“362 e 365”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Vedevo due numeri, 362 e 365, sopra un centrino di carta arrotondato come una specie di nido e come se si fosse accoccolato sopra il mio gatto.
Questi due numeri li associavo ai capitoli di un libro.
L’aspetto dei numeri era piacevole come il vissuto di quando da piccola compravo i quaderni di scuola.
Ma ero angosciata perché questi numeri rimandavano a un fatto di sangue.
Ero preoccupata che qualcuno potesse scoprire che io ero l’autrice, ma mi consolavo al pensiero che nessuno avrebbe letto i capitoli di quel libro, per cui nessuno l’avrebbe scoperto mentre ero in vita e, quindi, tutto sarebbe rimasto irrisolto.”

Questo sogno porta la firma di Lorella.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Lorella è intriso di simboli individuali e collettivi.
Ad esempio, i numeri 362 e 365 sono “segni” personali e collettivi: latino “signum” traduce la militare “insegna”.
Nel primo caso Lorella sa cosa trattano e a chi collegarli.
Nel secondo caso sono semplici numeri, elaborazioni logiche dei “processi secondari” che risalgono a Pitagora e alla cultura araba: il punto numero e il numero 1.
“362 e 365” possono identificare la date di un evento, di una nascita, di una morte, di un trauma, di una gioia, ma possono anche condensare temi logici di ordine aritmetico o algebrico.
Chiarita questa ambivalenza, il sogno di Lorella presenta sicuramente simboli “collettivi” che attestano di femminilità e di maternità, “gatto” e “nido”, nonché di un trauma a esse collegato, “un fatto di sangue”. Procedendo, Lorella si serve in sogno la “catarsi” del senso di colpa tramite una “assoluzione” basata sulla “razionalizzazione” del trauma: “mi consolavo col pensiero”.
La decodificazione chiarirà puntualmente e allargherà queste affermazioni, ma una riflessione sulle funzioni terapeutiche del sogno è sempre opportuna.
I traumi finiscono sempre nei nostri sogni e si camuffano tra le pieghe dei simboli per consentirci di dormire. I “processi primari” riescono a rendere fantasiosa anche un’interruzione terapeutica di gravidanza. Il privato e l’intimo più drammatici sono gestiti e sistemati in maniera simbolica sorprendente e aiutano la presa di coscienza del trauma. Il sogno di Lorella dice chiaramente tutto questo e fornisce una una comprensione terapeutica per risolvere il dolore e lo struggimento più acuti: la riparazione del trauma.
All’uopo mi preme sottolineare le funzioni attribuite al sogno dalla “Psicologia della Gestalt” o della Forma, una benemerita Scuola basata sulla percezione e sull’esperienza umane, una Teoria molto distante dalla Psicoanalisi che,pur tuttavia, ha dato un notevole contributo allo studio del sogno e del sognare.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede i seguenti attributi e le seguenti funzioni: l’immedesimazione poetica, la drammatizzazione teatrale, la reviviscenza sensoriale, la sequenza temporale, il dialogo interiore e interpersonale, il conflitto e l’integrazione fra parti emergenti di sé in movimento verso l’identità globale, una rinnovata visione del mondo, l’integrazione di nuove esperienze nella personalità, la proiezione di parti di sé rinnegate, la soluzione di problemi quotidiani, il messaggio esistenziale, la saggezza.
Mi riprometto di spiegare questi concetti nelle “Riflessioni metodologiche” finali.
Adesso passo all’interpretazione del sogno delicato e gentile di Lorella.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Vedevo due numeri, 362 e 365, sopra un centrino di carta arrotondato come una specie di nido e come se si fosse accoccolato sopra il mio gatto.”

Lorella ha la piena consapevolezza del significato reale e collettivo dei numeri 362 e 365 e lo allarga in maniera simbolica associandoli alla recettività sessuale femminile e materna. Lorella sta rievocando in sogno esperienze che riguardano la maternità e precisa due numeri che possono essere il risultato, più o meno semplice o complicato, di associazioni temporali del tipo mese di marzo del 1962 o 1965 o altro, che comunque soltanto lei sa decodificare. Lorella in sogno sente il bisogno di comunicare sotto forma simbolica personale lo svolgimento della trama, ma non può fare a meno di ricorrere ai simboli collettivi per spiegarsi i contenuti psichici immessi nel sogno: il nido e il gatto.
Vediamo dove Lorella va a parare con la sua astuta psicologia.
“Vedevo” è simbolo di consapevolezza razionale: istanza psichica vigilante “Io” basata sul “principio di realtà”.
“362 e 365” sono simboli individuali di Lorella e si possono inquadrare e capire in base alla psicodinamica successiva.
“Centrino di carta” attesta di una presentazione a modo di offerta all’altro, un rafforzamento delicato e un mettere in risalto.
“Una specie di nido” evoca l’universo psicofisico femminile materno con annessi e connessi affettivi e familiari.
“Accoccolato sopra il mio gatto” conferma la disposizione femminile alla sessualità e alla maternità, all’amplesso erotico di stampo “genitale”, un desiderio di vivere l’esperienza della gravidanza. Il “mio gatto” condensa la seduzione e l’eleganza femminili che Lorella si riconosce.

“Questi due numeri li associavo ai capitoli di un libro.”

Come dire: “questi due numeri appartengono alla storia della mia vita”. Lorella sta riesumando esperienze importanti e li contrassegna con dei numeri significativi soltanto per lei. Saranno due date? Saranno due eventi? Saranno i giorni dell’anno?
Vediamo i simboli.
“Questi due numeri” sono “segni” che Lorella fissa per ricordare esperienze vissute. Il “numero” è simbolo della Ragione e dei “processi secondari”, ma diventa personale quando racchiude il mondo intimo e privato.
“Associavo” equivale a strumento evocativo sintetico, qualcosa al posto di qualcos’altro, un libero porre un nesso logico tra oggetti diversi e ricchi di significati simbolici, uno “spostamento” e una “traslazione” in difesa dell’angoscia. Questa operazione è eseguita dall’istanza “Io”.
“Capitoli di un libro” contengono e traducono parti della vita vissuta, della storia personale, di qualcosa di intimo e privato: “condensazione”. Lorella è consapevole di essere sul punto di tirare fuori vissuti ed eventi importanti che la riguardano: “capitoli”.

“L’aspetto dei numeri era piacevole come il vissuto di quando da piccola compravo i quaderni di scuola.”

Lorella regredisce all’infanzia tramite il sogno e rievoca la gioia della scolaretta che curava i quaderni, quella particolare passione che le consentiva di essere padrona delle pagine bianche in attesa di scriverle, quel fascino per un quaderno vissuto come uno strumento di “proiezione” delle proprie gioie di bambina accudita. La stessa piacevolezza è associata da Lorella all’aspetto dei numeri ossia all’oggetto simboleggiato in quei numeri. Questa è un’operazione individuale di “condensazione” che conosce soltanto Lorella, per cui si spera in un tradimento psichico tramite un riferimento e un’associazione per disoccultare meglio dal simbolo l’evento o il trauma. Intanto si sa che la dimensione psicofisica femminile e materna è stata chiamata in causa all’inizio del sogno.
Decodifichiamo.
“L’aspetto dei numeri era piacevole”: i simboli “362 e 365” riguardano esperienze significative e vissuti gradevoli di Lorella.
“da piccola compravo i quaderni di scuola.”: quando da bambina avevo a disposizione la possibilità di scrivere il mio intimo e di disporre della mia vita futura. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” viene istruito da Lorella con naturalezza e con piena convinzione. Sorprende la la consapevolezza di Lorella in riguardo a episodi apparentemente semplici della sua vita.

“Ma ero angosciata perché questi numeri rimandavano a un fatto di sangue.”

Secondo le linee psicologiche della “conversione nell’opposto” la gioia di Lorella si commuta in tragedia da “fatto di sangue”. Affiora il ricordo doloroso di un fatto che si è concluso in un dramma. Lorella rievoca episodi felici dell’infanzia e associa un’esperienza di morte, un lutto, confermando che i numeri sono identificativi di una persona e di un evento struggente.
Sondiamo la simbologia.
“Ma ero angosciata” attesta di un “fantasma depressivo di perdita”, di un “fantasma di morte” collegato a un’esperienza reale. In questo caso l’angoscia si risolve concretamente nello struggimento di un lutto irreparabile.
“questi numeri rimandavano a un fatto di sangue.” I simboli personali si riferiscono a un evento violento, a una perdita della vitalità rappresentata simbolicamente dal “sangue”. Pur tuttavia, non si tratta di una morte normale, ma di una morte colpevolmente vissuta. Il “fatto di sangue” è collegato alla dimensione materna, “una specie di nido e come se si fosse accoccolato sopra il mio gatto.” E’ stato sconvolto il “nido” da un’infausta violenza. Il “sangue” si associa con facilità alla mestruazione, all’aborto, al parto, all’intervento chirurgico.

“Ero preoccupata che qualcuno potesse scoprire che io ero l’autrice”

Lorella esibisce la sua responsabilità su questo “fatto di sangue”. Teme di trascinarsi dietro i sensi di colpa e di non riuscire a “razionalizzarli”.
Decodifico.
“Ero preoccupata” si traduce in ero consapevole, avevo la mente “occupata prima”, sapevo di me e riconoscevo i miei vissuti.
“qualcuno potesse scoprire” significa che il mio “Super-Io”, la mia istanza morale e censoria, operasse una condanna della mia aggressività mortifera. “Qualcuno” equivale a una “parte psichica” di me, a un prendere le distanze dalla propria moralità, a ridimensionare la condanna del “Super-Io”. Lorella deve sempre avere la consapevolezza dell’evento luttuoso tenendo in funzione il suo “Io” al fine di evitare la recrudescenza censoria del “Super-Io” con tutti i sensi di colpa che ci vanno dietro e la necessaria espiazione nei sintomi istero-fobici e paranoici.
“che io ero l’autrice” significa l’assunzione di responsabilità e il riconoscimento dei propri pensieri e dei propri atti, la consapevolezza di essere la protagonista dei propri vissuti e delle proprie azioni. “Autrice” deriva dal greco “autòs”, me stesso, caricato della consapevolezza di essere attrice.

“ma mi consolavo al pensiero che nessuno avrebbe letto i capitoli di quel libro,”

Lorella è consapevole delle pulsioni aggressive messe in atto a suo tempo e del travaglio internamente covato. Tutto è inscritto nella sua psiche, per cui si consola con il fatto che nessuno può leggerle dentro ed estorcere questo materiale intimo e privato.
Cosa dicono i simboli?
“Mi consolavo” si traduce in “assolvevo” i sensi di colpa, collegati al “fatto di sangue”, con la consapevolezza. “Consolavo” equivale a “sciogliere e risolvere l’insieme”: latino “solvere”.
“nessuno avrebbe letto i capitoli di quel libro,” si può decifrare: in tutto questo trambusto il trauma sarebbe rimasto circoscritto al mio intimo e privato, alla mia sfera psichica personale. “Nessuno” condensa la negazione agli altri dei propri vissuti e delle proprie esperienze: una difesa dell’intimità. I “capitoli” sono i fatti importanti e il “libro” è il condensato dei vissuti dell’esistenza.

“per cui nessuno l’avrebbe scoperto mentre ero in vita e, quindi, tutto sarebbe rimasto irrisolto.”

La consapevolezza di Lorella è sufficiente e l’opera di occultamento e di camuffamento funziona senza indurre danni psicofisici da espiazione dei sensi di colpa. Questa dialettica tra la “coscienza di sé” e la cura del proprio equilibrio psicofisico hanno contraddistinto gran parte del sogno di Lorella.
“Nessuno” conferma la difesa dagli altri e la “negazione” di qualsiasi comunicazione in riguardo a temi intimi e privati.
“Scoperto mentre ero in vita” la consapevolezza è personale e l’esperienza vissuta viene accettata nelle sue sfaccettature morali. Il quadro si restringe sempre all’individualità pensante e agente della protagonista. Non “rimuovere” il trauma è la terapia giusta, tenerlo sempre presente favorisce l’autocontrollo e impedisce la “conversione in sintomi” degli inevitabili sensi di colpa. Questo significa “mentre ero in vita”.
“tutto sarebbe rimasto irrisolto.” Lorella sa convivere con se stessa e sa mantenere il suo equilibrio. I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia funzionano e risolvono con la vigilanza le asperità del trauma vissuto e la diretta responsabilità. La risoluzione dell’irrisolto è riferita agli altri: nessuno saprà del mio “fatto di sangue”. A tutti gli effetti Lorella negandolo agli altri ha risolto il trauma e si è mantenuta in equilibrio psicofisico.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lorella svolge la psicodinamica della “razionalizzazione del trauma” e nello specifico del “lutto” legato alla perdita dell’esperienza della maternità, un evento o un “fatto di sangue” che ha trovato la protagonista capace di gestire l’angoscia della perdita. Possibilmente si tratta di una interruzione terapeutica della gravidanza, per cui il “trauma della perdita” e il “fantasma di morte” collegato hanno trovato la giusta risoluzione razionale nella difesa dell’interiorità e dell’intimità tramite il mantenimento di una lucida consapevolezza del trauma e un pieno controllo del senso di colpa. Degno di nota è l’equilibrio raggiunto da Lorella nella gestione delle spinte repressive del “Super-Io” e della funzione razionale dell’istanza “Io”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Lorella presenta la funzione delle suddette istanze psichiche.
L’Es o rappresentazione delle pulsioni si mostra in “sopra un centrino di carta arrotondato come una specie di nido e come se si fosse accoccolato sopra il mio gatto.” e in “Ma ero angosciata perché questi numeri rimandavano a un fatto di sangue.”
L’Io o funzione vigilante e razionale si evidenzia in “vedevo” e in “associavo” e in “ero angosciata” e in “Ero preoccupata” e in “mi consolavo al pensiero che nessuno avrebbe letto i capitoli di quel libro, per cui nessuno l’avrebbe scoperto mentre ero in vita e, quindi, tutto sarebbe rimasto irrisolto.”
L’istanza censoria e morale “Super-Io” è visibile in “che qualcuno potesse scoprire che io ero l’autrice”.
La “posizione psichica” dominante è la “genitale” sia pur nella versione luttuosa della perdita: “una specie di nido e come se si fosse accoccolato sopra il mio gatto.”
La “posizione psichica anale” è richiamata nel trattenere per sé la memoria dell’esperienza traumatica vissuta sul corpo: “qualcuno potesse scoprire che io ero l’autrice, ma mi consolavo al pensiero che nessuno avrebbe letto i capitoli di quel libro, per cui nessuno l’avrebbe scoperto mentre ero in vita e, quindi, tutto sarebbe rimasto irrisolto.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Lorella usa i suddetti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia.
La “condensazione” è visibile in “362 e 365” e in “nido” e in “gatto” e in “libro” e in “numero”.
Lo “spostamento” è presente in “accoccolato” e in “fatto di sangue”.
La “drammatizzazione” e la “conversione nell’opposto” si manifesta in “Ma ero angosciata perché questi numeri rimandavano a un fatto di sangue.”
La “regressione” è manifesta in “come il vissuto di quando da piccola compravo i quaderni di scuola.”
La “proiezione” è usata in “Vedevo due numeri, 362 e 365,” e in “quaderni di scuola”.
La “razionalizzazione” e la “legittimazione” sono presenti in “mi consolavo al pensiero che nessuno avrebbe letto i capitoli di quel libro, per cui nessuno l’avrebbe scoperto mentre ero in vita e, quindi, tutto sarebbe rimasto irrisolto.”
La “negazione” si evidenzia in ”nessuno” e in “per cui nessuno”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Lorella manifesta nettamente un tratto psichico “genitale” all’interno di una cornice “anale”: pulsione della maternità e disposizione al trauma della perdita.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Lorella forma le suddette figure retoriche.
La “metafora” o relazione di somiglianza è presente in “nido” e in “gatto” e in “capitolo” e in “libro” e in “quaderni”.
La “metonimia” o nesso logico è manifesta in “fatto di sangue” e in “362 e 365”.
La “enfasi” o forza espressiva è contenuta in “Ma ero angosciata perché questi numeri rimandavano a un fatto di sangue.”
Il sogno di Lorella è realistico e ragionato e non ha picchi poetici.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un trauma della maternità e della conseguente “razionalizzazione” del lutto, nonché della costante opera di vigilanza e di assoluzione dal senso di colpa da parte dell’Io.

PROGNOSI

Lorella deve tenere sempre in esercizio e rafforzare i meccanismi di difesa della “razionalizzazione”, della “compartimentalizzazione”, della “legittimazione” e della “assoluzione” del trauma, al fine di evitare la conversione dell’angoscia in una sequela di sintomi. Rafforzare significa avere sempre in mente la necessità del trauma e le dovute giustificazioni anche nel caso in cui lo si sia riparato con una adozione o con una nuova gravidanza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un mancato funzionamento dei “meccanismi di difesa” e in una “conversione dell’angoscia” nella “sindrome istero-fobica” in espiazione dei sensi di colpa: una dolorosa psiconevrosi.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lorella è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo e di un realismo ben equilibrati.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Lorella si colloca in una libera associazione al trauma e in un semplice ricordo dello stesso oppure nella semplice visione di un bambino.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Lorella è la “discorsività narrativa e razionale”.

REM – NONREM

Il sogno di Lorella si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle linee narrative elaborate in piena consapevolezza.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Lorella si serve regolarmente dei sensi e in particolare esalta il senso della “vista” in “vedevo” e in “l’aspetto dei numeri era piacevole”. Particolare rilevanza assume la cospirazione sensoriale in “ero angosciata” e in “ero preoccupata” e in “mi consolavo”.
Il sogno di Lorella, nonostante la sua drammaticità, è pacato e non contiene allucinazioni di forte intensità.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Lorella, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Lorella, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della surreale, quanto diffusa, psicodinamica. Il sogno di Lorella è prossimo all’oggettività o verità di fatto.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente la decodificazione del sogno di Lorella.

Domanda
Ancora un sogno che riguarda la maternità.
Risposta
Proprio così! L’esperienza della maternità porta al culmine nella donna la “posizione genitale” esaltando la relativa “libido”. Preciso meglio: la “posizione genitale” è apertura all’altro fuori dal contesto familiare o del gruppo di appartenenza. In questo senso è donativa e generosa in primo luogo verso se stessi e, di poi, necessariamente verso gli altri. La “genitalità” mantiene una percentuale “narcisistica”, evoluta dalla precedente “posizione” nella forma del giusto “amor proprio”, per procedere negli investimenti di “libido” relazionali dopo l’utile tormento della “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori. Le realizzazioni psicofisiche principali dell’universo femminile sono la capacità della scelta dell’altro, l’orgasmo nella vita sessuale, la disposizione alla gravidanza e alla maternità. Il tutto è inquadrato nel campo delle potenzialità da mettere in atto secondo la dinamica psicofisica di matrice aristotelica: “potenza” e “atto”. Il quadro è determinato da un simultaneo volersi bene e voler bene: “principio del meglio possibile” alle condizioni date.
Domanda
E le donne che non amano l’altro o che non diventano madri per un motivo o per un altro?
Risposta
Niente di drammatico! Queste donne istruiscono meccanismi psichici di difesa che contengono l’angoscia dei mancati investimenti di “libido genitale” e della mancata maternità. Importante è che non permangano nella “posizione fallico-narcisistica” esaltandola in uno sterile e pericoloso isolamento giaculatorio. La buona “Madre Natura” offre alle donne una sana psicologia per continuare a vivere in maniera adeguata secondo le scelte operate sempre al meglio possibile delle condizioni date. Quest’ultimo concetto significa che ogni scelta è legata al tempo psichico e al momento storico di ogni persona: la maturazione evolutiva della “organizzazione psichica reattiva”.
Domanda
Cosa vuol dire concretamente?
Risposta
Se una donna a vent’anni non sente il bisogno dell’altro o della maternità, a trent’anni può cambiare idea e progetto di vita. Esistono donne che hanno realizzato la maternità “in extremis” o anche dopo la menopausa secondo le grandi possibilità che la Scienza biologica e ginecologica consente nei nostri giorni.
Domanda
Quanto è importante un figlio nella vita di una donna?
Risposta
Completa il ciclo naturale degli investimenti della “libido genitale” e i vissuti relativi all’esperienza “donativa”. La donna è più legata al figlio che all’uomo con cui procrea, il padre della sua creatura. Sin dai primordi a livello culturale nel “Principio femminile” si condensano la “Ontogenesi” e la “Filogenesi”, l’origine del Vivente e l’amore della Specie. Tutto nasce dalla Dea Madre, Rea o Gea presso i Greci e secondo la loro mitologia. Se poi riflettiamo sul Cristianesimo e nello specifico sull’immagine della Madonna con il Bambino, l’esaltazione religiosa della Madre si allarga fino a completarsi nelle sculture e nelle pitture che riguardano la Pietà, la Madonna addolorata che vive la morte del Figlio. Alla luce di questo quadro culturale la maternità per una donna è un evento veramente “lieto” in tutti i sensi: evoluzione, formazione, organizzazione psichiche.
Domanda
E se una donna non può avere figli?
Risposta
La Scienza ha provveduto ampiamente con la fecondazione artificiale omologa ed eterologa e con altre forme atte a portare avanti una gravidanza, magari servendosi di un altro utero. Oggi la maternità si può realizzare in tanti modi biologici e legali. La Cultura e la Politica spesso incorrono nel divieto, nel limite e nel bigottismo morale e religioso. Aiutare la Natura non significa negarla o farle violenza, né tanto meno è blasfemo.
Domanda
Lei è favorevole alla fecondazione assistita?
Risposta
In tutte le forme che la donna sceglie e che la Scienza mette a disposizione.
Domanda
Quali meccanismi psichici di difesa mettono in atto le donne se non hanno un figlio?
Risposta
La frustrazione della “libido genitale” o la mancata maternità incorre prevalentemente nei seguenti meccanismi di difesa dall’angoscia: la “rimozione” ossia la si relega nel profondo dimenticatoio, “l’isolamento” ossia si scinde il sentimento e l’emozione dalla possibilità consapevole della maternità, “l’intellettualizzazione” ossia si razionalizza il carico emotivo della possibile maternità, la “sublimazione” ossia si converte beneficamente la “libido”, “l’annullamento” ossia si esorcizza con rituali nevrotici l’angoscia della gravidanza. Fondamentalmente la gravidanza scatena il “fantasma di morte” elaborato nel primo anno di vita e legato alla perdita e all’abbandono, fantasma che nel tempo si evolve nella perdita della vita.
Domanda
Cosa pensa dei figli delle coppie omosessuali?
Risposta
Saranno i figli a vivere i ruoli psichici della madre e del padre e a investire in tal senso nei loro genitori. La questione è delicata, ma non bisogna esagerarla con catastrofismi psichiatrici per i poveri bambini. In ogni modo la mia risposta sommaria denuncia il mio orientamento. Avrò modo di approfondire in seguito.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede una “valenza creativa e poetica” basata sui “processi primari” che permette l’immedesimazione di chi sogna nel materiale psichico che sta svolgendo e che lo riguarda direttamente, nonché la traduzione in parole significative delle sensazioni e dei sentimenti, la conversione dei suoi “significanti” in “significati”. In quest’ultima operazione psichica siamo tutti poeti, “criatori”, perché immettiamo originalmente nelle immagini i nostri vissuti e diamo figura ai “fantasmi” elaborati durante la nostra formazione psico-culturale.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede una “valenza drammatica teatrale” che ben si individua nell’esaltazione emotiva e nella rappresentazione visiva dei temi. L’amplificazione dei sensi, allucinazioni, e delle azioni, psicodinamiche, legata all’angoscia che è stata rimossa nel tempo e che trova il modo di scaricarsi nel sogno. Esempio: uccidere ed essere ucciso in sogno è frequente, così come essere inseguito e non riuscire a correre. In ogni caso la Psiche tende a rappresentarsi in maniera esagerata ed eclatante.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede una valenza di “reviviscenza sensoriale” nel ridestare sensazioni ed emozioni profonde e sperimentate, nonché elaborate in maniera autonoma nella vita fantasmatica sin dalla primissima infanzia. Il rivivere i vissuti in sogno esalta le sensazioni in allucinazioni e in percezioni dotate di energia bio-psichica. I sensi rivivono in sogno le loro esperienze esaltandole e amplificandole nelle allucinazioni dal momento che il sonno mette a disposizione del sogno energie che fluiscono dentro e non vengono investite fuori.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede una valenza di “sequenza temporale” che si attesta nel presente in atto e nell’assenza del passato e del futuro. Il sogno coniuga un suo preciso “tempo” secondo le sue logiche sequenziali, mette insieme passato e futuro, il già vissuto e il desiderio, in una dimensione temporale in atto, un “breve eterno”, a riprova che a livello psichico il “Tempo” non si lascia ben individuare. Eppure il sogno sviluppa una serie di immagini e di allucinazioni che hanno un “prima” e un “dopo”, una sequenza temporale, un inizio e una fine, ma in effetti tratta sempre della psicodinamica in atto. Quest’ultimo è ciò che c’è nel divenire psichico: “essere” e “divenire” ritornano dalla Filosofia greca antica e l’oscuro Eraclito si sposa con il saggio Parmenide.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede una valenza di “dialogo interiore e interpersonale”, una relazione con se stesso e con gli altri. Meglio: il sogno evidenzia le modalità di vivere “parti psichiche di sé” e di offrire agli altri le medesime, la confidenza e il grado di affidamento con se stesso e con le persone dell’ambiente, l’oggetto interno e l’oggetto esterno, le proprie sensazioni e i propri sentimenti e l’offerta ai familiari e alle persone investite di “libido genitale”. Il sogno manifesta chiaramente e senza equivoci i modi elaborati e acquisiti di vivere se stessi e gli altri.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede la valenza di evidenziare “il conflitto e l’integrazione fra parti emergenti di sé in movimento verso l’identità globale”. Il sogno svolge le psicodinamiche in atto e ne evidenzia le note conflittuali, sviluppa la dialettica tra pulsioni e censure, desideri e frustrazioni, al fine di comporre in armonia la sintesi evolutiva di ogni contrasto e di ogni conflitto. Quest’ultima è e si mostra come la “parte nuova ed emergente di sé” che si appresta a essere integrata nella “organizzazione psichica” in atto, arricchendola secondo linee evolutive compatibili. Ogni conflitto psichico è considerato “positivo” nel senso storico e strutturale, perché dalla crisi e dall’opposizione nascono tratti e attributi psichici che contribuiscono alla formazione psicologica e aspirano a essere integrati nella “organizzazione psichica reattiva”, la struttura o la personalità. Il sogno manifesta le novità psico-esistenziali in avanzamento e in emersione ancor prima che si concretizzano nella realtà della vita quotidiana. In questo senso il sogno spesso viene valutato “profetico”, dice “prima e a mio vantaggio di me”.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede la valenza di evidenziare “una rinnovata visione del mondo”. L’opera di evoluzione psichica personale si allarga nella “Weltanschauung”, la concezione del mondo e della vita e della posizione in esso occupata dall’uomo, le modalità culturali di interpretare se stesso e la società in cui vive e opera. Il sogno in questo travaglio di schemi e di segni contiene ed evidenzia i modi evolutivi delle relazioni sociali e del comportamento etico e bioetico. Il sogno mostra le vie da percorrere per rinnovare idee e schemi culturali, simboli e valori, vie già percorse e vie da percorrere sempre secondo linee evolutive compatibili al presente con la “organizzazione psichica reattiva” in atto. Il sogno mostra nuove coordinate d’inserimento costruttivo e originale nel testo e nel contesto culturale del gruppo di appartenenza, a partire dall’ambito familiare e per approdare al tessuto sociale.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede la valenza di “integrare nuove esperienze nella personalità”. Come si diceva in precedenza, il sogno manifesta le novità psichiche e la rottura con la continuità rassicurante ma obsoleta. Le relazioni con se stesso e con gli altri portano necessariamente a nuove esperienze, a nuovi modi di sperimentare se stessi e di allargare l’orizzonte mentale, di mettersi alla prova e di acquisire nuove abilità e competenze, di crescere e di cimentarsi.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede la valenza di “proiettare parti psichiche di sé rinnegate” in funzione difensiva dall’angoscia di prendere atto che si tratta di materiale psichico personale e non altrui. Questa difensiva alienazione operata dal sogno ha la funzione di favorire e di non disturbare il sonno, ma offre da svegli la consistente possibilità di riappropriarsi dell’alienato e di prendere coscienza delle proprie “parti psichiche”, pulsioni e desideri, modi e schemi, sensazioni e sentimenti, frustrazioni e aggressività, ambivalenze e ambiguità. La “proiezione” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che consiste nell’attribuire all’altro il proprio materiale psichico e si attesta in una difficoltà nella dialettica tra interno ed esterno, nell’estromettere le parti sgradite di sé e nel collocarle fuori di sé addebitandole ad altre persone. Il sogno consente la “proiezione”, anche attraverso i meccanismi dello “spostamento” e della “traslazione”, di queste “parti psichiche” angoscianti e rinnegate in difesa dell’equilibrio psicofisico in atto, ma è importante che quest’operazione difensiva si completi nella presa di coscienza dell’alienato e del rinnegato e nell’integrazione nella “organizzazione psichica” di questo materiale contrastato e traumatico.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede la valenza di “risolvere i problemi quotidiani”, di consentire la riflessione calma e pacata della propria collocazione nel mondo e nella società insieme ai problemi da affrontare nella pratica quotidiana del vivere. Spesso accade in sogno che ciò che sembrava irrisolvibile si snodi in maniera lineare nella sua risoluzione. Spesso accade in sogno che si presentino delle intuizioni logiche ed estetiche che nella frenesia della veglia non hanno la possibilità di affiorare alla consapevolezza dell’Io. Il proverbio popolare dice che “il sonno e il sogno portano il buon consiglio”. La gente comune ritiene che il sogno contenga quelle buone e utili norme pratiche da utilizzare nella pratica quotidiana e nelle relazioni sociali. Spesso i genitori trovano nel sogno la soluzione a difficoltà relazionali con i figli. Spesso il sogno offre la modalità di approccio alle difficoltà di risoluzione dei problemi più complicati. Si narra che gli inventori e gli scienziati hanno avuto in sogno l’illuminazione giusta per portare avanti le loro ricerche scientifiche. Si dice che ciò che facciamo l’abbiamo prima in qualche modo immaginato.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede la valenza di comunicare “un messaggio esistenziale”, di avere quella vena filosofica utile alla risoluzione dei problemi umani collegati alla ricerca di una degna e giusta collocazione nel mondo e nella società. Il sogno risponde spesso alle domande filosofiche di base “chi sono io” e “cosa faccio gettato in questo mondo” di cose e di persone. La filosofia del sogno è sorprendentemente complicata e profonda, al di là dell’istruzione della persona che sogna. Capita che persone non erudite di temi estetici e filosofici riescano a speculare in maniera sorprendente su questioni metafisiche e morali, nonché politiche e logiche.
Secondo la “Gestaltpsycologie” il sogno possiede la valenza di indurre “la saggezza”, “quel senso e quel sapore di sé” che si occulta nella veglia e che nel sonno si manifesta senza resistenze sotto la forma di un’autocoscienza migliorata e responsabile. “Sapere di sé” è proprio la funzione primaria del sogno. Attraverso il simbolismo si manifestano i tesori nascosti dell’essere umano, le intuizioni materiali e mistiche, la sacralità dell’origine e la profanità dell’esistenza.

CONCLUSIONE

Converto nell’opposto la vanificazione della maternità e la conseguente “razionalizzazione del lutto” dominanti nel sogno di Lorella e propongo una vecchia canzone italiana che ha vinto il Festival di Sanremo nel 1954. Si tratta di “Tutte le mamme” a firma di Bertini e Falcocchio e cantata da Giorgio Consolini.
Il testo è classico del tempo: retorica, sentimentalismo, melodia, realismo condito da qualche simbolo: niente di grande e di originale in un mix degno d’interesse.
Quella era l’Italia ancora fascista del dopoguerra, quella era la scuola melodica, quello era lo sbrodolamento armonico, quella era la voce scilinguata del tempo.
Tiro fuori i simboli: Dio al posto di Madre Natura, la Madonna al posto della Donna, l’Amore al posto della “libido sessuale”.
Persiste lo schema della Femmina fruttifera che regala figli a destra e a manca, non soltanto alla Patria ma anche al marito.
Persiste lo schema della donna votata al sacrificio e al dolore. E’ tremendo il verso “Ieri, oggi, sempre, per voi mamme non c’è pietà.”
Persiste il culto del maschietto ingrato e la svalutazione della femminuccia in “Ogni vostro bambino, quando un uomo sarà,verso il proprio destino, senza voi se ne andrà!”. Ottima è la risoluzione della conflittualità edipica con la madre.
E’ ben fondato l’amore donativo della madre in “fatto di sogni, rinunce ed amor.”
La magia si consuma in “le mamme imbiancano, ma non sfiorirà la loro beltà.”
L’Amore della Specie si esalta in “grandi tesori di luce e bontà, che custodiscono un bene profondo,”.
Il capitalismo paterno si manifesta nella sdolcinata conclusione “tu, che m’hai dato il tuo bene profondo e sei la Mamma dei bimbi miei.”
In quel tempo ci si commuoveva così e si perpetuava l’immagine di una donna fondamentalmente Madre.
In attesa dl ‘68 e della rivoluzione femminista gustiamo questo prodotto psico-culturale con testo e video annesso.

TUTTE LE MAMME

Donne! Donne! Donne! Che l’amore trasformerà.
Mamme! Mamme! Mamme! Questo è il dono che Dio vi fa.
Tra batuffoli e fasce mille sogni nel cuor.
Per un bimbo che nasce quante gioie e dolor.

Mamme! Mamme! Mamme! Quante pene l’amor vi da.
Ieri, oggi, sempre, per voi mamme non c’è pietà.
Ogni vostro bambino, quando un uomo sarà,
verso il proprio destino, senza voi se ne andrà!

Son tutte belle le mamme del mondo
quando un bambino si stringono al cuor.

Son le bellezze di un bene profondo
fatto di sogni, rinunce ed amor.

È tanto bello quel volto di donna
che veglia un bimbo e riposo non ha;
sembra l’immagine d’una Madonna,
sembra l’immagine della bontà.

E gli anni passano, i bimbi crescono,
le mamme imbiancano, ma non sfiorirà la loro beltà.

Son tutte belle le mamme del mondo
grandi tesori di luce e bontà,
che custodiscono un bene profondo,
il più sincero dell’umanità.

Son tutte belle le mamme del mondo ma,
sopra tutte, più bella tu sei;
tu, che m’hai dato il tuo bene profondo
e sei la Mamma dei bimbi miei.

 

UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

Questo è il gradito e prezioso contributo della dottoressa Tullia Cianchelli.

Il bollettino per tutti i naviganti, gente del mestiere e non, impone una serie di immersioni nelle profondità psichiche e culturali che Tullia con puntualità creativa ha visitato e ci propone. Ho letto e riletto la densa e ricca interpretazione del “tram chiamato desiderio” e ogni volta ho trovato qualcosa da capire e da ricordare, una lezione junghiana da ben assimilare e una capacità di condensazione da invidiare. Il tutto comprova l’enorme portata del sogno e attesta che la ricerca nel settore poggia anche su buone teste italiane. Fortunati marinai, di immersione in immersione anche voi troverete un pezzo della vostra storia psichica tra mito e realtà. Buona degustazione!

UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

 

“Sono nella città del mio primo lavoro, situazione che tuttora rimpiango, e devo raggiungere il mio attuale posto di lavoro in un’altra regione, ma le mie due sorelle mi sequestrano la macchina, perché una delle due ha bisogno della mia macchina per tornare a casa. L’altra mia sorella mi dice di non preoccuparmi perché ci sarebbe rimasta lei a casa per aspettare l’idraulico. Mi dicono che sarei dovuta andare al lavoro con l’autobus, ma io mi arrabbio e mi dispero perché non capisco il motivo di questa decisione, così per tutta la notte le tengo sveglie chiedendogli il perché e cercando di spiegargli che non sarei mai arrivata in tempo al lavoro prendendo l’autobus. Nonostante ciò la mattina mi reco alla fermata dell’autobus, che è un deserto e dove trovo una moltitudine di gente, venendo a scoprire che l’autobus passa sì per la città del mio posto di lavoro ma prosegue per Medjugorie, e mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente. Salgo sull’autobus e vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso. Con lei al volante, mi rassegno a far tardi e chiamo al lavoro per avvertire. A quel punto mi calmo, e la cosa mi sorprende perché in genere è dopo essermi svegliata che ciò accade, cioè realizzando che si trattasse di un sogno, mentre in questo caso accade già nel durante”.

Anna

INTERPRETAZIONE

Il sogno di Anna esordisce all’interno di una dimensione spazio-temporale precisa: si trova nella città del suo primo lavoro e deve raggiungere il contesto lavorativo attuale. La situazione d’apertura fotografa cioè Anna nel suo approccio alla sfera lavorativa, e più in generale nel suo atteggiamento verso la vita, in bilico tra passato e presente, tra il vecchio e il nuovo (anche culturalmente intesi), tra la scelta regressiva, satura di rimpianti e vissuti di perdita (“situazione che tutt’ora rimpiango”), e quella presente, permeata, potremmo dire, di istanze superegoiche che reclamano obbedienza senza compromessi (“devo raggiungere”).
Tuttavia siamo solo alle prime battute di un sogno lungo e complesso, che prevede sviluppi inaspettati e possibili soluzioni, e come ogni pièce teatrale che si rispetti la scena onirica apre il suo sipario su un tema centrale che è portato all’attenzione dello spettatore, visto dalla prospettiva del suo Sé più profondo, quella sorta di intelligenza superiore che ognuno di noi possiede, in grado di ritrarre la situazione psichica del sognatore in termini di potenzialità, tendenze, o debolezze, che sono però ancora sconosciute all’Io cosciente. Si trova dunque Anna alle prese con un blocco, una fissità ad uno stadio precedente di vita psichica, dove il procedere in avanti pare insostenibile come esito di una massiccia proiezione che fanno del presente e del futuro un precipitato di ordini e giudizi morali, in contrapposizione col piacere regressivo libero da condizionamenti? Anna non è ancora consapevole di ciò che si agita in lei e che cerca riconoscimento, la Anna cosciente vuole realmente tener fede ai suoi impegni e alle sue responsabilità, ma se fosse così semplice vedremmo semplicemente la nostra protagonista raggiungere il suo posto di lavoro senza ostacoli, o forse non la vedremmo affatto, non scomodandosi le nostre profondità su versanti a-conflittuali. Ed ecco allora dispiegarsi il casting dei personaggi, con un’accurata scelta degli antagonisti e degli altri ruoli necessari allo sviluppo della trama onirica: le sorelle di Anna le sequestrano la macchina. Il dramma è servito!
Se, come sosteneva Jung, ogni sogno può contenere potenzialmente motivi mitologici, ovvero modelli archetipici, collettivi, intorno ai quali si articolano i nuclei complessuali del singolo, potremmo vedere in questa ouverture onirica i temi esistenziali di una novella Cenerentola, alle prese con le cattive sorelle, o sorellastre, tutte intente ad impedirle di prendere parte al grande ballo della vita, tramite il sequestro della macchina-carrozza. Il meccanismo onirico cioè si avvale di un classico condensato simbolico, l’automobile come riferimento al corpo e al suo funzionamento, laddove, nell’ottica della psiche inconscia, il corpo è percepito come luogo o veicolo dell’incarnazione, abitabile cioè come contenitore di vita. Anna sente forse, come Cenerentola, l’abbandono materno, la deprivazione affettiva a genesi della condizione di esclusione e mancata realizzazione, laddove le sorelle “rubano” o “sequestrano” le attenzioni e l’amore dei genitori, e con essi la possibilità di separarsi per trovare la propria via. Ma separarsi non vuol dire soltanto realizzarsi esteriormente, ovvero socialmente e professionalmente, a scapito di una piena autonomia e libertà interiore, separarsi significa capacità di vivere il proprio desiderio godendo del proprio corpo in una felice integrazione tra sessualità e affettività. Anna-Cenerentola sente che, per staccarsi dalla madre, per diventare “donna” e onorare così una libido genitale scevra da colpevolizzazioni, deve mettersi alla prova ribellandosi ad una parte di sé tirannica ed invidiosa che la obbliga a restare disperatamente dipendente. Cenerentola è infatti povera, orfana di madre, vestita di stracci , eppure è invidiata dalle sorellastre che sono ricche e potenti. E’ invidiabile, nonostante la sua miseria, per la posizione che occupa all’interno del sistema familiare (come preferita del padre?), o per la sua avvenenza, simbolo di giovinezza e fecondità? Il seguito del sogno è illuminante: una sorella prenderà l’automobile di Anna, mentre l’altra occuperà la sua casa in attesa dell’idraulico! Il messaggio onirico è chiaro nel rappresentare la configurazione esistenziale di Anna come totalmente colonizzata da istanze intrusive che ne padroneggiano ogni possibile direzione, a pieno appannaggio cioè di imago concepite al tempo stesso come “fraterne”, simbolo di unità affettiva e senso d’appartenenza, e alienanti nella loro valenza di espropriazione sadica del sé. Trattasi cioè di tiranniche forze interne che se da un lato attaccano il corpo sessuato adulto, nella capacità di godere di un erotismo libero e consapevole, dall’altro ne impediscono la sublimazione nell’aspirazione alla maternità, nel compimento della coppia procreativa, con l’uomo nella posizione di chi, oltre al piacere, è in grado di occuparsi delle tubature da bravo idraulico!
Pare dispiegarsi in questi fotogrammi un dilemma adolescenziale (confermato poi dalla successiva comparsa sul palcoscenico onirico della compagna di liceo), di rimaneggiamento dell’immagine di sé, fondato sull’esigenza, a volte dolorosa, di sostenere il proprio desiderio mediante l’appropriazione simbolica di un corpo dotato di potenzialità sessuali e generative, acquisizione che si scontra talvolta con fantasie sulla dimensione corporea come contenitore di relazioni oggettuali primitive sentite come terribilmente minacciose nel loro potere usurpante. La soluzione che Anna sognante prospetta come conseguenza di un tale vissuto di disperata impotenza è l’adozione di un’identità mimetica, esito dell’adesione a quegli aspetti stereotipati dei canoni collettivi, come a dire che “lasciarsi trasportare” (accettare di prendere l’autobus anziché la propria macchina) è pur sempre preferibile allo sprofondare in uno stato di angoscia e disperazione senza requie (disperarsi e tener sveglie le sorelle per tutta la notte).
Ma c’è di più in questa immagine onirica, in cui sembrano prender forma due diverse direzioni vitali in conflitto fra loro, quelle della posizione femminile tra ruoli tradizionali ed emancipazione, tra la passiva Cenerentola, angelo del focolare in attesa dell’idraulico-principe, che vede nel matrimonio e nella procreazione il fulcro dell’esistenza, e la bellicosa Pentesilea, regina delle Amazzoni, donne guerriere che non tolleravano uomini nella loro comunità e che si recidevano la mammella destra per maneggiare più agevolmente l’arco (così come nel sogno la disponibilità della propria macchina per andare dove si vuole rimanda all’idea di padroneggiamento di sé e del proprio corpo in totale autonomia rispetto ai canoni prefissati).
Dimensioni stereotipiche dunque, da intendere come opposti polari non dialettizzabili e quindi non riducibili a sintesi. E se il mondo della letteratura e della cultura in genere, è gremita di immagini che condensano splendidamente le polarità del conflitto femminile in gioco, da Atena, la dea pratica, razionale, “maschile”, a Vesta, dea del matrimonio, moglie di Zeus il quale le era infedele, portando la dea a scagliarsi contro le amanti piuttosto che verso il marito, o Giunone, dea delle messi, nutrice e madre, o ancora come non pensare al binomio biblico tra la figura di Maria e quella della Maddalena, e così via, il sogno di Anna si pone come interrogativo irrisolto nell’esistenza di una donna che, alle soglie della mezza età, rivisita la propria vita tra bilanci e tentativi di pacificazione, tra negazione della perdita e accettazione di ciò che è, nella ricerca infine di una soggettivazione profonda alle proprie posizioni esistenziali. Tornando al sogno, infatti, e rimanendo sul filone mitologico, la scelta di Anna (sebbene non sia del tutto appropriato riferirsi a ciò col termine di “scelta”), consiste nell’adozione di una modalità dipendente e compiacente, nell’incarnazione della dea Persefone, l’eterna adolescente, inconsapevole di sé e incapace di agire, ma soltanto di “essere agita” dal desiderio altrui, al riparo da rischi e responsabilità, in una dimensione collettiva rassicurante ma al tempo stesso impersonale e alienante (la moltitudine di gente alla fermata dell’autobus come un deserto). Ma se Persefone è la dea bambina, iperprotetta ed ignara di sé, ella è, in realtà, anche la dea portatrice di due nomi, a simboleggiare i due aspetti contrastanti che la distinguevano, ossia Kore, giovane fanciulla obbediente, e Persefone appunto, regina degli inferi, donna matura che regnava sulle anime dei morti e da cui guidava i viventi ottenendo ciò che desiderava; la dea dunque come capacità di attingere ai piani profondi della psiche, in una mediazione fruttuosa fra la realtà egoica del mondo oggettivo e la realtà inconscia della psiche. È forse questo allora il messaggio profondo che Anna-Persefone, dal mondo onirico degli inferi, sta cercando di inviare all’Anna-Kore, superare cioè la dipendenza dal materno, integrando la propria femminilità adulta nella consapevolezza profonda di sé?
Anna avverte in sé la disperazione di chi ha accettato di lasciarsi trasportare, di “lasciarsi fare” dalle mani dell’Altro. Nella folla di reietti con cui una parte di lei si identifica, l’Anna sognante avverte il pericolo dello scivolare in una dimensione di regressivo vittimismo (“vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso”), dove all’aspetto fragile e bisognoso, che impedisce il confronto paritario, guadagnandone però in affetto, indulgenza, senso di protezione, si accompagna quello rinnegato del vero tiranno che alberga in ogni “Calimero” che si rispetti, quello dell’aggressività che tiene sotto scacco l’Altro mediante la richiesta continua di cure ed attenzioni, esercitando così il proprio controllo indiretto sulla relazione.
Ma, ed è qui che il messaggio onirico si fa più profondo: Anna “sa”, custodisce dentro di sé anche il mistero profondo del femminile, come consapevolezza profonda che per realizzare pienamente ciò che è, deve riuscire ad andare oltre la posizione “amazzonica” dell’emancipazione tout court, del rifugio coatto nel lavoro come simbolo di autosufficienza e di inflazione sul piano psichico, di donna, cioè, completamente identificata con i suoi poteri, recuperando invece un principio femminile in tutta la sua dimensione di sacralità, nell’espressione più alta di ciò che abita il suo universo di donna (Medjugorie). Non senza turbamento (“mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente”), e a seguito di un significativo percorso di psicoterapia, Anna avverte il depositarsi in lei di un elemento divino tutto da restaurare, un valore femminile fondato sul principio dell’Eros, come disposizione psichica ad accogliere la vita, il sentimento, l’altro, in altre parole la tensione dell’Amore. Consapevole di ciò, Anna si “rassegna a far tardi”, e la cosa la rassicura profondamente. Non c’è più tensione nell’animo, ora pacificato, di Anna, quasi come dicesse che c’è un tempo per il mondo fuori e un tempo per l’anima, un tempo per correre ed uno per fermarsi. Non c’è bisogno di svegliarsi per “trovar pace”, perché il sogno, parafrasando Freud, è stato un buon “guardiano”; si può continuare a dormire e a sognare nuovi modi di essere e di stare al mondo, perché una sapienza profonda abita ora in Anna, e se il pericolo di un’idealizzazione del materno, nella sua veste divina e onnipotente, fa capolino sulla scena onirica, lasciando qualche perplessità in merito, la risposta della sognatrice, di meraviglia di fronte alla sua stessa reazione, lascia presagire scenari positivi, nella sensazione, cioè, di essere in presenza di una fonte profonda di armonia ed equilibrio, qualcosa che ricompatta da dentro, nell’arrendersi, tutto femminile, all’amore. In un certo senso, quello di Anna, “Un tram chiamato Desiderio”…

A PROPOSITO DI “TAMMURIATA NERA” E DI GABRIELLA FERRI

La radio con spaventosa casualità e precisione trasmetteva una canzone interpretata superlativamente da Gabriella Ferri con la sua inconfondibile rauca voce e nel suo stile a metà cabarettistico e a metà popolare. La canzone in questione era napoletana, del secondo dopoguerra e s’intitolava “tammuriata nera”. Le firme erano di E.A.Mario per la musica e di Edoardo Nicolardi per i versi.
Era opportuno decodificare immediatamente, era necessario tradurre in simultanea dal colorito dialetto napoletano nella sbiadita lingua nazionale.
Gabriella Ferri continuava impietosamente a ricordare che “chillo, o ninno, è niro niro, niro niro cumm’a cchè”.
Il ritornante motivo di fondo e il martellante ritornello sapevano a metà di presuntuoso sarcasmo e a metà di giusto bisogno di ricercare una strana verità.
Il testo mi sembrava molto poetico, perché accanto a un meraviglioso cantabile, esaltato dalla musicalità intrinseca e dalla musica incorporata, metteva un blocco fonetico e semantico di grande fascino che destava una emozione semplice che coglieva impreparate le resistenze a lasciarsi andare.
Infatti “Tammuriata nera” è la classica canzone antica che ti rilassa e ti dispone allo stato psichico del rispetto del passato. Per questo motivo abbassa le difese e s’incunea tra le pieghe dell’anima per inerire a emozioni altrettanto semplici ed antiche.
Diventava vitale per la mia mente tradurre quel testo misterioso a me stesso, eppure così noto e perfettamente memorizzato.
Pensavo ai topi d’archivio, alle talpe delle biblioteche che cercano, ricercano fuori per poi trovare dentro e, magari, per farci un film.
Io ero archivio e topo, biblioteca e talpa, film e regista a me stesso mentre scorreva come in video l’omogenea pianura veneta, solcata da poca e non chiara acqua, chiamata fiume Piave e per giunta sacra alla patria.
Rilevai tutti gli estremi del sacrilegio più blasfemo.
Spirito magico, flussi ed effluvi, energie simpatiche convogliate sull’oggetto del desiderio e della paura da occulti poteri dati in prestito dalla natura a sedicenti sacerdoti chiamati maghi, o a laide femmine disprezzate streghe. Il tutto in onta al libero pensiero pensante e in atto ed alla “ananche razionale dell’ergo e del quia” ( la necessità logica del dunque e del perché).

Non tutto si può spiegare,
non tutto si può capire.
Non capisco.
Eppur tante volte succede
perché non si vuol prestar fede a ciò che accade,
non si vuol prestar fede a ciò che si vede,
perché viene contestata l’evidenza sensoriale
e non si crede più a ciò che si vede.
La verità impedita e il fatto in questione sono i seguenti, signor giudice.
In un quartiere di Napoli
e nell’anno del Signore 1945
è nato un bambino di pelle nera da una donna bianca.
L’Italia era invasa da truppe inglesi
e da truppe americane degli States,
uomini di tutte le razze,
negra inclusa.
E’ nato un bambino negro,
tanto nero
e la madre,
bianca e ostinata,
osa chiamarlo Ciro.
Sì, cari signori ed eccellenza del signor giudice,
lo ha chiamato Ciro:
proprio così!

Ma raccontala bene,
o donna,
raccontala ancora meglio.
Proprio così!
Raccontala ancora meglio,
raccontala bene.
Proprio così!
Tanto,
se lo chiami Francesco o Antonio,
tanto,
se lo chiami Giuseppe o Ciro,
quel bambino è negro,
come realtà di fatto è negro,
negro di un colore nero unico
che io non ti so dire.
E allora?
Puoi chiamarlo Francesco, Antonio, Giuseppe o Ciro,
ma quel bambino è veramente nero,
credimi,
è veramente nero.

E’ stato consultato il Sofista,
è stato sentito il filosofo,
è stato ascoltato il parolaio.
Tutti hanno invitato alla discussione sul fatto,
tutti sostengono che,
soltanto se ragioniamo sull’evento,
possiamo spiegarlo.
All’uopo e alla bisogna hanno addotto la seguente metafora.
Dove semini il grano,
cresce grano.
Sia che la semina riesca
e sia che la semina non riesca,
viene fuori sempre grano
in onore alla teoria della fissità della specie
e in culo all’evoluzionismo.
“Non procedit natura per saltus”.
Ma tu,
dai,
raccontalo a tutti,
raccontalo pure a me.
Tanto,
cosa vuoi,
se lo chiami Francesco o Antonio,
tanto,
cosa vuoi,
se lo chiami Giuseppe o Ciro,
purtroppo il bambino,
te lo ripeto ancora,
come sua realtà di fatto è negro,
ma negro di un colore nero unico
che io non ti so dire e non ti so descrivere.

Le comari,
donne di popolo,
raccontano,
spiegano
e giustificano questa questione
dicendo che questi casi non sono rari
e, quindi, niente meraviglia e niente maldicenze.
Di questi casi se ne contano mille e altri mille,
per cui la verità è questa,
è la seguente:
é bastato uno sguardo,
intenso quanto vogliamo,
su una donna facile alla suggestione,
perché questa donna,
a causa dello choc,
sia rimasta fortemente impressionata
con un risvolto psicosomatico del tipo gravidanza.
O meglio,
qualora questa donna fosse già in gravidanza,
la forte reazione emotiva
alla vista delle fattezze della razza negra
ha portato l’assimilazione nel feto di quei tratti somatici
per botta,
per colpo,
per stangata.

Questo dicono le donne.
E, se lo dicono le donne,
è così
e più non dimandare.

Ma dai!
Semplicemente uno sguardo,
per quanto intenso?
Dai,
ma dai!
Una suggestione carica di emotività,
un imprinting?
Dai!
Piuttosto,
vai a cercare quel negro
a cui tutto il contesto è andato bene,
perché purtroppo il bambino è e resta negro,
negro,
ma di un colore nero unico
che non ti so dire,
che non ti so descrivere.

La cultura popolare intramontabile s’insinua nelle pieghe della memoria come lo sperma del pene amputato di Urano sulla superficie delle onde del mare Ionio, ma questa volta non nasce l’erotica Afrodite ma un lungo respiro più vicino alla delusione che alla rassegnazione.
Respiravo meglio adesso che il diaframma aveva partorito la sua tensione, ma vivide nella scena della mia mente saltavano e danzavano con espressione dionisiaca le figure del parolaio, delle comari, della madre.
Di poi, maestosa appariva la figura della donna protagonista del caso, maestosa nella sua gravidanza intrisa di colori razziali da fare invidia al pubblicitario della industria delle lane e dei flati alla moda, maestosa nella sua gravidanza come la Sfinge nel suo enigma, maestosa nella sua gravidanza come una modella popolana di Michelangelo, maestosa nella sua gravidanza frutto di un amplesso consumato con gioia e rabbia dopo un bombardamento in un quartiere popolare di Napoli, maestosa nel suo lasciarsi fecondare in antropologica e genetica complicazione, maestosa nel suo finto orgasmo a pagamento.
Quale migliore fotogramma pubblicitario del complesso edipico di quello che raffigura una donna bianca con un bambino negro, a testimonianza che, nonostante le discriminazioni razziali del momento storico, quello che si disse in congresso a Vienna nel 1815 valeva in universale e per tutti gli uomini.
Pensavo a Gabriella Ferri sempre vuota nel suo pieno di artista e che finalmente aveva riempito il suo vuoto di donna lanciandosi dalla finestra della sua casa.

Salvatore Vallone
in Pieve di Soligo (TV), nel mese di Giugno dell’anno 2010

LE BIGLIE DEFORMI

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo in una sala da bowling insieme a una persona con cui devo giocare.
Nella pista a fianco ci sono due uomini che giocano.
Mi avvicino alla pista e vedo che arrivano dal binario biglie di forma irregolare e strana, non certamente sferiche.
Alcune persone le lanciano contro il muro e contro un armadio, ma le biglie deformi si ammaccano di più, invece di rompere il muro e l’armadio.”

Questo è il sogno di Gaspara.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Gaspara dice con semplicità simbolica che viviamo in una società dove domina l’aggressività nelle relazioni umane. Questa semplice verità è percepita ed espressa attraverso i “fantasmi” della protagonista e si collega a teorie che da tempo i sociologi reputano una legge necessaria e una costante etica della convivenza. Ogni relazione umana comporta l’uso di una carica aggressiva e una dose equa di prevaricazione. Oltre il bisogno di comunicare anche l’inganno e la truffa contraddistinguono i rapporti più nobili e generosi tra gli uomini. Aristotele aveva definito l’uomo “animale sociale e politico”, “zoon politikon”, un vivente bisognoso dell’altro e capace di fare delle scelte. In Filosofia bisognerà attendere il diciannovesimo secolo e Auguste Comte per la codificazione della Sociologia come Scienza. A livello psicoanalitico è assodato che le relazioni sociali comportano un investimento di “libido”, energia e volitività, così come abbisognano del processo della “sublimazione” per ripulire le pulsioni e renderle socialmente utili e compatibili. All’uopo si può leggere “Il disagio della civiltà” di Sigmund Freud, un testo base per la psicologia delle relazioni umane e per lo studio dei meccanismi e dei processi psichici di difesa che servono all’uomo per vivere in società. Su questo tema voglio ricordare il “Giusnaturalismo” di Grozio e Gentile, la teoria dei diritti naturali del Cinquecento, il diritto alla vita e alla conservazione della vita. Diventa obbligo morale ricordare i diritti dell’Illuminismo rivoluzionario francese, libertè – egalitè – fraternitè, e i fondamenti della democrazia “rousseauiana”, la “volontà generale” in miglioramento della liberale “volontà di tutti”.
Mi fermo a questi accenni psico-filosofici, ma il marinaio che vuole approfondire ha miglia e miglia sulla sua prua.
Queste considerazioni sono pertinenti al sogno di Gaspara e confermano che la funzione onirica registra con i suoi strumenti psicofisiologici le più sottili percezioni e propone le giuste riflessioni personali in riguardo al tempo storico e alla cultura affermata. La semplice verità di coscienza di Gaspara intorno all’aggressività umana travalica nel collettivo nazionale per rimbalzare nel transnazionale e nel transculturale, nell’umano in universale, grazie alla dilatazione e alla simultaneità delle comunicazioni, per cui un fatto tragico viene vissuto traumaticamente e desta posizioni psicologiche e ideologiche da parte di una moltitudine di persone.
Riconvergendo dall’universalità umana all’individualità di una donna protagonista del suo sogno, si riconosce a Gaspara di essere sensibile agli schemi culturali e ai costumi etici su cui si basa l’esercizio dell’aggressività e la sua degenerazione in violenza. Gaspara vive in una società che professa il valore naturale dell’aggressività come una necessità di base e sa che può facilmente tralignare in forme estreme. Le teorie sociologiche confermano la tesi che viviamo in un mondo violento che ha nel suo fondo schemi culturali e strumenti politici che inducono nella collettività frustrazione psichica e vanificazione giuridica. Le teorie psicologiche attestano che le persone sensibili, non di certo deboli, sono le vittime privilegiate delle diffuse e sofisticate violenze dei tempi moderni.
Il sogno di Gaspara parte dalle “biglie deformi”, il simbolo di quella aggressività non adeguatamente sublimata e convertita in servizio sociale, e si evolve nella degenerazione delle pulsioni in violenza. Gaspara per sopravvivere deve difendersi da questo insano modo sociale di competere.
L’associazione letteraria più spedita a questa problematica relazionale è quella manzoniana del povero don Abbondio dei “Promessi sposi” che viene assimilato a un vaso di terracotta costretto a viaggiare dentro un carro accanto ai vasi di ferro.
Un ultimo rilievo di pertinenza psichica.
Il sogno di Gaspara evidenzia la “libido sadomasochistica” della “posizione psichica anale” in versione sociale e secondo un quadro psicodinamico collettivo. Del resto, la “sala da bowling” è una precisa allegoria della competizione sociale. Non dimentichiamo che la “biglia” è finalizzata ad abbattere con la sua forza il maggior numero di birilli tra i dieci presenti.
Nella sua sintesi il sogno di Gaspara ha tanto da denunciare e tanto da insegnare.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovo in una sala da bowling insieme a una persona con cui devo giocare.”

Gaspara è una donna che socializza con naturalezza e che prende la vita mediando il gioco con l’aggressività, interpretando le relazioni e gli schemi sociali con ironia e non facendo mancare nelle sue attività quotidiane quella carica nervosa atta a difendersi e a offendere. In questo momento della sua vita si trova a contatto con persone vissute a metà tra dovere e piacere, gente che coniuga l’aggressività con l’affabilità, l’utile con il dilettevole.
Vediamo la simbologia.
La “sala da bowling” condensa il gioco del vivere e la schermaglia aggressiva. E’ la puntuale metafora della convivenza e della competizione sociale.
La “persona” traduce il latino “maschera” ed è il simbolo della difesa psichica e della copertura sociale. Gaspara conosce parzialmente e superficialmente questo individuo con cui agisce le sue esperienze. Il simbolo non dice il sesso di questa “persona”, per cui la riteniamo anonima, senza un nome e senza una precisa identità. Si tratta di un soggetto che è parte della gente, quella massa di cui Gaspara fa parte e con cui s’imbatte e si relaziona nel quotidiano vivere.
“Devo giocare” denota un obbligo di condivisione piacevole e attraente, di una relazione costretta e basata su un legame di comunanza e non di sostanza. Il “devo” evoca il senso morale dell’istanza psichica “Super-Io”, così come il “giocare” esprime la scelta dell’Io di stabilire una relazione utile e ironica per quanto possibile. Gaspara deve stare attenta a non subire danni da queste relazioni necessarie ma ambigue nel loro essere suadenti e aggressive.

“Nella pista a fianco ci sono due uomini che giocano.”

Gaspara vive con la gente e non ha rimostranze verso il riconoscimento soprattutto dei maschi che manifestano aggressività, perché si trova in un luogo sociale dove si coniuga la competizione con la cordialità, quella “sala da bowling” definita in precedenza la metafora della vita sociale. Pur tuttavia, Gaspara non si confonde con gli altri ed evita il coinvolgimento, ha una visione del mondo e della vita che non interferisce con le scelte ideologiche ed esistenziali degli altri, ha una scala di valori che non si baratta con il primo venuto. Gaspara ha una giusta diffidenza sociale.
Cosa dicono i simboli?
La “pista” rappresenta un itinerario da seguire necessariamente, uno schema mentale condiviso e convissuto, un valore culturale e sociale comprensibile e razionale. Gaspara si guarda attorno e si riconosce nello spazio e nella gente, nel modo di vivere e di interpretare la realtà, nonché nell’ironia che bisogna riversare nelle faccende della vita. Gaspara conosce bene le regole del gioco sociale, è una donna di mondo e non una collegiale della suore di sant’Orsola, per cui “sa degli altri” ma soprattutto “sa di sé” e sa quello che vuole nel “gioco delle parti” da recitare in società.
“Due uomini che giocano” identificano sessualmente la psicodinamica del sogno di Gaspara. Si tratta di maschi. La “persona” di prima è un maschio e lo si evince da questa dichiarazione precisa che vuole “due uomini” esercitare tra di loro aggressività e gioia di vivere, competizione e condivisione, comunanza e comprensione: ancora uno spaccato metaforico dell’arte di vivere insieme agli altri.

“Mi avvicino alla pista e vedo che arrivano dal binario biglie di forma irregolare e strana, non certamente sferiche.”

Gaspara si coinvolge in prima persona con le sue idee e prende coscienza che la sua aggressività è diversa e non compatibile con gli schemi altrui e la convivenza sociale. Gaspara è costretta a prendere coscienza che la sua aggressività è diversa nella forma e nella sostanza da quella altrui, quasi una aggressività non compatibile con quella di chi la circonda. Pur avendo la stessa filosofia di vita, Gaspara si distingue per la carica irrazionale della sua forza. Gaspara è una donna che ha imparato dalla vita a reprimere l’espressione naturale della sua energia e delle sue reazioni di fronte alle provocazioni esterne.
I simboli confortano questa interpretazione.
“Mi avvicino alla pista” equivale a Gaspara segue le sue direttive logiche e i suoi schemi sociali.
“Vedo” è simbolicamente la classica luce della presa di coscienza da parte dell’istanza psichica “Io”. Gaspara sta conoscendo la qualità e la quantità della sua aggressività.
“Che arrivano dal binario” si traduce che provengono dal “sistema neurovegetativo”, pulsionale e involontario. Il “binario” rappresenta simbolicamente un percorso naturale e obbligato da “madre-natura” secondo i collegamenti dei neuroni e le comunicazioni delle sinapsi, cellule nervose e scariche chimico-elettriche.
“Biglie di forma irregolare e strana, non certamente sferiche.” Gaspara prende coscienza che le sue cariche nervose, le “biglie”, sono diverse dalla norma e non hanno quella aggressività simile a quella degli altri. La domanda che si pone è la seguente: l’aggressività di Gaspara è in eccesso o in difetto? E’ scaricata o repressa?
Gaspara percepisce che la sua aggressività è diversa da quella delle persone che la circondano e che scaricano le loro energie nelle relazioni sociali. Per il momento le “biglie” sono sue.

“Alcune persone le lanciano contro il muro e contro un armadio,”

L’aggressività non è soltanto di Gaspara, ma è veramente sociale e riguarda anche le persone che la circondano. Gaspara è impressionata dalla violenza che la circonda e che si scarica sulle donne e sul rifiuto dell’altro e possibilmente del cosiddetto “diverso”. Ma non basta. La violenza è anche fine a se stessa e si scarica come aggressività mortifera senza alcuna motivazione.
I simboli dicono che la violenza scatenata “contro il muro” indica forme di aggressività esclusivamente istintive e brutali e totalmente destituite da qualsiasi supporto razionale. Si tratta del trionfo dell’Es, la rappresentazione mentale dell’istinto. Gaspara rileva attorno a sé questo tipo di violenza contro il prossimo senza alcuna motivazione, ammesso che ci possa essere una ragione per la violenza.
“Contro un armadio” richiama l’universo psicofisico femminile, la misoginia, l’odio verso le donne. Mai un simbolo è stato così chiaro nella sua immagine, la “figurabilità” del “processo primario”: “contro un armadio” si traduce in simultanea con “misogino”. Gaspara è traumatizzata dalla violenza che si scarica sulle donne nel nostro tempo e nella cultura dominante.
Valenza ideologica del sogno!
Alla sensibilità di Gaspara stride e diventa angoscia la strage delle donne che quotidianamente si consuma.

“ma le biglie deformi si ammaccano di più,”

Gaspara rileva la degenerazione dell’aggressività, qualora ce ne fosse ancora bisogno. La violenza è implicita nelle “biglie” già “deformi” e si rafforza nelle “biglie” che “si ammaccano di più”. La perdita della qualità e della dimensione normali dell’aggressività comporta il tralignare di quest’ultima nella forma della violenza sociale.
“Si ammaccano di più” è la conseguenza di una frustrazione senza fine che travalica e degenera nella violenza.

“Invece di rompere il muro e l’armadio.”

Il rifiuto della violenza contro le incomprensioni e contro le donne si manifesta in questa tutela della cosiddetta “diversità” e della maternità e non scalfisce le difese di Gaspara che non si lascia coinvolgere: “il muro e l’armadio”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gaspara sviluppa la psicodinamica della degenerazione dell’aggressività nella violenza sociale, usa il gioco del bowling come allegoria delle competizioni umane, esibisce la “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” e la estende a un ambito sociale, esprime la sensibilità verso la strage delle donne e il cumulo dei pregiudizi, mostra le percezione di un mondo in cui è traumatico adattarsi, tutela la maternità e la cosiddetta “diversità” contro la quale si alzano muri.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Gaspara evidenzia l’istanza psichica pulsionale “Es” in “biglie di forma irregolare e strana” e in “le lanciano contro il muro e contro un armadio,” e in “si ammaccano di più”.
L’istanza vigilante e razionale “Io” è ben visibile in “Mi trovo” e in “Mi avvicino” e in “vedo”.
L’istanza della censura e del limite si manifesta in “devo giocare”: “devo” evoca il senso morale, così “giocare” esprime la scelta dell’Io di stabilire una relazione piacevole e ironica.
La “posizione psichica anale” è dominante nel sogno di Gaspara e si esprime chiaramente in “bowling” e in “biglie” e in “biglie deformi” e in “si ammaccano” e in “rompere il muro e l’armadio” e in “le lanciano contro”. L’aggressività e la violenza sono inscritte nell’esercizio della “libido sadomasochistica”.
La “posizione psichica genitale” è richiamata nella difesa e nella tutela delle donne e nella liberazione dal pregiudizio con la sua “libido” donativa, socialmente sensibile e affettivamente generosa.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Gaspara usa i seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “sala da bowling” e in “giocare” e in “muro” e in “armadio”, lo “spostamento” in “pista” e in “biglia” e in “binario” e in ammaccarsi” e in “rompere”, la “figurabilità” in “biglie deformi” e in “contro il muro e contro un armadio”, la “drammatizzazione” in “Alcune persone le lanciano contro il muro e contro un armadio, ma le biglie deformi si ammaccano di più, invece di rompere il muro e l’armadio.”.
Non sono presenti i processi di difesa della “sublimazione della libido” e della “regressione”. Di quest’ultima si rileva la funzione che svolge per formare il sogno: l’agire al posto del pensare e l’allucinazione al posto delle normali sensazioni.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Gaspara evidenzia un tratto psichico “sadomasochistico” all’interno di una cornice “anale” che non disdegna la presenza di una pulsione “genitale”: l’aggressività tralignata in violenza e la sensibilità verso la situazione femminile e la cosiddetta “diversità”.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Gaspara forma le seguenti figure retoriche: la “metafora o relazione di somiglianza in “sala da bowling” e in “biglia” e in “armadio” e in “muro”, la “metonimia” o relazione concettuale in “pista” e in “giocare” e in “binario”.
Ricordo che la “sala da bowling” condensa il gioco del vivere e la schermaglia aggressiva, l’allegoria della convivenza e della competizione sociale.
“Due uomini che giocano” è uno spaccato metaforico dell’arte di vivere insieme agli altri.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una percezione della protagonista in riguardo all’esercizio dell’aggressività sociale e di una sensibilità verso l’universo femminile e del cosiddetto “diverso” sempre in riguardo alla degenerazione della pulsione in violenza.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gaspara di avere una migliore consapevolezza della sua aggressività per esercitare un adeguato controllo sulle pulsioni altrui al fine di evitare brutte sorprese e gravi danni. Gaspara può fortunatamente scegliere le persone da ammettere alla sua conoscenza e alla sua amicizia. Gaspara deve rivedere la sua concezione ottimistica dell’uomo e della natura umana ed evolverla in una visione realistica senza cadere nell’opposto di una concezione amaramente pessimistica.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ritiro della “libido” dagli investimenti sociali e nell’istruirsi di un tratto psichico persecutorio e fobico e legato alla degenerazione della paura in riguardo all’aggressività del prossimo.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gaspara è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale sul realismo della narrazione.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Gaspara si attesta in una notizia traumatica o in una visione televisiva di pratica violenta: guerra, strage, femminicidio, maltrattamento di bambini e di anziani e chi più ne ha, più ne metta dal momento che non mancano di certo nel nostro quotidiano vivere.

QUALITA’ ONIRICA

Il prodotto psichico di Gaspara è narrativo e prosaico, qualità manifeste che sottendono una carica umana di solidarietà e di preoccupazione.

REM – NONREM

Il sogno di Gaspara si è svolto nella seconda fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. La protagonista rielabora le sue emozioni e le sue preoccupazioni con ridotta consapevolezza e con le adeguate coperture difensive.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Gaspara esalta il senso della “vista” in “vedo che arrivano”. Per il resto è dominante la “vista” rispetto agli altri sensi. Un insieme sensoriale si trova in “le lanciano contro il muro e contro un armadio” e in “si ammaccano di più, invece di rompere il muro e l’armadio.”: una “drammatizzazione” cenestetica.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Gaspara, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Gaspara, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto con scrupolo la decodificazione del sogno di Gaspara.
Domanda
Non sempre è chiara l’interpretazione di questo sogno.
Risposta
Hai perfettamente ragione. Il sogno non spiega bene se l’aggressività è di Gaspara o della società, se Gaspara proietta nelle persone attorno a lei la sua aggressività o se subisce e teme l’aggressività altrui. Il sogno è manchevole in tal senso e io ho scelto la seconda tesi: Gaspara è una donna sensibile che viaggia nella vita con persone aggressive e, a volte, ha una sacrosanta paura di se stessa e degli altri.
Domanda
Ma l’aggressività è proprio necessaria?
Risposta
L’aggressività è essenziale nell’uomo, è l’energia che si investe nel vivere. L’uomo è una scimmia evoluta, un vivente che non ha smarrito la sua “natura” nonostante la “civilizzazione”. Possiamo riderci sopra dicendo che l’uomo è una scimmia che non si è evoluta molto bene perché ha mantenuto la sua ferinità, un attributo che stride moltissimo se viene esercitato nelle città piuttosto che nella giungla. “Natura” deriva dal latino “nascor”, è il participio passato e si traduce “ciò che sta per nascere”, l’istinto che viene fuori, la pulsione che vede la luce e si esprime. Distinguiamo “Natura”, “Cultura” e “Civiltà”. Quest’ultima è il frutto dell’interazione tra le prime due e misura il grado del processo di incivilimento e di civilizzazione.
Domanda
Visto che ha cominciato, vada pure avanti e spieghi con chiarezza questi concetti.
Risposta
Grazie mille. “Natura” è un insieme di schemi neurovegetativi oggettivato nella parte del Cervello deputata agli istinti e alle pulsioni. L’istanza Es è la rappresentazione mentale di questi bisogni primari. La “Cultura” è un insieme di schemi interpretativi ed esecutivi ed è l’oggetto privilegiato del “sistema nervoso centrale” o volontario che ha sede nella corteccia del Cervello. L’Io consapevole è deputato alla vigilanza e all’elaborazione di questi schemi logici. La “Civiltà” è il risultato dell’interazione di “Natura” e “Cultura” e si distingue per gradi e qualità in base al “criterio del meglio possibile alle condizioni date”, ossia in base a quale risposta chiara e distinta, oltre che utile, viene data alle domande del gruppo umano. L’incivilimento e la civilizzazione sono l’evoluzione progressiva, il risultato dell’ineludibile interazione e della necessaria cooperazione tra “Natura” e “Cultura”, così come a livello psichico individuale l’equilibrio si attesta nell’armonia che l’istanza “Io” elabora e realizza tra le pulsioni dell’ ”Es” e le censure del “Super-Io”.
Domanda
E’ corretta questa equiparazione tra collettivo e individuale, tra dinamiche di gruppo e dinamiche individuali?
Risposta
Freud la poneva spesso e volentieri, ma prima di lui anche Giambattista Vico e tanti antropologi e sociologi: dall’individuo alla massa e dalla massa all’individuo. Provate a leggere “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” del sempreverde Sigmund Freud. Alla domanda chi viene prima l’individuo o la collettività, la risposta è decisamente la seguente: il primato spetta a quell’individuo che sintetizza per iscritto le verità collettive storicamente in atto. Ci vuole sempre Omero per sapere di Achille e di Ettore, dei Greci e dei Troiani.
Domanda
Mi spiega la frustrazione?
Risposta
Freud pose la necessità del rapporto tra stati di frustrazione e manifestazioni aggressive. Negli anni cinquanta Dollard articolò questa teoria generale in una serie di situazioni particolari: il rapporto tra l’intensità della frustrazione e la corrispondente reazione aggressiva, tra la previsione della punizione e l’inibizione dell’aggressività, tra la dislocazione dell’aggressività e il controllo delle leggi sociali. E’ attuale l’analisi dell’aggressività dell’adolescenza, della criminalità, dei regimi politici, dei gruppi etnici, sul fenomeno della quantità della frustrazione e delle conseguenti modalità di espressione, diretta o indiretta, dell’aggressività. In ogni caso la relazione tra frustrazione e aggressività è sacrosanta secondo la categoria aristotelica e scientifica di “causa ed effetto”.
Domanda
Consiglia un libro?
Risposta
Andate al testo classico di Dollard dal titolo “Frustrazione e aggressività” edito dalla benemerita casa Giunti e Barbera.
Domanda
Più una società è repressa dal sistema culturale e politico e più è indotta a delinquere?
Risposta
I sistemi politici dittatoriali più reprimono l’aggressività e più ordine sociale hanno. Quando la repressione non funziona per qualsiasi motivo, scoppia la guerra civile. Si libera l’intensità del cumulo delle frustrazioni represse e questa enorme carica si scatena nella ferinità bellica tra gli stessi membri del gruppo. Nei sistemi democratici la frustrazione è minore e l’aggressività cala, ma una democrazia non etica sfocia nella violenza e nell’anarchia, nella delinquenza organizzata e nella criminalità generica semplicemente perché manca del cemento sociale che i Greci chiamavano “koinè” o senso della comunità. Chiedo perdono per le generalizzazioni, ma sono utili per capire meglio i singoli fenomeni sociali. E’ ovvio che la frustrazione e l’aggressività meritano studi molto complessi e interazioni altrettanto complicate con le varie scienze che le indagano.
Domanda
L’adolescenza contiene tanta aggressività? Quale frustrazione l’adolescente riceve dalla società?
Risposta
L’adolescente, dal latino “colui che deve essere nutrito”, deve investire su se stesso per crescere bene e deve cominciare a rendersi autonomo nel corpo e nella mente dal gruppo di appartenenza. La prima ribellione inizia con i genitori e si attesta nell’emancipazione dalle dipendenze conflittuali con il padre e la madre: “posizione edipica”. La seconda ribellione è rivolta al “sapere” costituito, alla cultura affermata, ai valori in atto: rinnovamento e rinascimento nel solco della tradizione e secondo la formula del rinnovo il buono e rigetto l’inutile. L’energia va riservata ai processi d’innovazione e non di distruzione. La società civile costituita tende a difendersi dagli adolescenti, ma è destinata a essere soppiantata. Gli adolescenti sono gli attori dei “periodi storici critici”, mentre gli adulti sono gli attori dei “periodi storici statici”.
Domanda
Può fare un accenno alla tragedia delle donne?
Risposta
Rinvio all’articolo “Donne! Attente al lupo!” che ho pubblicato in questo blog. Troverete delucidazioni cliniche e comportamenti utili a capire e ad agire di fronte a minacce pericolose. Aggiungo che la psicopatologia grave, non diagnosticata o non curata o sottovalutata, è responsabile delle tragiche violenze sulle donne. Lo scompenso delle “organizzazioni psichiche reattive” psicopatiche, narcisistiche, paranoidi, dissociative si attesta nella mancanza di sostegno dei meccanismi e dei processi di difesa utili all’equilibrio psichico individuale e alla convivenza sociale e nell’uso di meccanismi psicotici che sfociano nel delirio e nella perdita del “principio di realtà” a favore di una formazione paranoica pulsionale e omicida. Una formidabile causa scatenante che fa esplodere tanta miscela è il sentimento maligno e complesso della “gelosia”. Quest’ultimo meriterebbe uno studio migliore e approfondito.
Domanda
E i terroristi?
Risposta
Vale quanto detto prima con l’aggravante pericolosissima del processo di “sublimazione” rivolto a una divinità collocata nella trascendenza ossia al di là della realtà: una psicosi ancora più pesante e complessa.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

L’aggressività umana è collegata a filo doppio alla frustrazione. Quest’ultima si attesta nella sensazione umana della vanificazione dei bisogni primari e delle energie investite. La frustrazione della “libido” è la base dell’aggressività e l’entità della reazione è proporzionale al grado di danno subito.
Riporto un breve brano della quinta conferenza americana di Freud.
“Di fronte alle elevate esigenze della nostra civiltà e sotto la pressione delle nostre rimozioni interne, noi uomini troviamo la realtà del tutto insoddisfacente e perciò coltiviamo una vita fantastica in cui amiamo compensare le carenze della realtà con la creazione di appagamenti di desideri. In queste fantasie si esprime gran parte dell’autentica essenza che costituisce la personalità dell’individuo, nonché gli impulsi che egli ha rimosso in considerazione dei fatti reali.”
Ritorna il giudizio negativo, a livello psichico, di Freud sulla vita sociale e civile in quanto essa comporta una serie di frustrazioni e di obblighi, contrari all’espansione libertaria della psiche e alla soddisfazione dei suoi bisogni profondi. Ai divieti psichici si sommano i divieti culturali. L’uomo civile deve combattere contro due nemici: le norme della società civile e le sue rimozioni individuali. La malattia psichica viene anche determinata dalla cultura in cui si vive, oltre che da fattori squisitamente psichici. Si rende possibile, in tal modo, una psico-socio-analisi dei disturbi psicologici. Più repressiva è la società in cui viviamo e più intensi e diffusi saranno le patologie psichiche, il generico disadattamento, il disagio mentale e le crisi esistenziali.
Sin dal 1905 è presente nel pensiero di Freud il concetto pessimistico sul processo umano di civilizzazione che troverà adeguata e approfondita espressione ed analisi nel libro del 1929 intitolato “Il disagio della civiltà”. L’uomo civile sosterrà Freud paga il suo inserimento nel quadro e negli schemi culturali della civiltà con la sofferenza, la frustrazione, l’infelicità, la limitazione della libertà individuale, l’inibizione dei desideri e delle pulsioni, la rinuncia, la deviazione delle cariche libidiche messe al servizio della società attraverso il processo psichico della “sublimazione”, le malattie sociali. Inoltre l’uomo civilizzato corre il rischio di perdere la propria individualità a favore di una squallida massificazione e manipolazione socio politica come nei sistemi politici totalitari e più o meno etici.

Quale canzone di musica leggera si può tirare in ballo in una questione così spinosa come l’aggressività e la violenza e nella fattispecie la violenza sulle donne e sul diverso?
Il problema non si pone, perché l’ultimo festival di Sanremo ha consacrato “Non mi avete fatto niente” la canzone vincitrice. Il tema trattato è proprio la violenza terroristica, così come nell’anno precedente Ermal Meta aveva proposto la violenza sulle donne e sui bambini con “Vietato morire”. In associazione con Fabrizio Moro propongo testo e canzone. Sul terrorismo il discorso è molto complesso, ma ci si può ritenere soddisfatti di questo prodotto culturale di denuncia e di sensibilizzazione.

NON MI AVETE FATTO NIENTE

A Il Cairo non sanno che ora è adesso.
Il sole della Rambla oggi non è lo stesso.
In Francia c’è un concerto,
la gente si diverte,
qualcuno canta forte,
qualcuno grida a morte.
A Londra piove sempre ma oggi non fa male.
Il cielo non fa sconti neanche a un funerale.
A Nizza il mare è rosso di fuochi e di vergogna,
di gente sull’asfalto e sangue nelle fogna.
E questo corpo enorme, che noi chiamiamo Terra,

ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra.
Galassie di persone disperse nello spazio,
ma quello più importante è lo spazio di un abbraccio
di madri senza figli, di figli senza padri,
di volti illuminati come muri senza quadri,
minuti di silenzio spezzati da una voce.
Non mi avete fatto niente.
Non mi avete fatto niente.
Non mi avete tolto niente.
Questa è la mia vita che va avanti
oltre tutto, oltre la gente.
Non mi avete fatto niente.
Non mi avete tolto niente,
perché tutto va oltre le vostre inutili guerre.
C’è chi si fa la croce
e chi prega sui tappeti,
le chiese e le moschee,
l’immagine e tutti i preti,
ingressi separati della stessa casa,
miliardi di persone che sperano in qualcosa.
Braccia senza mani,
facce senza nomi,
scambiamoci la pelle,
in fondo siamo umani,
perché la nostra vita non è un punto di vista
e non esiste bomba pacifista.
Non mi avete fatto niente.
Non mi avete tolto niente.
Questa è la mia vita che va avanti
oltre tutto, oltre la gente.
Non mi avete fatto niente.
Non avete avuto niente,
perché tutto va oltre le vostre inutili guerre,
le vostre inutili guerre.
Cadranno i grattacieli
e le metropolitane,
i muri di contrasto alzati per il pane,
ma contro ogni terrore che ostacola il cammino,
il mondo si rialza
col sorriso di un bambino,
col sorriso di un bambino,
col sorriso di un bambino.
Non mi avete fatto niente.
Non avete avuto niente,
perché tutto va oltre le vostre inutili guerre.
Non mi avete fatto niente.
Le vostre inutili guerre.
Non mi avete tolto niente.
Le vostre inutili guerre.
Non mi avete fatto niente.
Le vostre inutili guerre.
Non avete avuto niente.
Le vostre inutili guerre.
Sono consapevole che tutto più non torna.
La felicità volava,
come vola via una bolla.