedirle di prendere parte al grande ballo della vita, tramite il sequestro della macchina-carrozza. Il meccanismo onirico cioè si avvale di un classico condensato simbolico, l’automobile come riferimento al corpo e al suo funzionamento, laddove, nell’ottica della psiche inconscia, il corpo è percepito come luogo o veicolo dell’incarnazione, abitabile cioè come contenitore di vita. Anna sente forse, come Cenerentola, l’abbandono materno, la deprivazione affettiva a genesi della condizione di esclusione e mancata realizzazione, laddove le sorelle “rubano” o “sequestrano” le attenzioni e l’amore dei genitori, e con essi la possibilità di separarsi per trovare la propria via. Ma separarsi non vuol dire soltanto realizzarsi esteriormente, ovvero socialmente e professionalmente, a scapito di una piena autonomia e libertà interiore, separarsi significa capacità di vivere il proprio desiderio godendo del proprio corpo in una felice integrazione tra sessualità e affettività. Anna-Cenerentola sente che, per staccarsi dalla madre, per diventare “donna” e onorare così una libido genitale scevra da colpevolizzazioni, deve mettersi alla prova ribellandosi ad una parte di sé tirannica ed invidiosa che la obbliga a restare disperatamente dipendente. Cenerentola è infatti povera, orfana di madre, vestita di stracci , eppure è invidiata dalle sorellastre che sono ricche e potenti. E’ invidiabile, nonostante la sua miseria, per la posizione che occupa all’interno del sistema familiare (come preferita del padre?), o per la sua avvenenza, simbolo di giovinezza e fecondità? Il seguito del sogno è illuminante: una sorella prenderà l’automobile di Anna, mentre l’altra occuperà la sua casa in attesa dell’idraulico! Il messaggio onirico è chiaro nel rappresentare la configurazione esistenziale di Anna come totalmente colonizzata da istanze intrusive che ne padroneggiano ogni possibile direzione, a pieno appannaggio cioè di imago concepite al tempo stesso come “fraterne”, simbolo di unità affettiva e senso d’appartenenza, e alienanti nella loro valenza di espropriazione sadica del sé. Trattasi cioè di tiranniche forze interne che se da un lato attaccano il corpo sessuato adulto, nella capacità di godere di un erotismo libero e consapevole, dall’altro ne impediscono la sublimazione nell’aspirazione alla maternità, nel compimento della coppia procreativa, con l’uomo nella posizione di chi, oltre al piacere, è in grado di occuparsi delle tubature da bravo idraulico!
Pare dispiegarsi in questi fotogrammi un dilemma adolescenziale (confermato poi dalla successiva comparsa sul palcoscenico onirico della compagna di liceo), di rimaneggiamento dell’immagine di sé, fondato sull’esigenza, a volte dolorosa, di sostenere il proprio desiderio mediante l’appropriazione simbolica di un corpo dotato di potenzialità sessuali e generative, acquisizione che si scontra talvolta con fantasie sulla dimensione corporea come contenitore di relazioni oggettuali primitive sentite come terribilmente minacciose nel loro potere usurpante. La soluzione che Anna sognante prospetta come conseguenza di un tale vissuto di disperata impotenza è l’adozione di un’identità mimetica, esito dell’adesione a quegli aspetti stereotipati dei canoni collettivi, come a dire che “lasciarsi trasportare” (accettare di prendere l’autobus anziché la propria macchina) è pur sempre preferibile allo sprofondare in uno stato di angoscia e disperazione senza requie (disperarsi e tener sveglie le sorelle per tutta la notte).
Ma c’è di più in questa immagine onirica, in cui sembrano prender forma due diverse direzioni vitali in conflitto fra loro, quelle della posizione femminile tra ruoli tradizionali ed emancipazione, tra la passiva Cenerentola, angelo del focolare in attesa dell’idraulico-principe, che vede nel matrimonio e nella procreazione il fulcro dell’esistenza, e la bellicosa Pentesilea, regina delle Amazzoni, donne guerriere che non tolleravano uomini nella loro comunità e che si recidevano la mammella destra per maneggiare più agevolmente l’arco (così come nel sogno la disponibilità della propria macchina per andare dove si vuole rimanda all’idea di padroneggiamento di sé e del proprio corpo in totale autonomia rispetto ai canoni prefissati).
Dimensioni stereotipiche dunque, da intendere come opposti polari non dialettizzabili e quindi non riducibili a sintesi. E se il mondo della letteratura e della cultura in genere, è gremita di immagini che condensano splendidamente le polarità del conflitto femminile in gioco, da Atena, la dea pratica, razionale, “maschile”, a Vesta, dea del matrimonio, moglie di Zeus il quale le era infedele, portando la dea a scagliarsi contro le amanti piuttosto che verso il marito, o Giunone, dea delle messi, nutrice e madre, o ancora come non pensare al binomio biblico tra la figura di Maria e quella della Maddalena, e così via, il sogno di Anna si pone come interrogativo irrisolto nell’esistenza di una donna che, alle soglie della mezza età, rivisita la propria vita tra bilanci e tentativi di pacificazione, tra negazione della perdita e accettazione di ciò che è, nella ricerca infine di una soggettivazione profonda alle proprie posizioni esistenziali. Tornando al sogno, infatti, e rimanendo sul filone mitologico, la scelta di Anna (sebbene non sia del tutto appropriato riferirsi a ciò col termine di “scelta”), consiste nell’adozione di una modalità dipendente e compiacente, nell’incarnazione della dea Persefone, l’eterna adolescente, inconsapevole di sé e incapace di agire, ma soltanto di “essere agita” dal desiderio altrui, al riparo da rischi e responsabilità, in una dimensione collettiva rassicurante ma al tempo stesso impersonale e alienante (la moltitudine di gente alla fermata dell’autobus come un deserto). Ma se Persefone è la dea bambina, iperprotetta ed ignara di sé, ella è, in realtà, anche la dea portatrice di due nomi, a simboleggiare i due aspetti contrastanti che la distinguevano, ossia Kore, giovane fanciulla obbediente, e Persefone appunto, regina degli inferi, donna matura che regnava sulle anime dei morti e da cui guidava i viventi ottenendo ciò che desiderava; la dea dunque come capacità di attingere ai piani profondi della psiche, in una mediazione fruttuosa fra la realtà egoica del mondo oggettivo e la realtà inconscia della psiche. È forse questo allora il messaggio profondo che Anna-Persefone, dal mondo onirico degli inferi, sta cercando di inviare all’Anna-Kore, superare cioè la dipendenza dal materno, integrando la propria femminilità adulta nella consapevolezza profonda di sé?
Anna avverte in sé la disperazione di chi ha accettato di lasciarsi trasportare, di “lasciarsi fare” dalle mani dell’Altro. Nella folla di reietti con cui una parte di lei si identifica, l’Anna sognante avverte il pericolo dello scivolare in una dimensione di regressivo vittimismo (“vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso”), dove all’aspetto fragile e bisognoso, che impedisce il confronto paritario, guadagnandone però in affetto, indulgenza, senso di protezione, si accompagna quello rinnegato del vero tiranno che alberga in ogni “Calimero” che si rispetti, quello dell’aggressività che tiene sotto scacco l’Altro mediante la richiesta continua di cure ed attenzioni, esercitando così il proprio controllo indiretto sulla relazione.
Ma, ed è qui che il messaggio onirico si fa più profondo: Anna “sa”, custodisce dentro di sé anche il mistero profondo del femminile, come consapevolezza profonda che per realizzare pienamente ciò che è, deve riuscire ad andare oltre la posizione “amazzonica” dell’emancipazione tout court, del rifugio coatto nel lavoro come simbolo di autosufficienza e di inflazione sul piano psichico, di donna, cioè, completamente identificata con i suoi poteri, recuperando invece un principio femminile in tutta la sua dimensione di sacralità, nell’espressione più alta di ciò che abita il suo universo di donna (Medjugorie). Non senza turbamento (“mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente”), e a seguito di un significativo percorso di psicoterapia, Anna avverte il depositarsi in lei di un elemento divino tutto da restaurare, un valore femminile fondato sul principio dell’Eros, come disposizione psichica ad accogliere la vita, il sentimento, l’altro, in altre parole la tensione dell’Amore. Consapevole di ciò, Anna si “rassegna a far tardi”, e la cosa la rassicura profondamente. Non c’è più tensione nell’animo, ora pacificato, di Anna, quasi come dicesse che c’è un tempo per il mondo fuori e un tempo per l’anima, un tempo per correre ed uno per fermarsi. Non c’è bisogno di svegliarsi per “trovar pace”, perché il sogno, parafrasando Freud, è stato un buon “guardiano”; si può continuare a dormire e a sognare nuovi modi di essere e di stare al mondo, perché una sapienza profonda abita ora in Anna, e se il pericolo di un’idealizzazione del materno, nella sua veste divina e onnipotente, fa capolino sulla scena onirica, lasciando qualche perplessità in merito, la risposta della sognatrice, di meraviglia di fronte alla sua stessa reazione, lascia presagire scenari positivi, nella sensazione, cioè, di essere in presenza di una fonte profonda di armonia ed equilibrio, qualcosa che ricompatta da dentro, nell’arrendersi, tutto femminile, all’amore. In un certo senso, quello di Anna, “Un tram chiamato Desiderio”…

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