LA MATERNITA’ CONTRASTATA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo in strada con la mia macchina che aveva un’altra forma, una sorta di scooter con l’abitacolo aperto.
Nevicava all’imbrunire e tutto intorno era bianco.
La strada era coperta di gattini e io ero preoccupatissima.
Guidavo questa macchina sbirciando questi gattini che giocavano e occupavano tutta la strada e io andavo avanti a passo d’uomo.
Arriva una macchina dal lato opposto e lampeggio per segnalare che vada piano per non uccidere i gattini.
A questo punto mi sono svegliata.”

Il sogno è firmato Vartan.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Sulla fenomenologia psicosomatica dell’esperienza unica ed eccezionale della maternità si è detto nell’interpretazione di altri sogni, ma è pur vero che non si è detto mai abbastanza perché emergono dai simboli sempre le mille sfaccettature e le altre mille emozioni dell’individualità materna.
La madre è una persona che ha maturato una “organizzazione psichica reattiva”, ha evoluto una storia e un carattere, ha vissuto le sue esperienze in famiglia e in società, ha incamerato schemi culturali e religiosi, ha elaborato propensioni e sensibilità. Questa individualità unica ed eccezionale s’imbatte in una esperienza, altrettanto unica ed eccezionale, fondendo il proprio materiale psichico con l’altrui corredo e vivendo la maternità secondo le linee guida di questo complesso psico-culturale.
I sogni sulla maternità si distribuiscono tra il personale e il collettivo e non sono mai identici perché si differiscono per quel qualcosa, in più o in meno, apportato dai “fantasmi” individuali e dagli “archetipi” della Madre, della Vita e della Morte.
Il sogno di Vartan non deroga da questa norma e mostra la sensibilità della protagonista in riguardo alla maternità e alla colpa.
Procedere con chiarezza nella decodificazione è il mio gradito proposito e compito.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovo in strada con la mia macchina che aveva un’altra forma, una sorta di scooter con l’abitacolo aperto.”

Vartan si riferisce espressamente alla sua vita sessuale nei simboli della “macchina” e dello “scooter”, la “mia” macchina secondo la consapevolezza di una donna che ha maturato il suo essere femminile nei versanti biologici e psichici.
Il rafforzamento della sessualità finalizzata alla maternità è evidente nella forma dello “abitacolo aperto”, un ricettacolo e un contenitore secondo simbologia di grembo, così come la coscienza della vita sessuale ed erotica si trova nel simbolo, solitamente maschile, dello “scooter”. Vartan manifesta sin dall’inizio del sogno la consapevolezza della sua vita sessuale e della sua potenziale maternità. In questo settore ha le idee chiare e non è seconda a nessuno.

“Nevicava all’imbrunire e tutto intorno era bianco.”

Si rafforzano e si precisano i simboli della maternità in “nevicava” e nello specifico la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella dolce, suadente ma oppressiva, quella che copre e protegge ma non fa crescere. Se poi nevica “all’imbrunire”, il simbolo si completa con il crepuscolo della coscienza. Vartan è una donna agli sgoccioli con la possibilità di diventare madre o addirittura è già in menopausa per cui la “nostalgia” è evidente. Il “dolore del ritorno” è ancora più feroce se il ritorno è impossibile. Vartan insiste sulla maternità benevolmente oppressiva nell’immagine di un paesaggio psichico totalmente “bianco”, un simbolo di innocenza e di ignoranza, di infanzia e di uniformità affettiva. Vartan si emoziona di fronte al tema della maternità senza note emergenti, si perde sul “fantasma” di una madre indistinta.

“La strada era coperta di gattini e io ero preoccupatissima.”

Questa scena onirica si oppone alla precedente e rivela una Vartan interessata in prima persona e tanto presa dalla maternità. Il sogno, si sa, procede per contrapposizioni a volte anche apparentemente assurde.
La “strada” rappresenta simbolicamente il cammino dell’esistenza più che della generica vita, la soluzione a un problema importante lungo il cammino dell’essersi “posto fuori da una dipendenza”. E’ questo il significato etimologico e simbolico della parola “esistenza”, avere acquistato autonomia psicofisica con il rischio della solitudine e con la vertigine della libertà.
Nella sua attualità psichica Vartan ha la sua maternità diffusa e traboccante: “la strada era coperta di gattini”. Il senso materno, la “maternalità”, di Vartan è chiamata direttamente in causa con la simbologia dell’essere “occupata prima”, “preoccupatissima”, tutta presa da una dilatazione dello spazio psichico messo a disposizione sempre in riguardo alla maternità. Vartan è inquieta e in apprensione di fronte a questo tema classicamente femminile e filogenetico.
Il “gattino” condensa il figlio appena nato, mentre la gatta contiene la femminilità. Tanti “gattini” rappresentano iperbolicamente il problema delle tenerezze verso i figli e dell’apprensione per la loro condizione di creature indifese.

“Guidavo questa macchina sbirciando questi gattini che giocavano e occupavano tutta la strada e io andavo avanti a passo d’uomo.”

La vita sessuale di Vartan si è ispirata con giudizio alla maternità, è stata vissuta ed agita con la giusta attenzione per un’eventuale gravidanza e soprattutto se indesiderata: “guidavo questa macchina”. “Guidavo” riguarda la funzione dell’Io di deliberare e di decidere in riguardo alla sessualità e alla maternità: la “macchina” e “questi gattini”.
“Sbirciando” dà proprio il senso di una considerazione costante e di un tenere presente la possibilità della maternità nel fare sesso. “Sbirciare” deriva dal latino “eversis oculis”, italiano guercio, colui che guarda con occhi storti, simbolicamente colui che tiene sempre presente un tema senza occuparsene in maniera diretta. Vartan manifesta un’ambivalenza psichica sulla sua maternità, la desidera e la teme, la pensa e l’accantona, la considera e
l’allontana. Eppure “i gattini” sono la sua gioia nell’essere gioiosi. E’ questo il senso e il significato di “giocavano e occupavano tutta la strada”.
“Io andavo a passo d’uomo” rappresenta la cautela di Vartan nell’essere madre e la sua tutela della maternità. Vartan è una donna responsabile nelle questioni delicate, non corre, non si butta, ma procede con la migliore consapevolezza possibile.

“Arriva una macchina dal lato opposto e lampeggio per segnalare che vada piano per non uccidere i gattini.”

Ecco il trauma di “realtà psichica” o di “realtà reale”!
Vartan ha subito violenza nella sua maternità da parte di un uomo improvvido e infausto che ha ucciso “i gattini”: “una macchina dal lato opposto”. La “realtà psichica” è quella di una colpa nei riguardi della sua possibilità di essere madre, la “realtà reale” vuole che Vartan abbia subito un aborto o vi abbia fatto ricorso per costrizione: “vada piano per non uccidere i gattini”. “Lampeggio per segnalare che vada piano” dà il senso del rischio di gravidanza nell’amplesso sessuale sfrenato e della consapevolezza della donna della possibilità di una gravidanza indesiderata. Tanta sensibilità materna si squaderna sulla “libido” e sulla “posizione psichica genitale” senza lasciare supporre se Vartan ha realizzato o meno la sua maternità.

PSICODINAMICA

Il sogno di Vartan sviluppa la psicodinamica della maternità contrastata, un’esperienza desiderata e temuta da cui traspare un senso di colpa dal contenuto non meglio identificato. Vartan può aver subito l’imposizione da parte del maschio del rischio di una gravidanza o può aver vissuto una gravidanza indesiderata che poi non è andata a buon fine.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Vartan esibisce le seguenti istanze psichiche:
l’Es pulsionale e rappresentazione primaria dell’istinto e basato sul “principio del piacere” in “Nevicava” e in “La strada era coperta di gattini e io ero preoccupatissima.” e in “per non uccidere i gattini,
l’Io consapevole e vigilante su base razionale e basato sul “principio di realtà” in “Guidavo questa macchina” e in “mi trovo” e in “io andavo avanti” e in “lampeggio per segnalare”,
il Super-Io censurante e morale con il senso del limite e basato sul “principio del dovere” in “che vada piano”.
Il sogno di Vartan mostra le seguenti “posizioni psichiche”:
“genitale” in “La strada era coperta di gattini” e in “sbirciando questi gattini che giocavano e occupavano tutta la strada” e in “che vada piano per non uccidere i gattini.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Vartan si serve dei seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “macchina” e in “scooter” e in “gattini”,
lo “spostamento” in “nevicava” e in “guidavo” e in “sbirciando” e in “lampeggio” e in “uccidere”, la “drammatizzazione” in “Arriva una macchina dal lato opposto e lampeggio per segnalare che vada piano per non uccidere i gattini.”, la “figurabilità” in “la mia macchina che aveva un’altra forma, una sorta di scooter con l’abitacolo aperto”.
Il sogno di Vartan non usa il processo psichico della “sublimazione della libido”, mentre il processo della “regressione” è presente nella psicodinamica della funzione onirica: le allucinazioni e i modi di espressione primari, il concreto al posto dell’astratto, l’agire al posto del pensare.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Vartan offre un marcato tratto “genitale” in una cornice
“fobico-depressiva”, sensibilità alla colpa e angoscia di perdita: una “genitalità” drammaticamente vissuta in maniera contrastata.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Vartan esibisce le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “scooter” e in “strada” e in “gattini” e in “guidavo”, la “metonimia” o nesso logico in “nevicava” e in “imbrunire” e in “strada” e in “sbirciando” e in “lampeggio”, la “iperbole” o esagerazione in “la strada era coperta di gattini”.
Il sogno di Vartan non si serve della “enfasi” o forza espressiva, della “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa, della “antonomasia” o elogio selettivo, della “enfasi” o forza espressiva.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un drammatico conflitto in riguardo alla maternità, un vissuto ambivalente e associato a un senso di colpa. Il sogno evidenzia un “fantasma di morte” e la “parte negativa” del “fantasma della madre”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Vartan di recuperare e organizzare i vissuti e i fantasmi in riguardo al suo essere madre e di procedere verso una buona razionalizzazione. E’ opportuna in questo caso anche la “sublimazione” dell’eventuale trauma nel sentimento d’amore materno e nell’adozione di un bambino. La cura amorosa verso gli animali rappresenta anche la “traslazione” e la riparazione idonee in remissione del senso di colpa.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella recrudescenza del senso di colpa e nella riedizione del trauma con psiconevrosi fobico-ossessiva e crisi di panico, nonché una sindrome depressiva di medio spessore.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Vartan è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sul realismo narrativo.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Vartan, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Vartan, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Vartan si attesta nella riedizione di un sentimento materno o nella semplice visione di un neonato e di un bambino.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Vartan è drammatica-narrativa. L’autrice vive la trama con una certa qual ansia e apprensione.

REM – NONREM

Il sogno di Vartan si è svolto nella seconda o terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Domina nel sogno di Vartan il senso della “vista” che viene specificatamente richiamato e allucinato in “tutto intorno era bianco” e in “sbirciando” e in “lampeggio”. Una cospirazione sensoriale si rileva in “preoccupatissima”.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione del sogno di Vartan.

Domanda
Vartan vuole e non vuole figli. E’ così?

Risposta
Ho scelto un maschio per un tema femminile appositamente per ricevere questo tipo di domande. Un maschio è “naturalmente” superficiale sul tema della maternità. Vartan ha un senso spiccato della maternità, ma, come tutte le donne, vive il conflitto tra la vita e la morte, tra la gioia e il dolore. Il trauma subito completa l’opera acuendo il contrasto.

Domanda
Nell’esperienza della maternità quanto incide la figura della madre?

Risposta
Le madri usano assistere le figlie specialmente nel primo parto, quasi a consegnare la continuità della Specie e a passare il testimone della vita in questa reale staffetta. Inoltre, la figura materna incide in maniera direttamente proporzionale all’identificazione che la figlia ha operato in lei nel passaggio psicofisico da bambina ad adolescente. La madre influisce in base a come la figlia ha risolto il conflitto edipico e ha lasciato il padre alla legittima moglie. A livello ontogenetico e filogenetico l’archetipo “Madre” è il principale attore e l’ineliminabile personaggio di questo psicodramma.

Domanda
Non ho capito l’ultima cosa che ha detto.

Risposta
Tutto si origina da un “principio femminile”. Il “principio maschile” a livello di origine e di amore della Specie è implicito e subordinato. La femmina a livello organico è più ricca e complessa del maschio. Il corpo di una donna include tutta una serie di orologi biologici e chimici che gli consente il primato tra i viventi. Non è un caso che è più longeva del maschio.

Domanda
Archetipo?

Risposta
E’ un simbolo universale, una forma primaria e valida per tutti gli uomini al di là delle razze e delle culture, dei paralleli e dei meridiani. La dea “Madre” ha origini antichissime e culti specifici. E’ presente in tanti miti e soprattutto in quelli che trattano le origini del Tutto, uomo compreso. In Psicologia è merito di Jung, collega e allievo dissidente di Freud, avere approfondito la ricerca sugli archetipi. Gli altri sono il Padre, la Vita, la Morte, il Maschile, il Femminile, lo Spazio, il Tempo.

Domanda
Perché sceglie canzoni di musica leggera e non altri prodotti artistici?

Risposta
In primo luogo non sono granché competente in arte, ma l’osservazione è calzante perché l’arte è una forma di “sogno a occhi aperti” e i prodotti estetici si possono decodificare. Forse riesco a decodificare un dipinto, piuttosto che parlarne in termini storici e critici. E’ interessante associare al sogno di una singola persona una canzone rivolta a tutti per trovare la vicinanza dei temi e delle soluzioni.

Domanda
Che differenza c’è tra “realtà psichica” e “realtà reale”?

Risposta
La “realtà psichica” è quella che si vive e si attesta soprattutto nei “fantasmi” (rappresentazioni mentali primarie degli istinti e delle pulsioni) che si agitano nello scenario interiore con affetti ed emozioni. La “realtà reale” si riduce al dato positivo, al fatto successo, all’evento avvenuto. Possono stare comodamente separate se non c’è consapevolezza. Si richiamano e si identificano su piani diversi nel momento in cui quello che immagino e desidero lo realizzo fuori. L’immaginazione e il desiderio precedono la realtà e ne costituiscono il basamento. Prima immaginiamo e desideriamo e dopo agiamo, ma possiamo anche non coinvolgerci nei fatti e restare soggetti desideranti e sognanti: una forma naturale di autismo. Il sogno è anche la realizzazione di un desiderio o di una fantasia.

Domanda
La “neve” e il “nevicare” sono simboli strani.

Risposta
La “neve” rappresenta la madre buona ma oppressiva, una simbologia ambivalente, una figura che protegge ma non libera per i suoi fini egoistici, la madre che usa i figli e li colpevolizza in cambio di un amore morboso. Stessa cosa il “nevicare”: una madre di cultura mediterranea.

Domanda
La maternità e la Politica che relazione hanno?

Risposta
La maternità è uno schema psichico e culturale, uno schema personale e collettivo. La Politica consegue con le sue leggi. Una grande influenza esercita il sistema economico, il modo di produrre la ricchezza e il ruolo che la famiglia ha al suo interno. Esempi: la politica demografica dell’Italia fascista, della Germania nazista, della Russia sovietica, degli Stati uniti democratici. E il ratto delle Sabine di Roma antica dove lo mettiamo? La rivoluzione femminile ha un capitolo che riguarda questo importante tema. Oggi l’Italia è a crescita zero. La dea Madre è nettamente in crisi.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A proposito di maternità e di paternità temute o mancate circola nell’universo musicale attuale la canzone di Fabri Fibra, a metà rappata e a metà cantata, dal titolo “Stavo pensando a te”.
Il testo tratta, in maniera popolare e lineare nelle parole e nei vissuti, il tema della nostalgia di un amore mancato e mai dimenticato, un “già visto” ma non adeguatamente “vissuto” che si presenta nello spazio visivo e nelle allucinazioni immaginative. “Nostalgia” è “dolore di un ritorno”, nel caso di Fabri Fibra e della sua “Stavo pensando a te, sognato nella stimolante sofferenza di un presente vissuto da “single” e alla ricerca di un equilibrio psicofisico. L’uomo nostalgico si lamenta e si aliena, si frastorna e si relaziona senza smettere di pensare e di cercare la sua donna idealizzata. In tanto trambusto emotivo s’imbatte come natura comanda in una donna senza nome e senza volto, una sconosciuta: “E poi a te nemmeno ti conosco”. Nella variazione alcolica dello stato di coscienza colui che soffre e che cerca ha un rapporto sessuale occasionale e senza protezione che non ha conseguenze gravidiche. Ma alla fine il protagonista ribadisce la convinzione che “non avremmo mai dovuto lasciarci” e ancora meglio, al fine di evitare struggimenti futuri, “non avremmo mai dovuto incontrarci”.
Il testo di Fabri Fibra tesse l’elogio della condizione dell’uomo solo che non sa affidarsi neanche a se stesso nonostante l’apparente benessere di una libertà logistica senza autonomia psichica.
I concetti chiave di questo testo di gergo giovanile sono “Non avremmo mai dovuto lasciarci” e “Non avremmo mai dovuto incontrarci”.
Nel bel mezzo s’incastra “Non bere troppo che diventi un mostro”, la variazione dello stato di coscienza come auto-terapia dell’angoscia di solitudine e di abbandono.
Il sogno di Vartan si associa in “Ripenso a quella sera senza condom” e in “E poi un figlio non lo voglio proprio”.
“Stavo pensando a te” è un complesso poetico di scuola pop. Fabri Fibra si trova decisamente su binari nuovi rispetto ai testi di scuola ermetica. La vena narrativa coniuga i fatti occorsi dentro e fuori con una naturalezza estrema, quella che si esprime tra la gente giovane di un quartiere popolare di Milano.

STAVO PENSANDO A TE
di
Fabri Fibra

Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Che figata andare al mare quando gli altri lavorano
Che figata fumare in spiaggia con i draghi che volano
Che figata non avere orari né doveri o pensieri
Che figata tornare tardi con nessuno che chiede “dov’eri?”
Che figata quando a casa scrivo
Quando poi svuoto il frigo
Che fastidio sentirti dire “sei pigro”
Sei infantile, sei piccolo
Che fastidio guardarti mentre vado a picco
Se vuoi te lo ridico
Che fastidio parlarti, vorrei stare zitto
Tanto ormai hai capito
Che fastidio le frasi del tipo
“Questo cielo mi sembra dipinto”
Le lasagne scaldate nel micro
Che da solo mi sento cattivo
Vado a letto, ma cazzo è mattina
Parlo troppo, non ho più saliva
Promettevo di portarti via
Quando l’auto nemmeno partiva
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto lasciarci
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto incontrarci

Bella gente, qui bello il posto
Faccio una foto, sì, ma non la posto
Cosa volete, vino bianco o rosso?
Quante ragazze, frate, colpo grosso
Non bere troppo che diventi un mostro
Me lo ripeto tipo ogni secondo
Eppure questo drink è già il secondo
Ripenso a quella sera senza condom
Prendo da bere, ma non prendo sonno
C’è questo pezzo in sottofondo
Lei che mi dice “voglio darti il mondo”
Ecco perché mi gira tutto intorno
Mentre si muove io ci vado sotto
Ma dalla fretta arrivo presto, troppo
E sul momento non me ne ero accorto
E poi nemmeno credo di esser pronto
E poi nemmeno penso d’esser sobrio
E poi un figlio non lo voglio proprio
E poi a te nemmeno ti conosco
Cercavo solo un po’ di vino rosso
Però alla fine, vedi, è tutto apposto
Si vede che non era il nostro corso
Si dice “tutto fumo e niente arrosto”
Però il profumo mi è rimasto addosso
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto lasciarci
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto incontrarci
Mi guardo allo specchio e penso
Forse dovrei dimagrire
Il tempo che passa lento
Anche se non siamo in Brasile
Mi copro perché è già inverno
E non mi va mai di partire
In queste parole mi perdo
Ti volevo soltanto dire
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto lasciarci
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto incontrarci

L’AEREO…

IN VOLO, ATTERRATO E PRECIPITATO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino.
Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo. Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango.
L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.
Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato.
Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.
Questo è il sogno di Giovanna.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La collega Tullia Cianchelli ha interpretato questo sogno nell’ultima pubblicazione di “dimensionesogno.com”. La sintonia di un suo invito e di una mia richiesta si è concretizzata nell’accordo di “postare” in successione la sua e la mia decodificazione del “sogno di Giovanna”, in maniera che i tanti marinai possano constatare direttamente le affinità ideologiche e le diversità metodologiche, le vicinanze culturali e le distanze ideologiche, ciò che unisce e ciò che divide nell’approccio sperimentale al sogno che entrambi tenacemente tentiamo.
Al di là di questo confronto, va da sé che il grande pregio di questa collaborazione si attesta nella ricerca del nuovo e nella condivisione del vecchio intorno all’inquietante fenomeno psicofisico del sogno.
Come non apprezzare la sintesi densa di un buon “sapere” e di un originale “dire” della collega?
Si allargano gli orizzonti conoscitivi per chi ricerca e per chi legge.
Da qualche parte di non definito e di non definitivo fortunatamente si arriverà e così resteranno la soddisfazione e il fascino di aver tentato di raggiungere un approdo mobile e di suo, forse, inesistente.
Inizio la mia interpretazione del sogno di Giovanna.
Il titolo “L’aereo… in volo, atterrato e precipitato” si giustifica con l’importanza che il sogno riserva all’autonomia psicofisica della protagonista e nello specifico alla riformulazione progressiva della figura materna con il giusto e dovuto riconoscimento a Giovanna adeguato e possibile.
La nostra protagonista rispolvera le soluzioni progressivamente date alla consistente relazione con la madre, “posizione edipica”, e rievoca la realtà psichica pregressa nella simbologia protetta e incantata dell’aereo in volo per traghettarsi alla realtà psichica in atto, l’aereo atterrato tra mille turbolenze, senza trascurare nel suo “360°” la fase aggressiva e mortifera quando l’odio verso la madre l’aveva costretta alla desolazione mortifera, l’aereo precipitato.
Ancora: il sogno di Giovanna si snoda per contrasti emotivi e per opposizioni sentimentali, tutti scenari vissuti e compatibili con la sua storia psichica. La drammaturgia onirica alterna bellezze a bruttezze, estetica a disarmonia, commedia a dramma, stasi a tensione per sfociare nella migliore soluzione possibile alla condizioni psichiche date.
Ancora: tre soluzioni alla “posizione edipica” di Giovanna, quella dell’Es, quella dell’Io e quella del Super-Io, la triade desiderio-ragione-morale secondo i rispettivi principi del piacere, della realtà e del dovere.
Problema: tutto questo materiale psichico è nel sogno di Giovanna o nel sogno a occhi aperti dell’interprete Salvatore Vallone?
Dubbio umano e questione sempre aperta.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino.”

Giovanna è una giovane donna che, come tante altre, ricerca il miglior rapporto possibile con la madre, una figlia che sta portando a risoluzione la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre su cui ha operato una “identificazione” a favore della sua “identità” psichica femminile. La risoluzione è prospera, anzi ottima e feconda, più di quanto prospettato dalla stessa Giovanna, quasi una sistemazione idilliaca nell’angolo migliore del suo cuoricino di figlia devota e riconoscente. L’entusiasmo e il fascino non mancano in questo esordio del sogno a conferma di una buona disposizione al benessere psicofisico.
Vediamo i simboli.
“L’aereo” è il classico recipiente che rievoca il grembo materno sublimato e quella dipendenza psichica resa accettabile dal vario interesse che può venire a una figlia.
Attenzione all’ingombro e alle dimensioni della madre!
Il “volo” condensa il processo psichico difensivo della “sublimazione della libido”. Giovanna ha risolto le competizioni edipiche con la madre e ha composto nel modo più dignitoso il desiderio del padre per adire al migliore equilibrio psicofisico possibile.
“Gli altri passeggeri” rappresentano la condivisione del “mal comune” di avere una madre, un fattore che diventa un “mezzo gaudio” quando esiste il contorno di alleati, i “passeggeri”, che consente di portare avanti il sogno senza turbolenze atmosferiche, visto che siamo in volo. Tecnicamente “gli altri passeggeri” sono un rafforzamento psichico, nonché una difensiva “traslazione”.
“Atterrare” significa prendere realtà e concretezza, riconciliarsi con la madre concreta, quella in carne e ossa, quella tutta ciccia e tutta tette, e riconoscerla nelle sue componenti materiali e pragmatiche. Si tratta del meccanismo psichico di difesa della “materializzazione”, uno strumento psichico di cui poco si parla nella nostra cultura a causa della sua base teosofica.
Il “posto meraviglioso” è proprio quel dato oggettivo da amare e “degno di essere visto”. La simbologia e l’etimologia di “meraviglioso” coincidono nell’affetto e nella concretezza di un vissuto consapevole e attraente. Il “posto” è chiaramente un luogo psichico, la “condensazione” di emozioni e sentimenti realmente vissuti. Evoca l’utopia che etimologicamente si traduce “dov’è il posto” o il “non posto” o il “posto inesistente”: vedi “Utopia” di Tommaso Moro, scritto nel lontano 1516.
“Spiaggia bianca e mare cristallino” condensano l’idealizzazione retorica di una realtà psichica in atto che si sposa con le profondità misteriose della vita psichica, uno stato ideale e concreto, innocente e privo di sensi di colpa.
Questa è la soluzione psichica dettata dall’istanza pulsionale “Es”, dal desiderio e dal sentimento di Giovanna.
Questa è “utopia”?
Decisamente no, perché è un vissuto, un dato psichico.

“Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo.”

Giovanna si accorge che la relazione con la madre non è poi andata così a buon fine come l’aveva idealizzata e scopre che il riconoscimento della madre reale non è così spedito come nei suoi desideri. Persistono dei conflitti nelle modalità di risolvere gli strascichi della “posizione edipica”. Non è poi tutto oro quel che brilla. A un’ottima e gratificante risoluzione del rapporto con la madre subentra una drammatica dialettica di contrasti e di ambivalenze.
Subentra un “comandante” e una costrizione al dirottamento che impongono una soluzione ispirata al senso morale e al “principio del dovere”.
Se in precedenza la risoluzione era di pertinenza “Es”, questa è dettata dall’istanza morale “Super-Io”.
Vediamo e discutiamo i simboli.
Le “turbolenze” rappresentano gli sconquassi emotivi e gli affanni sentimentali, non certo irreparabili e incomponibili, che accompagnano la vita psichica di una figlia che visita i “fantasmi” elaborati e dedicati alla madre.
“Il comandante” dell’aereo non è il marito o il padre reali, ma è il padre introiettato da Giovanna sotto forma dell’istanza psichica “Super-Io”, quella che assegna il compito morale e stabilisce il senso del limite. In tante turbolenze emotive il “Super-Io” offre la sua soluzione in riguardo al conflitto con la figura materna.
“Costretto a dirottare l’aereo” esige che la soluzione “meravigliosa” non è possibile ed è “utopia”. Esiste anche la soluzione ispirata al senso del dovere, sempre in riguardo alla madre, “l’aereo” per l’appunto. “Dirottare” rappresenta un’emergenza psicologica a cui far fronte e un derogare dalla norma precedente, quella basata sul “principio del piacere”, per convergere sul drammatico “dovere”. Il comandamento prescrive “onora la madre”.

“Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango.”

Giovanna in sogno ha proposto a se stessa le soluzioni del “piacere” e del “dovere” e anche quelle del distacco pericoloso e depressivo, della caduta “con il paracadute”. Giovanna sceglie di non separarsi in maniera traumatica, ma di restare con la madre e con le dipendenze che, tutto sommato, non sono poi da buttar via: quella “sindrome di convenienza” di cui parlano gli psichiatri quando non sanno che pesci pigliare. Giovanna poteva separarsi dalla madre in maniera traumatica perdendola di brutto, ma ha preferito andare in progressione e secondo il “principio di realtà”, senza il “dovere” e senza il “piacere” e con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso.
Decodifichiamo i simboli.
I “passeggeri” rappresentano i rafforzamenti e gli alleati su cui “proiettare” la sua possibilità di risolvere la problematica materna attraverso il distacco della caduta traumatica.
Il “paracadute” attenua il trauma del distacco dalla madre e significa l’uso di un “meccanismo psichico di compensazione” nel suo procedere dall’alto verso il basso, nel progressivo passaggio dal “processo di sublimazione” al “processo di materializzazione”, dal cielo alla terra, dal desiderio alla concretezza. Il “paracadute” è chiaramente un antidepressivo e, come tutti i farmaci, lavora sulle tensioni ma non risolve i conflitti psichici.
“Io rimango” attesta della soluzione dell’Io che permane nella relazione con la madre senza traumi e senza violenze, con le annesse dipendenze ma con la consapevolezza di non avere fatto una scelta di piena autonomia. “Io rimango” si traduce in termini psicodinamici “stallo”, il “rimango” con riduzione dell’evoluzione al minimo consentito dalla legge sull’equilibrio di Giovanna. La consapevolezza esclude la pericolosa “negazione” dello sviluppo e il permanere in stato di minorità psichica.

“L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.”

La soluzione dell’Io di “razionalizzare” la dipendenza dalla madre avviene dopo la dismissione della “sublimazione” con una visita alla madre concreta e reale. Ma questa soluzione e questa realtà psichiche comportano il senso della solitudine, dell’abbandono insieme allo struggimento e al tormento. Giovanna ha paura di non essere in grado di vivere bene questo realistico distacco dalla madre.
Decodifichiamo.
“La vera pista d’atterraggio” è la normale concretizzazione della relazione con la madre e la normale evoluzione razionale di un rapporto basato sulla concretezza.
La “strada deserta” rappresenta una soluzione affettivamente arida e a rischio solitudine e isolamento.
“Abbandonata” si spiega da sé. Giovanna proietta quello che sente dentro.
“Circondata da una fitta vegetazione” equivale ai mille tormenti che assalgono attraverso i mille pensieri e le mille preoccupazioni, gli affanni legati all’assenza della madre e alla rottura della simbiosi. La dipendenza non è poi la fine del mondo perché Giovanna non è pronta per vivere la sua autonomia psichica.

“Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato.”

Giovanna opera una prima poderosa presa di coscienza di questa scelta di dipendenza dalla madre e rievoca con terrore la soluzione “dell’aereo precipitato”, quella dell’Es: “uccidi la madre” dal momento che non sai onorarla e non sai riconoscerla. La risoluzione della “posizione edipica” comportava per Giovanna “le rovine mortali” di un odio mortifero e di una violenza istintiva, nonché l’essere successivamente divorata dall’espiazione dei sensi di colpa attraverso una serie di sintomi nevrotici ad alto tasso di somatizzazione. Secondo Freud dalla mancata soluzione del conflitto con la madre e il padre conseguono soltanto psiconevrosi e si escludono danni psicotici, ma certo che la degenerazione dei sintomi si approssima a uno stato limite conclamato. Le “rovine mortali” confermano la rottura violenta della simbiosi e l’avvento di un “fantasma di morte” sotto forma di una consistente depressione da perdita e da colpa.
“Mi guardo intorno e vedo” equivale al massimo della consapevolezza, all’esaltazione della visione razionale e della deliberazione che serve per decidere, alla chiarezza mentale che Giovanna ricava dalla presa di coscienza.
“Le rovine mortali” sono un originale conio semantico e poetico, versi degni del Foscolo dei “Sonetti” in cerca delle giuste “illusioni”. I termini sono pessimistici e peggiorativi di uno stato di per se stesso drammatico. Il concetto di “rovina” e di “mortale” rievoca l’animazione mancata di un corpo vivente e non di pietre tombali definibili “sepolcri”, a testimonianza dell’uso spontaneo dei meccanismi poetici dei “processi primari”. La creatività non manca nei simboli dell’Immaginazione e nelle metafore della Fantasia. Al di là della costruzione poetica è degno di rilievo il “fantasma” ultra depressivo di morte, con raddoppiamento della perdita e del distacco, qualora Giovanna avesse usato con la madre una strategia di distacco particolarmente audace e ardita.
“Aereo precipitato” si tratta della soluzione traumatica della “posizione edipica”, la figlia che uccide la madre dopo averla aggredita secondo le coordinate psichiche dell’istanza pulsionale “Es”. Negare la madre e persistere nel rifiuto portano alla vittoria della solitudine sulla pretesa illusione di autonomia.

“Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.”

La continua presenza dell’Io pensante e riflessivo di Giovanna testimonia del travaglio riservato alla risoluzione della relazione con la madre, “posizione edipica”, alla ricerca di un esito non traumatico e desolante. Giovanna può affermare alla fine del suo sogno che è rimasta impaniata nell’edipico e che ha stabilito con la madre una relazione di dipendenza compatibile con il suo amor proprio senza andare in depressione: “almeno mi sono salvata”, almeno mi sono conservata e preservata da rischi pesanti.
“Tra me e me” significa introspezione riflessiva. Dopo aver elaborato i dati della questione, Giovanna opera un movimento di ritorno con la contorsione di una buona atleta che si è giostrata tra Scilla e Cariddi, tra l’amore e l’odio nei riguardi della figura materna.
“Penso” appartiene all’attività dell’Io e riguarda la funzione razionale, latino “puto”, stimare e valutare come operazioni propedeutiche alla presa di coscienza.
“Almeno mi sono salvata” si traduce “almeno mi sono conservata e tutelata” dalla desolazione psichica tramite la presa di coscienza della soluzione edipica migliore possibile. Del resto, la relazione con la madre non deve essere risolta nella maniera classica del riconoscimento. Spesso basta la consapevolezza della dominanza della figura materna e del bisogno di lei per un equilibrio psicofisico in divenire.
Questo è quanto.

PSICODINAMICA

Il sogno di Giovanna sviluppa in termini progressivi e ordinati la psicodinamica in riguardo alla relazione con la madre all’interno della “posizione edipica”. In particolare evidenzia il desiderio, la paura e la realtà del “come è andata”. All’uopo propone tre soluzioni: quelle dell’Es, dell’Io e del Super-Io: la pulsione a uccidere, la consapevolezza di una dipendenza possibile e compatibile con la sua autonomia, il senso del dovere e del rispetto. I tre aerei presentano le tre soluzioni del conflitto con la figura materna, ma Giovanna predilige e realizza la seconda: la consapevolezza di una dipendenza possibile e compatibile con la sua autonomia.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Giovanna evidenzia nettamente l’azione delle tre istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
La funzione vigilante, razionale e basata sul “principio di realtà” dell’Io si manifesta in maniera inequivocabile in “Mi guardo intorno e vedo” e in “Tra me e me allora penso”.
La funzione pulsionale e basata sul “principio del piacere” dell’Es (rappresentazione dell’istinto) si mostra chiaramente in “Ma ci sono delle turbolenze” e in “strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.” e in “le rovine mortali di un aereo precipitato”.
La funzione limitante, morale e basata sul “principio del dovere” di kantiana memoria del “Super-Io” si palesa in “il comandante è costretto a dirottare l’aereo”.
In riguardo alle “posizioni psichiche” emerse nel sogno di Giovanna si evince con chiarezza che la “posizione edipica” è dominante e, nello specifico, si evidenzia in “Sono in volo su un aereo” e in “dirottare l’aereo” e in “io rimango” e in “L’aereo allora atterra”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia presenti nel sogno di Giovanna sono i seguenti:
la “condensazione” in “aereo” e in “posto meraviglioso” e in “una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione” e in “rovine mortali” e in “aereo precipitato”,
lo “spostamento” in “passeggeri” e in “il comandante è costretto a dirottare l’aereo”,
la “proiezione” in passeggeri” e in “abbandonata”,
la “idealizzazione” in “spiaggia bianca e mare cristallino”,
la “figurabilità” in “posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino” e in “rovine mortali di un aereo precipitato.”
Nel sogno di Giovanna agisce il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” in “Sono in volo”, così come il processo della “materializzazione” in “atterrare”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” si presenta nella funzione onirica ripristinando allucinazione e azione al posto dell’esercizio normale dei sensi e del pensiero.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Giovanna evidenzia un tratto edipico dominante all’interno di una “organizzazione psichica orale” caratterizzata dalla consapevolezza di una dipendenza accettabile dalla madre. L’affettività si coniuga con l’autonomia in una forma di composizione, più che risoluzione, edipica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Giovanna forma le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “aereo”e in “paracadute” e in “fitta vegetazione”,
la metonimia o relazione di senso logico in “volo” e in “atterrare” e in “comandante” e in “dirottare” e in “almeno mi sono salvata”,
la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “spiaggia bianca e mare cristallino”,
la “enfasi” o forza espressiva in “le rovine mortali di un aereo precipitato”.
Il sogno di Giovanna coniuga il racconto con il simbolismo in maniera distribuita e non eccelle in creatività poetica.

DIAGNOSI

La diagnosi dice chiaramente di una specifica soluzione edipica: dipendenza dalla madre ben razionalizzata e ben compensata al punto che si può benissimo affermare che la risoluzione è pragmatica e frutto di un’abile composizione dell’Io tra spinte dell’Es e controspinte del Super-Io.

PROGNOSI

Giovanna deve far perno sulla sua abilità psichica a comporre e a mediare per evitare l’insorgere del rimosso e la dittatura del dovere, le ansie dell’autonomia e le angosce della solitudine, nonché le imposizioni e le prescrizioni morali. La metafora del progressivo “camminare” nell’esistenza, usata dalla mia collega, è azzeccatissima. Mantenere l’equilibrio affettivo distribuendo gli investimenti di “libido” è un progetto importante.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica, isterica o fobico ossessiva o depressiva, nel caso di un aumento della dipendenza dalla figura materna, magari in un momento di crisi affettiva. All’uopo Giovanna deve ben valutare il riverbero delle delusioni affettive.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Giovanna è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sul fattore narrativo.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Giovanna, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in una riflessione sulla relazione con la madre o in un incontro fortuito con figure affettivamente simili.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Giovanna coniuga il dramma con l’avventura secondo una formula di pacatezza. La compresenza di una vita in vacanza e di una vita tra rovine mortali non producono lo sconcerto che meriterebbero.

REM – NONREM

Il sogno di Giovanna si è svolto nella fase seconda del sonno REM alla luce del forte simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Al di là del generale coinvolgimento dei sensi, Giovanna allucina in sogno espressamente la “vista” in “mi guardo intorno e vedo”.
La cospirazione dei sensi si manifesta nel senso della stabilità in “sono in volo” e in “atterra” e in “rimango”.
Per il resto, il sogno di Giovanna presenta sensazioni semplici ed emozioni lineari, un prodotto decisamente ben calibrato e, di certo, non esagerato.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Giovanna, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Giovanna, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della evidente psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente il sogno di Giovanna nella versione della dottoressa Cianchelli, Lost”, e nella mia versione, L’aereo…”.

Domanda
Più che una domanda faccio una valutazione. La decodificazione della sua collega è da “dottoressa”, mentre la sua è da “professore”.

Risposta
Pienamente d’accordo.

Domanda
Per me è stato sorprendente che dite quasi le stesse cose in maniera diversa. La dottoressa è più sintetica e più precisa, mentre lei è, a volte, vago e generico anche se dice tante cose.

Risposta
E’ proprio vero. Condivido.

Domanda
Ma siete sicuri che l’aereo è proprio il simbolo della madre?

Risposta
Del grembo sicuramente. L’aereo è un buon contenitore attrezzato per tutte le acrobazie psicofisiche.

Domanda
Ma esiste una sola scuola per interpretare i sogni?

Risposta
Certamente no. Lo studio dei simboli è antichissimo come l’uomo che lo ha elaborato e naturalmente applicato. Si tratta dei “processi primari” basati sui meccanismi della condensazione, dello spostamento, della simbolizzazione, della drammatizzazione, della rappresentazione per l’opposto e della figurabilità.

Domanda
Appartenete alla stessa scuola?

Risposta
Non lo so e non saprei dire, ma dall’interpretazione del sogno di Giovanna si nota una forte vicinanza.

Domanda
Il sogno usa i simboli, ma spesso nell’interpretazione usate altri simboli. Mi ha colpito un casino la dottoressa Cianchelli quando conclude il suo lavoro dicendo che “Tra il volo e lo schianto, c’è forse da imparare a camminare.” Introduce il simbolo del camminare. E’ vero?

Risposta
Verissimo! L’arte della parola è un linguaggio e quello dei simboli è arte.

Domanda
Mi spiega meglio?

Risposta
La lingua italiana è un insieme di parole, il vocabolario, un insieme di segni grafici e fonetici che includono sensi e significati. Quando il senso lo dai tu, come nel sogno, e vai al di là del significato comune per esprimere i tuoi vissuti, allora stai creando e sei il poeta di te stesso, ti stai esprimendo per simboli. Questi ultimi sono personali e soggettivi o collettivi e oggettivi. La decodificazione del sogno si basa su questi ultimi. Per intervenire sui primi, i simboli soggettivi, è necessario interpretare il sogno sul lettino dello psicoanalista e procedere con certosina pazienza.

Domanda
Discorso complicato. Ma come affronta lei l’interpretazione di un sogno che le è arrivato da persone che non conosce?

Risposta
Lo leggo e lo lascio depositare. Quando mi sveglio di notte, rifletto e immancabilmente mi riaddormento. Quando lo riprendo, butto giù la bozza interpretativa e poi lo rivedo e lo compongo. Le migliori intuizioni sui simboli e sulle psicodinamiche avvengono di notte. Non a caso si chiama “contenuto latente” e io lo cerco e lo trovo al buio.

Domanda
Giovanna la mandiamo in terapia?

Risposta
A me sembra chiaro che Giovanna ha potuto fare questo sogno perché si è lasciata seguire nella conoscenza di se stessa. Il suo sogno è il monumento alla sua psicoterapia. Ha sognato con chiarezza simbolica quello che ha vissuto nel corso della sua esperienza analitica.

Domanda
Ma che madre ha avuto Giovanna?

Risposta
Una madre normalissima, come tante che affollano le nostre strade e i nostri cammini. La bambina si è tanto legata e ha fatto fatica a staccarsi secondo i suoi bisogni.

Domanda
E dei bisogni delle madri cosa mi dice?

Risposta

Esiste una categoria di madri che fatica a riconoscere i figli come altro da sé e che non tagliano il cordone ombelicale psichico nel tempo giusto. Le madri possessive hanno una storia psichica contraddistinta da forti bisogni affettivi e proiettano sui figli quello che hanno desiderato per loro e che non hanno ricevuto. Sono donne che hanno composto la relazione con i loro genitori, “posizione edipica”, mantenendo una vena carismatica verso il padre e assumendola sulle spalle: matriarcato.

Domanda
Accetta altri collaboratori?

Risposta
A braccia aperte, sia per il confronto e l’approfondimento e sia perché ho più tempo per lavorare in campagna e andare al mare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il brano scelto tratta la risoluzione della psicodinamica edipica, la relazione conflittuale con i genitori, questa tappa fondamentale nella formazione della “organizzazione psichica reattiva”, carattere o personalità.
Evidenzia, inoltre, come si può “concludere” la psicoterapia di un conflitto psicosomatico molto tosto.
Si può capire qualcosa soltanto leggendolo.

IO SONO IL MIO SIMBOLO

Ho ancora paura d’invecchiare.
Sono sempre stata morbosamente attratta dagli anziani e dalla loro precaria condizione.
E’ terribile subire di giorno in giorno l’inesorabile degrado del corpo, la progressiva flaccidezza dei muscoli, la traumatica fragilità delle ossa, le dolorose disfunzioni dei vari organi, la sconcertante caduta della vitalità, il macabro rattrappirsi della pelle e tutti quei penosi fenomeni dell’invecchiamento che si evolvono naturalmente in una putrida decomposizione.
Eppure questa è la vita e la morte, questo è il ciclo biologico che ruota insieme al sole, ai pianeti, ai satelliti, alle comete e alle galassie, questa è l’aria, questa è la terra, questa è l’acqua, questo è il fuoco di ogni essere vivente e in questa sublime cornice ci sono anch’io: questa sono io.
Uccidono ancora oggi le infami parole che la fantasia malata dell’uomo di quel tempo aveva messo in bocca al suo padreterno dopo il peccato originale in condanna dell’ingenuo Adamo e dimentico dell’infelice Eva: “…ritornerai alla terra… perché tu sei polvere e in polvere ritornerai.”
Che uomo !
E che padreterno !
Entrambi micidiali anche per un elefante nano e adulto.
Quella “terra” non era la prospera dea “madre” della mitologia greca, ma il tragico risultato di un’orrenda metamorfosi.
Che padre perverso e crudele la fantasia umana, incalzata dall’angoscia della fine, aveva partorito con l’aiuto di una fredda ostetrica chiamata “morte” !
Che figlio vanaglorioso e vulnerabile la fantasia umana, incalzata dall’angoscia della morte, aveva partorito senza l’amor proprio e senza l’amorosa coscienza della propria realtà !
Queste orrende elaborazioni poggiavano su un pessimistico vissuto del corpo e della natura biologica ed erano le fantasie di un uomo che nel massimo momento di esaltazione schizofrenica si faceva figlio di Dio per occultare la sua disperazione di fronte alla presunta ineluttabilità del nulla.
Altro che eterno ritorno o vita eterna !
Eppure queste squallide creazioni umane sono ancora in circolazione, legate a filo doppio con l’angusta concezione di una materia deperibile e con l’ingenuo desiderio di un paradiso gratificante; queste fantasie perverse continuano a volare elegantemente nel cielo come l’aquila alla ricerca del picco più alto per il suo caldo nido o continuano a razzolare goffamente nel fango come la gallina nella speranza di beccare un altro verme per le sue preziose uova.
Del resto, finché l’uomo persisterà nell’alienazione e nella svendita di se stesso per risolvere l’angoscia della vita e della morte e si lascerà convincere dalla prima offerta di un “al di là” nei truffaldini mercati del centro e della periferia, la salute mentale e la civiltà ne soffriranno e prospereranno soltanto le industrie delle onoranze funebri, le multinazionali delle chiese, la borsa valori del sacro, gli studi dei cuculi e i covi satanici.
L’uomo deve cogliere il suo vero essere nel corpo e nell’ ”al di qua” senza vivere la vita e la vecchiaia con il terrore di un’anticamera della morte.
Il vecchio uomo derelitto si guardava ogni mattina allo specchio, scopriva i tragici segni del tempo sulla sua carne e imparava a leggerli senza avvertire il bisogno di apprendere da un vero semiologo la giusta arte dell’interpretazione.
Incalzato dall’angoscia della morte questo povero prestigiatore tirava fuori dal suo cilindro una decodificazione funesta con la stessa abilità di Umberto Eco durante una lezione sui segni di un’immagine pubblicitaria o di un cartello stradale.
Quest’uomo allo specchio si accorgeva dalla pelle che il tempo aveva insultato e costantemente offeso il suo corpo e che a nulla era valso l’aver scritto un elogio della vecchiaia e della morte sotto forma di consolazione.
Il dramma, più o meno lungo, della sua vita era stato inciso con il bulino dall’invidioso tempo sulle colorate pagine della sua pelle; in esse era disegnata l’orribile mappa di un doloroso viatico.
Quest’uomo allo specchio poteva anche affermare che la sua vita era stata contrassegnata dalla felicità più intensa e che aveva dichiarato regolarmente al fisco la sua sfrenata gioia di vivere, ma adesso era costretto a prendere atto che l’insulto del tempo non aveva risparmiato il suo corpo, che era invecchiato secondo le leggi di una maledetta natura e che non poteva disdire l’ultimo fatale viaggio.
Era sempre un uomo angosciato alla ricerca di una qualsiasi Samarcanda.
Era sempre un povero prestigiatore licenziato anche dal circo più sgangherato della periferia emiliana.
Lo specchio era stato l’ambasciatore che non portava pena e il testimone della sua pretesa e illusoria caduta dal cielo, quel cielo tanto invidiato a quei miseri e umili fratelli che non si erano mai ribellati al Padre e alla Madre, a Dio.
La tanto agognata natura immortale risaliva a stolti progenitori ammalati di onnipotenza e mai abbastanza ebbri dell’illusione di sopravvivere.
Ma anche questa orribile farsa appartiene fortunatamente al mio passato.
La voce adesso risuona dentro di me: “devi riconoscere le tue radici !”
Ecco il vero comandamento: “riconosci il Padre e la Madre”.
“Quale erede di questi corpi e di queste figure ricordati che nel cielo non ci sono più i tuoi desideri che attendono di cadere sulla terra per realizzarsi, ma soltanto le tue illusioni e le tue angosce che attendono di dissolversi nello spazio infinito o di essere risucchiate in un personale big-bang.”
Lo specchio mi ha dato finalmente l’immagine di un corpo reale e di una mente originale, mi ha offerto la coscienza della loro completezza, mi ha regalato il senso della loro bellezza: la mia creatività simbolica.
Da bambina, come un selvaggio, avevo una tremenda paura del suo riflesso e mi atterriva la visione di un altro me stesso che stava di là e di un altro me stesso che stava di qua.
Allora io dov’ero ?
Io ero la bella addormentata nel bosco e giacevo nella pietosa e rassicurante culla di un orfanotrofio.
A questo punto era necessario raccattarmi frammento per frammento come un coccio infranto e ricucirmi pezza per pezza come un sacco rotto, ma avevo finalmente capito che io ero questa qui e stavo solamente di qua.
In passato come Orfeo abbracciavo la mia ombra e mi disperavo quando le braccia stringevano il vuoto al mio petto; allora non ero in grado di porre a me stessa neanche un mitico “chi sono”.
E nello scorrere inesorabile di un tempo galantuomo ho cominciato a spezzare le catene della schiavitù, a liberarmi dalle ambiguità della dipendenza, a emergere come soggetto e ad amarmi come persona, mediando la realtà del mio corpo con la realtà della sua immagine, integrando il corpo concreto con il corpo vissuto e tutto sempre all’ombra di un profondo amor proprio.
E il corpo tabù ?
E’ finito nel cesso con le mie contrastate cacchine.
Il mio corpo e la mia mente hanno finalmente conquistato le grazie raffinate di un generoso “hic et nunc” e di un gratificante “aquì y ahora”.
Con la benefica compiacenza della vera fantasia il mio corpo si è anche fatto simbolo ed ha risolto l’angoscia di morire proprio accettando la sua vitalità e scoprendo la sua creatività: adesso io sono il mio fuoco, la mia terra, la mia acqua, la mia aria.
Per tanto tempo sono stata il corpo dei miei genitori e la parola della tradizione; mi ero ridotta al silenzio, ero “senza parola” come una sapida barzelletta dell’inimitabile “settimana enigmistica”, ma adesso posso predicare a me stessa la mia parola perché io riconosco il Padre e la Madre, la Vita e la Morte, il vero Dio.
Domani penserò anche agli altri.
Intanto Eros e Psiche si amano alla grande e si sono trasferiti a Maser nella splendida villa di Andrea Palladio in mezzo alle verdi colline trevigiane e con l’immancabile biglietto da visita nell’atrio, le statue in marmo dedicate da Antonio Canova al loro felice amore.
Edonè è venuto alla luce con un bel fiocco azzurro per la gioia dei genitori, dei nonni e di tutto il vicinato.
Narciso ha finalmente messo giudizio e si comporta da buon semidio; qualcuno giura di averlo visto in intimità con Eco nel boschetto del Montello.
Dioniso si ubriaca di tanto in tanto, ma si sa che questa è la sua naturale trasgressione; per il resto è generoso come sempre, la compagnia femminile non gli manca e predilige le tettone.
Tanhatos è andato in pensione e le sue ancelle sono rimaste senza lavoro, ma con i benefici della cassa integrazione possono girare vezzose per le vie del centro in cerca di sballo: Lachesi si è rifatta il seno, Cloto ha smaltito la cellulite e Atropo ha scoperto le gioie del sesso.
Le allegre sorelle hanno gettato nel Piave il fuso, lo stame, il metro e la forbice; il solito qualcuno assicura che apriranno una sartoria alla moda in piazza dei Signori a Treviso e con le loro firme il successo è assicurato.

IL DOLORE DEL RITORNO AL PASSATO
E LA GIOIA DEL RITORNO ALLA VITA

Per non morire mai più nella mia vita e per cominciare finalmente a vivere mi sono distesa con cadenza periodica sull’abbozzo di un divano simile a un catafalco.
Il pendolo del tempo ha oscillato con armonia e il rituale profano si è ripetuto per anni secondo i pallidi cicli della bianca luna e in onore al mio nuovo essere femminile.
Il mio navigatore era uno strano cuculo e si chiamava come il vecchio siracusano che a suo tempo mi aveva restituito alla vita chiamando una linda e solerte ambulanza.
Mi ha invitato ad andare a ruota libera con i miei pensieri e a tradurli da aborti di emozioni in rozzi suoni, da rozzi suoni in rudimenti di parole.
Sono andata a ruota libera con i miei pensieri e ho cercato la lingua giusta per il linguaggio del mio corpo e della mia mente.
Ho rivissuto il bisogno di potere e l’angoscia di morte, ho vissuto il progressivo “sapere di me” e il dolore per quei tanti qualcosa di mio che non avevo gustato semplicemente perché non ero riuscita a dar loro la vita, ho imparato il fare simbolico e ho assistito al morire della morte.
In questi esotici viaggi sono stata sempre protetta da una stanza bianca e sono stata seguita dai poster della necropoli di Pantalica, del teatro greco di Siracusa, di un balcone barocco con inferriata araba, della fonte Aretusa con il papiro egiziano, del tempio greco di Athena adattato in cattedrale cristiana e di un bambino voglioso che si tocca il pisello.
Sono riuscita a liberare la mia mente, a sentire il mio corpo, a ritrovare la lingua dimenticata e a inventare le parole giuste per il linguaggio di Mara.
Il mio “altro” era nato a Siracusa, non era vecchio e non era giovane, vestiva sempre in doppiopetto grigio senza essere mai elegante.
Del suo viso oggi ricordo soltanto i tratti marcati di uno strano Ulisse.

Salvatore Vallone

Correva l’anno 1987 in quel di Pieve di Soligo.

“LOST”

Questo è il lavoro ricevuto dalla dottoressa Tullia Cianchelli, un prezioso contributo alla ricerca sul sogno.

“LOST”

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri, e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino. Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo. Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango. L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione. Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato. Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.
Giovanna

Ho scelto di intitolare il sogno di Giovanna “Lost”, in omaggio alla famosa serie televisiva, esempio emblematico di quel senso di perdita, di precarietà, di instabilità del senso della speranza, che dilaga nel nostro tempo, e nel sogno di Giovanna in primis, e che ci rappresenta tutti come naufraghi, superstiti, in bilico tra perdita di senso e bisogno di riorganizzazione.
Colpisce nel sogno infatti la rappresentazione di scenari opposti, raffigurati nelle loro qualità estetiche più estreme ai fini del processo simbolico in atto. Paesaggi paradisiaci, veri e propri giardini dell’eden investiti di luce e colori sgargianti, cedono il posto ad ambientazioni desolanti, dimenticate dal Dio della Genesi, dove ogni cosa parla di morte e di abbandono.
Come ci è finita Giovanna?
Seguiamo allora la processualità onirica.
Giovanna sogna di essere in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri. Stanno per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino.
Se l’aereo contenente passeggeri al suo interno rappresenta simbolicamente il grembo materno, il contenitore primario, l’ambiente uterino protettivo alla radice della vita biologica e psichica, Giovanna sente di permanere in una condizione di dipendenza fusiva con la madre stessa, dove l’angoscia abbandonica, col suo corredo di fantasie arcaiche dell’essere “gettati nel mondo”, possa essere controllata mediante l’assunzione di una posizione di passività ad oltranza rispetto al seno, così come attraverso l’idealizzazione di uno stato di unione e sicurezza del quale si prova nostalgia, a prescindere dalla qualità effettiva delle cure ricevute.
Giovanna vorrebbe altresì che la risoluzione della dipendenza, e dunque la conquista dell’emancipazione e dell’autonomia psichica avvenisse senza strappi né turbamenti (il posto meraviglioso), in continuità con lo stato paradisiaco perduto, ma è qui che il processo onirico inserisce il primo colpo di scena, il ritorno del rimosso: le turbolenze.
Giovanna cioè ha tentato di separarsi da una madre ingombrante, ma le resistenze al cambiamento, come difese dall’angoscia, le hanno impedito di assumere una posizione attiva nel processo separativo, di cercare cioè dentro di sé quelle risorse-strumenti di salvataggio (“alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango”), che la sognatrice sente di dover mettere in campo per evitare lo schianto.
Giovanna vorrebbe in altre parole affidarsi a quelle difese che le permetterebbero di planare dolcemente al suolo senza sfracellarsi, ma il rischio è troppo alto e la liberazione da una dipendenza cieca e mortifera appare ancora impraticabile, per cui rimane ancorata all’universo materno nel bene e nel male. La decisione di restare è presa da quella parte di lei che si sente prigioniera, ostaggio dei suoi oggetti simbiotici e pericolosi al tempo stesso.
Giovanna allora finirà per schiantarsi?
Come risolverà il suo inconscio il terrore dell’annientamento e della disintegrazione, della perdita irreparabile di sé, se sente di non essere stata sostenuta dalla madre nel naturale senso di onnipotenza infantile, nell’ipotesi che Giovanna-bambina ha fatto a suo tempo di essere in grado di soddisfare i suoi bisogni anche da sé?
Ecco allora che il lavoro onirico si fa carico di incombenze esistenziali gravose e compie il suo dovere. L’aereo riesce ad atterrare, Giovanna si vede fuori dal grembo alle prese con scenari interiori complementari, la strada abbandonata e infestata di vegetazione. L’”estasi oceanica”, in una dimensione di estrema pace e di contatto con l’universo, identificata dalle forme acquatiche cristalline, in cui è quasi impossibile trovare qualcosa di negativo nell’esistenza, è ormai perduta; l’incantesimo simbiotico è rotto e svela tutti i chiaroscuri di una maturazione che procede per frustrazioni e senso di realizzazione, senso di perdita e riconciliazioni.
Ma l’’incollamento alla madre come prototipo di un senso illimitato di bontà e ricchezza è sostituito dal suo fantasma negativo, la madre divorante e castrante che bisogna abbattere con violenza, farla precipitare dentro di noi con il suo corredo di morte e devastazione (le rovine mortali di un aereo precipitato), come se in Giovanna dipendenza cieca e fusiva da una parte (soluzione claustrofilica), e sfida onnipotente e distruttiva dall’altra (angoscia claustrofobica) costituiscano i due estremi di una dimensione psichica che la vorrebbe ora passiva ed obbediente, ora odiosa e meritevole di punizione, e pertanto ancora in cerca di una soluzione soggettiva che attinga a ciascuno dei due discorsi la parte sana.
Giovanna si sente ora priva della protezione del vincolo materno, senza alcuna possibilità di rivolgersi ad un oggetto interno protettore ormai distrutto, e avverte un senso di svuotamento (la strada deserta e in stato di abbandono), e di minaccia (la fitta vegetazione come una “selva oscura”). Il cambiamento, cioè, è vissuto come catastrofe, come il crollo del suo Io precedente e di tutta l’organizzazione che vi corrispondeva. Ed ecco il punto centrale del sogno: Giovanna si consola dicendo a sé stessa “almeno mi sono salvata!”.
Ma da cosa?
Ci sta forse dicendo che il senso di perdita e di abbandono è preferibile all’annientamento di sé dentro il fagocitante grembo materno, o che è invece pronta a scambiare la morte con la dipendenza, ovvero che il senso di svuotamento di sé, incapsulato dentro le maglie della dipendenza, rappresenti l’unica possibilità di vita e di salvezza, e che questo lasci sopraggiungere in lei un senso di pace, o almeno di sollievo?
Giovanna è consapevole di tutto questo.
Riuscirà allora, nel suo mondo interno dove la madre è distrutta e dove lo è anche Giovanna, a ricomporre i rottami?
Non resta che incamminarsi.
Tra il volo e lo schianto, c’è forse da imparare a camminare.

dottoressa Tullia Cianchelli

IL BALLO TIROLESE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in una gara di ballo paesano.
Le coppie rappresentavano i paesi europei.
Io ballavo per l’Italia.
Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.
Il mio partner mi teneva sollevata.
Alla fine siamo stati tutti bravi e la concorrente della Francia mi ha detto bravà.”

Così ha sognato Natalina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

E’ un sogno lineare e consequenziale nella sua narrazione, un prodotto psichico che non va contro la legge di gravità ed è reso possibile dai muscoli poderosi del “partner” di Natalina.
Trattasi di un sogno filo-europeo e a tendenza cosmopolitica che è stato elaborato secondo i principi del rispetto e della cortesia.
Il sogno di Natalina è un inno all’eleganza dei modi e alla delicatezza degli atti, un elogio della bellezza del corpo e della spontaneità della mente.
Elabora nelle giuste dosi il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e non manifesta conflitti acuti.
A livello psichico è un sogno di norma e di routine nonostante la stranezza della postura della ballerina e, pur tuttavia, segnala un dato psichico nel suo simbolismo con il ricorso anche al folklore.
Non resta che procedere nella decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in una gara di ballo paesano.”

Natalina esordisce in un paesino, una roba di casa nostra e secondo una politica del piede di casa, si presenta in un contesto sociale ristretto e protetto da un clima di conoscenza e di riconoscimento, manifesta un “paesano” modo di volersi bene. Eppure Natalina sente il bisogno di gareggiare, di competere con le persone del suo “habitat” culturale.
Più che una “gara di ballo” è una competizione di movenze psicofisiche, di eleganza negli atti e nei modi, di “savoir faire” secondo le norme sociali in auge. Natalina è in competizione con le donne del suo “entourage” in riguardo a finezza e delicatezza femminili: “arbiter elegantiarum”.
La “gara” condensa simbolicamente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Natalina nobilita a fini socialmente consentiti la sua energia vitale e la sua aggressività rendendole utili e gratificanti. Si tratta di “libido fallico-narcisistica” legata alla “posizione psichica” omonima.
Natalina non poteva esordire meglio di così.
Complimenti!

“Le coppie rappresentavano i paesi europei.”

Dal paesino di campagna Natalina trasvola in Europa, dalla gara paesana con il premio del maialino Natalina passa alla gara di ballo senza frontiere, una competizione civile ed estetica da bandiera a dodici stelle. Inoltre, Natalina presenta il suo ballerino, il suo uomo complice nell’impresa di investire energie per il primato estetico di un ballo. Natalina ha un uomo con cui condividere e a cui esibire le sue movenze femminili e i suoi atti di donna elegante: “le coppie”.
L’estensione ai “paesi europei” attesta di una “sublimazione” politica e sociale allargata e funzionale al senso di civiltà.
Natalina aspira a riconoscimenti allargati e non ristretti al paesello natio, ha bisogno di un ampio respiro e all’uopo allarga la sua visione del mondo con la tendenza alla bellezza e alla civiltà, alla delicatezza dei modi e all’eleganza degli atti.

“Io ballavo per l’Italia.”

In sogno Natalina s’identifica in una cultura e in un insieme di schemi di interpretare la realtà e di modi di vivere, la cultura italiana. E’ orgogliosa di essere il simbolo vivente e danzante del gruppo nazionale italiano. Ricordo che il concetto di “nazione” si differenza dal concetto di “popolo” perché include il concetto di “cultura”. Il “popolo” è indifferenziato nel suo essere la somma di individui, mentre la “nazione” è omogenea perché condivide e convive gli stessi valori.
Viva Giuseppe Mazzini e brava Natalina!

“Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.”

Ma le cose si complicano. Il Tirolo è una regione ad alto tasso culturale e civile germanico e a basso tasso culturale e civile italiano. Natalina ha qualche conto sospeso con il popolo tedesco, ha acquisito schemi culturali germanici senza perdere l’orgoglio di essere italiana, ma di suo non ha smarrito la tendenza difensiva di “sublimare la libido”, di nobilitare le sue pulsioni, di rendere compatibile la sua aggressività con la convivenza.
Vediamo i simboli.
“Ballavo tirolese”: apprezzamento e identificazione negli schemi culturali germanici in riguardo all’espressione dei modi e all’eleganza degli atti, oltre che in onore al suo essere femminile e all’esibizione dello stesso.
“Facevo le mosse giuste”: eleganza e delicatezza, armonia e bellezza, senso estetico e relazione civile. Natalina esibisce il corpo in maniera socialmente accettabile e compatibile: fenomenologia psicofisica.
“Stavo per aria e non toccavo terra.”: processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Tutto nella norma assoluta, tutto nel giusto più lineare: Natalina mostra nel sociale il tratto psichico che la contraddistingue e il processo che maggiormente usa in difesa dall’angoscia di non essere accettata dal gruppo più o meno allargato, i paesani e gli europei.

“Il mio partner mi teneva sollevata.”

Natalina “proietta” nel suo uomo la tendenza a “sublimare la libido” e addirittura gli attribuisce la responsabilità dell’uso di questa modalità psichica di affrontare gli investimenti vitali in riguardo a se stessi e alle relazioni sociali. Questo è il senso del “mi teneva sollevata”.
Ripeto: niente di eccezionale, perché si tratta di un normale sviluppo degli investimenti e delle suggestioni relazionali. Natalina attribuisce alla coppia la “sublimazione” e il fascino di questa operazione psichica difensiva, finalizzata a vivere insieme agli altri e ad affermare i valori dell’eleganza e della bellezza: il “ballo”.

“Alla fine siamo stati tutti bravi e la concorrente della Francia mi ha detto bravà.”

“E vissero tutti felici e contenti”.
Si conclude in tal modo la favola sognata di Natalina: “tutti bravi”.
L’auto-gratificazione e il bisogno di riconoscimento secondo il vangelo
“fallico-narcisistico” di Natalina si condensano nel francese “bravà”.
Del resto, chi poteva essere competitiva con un’italiana in riguardo all’eleganza dei modi e alla raffinatezza del gusto?
Soltanto una donna francese, una cugina d’oltralpe, una persona prossima per cultura e “savoir faire”!
Le buone maniere hanno avuto il loro tributo coniugandosi con l’amor proprio. Natalina si è ben servita un piatto squisito di “libido” sublimata per vivere bene se stessa insieme agli altri, per cui merita un ulteriore “bravà”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Natalina sviluppa la psicodinamica della “sublimazione della libido” in ambito culturale e sociale secondo le linee guida di una buona valutazione di sé, di un altrettanto buono coinvolgimento nella coppia e di un congruo affidamento al suo uomo in piena autonomia e senza rasentare la dipendenza.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Natalina presenta l’azione delle seguenti istanze psichiche:
l’Es pulsionale in “Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.”,
l’Io consapevole e razionale in “mi trovavo” e in “io ballavo” e in “Alla fine siamo stati tutti bravi”.
Il Super-Io censurante e limitante non si evidenzia.
La “posizione psichica fallico-narcisistica” è presente in maniera naturale e discreta sotto forma di un buon amor proprio in “bravà”.
La “posizione psichica genitale” si evince in “il mio partner”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Natalina si serve dei seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “ballo” e in “ballavo” e in “mosse”,
lo “spostamento” in “stavo per aria” e in “non toccavo terra”,
la “figurabilità” in “Il mio partner mi teneva sollevata”,
la “proiezione” in “Il mio partner mi teneva sollevata.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” domina il sogno di Natalina in maniera equilibrata e necessaria soprattutto quando tratta delle relazioni sociali. Vedi “gara” e “paesi europei” e “stavo per aria e non toccavo terra” e “sollevata”.
Il “processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è presente nei termini impliciti nella funzione onirica: la “regressione topica” e la “regressione formale”, la prima con le allucinazione, la seconda con i modi di espressione primari: il concreto al posto dell’astratto, l’agire al posto del pensare.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Natalina evidenzia un deciso tratto psichico “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” chiaramente intenzionata al “genitale”: vedi l’affidamento all’uomo che la “teneva sollevata.”

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Natalina è prosaico e usa le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “gara” e in “ballo”,
la “metonimia” o relazione logica in “stavo per aria e non toccavo terra”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “sublimazione della libido” nella sensibilità estetica e nell’armonia psicofisica in bella mostra con il coinvolgimento sociale.

PROGNOSI

La prognosi impone a Natalina di persistere in questa dimensione gratificante dell’amor proprio e della sensibilità estetica, oltre che al coinvolgimento affettivo con il suo uomo e con la realtà sociale che la circonda. Natalina deve saper entrare e uscire dalle dimensioni della dipendenza e dell’autonomia.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO
Il rischio psicopatologico si attesta in un uso eccessivo della “sublimazione della libido”. Bisogna che in ambito privato la modalità, che va bene nel pubblico, non sia sempre usata. Attenzione alla dipendenza dal ballerino o dall’uomo con cui nel quotidiano Natalina si accompagna.
GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Natalina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo si distribuisce con il realismo narrativo e discorsivo. Nel sogno non traspare quell’intensità emotiva che, pur tuttavia, è implicita nelle scene del ballo.
GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Natalina, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque”, in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Natalina, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “3”.
QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Natalina può essere definito leggero ed etereo, decisamente sensoriale, tecnicamente “cenestetico”.

REM – NONREM

Il sogno di Natalina si è svolto nella fase terza del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è notevolmente ridotta e quasi assente.
RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Natalina si attesta in una sensazione avvertita nel giorno precedente o prima di addormentarsi.
Ricordo che la definizione del sogno di “resto notturno” si spiega con il fatto che del sogno in se stesso restano poche tracce e pochi ricordi, materiale che da svegli si tenta di combinare e acconciare in maniera logica e consequenziale. Del vero e dell’intero sogno resta ben poco, per cui si può anche parlare a volte di un “sogno a occhi aperti” o di una “fantasticheria”. Specialmente i sogni della prima fase REM sono destinati al dimenticatoio a causa della profondità del primo sonno e delle sue turbolenze. In ogni caso, “a occhi aperti o “a occhi chiusi” il sogno è passibile d’interpretazione.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi dichiaratamente allucinati sono i seguenti:
la “vista” nella prevalenza del sogno, il “tatto” in “mi teneva sollevata”, “l’udito” in “mi ha detto bravà”.
L’insieme cospiratorio dei sensi si riscontra in “ballavo” e in “stavo per aria”.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Natalina.

Domanda
Un sogno semplice e lineare?

Risposta
La psicodinamica in atto non presenta grandi conflitti e traumi di spessore. I sogni che vincono la forza di gravità attestano benessere psicofisico. Del resto, anche l’uso del processo della “sublimazione della libido” è negli argini di una buona normalità, senza difetto e senza eccesso. Si tratta di una contingenza della vita psichica e della vita di coppia.

Domanda
Cosa comporta la “sublimazione” nella coppia?

Risposta
Il “processo psichico della sublimazione della libido” è patologico quando si usa in maniera ricorrente o costante o quasi esclusiva, come, ad esempio, nel caso della castità religiosa o coatta. Per il resto la “sublimazione” è un signor processo che consente la vita sociale e civile: si perde in “Natura”, ma si acquista in “Cultura”, si riducono gli istinti ferini e si convive in maggiore sicurezza. In coppia avviene che la “sublimazione” riduca la vitalità sessuale, ma non sempre è segnale di crisi e di stallo, quindi non si tratta di patologia della coppia. La “sublimazione” dosa e arricchisce la vita di coppia. Quando la sessualità viene sublimata in abbondanza, c’è crisi di un membro della coppia e responsabilità dell’altro. Quando è del tutto sublimata, non c’è più coppia.

Domanda
Quindi Natalina non è in crisi con il suo uomo.

Risposta
Non solo non è in crisi, ma c’è una complicità con il partner che si attesta nelle movenze della delicatezza e dell’armonia psichiche: simbologia del “ballo”.

Domanda
Ha detto che è un buon segno sognare di essere leggeri e di non poggiare i piedi a terra. Spieghi meglio.

Risposta
Bisogna avere i piedi piantati per terra, nella realtà e nel principio corrispondente, ma in certe situazioni è giusto e benefico aleggiare. Si tratta di buone sensazioni corporee e di assenza di pesi psichici.

Domanda
Quale problema ha Natalina e da cosa si deve guardare?

Risposta
Si deve guardare dall’uso eccessivo della “sublimazione della libido”, deve poggiare bene i piedi a terra senza essere sostenuta dal suo uomo, deve ben razionalizzare la tendenza alla dipendenza. Per il resto va tutto bene. Il sogno presenta la sua sensibilità estetica e sociale. Altro non si evince.

Domanda
Usa spesso il termine “normalità”. Può definirla?

Risposta
Il concetto di “normalità” in Psicoanalisi non esiste dal momento che i conflitti psichici sono inquadrati in maniera topica, dinamica ed economica e si spiegano e giustificano. La “normalità” si può attestare nell’uso equilibrato e armonico dei meccanismi e dei processi psichici di difesa dall’angoscia. Questi ultimi sono operazioni di protezione messe in atto dall’Io per garantire la sicurezza contro le emergenze proibite e pericolose che vengono dal Super-Io e dall’Es. A livello psicosociale la “normalità” si manifesta quando la persona non è di danno a se stessa e agli altri. Quest’ultimo criterio è molto importante, spesso determinante anche se non è esauriente. Il discorso scientifico è molto complesso e dipende notevolmente dall’evoluzione storica e culturale, nonché dalle varie metodologie e scuole di ricerca.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Natalina merita di essere associato a un prodotto culturale particolarmente significativo, “La cura” di Franco Battiato, un testo lirico tradotto in musica che ha due attinenze con il sogno, l’amor proprio e la sublimazione.
La psicodinamica riguarda la cura di se stesso e non dell’altro. L’autore, infatti, proietta su “un essere speciale” l’accudimento amoroso di se stesso, un’operazione a metà tra il corposo amor proprio e il sano narcisismo. Il testo è di scuola neorealista e popolare, procede per nessi logici e per figure retoriche, trova la sua poesia nel “sentire buddista” e nelle filosofie orientali che inseriscono l’uomo nel cosmo. Il “panpsichismo” o “tutto animato” consente al testo di respirare verso l’alto e di non fermarsi esclusivamente alla materia.
Ecco i verbi che muovono il significato e le emozioni del testo.
“Ti proteggerò” esprime l’amor proprio in versione affettiva, fare da madre a se stesso.
“Ti solleverò” attesta di una leggera “sublimazione maieutica”, un nobile far nascere il “non nato di sé”, l’arte dell’ostetrica.
“Supererò” condensa un andare oltre, il procedere verso dimensioni psichiche sconosciute e negate in precedenza.
“Vagavo” contiene l’indistinto e l’indeterminato psichici, le condizioni per la “coscienza di sé” e la formulazione del desiderio e del bisogno.
“Ti porterò” esprime la “libido genitale”, il dono orientale di una dimensione psichica senza affanni.
“Percorreremo” dice dell’approfondimento del “senso di sé”, del proprio essere, del materiale psichico che si concretizza nella vita che si sta vivendo e da vivere.
“Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.”
Questa è la degna sintesi e la degna conclusione del viaggio verso la migliore “coscienza di sé”, quella che sa e risolve le angosce, le malinconie, le fobie, le paure, le ansie: il migliore “sapere di sé” possibile alle condizioni in atto.
Cosa pensa il compatriota Franco del sogno?
“Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare.”
Il sogno è assimilato all’aquila e al mare, all’acutezza intellettiva e alla dimensione psichica profonda.
Il testo merita un approfondimento analitico, una decodificazione che mi riprometto di eseguire quanto prima.

LA CURA
di
Franco Battiato

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

 

 

LE DUE PASQUE DI VITTORIO

S.O.S.

Al fine di rendere più chiara e accessibile l’interpretazione , vi chiedo di lasciare un commento con i vostri suggerimenti e le vostre preziose osservazioni. Non fatemi mancare i vostri sogni più originali e grazie anticipate da Salvatore Vallone.

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in un ambiente aperto, la strada di una città deserta.
A un certo punto ho visto un militare giovane, mulatto e calvo.
Mi fa stendere a terra a faccia in giù sul marciapiede.
Ho pensato “adesso mi uccide” e aspettavo che mi ammazzasse.
Mi ha puntato la pistola alla nuca e stranamente ero tranquillo e sereno.
Ho sentito che premeva il grilletto sulla mia testa.
Avevo gli occhi chiusi, mi mancava il fiato e ho pensato che stavo per morire.
A questo punto mi sono detto “svegliati” e mi sono risvegliato sotto forma di fantasma.
Volavo sopra la testa della gente.
Pensavo che gli altri non mi vedevano e in realtà non mi vedevano.
Da fantasma ho aggredito quello che mi aveva ucciso.
Dopo sono stato catapultato nel bagno di casa mia dove c’era tutta la mia famiglia.
Sapevo di essere morto.
Un’attrice si è avvicinata e mi toccava il pene in maniera erotica davanti a tutta la mia famiglia scandalizzata.
Ero seduto nel water con questa attrice in braccio e con modi erotici.
Ho visto un test di gravidanza con due lineette e non capivo se c’era una gravidanza o no.
Mi sono svegliato angosciato.”

Così ha sognato Vittorio.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Parto dal titolo.
Il sogno di Vittorio contiene due simboliche rinascite da morte supposta o conclamata, per cui le “due Pasque” ci stanno tutte.
Il sogno si poteva intitolare “dalle stalle alle stelle” dal momento che sviluppa un movimento dal basso verso l’alto, un basso molto basso quale la morte di un uomo sul marciapiede che, di poi, si evolve in un fantasma per volare sopra la testa della tanto detestata gente comune.
Ancora: il sogno si poteva definire “dall’autodistruzione alla rinascita” tramite la riformulazione integrata del corpo e la rivalutazione della sessualità.
Insomma, il sogno di Vittorio è lungo, complesso e delicato nella sua tristezza di base. Tocca il tema diffuso dell’autodistruzione legata alla non accettazione del corpo in fattezze e in funzioni. Esibisce il modo di usare la “libido sadomasochistica” in supporto alla caduta depressiva e in assenza della “libido narcisistica” e della “posizione edipica”.
Mi spiego meglio.
Vittorio ha maturato dei traumi nella prima infanzia in riguardo al corpo e ha ben maturato aggressività e rifiuto di questo “se stesso” vivente e materiale. Il quadro psichico s’incentra in questi primi tre anni di vita. Nel prosieguo del tempo e dell’evoluzione psicofisica Vittorio resta fissato a questi tremendi temi dell’infanzia persistendo nel suo “non mi piaccio, non mi accetto e mi aggredisco”.
L’angoscia non è “nevrotica” di “castrazione” perché il sogno non esibisce la figura paterna e tanto meno conflitti con i genitori, ma è “borderline” di “perdita d’oggetto” perché riguarda parti del suo corpo non gradite e non vissute in maniera amorosa. In ogni caso l’angoscia non è “psicotica” perché non è di “frammentazione”, quella più pericolosa e tremenda nel quadro della Psicopatologia perché comporta la perdita del principio di realtà e il delirio.
Il sogno di Vittorio si attesta nel territorio dell’istanza psichica “Super-Io” con il suo inequivocabile evocare “l’ideale dell’Io” in reazione al “complesso d’inferiorità” e nell’altrettanto inequivocabile non evocare “l’Io ideale” in obbedienza alla pulsione di onnipotenza narcisistica.
E per questi sacrosanti e validi motivi l’autodistruzione di Vittorio non va a buon fine e si riversa dallo stato “borderline” nella psiconevrosi e non nella psicosi.
Non resta a questo punto che affrontare con siculo rispetto questo sogno umanamente delicato e strutturalmente complicato.
Che il buon Freud mi aiuti!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in un ambiente aperto, la strada di una città deserta.”

Vittorio è in crisi, è indifeso, è solo ed esposto alle minacce dell’anonimato e dell’invisibile. Qualcosa di forte sta per succedere.
Vediamo i simboli.
“Ambiente aperto” attesta di una disposizione psichica alla novità e all’acquisizione, un simbolo positivo dell’educazione.
“La strada” rappresenta un itinerario logico consequenziale, uno schema culturale e sociale. Siamo in ambito psichico dell’istanza “Io”.
“Una città deserta” condensa un “fantasma” depressivo di solitudine in riguardo alla socializzazione e al mutuo soccorso. Vittorio presenta da un lato il bisogno di conoscere e di viversi dall’altro lato l’angoscia dell’isolamento e della solitudine.

“A un certo punto ho visto un militare giovane, mulatto e calvo.”

Il gioco si fa duro e Vittorio esibisce la sua parte ferina, la sua parte sadica e masochistica, la sua parte scura e primaria,quella fatta di poche idee e di tanti fatti drastici.
Vediamo i simboli.
Il “giovane militare” rappresenta la “libido sadomasochistica” di Vittorio e rievoca la sua “posizione anale”.
Le caratteristiche “mulatto” e “calvo” elaborano un tipo di guerrigliero feroce e privo di un pensiero autonomo.

“Mi fa stendere a terra a faccia in giù sul marciapiede.”

Vittorio è ai ferri corti con se stesso, non si accetta, si disprezza, si vuole fare del male e per questa pulsione ha rievocato la sua “libido sadomasochistica”.
Vediamo i simboli e i fantasmi.
“Stendere” è l’anticamera di un “fantasma” depressivo di morte.
“A faccia in giù” è simbolo di una mancata visione razionale della realtà, di una volontà drastica di abbandonarsi al caso fortuito e all’indistinto psichico.
“Sul marciapiede” conferma simbolicamente la collocazione infima della persona e della qualità della vita.

“Ho pensato “adesso mi uccide” e aspettavo che mi ammazzasse.”

Vittorio è in pieno nichilismo: tutto è nulla e tutto viaggia verso il nulla. Non si tratta di una pulsione suicida, tutt’altro. Si tratta di peggio, di un candidarsi a viversi e a vivere nel peggiore dei modi, senza identità e senza valori, senza “libido” e senza investimenti. Vittorio non è depresso, ma è fortemente aggressivo con se stesso perché non si piace e non si accetta. Vittorio è in piena ed eccitante autodistruzione.
Vediamo la simbologia.
“Ho pensato” è valutazione cosciente dell’Io, una coscienza di sé funzionale all’impotenza e all’impossibilità di una riflessione costruttiva.
“Adesso mi uccide” o meglio “adesso mi uccido”, adesso scarico “libido sadomasochistica” su me stesso. Io mi pongo come soggetto d’aggressione, sadismo, e come oggetto d’aggressione, masochismo: la “posizione anale” è servita su un piatto d’argento.
“Aspettavo che mi ammazzasse” condensa il gusto sadico dell’attesa. Anche il thriller è servito. La “drammatizzazione” è presente in questo pezzo di sogno per rendere il senso del travaglio sadomasochistico. Questa non è angoscia, ma è sadomasochismo di buona qualità al servizio dell’autodistruzione.

“Mi ha puntato la pistola alla nuca e stranamente ero tranquillo e sereno.”

Si profila il motivo di tanta disgrazia e di tanto autolesionismo. Vittorio non si accetta a livello sessuale, ha alienato il suo organo sessuale spostandolo nel
“militare giovane, mulatto e calvo” e di fronte alla verità del suo pesante malessere si sente addirittura sereno e tranquillo. Questo non è il “complesso di castrazione”, di cui diceva saggiamente Freud, legato alla “posizione edipica” e attribuita al “fantasma del padre”, perché quest’ultimo non è presente, ma è una pesante pulsione di autolesionismo e di autodistruzione restando in vita, una candidatura a vivere negando il corpo e le sue funzioni. Siamo, fuor di ogni legittimo dubbio, in “posizione psichica anale” e non in “posizione edipica”. Vittorio è regredito, si è fissato alla “posizione anale” e sta investendo “libido sadomasochistica” di buona qualità.
Vediamo simboli e fantasmi.
“Puntato la pistola” trattasi di chiaro simbolo fallico, dell’organo sessuale e della sua funzione, a mò di ammonimento sull’entità del conflitto con questa parte del suo corpo. Anche il fattore ossessivo è importante in questo spaccato del sogno di Vittorio.
La “nuca” rappresenta simbolicamente la parte debole e indifesa, la vulnerabilità psicofisica di Vittorio, l’oggetto psichico su cui si esercita una scarsa e scadente consapevolezza. La “nuca” rappresenta il subire.
“Tranquillo e sereno” equivale a una buona coscienza di sé e si giustifica con la consapevolezza del conflitto. Vittorio sa di non essersi mai accettato a livello sessuale. Siamo in territorio dell’Io.

“Ho sentito che premeva il grilletto sulla mia testa.”

La “drammatizzazione” onirica non è retorica ma sostanziale nel suo introdurre la soluzione autodistruttiva del farsi tanto male da parte di Vittorio. I passi progressivi di un grilletto premuto e puntato sulla testa sono lo spappolamento del cervello, la morte cerebrale, la condizione senza la quale si possa diagnosticare la morte assoluta e irreversibile. L’epilogo tragico è in primo piano e Vittorio è chiamato da se stesso a risolvere lo psicodramma. Vedremo cosa combina il suo sadomasochismo dopo aver analizzato i simboli.
“Ho sentito” è territorio dell’istanza psichica consapevole “Io”. Vittorio sa di sé e di quello che sta operando.
“Premeva il grilletto” attesta del morire più che del problema psichico di rifiuto del corpo anche se il grilletto è una parte della pistola e rientra in una simbologia fallica.
La “testa” include una simbologia fallica nel senso del potere condensato nelle facoltà razionali.

“Avevo gli occhi chiusi, mi mancava il fiato e ho pensato che stavo per morire.”

Continua la “drammatizzazione” e la “suspence” sul tema dell’autolesionismo anale: non accetto e rifiuto il mio corpo nella sua componente fallica. Il mio narcisismo è stato offeso e impedito, per cui ho fatto ricorso alla mia “libido anale” per farmi fuori.
Così parlò Vittorio a se stesso.
La consapevolezza della morte prossima procura una nuova consapevolezza di sé a conferma che non ci troviamo in una “posizione edipica” di “castrazione”, ma in un contesto di rifiuto del corpo e della sua vitalità.
Vediamo la simbologia e le competenze psichiche.
“Occhi chiusi” traducono in simbolo la volontà di non fare uso della facoltà logica, l’obnubilamento volontario della ragione, la ricerca del crepuscolo della coscienza per non soffrire ulteriormente.
“Mi mancava il fiato” esprime la consapevolezza della carenza affettiva in riguardo all’amore verso se stesso e da parte degli altri. Vittorio è solo e si sente abbandonato a se stesso e ai suoi conflitti insoluti ma non insolubili.
Anche questo è territorio dell’Io e della consapevolezza di quanto sta accadendo in sogno a Vittorio.
“Ho pensato” rientra sempre nel territorio dell’Io e della presa di coscienza come si diceva in precedenza.
“Stavo per morire”, in latino “moriturus sum”, si traduce stavo per risolvere la pulsione sadomasochistica annientante e nichilistica in riguardo al corpo e alla funzione sessuale.
Non resta che vedere dove Vittorio va a parare secondo le coordinate psichiche che ha istruito.

“A questo punto mi sono detto “svegliati” e mi sono risvegliato sotto forma di fantasma.”

Miracolo, miracolo!
Vittorio si è risuscitato senza essere morto, ha trovato una soluzione in riguardo al corpo e si è voluto bene non uccidendosi.
Viva la Pasqua mancata e viva la resurrezione senza la morte!
Vittorio stava provvedendo a sbarazzarsi con violenza dei suoi fantasmi in riguardo al corpo e alla funzione sessuale, delle sue pulsioni autodistruttive profonde, ma ha scelto di razionalizzare i suoi fantasmi e le sue pulsioni anali. Vittorio ha scisso il “fantasma del corpo” nella “parte negativa”, quello brutto che rifiuta, e nella “parte positiva”, quello bello che accetta, e si è concentrato sulla forma convenzionale di “fantasma”, una creatura astratta ed evanescente, un corpo sublimato nella sua “libido” e dedito alla ricerca del miglior benessere possibile. Il “fantasma” di Vittorio è un uomo vivo senza corpo e alla ricerca di razionalizzare i suoi traumi e conflitti al riguardo.
Vediamo i simboli.
“Svegliati” condensa la funzione vigilante e razionale dell’Io inserita nel “principio di realtà”. Vittorio si incalza dicendosi “prendi coscienza”.
“Fantasma” equivale a una perdita della materia a vantaggio della spiritualità, a una forma di astrazione dal concreto e a un privilegio accordato alle funzioni nobili e non materiali. Il “fantasma” comporta la morte del corpo e una forma di nuova vita. E’ la risoluzione di un depressivo “fantasma di morte” e di una pulsione sadomasochistica intesa all’autodistruzione.

“Volavo sopra la testa della gente.”

Vittorio è fortunatamente ancora vivo e si è in sogno evoluto in energia, per cui gli è possibile tutto quello che esula dalla materia, quale la pesantezza di un corpo ingrato e irriso. Vittorio può essere al di sopra dei suoi pensieri e di quelli della gente, ha tanto bisogno di libertà dai pesi materiali del suo corpo e dalle censure sprezzanti della sua mente.
La parola va ai simboli.
“Volavo” equivale all’uso desiderato e provvidenziale del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Vittorio nobilita il suo essere corporeo e il suo essere intellettivo. Vittorio è al di sopra di ogni sospetto e di ogni critica, è al di sopra delle parti, è insondabile e indiscutibile, è energia beffarda che irride i comuni mortali. Trattasi di una aristocratica difesa dall’angoscia di natura estetica e funzionale.
Adesso Vittorio può volare “sopra la testa della gente”.

“Pensavo che gli altri non mi vedevano e in realtà non mi vedevano.”

Vittorio non si è sentito mai abbastanza considerato e capito dagli altri non solo a livello intellettivo, ma proprio a livello affettivo. Non si è sentito amato dagli altri proprio perché non si è mai amato, non si è evoluto dalla “posizione anale” e non ha vissuto degnamente la “posizione narcisistica”. Vittorio sa ben aggredirsi ma non prendersi amorosa cura di se stesso. Vittorio si sentiva “fantasma” prima di diventarlo in sogno.
Vediamo i simboli.
“Non mi vedevano” significa non investivano su di me alcun tipo di “libido”, non mi consideravano oggetto di vario interesse razionale ed emotivo. Vittorio si viveva come trasparente, permeabile, evanescente.

“Da fantasma ho aggredito quello che mi aveva ucciso.”

Meno male che adesso comincia la rivincita e il riscatto di Vittorio. Preoccupava questo ristagno compiacente sul male oscuro e sull’oscurità dei sentimenti e della ragione. Vittorio rinsavisce e passa all’attacco e in primo luogo se la prende giustamente con se stesso, con quella parte di se stesso che aveva ridimensionato e aggredito mortalmente il corpo e la vita sessuale, contro quell’immagine ideale o “ideale dell’Io” che lo riscattava dal senso d’inferiorità maturato da solo e senza il concorso della “castrazione edipica” paterna.
I simboli li conosciamo e va bene così. Ho detto tutto quello che dovevo dire su questo punto.

“Dopo sono stato catapultato nel bagno di casa mia dove c’era tutta la mia famiglia.”

Continua la rivincita e matura il riscatto di Vittorio sui pesi che lo hanno attanagliato e impedito di amarsi. Adesso è fantasma, può volare e da invisibile può rifarsi dei torti subiti e delle offese ricevute. Parte subito, più che dalla “famiglia”, dal “bagno di casa mia” ossia dalla sua dimensione psicofisica intima, la “posizione anale” e la “posizione fallico-narcisistica” e la “posizione genitale”, il teatro della sua formazione erotica e sessuale. La famiglia viene richiamata come cornice più che come attrice.
Vediamo i simboli.
“Catapultato”: vado in libera associazione e di palo in frasca mi viene in mente il tema in questione.
Del bagno e della famiglia si è detto in precedenza.

“Sapevo di essere morto.”

Per la verità Vittorio si era trasformato in fantasma prima di essere colpito dalla pistola del truce militare.
E allora?
Vittorio vuol dire che è consapevole di essersi ucciso con le sue pulsioni autolesionistiche e di essere risorto, “prima Pasqua”, con la giusta presa di coscienza sulla necessità di non punirsi ulteriormente e di recuperare quello che aveva disprezzato di sé e di esaltarlo al massimo, nello specifico il suo corpo e la sua sessualità. Questa consapevolezza è la base di partenza della sua ricostruzione psichica.
“Sapevo” equivale ad aver sapore di sé e si trova nei territori gestiti dall’Io: una consapevolezza.
“Essere morto” significa abbandonare una resistenza a “sapere di sé”, un abbandono delle inutili convinzioni e delle dannose immagini di sé e una apertura a nuove verità e a nuove consapevolezze: un rinascere e, quindi, una “prima Pasqua”.

“Un’attrice si è avvicinata e mi toccava il pene in maniera erotica davanti a tutta la mia famiglia scandalizzata.”

Rientra dalla finestra e in termini chiari quello che era stato in precedenza simboleggiato nella pistola: “il pene”. Ritorna il conflitto con se stesso nella sua vera entità con i desideri e con le paure. Vittorio desidera una donna che sa ben fingere e ben recitare, “un’attrice, magari una pornostar o una figura femminile disinibita e navigata ma anonima che sa ben esaltare il potere e la sicurezza di Vittorio, “mi toccava il pene in maniera erotica”. Vittorio in sogno sta disoccultando il “significato latente” e in questo contesto da film a luci rosse appare sullo sfondo una famiglia moralista e bacchettona che ha impedito a Vittorio un’emancipazione sessuale e un’autonomia psichica, una famiglia che ha creato dipendenze di vario genere e a vario titolo.
Questa è tutta farina del sacco di Vittorio perché l’autore del sogno, non dimentichiamolo, è proprio lui.
Ribadisco i simboli: il “pene” condensa il potere, “un’attrice” rappresenta la donna falsa e disinibita, “scandalizzata” equivale all’impedimento e all’inciampo nelle pulsioni dell’Es in difesa dei valori morali.

“Ero seduto nel water con questa attrice in braccio e con modi erotici.”

Eccolo il simbolo della “libido sadomaso”, il “water”, l’oggetto su cui si squaderna la liberazione e la costrizione, l’ambiguità del piacere e del dolore, dell’aggressività e della remissione, della violenza agita e subita. Vittorio era in precedenza vittima della sua “libido sadomasochistica” nell’autolesionismo di farsi uccidere, o quasi, da quel se stesso militare mulatto e calvo.
Una domanda è legittima: ma quest’attrice può essere la condensazione della figura materna?
La risposta è negativa semplicemente perché la scena energetica è occupata dalla “libido sadomasochistica” e non dalla “posizione edipica”. Vittorio adesso scarica nella giusta via naturale la sua “libido sadomasochistica” con la donna complice e con modi erotici assolvendo i suoi bisogni sessuali che chiedono di vivere il corpo e riconciliandosi con le funzioni organiche anche quelle ritenute le più basse e materialiste. Vittorio sta consumando “libido anale” sulla donna opportuna, su colei che finge e sa commutarsi: l’attrice e non la madre.
I simboli sono il “water” in sostituzione della “libido sadomasochistica”, “in braccio” non denota ninna nanna ma potere e dominio, “modi erotici” equivalgono a ricerca di fusione e di trasgressione.

“Ho visto un test di gravidanza con due lineette e non capivo se c’era una gravidanza o no.”

Mancava proprio questo dettaglio per rendere il sogno ancora più semplice. Vittorio cambia la scena del sogno e rievoca l’effetto di un rapporto sessuale azzardato, la gravidanza e la paura collegata. La decodificazione è ambigua, non si capisce se la “libido anale” è andata a segno o se ancora è in circolazione, se Vittorio si è riconciliato con il suo corpo e con la sua pulsione autodistruttiva, se Vittorio è a rischio o è rinato: la “seconda Pasqua”.
Vediamo i simboli.
Il “test” rappresenta lo strumento di conoscenza, la “gravidanza” condensa una parte di sé che vuole nascere alla consapevolezza, le “lineette” mostrano un codice e la convenzione formale di un sapere latente, “non capivo” equivale a non contenevo e non ero capace di mettere dentro o di assimilare.

“Mi sono svegliato angosciato.”

Dopo tanto travaglio l’angoscia è il minimo che può capitare a Vittorio. Più che angoscia, più che una reazione emotiva senza causa manifesta, quella di Vittorio è agitazione per aver tanto condensato e spostato in sogno.
Meno male che lo psicodramma è finito.

PSICODINAMICA

Il sogno di Vittorio sviluppa in maniera fortemente simbolica la psicodinamica autolesionistica legata al sovraccarico emotivo della non accettazione, più che rifiuto, del proprio corpo e, nello specifico, della funzione sessuale. Vittorio opera in sogno un recupero di se stesso, “due Pasque”, convergendo verso l’integrazione psichica delle parti estromesse e sgradite, confermando la bontà terapeutica del sogno non solo di diagnosticare, ma anche e soprattutto di curare apportando il giusto posto al materiale psichico fuori posto.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Vittorio mostra le seguenti istanze e posizioni psichiche:
“Es” istintivo pulsionale in “giovane militare mulatto e calvo” e in “mi uccide” e in “pistola” e in “fantasma” e in “pene” e in “attrice” e in “water”,
“Io” razionale vigilante in “ho pensato” e in “tranquillo e sereno” e in “ho sentito” e in “non capivo,
“Super-Io” limitante e censurante in “davanti a tutta la mia famiglia scandalizzata.”,
“posizione orale” affettiva e fusionale non è presente,
“posizione anale” aggressiva e remissiva in “giovane militare” e in “mi uccide” e in “puntato la pistola” e in “stavo per morire”,
“posizione fallico-narcisistica” potente e gratificante non è presente,
“posizione genitale” amorosa e dedita non è presente,
“posizione edipica” conflittuale con il padre e la madre non è presente.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Vittorio usa i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “città deserta” e in “fantasma” e in “attrice” e in “occhi chiusi” e in “pene”,
lo “spostamento” in “giovane militare” e in “mi uccide” e in “water”,
la “drammatizzazione” in “aspettavo che mi ammazzasse.” e in “Avevo gli occhi chiusi, mi mancava il fiato e ho pensato che stavo per morire.”,
la “sublimazione” in “volavo”,
la “regressione” è presente nei termini psichici della funzione onirica: la “regressione topica” e la “regressione formale”, la prima con le allucinazione, la seconda con i modi di espressione primari, il concreto al posto dell’astratto, l’agire al posto del pensare.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Vittorio mostra in maniera netta ed esclusiva un tratto “sadomasochistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” decisamente “anale”: tendenza a farsi del male e a rivolgere contro se stesso la pulsione aggressiva o “libido” sadica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Vittorio forma le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “pistola” e in “occhi chiusi” e in “volavo” e in “occhi chiusi”,
la “metonimia” o nesso logico in ”militare” e in “mi uccide” e in “mi mancava il fiato” e in “water” e in “attrice”,
la “iperbole” o esagerazione in “Volavo sopra la testa della gente. Pensavo che gli altri non mi vedevano e in realtà non mi vedevano.”,
la “enfasi” o forza espressiva in “Mi ha puntato la pistola alla nuca e stranamente ero tranquillo e sereno. Ho sentito che premeva il grilletto sulla mia testa.”
Pur essendo ricco di simboli il sogno di Vittorio è nettamente prosaico.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una pulsione autodistruttiva in conseguenza di una difensiva “regressione” e di un ricorso alla “fissazione” alla “posizione anale” con uso di “libido sadomasochistica”. Il quadro viene risolto con il recupero delle parti offese, con l’uso del processo di difesa della “sublimazione” e con la materializzazione benefica di due rinascite dopo le crisi del distacco depressivo e della perdita d’oggetto.

PROGNOSI

La prognosi impone al buon Vittorio di persistere nell’amorosa cura di se stesso e del suo viaggio umano: “comunque andare”. Occorre rafforzare la presa di coscienza dei “fantasmi” in riguardo al corpo e alla sessualità e rendere positivi,nel duplice senso di reali e benefici, i vissuti collegati, integrandoli in una cornice di amor proprio e di amore verso il prossimo, “libido narcisistica e genitale”. Dopo le “due Pasque” occorrono altre Pasque non certo di resurrezione, ma di evoluzione psichica e di progresso umano. Superando la “posizione anale” e il “sadomasochismo” collegato, Vittorio può articolare ed evolvere il suo corpo conflittuale e detestato in un corpo benamato e campo d’amore. La convinzione laica e aristotelica-hegeliana che “la sua vita è il suo corpo e che il suo corpo è la sua vita” è quanto mai necessaria una volta tradotta in termini psicologici.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una esaltazione della “posizione anale” e in una recrudescenza della “libido sadomasochistica” con la conseguente caduta dello “stato limite” nello “stato psicotico”. Vittorio deve essere sempre consapevole della delicatezza della sua “organizzazione psichica reattiva” e deve valutare l’aspetto positivo della delicatezza e della sensibilità umane nell’approcciarsi alle persone che possono essere significative.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Vittorio è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo e la valenza surreale prevale di gran lunga nel sogno di Vittorio.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Vittorio si attesta in una riflessione o in una delusione del giorno precedente in riguardo al corpo e alla funzione erotica e sessuale.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica è decisamente surreale. Il sogno di Vittorio crea una realtà tra il massiccio materiale e il sublimato etereo, tra la forma truce e la forma platonica, tra il profano e il sacro, tra il dovere e il desiderio. Segue la qualità “cenestetica” o sensoriale a causa della prevalenza di vivaci sensazioni e di forti emozioni.

REM – NONREM

Il sogno di Vittorio si è svolto nella fase seconda del sonno REM alla luce del forte simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi dichiaratamente allucinati sono i seguenti:
la “vista” in “ho visto un militare giovane, mulatto e calvo.” e in “Ho visto un test di gravidanza con due lineette”,
“l’udito” in “Ho sentito che premeva il grilletto sulla mia testa.” e in “mi sono detto “svegliati”,
il “tatto” in “mi toccava il pene in maniera erotica”.
La cospirazione dei sensi si manifesta in “Volavo sopra la testa della gente.”
Il sogno di Vittorio è ricco di sensazioni semplici e complesse, di emozioni e di stati d’animo, un prodotto decisamente cenestetico.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Pasquale, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Vittorio, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “3” a causa della complessa simbologia e della intrigata psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto il sogno di Vittorio.

Domanda
E’ riuscito a connettere l’impossibile e a metterlo insieme in termini psicologici.

Risposta
Il sogno di Vittorio era lungo e complesso, ma penso di averlo ben capito e interpretato. E’ stato difficile scriverlo con chiarezza.

Domanda
Io ho trovato molto contorta l’interpretazione.

Risposta
Pienamente d’accordo. Ripetitiva più che altro e non lineare. L’essere umano è fatto così nei sogni e non soltanto. Siamo contorti e ripetitivi, coatti e strambi, bambini e vecchi, dolci e amari, creativi e obsoleti, vivi e morti. Siamo un cocktail di logiche contorte e di virtù opposte.

Domanda
Il tema era ed è drammatico.

Risposta
L’autodistruzione ha radici lontane e si struttura nell’infanzia quando i “meccanismi di difesa” dall’angoscia sono primari e rudimentali. Ricordo che il suicidio è la forma più lineare e semplice di autodistruzione. Le altre forme sono molto sofisticate e camaleontiche per cui erroneamente si tralasciano e si tollerano.

Domanda
Cosa può essere successo a Vittorio bambino?

Risposta
Il sogno ipotizza qualche malformazione o qualche trauma psichico precoce.
Vittorio si è visto e vissuto diverso dagli altri in riguardo al corpo o è stato bombardato da messaggi negativi sul suo corpo e sulla sua mente da parte dell’ambiente familiare. Esempio? “Quanto sei brutto” e “quanto sei stupido” sono ricorrenti nelle comunicazioni tra genitori e figli. Nel Veneto è normale che il padre dica al figlio “Taci mona” e non con ilarità ma con convinzione rabbiosa. E fu così che il povero Bepy adulto si convinse di non valere poi tanto per sé e per gli altri. Calcoliamo anche che un inestetismo o qualche difetto e, per completare il quadro, qualche inabilità strutturano “fantasmi” di notevole portata e sviluppano psicodinamiche spesso infauste.

Domanda
Qual’è la psicodinamica dell’autolesionismo e dell’autodistruzione?

Risposta

In sintesi consiste nel ricorrere alla “libido sadomasochistica” e nell’investirla su se stesso senza alcun supporto del senso dell’amor proprio. “Farsi del male” è la parola d’ordine dell’aspirante suicida e lo può fare a rate o in un sol colpo regredendo sempre alla “posizione anale” e usando quel tipo di “libido”. Si tratta di una pulsione e di una “coazione a ripetere”. Nei tempi moderni la pulsione e la coazione sadomasochistiche sono praticate in vario modo e si possono trovare soprattutto nell’uso di alcool, di stupefacenti, di farmaci, di tabacco, di cibo e di tutte quelle sostanze che variano lo stato di coscienza e leniscono l’angoscia di base. Tralascio le varie maniere psicologiche di farsi del male anche perché tante sono soggettive e creative, ma aggiungo volentieri gli sport estremi e ad alto tasso di pericolo, quelli che fanno la corte alla morte, e anche il gioco d’azzardo.

Domanda
Può fare uno schizzo psicologico dell’aspirante suicida?

Risposta
Il discorso è complesso, ma provo a chiarire qualcosa. Distinguerei il suicida e l’autolesionista, la “organizzazione psichica depressiva” e la “organizzazione psichica masochistica”. Il primo e la prima hanno ed esibiscono un grande bisogno di affetto associato al senso di colpa dell’aggressione verso le figure significative del loro ambiente, lamentano una perdita traumatica, hanno una inadeguata capacità di elaborare il lutto e portarlo avanti secondo il “principio di realtà” e secondo i dettami della logica consequenziale. Queste persone risolvono la grave depressione e soprattutto l’immane sofferenza d’angoscia nel modo seguente: dopo lungo travaglio subentra una freddezza metallica e una lucidità mentale monotematica che dispongono al passo estremo. Finché c’è in circolo una minima emozione la tragedia non avviene, ma nel momento in cui l’attività psichica è uniforme, senza distinzioni e sfaccettature, uscire in qualsiasi modo dalla vita è logico e consequenziale, addirittura auto-terapeutico. Il ricorso alla “libido sadomasochistica” è necessario quanto naturale.
L’autolesionista e la “organizzazione psichica masochistica” si caratterizzano per il senso di indegnità e di colpevolezza per aver tanto aggredito le persone in causa, per essersi sentito affettivamente rifiutato e ingiustamente punito, per aver sacrificato il potere in cambio di amore, per essersi assoggettato alla dinamica emotiva del gruppo familiare in cambio di sentimenti e nell’attesa di essere scelto come oggetto d’investimento libidico. Queste persone avvertono di essere di poco valore e di poco spessore, tendono a uccidersi a basse dosi costanti e vivendo con una qualità di vita molto contrastata e conflittuale e sempre nell’attesa che qualcuno si accorga di loro, della loro qualità e della loro sensibilità. Per risolvere l’angoscia di base operano costantemente la variazione dello stato di coscienza tramite strumenti dannosissimi per l’integrità psicofisica. Tutto questo rituale avviene per costrizione psichica e si ripete secondo i ritmi stabiliti dal bisogno di alleviare il grave malessere. Mi fermo, ma ho detto molto poco e in maniera molto semplice.

Domanda
Come immagina Vittorio bambino?

Risposta
Lo immagino in una famiglia affettivamente fredda e severa nei giudizi. Vittorio si è sentito disprezzato in quest’ambiente e da adulto ha attinto alla “libido sadomasochistica” per curarsi da solo le ferite facendosi male, ma ha saputo rigenerarsi, ha saputo trovare la consapevolezza di gran parte delle sue sottili psicodinamiche.

Domanda
Ma il problema era sessuale?

Risposta
La sfera sessuale contiene tanto e di tutto, dal corredo mentale a quello fisico, dagli affetti e sentimenti alle coccole. Vittorio deve maturare soprattutto a livello affettivo.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Accennavo in precedenza ai “meccanismi psichici primari e primitivi” di difesa dall’angoscia di morte. Essi sono il “ritiro primitivo”, il “diniego”, il “controllo onnipotente”, la “idealizzazione primitiva”, la “proiezione e l’introiezione e l’identificazione proiettiva”, la “scissione dell’imago”, la “dissociazione”.
Le difese primitive si formano nel primo anno di vita e vengono prima dell’uso della parola e del pensiero logico, sono assolute e non contemplano ridimensionamenti e compromessi, sono elaborate dai “processi primari” e dall’immaginazione, sono investite di potenza magica.
Dopo avere ancora sottolineato che questi meccanismi o processi si elaborano nel primo anno di vita, aggiungo che essi si conservano e si evolvono nei meccanismi e nei processi più sofisticati dell’uomo adulto. Adesso chiariamoli al meglio possibile.
Il “ritiro primitivo” esige che un bambino in forte tensione operi una conversione verso uno stato di coscienza diverso e gratificante, si sottrae con la fantasia all’angoscia di una situazione ingestibile. Questa fuga dal coinvolgimento si può anche definire “fantasia autistica”.
Il “diniego” si attesta nel rifiuto da parte del bambino di accettare le esperienze spiacevoli, un processo arcaico radicato nel suo egocentrismo e nella convinzione prelogica che ciò che non riconosco, non accade. Il bambino nega la realtà di una percezione dolorosa.
Il “controllo onnipotente” consiste nella sensazione del bambino di essere la causa di ciò che gli succede senza concepire l’esistenza di un centro di controllo esterno. Il bambino che ha freddo e comincia a percepire il caldo, non attribuisce questa benefica variazione all’abbraccio della mamma, ma a un qualcosa dentro di lui che produce magicamente il caldo.
La “idealizzazione primitiva” è legata al bisogno del bambino di essere protetto dalle brutte sensazioni e di affidarsi ai genitori. Essa consiste nel credere che mamma e papà siano provvidi e in grado di controllare le sue paure e di sorvegliare la sua persona. La “idealizzazione primitiva” esprime il bisogno di avere una presenza benevola e onnipotente da cui dipendere e a cui attribuire il massimo del valore e del potere.
La “proiezione e la introiezione e l’identificazione proiettiva” sono facce opposte della stessa medaglia. La “proiezione e l’introiezione” primarie si basano nel bambino sull’indistinzione tra soggetto e oggetto, tra Io e realtà, tra interno ed esterno. Il bambino non ha un confine psicologico per cui si serve della “proiezione” per estromettere vissuti rifiutati di sé, per considerarli provenienti dall’esterno e per attribuirli a persone dell’ambiente.
La “introiezione” consiste nel mettere dentro tratti psichici esterni.
Il lavoro comune di “proiezione” e “introiezione” porta alla “identificazione proiettiva”. Esempio: il bambino introietta alcuni tratti psichici del padre in precedenza proiettati e in lui si identifica o la bambina introietta alcuni tratti psichici della madre in precedenza proiettati e in lei si identifica.
La “scissione dell’imago” o “splitting” consiste nella modalità del bambino di scindere le rappresentazioni degli oggetti esterni in positive e negative, in parte buona e parte cattiva, dal momento che non riesce a concepire l’oggetto e la rappresentazione nella sua totalità.
La “dissociazione” è una modalità del bambino di reagire a un trauma o a un vissuto che travalica la sua capacità di elaborazione perché implica dolore o terrore.

In riguardo all’autolesionismo ricordo che i principi elaborati dopo il massiccio trauma della prima guerra mondiale da Freud furono “Eros” e “Thanatos”, il “principio di vita” e il “principio di morte”, mentre nel primo sistema psichico e prima della guerra aveva elaborato il “principio del piacere” e il “principio di realtà”.

Il sogno di Vittorio induce a scrollarci di dosso tanta maligna pulsione autodistruttiva e a convergere verso il mondo di Annalisa Scarrone e secondo il suo vangelo positivo, buono e concreto, ad assumere “direzione la vita” per l’appunto.
Questo brano è altamente poetico e colto nel suo essere di scuola letteraria mista perché coniuga la vena associazionista a quella ermetica. La poetessa-cantante, popolare e pop, squaderna una serie di proposizioni in cui predica le varie categorie logiche tralasciando spesso i nessi tra i vari giudizi. Inoltre, Annalisa è abilissima nel cambiare scena e nel dare al lettore la possibilità di riempire quello spazio, di per se stesso pieno ma per chi legge vuoto, con il materiale psichico che gli evoca sempre per via associativa.
Mi spiego.
Non esiste nesso logico tra i primi cinque versi, ma si possono connettere emotivamente con i ricordi o i temi personali o si possono seguire senza nulla pretendere per il suono delle parole, oltre che della musica.
Ogni proposizione ha un suo significato senza esigere consequenzialità logica, ma secondo le libere associazioni produce emozioni di bellezza.
In questo senso “Direzione la vita” ha una valenza psicoanalitica maieutica e Annalisa Scarrone dimostra una notevole sensibilità nel trattare “significanti” e “significati”, nell’usare delicatamente i “segni” verbali e fonici: una valente semiologa.
La musica e la musicalità completa l’opera.

“DIREZIONE LA VITA”
di
ANNALISA SCARRONE

C’è una canzone che parla di te
L’aria che soffia dal mare in città
Un giorno che arriva e ti cambia la vita davvero
C’è il tuo sorriso e Parigi in un film
C’è una ragazza che balla su un tram
Un giorno che arriva e ti cambia la prospettiva
Direzione la vita

Ci vorrebbero i miei occhi per guardarti
Tre quattro volte al giorno solo un’ora dopo i pasti
Dove siamo rimasti, come siamo rimasti
Due astronauti tra le stelle senza i caschi
Ci godiamo il panorama da una stanza
S.O.S. sopra aeroplani di carta
La gente vive e cambia, sopravvive alla rabbia
Come un bambino che disegna una corazza

Facciamo presto a dire amore
Poi l’amore è po’ un pretesto
Per legarci mani e gambe
Ma io non riesco a stare più senza te, più senza te
mai più senza te

C’è una canzone che parla di te
L’aria che soffia dal mare in città
Un giorno che arriva e ti cambia la vita davvero
C’è il tuo sorriso e Parigi in un film
C’è una ragazza che balla su un tram
Un giorno che arriva e ti cambia la prospettiva
Direzione la vita
Direzione la vita

Ci vorrebbero due mani per cercarsi
Per prendersi di peso dai problemi e sollevarsi
Ci vogliono carezze
Ci vogliono gli schiaffi
Solo se persi rischiamo di ritrovarci
E mentre il sole allunga all’ombra l’altalena
Una bambina sogna di essere sirena
Il vento sulla schiena
La danza di una falena
C’è un lunedì che è meglio di un sabato sera
Facciamo presto a dire amore
Poi l’amore è po’ un pretesto
Per legarci mani e gambe, ma io non riesco
a stare più senza te, più senza te
mai più senza te

C’è una canzone che parla di te
L’aria che soffia dal mare in città
Un giorno che arriva e ti cambia la vita davvero
C’è il tuo sorriso e Parigi in un film
C’è una ragazza che balla su un tram
Un giorno che arriva e ti cambia la prospettiva
Direzione la vita

Ci vorrebbe la mia bocca sempre sulla tua
Perché tu sei la mia casa
Vedo terra a prua
E non confondere l’orgoglio con la libertà
Abbiamo ancora una ragione per restare qua
Direzione la vita

C’è una canzone che parla di te
L’aria che soffia dal mare in città
Un giorno che arriva e ti cambia la vita davvero
C’è il tuo sorriso e Parigi in un film
C’è una ragazza che balla su un tram
Un giorno che arriva e ti cambia la prospettiva
Direzione la vita
Direzione la vita
Direzione la vita.