“LOST”

Questo è il lavoro ricevuto dalla dottoressa Tullia Cianchelli, un prezioso contributo alla ricerca sul sogno.

“LOST”

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri, e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino. Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo. Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango. L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione. Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato. Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.
Giovanna

Ho scelto di intitolare il sogno di Giovanna “Lost”, in omaggio alla famosa serie televisiva, esempio emblematico di quel senso di perdita, di precarietà, di instabilità del senso della speranza, che dilaga nel nostro tempo, e nel sogno di Giovanna in primis, e che ci rappresenta tutti come naufraghi, superstiti, in bilico tra perdita di senso e bisogno di riorganizzazione.
Colpisce nel sogno infatti la rappresentazione di scenari opposti, raffigurati nelle loro qualità estetiche più estreme ai fini del processo simbolico in atto. Paesaggi paradisiaci, veri e propri giardini dell’eden investiti di luce e colori sgargianti, cedono il posto ad ambientazioni desolanti, dimenticate dal Dio della Genesi, dove ogni cosa parla di morte e di abbandono.
Come ci è finita Giovanna?
Seguiamo allora la processualità onirica.
Giovanna sogna di essere in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri. Stanno per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino.
Se l’aereo contenente passeggeri al suo interno rappresenta simbolicamente il grembo materno, il contenitore primario, l’ambiente uterino protettivo alla radice della vita biologica e psichica, Giovanna sente di permanere in una condizione di dipendenza fusiva con la madre stessa, dove l’angoscia abbandonica, col suo corredo di fantasie arcaiche dell’essere “gettati nel mondo”, possa essere controllata mediante l’assunzione di una posizione di passività ad oltranza rispetto al seno, così come attraverso l’idealizzazione di uno stato di unione e sicurezza del quale si prova nostalgia, a prescindere dalla qualità effettiva delle cure ricevute.
Giovanna vorrebbe altresì che la risoluzione della dipendenza, e dunque la conquista dell’emancipazione e dell’autonomia psichica avvenisse senza strappi né turbamenti (il posto meraviglioso), in continuità con lo stato paradisiaco perduto, ma è qui che il processo onirico inserisce il primo colpo di scena, il ritorno del rimosso: le turbolenze.
Giovanna cioè ha tentato di separarsi da una madre ingombrante, ma le resistenze al cambiamento, come difese dall’angoscia, le hanno impedito di assumere una posizione attiva nel processo separativo, di cercare cioè dentro di sé quelle risorse-strumenti di salvataggio (“alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango”), che la sognatrice sente di dover mettere in campo per evitare lo schianto.
Giovanna vorrebbe in altre parole affidarsi a quelle difese che le permetterebbero di planare dolcemente al suolo senza sfracellarsi, ma il rischio è troppo alto e la liberazione da una dipendenza cieca e mortifera appare ancora impraticabile, per cui rimane ancorata all’universo materno nel bene e nel male. La decisione di restare è presa da quella parte di lei che si sente prigioniera, ostaggio dei suoi oggetti simbiotici e pericolosi al tempo stesso.
Giovanna allora finirà per schiantarsi?
Come risolverà il suo inconscio il terrore dell’annientamento e della disintegrazione, della perdita irreparabile di sé, se sente di non essere stata sostenuta dalla madre nel naturale senso di onnipotenza infantile, nell’ipotesi che Giovanna-bambina ha fatto a suo tempo di essere in grado di soddisfare i suoi bisogni anche da sé?
Ecco allora che il lavoro onirico si fa carico di incombenze esistenziali gravose e compie il suo dovere. L’aereo riesce ad atterrare, Giovanna si vede fuori dal grembo alle prese con scenari interiori complementari, la strada abbandonata e infestata di vegetazione. L’”estasi oceanica”, in una dimensione di estrema pace e di contatto con l’universo, identificata dalle forme acquatiche cristalline, in cui è quasi impossibile trovare qualcosa di negativo nell’esistenza, è ormai perduta; l’incantesimo simbiotico è rotto e svela tutti i chiaroscuri di una maturazione che procede per frustrazioni e senso di realizzazione, senso di perdita e riconciliazioni.
Ma l’’incollamento alla madre come prototipo di un senso illimitato di bontà e ricchezza è sostituito dal suo fantasma negativo, la madre divorante e castrante che bisogna abbattere con violenza, farla precipitare dentro di noi con il suo corredo di morte e devastazione (le rovine mortali di un aereo precipitato), come se in Giovanna dipendenza cieca e fusiva da una parte (soluzione claustrofilica), e sfida onnipotente e distruttiva dall’altra (angoscia claustrofobica) costituiscano i due estremi di una dimensione psichica che la vorrebbe ora passiva ed obbediente, ora odiosa e meritevole di punizione, e pertanto ancora in cerca di una soluzione soggettiva che attinga a ciascuno dei due discorsi la parte sana.
Giovanna si sente ora priva della protezione del vincolo materno, senza alcuna possibilità di rivolgersi ad un oggetto interno protettore ormai distrutto, e avverte un senso di svuotamento (la strada deserta e in stato di abbandono), e di minaccia (la fitta vegetazione come una “selva oscura”). Il cambiamento, cioè, è vissuto come catastrofe, come il crollo del suo Io precedente e di tutta l’organizzazione che vi corrispondeva. Ed ecco il punto centrale del sogno: Giovanna si consola dicendo a sé stessa “almeno mi sono salvata!”.
Ma da cosa?
Ci sta forse dicendo che il senso di perdita e di abbandono è preferibile all’annientamento di sé dentro il fagocitante grembo materno, o che è invece pronta a scambiare la morte con la dipendenza, ovvero che il senso di svuotamento di sé, incapsulato dentro le maglie della dipendenza, rappresenti l’unica possibilità di vita e di salvezza, e che questo lasci sopraggiungere in lei un senso di pace, o almeno di sollievo?
Giovanna è consapevole di tutto questo.
Riuscirà allora, nel suo mondo interno dove la madre è distrutta e dove lo è anche Giovanna, a ricomporre i rottami?
Non resta che incamminarsi.
Tra il volo e lo schianto, c’è forse da imparare a camminare.

dottoressa Tullia Cianchelli

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