“E VUI DURMITI ANCORA”

“E VUI DURMITI ANCORA”
O
DEL VALORE CULTURALE DELLA VERGINITA’

GLI AUTORI E IL TEMPO

Giovanni Formisano compose “E vui durmiti ancora” nel 1910, una poesia in dialetto siciliano con versi endecasillabi e con una precisa metrica. Il testo tratta di una bella e giovane donna molto parsimoniosa nell’offerta ai maschi della sua procacità, una donna costretta al pudore e alla clausura dalla Cultura. Piacevole è pensarla libera e ammirarla come un prezioso dono di madre Natura e con un pregevole corredo di bellezza, femminilità, illibatezza, potere di seduzione e capacità di scelta.
Gaetano Emanuel Calì aggiunse la musica ai versi del poeta Formisano e ne fece nell’immediato una “mattinata”, di poi una “serenata”, entrambe adatte al pianoforte, al mandolino, alla chitarra.
La lirica musicata è conosciuta dal popolo catanese senza essere pubblicata. Il tempo scorre tra un balcone e l’altro delle strade di Catania, nonché nella voce e nella musica dei menestrelli a pagamento, ma la giovane donna continua a dormire aizzando, più che mai, il desiderio dell’innamorato e aspirante amante. Tra le pietre squadrate di nera lava scivolano il ritmo e il canto nei riguardi di una donna che “angelicata” non è e che nessuno vuole che lo sia.

IERI

Cambia il tempo e la guerra incombe, la guerra Grande, una tragedia geograficamente lontana dalla Sicilia ma tanto vicina nel cuore delle madri, dei padri, delle donne, dei figli che hanno i loro figli e i loro mariti e i loro padri sul fronte e in trincea. La Patria ingrata sacrifica i suoi giovani sull’altare infame della guerra.
Corre l’anno 1916 sul fronte della Carnia con il mese di giugno. La migliore gioventù austriaca e italiana è posizionata in trincea e a un tiro di schioppo. La notte è di luna piena. Le armi tacciono e i soldati bisbigliano nel fossato fangoso. Il fante catanese Concetto Mamo accantona il fucile e pizzica le corde di una rozza chitarra secondo il ritmo giusto, mentre il fante Carmelo Tringali modula a “serenata” i versi di “E vui durmiti ancora”. Alla fine i ragazzi austriaci applaudono all’armonia, mentre i ragazzi italiani piangono alle parole e al canto.
Potenza della musica!
Per il tempo della “serenata” il Linguaggio della musica è stato la Lingua di tutti.
Questo è il racconto del sopravvissuto Salvatore Squillaci da Siracusa, tenente sul fronte carnico in quel tragico frangente storico.

OGGI

Concetto Mamo riposa nel cimitero di guerra di Fagarè della Battaglia in provincia di Treviso. Il suo corpo fu riconosciuto dalla matricola RF47197 incisa nella piastrina di alluminio che aveva al collo. La “spedizione punitiva” degli Austriaci aveva richiesto i suoi eroi. Concetto era venuto dalla lontana Sicilia nel Friuli senza sapere il perché e il modo, “picchì e piccome”. Aveva vent’anni, aveva la moglie Assuntina, aveva due figlioletti, Nuccio e Carmelo, abitava in via delle Finanze al numero 76 nella città di Catania. Quando lavorava, era bracciante agricolo.
Carmelo Tringali aveva ventidue anni e riposa nel cimitero di guerra di Redipuglia. Riconosciuto dalla matricola RF77943 incisa nella piastrina di alluminio, era morto durante la “spedizione punitiva” degli Austriaci. Era venuto dalla Sicilia nel Friuli senza sapere né leggere e né scrivere. I genitori affranti lo hanno sempre atteso e sono morti senza riabbracciarlo. Si dice che la madre si sia abbandonata al crepacuore dopo aver gridato il nome di Carmelo in “ognidove”.
Questa è la tragica storia di due morti per guerra. Sia sempre maledetta la guerra insieme a tutti coloro che la dichiarano e la professano.
A noi sopravvissuti resta la poesia di Formisano e la musica di Calì, possibilmente interpretate dalla compianta Mara Eli, anche Lei anzitempo divorata ai nostri occhi e schiacciata dalle lamiere sulla perfida strada.
Riattraversare “E vui durmiti ancora” manifestera la “grande bellezza” del prodotto psichico, così come ascoltarla sarà gradevole anche ai profani del siculo dialetto.

E’ VUI DURMITI ANCORA

“Lu suli è già spuntatu di lu mari” “Il sole è già spuntato dal mare”

Un’ardita associazione, una fausta combinazione: il “sole” e il “mare” calati nell’alba. Il “sole” condensa la razionalità vigilante dell’Io, mentre il “mare” abbraccia le oscurità psichiche. La luce della coscienza sa che il fascinoso mistero femminile si può profilare in questo semplice modo.

“e vui, biddruzza mia, durmiti ancora.” “e voi, bellezza mia,dormite ancora”

Il sonno della graziosa adolescente si attesta in una quiescenza erotica forzata e contro Natura. Il sonno è imposto ai sensi dalle mille costrizioni della Cultura. “Mia” cara e desiderata creatura, l’attesa vi rende più desiderabile. Il “mia” denota il possesso di una donna “angelicata” per pudore morale e ambita per materia verginale.

“L’aceddri sunu stanchi di cantari” “gli uccelli sono stanchi di cantare”

Gli “uccelli” condensano la “fallicità” maschile con tutta la “libido narcisistica” che ci va immancabilmente dietro in una Cultura matriarcale dove il possesso del membro virile è la condizione sociale per essere un capo formale. Il trionfo del fallo si imbatte nell’eccesso del desiderio e nella frustrazione della “libido”. Bellissima la metafora del “cantare”, dell’essere sedotto dall’attesa di un riscontro erotico, una stanchezza fatta di solipsismo e di masturbazione.

“Affriddateddri aspettanu ccà fora” “infreddoliti aspettano qua fuori”

Il rigore caldo dell’erezione si oppone al rigore freddo della morte: “rigor erectionis et rigor mortis”. Il rigore della vita è opposto al rigore della morte. Il freddo esalta la costrizione erotica e l’astinenza sessuale in unione alla metafora dell’esclusione del membro. Quest’ultimo attende soltanto di essere ammesso nella vagina intatta della giovinetta, a sua volta costretta a trattenere le pulsioni sessuali. Si palesa un simbolico avvolgimento del pene astinente da parte della calda vagina.

“Supra ssu barcuneddru su pusati” “sopra questo balconcino son posati”

Più che nel sessuale “ante portas”, l’attesa si consuma nello struggimento di un’offerta di sé alla bellezza erotica di una giovane donna. Il desiderio attende udienza e ammissione al cospetto della femminilità procace e prorompente. La scena è retoricamente poetica, quanto umiliante per l’eccitato universo maschile.

“E aspettanu quann’è ca v’affacciati” “e aspettano quand’è che vi affacciate”

La disposizione sessuale della donna si condensa nell’affacciarsi al balconcino, così come l’attesa dell’uomo si consuma sul balconcino. Il desiderio, forzatamente sublimato, accresce la sacralità e la devozione dell’ambito consumo dell’atto sessuale di un maschio rispettoso e decadente.

“Lassati stari nun durmiti cchiui” “Lasciate stare, non dormite più”

Ecco l’invocazione interessata del pretendente amante! Ecco l’invito, a mo’ di ritornello, a risolvere il conflitto dei sensi e del pregiudizio! Lasciate stare è un generico, quanto fatalistico, monito all’abbandono delle resistenze che vogliono la bella donna preda dell’astinenza e della sofferenza. Il sonno dei sensi è un pessimo compagno di viaggio nel cammino della vita.

“Ca’nzemi a iddi dintra sta vanedda” “perché insieme ad essi, dentro questa viuzza,”

Si presenta la figura dell’innamorato pretendente di tanti beni mentali e corporali. Tra gli altri maschi portatori di fallo e giustamente attratti dal fascino femminile c’è proprio lui. In questa contingenza intima della vita si presenta colui che desidera prima di amare o che ama desiderando, un attributo che non fa mai male. Si celebra il trionfo dell’amore sensoriale.

“Ci sugnu puru iu c’aspettu a vui” “ci sono anch’io che aspetto voi”

Il sentimento d’amore e il desiderio carnale si esaltano nell’attesa e nella rivalità della compagnia. Attendere non logora, ma rafforza il valore della conquista. Fuori discussione, come si può constatare da sempre, è la figura della donna a metà tra sacro e profano. La donna è fatta carico della scelta del maschio che desidera consumarne la verginità.

“Ppi viriri ssa facci accussì bedda” “per vedere questo viso così bello”

Il “viso bello” è la parte usata per il tutto: la poetica figura retorica della “sineddoche”. A tutti gli effetti il bel viso include la realtà visibile, mentre tutto il corpo è fascinosamente incluso nel particolare che si può esibire con parsimonia per lasciare spazio all’immaginazione e aizzare il desiderio. Il “viso bello” da “vedere” sembra essere quello di un’ingenua “donna angelicata” e non quello di una donna maliarda che è destinata culturalmente a essere esaltata per il suo visibile corporeo. Il resto del corpo è reso invisibile e viene negato agli altri: uno struggimento gratuito senza fine.

“Passu cca fora tutti li nuttati” “passo qua fuori tutte le nottate”

L’innamorato sa attendere perché l’attesa attizza il desiderio e rende l’istinto sensibile alla preda. La prova d’amore del maschio è l’attesa drastica, giorno e notte, vento e pioggia, sole e tenebre, per attestare l’intensità del desiderio sessuale e non certo dell’investimento platonico. Io aspetto e ti sorveglio a che tu non fugga e non ti conceda ad altro pretendente. Il tempo, che trascorre di notte senza dormire, ha il sapore di una castrazione volontaria in onore di una dea visibile. La bellezza sensuale induce alla veglia notturna nell’attesa di consumare un rito dionisiaco.

“E aspettu sulu quannu v’affacciati” “e aspetto solo quando vi affacciate.”

L’attesa è finalizzata a convincere la donna a lasciarsi andare, ad aprirsi al maschio e a disporsi all’amplesso tanto desiderato. “L’affacciarsi” è proprio la metafora sessuale di un consenso psicofisico, di una gentile concessione del proprio corpo e soprattutto della propria verginità. La pazienza maschile avrà il suo premio nell’eccitazione e nel primato. Il tutto non è vanità delle vanità, ma prestigio individuale e sociale come cultura comanda.

“Li ciuri senza i vui nun vonnu stari” “I fiori senza di voi non vogliono stare,”

Il “fiore” è un simbolo ambiguo nel suo condensare l’organo sessuale maschile e quello femminile nel periodo dell’infanzia, il “fiorellino”. Ma in questo caso è evidente il riferimento al maschio e al pene adulto. Son tanti gli uomini che desiderano la fanciulla ormai pronta all’erotismo e alla sessualità, pronta a essere onorata degnamente dai maschi anche se soltanto uno avrà la palma della vittoria e potrà consumare la sua verginità con godimento. Il maschio è fatto per la femmina e non cerca altro e tanto meno qualcosa di diverso.

“Su tutti ccu li testi a pinnuluni” “sono tutti con le teste a penzoloni;”

La metafora dell’organo sessuale maschile si evidenzia e completa nella posizione di quiescenza, prima del desiderio e dell’erezione. La “testa a penzoloni” attesta l’attesa dell’erotismo e della carica sessuale addiveniente. Il mito della verginità ispira sempre il quadro poetico e acquista una valenza seduttiva ed erotica, piuttosto che traumatica. L’attesa e il desiderio operano la “sublimazione” del necessario dolore da privazione.

“ognunu d’iddi nun voli sbucciari” “ognuno di essi non vuole sbocciare”

I maschi e il maschile sono in compagnia e in attesa. La femmina è fatta per il maschio, come si diceva in precedenza, e lo “sbocciare” del fiore maschile resiste e non lascia emergere l’orgoglio e il piacere narcisistico di una erezione naturale da donare alla donna in onore ed esaltazione della sua femminilità. Ogni rito ha il suo divieto come da mitico copione.

“si prima nun si rapi ssu barcuni” “se prima non si apre questo balcone”

La metafora del “balcone che si apre”, non per far entrare la luce del sole, come nei migliori film di Giuseppe Tornatore del tipo “Nuovo cinema Paradiso”, ma per fare uscire la procace donna alla luce del sole. Ebbene, questa metafora ritorna a confermare il desiderio classicamente maschile dell’assenso femminile e dell’accettazione implicita. L’apertura del “balcone” condensa, più che la disposizione sessuale, l’esibizione estetica e la maturazione della scelta di liberarsi dell’inutile verginità, nonché la scelta del maschio a cui concedersi e concederla come trofeo di madre Natura e di padre Cultura.

“intra li buttuneddri su ammucciati” “dentro i boccioli sono nascosti”

Ritornano i fiori maschili in quiescenza e avvolti dal protettivo prepuzio che nasconde il roseo glande, la dolce potenza della forzatura e della benefica rottura dell’imene. Il “bocciolo” è la metafora dell’avvolgimento del fiore in attesa del suo fiorire, una somiglianza per niente volgare. Tutt’altro! E’ una nobile “metafora” della discrezione naturale dello strumento del piacere e del dolore. Le cose più buone e più belle sono nascoste e si nascondono come la verità, la greca “aletheia”, letteralmente tradotta con “il senza nascondimento”.

“e aspettunu quann’è ca v’affacciati” “ “e aspettano quand’è che vi affacciate”

L’attesa non logora e non consuma, l’attesa accresce il desiderio e il valore dell’oggetto amato. Il maschi sanno attendere tanta bellezza da gustare e tanta bontà da carpire. La dea femmina non si dispone per il singolo maschio, ma per il dio maschio, per l’universo psicofisico maschile. Soltanto uno, purtuttavia, la gusterà: colui che lei sceglierà e a cui consentirà la sua crescita psicofisica tramite la perdita dell’innocenza e della verginità, colui che sa aspettare il momento in cui la donna si dispone per tanto umano evento e tanta evoluzione. La donna è per tutti, ma la deflorazione è per uno soltanto. Questo dolce trauma comporta veramente la “prima e unica volta”.

LIBERO RIATTRAVERSAMENTO DEL TESTO ITALIANO

Il sole è già spuntato dal mare   La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e voi, bellezza mia, dormite ancora.  e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Gli uccelli sono stanchi di cantare                   Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e infreddoliti aspettano qua fuori.          e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
Sopra questo balconcino son posati                                         si mostra e si pavoneggia
e aspettano quand’è che vi affacciate.                  in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Lasciate stare, non dormite più,                               Abbandona questa indolente inerzia
perché insieme a loro, dentro questa viuzza,           e accorgiti di me e del mio desiderio
ci sono anch’io che vi aspetto                                        che attendiamo in questa strada
per vedere questo viso così bello.                                  la rivelazione della tua bellezza.
Passo qua fuori tutte le notti                                                      Io non vivo e non dormo
e aspetto soltanto quando vi affacciate.                       nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
I fiori senza di voi non vogliono stare,      Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
sono tutti con le teste a penzoloni;                              per la passione e non per l’inerzia.
ognuno di essi non vuole sbocciare                         Il mio corpo sa trattenere il desiderio
se prima non si apre questo balcone                            in attesa che ti disponi a ricevere
dentro i boccioli sono nascosti                                                   quel mio fuoco nascosto
e aspettano quand’è che vi affacciate.        che aspetta e che soltanto tu puoi spegnere.

Il riattraversamento e la riformulazione della poesia “E vui durmiti ancora” ha tanti echi “oraziani”, tratti e accenti poetici contenuti nel testo dialettale e che sono più visibili nella nuova traduzione in lingua italiana.

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra e si pavoneggia in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo e non dormo nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi a ricevere
quel mio fuoco nascosto che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone
In Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

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