IO FUORI DI ME

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in una stanza da letto, non è la mia, non la riconosco.
La stanza ha una luce soffusa ma sufficiente per vedermi mentre sto dormendo.
Mi sto osservando ai piedi del letto.
Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.
Ad un tratto la visuale cambia e mi sveglio con gli occhi sbarrati.
Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”

Così e questo ha sognato Gito.

DECODIFICAZIONE- CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Avete mai letto i libri americani del tipo “La vita oltre la vita” o del tipo “La morte oltre la vita” o del tipo “La vita oltre la morte”?
Vi siete mai scervellati sulla questione insanabile “l’anima esiste”?
Magari vi siete imbattuti in qualche teoria sull’energia e sulla sua necessaria sopravvivenza e avete passato notti intere senza chiudere occhio e senza più sognare.
Oppure avete abbracciato la fede più oscura o vi siete dichiarati adepti per esserci e per essere della partita.
Quanto bisogno abbiamo di sapere della morte mentre siamo in vita!
Ma a cosa è servito l’insegnamento filosofico del grande Epicuro: “quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita”?
Quasi quasi abbiamo bisogno di prepararci a morire momento per momento mentre viviamo: “fratello ricordati che devi morire”. E così viviamo come i monaci trappisti che girovagano per i cortili del convento ripetendosi a ogni incontro lo stesso buon augurio.
E allora ci viene in soccorso Pitagora e la metempsicosi o trasmigrazione delle anime e Platone con il mito di Er sulle anime, che scelgono il tipo di vita e di morte prima della reincarnazione.
E quanti di noi hanno abbracciato il Buddismo nel prospero consumismo dell’Occidente o si sono convertiti alle religioni più generose di promesse per il “dopo-morte”.
Siamo animali che non si rassegnano a morire e che cercano sempre una soluzione a tanta disgrazia assurda, l’angoscia di morte.
Eppure le scimmie non pensano alla morte e neanche il mio ineffabile e ciarlatano gatto Peter, detto Pietro, mi sembra affetto da questa angoscia. Loro vivono e non sanno della fine e non hanno nessuna angoscia di morte anche se sono sensibilissimi alla perdita al punto che contraggono i nostri disturbi psicosomatici, come l’anoressia nei cani abbandonati dal padrone.
Le scimmie superiori, invece, cercano sempre una nobile Religione che prometta la vita eterna per un’anima immortale.
Ma esiste qualcuno che dice che morirà, ma non morirà del tutto?
Eccolo!
E’ Quinto Orazio Flacco nella Ode III 30.
“Exegi monumentum aere perennius…
Non omnis moriar, multaque pars mei
vitabit Libitinam:…”
“Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo, …
Io non morirò del tutto, ma molta parte di me
sfuggirà a Proserpina.”
Orazio credeva nell’immortalità della Poesia e dell’Arte, almeno fino a quando il Sole continuerà a bruciare i suoi atomi.
Il sogno di Gito si presta a questa ampia premessa perché contiene ed esprime una teoria sempiterna e diffusa nei reparti di rianimazione degli ospedali americani. Sin dagli anni cinquanta alcuni pazienti raccontavano, dopo essere usciti dallo stato di coma abbastanza profondo, di aver vissuto un’esperienza di smaterializzazione, di essere usciti dal corpo sotto forma di energia e di aver osservato dal soffitto della stanza, possibilmente in alto a destra, il proprio corpo depositato sul letto e il personale sanitario attorno al letto. Ma non basta. Queste persone affermavano di aver vissuto bellissime sensazioni di leggerezza e di benessere e di aver visto delle figure, più o meno familiari, che li hanno invitato a ritornare nel corpo perché ancora non era giunto il loro momento di trapasso e che malvolentieri si sono riappropriate dello sgangherato e pesante corpo.
Il “contenuto manifesto” del sogno di Gito, la trama, dice di un episodio di scissione tra il corpo e la mente con un finale altamente tragico e surreale di disgregazione del corpo e di immersione psichica nel buio.
Non resta che trovare il “contenuto latente”, la decodificazione, per capire l’effettiva psicodinamica di questo inquietante e diffuso prodotto psichico.
Un ultimo rilievo: ho intitolato il sogno con l’ambiguo “Io fuori di me” per intendere la scissione e la rabbia, ma potevo definirlo “Il sogno dell’Es” per accentuare la prevalenza delle pulsioni profonde e delle emozioni radicate in questa istanza psichica, l’Es per l’appunto, che ha la funzione di rappresentare i vissuti degli istinti e di basarsi sul “principio del piacere” anche nelle forme dolorose.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in una stanza da letto, non è la mia, non la riconosco.”

Gito entra direttamente nella sua dimensione psichica intima e privata, la sfera degli affetti e dell’erotismo, della seduzione e della sessualità, della individualità e della condivisione. Gito non si riconosce, nello specifico non riconosce questa sua parte interiore e intima. Gito ha smarrito la sua “posizione psichica orale e genitale”, gli investimenti di “libido” in se stesso e nell’altro, quell’energia donativa e altruistica ma pur sempre finalizzata al suo piacere e intenzionata al suo desiderio. Secondo il gergo popolare Gito non è quello di prima.
I simboli dicono che la “stanza da letto” condensa la sfera psichica intima e privata della “casa” di Gito, la “organizzazione psichica reattiva”, la ex struttura o la formazione storica evolutiva. Il protagonista non è padrone in casa sua o, meglio, non sente questa sua sfera intima e privata come appartenente alla sua storia e alla sua formazione psichiche.
Gito aliena il tutto: “non è la mia”, si difende con il meccanismo psichico, delicato e pericoloso, della “negazione”. Caro Gito, di chi vuoi che sia questa “stanza da letto”?
Ma non basta, perché il nostro eroe incorre in un’ulteriore negazione sotto forma di “resistenza” alla presa di coscienza: “non la riconosco”, non la sento mia. Il “riconoscere” è un simbolico riattraversare e rivedere i vissuti sotto la luce della consapevolezza. Gito non è in grado di assimilare le sue esperienze al riguardo, quelle intime e personali, quelle affettive ed erotiche, quelle genitali e donative. Gito ha smarrito il suo bisogno di amarsi e di amare. E’ decisamente un brutto momento della sua vita.

“La stanza ha una luce soffusa ma sufficiente per vedermi mentre sto dormendo.”

Gito sta vivendo un obnubilamento della coscienza, si trova in uno stato crepuscolare, ha una caduta della vigilanza. Il suo “Io” è in deficit di consapevolezza, ma riesce a capire che le sue difese psichiche si sono abbassate e le sue energie si sono ridotte d’intensità. Gito percepisce chiaramente che ha operato una caduta della vitalità in riguardo alla sua dimensione intima e privata, la “stanza da letto”.
L’analisi dei simboli dice che la “stanza” rappresenta la sua parte psichica affettiva ed erotica.
La “luce soffusa” attesta dello “stato crepuscolare della coscienza.
“Sufficiente” condensa un’autonomia allo stato limite e un oscillare tra consapevolezza e sensibilità.
“Per vedermi” si traduce in per avere coscienza e usare la ragione.
“Mentre sto dormendo” conferma lo stato crepuscolare e la riduzione della vigilanza: la quiescenza psicofisica. Bisogna attendere il vissuto di Gito su questa combinazione di ragione ed emozione in questo momento della sua esistenza e in questa dinamica della sua vitalità.

“Mi sto osservando ai piedi del letto.”

Gito si è scisso, è uscito fuori dal corpo e si sta osservando dall’esterno. Emergono due Gito, uno che dorme e l’altro che osserva. L’Io si è diviso in osservatore e osservato, in corpo e mente. Il corpo quiescente è depositato sul letto, la mente vigile è all’erta in questa emergenza psicofisica. Gito vuole conoscersi e in questa operazione si è scisso in soggetto e oggetto per essere scientificamente perfetto.
La simbologia vuole che “mi sto osservando” sia una introspezione, un osservarsi dentro tramite ciò che vede, un corpo rilassato al massimo che viene diagnosticato nella modalità di apparire da una mente attiva e situata in una posizione strategica.
“Ai piedi del letto” condensa potere e dipendenza, il potere di capire della “mente” e la dipendenza di un “corpo” anestetizzato. Ribadisco l’attesa del giudizio di Gito su questo strano vissuto e su questo doppio ruolo.

“Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.”

Gito ribadisce la scissione del suo “Io” e del suo “Es”, che si sta difendendo attraverso la “scissione” delle sue parti psichiche implicite, la vigilanza razionale e la pulsione istintiva. Gito affonda l’operazione di coscienza di sé e in particolare della sua dimensione intima e privata, la parte affettiva ed erotica, seduttiva e sessuale. Si scopre emotivamente ricco di inutili tensioni, di aver sospettato questo dolore e che è consapevole di avere conflitti affettivi. Gito è in sofferenza perché fatica a legarsi emotivamente e affettivamente, non riesce ad affidarsi e a fidarsi, non riesce a passare agli investimenti di “libido genitale” in evoluzione del suo “narcisismo fallico”. Il conflitto psichico di Gito è notevole ed evidente e oscilla tra il bisogno di vigilare dell’Io e la necessità di far emergere la dimensione pulsionale dell’istanza “Es”.
I simboli denotano l’intervento costante dell’istanza “Io” consapevole con la presa di coscienza del “vedo”: cosciente della quiescenza, della sofferenza dei sensi e della carenza degli affetti.
“Dormendo” in sogno si traduce in caduta della vigilanza e dell’abbandono al moto dei sensi, crepuscolo della coscienza e attesa del manifestarsi delle pulsioni.
“Agitata” contiene ed esprime la pulsione isterica al fare, al controllare, al condurre, al protagonismo. Quando è in eccesso l’agitazione traligna nella tensione nervosa che aspira a somatizzarsi.
“Sofferente” deriva dal latino “sufferre” e si traduce in sopportare o simbolico “portare il peso” di una situazione psichica non consona al desiderio e più vicina alla necessità difensiva dall’angoscia. Gito sceglie di soffrire, piuttosto che abbandonarsi senza resistenze inutili al moto dei sensi e alle voglie del corpo birichino.
“A fatica respiro” equivale al simbolico affanno da abbandono da parte della figura materna e della perdita degli affetti consolidati. Gito è abbastanza cresciuto per sognare le dipendenze materne e per desiderare una “regressione” nostalgica al passato incantato dell’infanzia.

“Ad un tratto la visuale cambia e mi sveglio con gli occhi sbarrati.”

Gito ritorna in sé e si ricompone. L’Io assorbe l’Es per diventare padrone a casa sua senza inutili e pericolose scissioni difensive. Gito diventa consapevole del suo terrore nei riguardi della sua parte emotiva lasciata senza controllo e al suo moto uniformemente accelerato. Ha visto la sua parte affettiva e sessuale, la sua dimensione erotica e seduttiva e ha preso paura di un mancato controllo dell’Io sulle pulsioni. Rientrato dalla fuga da se stesso, Gito apprende quanta difficoltà incontra nell’affidarsi affettivamente e sessualmente all’altro.
La “visuale” equivale a un’intuizione proprio perché associata alla repentinità di “a un tratto”, di un bagliore di luce mentale. Per il resto la “visuale” si fissa nel proprio punto di vista mentale. Gito ha conosciuto una parte di sé che temeva e adesso è costretto a riassorbire quella consapevolezza che in precedenza aveva alienato con la scissione del suo “Io” e del suo “Es”, delle sue ragioni e delle sue emozioni.
“Mi sveglio” esprime benissimo l’intuizione della presa di coscienza che il corpo e la mente sono un tutt’uno inscindibile da non separare per difendersi dai moti dell’uno e dalle difese dell’altro.
“Gli occhi sbarrati” condensano la meraviglia terribile di un nuovo ed evoluto “sapere di sé”, più che la tradizionale paura che si attribuisce al modo di dire: un eccesso di consapevolezza. Occhio è simbolo di ragione e di realtà. L’apertura, più o meno drastica e determinata, degli occhi denota l’intensità del processo di consapevolezza.

“Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”

Gito ha ricomposto la scissione, difensiva dall’angoscia, del suo “Io” dopo aver preso coscienza del corpo e dei suoi diritti, delle sensazione e delle emozioni, delle pulsioni e degli affetti, ma l’effetto di questa ricomposizione non sembra essere benefico: tutt’altro! L’effetto è di disgregazione più che di frammentazione, di ritorno al nulla che si è sempre temuto, un “fantasma depressivo di morte”, di perdita della propria unità psicosomatica. Ma non è così, perché Gito finisce nel buio ossia si sta sciogliendo nelle sue emozioni senza sentire il bisogno di controllare e di controllarsi. “Disgregarsi” equivale a una risoluzione della vigilanza e a un saper vivere l’assenza della consapevolezza.
“Sono ritornato nel mio corpo” è uguale a “ho ricompattato il corpo e la mente”, ho ripristinato la mia unità psicosomatica irripetibile, mi sono reincarnato, ho preso consapevolezza del corpo e dei suoi diritti naturali.
Per vedere” significa per avere chiara consapevolezza che “mi sto disgregando”, che ho smontato le mie resistenze inutili al “sapere di me” e ho smantellato le mie difese psichiche per coinvolgermi con il corpo e la mente e per affidarmi affettivamente e sessualmente all’altro. Ho sciolto e ho ridotto quelle forze ostili alla consapevolezza.
“Per finire nel buio” equivale a un “per abbandonarmi senza supporti razionali a ciò che non so e che si deve soltanto vivere”, quelle emozioni e quelle sensazioni mai provate. Il sogno sembrava drammatico e metafisico, ma alla fine si è rivelato costruttivo e frutto di un’evoluzione psicologica piuttosto che di una involuzione e di un ritorno al nulla o al passato protetto e dipendente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gito attesta di una psicodinamica intesa alla fausta evoluzione e maturazione della “libido genitale” e della “posizione psichica” omonima. Dopo aver operato una scissione difensiva dell’Io per inquadrare il suo conflitto con il corpo e la sua angoscia, il protagonista opera una ricomposizione della sfera razionale e vigilante con la dimensione affettiva e sessuale, la giusta e naturale combinazione delle funzioni dell’Io e dell’Es. Nel finale del sogno è manifesto lo sciogliersi delle tensioni inutili e delle resistenze che impedivano la giusta presa di coscienza in riguardo ai diritti delle emozioni e dell’affettività, degli istinti e delle pulsioni. Il sogno di Gito non sviluppa nessuna questione metafisica o meta-psicologica sul destino umano dopo la morte.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Gito presenta in funzione le seguenti istanze psichiche.
L’Io vigilante e razionale è manifesto in “mi sto osservando” e in “vedo” e in “mi sveglio”.
L’Es pulsionale e rappresentazione dell’istinto è presente in “stanza da letto” e in “luce soffusa” e in “sto dormendo” e in “agitata” e in “sofferente” e in respiro a fatica” e in “occhi sbarrati” e in “disgregando” e in “finire nel buio”.
Il Super-Io non si manifesta.
Le posizioni psichiche richiamate e presenti nel sogno di Gito sono la “orale” in “respiro a fatica”, la “fallico-narcisistica” in “Mi sto osservando ai piedi del letto.” e la “genitale” in “ritornato nel mio corpo” e in “disgregando” e in “finire nel buio”.
Ricordo che la posizione “orale” è di qualità affettiva, la “fallico-narcisistica” è di qualità autocompiacimento, la “genitale” è di qualità altruistica.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Gito usa e manifesta l’uso dei seguenti “meccanismi” e “processi” psichici di difesa:
la “condensazione” in “stanza da letto” e in “luce soffusa” e in “sto dormendo” e in “respiro a fatica” e in “occhi sbarrati” e in “disgregando” e in “finire nel buio”,
lo “spostamento” in “vedermi” e in “osservando” e in “visuale” e in “ritornato nel mio corpo”,
la “drammatizzazione” in “Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.” e in “ mi sveglio con gli occhi sbarrati. Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”,
la “figurabilità” in “La stanza ha una luce soffusa” e in “vedo che a fatica respiro.” e in “mi sveglio con gli occhi sbarrati.” e in “Sono ritornato nel mio corpo per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.”,
la “scissione” in “mi sto osservando ai piedi del letto”,
la “negazione” in “non è la mia, non la riconosco”.
Non sono presenti i processi psichici della “sublimazione” e della “regressione”. Quest’ultima è in funzione nella funzione onirica con il fare al posto del pensare e con le allucinazioni al posto dei concetti, ma si intravede e si suppone in “a fatica respiro” per il suo richiamo all’infanzia e alla figura materna.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Gito presenta un tratto psichico “orale”, affettivo, all’interno di una cornice “fallico-narcisistica”, isolamento individualistico, in evoluzione verso il “genitale”, coinvolgimento. Gito è chiamato a portare in maturazione una “organizzazione psichica” ricca di tratti caratteristici e di amalgamarli senza nulla togliere e senza nulla prendere. L’obiettivo resta quello di compattarsi nelle differenti funzioni dell’unità psicosomatica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Gito forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “stanza da letto” e in “luce soffusa” e in “dormendo” e in “vedo” e in “occhi sbarrati”, la “metonimia” in “respiro a fatica” e in “ritornato nel mio corpo”, la “enfasi” in “disgregando” e in “finire nel buio”. Il sogno di Gito è ricco di simbolismo e di figure retoriche, nonché di una vena narrativa con sequenze horror.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “scissione dell’Io” operata dal protagonista in risoluzione e composizione della “posizione genitale”. Gito approfitta della “scissione dell’Io” per separare la parte istintiva dalla parte razionale e per recuperare la composizione e per riformulare la “libido genitale”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gito di portare avanti il processo di “razionalizzazione” dei conflitti in riguardo alla sfera affettiva e alla sfera erotica e sessuale, il contrasto tra un corpo che desidera e una mente che diffida. Gito deve far perno sulla sua abilità mentale per destituire la carica nervosa che sottende la relazione con le persone significative della sua vita: fidarsi e affidarsi a tutti i livelli senza abdicare allo spirito critico.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel rafforzamento dell’uso del meccanismo delicato e pericoloso della “scissione dell’Io” operando una rottura della sua unità psicosomatica in un “Io” che vigila e un “Es” che pulsa, una “mente” che pensa e un “corpo” che ha bisogno. Il rischio della degenerazione è lo “stato limite” e la crisi del “principio di realtà”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi” e dei simboli, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gito è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sulla brevità narrativa, per cui il sogno di Gito merita l’appellativo di “sogno dell’Es”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Gito si attesta in una semplice difficoltà relazionale o in una insoddisfazione del proprio comportamento. Un sogno profondo non ha bisogno di una causa eclatante per essere formulato. Tutt’altro! Basta una libera e leggera associazione o una semplice e lineare emozione.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Gito è surreale. La trama parla di una questione metafisica, l’anima, e di una questione meta-psicologica, la “scissione” tra mente e corpo, attraverso una psicodinamica di riattraversamento e di riformulazione degli investimenti di “libido genitale”.

REM – NONREM

Il sogno di Gito si è svolto nella seconda fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. Le linee narrative sono elaborate in tutta semplicità.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Gito è prevalentemente visivo e usa la “vista” in maniera forte in “vedermi mentre sto dormendo.” e in “Mi sto osservando ai piedi del letto.” e in “Vedo che sto dormendo in maniera agitata, sofferente e vedo che a fatica respiro.” e in “per vedere che poco a poco mi sto disgregando per finire nel buio.” Quest’ultima visione produce una coalizione globale dei sensi.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Gito, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Gito, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della surreale, quanto diffusa, psicodinamica. Il sogno di Gito è prossimo all’oggettività o verità di fatto.

DOMANDE & RISPOSTE

Il sogno di Gito è stato analizzato da un lettore anonimo che ha posto le seguenti domande.
Domanda
Niente di paranormale in questo sogno?
Risposta
Il sogno in generale non svolge nessuna dinamica paranormale anche se affronta questioni psichiche in riguardo alle principali angosce umane, quali la morte e la vita oltre la morte o la sopravvivenza dell’anima o energia. Gito ha usato in sogno il meccanismo psichico di difesa della “scissione dell’Io” e della “negazione” e si è rappresentato in un corpo che giace e in una mente che opera dei rilievi sui conflitti psichici del protagonista.
Domanda
Mi è sembrato di capire che lei non crede nell’anima e nell’immortalità dell’anima.
Risposta
Hai capito molto bene.
Domanda
E perché?
Risposta
Preferisco usare altri meccanismi di difesa per curarmi l’angoscia di morte, quella sensazione struggente percepita dai “primati” superiori ed elaborata ideologicamente in mille salse. Gli uomini si differenziano dagli altri animali perché possiedono “processi primari e secondari” diversi, non superiori, nella qualità. Le scimmie superiori o uomini hanno più ragione a discapito del senso e producono riflessioni astratte e costruiscono oggetti simbolici. C’è tanto di altro su questo tema, ma non mi sto a dilungare.
Domanda
Orazio credeva nella sopravvivenza della sua opera poetica.
Risposta
Proprio così. Orazio aveva per tutta la vita tenuto in considerazione la possibilità di morire. Questa presenza costante è stata un esorcismo e una terapia che lo hanno portato a vivere al meglio possibile ogni esperienza di vita e non lasciandosi mancare niente. Il “carpe diem” era il suo antidepressivo, così come la sua angoscia si è scaricata e purificata nelle sue opere poetiche: teoria della “catarsi” di Aristotele.
Domanda
Quindi la psicoterapia dell’esistenza è vivere intensamente e al presente?
Risposta
Senza strafare, è ovvio. “Ci sono dei confini, al di là e al di qua dei quali non si attesta la rettitudine”.
Domanda
Spieghi meglio “la vita oltre la morte” degli americani.
Risposta
Le persone rientrate dallo stato di coma hanno raccontato di essere uscite dal corpo e di averlo osservato dall’alto della stanza, di essersi sentite leggere e di aver vissuto un grande benessere, di aver visto presenze, conosciute e non, che le accompagnavano e suggerivano, di essere ritornate nel corpo con riluttanza e altro. Il coma è l’anticamera della morte, è uno stato di sonno profondo e reversibile in cui l’attività psichica è in atto sotto forma di sogno. Come il sogno del sonno anche quello del coma esprime un vissuto personale, un dato psichico in atto.
Domanda
Ma i sopravvissuti dicono le stesse cose.
Risposta
Perché quando stavano bene, hanno pensato queste cose in riguardo alla morte usando i meccanismi di difesa dall’angoscia. Le religioni esagerano in tal senso con le teorie materiali sul dopo la morte, ma una persona comune pensa e razionalizza in attesa di morire. Questo materiale psichico sottile e quotidiano si sedimenta e viene fuori nei momenti più vicini alla morte. Si elaborano teorie già pensate, sentite e vissute. Sulla morte in sé nulla possiamo dire, perché, come insegnava Epicuro, non è un’esperienza realmente vissuta. Ogni uomo ha una sua convinzione o idea sempre basata sui propri vissuti psichici e sulle produzioni mentali, filosofie e religioni.
Domanda
L’Es è governato dal “principio del piacere” anche nel dolore?
Risposta
L’intensità della sensazione è importante al di là della qualità. Del resto, il sadomasochismo insegna che si può trarre intenso piacere da un dolore fisico, un orgasmo da una violenza fisica o da una vibrazione spasmodica, un appagamento da una sottomissione. Il piacere ha una evoluzione complessa e non si identifica con quello che si intende nel vocabolario e nel linguaggio corrente. Lo stesso Freud aveva definito il sogno come “l’appagamento di un desiderio rimosso”, ma alla luce dei sogni angosciosi gli fu obiettato che la sua tesi non reggeva. La risposta che io ho dato prima, ricalca quella di Freud.
Domanda
Gito ha bisogno di psicoterapia?
Risposta
Si, Gito deve rassodare le consapevolezze che spontaneamente emergono nel sogno attraverso un lavoro organizzato e ordinato su se stesso. Ne ha bisogno per migliorare la qualità della sua vita e delle relazioni con il corpo e con le donne. Il sogno aiuta a sprazzi e in base alle emergenze quotidiane, ma non può procedere con metodo. E poi Gito ha bisogno di chi gli interpreta i sogni. Con un buon compagno di viaggio Gito può arrivare in America ed evitare brutte sorprese per il futuro.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Al sogno di Gito mi è sembrato ovvio associare un bel prodotto culturale di musica leggera
L’ “ANIMA CHE VOLA” DI ELISA
E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.
Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?
La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.
“L’anima vola”
Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

Il prosieguo della decodificazione lo riservo al prossimo futuro. Questa anticipazione parziale serve a far capire che si dice “anima” ma significa “femminilità”, si dice “immortalità” ma significa “onnipotenza, si dice “morte” ma significa “distacco” et cetera et cetera et cetera. Il linguaggio dei simboli è un altro vocabolario.

“L’anima vola” di Elisa va gustata in onore alla dea madre, vostra madre tutta ricordo o tutta ciccia. Dipende dal grado di fortuna che vi portate addosso.

 

LE DUE COCCINELLE E LE ALTRE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina che, quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.
Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.
Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla.
A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”
Così e questo ha sognato Vittoria.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Vittoria viaggia spazialmente dal basso verso l’alto, da “in piedi vicino al tavolo” a “sopra la tavola”, e procede materialmente da un “macro” verso un “micro”, da una bambina di “circa tre anni” a “due coccinelle”. Parte, inoltre, da una realtà spaziale in atto, “la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina” e approda all’embrione, all’uovo e allo spermatozoo, l’origine e la formazione della bambina. Lo scorrere temporale del sogno procede originalmente a ritroso, una difensiva “regressione”, verso una desiderata e progettata gravidanza.
Vittoria riesuma e riattraversa nel sogno la sua dimensione psicofisica materna, la maternalità e la maternità, l’istinto e l’appagamento, il desiderio e la realizzazione. Parte dalla visione della donna in cui si è “traslata”, la “capa ufficio”, per ricordare e ripensare se stessa quando voleva e poteva diventare mamma. Vittoria sviluppa il meccanismo biologico della fecondazione, della nascita e della crescita di una bambina, l’oggetto del suo desiderio: la coccinella, il feto, la bambina.
Ho rimesso in piedi e attualizzato il sogno capovolto di Vittoria.
Dopo aver rilevato che il movimento dal basso verso l’alto condensa il processo psichico della “sublimazione della libido”, che il processo fisico da un “macro” a un “micro” esprime una contrazione depressiva della vitalità, che la “regressione” temporale è un meccanismo di difesa dall’angoscia, che è degno di nota l’uso del meccanismo onirico della “figurabilità”, abilità naturale e spontanea a tradurre un concetto o un’idea in una forma e in un’immagine adeguate, dopo questi rilievi posso procedere con curiosità nella decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina”

Vittoria si trasferisce subito nella sua “capa ufficio” e nella sua dimensione psicofisica materna: meccanismo di difesa della “traslazione”. Ha un conto sospeso con la maternità e approfitta dello stimolo di una persona conosciuta e autorevole per sciorinare i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” in proposito.
La “capa ufficio” attesta di un buon senso dell’Io, la “casa” è simbolo della struttura psichica e della “formazione psichica reattiva”, la “bambina” non rappresenta Vittoria da piccola, ma l’oggetto del desiderio materno proprio per la successiva psicodinamica simbolica regressiva.

“che, quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.”

Ecco la psicodinamica di cui si diceva. Vittoria parte dalla realtà di fatto, una bambina di “circa 3 anni” e “in piedi vicino al tavolo” per arrivare a uno stato di minorità spaziale e temporale: “sopra la tavola diventava sempre più minuscola”. Vittoria si è traslata nella capa ufficio e non nella bambina perché è disposta a svolgere l’iter della maternità in maniera regressiva, un’evoluzione alla rovescia che non è un’involuzione.
Il “tavolo” è simbolicamente freddo rispetto alla “tavola” e rappresenta la relazione sociale e il coinvolgimento politico, il dialogo e la dialettica ideologica, un altare sconsacrato. La bambina può far da sé, “è in piedi”.
La “tavola” rappresenta simbolicamente l’offerta di “parti psichiche di sé”, la disposizione donativa, “genitale”, condensa il teatro dell’esibizione di sé, dal desiderio al trauma, dall’armonia al conflitto. Nel contesto psichico di Vittoria si esibisce la bambina autonoma e l’infante dipendente, “vicino al tavolo” e “sopra la tavola”.
“diventava sempre più minuscola.” Regressione alle origini con prima tappa al feto, per approdare all’embrione e al seme o all’uovo. L’evoluzione all’incontrario e alla moviola è servita dal sogno birichino!
Magia del sogno e dei “processi primari”!
La “Fantasia” allucina il “ritorno al passato” spaziale e temporale. La radice etimologica greca dice di “un prendere luce”.

“Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.”

Ecco l’istinto materno!
Vittoria protegge la sua maternità e tutela il suo diritto a essere madre con l’amore verso quell’embrione da salvaguardare. Vittoria rievoca le sue ansie e le sue paure in attesa e in difesa di quella maternità che forse non è più possibile.
Vediamo i simboli.
“Attenta” equivale a “intenzionata”, con la mente rivolta a un oggetto specifico. Vittoria ricorda il suo interesse verso la maternità e il suo bisogno di tutelare e di tutelarsi dalla perdita di questa prerogativa classicamente femminile.
“Non cadesse”. Si diceva della “perdita” ed ecco che arriva immancabilmente il “fantasma” chiamato in causa. L’atto del “cadere” è simbolicamente un perdere e un rovinare, associa e condensa un danno doppio.
“Nessuno lo schiacciasse” presenta ancora l’istinto materno che protegge a tutti i costi il figlio dall’annientamento. La pulsione filogenetica, amore della Specie, si afferma nella tutela della gravidanza e della maternità. L’atto dello “schiacciare” condensa un bruttissimo “fantasma di morte” e si attesta in una pulsione sadomasochistica in espiazione del senso di colpa. Ricordo anche che la signora della vita e della morte è sempre l’archetipo Madre.

“Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla.”

Vittoria persiste nel portare avanti la rivisitazione a ritroso del suo passato, nello specifico la sua pulsione alla maternità, dopo aver trovato nella “capa ufficio” e in sua “figlia” adolescente un potente stimolo per formare il sogno. Si trova alle prese con la difesa spasmodica della sua costellazione psichica materna attraverso la paura, non tralignata ancora in angoscia, di un possibile annientamento della figlia ormai ridotta nei termini di un feto nella quarta settimana di vita. Vittoria sta difendendo la vita della bambina da una possibile morte per annientamento.
Quante fantasie si legano a questo bisogno di mantenere la vita nelle menti delle adolescenti e delle giovani donne in specie nei riguardi delle mestruazioni e dopo i rapporti a rischio!
“piccola come la falange di un dito” si traduce nell’essere un embrione.
“io con la mano cercavo di proteggerla.” come in un’alcova, un grembo caldo e protettivo. Degna di nota e l’uso del meccanismo onirico della “figurabilità”, esprimere un concetto secondo una forma e un’immagine.

“A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”

Continua il processo di ritorno all’origine attraverso il rimpicciolimento e la regressione, la riduzione dello spazio e l’inversione del tempo come in una moviola che consente di rivedere il presente dentro il passato fino all’origine. Vittoria evidenzia le due coccinelle, seme e uovo, prima della fecondazione. Ma non basta, perché il sogno è oltremodo deciso ad approfondire il viaggio dal momento che è ben difeso e ben coperto nel suo “contenuto latente” dal “contenuto manifesto”. Il vero significato non si evince minimamente dalla trama del sogno nel suo apparire e oscillare tra l’istinto e l’amore materni. Questa apparente tranquillità sta sfociando nella simbologia di un trauma e di un qualcosa di drammatico a metà tra fantasia e realtà. O si tratta delle fantasie adolescenziali di una ragazza che desidera e teme l’ingravidamento o si tratta di un’esperienza traumatica vissuta proprio sull’insorgere di una gravidanza: una gravidanza extra-uterina.
Procedere con eleganza è opportuno alla luce dei temi supposti e trattati.
“sempre nella mia mano”: la mano funge simbolicamente da grembo per le due coccinelle, il seme e l’uovo.
“ho due coccinelle che spiccano il volo”. Nella meravigliosa riduzione spazio-temporale che Vittoria sta operando in sogno, il tornare indietro nello spazio e nel tempo perviene al “minimum” biologico consentito dal senso della vista, lo spermatozoo e l’uovo. Vediamo dove approdano le due coccinelle.
“vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile”. L’anta suppone un armadio, un mobile contenitore che evoca e condensa un grembo e la recettività materna di un utero atto a portare avanti una fecondazione evolvendola in nove mesi di gravidanza e in un accrescimento delle coccinelle, uovo e seme. Ma queste cellule primarie della vita non entrano nel “mobile” aprendo magari “l’anta”, ma restano fuori e si appoggiano soltanto al recipiente deputato alla formazione della vita, l’utero per l’appunto. E allora, restando fuori, significa che non hanno attecchito tra di loro e dentro il vaso che serve. Una gravidanza extra-uterina o una fantasia adolescenziale di gravidanza con la giusta difesa dall’angoscia congenita nei “fantasmi” della gravidanza e del parto.
“lì vicino accanto ad altre coccinelle.” tra i milioni di spermatozoi e le tante uova disponibili per essere fecondate ed evolversi in embrioni. Finisce il viaggio a ritroso di Vittoria nella ricerca onirica dei suoi “fantasmi” e dei suoi vissuti in riguardo alla maternità e gravidanza. Si ricorda che, dopo il coito completo e andato a buon fine, permangono in vagina miliardi di semi in attesa d’incontrare nello spazio l’uovo se il tempo è giusto. Soltanto uno avrà la palma della vittoria. Gli altri concludono qui il loro degno viaggio biologico.
Si conclude in questo modo anche il sogno di Vittoria.

PSICODINAMICA

Il sogno di Vittoria sviluppa in maniera originalissima e creativa l’itinerario biologico dell’esperienza meravigliosa della maternità partendo da una realtà in atto, una bambina, per approdare alle entità costitutive dell’embrione e per scinderlo nel seme e nell’uovo. Questa “regressione” spaziotemporale approda alla fantasia adolescenziale della fecondazione e della gravidanza o rievoca un’esperienza di una gravidanza extra-uterina, un trauma ben organizzato e razionalizzato alla luce del modo in cui viene elaborato dai “processi primari” deputati a dare forma ai contenuti del sogno. Il risultato di tanto complotto è un prodotto unico ed eccezionale per le modalità da saltimbanco attraverso le dimensioni fisiche dello spazio e del tempo, a riprova che la Psiche è fuori da queste categorie filosofiche e scientifiche, quasi a voler attestare di un “breve eterno” implicito nella memoria e nella coscienza. Agostino di Tagaste si era espresso in tal senso nel quarto secolo dopo Cristo a proposito dell’anima: il tempo è la distensione al presente verso il passato e il futuro.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Vittoria evidenzia le seguenti istanze psichiche: “Io” vigilante e consapevole basato sul “principio di realtà” in “Io stavo attenta”, “Es” pulsionale e rappresentazione dell’istinto e basato sul “principio del piacere” in “che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.” e in “due coccinelle che spiccano il volo”. Il “Super-Io limitante e censorio, basato sul “principio del dovere”, non compare. Le “posizioni psichiche” chiamate in causa sono le seguenti: la “genitale”, donativa e basata sul riconoscimento dell’altro, è dominante e presente in “la mia Capa Ufficio nella sua casa con la sua bambina” e in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.” e in “Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla”, la “anale” con la “libido sadomasochistica” è presente in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle”: pulsione violenta e rottura difensiva dell’unità dell’embrione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Vittoria usa i seguenti “meccanismi” e “processi” psichici di difesa: la “condensazione” in “casa” e in “coccinelle”, lo “spostamento” in “bambina”, la “traslazione” in “capa ufficio”, la “figurabilità” in “quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.” e in “Era diventata piccola come la falange di un dito” e in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”, la “drammatizzazione” in “Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.”. I processi psichici di difesa innescati sono la “sublimazione” in “sopra la tavola”, la “regressione” in “diventare sempre più minuscola”. Ricordo che la “regressione” è presente anche nella funzione onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto dell’esercizio normale dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Vittoria manifesta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica orale”: disposizione alla maternità e pulsione affettiva. Alla ricerca del tempo e dello spazio perduti Vittoria elabora in progressione regressiva le sue esperienze in riguardo alla fecondazione e alla maternità.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Vittoria forma ed esibisce le seguenti figure retoriche.
La “metafora” o relazione di somiglianza in “tavolo” e in “tavola” e in “coccinelle”. La “metonimia” o nesso logico in “mano” e in “volo” e in “anta di un mobile” e in “non cadesse” e in “nessuno la schiacciasse”. La “sineddoche” o la parte al posto del tutto e viceversa in “due coccinelle che spiccano il volo”. Nel complesso il sogno di Vittoria possiede una tematica poetica all’interno di una narrazione naturale quanto surreale. In special modo l’ultima parte è degna di una vena lirica: “A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “regressione temporale” e di una “riduzione spaziale” in progressione armonica alla ricerca della fecondazione e della gravidanza mancate o non andate a buon fine, in una con il desiderio e la pulsione di maternità. In termini clinici trattasi di una frustrazione dell’istinto materno e dell’esperienza collegata in una cornice di vanificazione del seme e dell’uovo.

PROGNOSI

La prognosi impone a Vittoria di compensare la sua maternità inappagata con adeguate “sublimazioni” funzionali sempre ad azioni fattive in favore di una realizzazione sentimentale ed estetica: sentimenti d’amore e culto della bellezza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “psiconevrosi istero-fobica e ossessiva” in caso di mancato funzionamento del processo di difesa della “sublimazione della libido” e in un ritorno pesante del sentimento della nostalgia, dolore del desiderato ritorno. Trattandosi di maternità mancata, qualora i livelli di tensione superano l’omeostasi, è possibile la difesa della “conversione isterica” con significative somatizzazioni.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Vittoria è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale di gran lunga sulla trama narrata.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Vittoria, il “resto diurno” del “resto notturno”, si colloca nella visione di una bambina, come suggerisce la stessa trama del sogno, o in una riflessione esistenziale sullo stato psichico in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Vittoria è decisamente surreale proprio nel suo andare a ritroso con lo spazio e con il tempo.

REM – NONREM

Il sogno di Vitoria si è svolto nella seconda fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. La protagonista rievoca con una buona copertura difensiva il suo viaggio a ritroso nella maternità usando bene i meccanismi psichici del “processo primario”, nonché la cosiddetta “censura onirica”, per completare il suo personale itinerario psichico e umano. Pur tuttavia l’agitazione da meraviglia non deve essere stata da poco.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Vittoria usa in maniera prevalente il senso della “vista” e lo allucina in “due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”. Il “tatto” è presente in “sempre nella mia mano, ho due coccinelle”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Vittoria, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Vittoria, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere con curiosità letto la decodificazione del sogno di Vittoria.
Domanda
E così il sogno sa fare anche le acrobazie e sa navigare nello spazio e nel tempo come gli pare.
Risposta
Proprio così, ma non come gli pare, secondo le sue leggi e i suoi schematismi, secondo le sue proprietà e le sue finalità: aiutare il sognatore a capire e a capirsi semplicemente perché ha tirato fuori tutta roba sua. Attenzione, però! Il sogno viaggia nel tempo ma nella dimensione del presente attraverso la sua capacità di rielaborare e di riattualizzare.
Domanda
E lo spazio?
Risposta
Lo spazio in atto della psiche è il corpo con il suo divenire, quel vissuto dell’evoluzione biologica operato sin dalla nascita dall’istanza “Es”, la capacità di rappresentare le pulsioni e i movimenti psicosomatici degli istinti attraverso i “fantasmi” che di poi si evolvono, pur permanendo come attività e prodotti mentali, in rappresentazioni consapevoli delle funzioni corporee, sempre nobili, elaborate dall’Io razionale e tradotte in concetti. La questione, più che complessa, è molto discussa per la presenza di tanti pregiudizi morali religiosi e politici sulla vita istintiva dell’uomo e del cittadino.
Domanda
La psiche muore con il corpo?
Risposta
Sono una sola entità, un tutto unico e inscindibile: concetto olistico. La vita è legata alla consapevolezza e nello specifico alla coscienza dell’angoscia di morte. Più chiaro è il “sapere di sé” e più intenso è il vivere. Orazio aveva escogitato all’uopo il “carpe diem” come metodo per vivere le sue voglie sessuali sulla bella Leuconoe o sul giovane schiavo. Lo aveva indicato poeticamente agli altri per giustificare se stesso e il suo corpo che pulsava “libido” latina. Si può tranquillamente dire che il “carpe diem” ha avuto e ha tanta fortuna storica, culturale, psicologica, estetica perché Orazio ha saputo dare con lo zucchero le verità più belle e più amare riguardo all’uomo, come quella che afferma che il suo essere si riduce alla sua unità psicosomatica, il “Corpo-Mente”.
Domanda
Mi spiega le fantasie sulle mestruazioni e sulla fecondazione delle adolescenti?
Risposta
L’assenza di un’educazione sessuale e la presenza in Occidente dei tabù religiosi intorno al corpo, la coalizione micidiale di cristianesimo e luteranesimo e calvinismo e altra compagnia cantante, questa mistura porta naturalmente alla formazione di conoscenze individuali o condivise con un gruppo di trasgressori, a un’educazione solipsistica o settaria. Ai naturali fantasmi della bambina in riguardo al suo corpo e alla sessualità si aggiungono il silenzio degli adulti e i divieti sociali. Tante bambine si sono scoperte donne attraverso il “fantasma di morte” associato al sangue, il liquido simbolicamente vitale che, se si perde, scatena angoscia. E poi, anche i testi sacri evocano la punizione per la manipolazione del sangue. E le culture non discriminano ancora le donne per la loro impurità mestruale? E la religione cristiana non escludeva le donne dalla comunità durante l’impurità della gravidanza nell’evidenza che era stata sessualmente con un uomo o con il suo uomo? Soltanto dopo la quarantena di purificazione la donna madre era ammessa nella comunità cristiana. E di quante altre colpevolizzazioni e criminalizzazioni è cosparsa la strada che porta al martirio della donna sin dal suo essere nel grembo di un’altra donna che non l’aiuterà a liberarsi dalla schiavitù culturale e religiosa. Anzi, spesso sono le madri a confermare e a cresimare la sottomissione globale delle figlie al maschio secondo lo statico principio storico del principe di Lampedusa, il Gattopardo: tutto cambia purché nulla cambi.
Domanda
Io le avevo chiesto le fantasie sulla mestruazione, sulla fecondazione e sulla gravidanza.
Risposta
Hai perfettamente ragione, ma mi sono lasciato prendere da un argomento tragico e attualissimo e da una misoginia dura da debellare nella psiche ballerina e fragile dei maschi. Provvedo alla richiesta. Le mestruazioni evocano angosce che si traducono in fantasie di morte da devitalizzazione progressiva: “fantasma”. L’aiuto affettivo e tecnico della madre e del padre è importantissimo. Ho detto del padre, non basta la madre. La dinamica della fecondazione, coito, tira fuori angosce di violenza e di morte per lacerazione delle parti intime e per sfondamento del ventre, pericolose “angosce di frammentazione” propedeutiche allo stato psicotico transitorio o persistente. La bambina non riesce a concepire in maniera piacevole la penetrazione, specialmente se si è imbattuta nell’improvvida visione di un pene adulto in erezione. L’educazione sessuale e la presenza affettiva dei genitori sono determinanti per convertire le diverse angosce in accettazione e orgoglio del genere femminile e del ruolo di donna. Intorno alla gravidanza è necessaria più che mai la presenza e la chiarezza dei genitori, madre e padre, nonché la precisione scientifica commisurata allo sviluppo della mente infantile. Le varie metafore della cicogna e del cavolo sono da riservare alle favole. I “fantasmi” collegati alla gravidanza sono sempre di morte per frammentazione, come ho avuto modo di spiegare in un altro sogno,
Domanda
Cosa mi dice del “coitus interruptus”?
Risposta
E’ l’antifecondativo storicamente primario e praticato fino a quando la donna ha subito una dipendenza culturale e giuridica dal maschio: anni settanta. La conquista dei diritti civili ha indotto le donne a scegliere e a proporre altre forme anticoncezionali, chimiche o meccaniche. La pratica del “coitus interruptus” era ed è tremenda per i danni psicofisici che ha prodotto e che produce: tensione nervosa, caduta della “libido”, impotenza e frigidità progressive fino alla dismissione dell’esercizio sessuale. Come tutte le cose fatte a metà il coito interrotto non è una buona, bella e giusta pratica. E’ una contraddizione nei termini, una fusione a metà.
Domanda
E’ sicuro della gravidanza extra-uterina?
Risposta
Il sogno dice simbolicamente che le coccinelle si fermano fuori dall’armadio, lo sperma non feconda l’uovo, assieme a tante altre, l’eiaculato. La “figurabilità” indica che può essere un “coitus interruptus” con il deposito dello sperma sul pube e “ante portas” o una gravidanza extra-uterina, l’embrione depositato fuori dell’utero. Il sogno è capace di elaborare idee ed esperienze in maniera originalissima.
Domanda
Un’ultima cosa: la differenza tra “tavola” e “tavolo” mi sembra molto sottile, quasi fragile.
Risposta
Il “tavolo” è maschile e appartiene al Padre. E’ privo di affetto e si può sublimare nell’altare e nel sacrificio sacrale. La “tavola” appartiene alla “Madre” ed è colma dei doni della “genitalità”. Sulla tavola c’è il cibo, simbolo dell’amore materno in esaltazione della vita. Ma non dimentichiamo che l’archetipo Madre sa anche essere violento. Chiedo io una cosa a te: non ricordi una tavola imbandita che ti ha fatto percepire briciole di felicità e di pienezza psicofisica?
Domanda
Sì, quand’ero piccola e di domenica, quando si pranzava tutti insieme. Un’ultima domanda: a questo sogno quale canzone associa?
Risposta
E’ obbligo associare un prodotto culturale e popolare volutamente compilato secondo il processo di “regressione” negli anni settanta da parte di un quartetto di autori e cantanti molto espressivi e capaci di provocare emozioni non soltanto nei giovani di allora, ma soprattutto nei giovani di oggi. Viene confermata la tesi che certe movenze dell’animo e dei sentimenti sono senza tempo. Il titolo è “Sola in the night” e gli autori del “benfatto” sono Takagi & Ketra con Tommaso Paradiso ed Elisa. Anche il video è ispirato agli abiti del tempo passato e ai modi d’incontrarsi e di vivere i sentimenti, della serie “mi piaci, ma farò di tutto per non fartelo capire e per evitarti”. Trattasi di manovre logistiche che occultano il meccanismo di difesa dello “annullamento” a manetta: destituire la carica sentimentale e sensuale da un’idea o da un fatto reale, della serie vivo l’innamoramento a freddo e senza il trasporto erotico e sessuale. Mentire a se stessi era un costume psicopatologico degli anni settanta, come se fosse una debolezza innamorarsi, fare l’amore o, guai e poi mai, fare sesso. La cultura bacchettona, clericale e post fascista del tempo incorporava e metteva in atto gli schemi sadomasochistici della peggiore “libido anale”. Tanto meglio oggi, decisamente, sia pur con i risvolti conflittuali tra maschio e femmina che comporta l’evoluzione e il progresso. E’ importante lasciare in vita l’attrazione, la seduzione e lasciarsi andare alle emozioni con una leggera consapevolezza, quella che serve per godere. Eppure, in quel tempo gli autori della canzone in questione hanno trovato un “mare magnum” da rivivere, sicuramente perché lo hanno sentito soltanto raccontare. A titolo esemplificativo adduco il concetto base di “Sola in the night” : “certo che lo sai, prendi tutto e te ne vai per vedere se è vero che poi ti vengo a cercare; ritorni solo se cambia tutto tranne te”.
In un recente passato questi amabili signori Takagi e Ketra, in compagnia di Arisa e di Lorenzo Fragola, hanno proposto con interesse una satira sulla contemporaneità in musica leggera, la canzone “L’esercito del selfie”, dove hanno messo in rilievo la degenerazione del narcisismo elettronico e la desessualizzazione della coppia. Il bisogno di essere in linea e di avere “campo” supera di gran lunga l’attrazione umana. Ma di questo brano si parlerà in un momento opportuno.
Consiglio per i naviganti: ascoltare la canzone partecipando al ritmo e al contenuto senza alcun impegno intellettuale.

 

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Vittoria è dominato dal meccanismo psichico primario della “figurabilità”, per cui è importante un breve approfondimento tratto dal mio lavoro “Sogno e fantasma”.
“Dal momento che il “lavoro onirico” trasforma le rappresentazioni profonde e i desideri rimossi in allucinazioni sensoriali, prevalentemente visive e uditive, prendiamo in considerazione a questo punto il meccanismo della “figurabilità”, deputato proprio alla traduzione in immagine dei contenuti che formano la trama del sogno.
Risulta determinante mettere in rilievo due aspetti: in primo luogo la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione profonda e che meglio si prestano alla sua espressione visiva, in secondo luogo la tendenza a operare spostamenti da un concetto astratto a un’immagine concreta.
Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.
In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto. Essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale hanno assunto un significato e un contenuto astratti.
Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.” Esempio: l’oggetto Dio abbracciava i concetti del Bene e del Male, oggetto morte includeva i concetti del premio e del castigo, della conquista e della perdita.

BOLLETTINO PER I NAVIGANTI

PSICODRAMMA DELL’ANORESSIA MENTALE

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SINTESI ESPLICATIVA DI “IO E MIA MADRE”

Ho onorato il Padre e la Madre e sono rimasta schiava.
Ho ucciso il Padre e la Madre e sono rimasta sola.
Ho riconosciuto il Padre e la Madre e sono rimasta libera.

“Io e mia madre” condensa lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e riflessioni di un travaglio il libro snoda le figure dei genitori, il conflitto tra il corpo e la mente, la ricerca dell’identità psicofisica migliore possibile. Protagonisti sono il famigerato e benemerito “fantasma di morte”, la degenerazione della “posizione edipica”, il duro sentimento della rivalità fraterna: la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto in un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un corpo visibile che patisce e una mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei fantasmi dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso. Particolare importanza è stata data alla valenza affettiva legata alla degenerazione della “posizione edipica”. Vediamo qualche passo.

IL FANTASMA DI MORTE

“Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin dal momento in cui sei sputato su questa terra dal grembo di tua madre con tanto dolore.
Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

L’anoressia è una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è nevrotica, ma spesso trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. L’organizzazione psichica è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria non disdegnando la scissione dell’Io.

LA POSIZIONE EDIPICA

“Anch’io ho un padre e una madre.
Quando i miei genitori sono sereni e scherzano tra di loro, io, io tra di loro, mi sento soddisfatta e felice.
Poche volte i miei genitori sono stati sereni e poche volte io mi sono sentita soddisfatta e felice tra di loro.
Se litigano, so anticipatamente che vince mia madre; proprio l’opposto del mio desiderio.
Questa è un’altra grande ingiustizia che irrimediabilmente ho subito nel corso della mia strana vita: il modo infame con cui mia madre maltratta e disprezza suo marito.
Non mi resta che essere arrabbiata con lui e da delusa vado alla deriva in un mare di solitudine.”

Si pensava l’anoressia mentale come una psicodinamica privilegiata con la figura materna e legata a una frustrazione traumatica della “posizione orale” nel primo anno di vita con annessa “regressione”. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica” sia dominante e determinante al punto di evolversi da “psiconevrosi” in “stato limite”.

“ODI ET AMO”

“Catullo dedicava questi versi allo struggimento d’amore nei confronti di Lesbia; io li affitto per la mia relazione con il cibo.
“Ti odio e ti amo. Forse tu ricerchi perché io faccio ciò. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.”
Mi odio perché ti mangio e ti amo perché ti fai mangiare.
Mi amo perché ti mangio e ti odio perché ti fai mangiare.
Io non conosco l’origine di questo psicodramma, ma lo vivo dentro e mi distruggo.

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità.

IO SONO IL MIO CIBO, IO SONO IL MIO CORPO, IO SONO LA MIA MENTE

“La voce rivendica giustamente e con cortesia i diritti acquisiti dal corpo in tanti anni di vita, nonché gli accordi a suo tempo inscritti nella mia carne e intercorsi al momento del parto.
“Ricordi che tu eri il tuo corpo e non il tuo cibo ?
I am my body, i am not my food !
Ricordi l’angoscia dell’alienazione e l’idolatria del corpo ?
In preda all’angoscia e in maniera ossessiva tu ripetevi: I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food !
E la cadenza era quella di una nenia araba, la paura era quella di una bambina smarrita, l’isteria era quella di una femmina invasata, l’estasi era quella di una santa disperata.
Adesso tu dici che sei innamorata della tua mente, sostieni che non la cambieresti con nessuna cosa al mondo e insisti sul desiderio di barattare per lei alcune parti ingombranti del tuo corpo, le due natiche da tanga e i due seni da spagnola.
Eh, cara mia, risucchiata da questo pericoloso vortice, arriverai un giorno a dire: I am my mind !
E poi, ancora: I am my mind, i am not my body !
E così sia !”

Lo “stato limite” è evidente in questa scissione dell’Io, ma il delirio non compare in quanto l’analisi dello psicodramma è molto lucido. La capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica è notevole, ma non aiuta a risolvere il conflitto “corpo-mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Questa dote analitica diventa una resistenza al cambiamento, in quanto viene esercitata in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza.

LA RIVALITA’ FRATERNA

“Io la odiavo al punto che, guardando in cucina l’affilato coltello con cui mio padre affettava la soppressa, mi abbandonavo di gusto all’idea e all’emozione di ucciderla.
Immaginavo il suo sangue scorrere dalla gola e disegnare sul vestito celeste una preziosa trama a cubi e avevo la precisa impressione di una tela di Picasso o di una morte estetica.”

Il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante.

IL DOLORE DEL RITORNO AL PASSATO E LA GIOIA DEL RITORNO ALLA VITA

“Per non morire mai più nella mia vita e per cominciare finalmente a vivere mi sono distesa con cadenza periodica sull’abbozzo di un divano simile a un catafalco.
Il pendolo del tempo ha oscillato con armonia e il rituale profano si è ripetuto per anni secondo i pallidi cicli della bianca luna e in onore al mio nuovo essere femminile.
Il mio navigatore era uno strano cuculo e si chiamava Salvatore come il vecchio siracusano che a suo tempo mi aveva restituito alla vita chiamando una linda e solerte ambulanza.
Mi ha invitato ad andare a ruota libera con i miei pensieri e a tradurli da aborti di emozioni in rozzi suoni, da rozzi suoni in rudimenti di parole.
Sono andata a ruota libera con i miei pensieri e ho cercato la lingua giusta per il linguaggio del mio corpo e della mia mente.
Ho rivissuto il bisogno di potere e l’angoscia di morte, ho vissuto il progressivo “sapere di me” e il dolore per quei tanti qualcosa di mio che non avevo gustato semplicemente perché non ero riuscita a dar loro la vita, ho imparato il fare simbolico e ho assistito al morire della morte.
In questi esotici viaggi sono stata sempre protetta da una stanza bianca e sono stata seguita dai poster della necropoli di Pantalica, del teatro greco di Siracusa, di un balcone barocco con inferriata araba, della fonte Aretusa con il papiro egiziano, del tempio greco di Athena adattato in cattedrale cristiana e di un bambino voglioso che si tocca il pisello.
Sono riuscita a liberare la mia mente, a sentire il mio corpo, a ritrovare la lingua dimenticata e a inventare le parole giuste per il linguaggio di Mara.
Il mio “altro” era nato a Siracusa, non era vecchio e non era giovane, vestiva sempre in doppiopetto grigio senza essere mai elegante.
Del suo viso oggi ricordo soltanto i tratti marcati di uno strano Ulisse.”

“Senza l’altro” la risoluzione dell’anoressia mentale è difficile. “Con l’altro” si conserva l’organizzazione psichica acquisita, ma si diventa padroni a casa propria.

A PROPOSITO DI “IO E MIA MADRE”
di Salvatore Vallone

INCONTRO CON L’AUTORE

Come definirebbe “Io e mia madre” un romanzo, un saggio…?

“Io e mia madre” contiene lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e narrazione il libro svolge il conflitto della protagonista tra il Corpo e la Mente e con le figure dei genitori nella ricerca dell’identità e dell’equilibrio psicofisico migliore e possibile in quel momento storico della sua esistenza.
Quali sono gli argomenti trattati nel libro?
Protagonisti sono il famigerato “fantasma di morte”, il duro sentimento della rivalità fraterna, la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto si sviluppa dentro un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un Corpo visibile che patisce e una Mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei “fantasmi” dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso attraverso il cibo. Particolare importanza è data alla valenza affettiva ed emotiva legata alla degenerazione del conflitto con i genitori.

Come è strutturato il libro?

“Io e mia madre” è strutturato per quadri, una serie di paragrafi dal titolo specifico che sviluppa la psicodinamica dell’anoressia mentale nel corso dell’esistenza della protagonista. Il libro parte dalla crisi conclamata del Corpo e della Mente e arriva alla maturazione della scelta della psicoterapia. La protagonista si lascia cogliere attraverso le fantasie e le riflessioni, le idee e le emozioni, le pulsioni e i desideri che la contraddistinguono come persona unica e irripetibile. Il quadro clinico si evidenzia nella progressiva manifestazione dei sintomi e della cause, nonché nella delucidazione che la stessa protagonista offre a se stessa. Ogni paragrafo ha una sua autonomia, per cui “Io e mia madre” può essere letto anche in maniera libera per paragrafi.

Da cosa trae spunto?

Il libro è la trasposizione scritta di grammatica e di pratica, dello studio teorico e della pratica clinica. “Io e mia madre” conferma le tesi conosciute e amplia la psicodinamica dell’anoressia mentale. Soprattutto la funzione psicologica della figura paterna e la novità del “sentimento della rivalità fraterna” allargano il quadro clinico rispetto alle teorie del passato che inquisivano, più che il vissuto della figlia in riguardo alla madre, direttamente la figura materna come responsabile dell’anoressia mentale.

A chi si rivolge?

Nella sua forma saggistica e narrativa il libro può essere letto da chiunque ama conoscere i fenomeni e le dinamiche che coinvolgono l’inscindibile unione del Corpo e della Mente di un uomo. La lettura di “Io e mia madre” include lo specialista e l’appassionato e procede in maniera spedita e attraente anche grazie ai tanti riferimenti culturali ed eruditi che la protagonista esibisce insieme a un buon narcisismo.

Che cosa è l’anoressia mentale?

L’anoressia mentale è un grave e complesso disturbo psichico alimentare che si attesta in una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è “borderline” e trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. La “organizzazione psichica reattiva” delle persone anoressiche è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria, non disdegnando la “scissione dell’Io”. L’anoressia mentale non è clinicamente soltanto un disturbo ossessivo compulsivo, “d.o.c.”, ma si attesta con facilità nello “stato limite” e spesso travalica nel delirio psicotico. In compenso ha ampi margini di rientro dalle crisi acute, per cui la persona anoressica si riconosce dalla magrezza ma non dalle cadute del “principio di realtà”. Il delirio è soprattutto agito in un ambito personale, tra sé e sé.

Chi sviluppa l’anoressia?

Si pensava che l’anoressia mentale fosse riservata all’universo femminile e che sviluppasse soltanto una psicodinamica privilegiata con la figura materna. Ma è una tesi parziale, perché il disturbo scatta a determinate condizioni e in specifiche “organizzazioni psichiche reattive” e anche nei maschi. L’anoressia mentale è legata in origine a una frustrazione traumatica della “posizione orale” durante il primo anno di vita e alla sfera affettiva connessa solitamente alla figura materna. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori, sia dominante e determinante nel prosieguo psichico evolutivo della persona e del pesante disturbo.

Come e cosa si cura?

La psicoterapia a orientamento psicoanalitico è elettiva per capire le cause dello “stato limite”, il meccanismo della “scissione dell’Io”, il significato profondo del delirio. Altre scuole psicoterapeutiche hanno sempre un buon esito nel lucido psicodramma dell’anoressia mentale. Quest’ultima non si cura da sé o per grazia ricevuta. Le persone affette dal disturbo manifestano una buona capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica, ma queste abilità intuitive non aiutano a risolvere il conflitto “Corpo- Mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Addirittura queste doti analitiche diventano una “resistenza” al necessario cambiamento evolutivo, in quanto sono esercitate in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza. Senza “l’altro”, lo psicoterapeuta, la risoluzione dell’anoressia mentale è letteralmente impossibile. “Con l’altro” si prende coscienza dell’organizzazione psichica acquisita e si diventa padroni a casa propria. Una guarigione dell’anoressia mentale senza psicoterapia può comportare una “traslazione dei fantasmi” interessati in un disturbo compatibile e magari meno drammatico in un primo momento. Quando il meccanismo di difesa non funzionerà in maniera adeguata, l’anoressia mentale ritornerà più acuta di prima.

Quali caratteristiche umane hanno le persone anoressiche?

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre, hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità. A livello affettivo ed emotivo contraggono le energie invece di investirle, provocando le somatizzazioni più dolorose e originali. Hanno tanto bisogno di essere amate, ma non sanno in primo luogo accudire amorevolmente se stesse.

Dopo la psicoterapia è possibile una ricaduta?

La psicoterapia lavora sulla “coscienza di sé”, migliora la consapevolezza della propria storia psichica evolutiva, rende padroni in casa propria, raggiunge la consapevolezza della propria formazione psichica, accresce la funzione equilibratrice dell’Io sulle pulsioni più istintive e sulle repressioni più spietate. La psicoterapia è essenziale e, se ha avuto un esito fausto, consente alla persona di essere sensibile alle proprie debolezze per farne una forza. Una ricaduta è impossibile nel divenire psichico, ma momenti di crisi, con o senza ritorno del sintomo, sono umani e non avvengono all’insaputa del protagonista. In ogni caso gli strumenti conoscitivi acquisiti rendono il malessere di rapida risoluzione.

Come comportarsi se si teme la presenza di un disturbo del
comportamento alimentare?

I disturbi del comportamento alimentare sono ben radicati nella storia psichica della persona, per cui non vengono fuori all’improvviso. Prima inizia il trattamento psicoterapeutico e minori saranno i danni psicofisici. Se lo trascuri o non lo curi, questo disturbo traligna e porta alla dolorosissima e lenta morte per inedia e consunzione.

Nel dramma dell’anoressia mentale che ruolo ha la famiglia?

Le figure del padre e della madre sono importanti per la formazione psichica dei figli e, di conseguenza, del disturbo, ma tutto il quadro clinico dipende esclusivamente dai vissuti della persona, figlio o figlia, e non dal comportamento dei genitori. Mi spiego meglio. Con gli stessi genitori non tutti i figli maturano lo stesso disturbo psicosomatico o la stessa “organizzazione psichica reattiva” o struttura caratteriale. Di poi, il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva, che si attesta nel vivere il fratello o la sorella come tremendi rivali da eliminare perché portano via l’affetto dei genitori e i privilegi del figlio unico, è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante nell’anoressia mentale. Anche nella cosiddetta “normalità” il sentimento della rivalità fraterna incide nella formazione psichica.

Nel libro si afferma: “Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin
dal momento in cui sei spuntato su questa terra dal grembo di tua madre
con tanto dolore. Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle
camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti
riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

Perché nell’anoressia ricorre questa sfida continua all’autodistruzione?

Semplicemente perché l’anoressia mentale ha come basamento psichico il famigerato “fantasma di morte”, un vissuto traumatico di perdita e di qualità depressiva che si forma nel primo anno di vita durante la prevalenza determinante della “libido orale” e della funzione alimentare come appagamento. I bambini interpretano il sollievo dai morsi della fame come una forma di cura e premura di chi lo nutre ed elabora un sentimento interessato di gratitudine: un “imprinting” sublimato in sentimento d’amore, l’equivalenza del “chi mi ama mi nutre e chi mi nutre mi ama”. Ma non basta, perché l’anoressia mentale non sa fare a meno della “libido anale” e, quindi, dell’esercizio del sadomasochismo con manifestazioni aberranti dell’aggressività. Della relazione con i genitori e i fratelli, ho già detto. In questa psicodinamica si inserisce il “fare la corte alla morte”, nonché la sindrome del padreterno con il delirio dell’onnipotenza. L’anoressia mentale svolge una costante tenzone con la possibilità della morte: non mangio e vediamo fino a quanto tempo riesco a fare a meno del cibo per dimostrare agli idioti che io ce la faccio e non muoio. Su questi temi dinamici e conflittuali “Io e mia madre” è particolarmente ricco di significativi particolari e di apparenti curiosità.

La consapevolezza di sé e della propria sofferenza come vengono gestite da chi è affetto da anoressia? E le emozioni?

E’ molto diffusa la convinzione che il “sapere di sé” di socratica memoria sia affettivamente arido ed emotivamente freddo. L’autocoscienza si basa sulla funzione razionale dell’uomo, “processo secondario”, ed è stata sempre invocata dai filosofi della psiche e della conoscenza come la condizione di base o la categoria delle categorie. Il “conosci te stesso” non toglie nulla alla sfera affettiva ed emotiva, tutt’altro! Il “sapere di sé” esalta la dimensione neurovegetativa proprio perché la libera dalle inutili resistenze a lasciarsi andare che prima l’affliggevano con le censure e le difese. La consapevolezza di sé, della propria storia e della funzionalità psichica è per l’anoressia mentale la giusta ed efficace cura da portare avanti vita natural durante. Degno di nota al proposito è il quadro finale del libro dal titolo significativo “Il dolore del ritorno al passato e la gioia del ritorno alla vita”.
Queste sono soltanto risposte a domande. La lettura ordinata o disordinata di “Io e mia madre” completerà l’opera di comprensione.
La ringrazio.
Grazie a lei e a Segmenti per questa opportunità di comunicare con la gente.

 

LA CARTA DI CREDITO E L’UCCELLO DISPETTOSO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di aver perso sul marciapiede la carta di credito.
Mi giro, la vedo, voglio recuperarla, ma non riesco a correre e a raggiungerla e un uccello, un merlo o un corvo, la prende e la appoggia sul cornicione della casa di un mio collega.
Prendo una scala per recuperarla, ma il volatile se la riprende e la porta via.
Lo seguo con lo sguardo correndo e vedo che si posa sul ramo di un albero.
A quel punto mi arrendo e la considero persa.”

Questo e così ha sognato Valerio.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Valerio introduce la modernità elettronica della carta di credito in degna sostituzione di quello che nel recente passato era il denaro contante in carta e in metallo.
Nonostante l’innovazione il simbolo permane.
Trattasi della “traslazione” del potere in riguardo alla capacità d’investimento della “libido genitale”, la vita e la vitalità sessuale nel caso specifico.
La vita di un uomo è costellata dalle gioie e dai dolori procurati dalla dimensione psicofisica neurovegetativa, sessuale nel nostro caso. Proprio perché gestita dal “sistema nervoso involontario” e basata sulle pulsioni organiche definite sinteticamente “istinto” e rappresentate dall’istanza psichica “Es”, l’esercizio della sessualità è particolarmente delicato nelle sue manifestazioni più umane e intime, oltre che sensibile alle suggestioni personali e agli stimoli più originali. La sessualità risente naturalmente degli umori e degli ormoni, così come delle emozioni e delle relazioni. Tante sono le definizioni che sintetizzano questo segnale di attrazione e questo effetto spontaneo: “farfalline nello stomaco”, tuffo al cuore”, mi fai sangue”, “perdo la testa” e altro.
La vita sessuale risente anche dei disagi esistenziali e delle contingenze più imprevedibili, evidenzia e diagnostica la disarmonia psicofisica in atto in ogni persona che soffre di altro e di tanto.
Di poi, bisogna considerare che viviamo in una cultura a matrice sessuofobica, nonostante le apparenze effimere del progresso civile e giuridico. La peccaminosità, più o meno mortale, viene istillata dalle religioni imperanti e dalle politiche bacchettone al punto che ancora nel nostro Belpaese non si insegna un materia scolastica che evochi in qualche modo l’educazione al rispetto del corpo e nello specifico alla vita sessuale. Alla sessuofobia si aggiunge, in completamento del corredo dei disvalori, l’omofobia, lo stupro, la pedofilia, la strage delle donne e tutte le altre manifestazioni, più o meno sottili, di violenza psicofisica. Nel nostro tempo anche le associazioni umanitarie e non governative barattano il pacco dei viveri con la moneta sessuale e da qualche giorno si può anche sparare sulla “croce rossa”. Tralasciamo quei pochi medici senza frontiere che lavorano in maniera non ortodossa. Saranno pochi casi, ma confermano che la bestia sessuale esorcizzata prima o poi traligna nel male demoniaco in assenza di una buona consapevolezza.
Il titolo del sogno di Valerio evidenzia i due protagonisti, la carta di credito e l’uccello dispettoso, la vita sessuale maschile e i capricci dell’organo in questione, le suggestioni e i fantasmi sul tema. E’ opportuno precisare che la vita sessuale è ballerina di per se stessa e che le prestazioni sessuali non sono mai identiche: la stereotipia sessuale è impedita dagli umori e dalla creatività dell’istinto. Se poi aggiungiamo le paure della gravidanza e le ansie del compito, il quadro si complica malignamente verso l’insuccesso a tutti i livelli.
Del resto, se si era partiti male, si doveva concludere peggio. Ai fantasmi personali, necessari per la “formazione psichica reattiva”, si aggiungono gli ostacoli culturali.
Ancora bisogna aggiungere che la sessualità “genitale” maschile abbisogna per la penetrazione vaginale di un’erezione adeguata, un evento psicofisico che si ottiene anche grazie alla componente aggressiva naturale. Il desiderio maschile comporta il coraggio dell’uso di un organo che di per stesso ha prodotto e contiene “fantasmi” di varia natura e di rara qualità. La vita sessuale maschile è più semplice e meno variegata di quella femminile, ma può tralignare nei classici disturbi della “caduta della libido”, la caduta della potenza, l’eiaculazione precoce, l’eiaculazione ritardata, l’eiaculazione assente.
Meriterebbero ampia analisi queste difficoltà sessuali, diffuse al punto che rientrano nella normalità di ogni uomo, ma è opportuno convergere sul titolo del sogno di Valerio. La “carta di credito” traduce simbolicamente la potenza sessuale, mentre “l’uccello dispettoso” trasla i capricci del pene: la virilità in versione depressiva.
Capita anche questa evoluzione nel cammino dell’esistenza e come tutte le evoluzioni comporta la crisi.
Procedere nella decodificazione sarà interessante per il “corpo-mente” maschile e femminile.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di aver perso sul marciapiede la carta di credito.”

Valerio esordisce in sogno ponendo direttamente un “fantasma depressivo di perdita” ed esibisce la caduta del potere sessuale, nonché un momento della sua vita particolarmente problematico e contraddistinto da vissuti non facili e distorti.
I simboli confermano questa tesi.
“Aver perso” va da sé perché il simbolo depressivo della perdita coincide con il significato logico del concetto. Valerio sta spolverando il suo “fantasma depressivo”, elaborato e incamerato sin dalla prima infanzia in riguardo alla figura materna sotto forma di abbandono e, di poi, traslato in tutte le esperienze di perdita con le dovute variazioni sul tema. Ribadisco la precocità della formazione dei “fantasmi”: modalità di pensiero dell’infanzia e organizzazione delle esperienze vissute. L’istanza psichica pulsionale “Es” è deputata alla vita e alla vitalità dei “fantasmi” in età minore e in età adulta.
Il “marciapiede” è notoriamente il simbolo della caduta della qualità della vita in espresso riguardo alle esperienze vissute. Include una valutazione morale e l’azione censoria dell’istanza “Super-Io”: la miseria morale. Il “marciapiede” dà il senso del calpestio e dello sporco, del disprezzo e della colpa. Sul “marciapiede” si consumano tragedie e farse, trasgressioni ed emarginazioni.
“La carta di credito” condensa nella sua modernità tecnica e culturale le vecchie banconote e l’antiquato denaro metallico. La Psiche si adegua a quella modernità alla cui formazione contribuisce con le scoperte. Gli ingegneri elettronici sono stati dei bambini fantasiosi prima di essere degli indispensabili tecnici, nonché i nuovi benefattori dell’umanità. La “carta di credito” si traduce nel potere erotico e sessuale, nella capacità di esercitare la “libido fallico-narcisistica e genitale” richiamando le “posizioni psichiche” omonime e corrispondenti. “Perdere la carta di credito” attesta di una crisi della propria potenza erotica e sessuale.

“Mi giro, la vedo, voglio recuperarla, ma non riesco a correre e a raggiungerla…”

In un primo momento Valerio ha una certa consapevolezza di questa riduzione della sua vitalità psicofisica e ne conosce le ragioni, ma il blocco psicofisico incorre nell’ulteriore inceppamento delle energie richiamate dalla necessità di sopperire alla crisi manifesta. Valerio s’imbatte nelle sue “resistenze” a prendere coscienza del materiale psichico rimosso e istruisce le difese adatte ai bisogni esistenziali in atto.
La parola va ai simboli.
“Mi giro” equivale ad allargo la mia prospettiva mentale e conoscitiva, amplio lo spazio della coscienza ricorrendo alla visione del passato. Valerio sente di aver rimosso in passato esperienze formative di un certo spessore e cerca di recuperarle. Si spera che a tale sguardo retrospettivo non subentri la paura di sapere, di riesumare il materiale psichico subconscio e di prenderne coscienza. L’istanza deputata è l’Io vigilante e razionale. Il meccanismo psichico di difesa coinvolto è la “rimozione”, il naturale dimenticare per incapacità di gestire a suo tempo l’angoscia collegata al vissuto o all’esperienza.
“La vedo” dice chiaramente che Valerio è consapevole del trambusto psicofisico che sta vivendo, quello pregresso e quello attuale, il trauma rimosso in particolare. L’atto del “vedere” equivale all’attività razionale dell’istanza “Io” e alla consapevolezza derivata dal superamento delle “resistenze”, di quelle forze difensive finalizzate alla migliore sopravvivenza possibile, almeno fino a quando il serbatoio delle “rimozioni” ha spazio di riempimento e capacità di contenimento.
“Voglio recuperarla” conferma simbolicamente la disposizione e la decisione di Valerio a prendere coscienza del trauma o delle esperienze vissute in riguardo alla sessualità che non sono andate a buon fine nella sua formazione e non si sono composte nella sua “posizione fallico-narcisistica e genitale”. Magari un trauma intercorso nelle precedenti posizioni psichiche, la “orale” affettiva e “anale” o aggressiva, ha disturbato la successiva evoluzione della “libido”, energia vitale. Ribadisco che “recuperare” si traduce “di nuovo comincio e capto”.
“Ma non riesco a correre e a raggiungerla…” dice chiaramente della forza della “resistenza” e dell’intensità dell’angoscia che evoca un’eventuale riesumazione del trauma pregresso, attesta dell’incapacità di Valerio a prendere consapevolezza del rimosso. L’atto del “correre” è inibito, un vissuto drammatico che ricorre spessissimo in sogno.
Chi non ha mai sognato di non riuscire a correre e di essersi svegliato nell’atto di essere raggiunto e braccato?
Questa psicodinamica rispolvera l’angoscia collegata all’incapacità di reagire e alla punizione, alla riduzione della vitalità e alla colpa. L’inibizione si associa al ristagno psichico della colpa e alla necessaria espiazione. Viceversa, l’atto del “correre” è simbolicamente liberatorio dei pesi psico-gravitazionali e incentivante degli investimenti della “libido”: una vita vissuta alla grande tra godimento e appagamento.

“e un uccello, un merlo o un corvo, la prende e la appoggia sul cornicione della casa di un mio collega.”

Il quadro onirico si evidenzia e si precisa. Valerio sta vivendo una crisi della sua vita sessuale, qualora non si fosse capito prima. La “carta di credito”, il potere di affidamento alla donna da parte di Valerio non funziona adeguatamente. “Credito” deriva dal latino “credo” che si traduce “mi affido”. Nell’infanzia ci affidiamo necessariamente alla persona che ci nutre e che chiamiamo “mamma” alla francese. Nell’adolescenza iniziamo a imparare ad affidarci alla persona che ci attrae nel bene e nel male. Nella giovinezza ci disponiamo verso l’oggetto del nostro piacere in appagamento della “libido fallico-narcisistica e genitale”, le due componenti della nostra natura psicofisica erotica e procreativa. Valerio vive un conflitto psicofisico che si riverbera nella funzionalità del suo organo sessuale, ha un conto sospeso con se stesso e i suoi consimili, la maschilità e i maschi. Valerio è in competizione con gli altri maschi come strascico della “posizione edipica” e nello specifico della conflittualità con la figura paterna.
Avanti con la decodificazione discorsiva dei simboli.
“e un uccello, un merlo o un corvo,” sono chiaramente simboli fallici in versione generica, “l’uccello”, in versione ironica, il “merlo”, in versione aggressiva, il “corvo”. La funzione sessuale di Valerio è chiamata direttamente in causa. Degno di rilievo è la triplicazione dello stesso simbolo a testimonianza di una crisi d’organo, il pene.
“la prende e la appoggia sul cornicione”: una posizione di pericolo per la “carta di credito” nel becco di un uccello ironico e tosto, oltre che dispettoso. Valerio è in piena nevrosi d’organo con somatizzazione e disfunzione sessuale. Ripeto. Degna di nota è la triplicazione del simbolo: “carta di credito” o potere sessuale, “uccello” o fallo, “merlo” o “corvo” o versione ironica o aggressiva del pene. Il “cornicione” è in alto e ben visibile, così come l’uccello è molto dispettoso: processo psichico di difesa della “sublimazione”.
“della casa di un mio collega.” Valerio sublima la “libido fallico-narcisitica” e la attribuisce al suo “collega” e al suo patrimonio psicofisico. Esegue, inoltre, un’alienazione d’organo con invidia incorporata che attesta del suo “fantasma d’inadeguatezza”. Valerio è in crisi e sta vivendo un valido conflitto sessuale. L’altro, il “collega”, è più bravo di lui ed è oggetto del sentimento dell’invidia. Valerio ha ripescato la sua “posizione edipica” e, nello specifico, la conflittualità con il padre, è regredito all’infanzia e si è imbattuto nella competizione funesta con l’augusto genitore.

“Prendo una scala per recuperarla, ma il volatile se la riprende e la porta via.”

Valerio usa il processo di “sublimazione della libido” per affrontare questa crisi della sessualità, ma questa operazione difensiva non funziona perché il sistema neurovegetativo non si arrende e resiste al ritorno della normalità. L’uccello è dispettoso come la sessualità e non si comanda con un dito o con un gesto. La disfunzione sussiste e non recede perché la “sublimazione” non funziona.
Convergiamo sui simboli.
La traduzione dice che la “scala” è lo strumento del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, un’operazione normale e non eccezionale. Valerio usa la “scala” per salire, per “sublimare” e non per scendere, per il ritorno alla materia. Finché funziona, va tutto bene.
“Recuperarla” equivale a un desiderio di ripristino delle normali funzioni sessuali. Valerio tenta di immettersi nella materia vivente e di puntare su se stesso e sul proprio benessere psicofisico, piuttosto che di accontentarsi di un servizio di solidarietà verso il suo prossimo o di dedicare allo sport preferito le sue energie migliori. “Recuperare” equivale a “prendere di nuovo”.
“il volatile se la riprende”: Valerio ha alienato la sua “libido genitale” a una non meglio precisata forma di vita sessuale. Attesta di una diversa modalità, solipsistica, come se la mente si fosse staccata dal corpo, il desiderio dal membro. Valerio ha scelto una forma meccanica di isolamento erotico e narcisistico. In ogni caso Valerio ha scisso la sessualità dal suo corpo e dall’investimento della sua “libido”.
“e la porta via.” Un distacco e un allontanamento depressivi comportano la disfunzione sessuale che Valerio accetta con pacata rassegnazione. La terminologia simbolica è cruda e aspira a un senso di definitivo.

“Lo seguo con lo sguardo correndo e vedo che si posa sul ramo di un albero.”

Valerio tenta di parare i colpi e di riprendere le sue abilità psicofisiche, fa di tutto per non incorrere in un processo di perdita, ma è costretto a prendere coscienza di ciò che gli viene a mancare e che si perde, del tempo che inesorabile passa e dell’invecchiamento che imperterrito incombe. Averne consapevolezza è importante per poter accettare e assorbire al meglio queste perdite. Tenerle in considerazione offe la possibilità di commutare l’angoscia in dolore.
I simboli dicono della nostalgia e, per l’appunto, del dolore e si individuano in “lo seguo” e “vedo” per la consapevolezza, mentre il “ramo di un albero” serve al dispettoso e crudele uccello per posarsi secondo i dettami della logica consequenziale.
“A quel punto mi arrendo e la considero persa.”
Come volevasi dimostrare e come si supponeva in precedenza. “Mi arrendo” è una forma di accettazione basata sulla comprensione e sull’impossibilità di una reazione costruttiva e di un ripristino di quell’equilibrio psicofisico che è stato turbato e che comporta fatica a essere ripristinato. La conclusione depressiva dispiace, ma non impressiona dal momento che è associata costantemente alla presa di coscienza. Valerio “sa di sé” nel bene e nel male e questa consapevolezza è una mezza vittoria da associare alla mezza sconfitta inferta dall’ineffabile trascorrere del tempo.

PSICODINAMICA

Il sogno di Valerio sviluppa la psicodinamica depressiva della “caduta della libido” in un quadro di piena consapevolezza. Il protagonista manifesta il travaglio ponderato che ha vissuto e l’itinerario che ha seguito nell’accettazione della disfunzione sessuale che ha contraddistinto una fase del cammino della sua vita.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Valerio esibisce l’azione diretta delle seguenti istanze psichiche:
la consapevolezza vigilante e razionale, “Io”, si evidenzia in “mi giro” e in “la vedo” e in “voglio recuperarla” e in “seguo” e in “vedo” e in “mi arrendo” e in “considero persa”,
la spinta delle pulsioni psicofisiche, “Es”, si manifesta in “aver perso” e in “non riesco a correre e a raggiungerla”,
la censura morale e il senso del limite, “Super-Io”, è presente in “marciapiede”.
Il sogno di Valerio presenta le seguenti “posizioni psichiche”: la “fallico- narcisistica” in “carta di credito” e in “un uccello, un merlo o un corvo” e in “volatile”, la “genitale” in “carta di credito” e in “un uccello, un merlo o un corvo” e in “volatile”, la “edipica” in “casa di un mio collega”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Valerio usa i seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “marciapiede” e in “carta di credito” e in “uccello, un merlo o un corvo” e in “scala”, lo “spostamento” in “non riesco a correre” e in “cornicione” e in “casa del collega”, la “drammatizzazione” in “Mi giro, la vedo, voglio recuperarla, ma non riesco a correre e a raggiungerla…”, la “figurabilità” in “uccello, un merlo o un corvo”, la “rimozione” in “mi giro”, la “sublimazione” in “cornicione” e in “scala”, la “regressione” è supposta in “mi giro” oltre che nella funzione onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto dell’esercizio normale dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Valerio evidenzia un tratto “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichico reattiva genitale”. Il protagonista è giustamente preoccupato del suo conflitto e delle corrispondenti somatizzazioni in riguardo alla sua funzione sessuale che è vocata e disposta alla condivisione.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Valerio forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “uccello” e in “scala”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “carta di credito” e in “cornicione” e in “casa del collega”. Il quadro dipinto da Valerio in sogno è permeato di realismo anche in assenza della gazza ladra.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una disfunzione sessuale in riferimento privilegiato alla caduta depressiva della “libido” sostenuta da una buona consapevolezza.

PROGNOSI

La prognosi impone a Valerio di verificare la presa di coscienza in maniera che l’accettazione consapevole sia sempre suffragata dalla realtà dei fatti e non da convinzioni depressive.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza nostalgica della perduta vitalità e in una caduta della “razionalizzazione” del quadro clinico.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi” e dei simboli, il grado di “purezza onirica” del sogno di Valerio è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo si coniuga con la narrazione e questa associazione ha consentito di desumere i tanti contenuti e la psicodinamica latente.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Valerio si attesta in una riflessione consapevole sulle difficoltà in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Valerio è “autoironica” senza alcun dubbio.

REM – NONREM

Il sogno di Valerio si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Al di là delle normali allucinazioni oniriche Valerio esalta i seguenti sensi: la “vista” in “la vedo” e in “la prende” e in “l’appoggia” e in “lo seguo con lo sguardo” e in “vedo”, il “tatto” in “prendo una scala”. La coalizione dei sensi è presente in “non riesco a correre”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Valerio, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Valerio, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente la decodificazione del sogno di Valerio.
Domanda
Nelle “Considerazioni” elencava i disturbi sessuali maschili. Per “par condicio” mi accenna quelli femminili?
Risposta
La “caduta della libido”, il “vaginismo”, la “dispareunia”, la “anorgasmia”, la “ninfomania” o “desiderio compulsivo”, la “fobia della sessualità”. Allargherò il quadro clinico e psicodinamico in un prossimo lavoro.
Domanda
Di cosa soffre effettivamente Valerio?
Risposta
Ha una “organizzazione psichica reattiva” depressiva, tendente alla perdita e alla gestione del lutto, per cui la sua sofferenza è indirizzata in questa direzione. La struttura è ben compensata da una chiara consapevolezza. Può vivere ancora cento anni di tranquillità e non di solitudine.
Domanda
E il problema sessuale?
Risposta
Quello è passeggero o è ben inserito e assorbito tra le offese del tempo. La cosa sorprendente è la consapevolezza di Valerio e anche l’accettazione alla maniera occidentale, “sapere di sé”, e non alla maniera araba, fatalismo.
Domanda
Della serie che lei sostiene.
Risposta
Quale?
Domanda
Basta la consapevolezza per stare bene.
Risposta
Sì! Vedo che hai capito molto bene.
Domanda
Ma non la seguo. Mi sembra troppo semplicistica la soluzione.
Risposta
Semplicistica? Tu non immagini quanta fatica si fa per un traguardo che non si raggiunge mai quale quello dell’auto-consapevolezza. Ricordati che si parte da Socrate, V° secolo “ante Cristum natum”, per tentare di realizzare il progetto antropologico del “conosci te stesso” con un metodo d’indagine scientifico: l’ironia e la maieutica.
Domanda
Se non si raggiunge mai, a cosa serve?
Risposta
E’ una continua tensione che viaggia secondo il “criterio del meglio”, “una corda tesa tra la scimmia e il superuomo”, avrebbe detto un filosofo quasi matto. E’ un progetto, tra i tanti, di vita, prima di essere una psicoterapia dell’angoscia esistenziale. E’ uno tra i tanti modi benefici di frastornarsi per continuare a vivere al meglio possibile nel momento dato e nell’economia psicofisica in atto.
Domanda
Cambio argomento. Mi spiega le “farfalline nello stomaco” o il “tuffo al cuore”?
Risposta
Sono un “mix” psicosomatico portentoso e migliore di qualsiasi composto alcolico e non. Si tratta della reazione isterica che viene prodotta in simultanea da una forte emozione d’attrazione. Tecnicamente è una “conversione isterica” che dispone al desiderio sessuale. E’ il classico segnale dell’interesse globale verso l’altro: innamoramento. E’ l’inizio di un progressivo “investimento di libido genitale” in superamento evolutivo della “libido narcisistica”.
Domanda
Quando vuole sa essere anche chiaro. Come mai l’educazione sessuale è “tabù” nella famiglia e nella scuola?
Risposta
Per la vergogna dei genitori e per le vergone dei padri e degli antenati si è costituito un “tabù” sul corpo birichino. Perché i genitori sono stati e sono sessualmente inibiti e hanno seguito la legge della “nutella”: la bisnonna la dava alla nonna, la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà ai figli. Questa è la legge sociologica della trasmissione e della continuità del malessere. Speriamo che i figli non daranno la “nutella” ai loro figli e che la catena dei santi vergini e martiri si chiuda con questa generazione, ma la vedo dura alla luce di quel che succede in giro per il mondo a causa anche della repressione sessuale. Non vedi che quelli che soccorrono i poveri ne abusano con l’imposizione di una prestazione sessuale: preti, croce rossa, medici senza frontiere, organizzazioni non governative. Pazzesco! In cambio del pacco viveri chiedi la residua dignità di una persona in stato di grande dolore e disagio. Per quanto riguarda la scuola, è l’ultima ruota del carrozzone socio-politico e viene sempre alla fine. Abbiamo la migliore scuola elementare d’Europa, ma lo Stato investe molto poco nella formazione dei docenti e nell’aggiornamento dei programmi e delle materie. Per avere nel tempo un uomo migliore, metterei al giusto posto queste tre materie: l’educazione psicologica, l’educazione civica e l’educazione ecologica.
Domanda
E la religione?
Risposta
Ecco brava! E’ una lunga storia. Sorvoliamo, perché le alienazioni quando non sono creative, sono dannose.
Domanda
Ha detto che le donne sono sessualmente più complesse e delicate.
Domanda
A livello biologico la donna è più ricca del maschio, a livello psicologico altrettanto, a livello sessuale ha un vantaggio iniziale per la disposizione anatomica in quanto non necessita di erezione ma di lubrificazione. Di poi raggiunge apici psicosomatici, l’orgasmo, non comparabili all’effetto di una proficua eiaculazione. E cosa dire degli orologi biologici?
Domanda
Ha accennato al Subconscio e non ha parlato dell’Inconscio.
Risposta
L’Inconscio non esiste, è stato soltanto un’ipotesi di lavoro per i pionieri e per gli imbroglioni. Di tutto quello che non cade sotto l’azione della Coscienza non si può parlare semplicemente perché non esiste.
Domanda
E la fantasia e il sogno?
Risposta
Sono attività e prodotti psichici, così come il delirio, e rientrano nei normali ambiti d’indagine e di analisi, per cui se ne può scrivere e se ne deve parlare. L’Inconscio deve diventare cosciente. E allora che bisogno c’è dell’Inconscio? Basta un Subconscio da tradurre nei termini della consapevolezza.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La musica leggera offre sul tema psichico “carta di credito e uccello dispettoso” una poesia di scuola narrativa-realistica, una composizione degna di un Franco Battiato alunno dell’istituto magistrale di Riposto, il paesino della Sicilia che gli ha dato i natali. Ma non basta, perché è anche coinvolta la fonte d’ispirazione, “la canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De Andrè datata 1966.
Corre l’anno 1983 quando esce per la delizia dell’umano dolore “La stagione dell’amore”. Il riscontro è modesto perché nell’universo musicale del tempo dominano tanti testi banali, a dispetto dei lavori di pochi cantautori impegnati. Questa canzone si colloca in una via di mezzo perché associa parole semplici ad ampie armonie musicali. Si rileva nel testo un conflitto psicologico ed esistenziale, nonché letterario e filosofico, nell’ambiguo elogio del tempo che nel suo scorrere porta via l’amore e lascia dispettosamente il desiderio con tutti gli annessi struggenti. La nostalgia degli investimenti fatti e l’impossibilità di riviverli porta a “nuove possibilità per conoscersi” anche se “gli orizzonti perduti non ritornano mai.” Il dolore delle esperienze vissute si coniuga con l’angoscia della perdita. Non esiste possibilità di recupero del passato e di compensazione del “non vissuto”. Un altro entusiasmo viene escluso dalla panoramica del tempo presente. Franco Battiato è giovane ed è fresco di studi letterari latini e italiani, per cui condensare la lezione stoica ed epicurea del “carpe diem” di Quinto Orazio Flacco con il pessimismo individuale e cosmico di Giacomo Leopardi è un’operazione assolutamente naturale. Il risultato dice di un testo realistico e narrativo che non sente il bisogno di un ermetico procedere alla ricerca di una condivisione creativa con chi ascolta e rielabora. “La stagione dell’amore” è un racconto modesto e degno di un liceale che introduce una vena filosofica eclettica in un mondo musicale veramente leggero. La stoffa c’è e il ragazzo si farà o si rifarà.
Come accennavo all’inizio, l’ispirazione poggia su un brano famoso di Fabrizio De Andrè, pubblicato nel 1966, che s’intitola “La canzone dell’amore perduto”. Questo testo ha una semplicità lineare a riprova di un sentimento vissuto e trasferito nelle parole con l’ingenuità di un bambino innamorato della maestra. E’ privo del pessimismo esistenzialista di matrice leopardiana e dichiara un “fantasma di perdita” con l’ausilio della legge naturale di compensazione. Il contrasto metaforico tra “l’appassire le rose” e “l’amore che strappa i capelli” media e induce a continuare a vivere e ad amare anche se quell’emozione “è perduta ormai”. E allora? Allora ci si dispone a un nuovo investimento affettivo nella casualità dell’incontro e nella “traslazione” in una fortunata creatura, sintesi del nuovo che arriva e della nostalgia del “non vissuto”.
Che brutta bestia è l’amore e di quali alchimie è capace!
Il testo oscilla tra il narrativo e il metaforico, è pieno di simboli e di allegorie: “viole”, “rose, ”fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano”, “coprirai d’oro”. La complessità di un impianto breve e succoso dispone per una vena poetica di scuola neorealistica e popolare. La musicalità ampia avvolge lo scorrere lento, soltanto in “mano” e “lontano” ritmato, dei versi gettati in piena libertà espressiva.
Bollettino per i naviganti: leggere e ascoltare in simultanea, di poi gustare i video.

La stagione dell’amore

La stagione dell’amore viene e va,
i desideri non invecchiano quasi mai con l’età.
Se penso a come ho speso male il mio tempo che non tornerà,
non ritornerà più.
La stagione dell’amore viene e va,
all’improvviso, senza accorgerti, la vivrai,
ti sorprenderà.
Ne abbiamo avute di occasioni perdendole;
non rimpiangerle,
non rimpiangerle mai.
Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.
Nuove possibilità per conoscersi
e gli orizzonti perduti non ritornano mai.
La stagione dell’amore tornerà
con le paure e le scommesse.
Questa volta quanto durerà?
Se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà, non ritornerà più.

Canzone dell’amore perduto

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”.

Vorrei dirti ora le stesse cose,
ma come fan presto,
amore,
ad appassire le rose.

Così per noi
l’amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po’ di tenerezza.

E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti al sole
di un aprile ormai lontano,
li rimpiangerai,
ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

E sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

 

 

IL SOGNO METAFISICO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Mi scrive Maurizia.
“Questo è un sogno che risale alla notte tra il 7 e l’8 aprile 2004, ma che per la sua particolarità ho ben impresso nella memoria.
Ho sognato il fratello di una mia cara amica che, guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra, mi dettava dei numeri.
Io gli rispondo sorridendo che sono i morti che danno i numeri in sogno.
La mattina seguente mi ha telefonato l’amica dicendomi che il fratello era morto durante la notte.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI
Il titolo pone un interrogativo, più che sulla premonizione, sulla natura metafisica del sogno, nello specifico sulla comunicazione tra i defunti e coloro che sognano in pieno sonno.
Questo è il problema.
Un conoscente di Maurizia è appena morto e si è presentato in sogno comunicandole in maniera traslata, tramite i numeri del gioco del lotto, la sua dipartita.
Questo è il fatto.
Esiste una sensibilità onirica in Maurizia che porta a una “simpatia”, “sun pathos” ossia “soffriamo insieme”, e a una “sintonia”, sun tònos” ossia “concordanza di frequenza”, che si traducono nell’abilità e capacità di entrare in contatto con i defunti attraverso la convinzione popolare o la “metonimia” (nesso) della comunicazione dei numeri del gioco del lotto.
Questo è il dato psicologico.
Ma queste doti paranormali non sono di competenza soltanto di Maurizia, ma anche e soprattutto di tanta gente che crede nella dea bendata, quella Fortuna che non ci vede ma che sa benissimo dove andare.
Questo è il dato culturale.
Queste dimensioni metafisiche appartengono alla Psicologia perché sono prodotti della Mente autocosciente e sono inserite nella Cultura di un popolo e amplificate dalle sub-culture regionali. Questi prodotti storici e psico-culturali hanno una loro spiegazione e si lasciano inquadrare in precise decodificazioni di “fantasticherie” o “sogni a occhi aperti”.
Questo è il dato ermeneutico.
Tutto si spiega in base alle metodologie presenti sul mercato storico e scientifico, ma non si esclude alcunché.
Anzi tutt’altro!
Si gradirebbero ulteriori ricerche e compartecipazioni. Ma questo non è il tempo dei filosofi poveri in canna e interessati ai temi popolari, per cui si attendono i ricchi mercanti del settore.
Bando alle sterili osservazioni, risulta con valide giustificazioni che i sogni trattano soltanto e solamente della nostra psicologia in atto, dei nostri conflitti e dei nostri fantasmi, delle nostre gioie e dei nostri dolori, di tutto quel materiale psichico personale che si muove dentro di noi in quel momento della nostra vita.
Questa è la tesi di fondo e non potrebbe essere diversamente dal momento che noi siamo gli autori e gli attori dei nostri sogni.
Ma è anche vero che i sogni sono stati addebitati agli dei e ai demoni come nella cultura greca e nella cultura cristiana, che sono inquieti e terrificanti, che non ci riguardano e che non li possiamo controllare, che sono immorali e indecorosi e tutto quel bene e quel male che ci va dietro. Sui sogni, insomma, è stato detto quasi tutto, compresa la nobile versione di essere irrazionali del grande filosofo francese Renè Descartes, latino Cartesius, italiano Cartesio.
E chi più ne ha, più ne metta perché fa sostanza e fa colore.
Andiamo al dunque.
Maurizia presenta un sogno inquietante per il suo essere metafisico e drammatico. Ripeto: il giovane appena morto si è presentato in sogno a Maurizia dormiente per comunicare la sua dipartita nei termini simbolici e traslati del “dare i numeri”. Spesso compare un defunto nella panoramica psicologica del dormiente.
Come si spiega questa inquietante coincidenza?
C’è una relazione tra la morte del giovane e il sogno di Maurizia oppure non sussiste alcun nesso?
I due eventi, la morte e il sogno, sono indipendenti nei loro ordini, il reale e lo psichico.
E’ possibile l’associazione tra i due eventi?
Certamente sì.
Si può predicare il nesso temporale nell’associazione tra i due eventi?
Certamente sì, in quanto avvengono nello spazio di un tempo limitrofo e compatibile: la stessa notte.
Riepilogando.
L’esperienza suggerisce che l’associazione tra i due eventi è possibile, ma non costringe a porre un rapporto aristotelico di “causa ed effetto”: il sogno è stato scatenato dal giovane morto. La Logica non ci aiuta, ma la Metafisica certamente ci soccorre.
La questione è complessa e interessante quanto la sua vetusta età.
Cosa si può dire?
Trattasi di casualità fortuita, quella coincidenza possibile e legata al fatto che magari Maurizia aveva percepito o saputo qualcosa intorno all’uomo in questione, una qualche notizia o un qualche pensiero che era rimasto in superficie e che durante la notte è stato elaborato nel sogno: il “resto diurno”.
Fino a questo punto abbiamo soltanto discusso sul “significato manifesto” del sogno di Maurizia, per cui si può passare tranquillamente alla decodificazione del “contenuto latente”.
Il significato del breve e intenso sogno di Maurizia lo scopriremo solo procedendo con la solita cautela e la consueta analiticità. Tutto quello che è in più si può tralasciare secondo l’anonima locuzione latina “melius abundare quam deficere”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato il fratello di una mia cara amica che, guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra, mi dettava dei numeri.”

Maurizia mostra un apprezzabile interesse verso quest’uomo, “il fratello di una mia cara amica”, e si colloca nei suoi confronti secondo i suoi bisogni affettivi, più che estetici: “con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra”. Maurizia squaderna tutta la sua dolcezza e il suo desiderio di un uomo ideale, si colloca da donna ma in maniera materna come verso un figlio indifeso. In tanta dolcezza e infinito garbo stona nettamente il “mi detta i numeri”, un atto magico e volgare che non è in linea con lo sguardo accattivante e il sorriso suadente delle labbra. Una distonia logica che simbolicamente non deve esistere e deve, quindi, giustificarsi.
Decodifico e allargo i simboli.
“Ho sognato il fratello di una mia cara amica”. Quante storie d’amore hanno avuto origine e iniziano a casa dei nostri amici e delle nostre amiche con le loro sorelle o i loro fratelli. E’ un classico sociologico diventare cognati dei nostri amici più cari. Maurizia è attratta da quest’uomo proprio perché lo sogna, perché lo fa oggetto d’investimento nella veglia e lo ripresenta tra le pieghe del sonno nel suo sogno. Una situazione apparentemente ingenua e innocente nasconde le fantasie e i desideri di una donna che si lascia andare proprio perché esclude qualsiasi interesse che esuli dalla frequentazione di un’amica.
“guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra,”. La fregatura arriva quando meno te l’aspetti. La piacevolezza estetica e la tenerezza affettiva del quadro dipinto in poche parole da Maurizia attraversano le maglie della “censura” e si fermano in un’attrazione delicata e innocente che esclude coinvolgimenti di altro genere da parte di “mamma” Maurizia. Gli attributi dello sguardo e del sorriso sono decisamente dell’infanzia e degli infanti, di coloro che ancora non sanno parlare con le parole e si esprimono con gli atteggiamenti: linguaggio universale del corpo. Maurizia proietta per difesa i suoi tratti prediletti per un innamoramento.
“mi dettava dei numeri.” Il “numero” simbolicamente si traduce nella funzione razionale dell’Io e si riduce alla difesa operata dal ricorso all’ordine logico da parte di Maurizia. Da un precedente quadro idilliaco si passa, meglio si trapassa, a un arido quadro prosaico, si invocano i ragionamenti generici per rassicurasi che tra me e lui non c’è niente e niente può succedere per vari motivi. Maurizia è in chiara e conclamata posizione difensiva. Le emozioni e le tenerezze precedenti lasciano il posto alla sicurezza di Maurizia che tra loro due non può succedere alcunché e che soprattutto non può innamorarsi di questo giovane suadente e dolce come un bambino. Un quadro affettivo si trasla in un quadro logico con il netto riferimento a un scala numerica.
Ma come si concilia la “madre” Maurizia con Pitagora?
Come si sposa la piacevolezza estetica con la razionalità?
Ripeto: Maurizia è attratta e si giustifica razionalmente da una possibile relazione amorosa. Si fa “dettare i numeri” dal giovane uomo che scatena tutta la sua tenerezza, per non “dare i numeri” con la consapevolezza di un innamoramento vissuto come inidoneo e inopportuno. Eppure il “dettare i numeri” è un atto di donazione, un vissuto legato alla “libido genitale” della “posizione psichica” omonima, una disposizione traslata di una pulsione amorosa e affettiva.
Oltre il meccanismo della “traslazione”, si rileva il limite psichico e la censura morale dell’istanza “Super-Io”.
Un’ultima osservazione sia consentita.
Quante donne s’innamorano facendo perno sulla loro “maternalità”?
Tante, perché è un buon modo di investire “libido” doppiamente “genitale”. Bambine cresciute con un forte senso della maternità e identificate in “tanta” madre tendono a legarsi a uomini che hanno bisogno di essere accuditi e possibilmente salvati da direzioni esistenziali traviate.

“Io gli rispondo sorridendo che sono i morti che danno i numeri in sogno.”

Maurizia si difende con leggera ironia commentando tra sé e sé che questa storia sentimentale non è possibile, questo matrimonio “non s’ha da fare” avrebbero detto i bravi al povero don Abbondio. La relazione è da “realtà sogno” e non da “realtà reale”, è un degno prodotto della Fantasia e non della Razionalità.
Decodifico.
“Io gli rispondo sorridendo” equivale a “rispondo a questa mia emozione d’amore con l’ironia, per favorire il distacco progressivo dal coinvolgimento”. Maurizia dice a se stessa di riderci sopra, ma “il dado è tratto” e la difesa è più che mai necessaria.
“che sono i morti che danno i numeri in sogno.” La “realtà reale” conferma questo costume culturale e questa pratica popolare, ma dormendo Maurizia può permettersi di elaborare in sogno la sua attrazione vissuta e può nuovamente censurarla. Maurizia è attrice protagonista in ogni senso del suo prendere e del suo lasciare, del suo vivere e del suo abbandonare. Ha “dato i numeri” su un moto sentimentale e fisico da lei stessa destinato per difesa a non nascere e a restare morto: il “non nato di sé” perché non fatto nascere e soltanto vissuto in sogno come appagamento di un desiderio sentito e di un’emozione avvertita.
Qui finiscono il sogno e l’interpretazione.
Il resto, “La mattina seguente mi ha telefonato l’amica dicendomi che il fratello era morto durante la notte.”, è stato ampiamente discusso nelle iniziali “Considerazioni”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Maurizia sviluppa la psicodinamica di un innamoramento sublimato e associato alla coincidenza di un evento luttuoso. Questa associazione ha impedito la “rimozione” e ha favorito l’enigma della relazione tra defunti e viventi tramite il sogno.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Maurizia denota la presenza e l’azione delle seguenti istanze psichiche: l’Io vigilante e razionale in “mi dettava dei numeri.” e in “Io gli rispondo”, l’Es pulsionale e rappresentante dell’istinto in “ guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra,” il Super-Io limitante e censorio in “dettava i numeri” e in “sorridendo”.
La “posizione psichica genitale” di Maurizia è dominante e in particolare in “guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra, mi dettava dei numeri.” Altre “posizioni psichiche”non si evidenziano.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Maurizia usa i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “numeri” e “i morti”, lo “spostamento” in “mi dettava i numeri”, la “proiezione” in “sguardo molto dolce e sorriso sulla labbra”.
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” si mostra in “guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra”, mentre il processo della “regressione” si presenta nella funzione onirica ripristinando allucinazione e azione al posto dell’esercizio normale dei sensi e del pensiero.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Maurizia presenta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. E’ manifesta la disposizione alla donazione sentimentale e affettiva.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Maurizia forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “sguardo” e in “sorriso”, la “metonimia” o nesso logico in “numeri” e in “dettare”. La brevità del sogno non consente voli poetici.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un innamoramento vissuto in maniera conflittuale e oscillante tra emozione e ragione. L’ironia ridimensiona l’angoscia del “non nato di sé”. La “sublimazione” è sottesa nella psicodinamica.

PROGNOSI

La prognosi impone di non cadere nei meandri dolorosi della nostalgia. Maurizia deve controllare il dolore della perdita dell’uomo verso il quale il suo sentimento si era mosso naturalmente e dolcemente.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel ripristinare i meccanismi difensivi che portano ad evitare coinvolgimenti affettivi e disposizioni sentimentali: “proiezione”, “traslazione”, “annullamento” ed “evitamento”. In ogni caso si resta in un ambito di psiconevrosi mista, ansioso-depressiva.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Maurizia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sul fatto narrato.

RESTO DIURNO

Mi ripeto. La causa scatenante del sogno di Maurizia si attesta in una casualità fortuita, quella coincidenza possibile e legata al fatto che magari Maurizia aveva percepito o saputo qualcosa intorno all’uomo in questione, una qualche notizia o un qualche pensiero che era rimasto in superficie e che durante la notte è stato elaborato nel sogno.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Maurizia presenta una qualità inquietante e fascinosa a causa del suo riverberarsi su questioni metafisiche e culturali.

REM – NONREM

l sogno di Maurizia si è svolto nell’ultima fase del sonno REM alla luce della compatibilità di una lettura simbolica con una lettura narrativa. La delicatezza e la semplicità delle emozioni dispongono per un equilibrio tra vigilanza e sonno.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Nel breve sogno di Maurizia i sensi espressamente allucinati sono la “vista” in “guardandomi” e “l’udito” in “mi dettava i numeri”. La cospirazione dei sensi, “sesto senso”, non è presente.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Maurizia, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Maurizia, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della evidente psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande in riguardo al sogno di Maurizia.

Domanda
Non c’entra niente con il sogno in questione, ma volevo sapere cosa pensa di quelli che dicono di non sognare o di non ricordare i sogni.
Risposta
Il sogno è l’attività psichica del sonno, quindi tutti sogniamo. Chi non ricorda i sogni incorre in alcune possibilità. Primo punto: ha una fase REM poco turbolenta e quasi simile a quella NONREM, dorme in catatonia per cui la memoria non ha possibilità di attivarsi nella dose giusta. Secondo punto: si sveglia all’improvviso e non vive il cosiddetto dormiveglia o progressivo risveglio dove avvengono i sogni narrativi e logicamente rattoppati. Terzo punto: ha pochi contenuti emotivi per far lavorare i “processi primari” in sonno e da sveglio. Quarto punto: si presenta nella veglia come una persona tendenzialmente fredda e molto controllata, con povertà di fantasie e di riflessioni, con una precaria capacità analitica.
Questi non sono difetti, ma modi di funzionare dei “meccanismi di difesa” adibiti a formare la “organizzazione psichica reattiva” o la struttura caratteriale o la personalità.
Domanda
Ma è una malattia?
Risposta
No. Denota una carenza psichica in riguardo alla sfera sentimentale e conoscitiva. Questi soggetti si caratterizzano per la staticità psichica e per la monotona ripetitività. Difettano in creatività e sono ligi al dovere. Hanno un “Super-Io” rigido che ha impedito la rappresentazione degli istinti deputata all’Es, avvertono poche emozioni e non sono ben consapevoli della vita affettiva. Non hanno avuto educazione in riguardo all’espressione fantasiosa di sé e dell’ambiente che li circonda. Sono stati dei bambini molto pacati ed educati, quasi bloccati dal terrore di non poter controllare se stessi e gli altri.
Domanda
Mi dica ancora qualcosa su questo tema.
Risposta
Si possono selezionare le “organizzazioni psichiche reattive” in base a quanto sognano. Sognano poco le personalità psicopatiche, depressive, masochistiche, ossessive, compulsive. Sognano tantissimo le personalità narcisistiche, schizoidi, paranoidi, maniacali, isteriche e dissociative. E ci sono le spiegazioni necessarie, ma mi fermo.
Domanda
Lo dice lei o ci sono altri studi?
Risposta
Magari fosse farina del mio sacco! Ci sono studi dei ricercatori americani e in particolare della grande Nancy Mc Williams.
Domanda
Ritorno al tema. Ma è possibile che i morti si manifestano in sogno? Mi pare di aver capito che lei non l’ha escluso.
Risposta
Negli anni settanta tanti miei colleghi si sono imbattuti negli indemoniati e nei fenomeni paranormali anche praticando l’ipnositerapia o addirittura operando in maniera improvvida la “regressione temporale” alla ricerca delle cause dei disturbi o di vite precedenti. Alcuni ci hanno perso la testa e hanno dato i numeri. Sono settori che vanno al di là della Psicologia, “parapsicologia”. S’incontrano già problemi ad ammettere una “meta-psicologia”, vedi Freud, per cui ritengo opportuno fermarmi a quel poco che conosco perché l’ho praticato. So che i morti ci lasciano sicuramente tanti sensi di colpa e tanta angoscia in previsione del nostro turno. In conclusione mi dichiaro agnostico, ma curioso sul tema specialmente nella visione buddista.
Domanda
Ma lei è buddista?
Risposta
Assolutamente no, purtroppo. E’ la filosofia antropologica basata su una concezione panteistica dell’uomo e dell’universo, sull’energia, sulla reincarnazione per catarsi e sulla crescita energetica per esperienza vissuta. Sul sogno ha una concezione specifica di cui mi sto addottrinando e che a Giugno conoscerò meglio.
Domanda
Interessante, ma mi dica ancora qualcosa sul Buddismo.
Risposta
Ti posso dare le coordinate filosofiche per quanto riguarda il nostro Occidente e la sua cultura. Tu parti dai misteri eleusini e orfici e passi alla reincarnazione pitagorica, riprendi dal mito di Er di Platone e passi alla teoria emanazionistica di Plotino, riparti dal pantesimo di Spinoza e approdi alla magia del Cinquecento, arrivi alla fisica quantistica di Planck e alla reflexologia e alla bioenergetica di Reik. Questo è un buon percorso.
Domanda
Troppo complicato. Torno all’argomento. Cosa pensa della cultura dei numeri del lotto avuti in sogno dal defunto soprattutto in quel di Napoli e dintorni?
Risposta
Mi sembra molto difficile che i morti siano interessati ai casi umani e ai numeri del gioco del lotto. Si tratta di sub-culture ben radicate storicamente. I napoletani hanno un concezione positiva del morto e cercano di sfruttarlo anche dopo la vita, visto che abita nei piani alti. E’ una concezione materialistica dell’immortalità dell’anima che fa colore e calore. Vedi i film neorealistici interpretati dal principe Antonio De Curtis e le commedie del grande Edoardo De Filippo.
Domanda
E allora il 48, morto che parla e dà i numeri, non riguarda il sogno di Maurizia?
Risposta
Poteva essere un titolo irrispettoso per un delicato innamoramento, quale quello vissuto dalla protagonista.
Domanda
Ma il numero non ha anche un simbolismo? Come mai non lo ha considerato nel sogno di Maurizia?
Risposta
Verissimo. Il numero nasce nella filosofia greca per merito di Pitagora e segue la scoperta del “punto”, l’unità di misura dello Spazio. Il “punto-numero” non è soltanto Geometria e Aritmetica, ma anche simbolo della realtà. Il “punto-numero” è il principio logico del Tutto, l’archè della Natura al posto dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco. Il “punto-numero” apre le porte alla visione geometrica e matematica della Fisica, è l’anima razionale e dimostrabile della Natura. E’ divino e condensa simboli perché rappresenta tutta la realtà fisica e umana. Si parte dalle proprietà geometriche del 2 che definisce la retta o la linea più semplice, del 3 che definisce la più semplice figura piana ossia il triangolo, il 4 che definisce la più semplice figura solida o il tetraedro, per arrivare alla definizione della divina “tetractys”, il 10 che è ritenuto il numero perfetto perché la somma dei primi quattro numeri. Mi fermo o continuo?

Domanda
Continui. E’ interessante.

Risposta
Dalla distinzione fondamentale tra il numero pari e il numero dispari e dalla loro opposizione dinamica i pitagorici spiegano il divenire dell’universo. Le altre opposizioni sono il limite e l’illimitato, l’uno e il molteplice, la sinistra e la destra, la femmina e il maschio, la stasi e il movimento, la curva e la retta, le tenebre e la luce, il male e il bene, il rettangolo e il quadrato. A queste opposizioni collegavano l’origine delle scienze: la Fisica, l’Astronomia, la Biologia, la Metafisica, la Morale, la Matematica, la Geometria. I Pitagorici costituivano una comunità aristocratica e gerarchica basata sulla conoscenza progressiva della dottrina del Maestro ritenuto quasi divino per il suo Sapere in riguardo alla Verità, “ipse dixit”. Ammettevano l’eternità e la divinità della Natura dovute al principio in essa presente. Il divenire che nasce da queste opposizioni è armonico e tutto il cosmo è armonico. Tale armonia è simboleggiata nell’ottava musicale. Ammettevano e credevano nella trasmigrazione delle anime da un corpo all’altro in occasione della morte, “metempsicosi” o meglio “metemsomatosi”. Consideravano la virtù dell’uomo come armonia tra le varie potenze. La scuola pitagorica era esoterica ed era passata naturalmente dalla “scienza del numero” alla “metafisica del numero” facendo ricorso ai “processi primari”, formando simboli. Dimenticavo: abitavano in Crotone e ritenevano che il 48 era quarantotto volte il numero 1 e un numero pari, ma non pensavano minimamente che avesse a che fare con un morto che parla e che nel parlare, oltretutto, potesse dare i numeri della lotteria della loro “polis”, città stato. Pensa alla civiltà che albergava nella magna Grecia del quinto secolo “ante Cristum natum”, meglio nel Meridione d’Italia. Adesso paragonalo al tempo presente. Incredibile!

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Si ascrive a merito di Sigmund Freud (1856-1939) la prima elaborazione scientifica della complessa e affascinante attività psicofisiologica del sogno; tra il 1896 e il 1900 il padre della Psicoanalisi formulò una teoria metodologicamente in sintonia con i principi fondamentali del Positivismo, la “Filosofia della Scienza” per l’appunto.
L’analisi dell’inquietante vita onirica dell’uomo fu pubblicata nel 1900 con il chiaro titolo ”Interpretazione dei sogni” e si pose a pieno diritto non soltanto come l’unico “Sapere” scientifico sull’enigmatico fenomeno, ma anche come una seria possibilità per la materia di uscire dagli angusti ambiti di una mistica magia o di una laica follia.
Freud completò la sua ricerca empirica inducendo dai numerosi dati analizzati una “Epistemologia”, una inequivocabile serie di leggi che determinava il fenomeno onirico, una “Metodologia”, un preciso processo che regolava la formazione dei sogni, una “Ermeneutica”, una griglia interpretativa che consentiva la decodificazione e la comprensione razionale dei contenuti.
Una teoria scientificamente compiuta conseguì alle contingenti e disorganiche intuizioni registrate da Freud nel corso della quotidiana pratica clinica; essa si pose come la prima e unica “Scienza” psicologica della magmatica attività onirica dell’uomo.
Infatti il sogno nel corso dello sviluppo storico e culturale dell’Occidente era stato vissuto come un fascinoso oggetto di ricerca, ma non si era emancipato dal senso del mistero e dalla superstizione per assurgere al rango di attività psichica degna di una esaustiva spiegazione scientifica e di un adeguato significato razionale.
La cultura greca antica aveva elaborato una sapienza mitica per spiegare il sogno, ritenendolo un dono degli dei che si manifestava in un invasamento dell’uomo durante il sonno o una forma di possessione finalizzata alla comunicazione di messaggi premonitori; a tal uopo essa aveva eletto i vati e gli auguri a depositari e interpreti di tanta sapienza divina.
I Greci avevano, inoltre, collocato in un Olimpo, mitico quanto intelligente, proprio i “Sogni”, divinità significativamente figli di Ipno (Sonno) e della Notte.
Fantaso, Fobetore e Morfeo uscivano ogni notte da una porta di corno se portavano agli uomini delle “verità” o da una porta d’avorio se erano forieri di “illusioni”.
Nei secoli intercorse la condanna religiosa del sogno da parte del Cristianesimo, che lo ritenne evocatore di peccaminose pulsioni sensoriali, e quella filosofica di Renato Cartesio, che lo relegò tra le inaffidabili attività irrazionali dell’uomo.
Gli studiosi, che hanno preceduto Freud in questa ricerca, si sono fermati a valide e isolate intuizioni.
Il sogno ha avuto in età romantica un’idonea rivalutazione ed é stato ritenuto un’attività creativa dell’uomo in netto contrasto con la faticosa e avara funzione razionale.
Freud nel corso della sua formazione scientifica e delle sue metodiche esplorazioni nelle profondità psichiche aveva sempre rivisto e allargato le sue teorie a eccezione di quelle sul sogno, le quali non subirono alcuna modificazione sostanziale rispetto alla prima formulazione.
Egli era partito dalla decodificazione dei suoi sogni durante l’ardua e unica impresa dell’Autoanalisi dopo la morte del padre avvenuta nel 1896, per cui
la ”Interpretazione dei sogni” si può a buon diritto definire il monumento funebre eretto dal figlio in onore dell’amato e odiato genitore.
L’evento luttuoso indusse Freud a razionalizzare l’angoscia della perdita e a sublimare i sensi di colpa; questa “catarsi” si realizzò anche nella ”Interpretazione dei sogni”, lo studio scientifico che testimonia non solo la bontà delle sue intuizioni ma anche una giustificata resistenza a riesumare il profondo dolore dell’irreparabile perdita.
Nonostante l’insuccesso editoriale e il derisorio rifiuto delle teorie da parte dell’ambiente accademico e medico di Vienna, il “Sapere” sul sogno era sufficientemente conchiuso al di là della variegata esemplificazione e della pedante articolazione del testo.
Il riconoscimento del merito arriverà nel tempo.
La formulazione teorica e clinica sulla vita onirica dell’uomo fornita da Sigmund Freud con tutte le implicazioni scientifiche conserva ancora oggi quella chiarezza e distinzione, quell’evidenza epistemologica, metodologica ed ermeneutica di un “Sapere” autonomo che non esclude, pur tuttavia, ulteriori ricerche in territori scientifici limitrofi e confinanti tra il noto e l’ignoto.

Salvatore Vallone – da “Sogno e fantasma” – Pieve di Soligo – 1992