IO FUORI DI ME

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in una stanza da letto, non è la mia, non la riconosco.
La stanza ha una luce soffusa ma sufficiente per vedermi mentre sto dormendo.
Mi sto osservando ai piedi del letto.
Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.
Ad un tratto la visuale cambia e mi sveglio con gli occhi sbarrati.
Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”

Così e questo ha sognato Gito.

DECODIFICAZIONE- CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Avete mai letto i libri americani del tipo “La vita oltre la vita” o del tipo “La morte oltre la vita” o del tipo “La vita oltre la morte”?
Vi siete mai scervellati sulla questione insanabile “l’anima esiste”?
Magari vi siete imbattuti in qualche teoria sull’energia e sulla sua necessaria sopravvivenza e avete passato notti intere senza chiudere occhio e senza più sognare.
Oppure avete abbracciato la fede più oscura o vi siete dichiarati adepti per esserci e per essere della partita.
Quanto bisogno abbiamo di sapere della morte mentre siamo in vita!
Ma a cosa è servito l’insegnamento filosofico del grande Epicuro: “quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita”?
Quasi quasi abbiamo bisogno di prepararci a morire momento per momento mentre viviamo: “fratello ricordati che devi morire”. E così viviamo come i monaci trappisti che girovagano per i cortili del convento ripetendosi a ogni incontro lo stesso buon augurio.
E allora ci viene in soccorso Pitagora e la metempsicosi o trasmigrazione delle anime e Platone con il mito di Er sulle anime, che scelgono il tipo di vita e di morte prima della reincarnazione.
E quanti di noi hanno abbracciato il Buddismo nel prospero consumismo dell’Occidente o si sono convertiti alle religioni più generose di promesse per il “dopo-morte”.
Siamo animali che non si rassegnano a morire e che cercano sempre una soluzione a tanta disgrazia assurda, l’angoscia di morte.
Eppure le scimmie non pensano alla morte e neanche il mio ineffabile e ciarlatano gatto Peter, detto Pietro, mi sembra affetto da questa angoscia. Loro vivono e non sanno della fine e non hanno nessuna angoscia di morte anche se sono sensibilissimi alla perdita al punto che contraggono i nostri disturbi psicosomatici, come l’anoressia nei cani abbandonati dal padrone.
Le scimmie superiori, invece, cercano sempre una nobile Religione che prometta la vita eterna per un’anima immortale.
Ma esiste qualcuno che dice che morirà, ma non morirà del tutto?
Eccolo!
E’ Quinto Orazio Flacco nella Ode III 30.
“Exegi monumentum aere perennius…
Non omnis moriar, multaque pars mei
vitabit Libitinam:…”
“Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo, …
Io non morirò del tutto, ma molta parte di me
sfuggirà a Proserpina.”
Orazio credeva nell’immortalità della Poesia e dell’Arte, almeno fino a quando il Sole continuerà a bruciare i suoi atomi.
Il sogno di Gito si presta a questa ampia premessa perché contiene ed esprime una teoria sempiterna e diffusa nei reparti di rianimazione degli ospedali americani. Sin dagli anni cinquanta alcuni pazienti raccontavano, dopo essere usciti dallo stato di coma abbastanza profondo, di aver vissuto un’esperienza di smaterializzazione, di essere usciti dal corpo sotto forma di energia e di aver osservato dal soffitto della stanza, possibilmente in alto a destra, il proprio corpo depositato sul letto e il personale sanitario attorno al letto. Ma non basta. Queste persone affermavano di aver vissuto bellissime sensazioni di leggerezza e di benessere e di aver visto delle figure, più o meno familiari, che li hanno invitato a ritornare nel corpo perché ancora non era giunto il loro momento di trapasso e che malvolentieri si sono riappropriate dello sgangherato e pesante corpo.
Il “contenuto manifesto” del sogno di Gito, la trama, dice di un episodio di scissione tra il corpo e la mente con un finale altamente tragico e surreale di disgregazione del corpo e di immersione psichica nel buio.
Non resta che trovare il “contenuto latente”, la decodificazione, per capire l’effettiva psicodinamica di questo inquietante e diffuso prodotto psichico.
Un ultimo rilievo: ho intitolato il sogno con l’ambiguo “Io fuori di me” per intendere la scissione e la rabbia, ma potevo definirlo “Il sogno dell’Es” per accentuare la prevalenza delle pulsioni profonde e delle emozioni radicate in questa istanza psichica, l’Es per l’appunto, che ha la funzione di rappresentare i vissuti degli istinti e di basarsi sul “principio del piacere” anche nelle forme dolorose.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in una stanza da letto, non è la mia, non la riconosco.”

Gito entra direttamente nella sua dimensione psichica intima e privata, la sfera degli affetti e dell’erotismo, della seduzione e della sessualità, della individualità e della condivisione. Gito non si riconosce, nello specifico non riconosce questa sua parte interiore e intima. Gito ha smarrito la sua “posizione psichica orale e genitale”, gli investimenti di “libido” in se stesso e nell’altro, quell’energia donativa e altruistica ma pur sempre finalizzata al suo piacere e intenzionata al suo desiderio. Secondo il gergo popolare Gito non è quello di prima.
I simboli dicono che la “stanza da letto” condensa la sfera psichica intima e privata della “casa” di Gito, la “organizzazione psichica reattiva”, la ex struttura o la formazione storica evolutiva. Il protagonista non è padrone in casa sua o, meglio, non sente questa sua sfera intima e privata come appartenente alla sua storia e alla sua formazione psichiche.
Gito aliena il tutto: “non è la mia”, si difende con il meccanismo psichico, delicato e pericoloso, della “negazione”. Caro Gito, di chi vuoi che sia questa “stanza da letto”?
Ma non basta, perché il nostro eroe incorre in un’ulteriore negazione sotto forma di “resistenza” alla presa di coscienza: “non la riconosco”, non la sento mia. Il “riconoscere” è un simbolico riattraversare e rivedere i vissuti sotto la luce della consapevolezza. Gito non è in grado di assimilare le sue esperienze al riguardo, quelle intime e personali, quelle affettive ed erotiche, quelle genitali e donative. Gito ha smarrito il suo bisogno di amarsi e di amare. E’ decisamente un brutto momento della sua vita.

“La stanza ha una luce soffusa ma sufficiente per vedermi mentre sto dormendo.”

Gito sta vivendo un obnubilamento della coscienza, si trova in uno stato crepuscolare, ha una caduta della vigilanza. Il suo “Io” è in deficit di consapevolezza, ma riesce a capire che le sue difese psichiche si sono abbassate e le sue energie si sono ridotte d’intensità. Gito percepisce chiaramente che ha operato una caduta della vitalità in riguardo alla sua dimensione intima e privata, la “stanza da letto”.
L’analisi dei simboli dice che la “stanza” rappresenta la sua parte psichica affettiva ed erotica.
La “luce soffusa” attesta dello “stato crepuscolare della coscienza.
“Sufficiente” condensa un’autonomia allo stato limite e un oscillare tra consapevolezza e sensibilità.
“Per vedermi” si traduce in per avere coscienza e usare la ragione.
“Mentre sto dormendo” conferma lo stato crepuscolare e la riduzione della vigilanza: la quiescenza psicofisica. Bisogna attendere il vissuto di Gito su questa combinazione di ragione ed emozione in questo momento della sua esistenza e in questa dinamica della sua vitalità.

“Mi sto osservando ai piedi del letto.”

Gito si è scisso, è uscito fuori dal corpo e si sta osservando dall’esterno. Emergono due Gito, uno che dorme e l’altro che osserva. L’Io si è diviso in osservatore e osservato, in corpo e mente. Il corpo quiescente è depositato sul letto, la mente vigile è all’erta in questa emergenza psicofisica. Gito vuole conoscersi e in questa operazione si è scisso in soggetto e oggetto per essere scientificamente perfetto.
La simbologia vuole che “mi sto osservando” sia una introspezione, un osservarsi dentro tramite ciò che vede, un corpo rilassato al massimo che viene diagnosticato nella modalità di apparire da una mente attiva e situata in una posizione strategica.
“Ai piedi del letto” condensa potere e dipendenza, il potere di capire della “mente” e la dipendenza di un “corpo” anestetizzato. Ribadisco l’attesa del giudizio di Gito su questo strano vissuto e su questo doppio ruolo.

“Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.”

Gito ribadisce la scissione del suo “Io” e del suo “Es”, che si sta difendendo attraverso la “scissione” delle sue parti psichiche implicite, la vigilanza razionale e la pulsione istintiva. Gito affonda l’operazione di coscienza di sé e in particolare della sua dimensione intima e privata, la parte affettiva ed erotica, seduttiva e sessuale. Si scopre emotivamente ricco di inutili tensioni, di aver sospettato questo dolore e che è consapevole di avere conflitti affettivi. Gito è in sofferenza perché fatica a legarsi emotivamente e affettivamente, non riesce ad affidarsi e a fidarsi, non riesce a passare agli investimenti di “libido genitale” in evoluzione del suo “narcisismo fallico”. Il conflitto psichico di Gito è notevole ed evidente e oscilla tra il bisogno di vigilare dell’Io e la necessità di far emergere la dimensione pulsionale dell’istanza “Es”.
I simboli denotano l’intervento costante dell’istanza “Io” consapevole con la presa di coscienza del “vedo”: cosciente della quiescenza, della sofferenza dei sensi e della carenza degli affetti.
“Dormendo” in sogno si traduce in caduta della vigilanza e dell’abbandono al moto dei sensi, crepuscolo della coscienza e attesa del manifestarsi delle pulsioni.
“Agitata” contiene ed esprime la pulsione isterica al fare, al controllare, al condurre, al protagonismo. Quando è in eccesso l’agitazione traligna nella tensione nervosa che aspira a somatizzarsi.
“Sofferente” deriva dal latino “sufferre” e si traduce in sopportare o simbolico “portare il peso” di una situazione psichica non consona al desiderio e più vicina alla necessità difensiva dall’angoscia. Gito sceglie di soffrire, piuttosto che abbandonarsi senza resistenze inutili al moto dei sensi e alle voglie del corpo birichino.
“A fatica respiro” equivale al simbolico affanno da abbandono da parte della figura materna e della perdita degli affetti consolidati. Gito è abbastanza cresciuto per sognare le dipendenze materne e per desiderare una “regressione” nostalgica al passato incantato dell’infanzia.

“Ad un tratto la visuale cambia e mi sveglio con gli occhi sbarrati.”

Gito ritorna in sé e si ricompone. L’Io assorbe l’Es per diventare padrone a casa sua senza inutili e pericolose scissioni difensive. Gito diventa consapevole del suo terrore nei riguardi della sua parte emotiva lasciata senza controllo e al suo moto uniformemente accelerato. Ha visto la sua parte affettiva e sessuale, la sua dimensione erotica e seduttiva e ha preso paura di un mancato controllo dell’Io sulle pulsioni. Rientrato dalla fuga da se stesso, Gito apprende quanta difficoltà incontra nell’affidarsi affettivamente e sessualmente all’altro.
La “visuale” equivale a un’intuizione proprio perché associata alla repentinità di “a un tratto”, di un bagliore di luce mentale. Per il resto la “visuale” si fissa nel proprio punto di vista mentale. Gito ha conosciuto una parte di sé che temeva e adesso è costretto a riassorbire quella consapevolezza che in precedenza aveva alienato con la scissione del suo “Io” e del suo “Es”, delle sue ragioni e delle sue emozioni.
“Mi sveglio” esprime benissimo l’intuizione della presa di coscienza che il corpo e la mente sono un tutt’uno inscindibile da non separare per difendersi dai moti dell’uno e dalle difese dell’altro.
“Gli occhi sbarrati” condensano la meraviglia terribile di un nuovo ed evoluto “sapere di sé”, più che la tradizionale paura che si attribuisce al modo di dire: un eccesso di consapevolezza. Occhio è simbolo di ragione e di realtà. L’apertura, più o meno drastica e determinata, degli occhi denota l’intensità del processo di consapevolezza.

“Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”

Gito ha ricomposto la scissione, difensiva dall’angoscia, del suo “Io” dopo aver preso coscienza del corpo e dei suoi diritti, delle sensazione e delle emozioni, delle pulsioni e degli affetti, ma l’effetto di questa ricomposizione non sembra essere benefico: tutt’altro! L’effetto è di disgregazione più che di frammentazione, di ritorno al nulla che si è sempre temuto, un “fantasma depressivo di morte”, di perdita della propria unità psicosomatica. Ma non è così, perché Gito finisce nel buio ossia si sta sciogliendo nelle sue emozioni senza sentire il bisogno di controllare e di controllarsi. “Disgregarsi” equivale a una risoluzione della vigilanza e a un saper vivere l’assenza della consapevolezza.
“Sono ritornato nel mio corpo” è uguale a “ho ricompattato il corpo e la mente”, ho ripristinato la mia unità psicosomatica irripetibile, mi sono reincarnato, ho preso consapevolezza del corpo e dei suoi diritti naturali.
Per vedere” significa per avere chiara consapevolezza che “mi sto disgregando”, che ho smontato le mie resistenze inutili al “sapere di me” e ho smantellato le mie difese psichiche per coinvolgermi con il corpo e la mente e per affidarmi affettivamente e sessualmente all’altro. Ho sciolto e ho ridotto quelle forze ostili alla consapevolezza.
“Per finire nel buio” equivale a un “per abbandonarmi senza supporti razionali a ciò che non so e che si deve soltanto vivere”, quelle emozioni e quelle sensazioni mai provate. Il sogno sembrava drammatico e metafisico, ma alla fine si è rivelato costruttivo e frutto di un’evoluzione psicologica piuttosto che di una involuzione e di un ritorno al nulla o al passato protetto e dipendente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gito attesta di una psicodinamica intesa alla fausta evoluzione e maturazione della “libido genitale” e della “posizione psichica” omonima. Dopo aver operato una scissione difensiva dell’Io per inquadrare il suo conflitto con il corpo e la sua angoscia, il protagonista opera una ricomposizione della sfera razionale e vigilante con la dimensione affettiva e sessuale, la giusta e naturale combinazione delle funzioni dell’Io e dell’Es. Nel finale del sogno è manifesto lo sciogliersi delle tensioni inutili e delle resistenze che impedivano la giusta presa di coscienza in riguardo ai diritti delle emozioni e dell’affettività, degli istinti e delle pulsioni. Il sogno di Gito non sviluppa nessuna questione metafisica o meta-psicologica sul destino umano dopo la morte.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Gito presenta in funzione le seguenti istanze psichiche.
L’Io vigilante e razionale è manifesto in “mi sto osservando” e in “vedo” e in “mi sveglio”.
L’Es pulsionale e rappresentazione dell’istinto è presente in “stanza da letto” e in “luce soffusa” e in “sto dormendo” e in “agitata” e in “sofferente” e in respiro a fatica” e in “occhi sbarrati” e in “disgregando” e in “finire nel buio”.
Il Super-Io non si manifesta.
Le posizioni psichiche richiamate e presenti nel sogno di Gito sono la “orale” in “respiro a fatica”, la “fallico-narcisistica” in “Mi sto osservando ai piedi del letto.” e la “genitale” in “ritornato nel mio corpo” e in “disgregando” e in “finire nel buio”.
Ricordo che la posizione “orale” è di qualità affettiva, la “fallico-narcisistica” è di qualità autocompiacimento, la “genitale” è di qualità altruistica.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Gito usa e manifesta l’uso dei seguenti “meccanismi” e “processi” psichici di difesa:
la “condensazione” in “stanza da letto” e in “luce soffusa” e in “sto dormendo” e in “respiro a fatica” e in “occhi sbarrati” e in “disgregando” e in “finire nel buio”,
lo “spostamento” in “vedermi” e in “osservando” e in “visuale” e in “ritornato nel mio corpo”,
la “drammatizzazione” in “Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.” e in “ mi sveglio con gli occhi sbarrati. Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”,
la “figurabilità” in “La stanza ha una luce soffusa” e in “vedo che a fatica respiro.” e in “mi sveglio con gli occhi sbarrati.” e in “Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”,
la “scissione” in “mi sto osservando ai piedi del letto”,
la “negazione” in “non è la mia, non la riconosco”.
Non sono presenti i processi psichici della “sublimazione” e della “regressione”. Quest’ultima è in funzione nella funzione onirica con il fare al posto del pensare e con le allucinazioni al posto dei concetti, ma si intravede e si suppone in “a fatica respiro” per il suo richiamo all’infanzia e alla figura materna.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Gito presenta un tratto psichico “orale”, affettivo, all’interno di una cornice “fallico-narcisistica”, isolamento individualistico, in evoluzione verso il “genitale”, coinvolgimento. Gito è chiamato a portare in maturazione una “organizzazione psichica” ricca di tratti caratteristici e di amalgamarli senza nulla togliere e senza nulla prendere. L’obiettivo resta quello di compattarsi nelle differenti funzioni dell’unità psicosomatica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Gito forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “stanza da letto” e in “luce soffusa” e in “dormendo” e in “vedo” e in “occhi sbarrati”, la “metonimia” in “respiro a fatica” e in “ritornato nel mio corpo”, la “enfasi” in “disgregando” e in “finire nel buio”. Il sogno di Gito è ricco di simbolismo e di figure retoriche, nonché di una vena narrativa con sequenze horror.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “scissione dell’Io” operata dal protagonista in risoluzione e composizione della “posizione genitale”. Gito approfitta della “scissione dell’Io” per separare la parte istintiva dalla parte razionale e per recuperare la composizione e per riformulare la “libido genitale”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gito di portare avanti il processo di “razionalizzazione” dei conflitti in riguardo alla sfera affettiva e alla sfera erotica e sessuale, il contrasto tra un corpo che desidera e una mente che diffida. Gito deve far perno sulla sua abilità mentale per destituire la carica nervosa che sottende la relazione con le persone significative della sua vita: fidarsi e affidarsi a tutti i livelli senza abdicare allo spirito critico.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel rafforzamento dell’uso del meccanismo delicato e pericoloso della “scissione dell’Io” operando una rottura della sua unità psicosomatica in un “Io” che vigila e un “Es” che pulsa, una “mente” che pensa e un “corpo” che ha bisogno. Il rischio della degenerazione è lo “stato limite” e la crisi del “principio di realtà”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi” e dei simboli, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gito è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sulla brevità narrativa, per cui il sogno di Gito merita l’appellativo di “sogno dell’Es”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Gito si attesta in una semplice difficoltà relazionale o in una insoddisfazione del proprio comportamento. Un sogno profondo non ha bisogno di una causa eclatante per essere formulato. Tutt’altro! Basta una libera e leggera associazione o una semplice e lineare emozione.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Gito è surreale. La trama parla di una questione metafisica, l’anima, e di una questione meta-psicologica, la “scissione” tra mente e corpo, attraverso una psicodinamica di riattraversamento e di riformulazione degli investimenti di “libido genitale”.

REM – NONREM

Il sogno di Gito si è svolto nella seconda fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. Le linee narrative sono elaborate in tutta semplicità.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Gito è prevalentemente visivo e usa la “vista” in maniera forte in “vedermi mentre sto dormendo.” e in “Mi sto osservando ai piedi del letto.” e in “Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.” e in “per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.” Quest’ultima visione produce una coalizione globale dei sensi.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Gito, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Gito, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della surreale, quanto diffusa, psicodinamica. Il sogno di Gito è prossimo all’oggettività o verità di fatto.

DOMANDE & RISPOSTE

Il sogno di Gito è stato analizzato da un lettore anonimo che ha posto le seguenti domande.
Domanda
Niente di paranormale in questo sogno?
Risposta
Il sogno in generale non svolge nessuna dinamica paranormale anche se affronta questioni psichiche in riguardo alle principali angosce umane, quali la morte e la vita oltre la morte o la sopravvivenza dell’anima o energia. Gito ha usato in sogno il meccanismo psichico di difesa della “scissione dell’Io” e della “negazione” e si è rappresentato in un corpo che giace e in una mente che opera dei rilievi sui conflitti psichici del protagonista.
Domanda
Mi è sembrato di capire che lei non crede nell’anima e nell’immortalità dell’anima.
Risposta
Hai capito molto bene.
Domanda
E perché?
Risposta
Preferisco usare altri meccanismi di difesa per curarmi l’angoscia di morte, quella sensazione struggente percepita dai “primati” superiori ed elaborata ideologicamente in mille salse. Gli uomini si differenziano dagli altri animali perché possiedono “processi primari e secondari” diversi, non superiori, nella qualità. Le scimmie superiori o uomini hanno più ragione a discapito del senso e producono riflessioni astratte e costruiscono oggetti simbolici. C’è tanto di altro su questo tema, ma non mi sto a dilungare.
Domanda
Orazio credeva nella sopravvivenza della sua opera poetica.
Risposta
Proprio così. Orazio aveva per tutta la vita tenuto in considerazione la possibilità di morire. Questa presenza costante è stata un esorcismo e una terapia che lo hanno portato a vivere al meglio possibile ogni esperienza di vita e non lasciandosi mancare niente. Il “carpe diem” era il suo antidepressivo, così come la sua angoscia si è scaricata e purificata nelle sue opere poetiche: teoria della “catarsi” di Aristotele.
Domanda
Quindi la psicoterapia dell’esistenza è vivere intensamente e al presente?
Risposta
Senza strafare, è ovvio. “Ci sono dei confini, al di là e al di qua dei quali non si attesta la rettitudine”.
Domanda
Spieghi meglio “la vita oltre la morte” degli americani.
Risposta
Le persone rientrate dallo stato di coma hanno raccontato di essere uscite dal corpo e di averlo osservato dall’alto della stanza, di essersi sentite leggere e di aver vissuto un grande benessere, di aver visto presenze, conosciute e non, che le accompagnavano e suggerivano, di essere ritornate nel corpo con riluttanza e altro. Il coma è l’anticamera della morte, è uno stato di sonno profondo e reversibile in cui l’attività psichica è in atto sotto forma di sogno. Come il sogno del sonno anche quello del coma esprime un vissuto personale, un dato psichico in atto.
Domanda
Ma i sopravvissuti dicono le stesse cose.
Risposta
Perché quando stavano bene, hanno pensato queste cose in riguardo alla morte usando i meccanismi di difesa dall’angoscia. Le religioni esagerano in tal senso con le teorie materiali sul dopo la morte, ma una persona comune pensa e razionalizza in attesa di morire. Questo materiale psichico sottile e quotidiano si sedimenta e viene fuori nei momenti più vicini alla morte. Si elaborano teorie già pensate, sentite e vissute. Sulla morte in sé nulla possiamo dire, perché, come insegnava Epicuro, non è un’esperienza realmente vissuta. Ogni uomo ha una sua convinzione o idea sempre basata sui propri vissuti psichici e sulle produzioni mentali, filosofie e religioni.
Domanda
L’Es è governato dal “principio del piacere” anche nel dolore?
Risposta
L’intensità della sensazione è importante al di là della qualità. Del resto, il sadomasochismo insegna che si può trarre intenso piacere da un dolore fisico, un orgasmo da una violenza fisica o da una vibrazione spasmodica, un appagamento da una sottomissione. Il piacere ha una evoluzione complessa e non si identifica con quello che si intende nel vocabolario e nel linguaggio corrente. Lo stesso Freud aveva definito il sogno come “l’appagamento di un desiderio rimosso”, ma alla luce dei sogni angosciosi gli fu obiettato che la sua tesi non reggeva. La risposta che io ho dato prima, ricalca quella di Freud.
Domanda
Gito ha bisogno di psicoterapia?
Risposta
Si, Gito deve rassodare le consapevolezze che spontaneamente emergono nel sogno attraverso un lavoro organizzato e ordinato su se stesso. Ne ha bisogno per migliorare la qualità della sua vita e delle relazioni con il corpo e con le donne. Il sogno aiuta a sprazzi e in base alle emergenze quotidiane, ma non può procedere con metodo. E poi Gito ha bisogno di chi gli interpreta i sogni. Con un buon compagno di viaggio Gito può arrivare in America ed evitare brutte sorprese per il futuro.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Al sogno di Gito mi è sembrato ovvio associare un bel prodotto culturale di musica leggera
L’ “ANIMA CHE VOLA” DI ELISA
E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.
Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?
La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.
“L’anima vola”
Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

Il prosieguo della decodificazione lo riservo al prossimo futuro. Questa anticipazione parziale serve a far capire che si dice “anima” ma significa “femminilità”, si dice “immortalità” ma significa “onnipotenza, si dice “morte” ma significa “distacco” et cetera et cetera et cetera. Il linguaggio dei simboli è un altro vocabolario.

“L’anima vola” di Elisa va gustata in onore alla dea madre, vostra madre tutta ricordo o tutta ciccia. Dipende dal grado di fortuna che vi portate addosso.

 

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