“SOPRA E SOTTO DI ME”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.
Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio, ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.
Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Nivea

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo evoca, trattandosi oltretutto di metodologie psicoanalitiche, posizioni erotiche e sessuali naturalissime, non necessariamente da Kamasutra: “sopra e sotto di me”.
Niente di più sbagliato!
Il titolo del sogno di Nivea richiama, invece, la simbologia spaziale: il nord, il sud, l’est e l’ovest. Meglio: l’alto e il sopra, il basso e il sotto, la destra e l’oriente, la sinistra e l’occidente.
Affermo che si tratta di “archetipi”, di simboli universali elaborati e usati da sempre da tutti gli uomini e di “segni” presenti in tutte le culture.
Ai punti cardinali si associano anche precisi “processi” e “meccanismi” psichici, oltre che specifiche psicodinamiche.
Vediamoli.
Il nord, l’alto, il sopra rappresentano il sacro, il divino, il Padre, il processo di “sublimazione della libido”, il “Super-Io” con le sue censure e limitazioni.
Il sud, il sotto, il basso condensano la materia, la colpa, il peccato, la morte, il processo di incarnazione e di materializzazione, la contaminazione, il demoniaco.
L’est, la destra, l’oriente contengono, sempre simbolicamente e in universale, l’universo psichico maschile, le funzioni razionali o processo secondario, l’istanza psichica “Io”, il sistema nervoso centrale o volontario, la consapevolezza, il principio di realtà, il progresso, l’evoluzione.
L’ovest, la sinistra, l’occidente abbracciano l’universo psichico femminile, la Madre, il sistema neurovegetativo o involontario, l’Es, le pulsioni, il crepuscolo della coscienza, la caduta della vitalità, il distacco, il processo psichico della “regressione”, il “processo primario” e la “Fantasia”.
Ripeto: i punti cardinali sono simbologie universali, elaborate culturalmente e in grazie all’universalità dell’angoscia di morte e della “Fantasia”, quel “processo primario” che contraddistingue l’umanità nell’elaborazione libertaria ed emotivamente allucinatoria di temi riguardanti la collocazione dell’uomo nella realtà interna ed esterna.
Il sogno di Nivea si serve delle simbologie del “sopra” e del “sotto” ed evoca di conseguenza i processi psichici e i simboli impliciti: sopra di me il ghiacciaio e sotto di me il ghiaccio che si scioglie in rivoli d’acqua, quell’energia che si libera dalla rigidità monolitica e va a investirsi in azioni e fatti. Nivea si è data finalmente il potere di avere ai suoi piedi la gestione di se stessa in piena autonomia.
In ultima istanza è opportuno precisare che la scelta del nome “Nivea” è per via associativa al ghiaccio e non per “proiezione” della glacialità psicofisica o tanto meno per un “lapsus” in riguardo all’antica marca di una crema lenitiva e di bellezza, quella benamata crema “Nivea” che mia madre, donna di popolo, spalmava sul suo corpo sopraffino.
A questo punto è opportuno bandire i ricordi personali e dare spazio alla decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.”

Nivea rievoca in sogno la dimensione sublimata della sua “libido”, quando la vita erotica e sessuale, la vitalità corporea se vi aggrada, era gestita in maniera più spirituale che materiale, quando censurava le pulsioni più naturali per moralismo e sotto l’incalzare dell’istanza psichica “Super-Io”: “mi trovavo su un altopiano”.
Cultura familiare e cultura sociale remavano contro i diritti sacrosanti del corpo e non concepivano il misticismo della materia.
Nivea era una ragazzina di buona famiglia e di buona educazione, aveva uno “status” sociale fatto di buone norme e di sacri principi.
“Mi trovavo” rende il senso del permanere e del durare, dello spazio e del tempo, ma soprattutto della casualità della nascita e della coscienza puntuale. L’altopiano non è la montagna del santo, non è l’alto più alto dell’estasi, ma è lo spazio umano adatto a una degna “sublimazione della libido” in una famiglia degli anni sessanta, quando la censura, ecclesiastica e non, impediva la libera espressione degli istinti e del profano.
In tanto perbenismo Nivea “cercava la strada per scendere”, tentava di realizzare il desiderio di lasciarsi andare e di vivere il suo corpo e le sue potenzialità.
“Scendere” non è un simbolo di perdita, non è un cadere depressivo, ma è una ricerca verso il piano materiale.
La “strada” rappresenta la metodologia, il modo di esperire e d’investire la carica vitale e vitalistica, la “libido” per l’appunto. Nivea ci prova e ce la mette tutta per uscire dal limbo rassicurante della normalità psico-esistenziale, ma ha paura e vive qualche angoscia legata ai “fantasmi” elaborati e introiettati. In quest’opera di disagio ha tanto contribuito l’azione improvvida e precoce del “Super-Io”. Nivea è stata responsabilizzata e si è educata per difesa dall’angoscia di coinvolgimento e di abbandono proprio attraverso l’adesione alla norma familiare e sociale imperante e diffusa.
L’angoscia è depressiva e di perdita ed è mirabilmente rappresentata dagli “strapiombi”: soluzioni traumatiche di grande distacco affettivo e di notevole perdita affettiva. Nel momento in cui Nivea si lascia andare a vivere le sue pulsioni erotiche sessuali, la sua “libido” in generale, teme di perdere l’affetto e la protezione dei genitori e della famiglia e di essere estromessa dalla società in cui è inserita. Lo “strapiombo” porta inevitabilmente alla solitudine ed è condannato dalle buone norme del “Super-Io” individuale e collettivo. Non ci sono “strade”, non ci sono altre modalità di conciliare i diritti del corpo con i doveri della comunità d’appartenenza, oltretutto ben introiettati per difesa dalla nostra eroina. Manca l’educazione sessuale ed è presente la sessuofobia clericale e religiosa. Siamo nell’Italia bacchettona degli anni sessanta.

“Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio”

Il “ghiacciaio” condensa un “fantasma di morte” da anaffettività, la perdita degli affetti protettivi dei genitori e del gruppo di appartenenza.
Mai simbologia fu più poetica e azzeccata!
Sul “ghiacciaio” quante angosce sono state consumate e quanti versi sono stati scritti dai poeti e dai cantastorie!
Se non sei come noi, ti espelliamo e muori.
Quante minacce di questo tipo e quante depressioni si sono istruite e inanellate in queste povere e semplici parole!
Nivea ha bisogno d’identificarsi in qualcuno e da sola non può condividere alcunché, non può permettersi di fare da sé e ha bisogno di riferimenti psichici e materiali di sostegno e di sopravvivenza.
Questo è un vero dramma dell’infanzia e Nivea lo sta sognando e lo ha formulato con poche e semplici parole che conchiudono una psicodinamica drammatica di evoluzione solitaria.
“Percorribile” si traduce con possibile e compatibile con le esigenze personali e sociali, con la formazione psichica in atto e le regole della convivenza: un’operazione logica necessaria per non incorrere nel danno distruttivo delle emozioni e della sfera affettiva. “Percorribile” esclude la solitudine dentro e fuori.

“ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.”

Appena investe consapevolmente la sua “libido”, Nivea converte evolutivamente le sue energie in autonomia psicofisica, Dal ghiaccio all’acqua il passo chimico è notevole e compatibile. Nivea esce alla grande dal blocco mortifero delle energie vitali e converte la freddezza affettiva in “libido” da investire progressivamente. Nivea inizia essere autonoma e calibrata nel progressivo coinvolgersi e dà veste a una nuova donna diminuendo le resistenze a capire se stessa e a vivere insieme agli altri con un corpo “campo d’amore” e che, come tutti i campi, è simbolicamente da arare.
Il “Super-Io” ha ridotto la tirannia e ha lasciato spazio alle pulsioni dell’Es con la complicità deliberativa dell’Io. Nivea prende atto dei diritti del corpo e delle sue pulsioni erotiche e sessuali, della sua energia vitale: un inno alla vita e alle concrete funzioni neurovegetative.

“Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Una lieve “sublimazione della libido” per attenuare le angosce assorbite nella formazione psichica è sempre utile quando non è necessaria, purché sia lieve e non pesante: questo è il senso e il significato simbolico di “risalire”.
Il “riesco” rappresenta una consapevolezza dell’Io e la conseguente messa in atto del “sapere di sé” nelle azioni e nei fatti: una bella ed efficace parola su cui si basa la psicoterapia del fare o ergoterapia. Nivea sta sciogliendo le sue energie vitali e femminili. I “rivoli d’acqua” sono chimicamente il passaggio dallo stato solido allo stato liquido della materia, una bella evoluzione psichica per quanto riguarda gli investimenti della “libido”. E, per giunta, sono in crescendo, dal momento che Nivea si è rassicurata sulle sue capacità. Un buon finale, estremamente simbolico, che dispone per uno stato di benessere dell’autrice del sogno; dalla freddezza affettiva e dal blocco degli investimenti della “libido” alla libera espansione sotto forma concreta e godibile.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nivea sviluppa la psicodinamica evolutiva della “libido” da uno stato di “sublimazione” a uno stato di “materializzazione”, dal ghiaccio all’acqua. Nivea rielabora l’uso del “processo psichico di difesa dall’angoscia della sublimazione” e lo evolve in una concreta vitalità e in un provvido gusto di sé e delle proprie azioni. Tale operazione psichica è possibile perché l’Io riduce l’azione limitante e moralistica del “Super-Io” tornando a essere padrona a casa sua e disponendo al meglio le difese e gli investimenti.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Nivea evidenzia l’istanza psichica “Super-Io” in “ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.” e in “che però è sopra un ghiacciaio”.
L’istanza psichica “Io” è presente in “mi trovavo” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”.
L’istanza psichica “Es” agisce in “ma vi erano soltanto strapiombi” e in “sopra un ghiacciaio” e in “inizia il disgelo”e in “il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”
Le posizioni psichiche “orale” e “genitale” si richiamano negli investimenti affettivi e di “libido” in genere: disposizione a dare e a ricevere.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Nivea usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “strada” e in “via percorribile, dello “spostamento” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me” e in “rivoli d’acqua sempre più grossi”, della “figurabilità” in “Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”.
E’ ben presente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” in “altopiano” e in “risalire”.
Il “processo psichico della “regressione” riguarda la normale funzione del sogno.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Nivea evidenzia un tratto psichico “orale” all’interno di una cornice “genitale”: affettività e sessualità.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Nivea usa le figure retoriche della “metafora” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “ghiacciaio” e in “rivoli d’acqua”, della “metonimia” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me”.

DIAGNOSI

Il sogno di Nivea dice di un passaggio evolutivo dal processo psichico di difesa dell’angoscia della “sublimazione della libido” alla progressiva e concreta serie di investimenti vitali, affettivi, erotici e sessuali.

PROGNOSI

La prognosi si attesta in un rafforzamento degli investimenti e in una riduzione dell’uso del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un uso eccessivo del processo della “sublimazione” e in una caduta del gusto erotico e sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Nivea è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Nivea è squisitamente simbolico ed evidenzia le qualità del meccanismo psichico della “condensazione”, un pilastro del “processo primario” e della “Fantasia”.

REM – NONREM

Il sogno di Nivea è avvenuto nella fase mediana del sonno REM alla luce della sua compostezza formale e del suo simbolismo spiccato: un sogno da “maraviglia” e da natural miracolo.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Nivea chiama in causa i sensi della “vista” in “mi trovavo” e in “vi erano” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”. E’ assente l’esercizio degli altri sensi, per cui è dominante l’allucinazione visiva.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande.

Domanda
Preoccupa il sogno di Nivea?

Risposta
Per niente. Anzi, fa piacere sapere di quanto sia plastica e duttile la psiche nel bene e nel male.

Domanda
Ma l’acqua non era un simbolo femminile? Nel sogno di Nivea è un simbolo di energia.

Risposta
Giusto! E’ un simbolo della “libido”, dell’energia vitale e quest’ultima ha origine nell’universo psicofisico femminile. Vita e libido sono simboli inclusi nell’acqua, un principio femminile.

Domanda
Cosa deve fare Nivea in base al sogno?

Risposta
Usare meno possibile la “sublimazione” e vivere bene la “libido” con tanti investimenti variegati e non monotoni. Con un gioco di parole direi che Nivea da donna “casa e chiesa” deve evolversi in donna “casa del popolo” escludendo la donna del “casino”.

Domanda
Perché si usa tanto la “sublimazione”?

Risposta
Perché ci difende dall’angoscia.
Perché la cultura occidentale ha base religiosa e sessuofobica.
Perché il sistema educativo è costrittivo, autoritario e moralistico.
Perché i genitori sono poco libertari, poco pazienti e perché hanno rimosso la loro adolescenza, hanno dimenticato i loro travagli evolutivi.

Domanda
Cos’è la cultura?

Risposta
La cultura a livello psicologico è un insieme di schemi interpretativi ed esecutivi della realtà.
A livello sociologico è un insieme di valori condivisi e convissuti.
A livello semiologico è un complesso di segni e di significati.
In ogni caso la “cultura” non è il complesso delle conoscenze acquisite. Questa si definisce erudizione.
La “cultura” comporta un grado, più o meno profondo, di assimilazione e d’introiezione degli schemi, dei valori e dei segni. Più si assimila e si introietta e più la “cultura” acquisisce “civiltà”. Tutti i popoli sono colti, ma non tutti i popoli hanno lo stesso grado di civiltà. Ripeto: la civiltà si misura in base al modo e all’intensità dell’introiezione e dell’assimilazione degli schemi e dei valori e dei segni culturali. Aggiungo che l’assimilazione e l’introiezione non devono essere totali, ma devono mantenere un margine di autonomia critica.
Assimilazione e introiezione sono pericolose quando negano l’evoluzione e politicamente degenerano nelle dittature più nefaste.

Domanda
Nelle sue interpretazioni dei sogni da tempo non usa il termine “inconscio”.

Risposta
E’ un lungo discorso, ma rispondo brevemente e semplicemente. L’Inconscio come dimensione psichica, definito in tal modo più che scoperto da Freud, è un’ipotesi di lavoro, un assunto metodologico che consente di procedere per dimostrare una tesi. L’Inconscio non esiste semplicemente perché “ciò che non è consapevole” non ha realtà e “ciò che non ha realtà” non ha parola e, quindi, ciò che non ha parola non si può definire.
Questa è la tesi della Filosofia, ma non è per niente una verità assoluta: tutt’altro!
Il primo Freud praticava l’ipnosi e si era accorto che in stato sub-vigilante nei suoi pazienti affioravano dei ricordi lontani. Ciò che è subconscio non è inconscio. La nostra psiche e la nostra mente non possono tenere sotto controllo tutto il materiale vissuto e acquisito. Una parte minima, molto minima, occupa lo stato di coscienza. Il resto è Subconscio e con uno stimolo adeguato viene portato a galla e ricordato. Questa è anche l’operazione del sogno: uno stimolo del giorno precedente scatena di notte un sogno. Ma su questi argomenti ritornerò in altra occasione per meglio precisarli e approfondirli.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

L’adolescenza è il momento più delicato e interessante della vita e dell’evoluzione psicofisica, una serie di anni in cui il corpo e la mente sono in distonia, un’età di mezzo tra la maturità sessuale acquisita e una serie di fantasmi irrequieti e ignoranti.
Nel corpo di donna si annida una testa di bambina.
Nel corpo di un uomo si annida la testa di un giovinetto.
Speriamo tanto che in questo tempo incerto e inquieto non nasca un figlio o una figlia mentre si esploramo i misteri del dio Eros.
Speriamo che durante l’adolescenza la mamma e il papà siano ancora insieme a insegnare le cose giuste, perché questo è il tempo in cui si elaborano mille e mille paturnie, si vivono mille e mille sensazioni, si maturano mille e mille paure.
Il sogno di Nivea richiama l’adolescenza e a Lei io dedico una storia, una storia veneta maturata in quel di Pieve di Soligo, una storia che muove e commuove quel qualcosa di adolescente rimasto beneficamente ancora dentro.

LE PAROLE DI FANTAJESSICA

Ero piccola.
Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più
era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.
Era una vecchia casa,
una casa vecchia come la mia nonna.
Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.
Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.
Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:
un bel cavaliere medioevale,
un coraggioso capitano di ventura,
un sordido lanzichenecco,
un povero soldato,
un fedele legionario,
un perfido mercenario.
In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.
In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.
Tutto questo succedeva quand’ero piccola,
quand’ero bambina,
quand’ancora non pensavo da grande,
quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,
quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,
un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.
Scivolavo e immaginavo.
Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.
Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.
Al terzo piano c’era il soler,
il granaio lungo e buio,
l’emblema di spazi paurosamente ignoti,
la casa sonora dei topi,
il luogo del tempo passato,
la carta d’identità della mia stirpe.
Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano
dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.
Poi mi restava l’ultima rampa,
quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,
la porta del mio paradiso.
Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,
una distesa di giallo e di rosa.
Ai lati erano disegnate delle bande rosse
che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.
Proprio qui a Natale trionfava l’abete
dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,
l’albero più vero e più vivo del paese.
Dalla mia nonna tutto era secondo natura.
Tutto era secondo cultura, dalla mia nonna.
Come si mangiava bene dalla mia nonna!
La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave
e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.
La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco
e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.
La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto
e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.
Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,
quelli del capitano con tanto di cappello dorato,
perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.
Quanti riti dalla mia nonna!
Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,
il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,
dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,
quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza
per muovere la legna e fare tanta fiamma.
E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza
insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.
E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia
nella granda buberata,
si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,
si beveva un goto de vin santo
e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti
in base ai capricci del vento e del fumo.
Quant’era bello!
Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.
Ma la nonna non era sola.
Viveva con lei la prozia,
secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.
La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo
e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.
Epperò!
La strega ciabattava con le sue pattine
e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv
e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.
La prozia era tanto cattiva
e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.
Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.
Con lui non sei felice vero?
No, con lui non sono felice,
è vero,
ma neanche con la mamma sono felice
ed è vero.
Io li volevo tutti e due e insieme.
Anca se i litighea,
dovevano stare insieme per me,
dovevano farlo per me,
per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere
e tanto meno nella loro casa.
Lassem perder!
Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,
ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.
Prendiamo anche i fiori di zucca
che poi ti faccio le frittelle.
Che brava la nonna!
Che buona la mia nonna!
Ma la bambina è confusa,
tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.
Ma che malattia è staquà?
E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!
Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,
un nanetto di marmo senza più colori addosso,
una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,
la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,
qualche stroz di qua e qualche stroz di là.
Tutto è come dio comanda.
Sul davanti il giardino è più curato,
anche il fosso è pulito e pieno d’acqua
e sembra un ruscello.
Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.
Quante noccioline tostava la nonna
e quante torte faceva con il lievito Bertolini!
E quando si andava a letto?
Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,
sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce
e della specchiera in legno massiccio scuro.
La nonna diceva sempre che il legno era vivo
e che di notte si muoveva per sbadigliare.
Quanta paura!
Nonna,
nonna,
vieni qua e stai con me.
Nonna,
se resto qui stanotte a dormire,
tu non muori, vero?
“Ma va là,
sta bona.
Cossa di tu mò?
Vien qua,
giochemo a indovina indovinello.
Cominicia per A e finisce per E.
Cossa eo poh?
Son qua ai pie del let.
Ociu che te ciape!
Le frittelle dovevi portargliele,
o Caterinella,
altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.
Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,
le porte le iera de fero,
volta la carta e ghesè un capeo.
Un capeo?”
E io immaginavo le carte
e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,
mentre il mio papà chissà dov’era.
Lui, però, è un poverino
perché non sa cosa si è perso.
Lui ancora oggi non sa cosa si perde.
Ma io sì,
io so cosa si è perso
e cosa si perde il mio papà.
Si è perso
e si perde una vita di cento e mille anni.
Poverino!
Lui è solo
ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia
e una cucina come quella della mia nonna.
Eppure quella era la sua mamma.
Eppure quella era la sua casa.

 

Il brano è stato elaborato liberamente da Salvatore Vallone nell’anno 1996.

 

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