MARIA ALLO SPECCHIO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di riflettermi nello specchio e mi sono vista brutta e grassa.
Ho pensato che quella non ero io.
Mi dico che devo fare subito qualcosa.”

Questo è il breve e significativo sogno di Maria.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Maria è diffuso e frequente. Lo fanno indistintamente i maschi e le femmine a tutte le età. Il motivo di tanta diffusione e frequenza si attesta nel fatto che un simile prodotto psichico tratta l’oggettivazione della propria immagine e della propria identità psichiche. Quest’ultima è il precipitato o l’esito delle identificazioni che nell’evoluzione psicofisica ogni persona istruisce. Questo fotogramma si può fermare e fissare soltanto per quel momento storico ed esistenziale perché l’evoluzione non si può bloccare, perché il magma prende forma ma continua a scorrere. L’aspirazione al “sapere di sé” rispecchia le esigenze di tutti sin dalla prima giovinezza e in special modo nell’età matura.
Ma quale oggettività si può avere con una soggettiva introspezione?
Com’è possibile essere soggetto e oggetto nello stesso tempo?
Quanto vale questo metodo così suggerito e così diffuso?
Quali altre strade esistono e si possono seguire?
Sono problemi aperti nell’antichità Greca dalla filosofia dei Sofisti con il porre l’Uomo al centro della speculazione rispetto al precedente primato della Natura. Il manifesto di Protagora recita: “l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto al loro essere e di quelle che non sono in quanto al loro non essere”. A questo orientamento conoscitivo antropocentrico si accosta la metodologia antropologica, a stampo esclusivamente psicologico, del “conosci te stesso” praticata dal sofista dissidente Socrate e basata sulla “ironia” e sulla “maieutica”, due momenti fondamentali del “sapere di sé”.
La prima si attesta nella progressiva e consapevole perdita delle false verità in riguardo a se stesso. La “ironia” sarà ripresa da Freud nei concetti di “resistenza” e di “destrutturazione”, due pilastri metodologici della Psicoanalisi ancora oggi. La “resistenza” è il meccanismo psichico che impedisce la presa di coscienza del rimosso ossia del materiale psichico che è stato per difesa dall’angoscia dimenticato e relegato a livello inconscio. Resistenze sono le false convinzioni, in riguardo a noi e al mondo che ci circonda, che occultano le verità profonde.
La “maieutica” o arte della levatrice si attesta, una volta che è stato fatto spazio ed è stato tolto il tappo, nell’emersione naturale dal Profondo psichico della vera essenza umana e personale, quelle verità basilari di ordine logico, etico e politico: io sono un vivente, io sono un valore, io sono un animale sociale. Da queste consapevolezze si costruisce la “coscienza di sé” e si riempie con le mille esperienze personali dell’esistenza.
Ma chi aiuta il parto?
Chi è l’ostetrico?
Socrate mette in discussione il sapere affermato di sé attraverso la semplice richiesta del “perché tu dici questo”: importanza determinante della parola.
Socrate mette in crisi la consapevolezza erudita del malcapitato e arrogante sofista che si nasconde dietro la sua erudizione o sapere dell’altro.
In Psicoanalisi la “maieutica” socratica si ripresenta nella “razionalizzazione del rimosso” e nella presa di coscienza dei “fantasmi” attraverso la progressiva interpretazione del materiale psichico prodotto.
La necessità del maestro che sa, il filosofo, o del compagno di viaggio che conosce la strada, lo psicoanalista, è presente in entrambi i metodi d’indagine antropologica. Il maestro consente l’oggettivazione e la decodificazione del materiale psichico prodotto attraverso la griglia più o meno scientifica, più o meno oggettiva. Ogni scuola psicologica produce un “Sapere” che comprensibilmente ritiene corrispondente alla verità dei fatti. E su questo importante problema si apre un dibattito infinito che si rimanda ai prossimi appuntamenti.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di riflettermi nello specchio”

L’atto di “riflettermi allo specchio” è un rafforzamento simbolico dell’identità psichica ed esprime il bisogno di migliorare la “coscienza di sé”. Include i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “proiezione”, della “introiezione” e della “identificazione”, nonché la “posizione psichica fallico-narcisistica” con la “libido” corrispondente. Maria è interessata a se stessa e va alla ricerca di conferme sul suo modo di essere, ma, più che dalla sua immagine esterna, è attratta dalla sua immagine interna, dalla sua sfera intima e dalla sua produzione psichica profonda. Tutto questo materiale appartiene alla sua “organizzazione psichica reattiva”: la sua personalità, il suo carattere, il cumulo delle identificazioni che ha formato la sua identità psichica.

“mi sono vista brutta e grassa”.

Maria non si accetta nel versante interiore e nel versante affettivo. Il “brutta” induce erroneamente a pensare a una qualità estetica. Si tratta, invece, di una qualità psichica conseguente all’uso del meccanismo psichico di difesa della “scissione dell’imago” o dello “splitting” di kleiniana memoria in riguardo al “fantasma dell’immagine di sé”.
Maria scinde quest’ultimo nella “parte positiva”, bella e magra, e nella “parte negativa”, brutta e grassa. Questa operazione è in difesa dall’angoscia dell’abbandono e del coinvolgimento affettivo. Maria non accetta le sue pulsioni e i suoi vissuti in riguardo a se stessa, non si ama, non ha amor proprio e non ha maturato la giusta autostima. Maria è aggressiva dentro e non gratificante verso se stessa e verso gli altri. Inoltre, ha problemi d’investimento di “libido genitale”. Maria si è esclusa e si è sentita esclusa, non si è amata e non ha amato. Il “grassa” si attesta simbolicamente nella degenerazione della sfera affettiva in riguardo all’amore di sé e all’amore dell’altro. Il “grasso” è un derivato dell’abuso del cibo, le simboliche bulimia e obesità.

“Ho pensato che quella non ero io.”

Maria vede una donna che non è lei: solite birichinate del sogno come in un film di Hitchcock!
“Quella” donna è il complesso esteriore e interiore, la dimensione esterna e interna della stessa Maria, “quella” donna è l’allucinazione di se stessa in immagine globale, una visione complessa e non soltanto estetica, una “fantasia” di se stessa. Il termine “fantasia” deriva dal greco antico e significa grossolanamente “prendere luce”, un’allucinazione legata all’eccitazione del desiderio di essere diversa e dal rifiuto di essere quella che è. Non dimentichiamo che il sogno è anche appagamento di un desiderio profondo e rimosso, sempre secondo Freud, ed è basato su allucinazioni sensoriali, normali in sogno, ma psicopatologiche nella veglia.
Maria mette in atto il meccanismo delicato e pericoloso della “negazione” che consiste nel non riconoscersi e nel rifiutarsi: “quella non ero io”. Si evince da questo meccanismo che la gradita rappresentazione di sé si attesta nell’opposto, per cui Maria dalla consapevolezza di questo rifiuto e di questa immagine positiva può procedere al miglioramento: io non voglio essere così e posso essere diversa. Dopo la “negazione”, un meccanismo primitivo di difesa dall’angoscia, deve subentrare la “razionalizzazione” e la presa di coscienza delle “parti di sé” non gradite e da portare in evoluzione per la migliore modificazione possibile. Si può evolvere ma non stravolgere la “organizzazione psichica reattiva” o struttura o formazione psichica.

“Mi dico che devo fare subito qualcosa.”

Ecco la disposizione al cambiamento!
“Mi dico” rappresenta la funzione dell’Io e la disposizione alla presa di coscienza del rimosso, la necessità della “razionalizzazione” delle “parti psichiche” estromesse e dell’accettazione delle “parti psichiche” rifiutate. Maria dimostra di voler superare le resistenze e di sapere rimuovere gli impedimenti a migliorare l’autocoscienza. “Mi dico” è un rafforzamento psichico che passa attraverso il colloquio con se stesso e l’oggettivazione della consapevolezza nella prescrizione delle parole.
“Devo” rievoca l’istanza psichica “Super-Io” nella funzione morale e costrittiva di una benefica forzatura, sempre funzionale al miglioramento di sé, tramite la crescita dell’amor proprio. Maria può partire verso la modificazione evolutiva e migliorativa dell’immagine di sé e della sua persona.
“Fare” evoca il meccanismo psichico di difesa delle “messa in atto” o “acting out” e si traduce in “ergoterapia”, in dati oggettivi, atti e fatti, di parti psichiche di sé. Maria esprime la naturale e necessaria volitività nell’amarsi, ma per farlo deve partire dall’amarsi “brutta” e “grassa”, deve lavorare sulla razionalizzazione di questi due punti base che riguardano l’immagine di sé e la sfera affettiva.
“Subito” condensa urgenza e onnipotenza. “Subito” è possibile soltanto se la consapevolezza del fantasma e del conflitto è adeguata. L’urgenza abbisogna in prima istanza di progressione per poi procedere speditamente verso il migliore esito possibile e consentito dalle condizioni psichiche in atto. “Subito” esprime il rischio di istruire nuove resistenze al posto delle vecchie. La sapienza popolare ci viene incontro con il proverbio “la gatta frettolosa ha partorito i gattini ciechi”.
“Qualcosa” si attesta simbolicamente in un indistinto minimo e atto al riempimento di un complesso di indistinti. In attesa del “fatto” ben preciso Maria esibisce la “funzione del fare”, quella ergoterapia di cui si è detto in precedenza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Maria sviluppa la maligna psicodinamica del rifiuto dell’immagine di sé attraverso l’infausto meccanismo psichico di difesa della “negazione”. Di poi procede nella disposizione al recupero e all’accettazione delle “parti psichiche” estromesse e rifiutate in riferimento privilegiato alla sfera estetica e affettiva. La psicodinamica acquista la connotazione di uno psicodramma.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Maria esibisce chiaramente le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io” nelle loro funzioni.
L’Io vigilante e razionale si mostra in “ho pensato, e in “mi dico”.
L’Es pulsionale e rappresentazione dell’istinto è presente in “mi sono vista brutta e grassa.”
Il Super-Io censurante e morale è presente in “devo”.
Il sogno di Maria mostra la “posizione psichica fallico-narcisistica” in “riflettermi nello specchio”, la “posizione psichica orale” in “mi sono vista brutta e grassa.”
La prima sviluppa attraverso la conflittualità estetica il bisogno di potere e di valere nell’isolamento e nella chiusura, la seconda manifesta un’importante valenza affettiva sia nel dare che nel ricevere.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Maria usa i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “brutta” e in “grassa” e in “specchio”,
lo “spostamento” in “riflettersi” e in “quella” e in “fare”,
la “introiezione” e la “proiezione” e la “identificazione” in “riflettersi allo specchio”,
la “scissione dell’imago” o “splitting” in “brutta e grassa”,
la “negazione” in “quella non ero io”,
la “messa in atto” o “acting out” in “fare.
Il processo psichico di difesa della “regressione” si presenta in “mi sono vista brutta e grassa”, oltre che nella funzione onirica ripristinando allucinazione e azione al posto dell’esercizio normale dei sensi e del pensiero.
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non è in azione diretta, ma può essere richiamato da “devo fare subito qualcosa”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Maria evidenzia un tratto psichico nettamente conflittuale di natura “narcisistica”, chiusura, all’interno di una cornice decisamente “orale”, affettiva. La “organizzazione psichica reattiva”, nonostante la brevità del sogno, si lascia individuare nella prevalenza dell’affettività.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Maria si serve delle seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “brutta e grassa” e in “specchio”,
la “metonimia” o nesso logico in “riflettersi” e in “fare”.
La brevità del sogno non offre voli poetici o sensi estetici.

DIAGNOSI

Il sogno di Maria dice di un aspro conflitto affettivo, connotato dalla dialettica bisogno-carenza, rievocato con il ricorso alla “posizione narcisistica” per attestare di un isolamento fermo in un conflitto estetico.

PROGNOSI

La prognosi impone a Maria di sfoderare un poderoso amor proprio per poi passare all’investimento di “libido genitale”, quello che non ha ricevuto nella prima infanzia. Cominci a dare senza risentimento e a coinvolgersi senza paura di essere rifiutata: uscire dal carcere del “se stesso” e buttarsi nell’esistenza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel ripristino dell’uso del meccanismo psichico di difesa molto delicato e pericoloso della “negazione” e in una perdita di contatto con la realtà, in un delirio basato sulla erronea convinzione di non essere amata e di essere una donna di poco valore e di poco spessore. La conseguenza è la chiusura e l’isolamento. Clinicamente il rischio psicopatologico si attesta in uno “stato limite”, l’oscillazione tra la psiconevrosi depressiva e la psicosi.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi” e dei simboli, il grado di “purezza onirica” del sogno di Maria è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sulla brevità narrativa, per cui è stato possibile desumere tanti contenuti e le psicodinamiche latenti.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Maria si attesta in un ritorno della conflittualità psichica e dell’insoddisfazione. Le carenze affettive sono fattori sensibili in qualsiasi occasione della giornata, per cui i soggetti anaffettivi trovano sempre il modo di coinvolgersi nell’immediato e in prima persona nelle situazioni che condensano e richiamano l’esercizio degli affetti e dei sentimenti.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica del sogno di Maria è proprio la sintesi e il simbolismo: tanti simboli in poche parole. I sogni brevi da un lato risentono di una rielaborazione logica e di un accomodamento narrativo, dall’altro presentano inequivocabilmente la verità oggettiva inclusa nei simboli. Non mentono e sono facili da decodificare.

REM – NONREM

Il sogno di Maria si è svolto nella quarta fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. Nella fase antecedente il risveglio Maria ha elaborato il problema dominante e, di poi, ne ha tracciato le linee narrative in tutta semplicità.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi dichiaratamente allucinati nel sogno di Maria sono i seguenti:
la “vista” in “mi sono vista” e “l’udito” in “mi dico”.
Ricordo che il fattore allucinatorio considera i sensi protagonisti nel sogno. Quest’ultimo è determinato per il resto da un notevole coinvolgimento sensoriale ed emotivo.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Maria, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Maria, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “1” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto con interesse il sogno di Maria.

Domanda
Quindi da soli non ci si può analizzare e tanto meno conoscere?

Risposta
L’introspezione è una buona pratica psicologica e ascetica, ma è soggettiva e resta vincolata alle convinzioni e alle difese di chi la esercita. La filosofia del Positivismo mette in guardia sul pericolo di porsi nello stesso tempo come soggetto e oggetto di osservazione. Se vogliamo che la Psicologia sia una scienza, i dati devono necessariamente oggettivarsi secondo un metodo di indagine ben definito.

Domanda
Ci vuole necessariamente un maestro?

Risposta
Ci vuole uno specchio vivente su cui riflettersi e oggettivarsi in immagini e vissuti e da cui ricevere la consapevolezza, in primo luogo, di essere in relazione con l’altro da te. Di poi, questo compagno di viaggio può favorire le produzioni, “maieutico”, dopo essere stato “ironico” ossia dopo aver seguito la destrutturazione o smantellamento delle resistenze psichiche. E’ cosa buona che il maestro sia anche “asettico” e “oggettivo” nel suo interpretare secondo metodologia scientifica, al fine non indifferente di evitare il rischio di proiettare i suoi vissuti sull’allievo. Quest’ultimo punto è molto importante nella psicoterapia. Sui conflitti del paziente non bisogna caricare i conflitti irrisolti del terapeuta.

Domanda
I sogni brevi sono più facili da interpretare, ma sono anche più attendibili. Perché?

Risposta
Ogni sogno contiene dei pilastri che servono come perni interpretativi attorno ai quali gira la psicodinamica in questione e in atto. Se questa scrematura viene fatta spontaneamente dal sognatore, si è persa la cianfrusaglia e si è acquistata la chiarezza lineare.

Domanda
Ma può succedere che in questa sintesi il sognatore tiri via qualcosa d’importante?

Risposta
Questo è il rischio che si corre, ma del sogno intero ci resta ben poco. Chi sogna sente quale conflitto sta vivendo, quale sofferenza lo affligge o quale gioia lo pervade, per cui, senza conoscere il significato dei simboli, si orienta verso la verità possibile e non tira in ballo le sue resistenze nel dormiveglia, il momento in cui compone la trama del sogno.

Domanda
Le donne che non accettano il corpo e si vedono grasse sono tante?

Risposta

La donna è naturalmente critica sul suo corpo e in particolare sull’estetica perché ha sviluppato il senso della bellezza e dell’armonia non soltanto per Cultura ma soprattutto per Natura. La sua biologia è particolarmente complessa e produce evoluzioni nel corpo molto laboriose a essere psicologicamente elaborate e fatte proprie. Si pensi all’adolescenza e alla repentina trasformazione endocrina ed anatomica del corpo della bambina. Per assimilare a livello psichico questo enorme trambusto necessitano circa quattro anni. Sto dicendo che una bambina si trova all’improvviso adolescente e donna. Si forma il seno e arriva il ciclo, si sviluppa la parte inferiore del tronco nel suo versante anteriore e posteriore, maturano i lineamenti del viso secondo una forma adulta, ma soprattutto può essere madre. Questo trambusto organico e strutturale viene investito dalla psiche e fatto proprio dopo alcuni anni. Dai dodici ai diciotto anni avviene la maturazione psicologica del complesso dei dati acquisiti. Si diventa donne a dodici anni e si ha la consapevolezza di esser donne a diciotto anni. In questo tempo si consumano conflitti e tormenti, gioie ed entusiasmi. Trattandosi di un vissuto riguardante il corpo, il rapporto con il cibo è tra i primi a essere investito e problematizzato.

Domanda
Ne so qualcosa su questa evoluzione. Ma non faceva prima a dire che le aumenta il culo? Mi saprebbe dire di più sul rapporto con il cibo?

Risposta
Tu che sei donna sai e confermi questo quadro generale e questo processo universale che avviene secondo gli schemi di madre Natura e che risente degli schemi di sorella Cultura. Non ho detto “culo” per un falso senso del pudore, ma culo ci stava proprio bene ed evitavo ipocrite acrobazie. Sul rapporto con il cibo ti allego un breve psicodramma sulla anoressia nervosa, un brano romanzato tratto da un mio studio sul tema e dal titolo significativo “Io non sono il mio cibo”.

Domanda
Grazie! Vartan la manda in psicoterapia?

Risposta
Sì e possibilmente di corsa.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Essendo stati richiamati i meccanismi di difesa primari della “proiezione”, della “introiezione” e della “identificazione”, è necessario essere esaurienti e spiegarli con la migliore chiarezza e a scapito della precisione scientifica.
La “proiezione e la introiezione e l’identificazione proiettiva” sono facce opposte della stessa medaglia. La “proiezione e l’introiezione” primarie si basano nel bambino sull’indistinzione tra soggetto e oggetto, tra Io e realtà, tra interno ed esterno. Il bambino non ha un confine psicologico per cui si serve della “proiezione” per estromettere vissuti rifiutati di sé, per considerarli provenienti dall’esterno e per attribuirli a persone dell’ambiente.
La “introiezione” consiste nel mettere dentro tratti psichici esterni.
Il lavoro comune di “proiezione” e “introiezione” porta alla “identificazione proiettiva”. Esempio: il bambino introietta alcuni tratti psichici del padre in precedenza proiettati e in lui si identifica o la bambina introietta alcuni tratti psichici della madre in precedenza proiettati e in lei si identifica.
Un ulteriore richiamo teorico va alla “fase fallico-narcisistica” dell’evoluzione della “libido”, fase che si sviluppa dal quarto anno di vita e si attesta nella concentrazione erotica sull’organo sessuale e nella masturbazione, sempre secondo gli studi di Freud sulla sessualità infantile. Quando si parla d’investimento narcisistico della “libido”, s’intende un amore patologico verso se stessi, ma questa fase è molto importante per la formazione dell’amor proprio e dell’autostima, oltre che per la formazione dell’“Io ideale”, un sentimento di perfezione e una tensione verso il meglio come compensazione del residuo narcisismo originario.
In conclusione è obbligo ricordare la “fase dello specchio” elaborata dell’apparente enigmatico Jacques Lacan. Secondo lo psicoanalista francese il bambino tra i sei e i diciotto mesi vive l’esperienza del “guardarsi allo specchio” insieme alla mamma e mostra di riconoscere la propria immagine proprio perché ha la possibilità di percepire l’immagine materna sia dal vivo che riflessa. Secondo Lacan è in questo periodo e da questa esperienza che la “mente” infantile comincia a conoscere e che si forma il nucleo dell’”Io”. Mamma è da intendere come la figura affettivamente prossima e importante per il bambino. Ricordo che per Freud la formazione dell’”Io” avviene qualche anno più tardi, mentre per Melania Klein il bambino possiede un “Io” rudimentale sin dal sesto mese.

IO NON SONO IL MIO CIBO

Ho piena coscienza di non vivere degnamente il presente, di avere bisogno di un passato da rinvangare con rancore e di un futuro da subire senza trasporto.
In questo misero modo non riesco a godere di nulla.
Immersa nella mia frigidità temo i ricordi ed evito i desideri; un passato nostalgico e un futuro migliore sono interdetti anche ai miei odiati sogni.
L’entusiasmo è un ricordo colpevolizzato e appartiene agli altri.
Ogni domenica sono triste e piango.
La domenica non è il giorno ideale da vivere in solitudine, specialmente se intuisco che dipende soltanto da me la costrizione a questa balorda e oscena clausura.
In compenso nel giorno del Signore non mancano le liti dei miei genitori, il salutare toccasana per sentirmi viva o la giusta frustata per un frate trappista.
L’occasione è propizia per chiudermi in camera e scrivere sull’indifeso diario le note dolenti del mio pessimismo individuale con la vena patetica di un infelice Leopardi e del mio pessimismo cosmico con la vena ambigua di un teatrale Schopenhauer.
Il giorno sta finendo, comincia la sera e, come da copione, divento insofferente e irritabile.
I conflitti surriscaldano la materia grigia e i neuroni si accavallano nei meandri del mio cervello alla ricerca del posto giusto per assistere allo spettacolo: il quasi alcolismo di mio padre, la quasi isteria di mia madre, i miei attacchi di panico, il giudizio degli altri, la disapprovazione degli altri, il rifiuto degli altri, l’ennesima conferma della mia quasi nullità.
Stasera si recita a soggetto e il tutto mi fa sentire la donna più disgraziata del mondo: un cumulo di sventure e di mancate virtù.
Anche lo specchio della matrigna di Biancaneve risponde con il mio nome alle quotidiane richieste: “specchio bello, specchio rotondo, chi è la più brutta del mondo ?”
Oppure: “specchio bello, specchio delle mie brame, chi è la più idiota del reame?”
Io sono da sempre brutta e idiota ed esiste sempre un’altra persona bella e intelligente.
E io ?
Trasparente o nulla !
Per non sentirmi da mitomane l’immondo ricettacolo di tutto il male del mondo, preferisco ricadere nell’angoscia dell’indefinito e mi compiaccio all’idea della mia evanescenza.
In tanta sventura il cibo si presenta come il mio limite psicofisico, un’ambivalente fonte di felicità.
“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”
Catullo dedicava questi versi allo struggimento d’amore nei confronti di Lesbia; io li affitto per la mia relazione con il cibo.
“Ti odio e ti amo. Forse tu ricerchi perché io faccio ciò. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.”
Mi odio perché ti mangio e ti amo perché ti fai mangiare.
Mi amo perché ti mangio e ti odio perché ti fai mangiare.
Io non conosco l’origine di questo psicodramma, ma lo vivo dentro e mi distruggo.
La psicodinamica dell’odio e dell’amore ha tutto il senso e il sapore di una relazione edipica non risolta; una scena antica ed enigmatica si ripresenta sul mio dissestato palcoscenico.
A questo punto la voce della coscienza fugge dalle radici e grida a squarciagola: “I am my body ! I am my body ! I am my body !”
“I am not my food ! I am not my food ! I am not my food !”
“Io sono il mio corpo ! Io non sono il mio cibo !”
Il cibo non mi appartiene, il cibo è quel qualcosa di altro da me che viene assimilato dal mio corpo.
Mi atterrisce l’idea che il mio essere sia uscito fuori e si sia attestato nel cibo: io desidero restare in me stessa e non risiedere in un oggetto esterno.
I trasferimenti e le alienazioni sono sempre motivo d’angoscia.
Intuisco che questa proiezione difensiva di me stessa nello spazio è un pericoloso territorio di confine e che al di là del solco non c’è la possibilità di un ritorno nella detestata normalità; in effetti acquisterei un biglietto di sola andata verso la morte psichica dentro una bara di farmaci.
Povera me !
Sento che sono arrivata ai bordi del mio microcosmo; ancora un passo e precipito nel vuoto.
Mi guardo allo specchio con disprezzo e mi dico senza convinzione: “sei una nullità, non ti ami, non ti piaci, mangi e continui a ingurgitare per distruggere il tuo corpo e non trovi pace.”
Il cibo è una droga che magicamente attizza il desiderio e mi attrae pericolosamente nella sua fascinosa orbita.
Mi sento goffa, poco femminile e poco fine: uno scaricatore di porto.
Il mio corpo è l’esatto contrario di quello che io sono dentro: la forza esteriore si oppone alla debolezza interiore e l’imponenza fa a pugni con la fragilità.
In passato disprezzavo il mio corpo, adesso lo riempio a dismisura e in questo tormento nutro il nemico di ieri.
Il cibo diventa un’ossessione che si risolve nella tremenda onnipotenza di realizzare tutti i desideri del corpo.
Sono riuscita a riempirmi, a gonfiarmi, a ingravidarmi da sola.
Io sono brava e basto a me stessa !
Se penso per il mio corpo a un tramezzino tonno e uova del “bar della posta”, devo averlo immediatamente: la magia psichica e la filosofia infantile di un “io penso e dunque possiedo”.
Se penso per il mio corpo a una pizzetta margherita della “locanda all’angelo”, devo averla subito: un filosofo si rivoltola nella sua polvere.
Se penso per il mio corpo a una merendina del mulino bianco “Barilla”, devo averla subito: un mago si rigira nella sua polvere.
Se penso per il mio corpo a un sacchetto di patatine “san Carlo”, devo averlo subito: quanti filosofi, a questo punto, e quanti maghi si rimescolano nella loro polvere.
Se penso per il mio corpo a un baule di “nutella” della “Ferrero”, devo averlo subito per annegarci dentro: la “nutella” è la madre buona di tutti i bambini infelici dell’Occidente.
“Cogito, ergo habeo”: in onore ai miei studi classici io posso orgogliosamente affermare che questo è il principio logico e magico che spiega ed esaudisce tutti i desideri del mio corpo.
Il pensiero forte mi sostiene e il pensiero debole mi trasporta.
A questo punto non m’importa di essere grassa o di essere magra.
Il corpo è l’attore protagonista della mia vita e finalmente io posso gridare ai quattro venti e ai quattro cantoni senza ombra di dubbio: “I am my body ! I am my body ! I am my body !”
Una strana soddisfazione invade il mio attuale essere grassa e al cannibalismo di divorare il cibo da dare in pasto al mio corpo subentra lentamente il senso di colpa per tanta aggressività e il disprezzo per tanta stupidità.
Questo cibo non è consacrato e non assolve i miei peccati.
L’essere grassa entra in conflitto con l’essere magra.
In ogni caso i diritti del dio corpo sono sempre tutelati ed esaltati e io posso ancora gridare ai quattro venti e ai quattro cantoni la solita verità: “i am my body” !
Il provvidenziale vomito risolve radicalmente il conflitto.
Per risolvere la bulimia è stata opportunamente elaborata l’anoressia.
La possibilità di essere magra si insinua nella realtà di essere grassa e comincia a serpeggiare nel mio cervello per essere poi traghettata nelle ghiandole endocrine e liberamente trasportata dai neuroni, dalle sinapsi, dai nervi, dalle arterie, dalle vene e dai capillari in tutto il corpo.
Il nuovo messaggio è arrivato a destinazione, si trasfigura in un desiderio prepotente e si concretizza in un’imposizione biologica.
L’anoressia non è un sogno a occhi aperti o a occhi chiusi, ma un traguardo concreto, una realtà di fatto, un pezzo di lava.
Sento anche il bisogno di far parlare gli altri di me in maniera diversa: tutti devono cambiare giudizio su di me.
Procedo come una ruspa da imperativo in imperativo e demolisco ogni ingombro sul mio cammino.
Adesso il corpo rotondo passa al contrattacco e si trasforma in lineare.
Signore e signori, ecco il miracolo a cui non avreste mai pensato di assistere nella vostra monotona vita e che si oppone a qualsiasi geometria organica: dal cerchio si passa alla linea senza alcuna contraddizione.
Mi sento un fenomeno da baraccone, ma non importa perché io devo costringervi non solo a cambiare giudizio su di me, ma in primo luogo ad accorgervi di me.
Voi, finora, mi avete ignorata o giudicata felice e rotondetta, ebbene, vi siete sbagliati tutti e di grosso !
Adesso vi mostro ancora con il corpo chi sono e di cosa sono capace.
Se l’ingrassare comporta un compromesso con la vita, il dimagrire scatena un fantasma di morte.
Il nuovo benessere psicofisico coincide con il pallore dell’essere cadaverica.
La paura della morte non esiste di fronte alla prospettiva di essere magrissima, di vivere e pensare da magra: “meglio vivere un giorno da magra, che cento anni da grassa” si può ancora leggere sui muri di Fagarè, Sernaglia e Moriago, tutt’e tre della Battaglia, in ricordo di una guerra tutta anoressica.
Voglio vivere come io voglio essere: magrissima !
L’eccitazione si trasferisce al cervello: bisogna dimagrire al più presto.
Non nutrirsi è insufficiente e il processo è troppo lento.
La droga leggera fa dimagrire subito: mariuiana, hascisc, olio di hascisc.
I farmaci fanno dimagrire subito: prozac e anfetamine.
Falsificare le ricette mediche non sarà un reato per la mia legge naturale.
Le droghe pesanti fanno dimagrire immediatamente: gradisce sniffare cocaina ?
Aiutiamo la natura con lsd: viaggiare con l’acido, oltretutto, è bello ed eccitante.
Non basta !
Dimagrisco poco e sono depressa.
Voglio l’eroina perché mi distrugge fisicamente.
Io sto bene solo se sono un cadavere.
Dopo il pallore arriverà il “rigor mortis”.
Non ho paura di questa degenerazione del corpo e sono consapevole che il mio nobile progetto comporta il rischio di morire.
Ben venga la rigidità delle membra, se questo è il mio solo benessere.

Salvatore Vallone

Non è ancora finito il quadro di Maria.
Il prodotto culturale che rievoca il suo sogno è decisamente una canzone di Noemi, scritta da Vasco Rossi e da Gaetano Curreri, un binomio collaudato nel bene e nel male, nell’ottimismo e nel pessimismo dei temi trattati. La canzone in questione si intitola “Vuoto a perdere” ed è connotata da una tinta “nero profondo” che rasenta il nichilismo nel descrivere la crisi di una donna di mezza età. Clinicamente si tratta di un testo “borderline” che coniuga la perdita depressiva di qualsiasi investimento di “libido” con un desolato vuoto interiore. Non si tratta di una nevrotica “angoscia di castrazione” della serie mi manca questo o quello, né fortunatamente di “angoscia di frammentazione” a stampo psicotico, ma siamo nello stato psichico di mezzo splendidamente descritto dai seguenti versi.
“Sono un peso per me stessa,
sono un vuoto a perdere.”
Tremendo!
Il “peso” attesta di una donna bloccata nelle energie d’investimento, oberata dai sensi di colpa e destinata all’immobilità affettiva. Il “vuoto a perdere” coniuga la depressione con l’inconsistenza aggravate dal rifiuto e dal disprezzo di sé.
“Sono diventata grande senza neanche accorgermene”.
La consapevolezza mancata denota un’evoluzione psicofisica senza affettività e senza emozioni. Questa donna non ha saputo costruire esperienze vitali e non ha formato verità possibili. L’unica consapevolezza è quella di non accettare il suo corpo, la chiara “traslazione” della “mia cellulite”.
E’ tragica una crescita basata sulla “scissione dell’Io” e sul depressivo nulla!
“Sono un’altra da me stessa,
sono un vuoto a perdere.
Sono diventata questa
senza neanche accorgermene.”
Come volevasi dimostrare… un testo che filosoficamente oscilla tra il Pessimismo e il Nichilismo dei più biechi esistenzialisti, un quadro popolare di scuola neorealista che offre identificazione a tante donne in vena di auto-compatimento masochistico, una fenomenologia psichiatrica che viaggia tra la depressiva perdita d’oggetto e l’alienazione psicotica.
La musica con i suoi alti e bassi rende vibrante la poesia delle parole.

VUOTO A PERDERE
di
Vasco Rossi e Gaetano Curreri

Sono un peso per me stessa,
sono un vuoto a perdere.
Sono diventata grande senza neanche accorgermene
e ora sono qui che guardo,
che mi guardo crescere
la mia cellulite, le mie nuove
consapevolezze, consapevolezze.
Quanto tempo che è passato
senza che me ne accorgessi,
quanti giorni sono stati,
sono stati quasi eterni,
quanta vita che ho vissuto inconsapevolmente,
quanta vita che ho buttato,
che ho buttato via per niente,
che ho buttato via per niente.
Sai ti dirò come mai
giro ancora per strada,
vado a fare la spesa
ma non mi fermo più
a cercare qualcosa,
qualche cosa di più
che alla fine poi ti tocca di pagare.
Sono un’altra da me stessa,
sono un vuoto a perdere,
sono diventata questa
senza neanche accorgermene.
Ora sono qui che guardo,
che mi guardo crescere la mia cellulite,
le mie nuove consapevolezze, consapevolezze
Sai ti dirò come mai
giro ancora per strada,
vado a fare la spesa
ma non mi fermo più,
mentre vado a cercare quello che non c’è più
perché il tempo ha cambiato le persone,
ma non mi fermo più
mentre vado a cercare quello che non c’è più
perché il tempo ha cambiato le persone.
Sono un’altra da me stessa,
sono un vuoto a perdere.
Sono diventata questa
senza neanche accorgermene.

 

 

“E VUI DURMITI ANCORA”

“E VUI DURMITI ANCORA”
O
DEL VALORE CULTURALE DELLA VERGINITA’

GLI AUTORI E IL TEMPO

Giovanni Formisano compose “E vui durmiti ancora” nel 1910, una poesia in dialetto siciliano con versi endecasillabi e con una precisa metrica. Il testo tratta di una bella e giovane donna molto parsimoniosa nell’offerta ai maschi della sua procacità, una donna costretta al pudore e alla clausura dalla Cultura. Piacevole è pensarla libera e ammirarla come un prezioso dono di madre Natura e con un pregevole corredo di bellezza, femminilità, illibatezza, potere di seduzione e capacità di scelta.
Gaetano Emanuel Calì aggiunse la musica ai versi del poeta Formisano e ne fece nell’immediato una “mattinata”, di poi una “serenata”, entrambe adatte al pianoforte, al mandolino, alla chitarra.
La lirica musicata è conosciuta dal popolo catanese senza essere pubblicata. Il tempo scorre tra un balcone e l’altro delle strade di Catania, nonché nella voce e nella musica dei menestrelli a pagamento, ma la giovane donna continua a dormire aizzando, più che mai, il desiderio dell’innamorato e aspirante amante. Tra le pietre squadrate di nera lava scivolano il ritmo e il canto nei riguardi di una donna che “angelicata” non è e che nessuno vuole che lo sia.

IERI

Cambia il tempo e la guerra incombe, la guerra Grande, una tragedia geograficamente lontana dalla Sicilia ma tanto vicina nel cuore delle madri, dei padri, delle donne, dei figli che hanno i loro figli e i loro mariti e i loro padri sul fronte e in trincea. La Patria ingrata sacrifica i suoi giovani sull’altare infame della guerra.
Corre l’anno 1916 sul fronte della Carnia con il mese di giugno. La migliore gioventù austriaca e italiana è posizionata in trincea e a un tiro di schioppo. La notte è di luna piena. Le armi tacciono e i soldati bisbigliano nel fossato fangoso. Il fante catanese Concetto Mamo accantona il fucile e pizzica le corde di una rozza chitarra secondo il ritmo giusto, mentre il fante Carmelo Tringali modula a “serenata” i versi di “E vui durmiti ancora”. Alla fine i ragazzi austriaci applaudono all’armonia, mentre i ragazzi italiani piangono alle parole e al canto.
Potenza della musica!
Per il tempo della “serenata” il Linguaggio della musica è stato la Lingua di tutti.
Questo è il racconto del sopravvissuto Salvatore Squillaci da Siracusa, tenente sul fronte carnico in quel tragico frangente storico.

OGGI

Concetto Mamo riposa nel cimitero di guerra di Fagarè della Battaglia in provincia di Treviso. Il suo corpo fu riconosciuto dalla matricola RF47197 incisa nella piastrina di alluminio che aveva al collo. La “spedizione punitiva” degli Austriaci aveva richiesto i suoi eroi. Concetto era venuto dalla lontana Sicilia nel Friuli senza sapere il perché e il modo, “picchì e piccome”. Aveva vent’anni, aveva la moglie Assuntina, aveva due figlioletti, Nuccio e Carmelo, abitava in via delle Finanze al numero 76 nella città di Catania. Quando lavorava, era bracciante agricolo.
Carmelo Tringali aveva ventidue anni e riposa nel cimitero di guerra di Redipuglia. Riconosciuto dalla matricola RF77943 incisa nella piastrina di alluminio, era morto durante la “spedizione punitiva” degli Austriaci. Era venuto dalla Sicilia nel Friuli senza sapere né leggere e né scrivere. I genitori affranti lo hanno sempre atteso e sono morti senza riabbracciarlo. Si dice che la madre si sia abbandonata al crepacuore dopo aver gridato il nome di Carmelo in “ognidove”.
Questa è la tragica storia di due morti per guerra. Sia sempre maledetta la guerra insieme a tutti coloro che la dichiarano e la professano.
A noi sopravvissuti resta la poesia di Formisano e la musica di Calì, possibilmente interpretate dalla compianta Mara Eli, anche Lei anzitempo divorata ai nostri occhi e schiacciata dalle lamiere sulla perfida strada.
Riattraversare “E vui durmiti ancora” manifestera la “grande bellezza” del prodotto psichico, così come ascoltarla sarà gradevole anche ai profani del siculo dialetto.

E’ VUI DURMITI ANCORA

“Lu suli è già spuntatu di lu mari” “Il sole è già spuntato dal mare”

Un’ardita associazione, una fausta combinazione: il “sole” e il “mare” calati nell’alba. Il “sole” condensa la razionalità vigilante dell’Io, mentre il “mare” abbraccia le oscurità psichiche. La luce della coscienza sa che il fascinoso mistero femminile si può profilare in questo semplice modo.

“e vui, biddruzza mia, durmiti ancora.” “e voi, bellezza mia,dormite ancora”

Il sonno della graziosa adolescente si attesta in una quiescenza erotica forzata e contro Natura. Il sonno è imposto ai sensi dalle mille costrizioni della Cultura. “Mia” cara e desiderata creatura, l’attesa vi rende più desiderabile. Il “mia” denota il possesso di una donna “angelicata” per pudore morale e ambita per materia verginale.

“L’aceddri sunu stanchi di cantari” “gli uccelli sono stanchi di cantare”

Gli “uccelli” condensano la “fallicità” maschile con tutta la “libido narcisistica” che ci va immancabilmente dietro in una Cultura matriarcale dove il possesso del membro virile è la condizione sociale per essere un capo formale. Il trionfo del fallo si imbatte nell’eccesso del desiderio e nella frustrazione della “libido”. Bellissima la metafora del “cantare”, dell’essere sedotto dall’attesa di un riscontro erotico, una stanchezza fatta di solipsismo e di masturbazione.

“Affriddateddri aspettanu ccà fora” “infreddoliti aspettano qua fuori”

Il rigore caldo dell’erezione si oppone al rigore freddo della morte: “rigor erectionis et rigor mortis”. Il rigore della vita è opposto al rigore della morte. Il freddo esalta la costrizione erotica e l’astinenza sessuale in unione alla metafora dell’esclusione del membro. Quest’ultimo attende soltanto di essere ammesso nella vagina intatta della giovinetta, a sua volta costretta a trattenere le pulsioni sessuali. Si palesa un simbolico avvolgimento del pene astinente da parte della calda vagina.

“Supra ssu barcuneddru su pusati” “sopra questo balconcino son posati”

Più che nel sessuale “ante portas”, l’attesa si consuma nello struggimento di un’offerta di sé alla bellezza erotica di una giovane donna. Il desiderio attende udienza e ammissione al cospetto della femminilità procace e prorompente. La scena è retoricamente poetica, quanto umiliante per l’eccitato universo maschile.

“E aspettanu quann’è ca v’affacciati” “e aspettano quand’è che vi affacciate”

La disposizione sessuale della donna si condensa nell’affacciarsi al balconcino, così come l’attesa dell’uomo si consuma sul balconcino. Il desiderio, forzatamente sublimato, accresce la sacralità e la devozione dell’ambito consumo dell’atto sessuale di un maschio rispettoso e decadente.

“Lassati stari nun durmiti cchiui” “Lasciate stare, non dormite più”

Ecco l’invocazione interessata del pretendente amante! Ecco l’invito, a mo’ di ritornello, a risolvere il conflitto dei sensi e del pregiudizio! Lasciate stare è un generico, quanto fatalistico, monito all’abbandono delle resistenze che vogliono la bella donna preda dell’astinenza e della sofferenza. Il sonno dei sensi è un pessimo compagno di viaggio nel cammino della vita.

“Ca’nzemi a iddi dintra sta vanedda” “perché insieme ad essi, dentro questa viuzza,”

Si presenta la figura dell’innamorato pretendente di tanti beni mentali e corporali. Tra gli altri maschi portatori di fallo e giustamente attratti dal fascino femminile c’è proprio lui. In questa contingenza intima della vita si presenta colui che desidera prima di amare o che ama desiderando, un attributo che non fa mai male. Si celebra il trionfo dell’amore sensoriale.

“Ci sugnu puru iu c’aspettu a vui” “ci sono anch’io che aspetto voi”

Il sentimento d’amore e il desiderio carnale si esaltano nell’attesa e nella rivalità della compagnia. Attendere non logora, ma rafforza il valore della conquista. Fuori discussione, come si può constatare da sempre, è la figura della donna a metà tra sacro e profano. La donna è fatta carico della scelta del maschio che desidera consumarne la verginità.

“Ppi viriri ssa facci accussì bedda” “per vedere questo viso così bello”

Il “viso bello” è la parte usata per il tutto: la poetica figura retorica della “sineddoche”. A tutti gli effetti il bel viso include la realtà visibile, mentre tutto il corpo è fascinosamente incluso nel particolare che si può esibire con parsimonia per lasciare spazio all’immaginazione e aizzare il desiderio. Il “viso bello” da “vedere” sembra essere quello di un’ingenua “donna angelicata” e non quello di una donna maliarda che è destinata culturalmente a essere esaltata per il suo visibile corporeo. Il resto del corpo è reso invisibile e viene negato agli altri: uno struggimento gratuito senza fine.

“Passu cca fora tutti li nuttati” “passo qua fuori tutte le nottate”

L’innamorato sa attendere perché l’attesa attizza il desiderio e rende l’istinto sensibile alla preda. La prova d’amore del maschio è l’attesa drastica, giorno e notte, vento e pioggia, sole e tenebre, per attestare l’intensità del desiderio sessuale e non certo dell’investimento platonico. Io aspetto e ti sorveglio a che tu non fugga e non ti conceda ad altro pretendente. Il tempo, che trascorre di notte senza dormire, ha il sapore di una castrazione volontaria in onore di una dea visibile. La bellezza sensuale induce alla veglia notturna nell’attesa di consumare un rito dionisiaco.

“E aspettu sulu quannu v’affacciati” “e aspetto solo quando vi affacciate.”

L’attesa è finalizzata a convincere la donna a lasciarsi andare, ad aprirsi al maschio e a disporsi all’amplesso tanto desiderato. “L’affacciarsi” è proprio la metafora sessuale di un consenso psicofisico, di una gentile concessione del proprio corpo e soprattutto della propria verginità. La pazienza maschile avrà il suo premio nell’eccitazione e nel primato. Il tutto non è vanità delle vanità, ma prestigio individuale e sociale come cultura comanda.

“Li ciuri senza i vui nun vonnu stari” “I fiori senza di voi non vogliono stare,”

Il “fiore” è un simbolo ambiguo nel suo condensare l’organo sessuale maschile e quello femminile nel periodo dell’infanzia, il “fiorellino”. Ma in questo caso è evidente il riferimento al maschio e al pene adulto. Son tanti gli uomini che desiderano la fanciulla ormai pronta all’erotismo e alla sessualità, pronta a essere onorata degnamente dai maschi anche se soltanto uno avrà la palma della vittoria e potrà consumare la sua verginità con godimento. Il maschio è fatto per la femmina e non cerca altro e tanto meno qualcosa di diverso.

“Su tutti ccu li testi a pinnuluni” “sono tutti con le teste a penzoloni;”

La metafora dell’organo sessuale maschile si evidenzia e completa nella posizione di quiescenza, prima del desiderio e dell’erezione. La “testa a penzoloni” attesta l’attesa dell’erotismo e della carica sessuale addiveniente. Il mito della verginità ispira sempre il quadro poetico e acquista una valenza seduttiva ed erotica, piuttosto che traumatica. L’attesa e il desiderio operano la “sublimazione” del necessario dolore da privazione.

“ognunu d’iddi nun voli sbucciari” “ognuno di essi non vuole sbocciare”

I maschi e il maschile sono in compagnia e in attesa. La femmina è fatta per il maschio, come si diceva in precedenza, e lo “sbocciare” del fiore maschile resiste e non lascia emergere l’orgoglio e il piacere narcisistico di una erezione naturale da donare alla donna in onore ed esaltazione della sua femminilità. Ogni rito ha il suo divieto come da mitico copione.

“si prima nun si rapi ssu barcuni” “se prima non si apre questo balcone”

La metafora del “balcone che si apre”, non per far entrare la luce del sole, come nei migliori film di Giuseppe Tornatore del tipo “Nuovo cinema Paradiso”, ma per fare uscire la procace donna alla luce del sole. Ebbene, questa metafora ritorna a confermare il desiderio classicamente maschile dell’assenso femminile e dell’accettazione implicita. L’apertura del “balcone” condensa, più che la disposizione sessuale, l’esibizione estetica e la maturazione della scelta di liberarsi dell’inutile verginità, nonché la scelta del maschio a cui concedersi e concederla come trofeo di madre Natura e di padre Cultura.

“intra li buttuneddri su ammucciati” “dentro i boccioli sono nascosti”

Ritornano i fiori maschili in quiescenza e avvolti dal protettivo prepuzio che nasconde il roseo glande, la dolce potenza della forzatura e della benefica rottura dell’imene. Il “bocciolo” è la metafora dell’avvolgimento del fiore in attesa del suo fiorire, una somiglianza per niente volgare. Tutt’altro! E’ una nobile “metafora” della discrezione naturale dello strumento del piacere e del dolore. Le cose più buone e più belle sono nascoste e si nascondono come la verità, la greca “aletheia”, letteralmente tradotta con “il senza nascondimento”.

“e aspettunu quann’è ca v’affacciati” “ “e aspettano quand’è che vi affacciate”

L’attesa non logora e non consuma, l’attesa accresce il desiderio e il valore dell’oggetto amato. Il maschi sanno attendere tanta bellezza da gustare e tanta bontà da carpire. La dea femmina non si dispone per il singolo maschio, ma per il dio maschio, per l’universo psicofisico maschile. Soltanto uno, purtuttavia, la gusterà: colui che lei sceglierà e a cui consentirà la sua crescita psicofisica tramite la perdita dell’innocenza e della verginità, colui che sa aspettare il momento in cui la donna si dispone per tanto umano evento e tanta evoluzione. La donna è per tutti, ma la deflorazione è per uno soltanto. Questo dolce trauma comporta veramente la “prima e unica volta”.

LIBERO RIATTRAVERSAMENTO DEL TESTO ITALIANO

Il sole è già spuntato dal mare   La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e voi, bellezza mia, dormite ancora.  e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Gli uccelli sono stanchi di cantare                   Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e infreddoliti aspettano qua fuori.          e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
Sopra questo balconcino son posati                                         si mostra e si pavoneggia
e aspettano quand’è che vi affacciate.                  in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Lasciate stare, non dormite più,                               Abbandona questa indolente inerzia
perché insieme a loro, dentro questa viuzza,           e accorgiti di me e del mio desiderio
ci sono anch’io che vi aspetto                                        che attendiamo in questa strada
per vedere questo viso così bello.                                  la rivelazione della tua bellezza.
Passo qua fuori tutte le notti                                                      Io non vivo e non dormo
e aspetto soltanto quando vi affacciate.                       nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
I fiori senza di voi non vogliono stare,      Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
sono tutti con le teste a penzoloni;                              per la passione e non per l’inerzia.
ognuno di essi non vuole sbocciare                         Il mio corpo sa trattenere il desiderio
se prima non si apre questo balcone                            in attesa che ti disponi a ricevere
dentro i boccioli sono nascosti                                                   quel mio fuoco nascosto
e aspettano quand’è che vi affacciate.        che aspetta e che soltanto tu puoi spegnere.

Il riattraversamento e la riformulazione della poesia “E vui durmiti ancora” ha tanti echi “oraziani”, tratti e accenti poetici contenuti nel testo dialettale e che sono più visibili nella nuova traduzione in lingua italiana.

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra e si pavoneggia in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo e non dormo nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi a ricevere
quel mio fuoco nascosto che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone
In Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

LA VECCHIA SENZA OCCHIO E SENZA MUTANDE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo stesa in una stanza da letto.
Mi fanno alzare perché arriva una vecchia che ha soltanto un occhio.
Non ha le mutande e le vedo la vagina.
E’ puzzolente e piena di pus.
Lei urla dicendo: lavatemi, puzza, puzza!”

Questo è quanto ha sognato Mariangela.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sognare è innocente, non conosce la morale, disconosce le buone maniere e la buona educazione proprio perché è simbolico. Il sogno di Mariangela alla lettura del “contenuto manifesto” desta il senso del ribrezzo per la crudezza delle immagini, ma a un’attenta decodificazione si presenta come una sintesi succosa di una serie di traumi e di conflitti. L’iniziale pulsione al distacco e alla non condivisione lascia il posto alla comprensione dei significati umanamente profondi della protagonista.
Ma cosa comporta il sognare di tanto diverso dalla veglia?
La funzione e i meccanismi del “processo primario” sono ben visibili nelle seguenti caratteristiche del sogno: l’assenza di mezzi linguistici, la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione confabulatoria, il fattore allucinatorio, la mancanza o l’alterazione della nozione di tempo, la distorsione della categoria spaziale, la coesistenza della logica degli opposti, il gusto del paradosso, il declino dei principi etici e morali, il mancato riconoscimento della realtà direttamente proporzionale all’eccesso di fantasia.
Il sogno di Mariangela presenta la crudezza realistica delle immagini.
In questo mondo onirico sintetico e aggressivo conviene un’immersione pacata e composta.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovo stesa in una stanza da letto.”
Mariangela rievoca un trauma della sua vita che è ancora in attesa di essere adeguatamente razionalizzato, un’esperienza vissuta di forte intensità emotiva. La “posizione psichica anale” è chiamata in causa con la specifica “libido sadomasochistica”.
Analizzo i simboli e le dinamiche.
La “stanza da letto” condensa sempre la “parte psichica” di natura intima e privata, la sfera erotica e sessuale, la dimensione affettiva e protettiva.
L’essere “una” denuncia anonimato e caduta dell’individualità a favore del generico e del pubblico: una stanza d’ospedale o di albergo. La realtà dice di un’esperienza vissuta là dove l’intimo diventa pubblico e il personale si trasforma in anonimo.
“Mi trovo stesa” attesta di una costrizione psicofisica vissuta traumaticamente e di fronte alla quale Mariangela deve reagire. Il sogno esprime senza tanti fronzoli e preamboli il “dato di fatto”, la scena madre del trauma subito e del “fantasma di morte” intercorso. “Stesa” contiene la caduta delle difese e l’emergere dell’istinto di sopravvivenza. In tanta situazione critica è coinvolto direttamente il corpo nella sua valenza critica e negativa, la perdita depressiva della vitalità.

“Mi fanno alzare perché arriva una vecchia che ha soltanto un occhio.”

Mariangela usa il meccanismo psichico della “proiezione” per continuare a sognare e a dormire. Si rievoca con una coscienza obnubilata e in uno stato di salute precario, esperienze vissute sempre in un contesto traumatico.
I simboli attestano quanto affermato. Analizziamoli.
Dalla posizione indifesa e priva d’intimità Mariangela è costretta a reagire, “mi fanno alzare”, e, come si diceva in precedenza, è costretta a tirare fuori la “parte negativa” del “fantasma” del suo corpo, l’immagine di “una vecchia” che ha una ridotta consapevolezza della realtà in cui si trova, nonché una ridotta capacità critica perché “ha soltanto un occhio”. La “vecchia” è Mariangela in emergenza al contesto traumatico e in reazione difensiva dal coinvolgimento, una persona che abbassa la soglia della vigilanza dell’Io per non soffrire e per non superare la soglia della tensione nervosa compatibile con l’equilibrio psicosomatico di quel momento: “omeostasi”. Il “corpo” e la “mente” si difendono di fronte a emergenze esistenziali come un trauma da ospedalizzazione o da incidente. In ogni caso si tratta di un evento reale e non da poco. Non si tratta di un evento immaginato alla luce della precisione sintetica dei dati del sogno.

“Non ha le mutande e le vedo la vagina.”

Mariangela si è spostata e proiettata nella “vecchia” e sta elaborando il suo trauma, una malattia che richiede un intervento. Precisa anche l’organo debole e inquisito e lo colloca nel settore ginecologico.
Il “non ha le mutande” si traduce in “non ha le giuste difese” in riguardo agli organi genitali e non in un semplice rilievo di abbigliamento.
“Le vedo” attesta la consapevolezza di Mariangela. Dopo che si è proiettata per difesa nella “vecchia” che rappresenta la “parte negativa” del “fantasma corporeo”, ossia il corpo malato e brutto, Mariangela riconosce la malattia in corso e l’organo attualmente debole, “la vagina” al posto dell’apparato genitale: la parte per il tutto, la figura retorica della “sineddoche”. Mariangela è indifesa e impotente di fronte al suo apparato genitale che è interessato a una patologia abbastanza seria.

“E’ puzzolente e piena di pus.”

Viene evidenziata la malattia infettiva agli organi genitali. La realtà dei fatti dice che Mariangela sta rievocando in sogno un trauma collegato a una patologia genitale. Ma la lettura non si ferma al trauma, ma travalica nel simbolico e questo registro dice di una colpevolizzazione della “libido genitale” e di un disprezzo verso la vita sessuale. La “puzza”” attesta di una difesa dal coinvolgimento erotico e sessuale e di un vissuto negativo nei riguardi degli organi genitali e delle loro funzioni. La “puzza” è un deterrente per l’altro, per il partner e un allontanamento e un isolamento difensivo di Mariangela.
Il “pus” rappresenta la degenerazione dello sperma, la difesa dalla gravidanza e dalla maternità. Inoltre, l’infezione attesta simbolicamente dell’espiazione di una colpa e di una “conversione somatica isterica” secondo la legge del taglione: l’organo che ha peccato deve essere punito. Mariangela sta tirando fuori dalla sintesi onirica truce un mondo di emozioni e di operazioni difensive dall’angoscia, una serie di vissuti traumatici e di scelte esistenziali.

“Lei urla dicendo: lavatemi, puzza, puzza!”

In quest’ultimo significativo punto del sogno Mariangela oscilla tra la malattia e la relazione, tra il bisogno di essere curata e assolta e l’allontanamento delle persone inopportune e improvvide.
“Urla” attesta delle parole gridate, della conferma del bisogno e dell’aiuto, della convinzione estrema di Mariangela di trovarsi in una situazione psicofisica oltremodo delicata e di grande sofferenza.
La “puzza” prevale con la malattia e con il non coinvolgimento, il tener lontano coloro che provano a investire “libido” nei suoi riguardi, ma è anche presente la richiesta di aiuto e di soccorso. La “puzza” è ambivalente perché da un lato allontana e dall’altro chiede di guarire. Il conflitto nevrotico è manifesto nella fase finale del sogno.
“Lavatemi” equivale ad aiutatemi a guarire e ad assolvermi dal senso di colpa, una richiesta medica e psicoterapeutica.
La conclusione ratifica a raffica quanto detto prima: “puzza, puzza!”

PSICODINAMICA

Il sogno di Mariangela sviluppa la psicodinamica del trauma ginecologico e la problematica della difesa dell’organo traumatizzato. Contiene anche la difesa dall’attività sessuale e dagli uomini ricorrendo al “fantasma del corpo”. Usa il meccanismo della “proiezione” vivendosi come una donna vecchia, poco lucida e da evitare. E’ presente una difesa dalla fecondazione, dalla gravidanza e dalla maternità.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Mariangela manifesta l’azione delle seguenti istanze psichiche.
L’Es pulsionale è presente in “ha soltanto un occhio.” e in “le vedo la vagina.” e in “piena di pus.” e in “lavatemi, puzza, puzza!”.
La consapevole vigilanza dell’Io si coglie in “mi trovo” e in “mi fanno alzare”.
L’istanza censoria “Super-Io” si intravede e incide in “puzza, puzza”.
La “posizione psichica anale” è dominante in tutto il sogno e in particolare in “E’ puzzolente e piena di pus.” e in “puzza, puzza!”
La “posizione psichica genitale” è oggetto d’aggressione da parte della “libido sadomasochistica”: “Non ha le mutande e le vedo la vagina.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Mariangela usa i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “stanza da letto” e in “mutande” e in “vagina” e in “occhio”, lo “spostamento” in “stesa” e in “alzare” e in “pus” e in “lavatemi” e in “puzza”, la “proiezione” in “vecchia che ha soltanto un occhio”, la “drammatizzazione” in “Lei urla dicendo: lavatemi, puzza, puzza!”, la “figurabilità” in “Non ha le mutande e le vedo la vagina.”
Non è presente il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, mentre il processo della “regressione” è usato nei termini della funzione onirica: azione al posto del pensiero e allucinazione al posto del normale esercizio dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mariangela contiene un forte tratto “sadomasochistico” all’interno di una cornice decisamente “anale”: aggressività e sofferenza. Altro non emerge.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Mariangela usa le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “vecchia” e in “occhio” e in “puzza”, la “metonimia” o relazione logica in “lavatemi” e in “pus” e in “stesa”, la “sineddoche” o la parte per il tutto o viceversa in “vagina”, la “enfasi” in “Lei urla dicendo: lavatemi, puzza, puzza!”.
La sinteticità non consente espressioni estetiche nonostante l’intensità emotiva dei contenuti.

DIAGNOSI

La “diagnosi” dice della riedizione in sogno di un trauma o di un vissuto di sofferenza in riguardo alla genitalità, nonché di un senso di colpa in cerca di assoluzione.

PROGNOSI

La “prognosi” impone a Mariangela di migliorare la “razionalizzazione” del trauma genitale e delle relazioni sociali al riguardo. E’ opportuno ridurre le tensioni che il sogno ha evidenziato e gestito grazie al simbolismo dei “processi primari” per impedire la somatizzazione delle tensioni in eccesso.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “conversione isterica” delle energie in eccesso e nella difficoltà di relazionarsi in modo affettivamente significativo, nonché nella caduta della qualità della vita quotidiana. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia è la “formazione di sintomi” con tendenza all’ossessione.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mariangela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale sul realismo della breve narrazione.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Mariangela si attesta in un ritorno di memoria per via associativa con qualche fatto occasionale o in una breve riflessione sullo stato psicofisico in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mariangela è la crudezza realistica. La sinteticità e la perentorietà espressiva rasentano la volgarità, una modalità espressiva molto vicina all’istanza pulsionale “Es”. Il “Linguaggio” carnale dell’Es esprime le profondità psichiche in una “Lingua” pulsionale e sanguigna. Il “Linguaggio” forbito e controllato dell’Io esprime la realtà condivisa in una “Lingua” ufficiale e decorosa. Il “Linguaggio” formale e morale del “Super-Io” esprime le censure sociali in una “Lingua” tecnica e prescrittiva.

REM – NONREM

Il sogno di Mariangela si è svolto nella prima o seconda fase del sonno REM alla luce dell’alto simbolismo e delle forti emozioni. La protagonista rielabora il trauma e sviluppa la psicodinamica con le adeguate coperture difensive.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Mariangela allucina in sogno il senso della “vista” in “le vedo la vagina”, dello “udito” in “lei urla dicendo:lavatemi, puzza, puzza!”. Dominante è il senso della “vista” e si nota qualche leggera sensazione tattile in “mi trovo stesa”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Mariangela, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Mariangela, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande sulla decodificazione del sogno di Mariangela.

Domanda
Partirei subito dai “Linguaggi” e dalle “Lingue” delle istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io” a cui ha fatto cenno nella voce “Qualità onirica”. La cosa mi incuriosisce. Mi spiega meglio?
Risposta
Per rispondere alla tua richiesta dovrei scrivere un saggio. Le tue domande colgono sempre le mie lacune, quelle parti a cui accenno e che non spiego adeguatamente.
Domanda
Allora provi a chiarire qualcosa.
Risposta
Il corpo ha un suo “Linguaggio” e si esprime in una “Lingua” organica. Leggi a proposito “Il linguaggio del corpo” di Alexander Lowen, ma soprattutto “Il libro dell’Es” di Georg Groddeck. Le sensazioni, le percezioni, il piacere, il dolore, i sintomi, i fantasmi, i vissuti e i vari modi delle diverse funzioni vitali sono “segni” del corpo che si possono tradurre nelle parole e nei concetti di una “Lingua” ben radicata nella carne. La Semiologia è una scienza che riguarda anche i “segni” del Corpo. L’istanza psichica “Es” rappresenta mentalmente gli istinti e le pulsioni ed è la prima forma mentale della vita organica, del vivente uomo. Ai “segnali” del Corpo corrispondono i “segni” espressivi primari come il pianto e il riso o secondari come la parola e il concetto. Queste ultime vengono sempre dopo la sensazione e la percezione e rappresentano logicamente i “segni” del Corpo. Mariangela ha espresso il linguaggio del suo corpo in una lingua naturale e primaria, ha parlato delle sensazioni e delle percezioni in termini espressivi diretti e puntuali: ad esempio “puzza,puzza!”. Questo è quanto riguarda i contenuti del sogno di Mariangela. Continuando, confermo che “Linguaggio” forbito e controllato dell’istanza “Io” esprime la realtà condivisa in una “Lingua” ufficiale e basata sulla razionalità. Il “Linguaggio” formale e morale del “Super-Io” esprime le censure sociali in una “Lingua” tecnica e prescrittiva.
Domanda
Cosa pensa del sogno di Mariangela?
Risposta
La sua complessità è direttamente proporzionale alla sua sinteticità. Dentro le parole esistono dei contenuti profondi a livello di emozioni e di esperienze. Il “sogno breve” è una sintesi che permette un’analisi diffusa e ampia perché non contiene difese inutili e manovre fuorvianti. Il “sogno breve” si capisce subito e si traduce con pazienza. La nostra Mente di notte funziona molto bene e nobilmente senza bisogno di una laurea o di un premio Nobel. Il sogno è la dimensione politica massimamente democratica perché è universale nella funzione e nei contenuti. Non esiste differenza tra il sogno di un povero e di un ricco, di un potente o di un emerito sconosciuto. Il Sogno, più della Legge, è veramente uguale per tutti. Il sognare è una funzione psicofisica degna di essere riconosciuta dalla “Organizzazione delle Nazioni Unite”: una tra le tante.
Domanda
Ma cosa pensa del sogno di Mariangela?
Risposta
Dimenticavo. Riesuma un trauma delicato e un atteggiamento psichico classico di tutte le donne che hanno vissuto esperienze intense nella loro vita.
Domanda
Ha bisogno di psicoterapia?
Risposta
Dalla poderosa sintesi del suo sogno si deduce che ha le idee chiare e, quindi, potrebbe verificarne la veridicità con un esperto.
Domanda
Il sogno è immorale?
Risposta
La Morale del sogno si attesta nei meccanismi psichici che lo formano. Di poi, nel sogno può emergere la funzione dell’istanza psichica “Super-Io” con la Morale introiettata e formata dal sognatore. Comunque, in termini generali si può dire che la funzione onirica non ubbidisce direttamente alla Morale ufficiale, ma condensa i limiti e le censure di chi sogna, materiale psichico che a sua volta si è formato vivendo in società.
Domanda
Cosa mi dice dei traumi d’ospedale?
Risposta
Oltre al trauma fisico della malattia e al “fantasma di morte” che si scatena e che si risolve nello spazio di qualche anno, il ricovero in ospedale comporta la caduta delle difese in riguardo all’intimità del corpo e al sentimento del pudore. Per questo motivo si operava negli anni settanta la formazione e la sensibilizzazione del personale medico e ospedaliero con “gruppi lavoro” a metodologia “Balint”. L’offesa al pudore e all’amor proprio non sempre è inferiore ai benefici della cura e della guarigione. La sensibilità del soggetto è determinante.
Domanda
Mi spiega il simbolo del “pus”?
Risposta
Il “pus” rappresenta simbolicamente la degenerazione del liquido seminale o sperma, la difesa dalla fecondazione e dall’ingravidamento, dalla maternità e dalla paternità. L’associazione del simbolo “pus” con un altro elemento comporta una precisa psicodinamica.
Domanda
Gli organi genitali in sogno quale simbologia hanno?
Risposta
Il “pene” rappresenta la “libido fallico-narcisistica” e la funzione aggressiva della penetrazione, mentre la “vagina” rappresenta la recettività affettiva e sessuale femminile e la dimensione psicofisica materna, gran parte della “libido genitale”.
Domanda
La “puzza” è un simbolo ambivalente?
Risposta
Rappresenta la degenerazione della “libido” e il senso di colpa collegato alla vita sessuale con la conseguente pulsione all’isolamento e all’allontanamento degli altri secondo una forma di aristocratico rifiuto. Un modo di dire è quello di “avere la puzza sotto il naso” per indicare la superbia e il sospetto come difesa dalle relazioni.
Domanda
Il trauma del sogno di Mariangela può riguardare la maternità?
Risposta
Certo. Non ci sono elementi chiari nel sogno, ma è molto probabile. Tantissime donne hanno incamerato nel corso della loro vita fertile e infertile traumi genitali che vanno dall’intervento chirurgico al parto, dal raschiamento all’aborto.
Domanda
La Psiche sceglie l’organo da colpire con un sintomo non a caso, ma secondo il suo significato. Ho capito bene?
Risposta
Ogni organo e ogni apparato sono “significanti” e hanno un “significato”. Il “significante” si attesta nella “condensazione” simbolica della funzione d’organo e d’apparato che la Psiche elabora nel corso dell’esercizio organico e delle relazioni vissute. Mi spiego con un esempio. Quando si dice che il cibo rappresenta simbolicamente l’affetto della madre e l’affettività in generale, si intende che l’esperienza vissuta dal bambino sin dalla nascita ha associato il benessere psicofisico e il sollievo dai morsi dalla fame con chi lo nutriva sin dai tempi del seno, la figura materna. Il “significante” dello stomaco e dell’apparato digestivo si attesta sugli affetti e sul loro esercizio con le figure deputate. Il “significato” riguarda la conoscenza oggettiva della funzione alimentare e degli organi coinvolti. In base a questa simbologia un disturbo dell’affettività si compiacerà di scaricare le sue tensioni nello stomaco e nell’apparato alimentare. Ricordo che Platone aveva elaborato la simbologia del corpo umano e aveva depositato nella testa la razionalità, nel torace il coraggio e nel ventre la concupiscenza. La simbologia verte sui “significanti”, mentre la conoscenza verte sui “significati”. L’organo bersaglio è significativo perché è “significante”, portatore di un vissuto. I sensi di colpa vertono sugli organi significanti e la “conversione” non avviene a caso ma con un riferimento simbolico ben preciso.
Domanda
Grazie!
Risposta
Prego! Ho fatto qualche accenno chiarificatore su argomenti complessi e tuttora in studio e non del tutto accertati. Per gli psicologi clinici sono fuori di discussione perché rientrano nella loro pratica quotidiana e nelle linee fondamentali della cosiddetta “medicina psicosomatica”, per altri operatori queste linee sono tutte da dimostrare. Ricordo il testo pioniere, “Medicina psicosomatica” di Alexander. Leggetelo o rileggetelo!

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Voglio concludere lo psicodramma di Mariangela parlando del meccanismo onirico della “rappresentazione per l’opposto” e del meccanismo di difesa dall’angoscia della “formazione reattiva” al nobile fine di sdrammatizzare e convertire la serietà del quadro nelle linee ironiche della satira popolare. Prima spiego i meccanismi e dopo spiego la canzone scelta per la circostanza e per l’operazione.
La “rappresentazione per l’opposto” svolge in sogno la funzione di mascherare il “contenuto latente”, significato del sogno, condensandolo e spostandolo in un “contenuto manifesto” opposto, trama del sogno, per cui la rappresentazione o il desiderio si manifesta nel suo contrario. Esempio: l’amare intensamente può celare il profondo e rimosso bisogno di odiare.
La “formazione reattiva” consiste nell’esaltazione di atteggiamenti e di impulsi coscienti e opposti a quelli profondi: l’odio profondo e rimosso si manifesta nella realtà e nell’esercizio di un sentimento d’amore smodato e possessivo. L’Io viene protetto dall’angoscia derivante dal “ritorno del rimosso”, il sentimento d’odio, e combatte attivamente l’impulso proibito, l’odio per l’appunto, e lo commuta in sentimento d’amore. E’ un meccanismo che rinforza continuamente l’Io per difenderlo dalle minacce istintuali e che favorisce o determina un “contro-investimento” delle energie inattivate con una “formazione sostitutiva”, una deformazione del “ritorno del rimosso” come l’orgasmo mistico, e con una “formazione di compromesso”, una deformazione del “ritorno del rimosso” come le realizzazioni artistiche. Cos’è il “ritorno del rimosso”? Quando la difesa privilegiata della “rimozione”, relegare a livello profondo le esperienze ingestibili dalla coscienza, non funziona perché qualche causa reale le evoca, allora si verifica l’affiorare alla consapevolezza dell’Io di questo materiale psichico delicato e apparentemente dimenticato e negli effetti relegato a livello subcosciente. L’Io si difende ulteriormente con altri meccanismi di difesa oppure è costretto a prendere coscienza del materiale rimosso o a suo tempo dimenticato o relegato nell’apparente e temporaneo oblio; questa è la dimensione profonda.
Torniamo al sogno di Mariangela.
Convertendolo nell’opposto per difesa dall’angoscia, scelgo la satira sociale del grande cantautore e grande pianista degli anni cinquanta Renato Carosone che, a metà tra dialetto napoletano e lingua italiana, ha simpaticamente rilevato i vizi del tempo, come l’ipocondria e l’insonnia in questo caso.
Ridiamoci sopra con la prescrizione umana di “Pigliate na pastiglia” per tanto e altro malessere.

 

 

 

LA “FAVOLA” DI MIKAELA E DEI MODA’

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Vado da un tatuatore. Io entro e lui esce da una porta e non mi vede.
C’erano due collaboratori, una donna e un uomo.
La donna mi fa sedere e comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro. C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.
Io rimango sbalordita e la donna mi dice: ci riesci anche tu col pensiero, se lo vuoi, a muovere ciò che vuoi, ma ci devi credere.
Poi lei va a capotavola e il suo posto lo prende l’uomo e mi dice “ora ti racconto la tua vita”.
Io gli dico che sono venuta per il tatuaggio e non per queste robe. E poi non ho soldi.
Lui dice che non fa niente e che ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare, forse una donna.
Io dico che è stata eliminata e che è un uomo. Intendevo il mio ex e gli chiedo se vuol vedere una foto per capire.
Lui mi dice di sì.
Cerco il telefono e tiro fuori quello vecchio. Cerco la foto, ma non ne avevo.
Mi accorgo che non era il mio telefono attuale.
Cerco e lo trovo nella borsa mezza vuota.
Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.
Il telefono si bloccava al tocco.
Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.
Mi sono svegliata molto turbata.”

Favola

Ora vi racconto una storia che farete fatica a credere
perché parla di una principessa e di un cavaliere
che, in sella al suo cavallo bianco, entrò nel bosco
alla ricerca di un sentimento che tutti chiamavano amore.
Prese un sentiero che portava a una cascata
dove l’aria era pura come il cuore di quella fanciulla
che cantava e se ne stava coi conigli, i pappagalli verdi e gialli,
come i petali di quei fiori che portava tra i capelli.
Na na na na na na na na na…

Il cavaliere scese dal suo cavallo bianco e piano piano le si avvicinò,
la guardò per un secondo, poi le sorrise
e poi pian piano iniziò a dirle queste dolci parole:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla e che a ogni tua domanda
ti risponda che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…

La principessa lo guardò senza dire parole
e si lasciò cadere tra le sue braccia.
Il cavaliere la portò con sé sul suo cavallo bianco
e, seguendo il vento, le cantava intanto questa dolce canzone:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla
e che a ogni tua domanda ti risponda
che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…

Questo è il “semplice” sogno di Mikaela.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Parto dal titolo. Il sogno di Mikaela è uno e include la canzone dei Modà “Favola”. Quest’ultima si può definire il “sogno a occhi aperti” dei Modà assimilato da Mikaela e usato per esprimere in sogno una sua psicodinamica. Identificarsi nella trama di una canzone è un’operazione psicologica naturale e frequente che consiste nell’assimilazione della trama e nell’immissione da parte del fruitore dei suoi contenuti psichici nel contenuto del testo. Tecnicamente i “significanti” di chi ascolta sono immessi nei “significati” del testo, così come, a sua o a loro volta, l’autore o gli autori del testo hanno immesso nei “significati” i loro “significanti”.
Spiego ancora e meglio.
Se io ascolto una canzone d’amore infelice con partecipazione e trasporto, lascerò che spontaneamente e per associazione emergano le mie storie d’amore vissute con dolore. Del resto, una canzone è poetica se è compresa dalla gente e diffusa tramite la condivisione e l’assimilazione, non certo per la sua aristocrazia espressiva e sociale. Si parla d’amore e ognuno ha la possibilità d’immettere la sua esperienza d’amore: “universalità” e “individualità” dell’arte nella concezione filosofica classica dell’Ottocento e del Novecento, Immanuel Kant e Benedetto Croce. L’Arte è di tutti e delle singole persone. L’Arte coglie l’universalità della Bellezza attraverso il vario vissuto individuale.
Mi chiedo a questo punto come procedere in tanta complicazione.
Interpreterò il sogno intero e poi individuerò come la “Favola” dei Modà si incastra e si inquadra nella psicodinamica di Mikaela. Sarà opportuno essere chiaro e sintetico vista la lunghezza della procedura e del testo.
Che il buon Freud me la mandi buona!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Vado da un tatuatore. Io entro e lui esce da una porta e non mi vede.”

La funzione onirica si ammoderna e conosce i “tatuatori”.
Chi sono costoro?
Costoro sono coloro che simbolicamente inscrivono tracce indelebili nel corpo e specificatamente nella pelle. Sono coloro che hanno scritto materiale significativo nella storia personale di ogni persona e nel nostro caso di Mikaela. Sono coloro che geneticamente hanno marchiato i loro figli come le mucche argentine o il “grana padano”. Sono coloro che hanno dato ai figli la possibilità di marchiarsi con i vissuti nei loro riguardi e anche di altro.
I “tautatori” sono i genitori e tutti coloro che inducono “imprinting”, gli “imprittatori”. I “tatuatori” sono gli “imprittatori”: mi piace. Quindi le tracce indelebili si riconducono ai genitori e alle persone significative, le figure che hanno dato un corpo vivente ai figli e un patrimonio psichico da organizzare. L’identità del corpo risiede nei cromosomi e include l’origine biologica, così come l’identità psichica risiede nei vissuti e nei “fantasmi”. Mikaela è in cerca della sua radice psichica e la vuole assimilare e far propria, vuole finalmente razionalizzarla, vuole “riconoscere” il padre e la madre, non nella funzione che hanno svolto nei suoi riguardi, ma nei vissuti che ha elaborato nei loro confronti. Mikaela non riesce a compiere inizialmente quest’operazione perché il “tatuatore” si eclissa, “Io entro e lui esce da una porta e non mi vede”, per lasciare il posto a un uomo che Mikaela vive in maniera ambigua perché vuole e non vuole avere rapporti con lui. Il “tatuatore” in sogno evoca il padre, mentre l’ex uomo di Mikaela evoca la “posizione edipica”.
Si vedrà e, se son rose, fioriranno.

“C’erano due collaboratori, una donna e un uomo.”

Subito arriva la conferma. Il “tatuatore” è il padre di Mikaela che insieme alla madre si presentano sotto la forma di “due collaboratori”, due persone con cui ha condiviso travaglio e affanno, gioie e desideri. L’ex uomo di Mikaela si era inscritto nelle figure dei suoi genitori e soprattutto nel padre e lo ha evocato nelle doti e nei difetti a suo profitto o a suo danno. Mikaela ha vissuto una conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, e si è identificata nella madre come donna e ha riconosciuto il padre come uomo. Vediamo dove Mikaela va a parare con il suo sogno.

“La donna mi fa sedere e comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro. C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.”

Mikaela evoca le caratteristiche psichiche della madre, quelle che l’hanno colpita e che si è portata dentro e dietro sin dall’infanzia. La madre è stata vissuta prevalentemente come una maga, una donna di grande abilità psicocinetica, una donna ammirevole per le sue capacità di tenere unite le tre entità familiari, “le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.” Mikaela riconosce alla madre la capacità di muovere le pedine dello scacchiere al nobile fine della coesione familiare secondo un quadro idilliaco e tradizionale. Muovere la “plastica sul tavolo, avanti e indietro” con il pensiero, attesta dell’opera occulta e abile di una donna intelligente e paziente. Questa è la madre vissuta da Mikaela in questa emergenza psichica della sua esistenza: un’eroina greca. La madre è la dea del focolare, è colei che ha facilitato la risoluzione dei conflitti edipici inscritti, meglio tatuati, nella psicodinamica di Mikaela. Degno di nota è il rilievo dell’unità familiare in “si tenevano per mano”, come nei migliori film degli anni cinquanta sul tema.

“Io rimango sbalordita e la donna mi dice: “ci riesci anche tu col pensiero, se lo vuoi, a muovere ciò che vuoi, ma ci devi credere.”

“Mater docet”, la madre insegna. Mikaela è costretta dalle evenienze e dalle emergenze della sua vita a recuperare l’abilità della madre di tenere unita la famiglia, un compito e un’impresa che la riguardano in questo momento della sua esistenza. Riscopre, visitando la figura materna da “sbalordita”, una donna che è riuscita con intelligenza e sensibilità, “col pensiero”, ad avere il potere di realizzare le imprese più difficili al prezzo di affidarsi a se stessa, di avere grande fiducia e stima nelle sue capacità occulte e visibili.
“Credere” traduce il latino “affidarsi”. Mikaela si fa dire in sogno da sua madre di avere fiducia in se stessa fino in fondo e che la donna è artefice delle dinamiche familiari più sottili e impensabili.
“Muovere” traduce “commuovere”, scatenare sensazioni e sentimenti. Questo sa fare la donna e la madre. Mikaela si fa regalare dalla madre questo insegnamento.

“Poi lei va a capotavola e il suo posto lo prende l’uomo e mi dice “ora ti racconto la tua vita”.

E’ il turno del padre. Dopo la maga arriva il mago. Ognuno ha la sua specializzazione, la prima muove le dinamiche familiari, il secondo è un indovino che protegge, colui che legge il passato e predice il futuro, colui che dà i consigli giusti e buoni dopo aver individuato i pericoli.
Del resto, cosa chiede una figlia al padre sin dalla più tenera età?
Essere protetta.
E la figlia come vive il padre?
Colui che è grande e forte e mi può aiutare a crescere: il gigante buono e il mago.
La madre prende il posto del padre, “va a capotavola”. Si riconferma l’importanza della funzione materna nel dirigere la politica familiare. Il padre, che conosce la vita della figlia e la sua evoluzione, è la persona più indicata ad aiutarla: “ora ti racconto la tua vita”. Questo pensa ed elabora giustamente in sogno la nostra Mikaela.

“Io gli dico che sono venuta per il tatuaggio e non per queste robe. E poi non ho soldi.”

Io ti riconosco soltanto come padre carnale, “tatuaggio”, e non come consigliere, “per queste robe”, quisquiglie e sciocchezze e “punzillacchere” come avrebbe detto il grande Totò in arte, principe Antonio De Curtis nella vita. Mikaela evidenzia un conflitto edipico irrisolto con il padre e sedato in parte dal tempo trascorso. L’autonomia acquisita si attesta a livello logistico, più che psichico. Come se Mikaela dicesse al padre: “ma se non ti sei interessato a suo tempo di me, cosa mi vai a dire adesso quello che devo fare e cerchi di proteggermi?” Aggiunge un suo grosso problema in atto: oggi non ho “libido genitale” da investire e tanto meno potere sessuale.” Mikaela denuncia al padre da un lato la sua assenza affettiva e dall’altro lato la sua attuale crisi di donna: “non ho soldi”.
Un brutto momento depressivo!

“Lui dice che non fa niente e che ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare, forse una donna.”

Il padre assolve se stesso e procede nella tutela della figlia secondo i desideri e i bisogni di Mikaela, l’autrice del sogno. “Anche se in passato non c’ero, adesso ti aiuto lo stesso”: “non fa niente”. Le urgenze emotive e affettive di Mikaela cercano la soluzione nel ritorno dal padre e dalla madre. Mikaela fa dire al padre che è “forse una donna” la persona da cui deve guardarsi. Traduco: “risolvi il conflitto con tua madre, visto che hai perso il potere seduttivo femminile e dal momento che in lei a suo tempo ti sei identificata come donna e da lei avresti dovuto prenderlo e riceverlo questo benedetto potere”. Mikaela si sta chiedendo: “in questo momento difficile della mia vita mi manca la madre con le sue arti femminili o il padre con la sicurezza e la protezione che mi induce?” La “persona negativa” è la parte psichica in crisi della femminilità di Mikaela. Lo psicodramma procede alla ricerca del colpevole e della soluzione del caso, come nei migliori film gialli.

“Io dico che è stata eliminata e che è un uomo. Intendevo il mio ex e gli chiedo se vuol vedere una foto per capire.”

Mikaela sostiene che la relazione conflittuale con la madre l’ha risolta, “è stata eliminata”, mentre la relazione conflittuale con il padre è ancora in atto e si riverbera nella sua vita affettiva, erotica e sessuale: “è un uomo”. Mikaela precisa che si tratta del suo “ex”, un uomo che ha scelto perché evocava la figura paterna, elaborata e vissuta durante il trambusto edipico. Mikaela si dimostra disponibile a questo gioco magico del padre e a questo ruolo riflesso, “ex” e padre, tant’è vero che vuole offrire al padre e a se stessa un’immagine esteriore per poter approfondire la questione e per capire che il suo “ex” era stato scelto a immagine e somiglianza del padre: “se vuol vedere una foto per capire.”

“Lui mi dice di sì.”

E’ proprio vero che il primo amore non si scorda mai. Mikaela ha ripescato l’intesa seduttiva con il padre.
Quante volte da piccola ha desiderato questa tresca e magari è rimasta delusa dall’indifferenza di lui!
Il sogno compensa e ripara, mostra e risolve, ma non dimentichiamo che il sogno siamo noi. La simbologia del “dire di sì” è intrisa di una carica seduttiva ed erotica, l’assenso al trasporto delle emozioni e dei sensi. Il tempo di Mikaela in riguardo al padre si è proprio fermato a questo indimenticabile ed ineffabile momento.

“Cerco il telefono e tiro fuori quello vecchio. Cerco la foto, ma non ne avevo.”

L’amore verso il padre perseguita Mikaela che cerca la relazione d’amore giusta e la ritrova nel passato, nel vecchio modo di relazionarsi al padre, in quel trambusto di sensi e di sentimenti che l’hanno avvinta durante la sua infanzia e che l’hanno trovata innamorata persa dell’augusto genitore. Tutto la riporta al passato, il tipo di relazione e l’immagine maschile: “quello vecchio” e per quanto riguarda l’immagine del suo “ex”, “la foto”, non ritrova alcunché.

“Mi accorgo che non era il mio telefono attuale.”

Come si diceva prima e come volevasi dimostrare. La relazione e l’intesa non erano quelle del presente ma quelle del passato, quelle già vissute e mai estinte, quelle che hanno provveduto a formare Mikaela e a legarla a un tipo d’uomo e a una forma d’investimento di “libido”, meglio a una modalità psichica e a un tipo di sentimento d’amore.

“Cerco e lo trovo nella borsa mezza vuota.”

La femminilità di Mikaela è “mezza vuota”, non è appagata a livello erotico e sessuale, nonché a livello affettivo. Il presente psichico e relazionale è in “deficit” e in perdita. Brutte nuvole si addensano nel cielo psichico della nostra protagonista che è appena venuta fuori da una storia precaria. Il suo “ex” non le ha riempito la “borsa”, non l’ha amata come i suoi bisogni antichi aspiravano.

“Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.”

Per l’appunto si trattava di due uomini e di due immagini maschili, il padre e il suo “ex”. Ma il tentativo di Mikaela di prendere consapevolezza del suo trambusto emotivo ed affettivo, “guardo”, non sortisce un buon risultato. “Lo schermo appannato” non dispone per niente bene. La coscienza è obnubilata e Mikaela incontra resistenze a capire questa collusione di due maschi nella sua vita di bambina e di donna adulta. Mikaela non sa districarsi nella sua “posizione edipica”, non sa ben guardare quel sole che non tramonta mai nell’orizzonte del passato e del presente: “le foto non c’erano”. Il meccanismo psichico di difesa della “rimozione” ha indotto questa dimenticanza, questa omissione, questa assenza delle foto.

“Il telefono si bloccava al tocco.”

La relazione era disturbata nella ricezione e nella trasmissione: “bloccava”. La “libido” da investire era impedita nella sua genuina funzione di rivolgersi all’altro, di avvolgere l’oggetto del desiderio, di appagare il bisogno. E se l’energia si blocca, prima o poi si somatizza e la ritrovi sotto forma di sintomo e di disturbo delle funzioni più umane come l’erotismo: “al tocco”.

“Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.

Il sogno si sta avviando alla conclusione. L’intensità emotiva è stata gestita bene perché il simbolismo ha occultato i veri significati e le vere psicodinamiche, nonostante il turbamento dopo il risveglio. Mikaela conferma la psicodinamica edipica e adduce le prove del significato del suo sogno: “tre foto”. La prima riguarda l’immagine e la storia della protagonista, l’attrice consumata di questo trambusto relazionale e di questo sconquasso emotivo. La seconda rievoca “tre ragazze sconosciute” che condensano le varie fasi della maturazione psicologica di Mikaela e alcune delle sue manifestazioni umane e sociali, i modi di porsi e di offrirsi nel corso della sua vita. “In riva al mare” si decifra tra realtà e immaginazione, tra bisogno e desiderio, tra concretezza e astrazione, tra superficie e profondità. E per concludere in bellezza e senza equivoci, come se tutto quello che ha sognato prima non bastasse, Mikaela lascia la prova delle prove, la “prova del nove” del significato e della psicodinamica del suo sogno, la “canzone, “Favola” dei Modà”.
Mikaela ha lanciato il guanto della sfida e a questo punto non resta che raccoglierlo e interpretare il corpo del reato. Pezzo dopo pezzo non si farà fatica a trovare una “posizione edipica” sotto la forma classica di un amore da “favola”, proprio quello raccontato dalle mamme e sognato dalle bambine.

Testo

“Ora vi racconto una storia che farete fatica a credere
perché parla di una principessa e di un cavaliere
che, in sella al suo cavallo bianco, entrò nel bosco
alla ricerca di un sentimento che tutti chiamavano amore.
Prese un sentiero che portava a una cascata
dove l’aria era pura come il cuore di quella fanciulla
che cantava e se ne stava coi conigli, i pappagalli verdi e gialli,
come i petali di quei fiori che portava tra i capelli.
Na na na na na na na na na…”

Interpretazione

La solita storia del bel cavaliere e della bella principessa, del cavallo bianco e del bosco, della cascata e dell’aria pura, del cuore di fanciulla e dei petali tra i capelli. Quello che stona in tanto idilliaco quadro sono i conigli e i pappagalli verdi e gialli, ma per il resto è tutto secondo norma e secondo cultura. Si tratta dell’innamoramento da parte di una bambina dell’immagine idealizzata del suo papà, quell’uomo che la chiama principessina e che è tanto bello.
Qualche simbolo per gradire?
“Il cavaliere in sella al suo cavallo bianco” è pregno di sessualità, il “bosco” rappresenta la parte oscura del desiderio, la “cascata” esprime la “libido”, “l’aria pura” è l’affettività, “il cuore” condensa la passione vitale, i vari animaletti del tipo “conigli e pappagalli verdi e gialli” sono le pulsioni erotiche, “i petali di quei fiori” si traducono nell’ingenuità di un sano desiderio erotico, “tra i capelli” equivale a nei suoi pensieri.
Questa è la rappresentazione di una bambina innamorata del suo papà. Fatevelo dire da chi ne capisce.
Ma non basta ancora, bisogna andare avanti.

Testo

“Il cavaliere scese dal suo cavallo bianco e piano piano le si avvicinò,
la guardò per un secondo, poi le sorrise
e poi pian piano iniziò a dirle queste dolci parole:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla e che a ogni tua domanda
ti risponda che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…”

Interpretazione

La psicodinamica dell’amore eterno e impossibile si precisa e si approfondisce secondo le linee transculturali e archetipali della coppia “padre-figlia”. Questo è un quadretto universale che risale alla notte dei tempi e si deposita nei miti, nelle fiabe e nelle favole di ogni gruppo umano. E’ uno spaccato culturale di grande dolcezza e tenerezza, tant’è vero che non è stato “sublimato” nelle pitture sacre come, invece, la relazione “madre-figlio” che ha avuto sempre risvolti cruenti: vedi la trilogia tragica di Edipo a firma del greco Sofocle, il mito di Edipo riletto dall’ebreo Freud e la pittura medioevale sul tema della madonna e del figlio ucciso. La bambina e il suo papà hanno i connotati di un riconoscimento erotico reciproco che amplia i sensi senza colpevolizzarli, per cui non hanno bisogno di “sublimazione”. Consegue il senso e il sentimento del pudore.
Vediamo i simboli e poi gradirete.
L’arte della seduzione si trova in “scese”, “le si avvicinò”, “la guardò”, le sorrise” e in “iniziò a dirle”. Il sentimento d’amore è condensato nel dono finale delle parole, così come il desiderio si manifesta nell’avvicinamento e nel sorriso. Le parole sono dolci perché “il raggio di sole” sveglia il desiderio, fa “respirare” gli stessi affetti e crea una fusione erotica, “vivere di me”. La dominanza del principe mostra la figura del padre nel suo potere maschile. “La prima stella” che sorge brillante è Venere, più che una stella è un pianeta, e indica la presenza del sentimento nell’assenza fisica del bene amato. La consapevolezza della presenza protettiva si attesta negli “occhi che sanno che ti guardo”, una meravigliosa combinazione di simboli, così come “sono sempre con te” rappresenta l’assimilazione e la fusione, chiare trasposizioni di pulsioni erotiche e sessuali. Ritorna la favola di Biancaneve nello “specchio che ti parla”, quello “specchio bello, specchio rotondo” che sa “chi è la più bella del mondo”. La simbologia dice di una “posizione fallico-narcisistica” che ogni bambina vive tra i quattro e gli otto anni di vita e che induce a maturare quel potere femminile che nel tempo breve si risolve benignamente nell’amor proprio e nell’arte della seduzione. Tutto nella norma e come da copione universale, ma vediamo se il salmo edipico finisce in gloria.

Testo

“La principessa lo guardò senza dire parole
e si lasciò cadere tra le sue braccia.
Il cavaliere la portò con sé sul suo cavallo bianco
e, seguendo il vento, le cantava intanto questa dolce canzone:”

Interpretazione

La seduzione ha avuto il buon effetto di ridurre le resistenze della fanciulla a lasciarsi andare e ad affidarsi al suo “cavaliere”, quel maschio che sa cavalcare e sa proteggere: “si lasciò cadere”. Le “braccia” sono l’organo nobile dell’amplesso globale. Guardare “senza dire parole” equivale al trionfo dei sensi nella versione della consapevolezza e della dipendenza di chi tutto si aspetta dall’altro e nulla sa dare perché ignora. La posizione psicofisica della bambina è evidente, come la figura dominante del padre è evidente nei bisogni della figlia di essere educata anche nella formulazione dei sentimenti e nelle movenze dei sensi e del corpo. Si consuma lo psicodramma dell’amore edipico tra padre e figlia, quello senza sangue e senza morti, quello delicato che si appaga del desiderio e senza feroce struggimento. “Seguendo il vento” è simbolo del moto dei sensi e della danza erotica e non manca il dono delle parole: “le cantava intanto questa dolce canzone”.
La “Favola di Mikaela e dei Modà” finisce qua, ma fortunatamente si ripresenta “nei secoli dei secoli e così sia” sotto le sembianze di un padre e di una bambina che passeggiano a manina lungo i viali del parco delle rimembranze nel paese dei desideri.
Amen!

PSICODINAMICA

Il sogno di Mikaela sviluppa nella sua complessa articolazione e combinazione la semplice psicodinamica della “posizione edipica”, la relazione conflittuale vissuta dalla bambina con il padre e l’identificazione nelle virtù della madre. Mikaela sistema la madre nel ruolo magico di arbitro della politica familiare e il padre nel ruolo protettivo di confidente e di educatore. La “regressione” all’infanzia è agita nell’associazione alla canzone “Favola” dei Modà. Il sogno di Mikaela tiene in sottofondo la relazione affettiva e sessuale con il suo “ex”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Mikaela presenta in funzione le seguenti istanze psichiche.
L’Io vigilante e consapevole e basato sul “principio di realtà” si manifesta in “vado” e in “io entro” e in “io rimango” e in “io gli dico” e in “io dico” e in “cerco” e in “mi accorgo” e in “guardo” e in “non capivo”.
L’Es pulsionale e basato sul “principio del piacere” è presente in “comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro.” e in “sbalordita” e in ““ora ti racconto la tua vita” e in “e poi non ho soldi” e in “ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare,” e in “nella borsa mezza vuota.” e in “schermo appannato” e in “Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.
Il “Super-Io” limitante e censorio e basato sul “principio del dovere” non è in funzione.
La “posizione psichica edipica”, conflittualità con i genitori, domina il sogno di Mikaela. Circola un riferimento privilegiato alla “posizione psichica genitale”, disposizione affettiva e sessuale e in evoluzione della relazione finita: vedi la madre e l’ex.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Mikaela usa i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia.
La “condensazione” è presente in “tatuatore” e in “credere” e in “tatuaggio” e in “soldi” e in “foto” e in “borsa” e in altro, lo “spostamento” in “collaboratori” e in “muovere senza toccarla” e in “tenevano la mano” e in “muovere col pensiero” e in “schermo appannato” e in altro. Il meccanismo della “rimozione” si suppone o si lascia intravedere in “C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.” e in ““ora ti racconto la tua vita” e in “Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.”
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non viene usato, mentre il processo della “regressione” si esprime in un moto verso il passato nella seconda parte del sogno nell’affannosa ricerca delle foto e delle tracce del suo passato. Inoltre, la “regressione” è presente nella forma onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto del normale esercizio dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mikaela manifesta un tratto “edipico” marcato all’interno di una cornice decisamente “genitale”: conflittualità con i genitori in via di risoluzione e disposizione all’investimento di “libido” o bisogno di innamorarsi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche elaborate da Mikaela nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “tatuatore” e in “tenevano la mano” e in “capotavola” e in “soldi” e in “foto” e in “telefono” e in “borsa mezza vuota” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “muovere senza toccarla” e in “muovere col pensiero” e in “credere” e in “schermo appannato” e in altro.

DIAGNOSI

La “diagnosi” dice del ritorno della conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, a seguito della rottura affettiva e sessuale di Mikaela con il suo uomo. Ripresenta la disposizione a vivere il sentimento d’amore, “posizione genitale” e conferma l’attrazione dell’infanzia verso la figura paterna nell’associazione con la canzone “Favola”. Quest’ultima ha una forte valenza regressiva per la facile evocazione, operata dalla musica e dal testo, del marasma sensoriale e sentimentale del passato.

PROGNOSI

La “prognosi” impone a Mikaela di risolvere beneficamente, dal momento che non è possibile definitivamente, la relazione con i suoi genitori e soprattutto con il padre, al fine di potersi innamorare in maniera autonoma e senza strascichi pendenti. E’ opportuno non avere fretta, per ben ponderare i propri vissuti e sentimenti e per rinforzare la “razionalizzazione” del passato edipico, che se da un lato è stato struggente, dall’altro lato ha apportato attributi di fascino e pulsioni di desiderio nel corredo psichico della protagonista.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella degenerazione della “posizione edipica” e nelle conseguenti “psiconevrosi” isterica, fobica, ossessiva, depressiva. Ricordo che la conflittualità irrisolta verso i genitori sfocia nel campo delle “nevrosi” e al massimo nello “stato limite”, qualora non è associata ad altri conflitti e non ricorre all’uso di meccanismi di difesa particolarmente delicati come la “negazione” e la “scissione dell’Io”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mikaela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale di gran lunga sulla trama narrata.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Mikaela si attesta in una semplice riflessione sullo stato affettivo o su un incontro con le persone individuate nel sogno, genitori o “ex”. Il sogno si può definire “resto notturno” a causa dello scarso materiale che resta nel ricordo, cosi come il “resto diurno” è quel particolare che colpisce da svegli e che di notte scatena il sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mikaela è “narrativa” in quanto snoda la trama come un racconto e “metaforica” perché nel finale associa una canzone come rafforzamento della tesi dominante, la relazione psichica con il padre.

REM – NONREM

Il sogno di Mikaela si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. La protagonista rievoca con una buona copertura difensiva il suo viaggio nella “posizione edipica” o conflittualità con i genitori, usando bene i meccanismi psichici del “processo primario”. Inoltre conferma il significato profondo del suo sogno raddoppiandolo con la canzone dei Modà, a riprova dell’urgenza emotiva e affettiva che le ha procurato la rottura con il suo uomo, “ex”, a cui accenna. L’agitazione da sbalordimento non deve essere stata da poco.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Mikaela è ricco di sensazioni di “movimento”: “vado”, “entro”,”esce”, “comincia a muovere”, “va a capotavola”, “sono venuta”.
Il senso dello “udito” è dominante e si allucina in tre “mi dice”, “io gli dico”, “dice”, “io dico”.
Il senso del “tatto” è presente in “il telefono si bloccava al tocco”.
Il senso della “vista” è allucinato in “se vuol vedere una foto”, “mi accorgo”, “guardo”.
Il sogno di Mikaela è cenesteticamente dinamico e incalzante nel suo “batti e ribatti” e nel richiamo dell’esercizio dei sensi.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Mikaela, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Mikaela, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della psicodinamica reiterata nella “Favola” dei Modà.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione del sogno di Mikaela.

Domanda
Mi spiega meglio la differenza tra il conflitto edipico delle bambine e dei bambini?
Risposta
Brevemente, perché il discorso è più complesso. Il conflitto edipico delle bambine è più delicato e dolce, poetico, perché si elabora e si risolve ben presto, dai quattro ai nove anni. La bambina capisce la differenza dei sessi, si convince di essere femmina e passa all’identificazione nella madre pur mantenendo verso il padre un’attrazione particolare. Il quadro emotivo evapora e si sublima senza strascichi di sentimenti accesi. Il maschietto, invece, prolunga la sua competizione con il padre e il suo desiderio della madre per tempi più lunghi, si sofferma sulla “posizione fallico-narcisistica” con la forte gratificazione del suo corpo maschile. La bambina commuta il suo potere “fallico-narcisistico” nella seduzione erotica e nell’amor proprio, il bambino si crogiola in un brodo di individualismo e di esibizionismo pavoneggiandosi agli occhi della madre. Il tempo, impiegato per maturare la sua autonomia, porta il bambino a uno struggimento che coniuga sentimenti opposti e soprattutto a incamerare il famigerato sentimento della “gelosia”. Quest’ultimo, se non è stato adeguatamente risolto o ridimensionato, si può ridestare in futuro di fronte alla donna amata con gravi e tragiche complicazioni.
Domanda
I maschi sono più edipici e pericolosi delle femmine?
Risposta
La relazione con il padre e la madre non si risolve mai del tutto, ma i maschi spesso la trascinano a vita natural durante, mentre le femmine sono più concrete e realiste. E’ vero che i maschi sono più lenti e nostalgici in questo delicato settore. Spesso la madre per i suoi bisogni edipici non li libera, ma li trattiene da adulti con ulteriori seduzioni. E’ un argomento complesso e lungo.
Domanda
Incide anche la cultura?
Risposta
Perbacco! Il matriarcato è micidiale con la sua “legge del sangue”, mentre il patriarcato è severo con la sua “legge del dovere”: “Es” e “Super-Io”. E’ più violento il primo che il secondo. Il matriarcato prolunga la dipendenza edipica dei maschi. Il patriarcato impone alle femmine la legge monogamica del matrimonio e vieta la poligamia e l’incesto.
Comunque ho cercato di dire qualcosa sul tema. Mi fai delle domande che meriterebbero un saggio.
Domanda
Cosa pensa del tatuaggio?
Risposta
Ricordo che da bambino guardavo i detenuti, dietro le sbarre del carcere barocco di Siracusa, che cantavano chiedendo il perdono della madre per le loro malefatte. Quasi tutti avevano tatuato sul braccio la dichiarazione sentimentale “amo mamma”. Negli anni cinquanta i tatuaggi erano la prova di un soggiorno in carcere e di una pratica d’incisione della pelle atta a trascorrere il tempo e magari prendendo coscienza del forte legame con la madre. Non scrivevano sul braccio “amo il padre”, perché la legge del padre li aveva condannati. Questo è il mio impatto con il tatuaggio. Oggi la pratica è diffusissima e non comporta trascorsi legalmente burrascosi. Posso dire che il tatuaggio è un simbolo di appartenenza inscritto nel corpo e in modificazione dello stesso. Richiama l’identità psichica e il gruppo, ma richiede una buona dose di “libido sadomasochistica”, oltre che un vissuto conflittuale con il corpo dal momento che lo si vuole ritinteggiare. Questo discorso vale per gli eccessi, quando è visibile un rifiuto del corpo così com’è e una pulsione trasformativa e non di certo migliorativa. Poi ci sono i tatuaggi che fungono da memoria e da iscrizione solenne e vita natural durante: il corpo come promemoria delle esperienze ritenute fondamentali o importanti. Quando è una moda non è in eccesso, altrimenti comporta un uso dei “processi primari” tutto da scoprire.
Domanda
Può essere una psicopatologia?
Risposta
Non ci si copre tutto il corpo di vari simboli e messaggi per caso. Ci sono pulsioni profonde da razionalizzare e di solito si trova un “fantasma del corpo” che verte sul negativo più che sul positivo, per cui incidere la pelle è anche catartico.
Anche su questa domanda complessa mi sono dovuto fermare a qualche spiegazione.
Domanda
Cambio argomento. Cosa pensa della canzone dei Modà e dell’uso che ne fa Mikaela in sogno?
Risposta
La meravigliosa abilità dei “processi primari” associa al tema edipico, vissuto per tanto tempo sulla pelle, lo stesso tema della favola cantato dai Modà. Mikaela ha ascoltato questa canzone e si è identificata nella trama e nella bellezza semplice della poesia. Tramite le canzoni si possono far passare passioni comuni ed educazione sentimentale e civica. Il coinvolgimento psichico è favorito dalla simbiosi musica e parole. Il messaggio arriva e si deposita facilmente e senza resistenze nella dimensione profonda e per associazione evoca e ripesca pari pari quel materiale psichico vissuto.
Domanda
Le canzoni fungono da educazione delle masse con i messaggi belli e buoni?
Risposta
“Volete un popolo migliore? Dategli una migliore alimentazione” suggeriva il borghese Feuerbach nel diciannovesimo secolo a seguito del suo assunto di base “l’uomo è ciò che mangia”. Volete un popolo migliore? Dategli strumenti di identificazione sociale e civile chiari e distinti, semplici e comprensibili. Questo prescrivono psicologi e sociologi. Ebbene, le canzoni di musica leggera non sono soltanto semplici canzoni, ma prodotti psichici e culturali di grande e spedita diffusione. Musica e parole hanno un grande vantaggio perché la combinazione risulti poetica, creativa e ed emotiva come nelle tragedie greche.
Domanda
Può bastare.
Risposta
Credo proprio di sì. Il sogno di Mikaela è un “trip” micidiale di teorie e di pratiche, di scienza e di vita vissuta. Tutto quello che è stato scritto può bastare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Sull’interpretazione psicoanalitica delle favole consiglio la lettura di un classico, il testo di Bruno Bettelheim opportunamente intitolato “Il mondo incantato”. La decodificazione dei simboli indica l’uso collettivo dei messaggi contenuti nelle fiabe e nelle favole, quelle produzioni trasmesse nei secoli e che hanno educato e traumatizzato generazioni di bambini. Nonostante la crudeltà del racconto, intere generazioni si sono formate sulle classiche favole dell’infanzia e hanno sentito il fascino di tanto materiale psichico proprio perché trattava del loro mondo interiore, popolato da “fantasmi” che si agitavano dentro e che partivano dalla bocca della mamma e del papà e dei nonni e della maestra per risuonare come le campane pasquali in un giorno di aprile nella verde campagna.