A proposito di “femminicidio” mi ricordo che

correva l’anno1953 dentro l’umida isoletta di Ortigia.
Quella sera di Gennaio un malefico Libeccio infilzava la viuzza dedicata a Claudio Mario Arezzo, un letterato umanista siracusano che contro Bembo sosteneva l’importanza del dialetto siciliano rispetto all’aulico toscano.
Mia sorella Francesca, detta Franca, che sin d’allora era dispettosa e vezzosa come una scimmia, in quella sera di quell’anno e in quel posto mi dimostra la sua bravura fermandosi all’improvviso e leggendo su una lastra di calcare la seguente iscrizione.

“Candido giglio reciso
nel fiore della sua giovinezza
dalla furia omicida
di un bieco assassino”

Il “candido giglio” si chiamava Giovanna …, detta Nannina, e nel 1947 contava soltanto 19 primavere. Era bionda e portava i capelli a coda di cavallo.
Era fidanzata con Santo …, detto Santino, di anni 22, rampollo della Siracusa bene in quel misero dopoguerra.
In un soleggiato pomeriggio di Aprile Giovanna, celiando con Santino che le chiedeva un appuntamento per la sera, aveva graziosamente risposto che era già impegnata con un bell’uomo.
Voleva essere il complimento traslato di una donna innamorata e, invece, fu la sua condanna a morte.
Accecato dalla maledetta gelosia e angosciato dall’immane senso di perdita, Santino si armò di rivoltella e consumò le sue assurdità psichiche sul corpo procace di Giovanna.
Si celebrava il capolavoro estremo di madri fredde e di padri fascisti.
Questa è la tragica storia d’amore di Santino e di Giovanna.
Io ho imparato a leggere nel 1954 e sono ritornato senza la dispettosa sorella a cimentarmi nella lettura di quella lastra di calcare anche per capirne il significato.
Quel giorno la stradina dedicata al povero umanista, un budello lastricato di lava che scende verso la Marina, era infilzata da un sole in tramonto che illuminava di sinistra luce rossastra la barocca iscrizione.
Sono riuscito a leggerla correttamente senza capire un bel niente.
Rassegnato ho chiesto alla mia sorella intelligente e istruita il significato di quelle parole, di quei versi, di quella poesia, di quella storia da cantastorie.
Mia sorella, malefica come il Libeccio, mi ha detto che si trattava di un necrologio, addirittura un necrologio.
Mi ha preso a manina e mi ha portato da via Savoia numero n° 15 in via Claudio Mario Arezzo al numero 52, ha letto e riletto con enfasi da teatro greco i versi, mi ha fatto leggere il macabro insieme e alla fine mi ha raccontato la storia.
Ricordo che quel giorno il vento si chiamava Tramontana, era freddo e soffiava da Nord: il giorno dopo l’ennesima bronchite si era accanita sui miei venti chili di ossa e cartilagine.
Santo …, detto Santino, era figlio di un valente oculista e studiava medicina all’Università di Catania.
Fu processato nei diversi gradi dalla Corte d’Assise della città dove studiava e fu condannato all’ergastolo.
Cambia scena e cambia registro.
Correva l’anno 1950 e il bambino Vincenzo Grillo, destinato a essere sentito Bucaleddru, inciampava e cadeva sull’acuta scogliera davanti al carcere barocco di Ortigia. Il sangue usciva copioso dal suo piede sinistro. Il fratello Salvatore, detto mangiatorrone, lo prese in braccio e lo portò presso l’infermeria del carcere, detto la casa con un occhio.
Il bambino Enzuccio fu curato dal detenuto infermiere Santo …, detto Santino, un uomo destinato a non vedere la luce della libertà e della ragione.
Crescendo anche Vincenzo Grillo, ormai saputo come Enzo Bucaleddru da coloro che gli volevano bene, ha conosciuto la tragica storia di Santino e di Giovanna e da poeta decadente ha posto su carta di papiro i seguenti versi.

“Si può in un sol baleno fare cose
che in eterno cangiare non si puote.

Tutta una vita a pensare a un lampo accecante
che toglie agli occhi ogni altro bagliore,
senza lasciare all’angoscia
né pausa, né spazio alcuno.

Ciò ch’io vidi nei suoi occhi fissi
era sempre l’imago che menò,
sempre esitante, nel pensiero.

Mi dissero che puerili gesta,
“bum bum”, “bum bum”,
erano da libero nella sua mano senile.

Eppur sicuro operò sul mio arto ferito,
perché sollievo provai dalle sue cure.”

Santo …, detto ancora Santino, fu graziato dalla pietà umana nell’anno 1995. Dopo quarantacinque anni di reclusione e in piena follia fu restituito a coloro che erano rimasti e che ancora gli volevano bene.
Dicono di lui che girava per le stradine umide di Ortigia sempre al tramonto, con il Libeccio e con la Tramontana, con il Grecale e con lo Scirocco, e che, quando passava per via Claudio Mario Arezzo, gridava “bum bum” alzando la mano destra e componendola a mo’ di rivoltella.
Era follia o era verità?
Santino è morto d’inedia e nella dimenticanza collettiva.
Una mente acuta e una mano pietosa hanno rimosso la lapide calcarea di via Claudio Mario Arezzo, sempre al numero 52, e al suo posto hanno posto questa modesta preghiera, scolpita in opaco e ruvido marmo.

“Gesù e Maria,
accogliete tra i vostri martiri
colei che qui trovò la fine
al suo calvario.”

Ero un bambino quando ho saputo del “femminicidio” e quella fu la mia prima volta.
Da adulto ho anche pensato che nel Codice penale di allora figurava il delitto d’onore.
Era il Codice fascista a firma del guardasigilli Rocco, ancora in vigore nell’Italia repubblicana degli anni ‘70.

Da questo ricordo il passo all’attualità, ancora tragica, è naturale.
Ripropongo
DONNE !
ATTENTE AL LUPO !

Il titolo sembra carico d’ironia, ma è di una verità sconcertante che si andrà assodando cammin facendo.
Mi è stato chiesto da alcune donne di chiarire e di approfondire le norme che “Psiconline” aveva pubblicato in occasione della giornata contro il “femminicidio”.
Ho accolto di ben grado questa richiesta e ho formulato una Prognosi puntuale e allargata per consentire alle donne una migliore comprensione della situazione in cui si possono trovare loro malgrado.
Comincio fissando una serie di norme psichiche da ben valutare e a cui attenersi qualora si viene in contatto non soltanto con la dura situazione di poter subire violenza da parte di un uomo o del proprio uomo, ma nell’altrettanto dura situazione di cominciare a prender atto che nella psicodinamica individuale del vostro uomo e, di conseguenza, nella vostra psicodinamica di coppia si verificano fenomeni specifici che esulano da quella che fino a ieri era la vostra normalità, una degenerazione del rapporto di coppia.
Ignorare non è ammissibile alla luce dei tragici eventi e delle drammatiche statistiche che quotidianamente vengono fornite alla pubblica coscienza e alla pubblica opinione.
Affinché non si rimuovano per difesa queste tragiche realtà e questi incresciosi dati, contribuisco a divulgare una

PROGNOSI PSICOLOGICA

per le donne e per tutti gli uomini di buona volontà. A questa seguirà un’adeguata “prognosi” anche per gli uomini, gli attori coinvolti nel tragico fenomeno, e in conclusione anche per i figli intrappolati nelle riottose psicodinamiche di mamma e papà senza avere gli strumenti emotivi e razionali per capire.

1) Mettere fra parentesi i sentimenti e non minimizzare la gravità della situazione: meglio esagerare piuttosto che essere ammazzate.

La freddezza emotiva si ottiene con la sospensione dell’affettività e con il momentaneo disinvestimento psichico sul vostro uomo per valutare al meglio voi stesse e la situazione di coppia, cercando di essere, per quanto possibile, oggettive. La realtà psichica in atto è più importante della sfera sentimentale e affettiva. Questa sospensione affettiva è temporanea e non significa non voler più bene al vostro uomo. La riduzione emotiva amplia la comprensione razionale della situazione.
Esemplificazione: “ma chi è quest’uomo che penso di amare e con cui ho scelto di vivere e di far famiglia?” o “Mi trovo in una situazione pericolosa e sto rischiando troppo!” o “Non l’avevo mai visto così!” o “E se esce fuori di testa e mi ammazza?”

2) Non essere fataliste e non attendere il miracolo del “tutto passa e tutto si risolve”. All’incontrario bisogna agire con freddezza, cautela e intelligenza.

Il “fato” o “destino” non esiste di per se stesso, ma esiste nella testa degli irresponsabili, nelle fantasie dei poeti, nei bisogni religiosi. Tanto meno i miracoli! I santi hanno altro da fare e non si curano dei fatti umani, tanto meno delle miserie. “L’uomo è arbitro del proprio destino”, quindi i nostri pensieri e le nostre azioni dipendono esclusivamente e soltanto da noi. Di fronte alle emergenze psichiche e relazionali necessita freddezza logica ed emotiva nel valutare e decidere, cautela nel dire e nel provocare, intelligenza nel fare e nel prevenire.
Esemplificazione: mai pensare o dirsi “Doveva andare così.” o “Lo sapevo
e me lo merito!” o “Se avessi ascoltato mia madre o mio padre, non mi
troverei in questa situazione” o tanto meno “Bisogna solo attendere che lui
si renda conto di quello che ha detto e che ha fatto” o “Cambierà con il
tempo”. Mai colpevolizzarsi perché il senso di colpa peggiora la situazione
psichica in cui vi trovate e riduce la lucidità mentale. Meglio aver paura e
dirsi “Le cose stanno così, mi ha fatto male e mi fa paura” per cui “Devo
ben valutare la situazione in cui mi trovo” e “Non devo provocarlo, ma devo
capire fino a che punto può arrivare quando è in crisi” e “Nelle situazioni
pericolose è meglio cercare aiuto, piuttosto che stare da sola con lui”.

3) Superare il pudore e comunicare il disagio in sul primo manifestarsi alle persone che ritenete degne di voi, di capirvi e di potervi aiutare.

Non chiudetevi in uno splendido isolamento, perché da sole non ce la potete fare. E’ importante capire che da sole non venite fuori da queste difficoltà soltanto perché si tratta di novità terribili alle quali non siete educate. Fidatevi e affidatevi! Il senso del pudore appartiene alla vostra adolescenza. Oggi bisogna comunicare al più presto il disagio che voi stesse non riuscite a capire appunto perché non lo avete mai vissuto.
Calibrate bene le persone giuste e degne di ascoltarvi e di consigliarvi. In un primo tempo si tratterà di persone che immancabilmente vi vogliono bene e che hanno un rapporto affettivo con voi.
Esemplificazione: “E adesso a chi lo dico? Mi vergogno e poi io sono orgogliosa! Come faccio a dire a qualcuno delle cose così intime e personali?” o “I fatti miei sono soltanto miei!” o “Sono sola e non posso dirlo a mia madre o alla mia migliore amica o tanto meno a mio padre. Non capirebbero! Magari mi rimproverano e mi danno la colpa di quello che sta accadendo o pensano che ho esagerato e che sono paranoica.” o “Meglio attendere e vedere come si sistema la storia.” Invece bisogna dirsi semplicemente “Vado, dico e valuto cosa mi dice quella persona su cui posso contare e di cui posso fidarmi” o “Ho bisogno di proteggermi e di essere protetta.”

4) Non cedere assolutamente all’onnipotenza del farcela a tutti i costi e da sole.

Attente all’onnipotenza! E’ una brutta bestia e una pericolosa compagna di viaggio in qualsiasi circostanza e soprattutto in questa. Liberatevene subito! Meglio pensarsi impotenti e incapaci e anche ignoranti, piuttosto che ritenersi al di sopra del padreterno! L’onnipotenza è il sintomo di una grave psicopatologia e allora proprio in questa circostanza non potete ammalarvi o reagire alla follia del vostro uomo con la vostra lucida follia. Dovete tutelarvi dalla tentazione di farcela a tutti i costi e da sole soltanto perché in certi momenti vi sentite capaci di capire, di reagire e di controllare. Quello che vi sta succedendo esula dalle vostre capacità intellettive semplicemente perché si tratta di una malattia mentale grave del vostro uomo.
Esemplificazione: “Io sono forte e ce la farò da sola!” o “Ne ho superate difficolta ben più gravi di queste!” o “I miei mi hanno sempre detto e insegnato a cavarmela da sola e io sono cresciuta senza aver bisogno di nessuno! o “In ogni modo io ne vengo fuori”.

5) Affidarsi a un Centro o a un Ente preposti al caso e non chiudersi in se stesse. Il primo supporto psicologico e psicoterapeutico lo trovate in queste strutture.

E’ necessario rivolgersi a una struttura specializzata nell’aiutare nella massima riservatezza le donne che si trovano in queste situazione di crisi e di emergenza. Questo non significa che da questo momento in poi dovete agire in tutto e per tutto come gli specialisti vi suggeriscono. Dovete sempre mantenere lo spirito critico perché soltanto voi potete valutare adeguatamente la situazione in cui vi trovate. Voi dovete comunicare il disagio o il pericolo e ascoltare cosa vi suggeriscono. Dovete soltanto riflettere e meditare sulle conoscenze acquisite e sui suggerimenti che vi hanno dato. State accrescendo la vostra consapevolezza. Questo obiettivo è importantissimo e determinante. Questa è la vostra salvezza! La “coscienza di sé” è la vostra terapia d’urgenza. Di poi, quando sarà passata la tempesta, penserete ad altre terapie per la vostra salute mentale e per il vostro equilibrio psicofisico fortemente turbato.
Esemplificazione: “Devo chiamare e poi chissà cosa mi dicono.” o “E se
non capisco e non so fare quello che mi dicono?” “Ma sono sicura che
questi ne capiscono qualcosa?” o “Ma questi mi possono capire o sono
lì tanto per lavorare e di me non gliene frega un bel niente?” Invece
bisogna scattare in questi termini “Datemi subito un appuntamento perché
mi trovo in difficoltà.” o “Da sola non ce la faccio” o “Non ce la faccio più!
Ho bisogno di essere aiutata, ho bisogno di sapere e di capire subito.” o
“Mi trovo in una situazione complicata e terribile”.

6) Non lasciarsi suggestionare da promesse tipo “non lo faccio più, perdonami”. Considerate adeguatamente le minacce e specialmente le più sottili, quelle psicologiche. Considerate adeguatamente i comportamenti intimi e specialmente quelli sessuali. Considerate adeguatamente la misoginia, odio verso le donne, i comportamenti sociali e l’estremismo politico. Considerate la qualità della relazione con la madre.

Non siete chiamate a giudicare nessuno, tanto meno ad assolvere o a condannare. Dovete soltanto guardare i fatti in maniera nuda e cruda.
Esemplificazione: “Mi ha fatto male e mi ha fatto paura” o “Mi ha detto che mi ammazza.” o “Mi ha detto di tacere perché non capisco niente.” o “Mi ha ricattato e mi ha minacciato” o “Mi ha detto di non dire niente a nessuno.”
Per quanto riguarda le tante promesse, non lasciatevi assolutamente
impietosire e non aderite alla richiesta di dargli ancora fiducia. Il male
subito non si può convertire in bene e tanto meno si può sublimare come
una sofferenza in vita che apre le porte dei cieli. Non avete bisogno del
paradiso, ma soltanto di valutare l’inferno in cui vi trovate e di uscirne fuori
al più presto. Raccomando sensibilità alla minaccia “Ti ammazzo!” Non è
un semplice modo di dire. E’ molto grave a livello umano, ma è
pericolosissimo a livello relazionale, oltre al fatto importantissimo che
disocculta una grave psicopatologia.
Per quanto riguarda la vita intima e sessuale valutate la “sindrome del
lupo e dell’agnello”, i comportamenti fortemente aggressivi e gli
atteggiamenti infantili e filiali del vostro uomo nei vostri confronti. Questa
drastica oscillazione tra l’essere tenero e indifeso e l’essere brutale e
perverso attesta di un’organizzazione psichica molto fragile che può
esplodere da un momento all’altro nella perdita dell’autocontrollo e del
“principio di realtà” se non è contenuta dai meccanismi di difesa.
Se il vostro uomo sessualmente manifesta interesse morboso verso i
rapporti anali e non genitali, se il vostro uomo esprime la sua “libido”
secondo pulsioni sadomasochistiche, se il vostro uomo si autocompiace
narcisisticamente e non vi riconosce come persona da amare, se il vostro
uomo riconosce e adora soltanto se stesso come unica e vera realtà, se
riscontrate tratti di questi comportamenti e di queste tendenze potete
certamente preoccuparvi della situazione rischiosa in cui vi trovate e potete
prospettare una psicoterapia individuale per il vostro “lui” o di coppia per
porre intanto il problema allo specialista e avere una migliore
consapevolezza della situazione in cui, vostro malgrado, vi trovate.
Bisogna ancora valutare l’aggressività intima e sociale che il vostro uomo
esterna nelle parole o nei fatti durante la vita quotidiana. In particolare se
viene fuori con espressioni del tipo “li ammazzerei tutti” o “meritano di
morire” o “ci vorrebbe la pena di morte” o “bisogna farli fuori” e similari
soluzioni su fenomeni sociali in atto.
Valutate ancora la “misoginia” del vostro uomo, il sentimento
dell’odio, consapevole e non, che esterna nei confronti delle donne, il
concetto negativo che ha sull’universo femminile, lo schema culturale
materialistico e arretrato che ha inscritto nella sua interiorità.
Esemplificazione: “Le donne sono tutte uguali.” o “A cosa servono le
donne? Solo per far sesso!” o “Le donne devono essere soltanto
bastonate.” o “Le donne sono esseri inferiori.” o semplicemente “Tutte
troie!”.
In conclusione bisogna valutare il tipo di rapporto che il vostro uomo ha
con sua madre. Se esterna una relazione ambigua di amore e odio, di
dipendenza e autonomia, di accettazione e rifiuto, se manifesta un legame
ambiguo di fusione e distacco, di premura e rabbia, se manifesta una
pulsione di morte verso questa figura a suo modo sacra. In tal modo potete
avvalorare la convinzione di avere vicino una persona notevolmente
contrastata e conflittuale che versa in uno stato psichico “limite”, ai bordi
tra la nevrosi e la psicosi, tra la normalità e la follia.

7) Convincersi che la psicodinamica dell’uomo violento ha radici lontane ed è una psicopatologia grave non legata alla vostra azione e tanto meno alla vostra responsabilità.

E’ importante e determinante acquisire la ferma consapevolezza che il vostro uomo ha una storia esistenziale e psicologica che voi avete in pieno, nel bene e nel male, ereditato. La “formazione psichica reattiva”, il carattere, del vostro uomo non è dipesa da voi. In nulla avete contribuito alla sua prima formazione psichica e alla basilare evoluzione psicologica. State raccogliendo quello che altri hanno seminato, state subendo le conseguenze nefaste di una formazione psichica altamente critica e conflittuale. Siete il capro espiatorio di altri bisogni di affermazione e di altre vendette. Le radici violente del vostro uomo risalgono alla sua prima infanzia, tecnicamente alle “posizioni orale e anale” e alla mancata risoluzione del legame con i genitori e in special modo con la madre. La psicopatologia è grave perché ha origini lontane e risale al tempo in cui l’Io, la vigilanza e l’autocontrollo erano ancora in formazione. Semplificando: il vostro uomo regredisce a quelle posizioni psichiche, vi confonde con la madre e diventa veramente pericoloso per la sua donna.
Valutate anche i costumi e i gusti sessuali del vostro uomo, il
comportamento nei riguardi del vostro corpo e della vostra persona, le
propensioni narcisistiche, la violenza giustificata con la pulsione sessuale,
le fantasie e i giochi erotici, la qualità globale della relazione, la remissività
del bambino che contrasta con la violenza dell’uomo adulto. Valutate la
gelosia e le pulsioni ossessive, la paranoia e le compulsioni, la necessità di
fare determinate azioni per sentirsi meglio.
Esemplificazione: “Non sono io che lo provoco e gli scateno la crisi di
nervi.” o “Quando dà in escandescenze, non lo riconosco. E’ tutta un’altra
persona!” o “Sembra una bestia quando si arrabbia. Ha uno sguardo
terribile e gli occhi sono di ghiaccio.” o “Mi guarda e sembra che non mi
riconosce.”

8) Essere fermamente consapevoli che non potete aiutare chi ha soltanto necessità di curarsi.

Alla luce di quanto avete capito di voi e della situazione in cui vi trovate, potete abbandonare l’onnipotenza terapeutica e la vostra pulsione materna di aiutare e perdonare chi ha tanto sofferto da bambino. Abbandonate la pulsione della buona samaritana o della prospera infermiera. Voi non siete valenti psicoterapeuti e tanto meno esperti psichiatri, voi siete la parte lesa e, vostro malgrado, la parte in causa senza aver in nulla contribuito a tanto marasma psichico. Ricordate che il medico pietoso procura cancrena nella ferita. E allora valutate la necessità della psicoterapia e di un lungo periodo di cura per ripristinare un equilibrio corretto nel vostro uomo in coppia e in famiglia.
Esemplificazione: “Non posso far nulla per te. Io posso soltanto accompagnarti in questo tragitto terapeutico.” o “A mia volta posso farmi aiutare a capirmi e a capirti. Devo anche superare i traumi inferti dalla tua malattia.” o “Ci vuole qualcuno che ragiona in questa situazione e questo qualcuno meno male che sono io.”
Questo punto è importantissimo: il vostro uomo è malato, ha una psicopatologia grave anche se non si vede sempre e soprattutto anche se oscilla tra la violenza e la remissività. Quest’ultimo sintomo è la ineccepibile prova della malattia: il lupo e l’agnello, la crudeltà del primo e l’innocenza del secondo.

9) Per rafforzare la vostra azione difensiva, considerate l’importanza di evitare traumi ai vostri figli. Considerate che anche loro possono essere vittime della follia omicida di un padre tralignato in bieco assassino a causa della sua malattia.

I figli sono da tutelare in ogni senso, dal versante psichico al versante fisico. Passate dal vostro giusto amor proprio e dalle vostre adeguate difese alla necessaria difesa dei vostri figli. Pensate di essere massimamente nel giusto. Recuperate il senso ancestrale della maternità, la legge neurovegetativa del sangue, quell’istinto che ancora è presente dentro di voi e che avete scoperto nel momento successivo al travaglio e al parto. In questo modo acquistate quella forza che eventualmente vi manca in così grande emergenza. La psicopatologia del vostro uomo non riconosce nei suoi eccessi critici i figli e il suo delirio induce a viverli come suoi prodotti da portare via o come strumenti per punirvi.
Esemplificazione: “Dobbiamo tutelarci e proteggerci.” o “I bambini non hanno nessuna responsabilità e non devono assistere a queste scene terribili.” o “E se ci ammazza?”

10) Volersi tanto bene, agire con il buon senso e seguire anche i consigli che troverete da voi stesse cammin facendo.

In tanta emergenza considerate la vostra importanza e l’importanza del volersi bene. Siete nel giusto, ma la situazione può degenerare nel drammatico-quasi tragico. State imparando una lezione che avreste benissimo evitato, ma il ballo della vita e delle persone vi ha voluto coinvolgere e vi ha richiesto buon senso e amor proprio senza esagerazioni della paura e del panico o della superficialità e del minimizzare. Avete avuto bisogno di altri, ma non avete smarrito voi stessi, le vostre capacità e il buon consiglio che potete dare a voi stesse. Dopo attenta riflessione su quello che vi hanno detto da tutte le parti, chiedetevi “E io cosa penso e cosa mi dico?” Questo è importantissimo per voi e dispone per una buona reazione a tanta disgrazia.
Esemplificazione: “Non mi devo confondere, impaurire e tanto meno perdere d’animo.” o “Secondo me devo fare in questo modo” o “Ho capito”.

11) Ricordare sempre che il corpo è tutelato dal Diritto naturale e dalla Legge ordinaria e che nessuno può usargli violenza. Al primo ematoma “112” o “113” è il numero giusto.

Bisogna anche avere una buona coscienza socio-politica-giuridica in questa situazione estrema, esserne fiere e curarla. Nessuno può usare violenza al vostro corpo. L’ematoma e la fuoruscita di sangue sono reati penali che devono essere denunciati e registrati per il bisogno futuro. Recatevi sempre al “Pronto soccorso” per farvi curare e per registrare il reato subito, la violenza sul corpo, l’emorragia, la contusione, l’ematoma. Il referto medico, la diagnosi, la terapia e la prognosi hanno un valore legale enorme e possono esservi utilissime per tutti i casi riconosciuti dalla Legge e per le evenienze future. Di poi, possono essere utili le diagnosi psicologiche e le psicoterapie di sostegno o di ristrutturazione psichica in riparazione dei traumi subiti. La Polizia e i Carabinieri riteneteli i vostri naturali difensori e non pensate mai che mettete nei guai il vostro uomo se vi rivolgete alle Forze dell’Ordine. Non cadete nella banalità paranoica di una possibile divulgazione dei fatti vostri. Chi sbaglia deve pagare per ravvedersi. La vostra vita vale più di ogni altro bene. Voi siete importanti per voi stesse e anche per i vostri figli. Avete la responsabilità di educarli, di farli studiare e di realizzare tanti progetti insieme a loro. Trovate la forza per procedere anteponendo a tutto il resto voi e i vostri figli. Consapevoli che le minacce nei casi gravi non servono, anzi a volte acuiscono la gravità della situazione, pur tuttavia dovete sempre fare presente al partner che siete soggetti di diritto sin dal primo insorgere dei maltrattamenti psicofisici e precisate che il corpo è vostro e lo potete gestire soltanto voi.
Esemplificazione: “Non devi alzare le mani, perché ti denuncio!” o “Non
mi devi nemmeno toccare o chiamo immediatamente la polizia”.

dottor Salvatore Vallone
psicologo psicoterapeuta

 

 

UN PRANZO FRUGALE con “macari u cafè”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Eravamo nella sala da pranzo di via Savoia.
C’era una grande tavola apparecchiata, a cui sedevamo noi figli e tante altre persone, tutti invitati di mia madre.
Mio padre non era con noi.
Mia madre ci ha servito della pasta con la salsa, un “coppino” ciascuno.
Dopo aver finito il primo, aspettavamo tutti la seconda portata che però non arrivava.
Al che, ho chiesto a mia madre se ci fosse soltanto quello da mangiare.
Lei dice di sì ed io la redarguisco: “Ma che figura ci fai fare, mamma, con tutta questa gente invitata?!”
Allora lei mi risponde: “Già! C’è macari u café!”

Questo sogno è firmato “Pippina a pazza”.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Questo sogno ha sapore di Sicilia e mi è familiare.
Comincio dalla fine.
Nei miei ricordi di bambino “Pippina a pazza” era una donna sempre affacciata alla ringhiera della terrazza sul mare di Ortigia in attesa che all’orizzonte spuntasse il veliero del suo grande amore, un marinaio immaginario di cui era perdutamente innamorata.
Giuseppina …., detta “Pippina a pazza”, aspettava di andare via con lui, ma il marinaio non ritornava semplicemente perché non esisteva nella realtà, ma era soltanto presente nelle allucinazioni della tenera donna.
Questo grande amore era un delirio beneficamente paranoico ed è un ricordo della mia infanzia. Mi è viva l’immagine di questa donna scarmigliata che guardava perduta l’orizzonte del porto di Siracusa dal terrazzo della sua vecchia casa, mezza barocca e mezza popolana, con tanto di statuetta di santa Lucia e di san Sebastiano trafitti dai pugnali dei miscredenti pagani.
Di certo, Giuseppina non finì nel manicomio di Siracusa. Il dottor Basaglia e la sua Legge, mai adempiuta, dovevano addivenire, ma la famiglia amorevolmente si era presa cura di lei proteggendola dalle aberrazioni degenerative umane e psichiche del “lager” manicomiale.
Questo è quanto evoca in me l’autrice del sogno, la sedicente “Pippina a pazza”.
Penso che questo sogno me lo abbia spedito una delle mia sorelle, la più estrosa e creativa, nonché la più provocatrice. Mi piace pensare così e il mio sospetto è corroborato dall’indicazione geografica protetta della “via Savoia”, la strada dei re dove abitavo con la mia numerosa famiglia negli anni cinquanta e sessanta.
In ogni modo bisogna procedere con l’interpretazione del sogno e con il mezzo anonimato rimasto in piedi della protagonista.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Eravamo nella sala da pranzo di via Savoia.”

La “sala da pranzo” rappresenta simbolicamente l’affettività e le relazioni significative vissute in famiglia, vissuti a metà formali e a metà sostanziali. La precisazione della via, “via Savoia”, inquadra l’identità del gruppo, quelli che vivevano in quel luogo: un “topos” che contiene un “logos”.
Pippina rievoca in sogno la sua sfera affettiva familiare e i suoi “fantasmi” all’interno di quel contesto, esperienze convissute e condivise con altre persone: “eravamo”. Pippina non ha sofferto, di certo, la solitudine.

“C’era una grande tavola apparecchiata, a cui sedevamo noi figli e tante altre persone, tutti invitati di mia madre.”

Si presenta il simbolo della famiglia allargata e tradizionale, il “clan”, l’istituto sociale dove con i cibi si scambiano affetti e rassicurazioni, identità e protezioni: il “noi siamo quelli” di “una grande tavola apparecchiata”.
“Tutti invitati” contiene la cura e la premura di una madre, “di mia madre”, deputata ad amare i figli, “noi figli”, seduti obbedienti e trepidanti attorno al desco “fiorito di occhi di bambini” e di adulti.
E cosa ci si scambia in questo dolcissimo consesso?
Amore, affetti, protezione, identità, appartenenza: investimenti di “libido genitale”, dice il tecnico.
E le succulente pietanze della cucina siciliana?
Soltanto cibi frugali e semplici, arricchiti dai mille accorgimenti degli aromi e degli odori per ingannare il palato e lo stomaco dei bambini.
Il cibo è il simbolo dell’amore e dell’amore materno nello specifico.
“Chi mi ama mi nutre”, recita un antichissimo adagio popolare, nonché le norme del costume degli animali, per cui seduti a quella “grande tavola apparecchiata” non si gioca a tombola, ma ci si vuol bene e ci si riconosce come gruppo mentre si mangia.
Non si insisterà mai abbastanza sull’importanza psicosociale della colazione, del pranzo e della cena.
Fin qui tutto tranquillo e seducente.
Adesso si profilano le scaramucce psichiche.
La mamma ha invitato “tante altre persone”, la madre ha esteso l’amore ad altri e non soltanto ai suoi figli, che già sono tanti. La madre si è donata nella sua infinita “genitalità” ad altre persone, una gradevole parentela allargata, tutte persone degne di rispetto e di affetto.
Pippina non è, di certo, figlia unica.
Pippina ha fratelli e sorelle con cui dividere la madre e, chissà, se a parti uguali nei suoi dosaggi.
Pippina soffre di rivalità fraterna e ha un conto in sospeso con gli affetti e “in primis” con quelli della madre.
E allora?
Le “altre persone” sono in più, sono un ostacolo alla provvidenza materna, intralciano, intrigano, confondono, portano via qualcosa d’ineffabile e di concreto anche se aiutano ad allargare gli orizzonti psichici e sociali, proteggono e sostengono, comunicano e regalano.
Cosa non ti combina una madre invadente e oltremodo generosa nei “fantasmi” affettivi di una figlia in cerca perpetua d’amore e di rassicurazione? Questo è un primo spaccato psichico di “Pippina a pazza”.

“Mio padre non era con noi.”

L’unità familiare è mutilata perché manca il padre. Pippina sente forte la presenza della madre e avverte l’assenza del padre. Pippina non si è sentita amata abbastanza dal padre. L’amore in famiglia è riservato all’esercizio della madre. Pippina ha una vacanza psichica nella sua “posizione edipica”, il padre per quanto riguarda la sfera affettiva, simbolicamente rappresentata dalla “tavola apparecchiata”. Pippina si è sentita amata dalla madre, nonostante fratelli e sorelle e parenti, tutti presenti a tavola e regolarmente invitati dalla madre.
Dubbio legittimo: visto che la madre si profila chiara e limpida nel suo dispensarsi e nel suo dispensare affetti a modiche dosi a tanta gente, vuoi vedere che Pippina ha qualche conflitto edipico con il padre e che nel sogno si difende escludendolo dalla tavolata imbandita e dalla compagnia degli affetti?
Qualche trauma dell’infanzia in riguardo al padre poco presente e severo?
Il sogno individua un fantasma preciso in forma generica: “Mio padre non era con noi.”
La madre è potente e dominante, una figura importantissima nell’economia psichica di Pippina, ma il padre nella sua assenza non è da meno. La madre ha dovuto occupare, sempre nei vissuti della protagonista, il posto e il ruolo lasciati vacanti dal marito.
Procediamo a vedere dove va a finire questo sogno semplice e simpatico soltanto nell’apparenza.

“Mia madre ci ha servito della pasta con la salsa, un “coppino” ciascuno.”

Fino a questo punto Pippina ha ben assorbito la condivisione dell’amore materno e non chiede l’esclusiva o il diritto di usucapione in questa comunità allegra di persone in convivio che vede una madre protagonista e un padre assente nella comunione dei beni affettivi.
La giustizia affettiva della mamma si manifesta ulteriormente nella distribuzione quantitativa dei sentimenti: “un coppino ciascuno”.
Mi piace precisare che il siciliano “coppino” è una piccola coppa equivalente a un italiano mestolo. L’amore della madre è giusto e non è variegato, è interessato e personalizzato, non è ruffiano e tanto meno “puttano”. L’amore della madre è come la Legge sopra lo scanno dei giudici, “uguale per tutti”.
A Pippina va bene tutto questo nella diplomazia onirica dell’apparente, ma non va bene tutto questo nell’economia profonda dei suoi bisogni affettivi: il “coppino” non basta e la mancanza di esclusiva le brucia.
Ricordo che il “coppino” è stato eletto da Pippina come la misura dell’amore materno nel suo essere simbolicamente un dispensatore di “pasta con la salsa”.
Il “ciascuno” indica la giustizia e la misura.
Eravamo tanti in famiglia e a ognuno la madre ha dato il suo: una madre troppo impegnata nella vita corrente per trovare il tempo di fare delle differenze tra i figli.
Ma ciò non toglie che nei vissuti di Pippinella infante una madre ingiusta e abbondante è stata l’oggetto del suo desiderio, un prospero “fantasma” di mamma buona, “parte positiva” del “fantasma della madre”.

“Dopo aver finito il primo, aspettavamo tutti la seconda portata che però non arrivava.”

Il cibo non basta mai, come l’affetto e l’amore dei genitori quando si è “infanti” e senza parola, quando si è bambini e si sente la necessità di vivere i sentimenti di base, quelli intramontabili che aiutano a crescere e a crescere bene senza paura e senza vergogna, con la sana espressione del dare del ricevere.
Quanto ha atteso questa bambina!
Pippina aspettava ancora cibo, ancora amore, ancora sentimenti, ancora calore di pietanze simboliche e sublimate. Crescendo con i fratelli, le sorelle e i parenti, manifesta in sogno questo suo desiderio di avere una mamma non in condominio, ma una mamma che la scegliesse eleggendola come la figlia preferita e prediletta.
A quanto arriva l’allucinazione di un desiderio elaborato e vissuto nella primissima infanzia e conservato dentro sotto forma di “fantasma” e destinato alla dimenticanza per poi emergere, quando meno te l’aspetti, in sogno!
Non arriva nulla, se non quello che c’è per tutti, “un coppino di pasta con la salsa”, quella dose minima ma giusta e uguale per tutti. La madre deve distribuirsi con figli e parenti, ma a Pippina la sua parte non basta.
E’ presente il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione” negli altri, “aspettavamo tutti la seconda portata che però non arrivava.” “Mal comune mezzo gaudio”, dicono i toscani consolandosi di una frustrazione subita. E Pippina va avanti senza angoscia, ma questo “fantasma” ha inciso, meglio si è inciso, nel suo carattere, nella sua “formazione psichica reattiva” magari con la tendenza a cercare affetto negli altri attraverso una facilità a comunicare, una forma di estroversione e di sollecitudine intesa a gratificare per essere gratificati.

“Al che, ho chiesto a mia madre se ci fosse soltanto quello da mangiare.”

Come si diceva in precedenza, a Pippina non è bastato “il primo” e voleva “la seconda portata” per sé e per tutti, ma si deve accontentare soltanto di quello che la madre passa in base alla sua economia psichica e al suo ruolo così arduo da gestire: tanti figli e poco cibo nella realtà storica e culturale del dopoguerra. Pippina “ha chiesto”, ma la frustrazione affettiva è inevitabile perché il vissuto affettivo è deficitario nella sua psiche. Quel qualcosa di più o quella “seconda portata” non hanno visto la luce, per cui non resta che incamerare la carenza magari sublimandola e senza adire nella naturale aggressività che consegue a ogni frustrazione. Pippina appare docile e accogliente, ma vediamo il prosieguo del sogno.

“Lei dice di sì ed io la redarguisco: “Ma che figura ci fai fare, mamma, con tutta questa gente invitata?”

“Redarguisco”: latino red-arguere, indietro-dimostrare. Pippina dimostra e accusa la madre che “dice di sì” alla frustrazione affettiva, la madre è consapevole nei vissuti della figlia della sua collocazione importante all’interno della famiglia.
“Che figura” si traduce e si legge: quale posizione hai assunto e assumerai di fronte a questa situazione di generale frustrazione affettiva?
Pippina accusa la madre di avere una famiglia numerosa a cui non può accudire in tutto e per tutto. La “gente invitata” non ha chiesto di venire, come i figli non hanno chiesto di nascere e, oltretutto, in quella famiglia.
Ribadisco che la protagonista Pippina sta elaborando la sua collocazione affettiva all’interno della sua famiglia quand’era bambina e il “fantasma della madre” nella sua “parte critica”: accusa ma non aggredisce, contesta ma non condanna.
Tutt’altro!
E si vede andando avanti come si conclude la storia affettiva di Pippina e il suo vissuto nei riguardi della madre.

“Allora lei mi risponde: “Già! C’è macari u café!”

Fenomenale l’ironia finale!
Ironia che richiede a monte un buon esercizio di autoironia.
Pippinella è ironica perché è autoironica.
Pippinella sa ridere di sé, sa ridimensionarsi e proietta nella madre le sue buone doti di sopravvivenza in famiglia e nel sociale: “Già!”.
Che simbolo è il “caffè”?
O meglio: ma che significa “u cafè”?
“U cafè” condensa l’eccitazione nervosa finalizzata al gusto di sé, significa saper ridere di sé e del proprio destino di uomini, attesta di un’accettazione dello “amor fati”, un fare umano tra epicureo e arabo. Il “caffè” è la droga dei poveri, la cocaina dei proletari, il Johnnie Walker dei sopravvissuti a due guerre mondiali e a una guerra coloniale imperialista.
“De consolatione do cafè!”
Elogio del caffè, una lode che mette tutti d’accordo e concilia la miseria con la nobiltà dell’animo.
Si conclude nella maniera più geniale il sogno di “Pippina a pazza”, la donna che attendeva il suo marinaio sul terrazzino della casa in Ortigia prospiciente il golfo naturale di una Siracusa mezza barocca e mezza popolana, una dimora con tanto di statuette di santa Lucia e di san Sebastiano trafitti dai pugnali dei miscredenti pagani.
Se la vera Pippina avesse bevuto “u cafè” dopo un “coppino di pasta con la salsa”, ironia e autoironia, avrebbe vissuto, senza scindersi a livello psichico, il suo destino di donna sopravvissuta alla guerra e agli uomini malvagi, marinaio compreso:
“Eh già!”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Pippina sviluppa la psicodinamica legata alla “posizione psichica orale”, l’affettività e gli investimenti di “libido” collegati alle relazioni familiari e sociali. Evidenzia carenza nella consolazione della condivisione affettiva. L’individualità affamata emerge dalla comunione dei beni. La problematica conflittuale blanda è rivolta in maniera privilegiata alla figura materna e si conclude in linea con la reazione autoironica e ironica. La “posizione edipica” è richiamata nell’esclusione della figura paterna dal consesso affettivo: blanda conflittualità compensata. La “posizione psichica genitale”, “donativa”, è mirabilmente impersonata dalla madre anche nella sua equa parsimonia alimentare e affettiva.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica “Es” compare in “una grande tavola apparecchiata” e in “Mia madre ci ha servito della pasta con la salsa” e in “aspettavamo tutti la seconda portata che però non arrivava.” e in “C’è macari u café!”.
L’istanza psichica “Io” è presente in “ho chiesto a mia madre” e in “Lei dice” e in “Allora lei mi risponde”.
L’istanza psichica “Super-Io” si evidenzia in “Mio padre non era con noi.” e in “io la redarguisco”.
La “posizione psichica orale” è dominante in quanto il tema dell’affettività è presente in tutto il sogno come causa scatenante.
La “posizione psichica genitale” contraddistingue la psicodinamica di base: è poco, ma c’è amore per tutti e gli affetti della madre sono distribuiti in parti uguali.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di “Pippina a pazza” si serve nella sua formulazione del meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “sala da pranzo” e in “tavola apparecchiata” e in “pasta con la salsa” e in “u cafè”, dello “spostamento” in “noi figli e tante altre persone, tutti invitati di mia madre.” e in “Dopo aver finito il primo, aspettavamo tutti la seconda portata che però non arrivava.”, della “figurabilità” in un “coppino”, della “proiezione” in “Dopo aver finito il primo, aspettavamo tutti la seconda portata che però non arrivava.” e in “Ma che figura ci fai fare, mamma, con tutta questa gente invitata?!”.
Sono presenti i processi psichici di difesa dell’angoscia della “regressione” in “eravamo” e in “aspettavamo” e della “sublimazione della libido orale” in “C’è macari u café!” .

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Pippina evidenzia nettamente un tratto psichico “orale”, ordine affettivo e qualità relazionale, all’interno di una cornice altrettanto nettamente “genitale”, disposizione a dare e a ricevere.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Pippina espone le seguenti figure retoriche: la “metafora” o rapporto di somiglianza in “tavola apparecchiata” e in “u cafè” e in “coppino”, la “metonimia” o nesso logico in “sala da pranzo” e in “pasta con la salsa”. Il sogno di Pippina ha una poetica popolare narrativa e una sceneggiatura realistica, tipo i film del neorealismo italiano dell’immediato dopoguerra e mirabilmente interpretati dal principe Antonio De Curtis, in arte Totò.

DIAGNOSI

Il sogno di Pippina dice di una psiconevrosi depressiva legata non alla perdita di affetti, ma al bisogno di riscontri affettivi e all’uopo Pippina si dispone verso gli altri in maniera suadente e collusiva.

PROGNOSI

Pippina è chiamata a essere consapevole dei suoi bisogni affettivi e a gestirli con le compensazioni giuste affidandosi a persone che meritano le sue cure, le sue premure e le sue simpatiche effusioni. Attenta a isolarsi e a ristagnare con gli investimenti di “libido”!

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ritiro degli investimenti di “libido” e in una “sindrome depressiva” legata alla dominanza del “fantasma della perdita”. Metaforicamente Pippina non deve privarsi di un “coppino” di pasta con la salsa ogni giorno e deve mangiarlo con soddisfazione insieme al suo prossimo.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Pippina è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il sogno di Pippina è naturale e reale nella sua semplicità espressiva e simbolica, un quadretto da commedia di Edoardo e Titina De Filippo.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di “Pippina a pazza”, il “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in un normale ricordo di usi e costumi della figura materna o in una frustrazione dell’affettività o delusione.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di “Pippina a pazza” si è già qualificato con lo pseudonimo scelto dalla protagonista. Meglio: il sogno presenta tratti popolari di neorealismo e con il simbolismo concilia in maniera ineccepibile la finale ironia.

REM – NONREM

Il sogno di Pippina è avvenuto nell’ultima fase REM perché concilia fatti ed elaborazione fantastica in maniera pacata. Nell’elaborare e vivere la psicodinamica del sogno, il fantasma è abbastanza razionalizzato e la psiche è ben strutturata, per cui il lieve dramma si conclude in simpatia: autoironia e ironia.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Pippina coinvolge e allucina i seguenti sensi: la “vista” in “Eravamo nella sala da pranzo” e seguente, “l’udito” in “Allora lei mi risponde: “Già! C’è macari u café!”.
Il “gusto” in “pasta con la salsa” poteva attivarsi con un un semplice attributo tipo “buona”.
Manca quel “sesto senso” che è il compendio personalissimo di una sensazione mista.
Manca il “tatto” e “l’odorato”. In riferimento a quest’ultimo non risulta nel sogno che la salsa era profumata di basilico.
Le allucinazioni sono di intensità media, quelle valide per sognare e dipendono dal fatto che Pippina ha ben razionalizzato la psicodinamica affettiva elaborata.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande a titolo ulteriormente esplicativo del sogno di Pippina.

Domanda
Cosa pensa del sogno di Pippina?

Risposta
E’ un sogno molto ricco di materiale psichico, degno di una donna matura e composta nei suoi equilibri psicofisici, una donna che ha sofferto in maniera naturale le carenze affettive dell’infanzia e che ne ha fatto buon uso per formarsi una personalità, una “formazione reattiva” che non fa difetto di autoironia e di ironia, di socievolezza e di altruismo, di creatività e di estetica. Aggiungerei, è il sogno di una donna che ha ben sublimato le angosce d’isolamento e di solitudine inserendosi da protagonista in contesti sociali protettivi.

Domanda
Pippina è sua sorella?

Risposta
Non glielo ho chiesto, ma credo proprio che sia la terzogenita, quella che normalmente soffre tanto nel bel mezzo di sei fratelli. I “figli di mezzo” soffrono tanto di “rivalità fraterna” e la risolvono accentuando il “principio di realtà” e volando presto dal nido familiare per cercare fortuna altrove.

Domanda
Perché non era presente il padre in questo sogno e perché Pippina ci ha tenuto a precisarlo?

Risposta
E’ un sogno al femminile che denota l’importanza della donna nell’ambiente in cui è cresciuta Pippina e l’autonomia dell’universo femminile nei confronti del maschile. In Sicilia vigeva e vige un potente matriarcato, un fortissimo legame alla madre, una “legge del sangue” radicata nel sistema neurovegetativo. Ricordo che i carcerati si tatuavano sul braccio il marchio indelebile “Amo mamma” e non certo per ingannare il tempo, ma per un effettivo legame interiore a questa figura onnipresente e risolutrice. Del padre non c’era bisogno se non per complicare psicodinamiche che con la madre erano di per se stesse semplici perché sanguigne. Spesso la madre fungeva da “Super-Io”, senso del dovere e del limite, al posto del padre, ma la Legge della Madre non coincideva e non coincide con la Legge del Padre.

Domanda
Cosa vuol dire?

Risposta
Le regole della Madre sono fortemente emotive, le regole del Padre sono freddamente razionali, le prime si sentono dentro, le seconde si agiscono fuori. Il senso del dovere inculcato dalla madre è soggettivo e individuale, il senso del dovere comunicato dal padre è oggettivo e universale. Le radici culturali della “mafia” risiedono nel matriarcato, così come le radici psichiche si attestano in questa soggettività della Legge che porta alla prevaricazione e alla violenza. Questo dico senza nulla togliere alla Sociologia e alle altre Scienze che indagano il fenomeno criminale.

Domanda
La figura materna è dominante nel sogno di Pippina e nella cultura siciliana?

Risposta
Certamente sì!
La Madre porta avanti tutta l’economia familiare psichica e logistica, la Madre è colei che sa come sbarcare il lunario e come gestire al meglio tanti figli, anzi al massimo e “macari co cafè”.

Domanda
Ma in Sicilia le madri sono tanto disponibili a tutti i livelli?

Risposta
Dipende sempre dai vissuti dei figli e Pippina ha avvertito e vissuto poco affetto, ne voleva un “tantinino” di più. Le donne e le madri siciliane sono molto materne e poco “falliche” nel senso del potere manifesto. Per converso, sono molto seduttive e tenere. Si avvicinano simbolicamente alla fusione di Afrodite e di Venere, ma non fa difetto Giunone.

Domanda
Quali film del “neorealismo” italiano richiama il sogno di Pippina?

Risposta
Non ricordo il titolo, ma ricordo la scena in cui Totò e la sua famiglia sono a tavola davanti a una spelonca di spaghetti al pomodoro e si riempiono bocca e tasche di quel “bendidio”. Ricordo Alberto Sordi in “Un americano a Roma” che, dopo aver tentato di mangiare i classici cibi di oltreoceano, ricorre alla solita spelonca di “maccaroni” al grido “mi avete provocato e io vi mangio”. Ma tanti film degli anni cinquanta e sessanta a firma Roberto Rossellini e Luigi Zampa, quelli in “bianco e nero” come in “bianco e nero” era la vita di allora, sono dominati dalla famiglia italiana e dalla tavola mediterranea.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Quale migliore riferimento al caffè e all’ironia se non quello della “Satira”, l’elaborazione poetica e culturale antica formulata dai Greci e dai Latini, quel “piatto pieno di primizie” che si offre ai potenti e agli imbecilli, a coloro che non sanno di sé, agli intoccabili che si possono soltanto toccare con i versi laici e profani di un poeta che usa i “processi primari”, le figure retoriche, le ardite associazioni e il “particolare” per pensare e proporre in “universale”.
Associo al sogno di “Pippina a pazza” la lettura svelta della satira musicata “Don Raffaè” di Fabrizio De Andrè e l’ascolto sorridente del brano: il tema è la sempiterna collusione tra poteri ufficiali e poteri occulti, tra la legalità e l’illegalità, tra la guardia carceraria Pasquale Cafiero e il capo camorra Don Raffaè, che non è il sanguinario Raffaele Cutolo secondo la comunicazione dello stesso Fabrizio De Andrè. Ho scelto la versione cantata insieme a Roberto Mutolo, sensibile interprete della canzone napoletana antica e moderna.
Richiamo dall’antico mondo romano la rilettura del poeta satirico Lucilio.
Ancora sul tema: il nostro mondo è popolato da bravissimi autori e attori che fanno della “Satira” il cavallo di battaglia per la civiltà e per la denuncia: vedi per ieri Dario Fo e per oggi Maurizio Crozza. Ma tanti attori, ingiustamente meno famosi perché non abbastanza televisivi, sono da ricordare come Alessandro Bergonzoni e Giole Dix.

DON RAFFAE’

Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere oinè
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggio Reale dal ’53

e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ me

Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l’ore cò ‘sta fetenzia
che sputa minaccia e s’à piglia cò me

ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’ò cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella ci ha dato mammà

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità

mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffaè

Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli
mentre ‘o assessore che Dio lo perdoni
‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni

voi vi basta una mossa una voce
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce
con rispetto s’è fatto le tre
volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella preciso mammà

Qui ci stà l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà

aggiungete mia figlia Innocenza
vuo’ marito non tiene pazienza
non vi chiedo la grazia pe’ me
vi faccio la barba o la fate da sé

Voi tenete un cappotto cammello
che al maxi processo eravate ‘o chiù bello
un vestito gessato marrone
così ci è sembrato alla televisione

pe’ ‘ste nozze vi prego Eccellenza
mi prestasse pe’ fare presenza
io già tengo le scarpe e ‘o gillè
gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella preciso mammà

Qui non c’è più decoro le carceri d’oro
ma chi l’ha mi viste chissà
chiste so’ fatiscienti pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità

don Raffaè voi politicamente
io ve lo giuro sarebbe ‘no santo
ma ‘ca dinto voi state a pagà
e fora chiss’atre se stanno a spassà

A proposito tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato
chill’ha fatto cinquanta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi

voi che date conforto e lavoro
Eminenza vi bacio v’imploro
chillo duorme co’ mamma e co’ me
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè

 

 

 

 

 

 

 

 

“SOPRA E SOTTO DI ME”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.
Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio, ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.
Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Nivea

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo evoca, trattandosi oltretutto di metodologie psicoanalitiche, posizioni erotiche e sessuali naturalissime, non necessariamente da Kamasutra: “sopra e sotto di me”.
Niente di più sbagliato!
Il titolo del sogno di Nivea richiama, invece, la simbologia spaziale: il nord, il sud, l’est e l’ovest. Meglio: l’alto e il sopra, il basso e il sotto, la destra e l’oriente, la sinistra e l’occidente.
Affermo che si tratta di “archetipi”, di simboli universali elaborati e usati da sempre da tutti gli uomini e di “segni” presenti in tutte le culture.
Ai punti cardinali si associano anche precisi “processi” e “meccanismi” psichici, oltre che specifiche psicodinamiche.
Vediamoli.
Il nord, l’alto, il sopra rappresentano il sacro, il divino, il Padre, il processo di “sublimazione della libido”, il “Super-Io” con le sue censure e limitazioni.
Il sud, il sotto, il basso condensano la materia, la colpa, il peccato, la morte, il processo di incarnazione e di materializzazione, la contaminazione, il demoniaco.
L’est, la destra, l’oriente contengono, sempre simbolicamente e in universale, l’universo psichico maschile, le funzioni razionali o processo secondario, l’istanza psichica “Io”, il sistema nervoso centrale o volontario, la consapevolezza, il principio di realtà, il progresso, l’evoluzione.
L’ovest, la sinistra, l’occidente abbracciano l’universo psichico femminile, la Madre, il sistema neurovegetativo o involontario, l’Es, le pulsioni, il crepuscolo della coscienza, la caduta della vitalità, il distacco, il processo psichico della “regressione”, il “processo primario” e la “Fantasia”.
Ripeto: i punti cardinali sono simbologie universali, elaborate culturalmente e in grazie all’universalità dell’angoscia di morte e della “Fantasia”, quel “processo primario” che contraddistingue l’umanità nell’elaborazione libertaria ed emotivamente allucinatoria di temi riguardanti la collocazione dell’uomo nella realtà interna ed esterna.
Il sogno di Nivea si serve delle simbologie del “sopra” e del “sotto” ed evoca di conseguenza i processi psichici e i simboli impliciti: sopra di me il ghiacciaio e sotto di me il ghiaccio che si scioglie in rivoli d’acqua, quell’energia che si libera dalla rigidità monolitica e va a investirsi in azioni e fatti. Nivea si è data finalmente il potere di avere ai suoi piedi la gestione di se stessa in piena autonomia.
In ultima istanza è opportuno precisare che la scelta del nome “Nivea” è per via associativa al ghiaccio e non per “proiezione” della glacialità psicofisica o tanto meno per un “lapsus” in riguardo all’antica marca di una crema lenitiva e di bellezza, quella benamata crema “Nivea” che mia madre, donna di popolo, spalmava sul suo corpo sopraffino.
A questo punto è opportuno bandire i ricordi personali e dare spazio alla decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.”

Nivea rievoca in sogno la dimensione sublimata della sua “libido”, quando la vita erotica e sessuale, la vitalità corporea se vi aggrada, era gestita in maniera più spirituale che materiale, quando censurava le pulsioni più naturali per moralismo e sotto l’incalzare dell’istanza psichica “Super-Io”: “mi trovavo su un altopiano”.
Cultura familiare e cultura sociale remavano contro i diritti sacrosanti del corpo e non concepivano il misticismo della materia.
Nivea era una ragazzina di buona famiglia e di buona educazione, aveva uno “status” sociale fatto di buone norme e di sacri principi.
“Mi trovavo” rende il senso del permanere e del durare, dello spazio e del tempo, ma soprattutto della casualità della nascita e della coscienza puntuale. L’altopiano non è la montagna del santo, non è l’alto più alto dell’estasi, ma è lo spazio umano adatto a una degna “sublimazione della libido” in una famiglia degli anni sessanta, quando la censura, ecclesiastica e non, impediva la libera espressione degli istinti e del profano.
In tanto perbenismo Nivea “cercava la strada per scendere”, tentava di realizzare il desiderio di lasciarsi andare e di vivere il suo corpo e le sue potenzialità.
“Scendere” non è un simbolo di perdita, non è un cadere depressivo, ma è una ricerca verso il piano materiale.
La “strada” rappresenta la metodologia, il modo di esperire e d’investire la carica vitale e vitalistica, la “libido” per l’appunto. Nivea ci prova e ce la mette tutta per uscire dal limbo rassicurante della normalità psico-esistenziale, ma ha paura e vive qualche angoscia legata ai “fantasmi” elaborati e introiettati. In quest’opera di disagio ha tanto contribuito l’azione improvvida e precoce del “Super-Io”. Nivea è stata responsabilizzata e si è educata per difesa dall’angoscia di coinvolgimento e di abbandono proprio attraverso l’adesione alla norma familiare e sociale imperante e diffusa.
L’angoscia è depressiva e di perdita ed è mirabilmente rappresentata dagli “strapiombi”: soluzioni traumatiche di grande distacco affettivo e di notevole perdita affettiva. Nel momento in cui Nivea si lascia andare a vivere le sue pulsioni erotiche sessuali, la sua “libido” in generale, teme di perdere l’affetto e la protezione dei genitori e della famiglia e di essere estromessa dalla società in cui è inserita. Lo “strapiombo” porta inevitabilmente alla solitudine ed è condannato dalle buone norme del “Super-Io” individuale e collettivo. Non ci sono “strade”, non ci sono altre modalità di conciliare i diritti del corpo con i doveri della comunità d’appartenenza, oltretutto ben introiettati per difesa dalla nostra eroina. Manca l’educazione sessuale ed è presente la sessuofobia clericale e religiosa. Siamo nell’Italia bacchettona degli anni sessanta.

“Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio”

Il “ghiacciaio” condensa un “fantasma di morte” da anaffettività, la perdita degli affetti protettivi dei genitori e del gruppo di appartenenza.
Mai simbologia fu più poetica e azzeccata!
Sul “ghiacciaio” quante angosce sono state consumate e quanti versi sono stati scritti dai poeti e dai cantastorie!
Se non sei come noi, ti espelliamo e muori.
Quante minacce di questo tipo e quante depressioni si sono istruite e inanellate in queste povere e semplici parole!
Nivea ha bisogno d’identificarsi in qualcuno e da sola non può condividere alcunché, non può permettersi di fare da sé e ha bisogno di riferimenti psichici e materiali di sostegno e di sopravvivenza.
Questo è un vero dramma dell’infanzia e Nivea lo sta sognando e lo ha formulato con poche e semplici parole che conchiudono una psicodinamica drammatica di evoluzione solitaria.
“Percorribile” si traduce con possibile e compatibile con le esigenze personali e sociali, con la formazione psichica in atto e le regole della convivenza: un’operazione logica necessaria per non incorrere nel danno distruttivo delle emozioni e della sfera affettiva. “Percorribile” esclude la solitudine dentro e fuori.

“ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.”

Appena investe consapevolmente la sua “libido”, Nivea converte evolutivamente le sue energie in autonomia psicofisica, Dal ghiaccio all’acqua il passo chimico è notevole e compatibile. Nivea esce alla grande dal blocco mortifero delle energie vitali e converte la freddezza affettiva in “libido” da investire progressivamente. Nivea inizia essere autonoma e calibrata nel progressivo coinvolgersi e dà veste a una nuova donna diminuendo le resistenze a capire se stessa e a vivere insieme agli altri con un corpo “campo d’amore” e che, come tutti i campi, è simbolicamente da arare.
Il “Super-Io” ha ridotto la tirannia e ha lasciato spazio alle pulsioni dell’Es con la complicità deliberativa dell’Io. Nivea prende atto dei diritti del corpo e delle sue pulsioni erotiche e sessuali, della sua energia vitale: un inno alla vita e alle concrete funzioni neurovegetative.

“Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Una lieve “sublimazione della libido” per attenuare le angosce assorbite nella formazione psichica è sempre utile quando non è necessaria, purché sia lieve e non pesante: questo è il senso e il significato simbolico di “risalire”.
Il “riesco” rappresenta una consapevolezza dell’Io e la conseguente messa in atto del “sapere di sé” nelle azioni e nei fatti: una bella ed efficace parola su cui si basa la psicoterapia del fare o ergoterapia. Nivea sta sciogliendo le sue energie vitali e femminili. I “rivoli d’acqua” sono chimicamente il passaggio dallo stato solido allo stato liquido della materia, una bella evoluzione psichica per quanto riguarda gli investimenti della “libido”. E, per giunta, sono in crescendo, dal momento che Nivea si è rassicurata sulle sue capacità. Un buon finale, estremamente simbolico, che dispone per uno stato di benessere dell’autrice del sogno; dalla freddezza affettiva e dal blocco degli investimenti della “libido” alla libera espansione sotto forma concreta e godibile.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nivea sviluppa la psicodinamica evolutiva della “libido” da uno stato di “sublimazione” a uno stato di “materializzazione”, dal ghiaccio all’acqua. Nivea rielabora l’uso del “processo psichico di difesa dall’angoscia della sublimazione” e lo evolve in una concreta vitalità e in un provvido gusto di sé e delle proprie azioni. Tale operazione psichica è possibile perché l’Io riduce l’azione limitante e moralistica del “Super-Io” tornando a essere padrona a casa sua e disponendo al meglio le difese e gli investimenti.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Nivea evidenzia l’istanza psichica “Super-Io” in “ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.” e in “che però è sopra un ghiacciaio”.
L’istanza psichica “Io” è presente in “mi trovavo” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”.
L’istanza psichica “Es” agisce in “ma vi erano soltanto strapiombi” e in “sopra un ghiacciaio” e in “inizia il disgelo”e in “il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”
Le posizioni psichiche “orale” e “genitale” si richiamano negli investimenti affettivi e di “libido” in genere: disposizione a dare e a ricevere.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Nivea usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “strada” e in “via percorribile, dello “spostamento” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me” e in “rivoli d’acqua sempre più grossi”, della “figurabilità” in “Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”.
E’ ben presente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” in “altopiano” e in “risalire”.
Il “processo psichico della “regressione” riguarda la normale funzione del sogno.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Nivea evidenzia un tratto psichico “orale” all’interno di una cornice “genitale”: affettività e sessualità.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Nivea usa le figure retoriche della “metafora” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “ghiacciaio” e in “rivoli d’acqua”, della “metonimia” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me”.

DIAGNOSI

Il sogno di Nivea dice di un passaggio evolutivo dal processo psichico di difesa dell’angoscia della “sublimazione della libido” alla progressiva e concreta serie di investimenti vitali, affettivi, erotici e sessuali.

PROGNOSI

La prognosi si attesta in un rafforzamento degli investimenti e in una riduzione dell’uso del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un uso eccessivo del processo della “sublimazione” e in una caduta del gusto erotico e sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Nivea è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Nivea è squisitamente simbolico ed evidenzia le qualità del meccanismo psichico della “condensazione”, un pilastro del “processo primario” e della “Fantasia”.

REM – NONREM

Il sogno di Nivea è avvenuto nella fase mediana del sonno REM alla luce della sua compostezza formale e del suo simbolismo spiccato: un sogno da “maraviglia” e da natural miracolo.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Nivea chiama in causa i sensi della “vista” in “mi trovavo” e in “vi erano” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”. E’ assente l’esercizio degli altri sensi, per cui è dominante l’allucinazione visiva.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande.

Domanda
Preoccupa il sogno di Nivea?

Risposta
Per niente. Anzi, fa piacere sapere di quanto sia plastica e duttile la psiche nel bene e nel male.

Domanda
Ma l’acqua non era un simbolo femminile? Nel sogno di Nivea è un simbolo di energia.

Risposta
Giusto! E’ un simbolo della “libido”, dell’energia vitale e quest’ultima ha origine nell’universo psicofisico femminile. Vita e libido sono simboli inclusi nell’acqua, un principio femminile.

Domanda
Cosa deve fare Nivea in base al sogno?

Risposta
Usare meno possibile la “sublimazione” e vivere bene la “libido” con tanti investimenti variegati e non monotoni. Con un gioco di parole direi che Nivea da donna “casa e chiesa” deve evolversi in donna “casa del popolo” escludendo la donna del “casino”.

Domanda
Perché si usa tanto la “sublimazione”?

Risposta
Perché ci difende dall’angoscia.
Perché la cultura occidentale ha base religiosa e sessuofobica.
Perché il sistema educativo è costrittivo, autoritario e moralistico.
Perché i genitori sono poco libertari, poco pazienti e perché hanno rimosso la loro adolescenza, hanno dimenticato i loro travagli evolutivi.

Domanda
Cos’è la cultura?

Risposta
La cultura a livello psicologico è un insieme di schemi interpretativi ed esecutivi della realtà.
A livello sociologico è un insieme di valori condivisi e convissuti.
A livello semiologico è un complesso di segni e di significati.
In ogni caso la “cultura” non è il complesso delle conoscenze acquisite. Questa si definisce erudizione.
La “cultura” comporta un grado, più o meno profondo, di assimilazione e d’introiezione degli schemi, dei valori e dei segni. Più si assimila e si introietta e più la “cultura” acquisisce “civiltà”. Tutti i popoli sono colti, ma non tutti i popoli hanno lo stesso grado di civiltà. Ripeto: la civiltà si misura in base al modo e all’intensità dell’introiezione e dell’assimilazione degli schemi e dei valori e dei segni culturali. Aggiungo che l’assimilazione e l’introiezione non devono essere totali, ma devono mantenere un margine di autonomia critica.
Assimilazione e introiezione sono pericolose quando negano l’evoluzione e politicamente degenerano nelle dittature più nefaste.

Domanda
Nelle sue interpretazioni dei sogni da tempo non usa il termine “inconscio”.

Risposta
E’ un lungo discorso, ma rispondo brevemente e semplicemente. L’Inconscio come dimensione psichica, definito in tal modo più che scoperto da Freud, è un’ipotesi di lavoro, un assunto metodologico che consente di procedere per dimostrare una tesi. L’Inconscio non esiste semplicemente perché “ciò che non è consapevole” non ha realtà e “ciò che non ha realtà” non ha parola e, quindi, ciò che non ha parola non si può definire.
Questa è la tesi della Filosofia, ma non è per niente una verità assoluta: tutt’altro!
Il primo Freud praticava l’ipnosi e si era accorto che in stato sub-vigilante nei suoi pazienti affioravano dei ricordi lontani. Ciò che è subconscio non è inconscio. La nostra psiche e la nostra mente non possono tenere sotto controllo tutto il materiale vissuto e acquisito. Una parte minima, molto minima, occupa lo stato di coscienza. Il resto è Subconscio e con uno stimolo adeguato viene portato a galla e ricordato. Questa è anche l’operazione del sogno: uno stimolo del giorno precedente scatena di notte un sogno. Ma su questi argomenti ritornerò in altra occasione per meglio precisarli e approfondirli.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

L’adolescenza è il momento più delicato e interessante della vita e dell’evoluzione psicofisica, una serie di anni in cui il corpo e la mente sono in distonia, un’età di mezzo tra la maturità sessuale acquisita e una serie di fantasmi irrequieti e ignoranti.
Nel corpo di donna si annida una testa di bambina.
Nel corpo di un uomo si annida la testa di un giovinetto.
Speriamo tanto che in questo tempo incerto e inquieto non nasca un figlio o una figlia mentre si esploramo i misteri del dio Eros.
Speriamo che durante l’adolescenza la mamma e il papà siano ancora insieme a insegnare le cose giuste, perché questo è il tempo in cui si elaborano mille e mille paturnie, si vivono mille e mille sensazioni, si maturano mille e mille paure.
Il sogno di Nivea richiama l’adolescenza e a Lei io dedico una storia, una storia veneta maturata in quel di Pieve di Soligo, una storia che muove e commuove quel qualcosa di adolescente rimasto beneficamente ancora dentro.

LE PAROLE DI FANTAJESSICA

Ero piccola.
Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più
era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.
Era una vecchia casa,
una casa vecchia come la mia nonna.
Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.
Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.
Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:
un bel cavaliere medioevale,
un coraggioso capitano di ventura,
un sordido lanzichenecco,
un povero soldato,
un fedele legionario,
un perfido mercenario.
In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.
In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.
Tutto questo succedeva quand’ero piccola,
quand’ero bambina,
quand’ancora non pensavo da grande,
quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,
quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,
un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.
Scivolavo e immaginavo.
Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.
Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.
Al terzo piano c’era il soler,
il granaio lungo e buio,
l’emblema di spazi paurosamente ignoti,
la casa sonora dei topi,
il luogo del tempo passato,
la carta d’identità della mia stirpe.
Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano
dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.
Poi mi restava l’ultima rampa,
quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,
la porta del mio paradiso.
Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,
una distesa di giallo e di rosa.
Ai lati erano disegnate delle bande rosse
che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.
Proprio qui a Natale trionfava l’abete
dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,
l’albero più vero e più vivo del paese.
Dalla mia nonna tutto era secondo natura.
Tutto era secondo cultura, dalla mia nonna.
Come si mangiava bene dalla mia nonna!
La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave
e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.
La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco
e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.
La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto
e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.
Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,
quelli del capitano con tanto di cappello dorato,
perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.
Quanti riti dalla mia nonna!
Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,
il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,
dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,
quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza
per muovere la legna e fare tanta fiamma.
E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza
insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.
E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia
nella granda buberata,
si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,
si beveva un goto de vin santo
e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti
in base ai capricci del vento e del fumo.
Quant’era bello!
Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.
Ma la nonna non era sola.
Viveva con lei la prozia,
secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.
La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo
e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.
Epperò!
La strega ciabattava con le sue pattine
e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv
e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.
La prozia era tanto cattiva
e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.
Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.
Con lui non sei felice vero?
No, con lui non sono felice,
è vero,
ma neanche con la mamma sono felice
ed è vero.
Io li volevo tutti e due e insieme.
Anca se i litighea,
dovevano stare insieme per me,
dovevano farlo per me,
per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere
e tanto meno nella loro casa.
Lassem perder!
Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,
ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.
Prendiamo anche i fiori di zucca
che poi ti faccio le frittelle.
Che brava la nonna!
Che buona la mia nonna!
Ma la bambina è confusa,
tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.
Ma che malattia è staquà?
E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!
Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,
un nanetto di marmo senza più colori addosso,
una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,
la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,
qualche stroz di qua e qualche stroz di là.
Tutto è come dio comanda.
Sul davanti il giardino è più curato,
anche il fosso è pulito e pieno d’acqua
e sembra un ruscello.
Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.
Quante noccioline tostava la nonna
e quante torte faceva con il lievito Bertolini!
E quando si andava a letto?
Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,
sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce
e della specchiera in legno massiccio scuro.
La nonna diceva sempre che il legno era vivo
e che di notte si muoveva per sbadigliare.
Quanta paura!
Nonna,
nonna,
vieni qua e stai con me.
Nonna,
se resto qui stanotte a dormire,
tu non muori, vero?
“Ma va là,
sta bona.
Cossa di tu mò?
Vien qua,
giochemo a indovina indovinello.
Cominicia per A e finisce per E.
Cossa eo poh?
Son qua ai pie del let.
Ociu che te ciape!
Le frittelle dovevi portargliele,
o Caterinella,
altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.
Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,
le porte le iera de fero,
volta la carta e ghesè un capeo.
Un capeo?”
E io immaginavo le carte
e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,
mentre il mio papà chissà dov’era.
Lui, però, è un poverino
perché non sa cosa si è perso.
Lui ancora oggi non sa cosa si perde.
Ma io sì,
io so cosa si è perso
e cosa si perde il mio papà.
Si è perso
e si perde una vita di cento e mille anni.
Poverino!
Lui è solo
ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia
e una cucina come quella della mia nonna.
Eppure quella era la sua mamma.
Eppure quella era la sua casa.

 

Il brano è stato elaborato liberamente da Salvatore Vallone nell’anno 1996.