LA CASA DELLA FANTASMESSA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in una casa in affitto con degli altri ragazzi.
Un giorno, dopo aver già notato qualcosa di strano in quell’appartamento, io e uno dei coinquilini scopriamo che in cucina si nascondeva uno spettro.
Si trattava di una donna, non la vediamo, ma possiamo udire la sua voce da dietro delle tende color oro che si sollevavano mentre lei ci parlava.
A quel punto cominciamo a stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa. Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.
Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.
Infatti, la fantasmessa li bombarda lanciandogli piccoli chiodi contro e facendoli precipitare.
Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.
Un giorno ero su un autobus urbano con mia madre e lei mi racconta che pure la mia bisnonna Tita vedeva i fantasmi.
Mi racconta una storia di fantasmi della bisnonna ed è come se potessi vederla: c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.
Tuttavia, in casa sua c’era un fantasma che rovinava tutte le pietanze che lei cucinava.
Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto. La donna era decisa a fuggire da quella casa, così scrive in fretta e furia una lettera per il suo sgradito coinquilino e poi esce di casa correndo.
Il fantasma, che non si era ancora addormentato, esce immediatamente dopo lei per cercarla.”

Questo sogno è firmato Brubrù.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Brubrù racconta il suo sogno con naturalezza discorsiva usando le pezze logiche giustificative e accomodando i suoi “fantasmi” psichici senza lesinare sulla simbologia. Racconta e intreccia simboli per manifestare se stessa, come gli antichi poeti facevano con i miti per comunicare al popolo i valori culturali e i tabù morali: questa era la “polis” greca con cittadini assimilati e dissidenti.
“Introiettare” gli schemi culturali è un processo psichico necessario per avere valori condivisi e convissuti e per avere una società migliore in uno Stato espressione degli uomini filosofi e creatori, “poietés”: Platone e la sua “Repubblica” dalle tre anime ed Hegel con il suo “ethos” come sintesi di Diritto e di Moralità in uno Stato ben introiettato nelle leggi e nei valori.
Il sogno di Brubrù sta bene in questa nobile e illustre compagnia, semplicemente perché comunica il suo mito in riguardo alla “posizione psichica edipica”, nello specifico il rapporto con la madre e con la sfera affettiva, seguendo un “pathos” che sa di vissuti radicati in “fantasmi”, precoci e di buon spessore, e portandosi a strascico la sua storia familiare. Il suo sogno racconta dall’esterno di “fantasmi” formati dentro di lei nella prima infanzia e coltivati come piante di gelsomino dall’odore dolciastro e acuto. All’uopo Brubrù ha coniato un neologismo, “fantasmessa”, un “fantasma” al femminile, una donna giovane, una donna matura, una donna vecchia.
Il mistero onirico sarà disvelato senza bisogno di alcuna fede.
Buon proseguimento!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in una casa in affitto con degli altri ragazzi.”

Avrei preferito che la “casa” fosse di sua proprietà e non “in affitto”, ma a Brubrù non si può chiedere arroganza e prevaricazione, ma soltanto gentilezza e delicatezza nella socializzazione, in specie se si tratta di “altri ragazzi.” La condivisione e la complicità sono giustamente dosate in linea con i tempi della giovinezza e con gli amici degni di lei. Il sogno inizia con gli affetti da dispensare ai coetanei: “adelante Brubrù, adelante cum iudicio”.

“Un giorno, dopo aver già notato qualcosa di strano in quell’appartamento, io e uno dei coinquilini scopriamo che in cucina si nascondeva uno spettro.”

Siamo in un ambito psichico quasi anonimo, “appartamento”, una “comune” di giovani universitari dove le sorprese non mancano mai sia per quanto riguarda gli affetti e gli innamoramenti e sia per quanto riguarda le schermaglie erotiche e sessuali.
“Strano” equivale a estraneo, un fattore psichico che stona e che non è compreso nel pacchetto del viaggio. Brubrù è sempre in compagnia di un giovane amico, di un maschio e di un complice, “uno dei coinquilini”.
La “cucina” è simbolicamente l’area degli affetti, degli investimenti e dei coinvolgimenti decisamente familiari, quelli che si coniugano tra l’odore del mattutino caffè e il gusto delle pietanze più gettonate.
Lo “spettro” condensa l’aura e l’energia affettive, quelle che non si vedono ma si sentono, non si esibiscono ma si vivono dentro senza essere necessariamente esternate, quelle che tratteniamo dentro e abbiamo paura che vengano fuori e che si manifestino alla luce del sole. Lo “spettro” è una versione anonima del “fantasma” o meglio della futura “fantasmessa”.Per adesso è anonimo, energia anonima in attesa di identificazione, un personaggio in cerca d’autore e di adozione. In ogni caso e a scanso di equivoci trattasi di materiale psichico sedimentato di Brubrù.

“Si trattava di una donna, non la vediamo, ma possiamo udire la sua voce da dietro delle tende color oro che si sollevavano mentre lei ci parlava.”

Ecco che immancabilmente si presenta: “una donna”, una latina “domina”, padrona. Il conflitto è al femminile, una donna invisibile tanto per rendere più inquieto l’onesto sognare.
“Non la vediamo” si traduce “non riesco a portarla alla luce della coscienza. Brubrù ha allucinato la voce, “possiamo udire la sua voce”, ma non il viso e l’immagine, altrimenti il sogno rischiava di interrompersi nel risveglio e nell’incubo. La “censura” onirica ha proficuamente funzionato.
“Da dietro le tende color oro” attesta simbolicamente l’importanza e la sacralità del misterioso ospite: la “tenda” è un simbolo femminile che introduce ad altra dimensione, una dimensione non spaziale e non temporale, “l’oro” è il colore del nobile, del prezioso e del sacro.
La prova della presenza misterica è l’energia della parola che solleva le tende: “mentre lei ci parlava”.
Il quadro è tanto fascinoso quanto ansiogeno.

“A quel punto cominciamo a stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa. Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.”

Neologismo: “fantasmessa”!
Viva la creatività del linguaggio!
“Una donna fantasma” o il “fantasma” di una donna?
Brubrù ha paura, accusa qualche senso di colpa, “non facciamo le pulizie della casa”, non opera “catarsi” e assoluzione, non razionalizza.
Brubrù non investe “libido” sugli affetti, “né compriamo cibo”, trascura il sentimento d’amore, anzi lo scarta, un “non” e “né”. Ricordo che il “cibo” è il classico e primario simbolo della vita e della vitalità affettiva e riguarda “in primis atque in secundis” la madre.
Che Brubrù per caso ha qualche pendenza edipica con la figura materna?
Il sogno lo dirà, anche se la “fantasmessa” è il “fantasma della madre” nella sua versione misterica e occulta.
Brubrù sta “il meno possibile in casa”.
Non è una cosa da poco, se la “fantasmessa” le crea tanto disagio psichico.

“Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.”

Brubrù ha deciso di non vivere i sensi di colpa e di non investire affetti nei riguardi della figura materna, la “fantasmessa”, ma fa anche ricorso alla sua istanza psichica censoria e morale, il “Super-Io”, per rafforzare la sua scelta di disimpegno e per sentirsi dalla parte del giusto: “le autorità perché la cacciassero”.
Arrivano anche le “lunghe scale da pompieri”!
Mai esempio del processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è stato più azzeccato nella sua figurazione o immagine!
Vanitas vanitatum! “E’ tutto inutile”
Brubrù vive un bel conflitto con la madre e i suoi meccanismi di difesa più nobili e nobilitanti non sono efficaci, per cui il conflitto resta irrisolto. In precedenza ha provato sospendendo l’investimento degli affetti verso la madre, funzione dell’istanza pulsionale “Es”. Di poi, anche la censura della madre non è stata per niente proficua, per cui resta da vedere cosa Brubrù in sogno inventa e tira fuori dal suo cilindro magico per risolvere la complicata situazione.

“Infatti, la fantasmessa li bombarda lanciandogli piccoli chiodi contro e facendoli precipitare.”

Brubrù vive la madre come una donna fallica, una femmina alla Afrodite, di quelle donne che sanno “sedurre”, “secum ducere” letteralmente “portare via con sé”. Crollano le difese di Brubrù o meglio falliscono, “facendoli precipitare”, in grazie ai sensi di colpa prodotti dalle provocazioni della madre.
I “chiodi” sono simboli fallici, ma in questo caso rappresentano anche “piccoli” strumenti d’induzione di sensi di colpa da parte della madre e sempre secondo il vangelo psichico di Brubrù. Almeno così la protagonista vive la frustrazione delle sue difese operata dall’infida matrigna, visto che si tratta di un “bombardamento”, di una continua e continuata provocazione e frustrazione. Ricordo che ogni frustrazione produce naturalmente aggressività e che quest’ultima va sempre scaricata per non ristagnare e inevitabilmente somatizzarsi.
“Precipitare” è un simbolo depressivo in quanto racchiude un “fantasma di perdita”, un vissuto brutto e particolarmente pericoloso se incamerato nella primissima infanzia.

“Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.”

Ma chi può capire lo psicodramma di Brubrù?
Soltanto se stessa perché soltanto lei ne possiede le coordinate, per cui non le resta che procedere nel suo dilemma da sola e neanche accompagnata da quell’amico che probabilmente era un parente prossimo e magari un fratello coinvolto nelle stesse dinamiche familiari.
I “parenti” non capiscono niente e sono “scettici”, affetti da dubbio metodico, la greca “scepsi”.
Brubrù è credibile soltanto a se stessa e, di certo, non agli altri che non possono sapere di lei e dei suoi vissuti anche se sono prossimi e disponibili, “parenti” per l’appunto. “Parente” deriva dal latino “parere” e si traduce “partorire”. Il riferimento alla madre è evidente nella sua origine, di poi si trasla ai componenti del gruppo familiare.

“Un giorno ero su un autobus urbano con mia madre e lei mi racconta che pure la mia bisnonna Tita vedeva i fantasmi.”

Tutti i salmi finiscono in gloria.
Ecco svelata la magagna!
La madre in persona parla di sessualità in maniera generica e compatibile con il ruolo, “su un autobus urbano”. Ma non basta, perché viene fuori un’altra madre, la nonna della madre e la bisnonna di Brubrù.
Questo sogno è un concentrato di madri da cucinare in tutte le salse. Anche Tita vedeva i “fantasmi”, ma in questo sogno i “fantasmi” di Tita sono quelli di Brubrù.
“Mal comune, mezzo gaudio” recita un proverbio popolare in Toscana. Brubrù si è identificata nella bisnonna che, come lei, “vedeva i fantasmi”. Brubrù condivide con la bisnonna un tratto psichico che ha introiettato e che ha assimilato nella sua prima infanzia. In sogno Brubrù le attribuisce la stessa sensibilità di allucinazione.

“Mi racconta una storia di fantasmi della bisnonna ed è come se potessi vederla: c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”

Il sogno di Brubrù diventa veramente intrigante perché condensa e proietta sulla figura della bisnonna la sua psicodinamica e sempre al fine di non coinvolgere la madre in prima persona e di continuare a dormire e a sognare. Vediamo la scena madre per comprovare la psicodinamica in comune tra bisnonna Tita e Brubrù: una donna innamorata del suo uomo, “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo”.
Che bellezza!
Che delicatezza!
Che semplicità creativa!
Poche parole per descrivere il sentimento d’amore.
L’anonimato è d’obbligo, “una donna”, per operare la censura e perché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” del sogno: una storia d’amore coniugale vissuta dalla bisnonna.
La psicodinamica di Brubrù verte sull’amore coniugale e nello specifico riguarda la madre, meglio riguarda il suo desiderio edipico di sostituire la madre nell’amoroso accudimento del padre.

“Tuttavia, in casa sua c’era un fantasma che rovinava tutte le pietanze che lei cucinava.”

L’amore tralignato si coglie chiaramente nella simbologia delle “pietanze” rovinate. Tradotto in termini psicodinamici si tratta della “posizione psichica edipica” di Brubrù, dell’amore della figlia verso il padre che regolarmente viene impedito dalla madre nei vissuti profondi e più teneri della bambina. La mamma è una “rovinapietanze”. Già per il fatto che esiste, è un ostacolo insormontabile per le pulsioni affettive di Brubrù, ma il “Super-Io” dice che bisogna amare e rispettare la madre e soprattutto non diseredarla dagli affetti conquistati e costituiti, le condizioni oggettive per l’esistenza della figlia.

“Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto.”

Le cose si complicano e il sogno si allarga ad ampio raggio. La scena onirica scatena la sensazione che la madre metta a letto la figlia “ammalata”, per cui il “fantasma” adesso è la figlia stessa e non più la madre. Chi mette a letto i figli è la madre e, in specie, quando sono ammalati.
Brubrù sta rievocando dal profondo psichico qualche episodio traumatico della sua vita di bambina nella scena di una madre premurosa che accudisce la figlia rivale e assolvendo con questo atto d’amore la sua competitività. La malattia della bambina si attesta nella relazione edipica con il padre.

“La donna era decisa a fuggire da quella casa, così scrive in fretta e furia una lettera per il suo sgradito coinquilino e poi esce di casa correndo.”

Ribadisco e chiarisco: questa è la storia di Tita, la bisnonna di Brubrù, in riferimento alla psicodinamica dell’amore coniugale e dei suoi infiniti ostacoli. In effetti, trattasi della tematica edipica di Brubrù, proiettata per difesa nella bisnonna e che lei in prima persona ha vissuto nei confronti della madre. Adesso Brubrù ci dice il suo trauma: l’abbandono da parte della madre sia del padre e soprattutto della figlia.
La “lettera” condensa una parte psichica di sé che vede la luce della consapevolezza. L’immagine della madre che “correndo” abbandona il padre, si fonde e confonde con l’immagine della figlia che risolve la “posizione edipica” e cerca per sé un altro uomo battendo un’altra strada. Piace pensare che sia Brubrù a cercare la sua ventura nell’avventura dell’autonomia psichica ormai prossima.
Il prosieguo del sogno ci dirà la verità.

“Il fantasma, che non si era ancora addormentato, esce immediatamente dopo lei per cercarla.”

La figlia segue e cerca la madre.
Il trauma è d’abbandono ed è ancora in circolazione perché “non si è ancora addormentato”, non è stato “rimosso” e tanto meno risolto.
Questo è quanto ha detto Brubrù in sogno ed è tanto.

PSICODINAMICA

Il sogno di Brubrù sviluppa la psicodinamica conflittuale con la figura materna classica della “posizione psichica edipica”. Per via associativa riesuma un trauma d’abbandono vissuto ed elaborato nella prima infanzia e lo svolge nei termini emotivi che lasciano ben sperare un superamento progressivo dell’angoscia collegata. La psicodinamica è sviluppata al femminile: Brubrù, madre e nonna-bisnonna Tita. L’unica figura maschile è un alleato familiare, probabilmente un fratello. Il “fantasma” parapsicologico coincide spesso con il “fantasma” psicologico, il materiale introiettato nel tempo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Brubrù presenta le tre istanze psichiche in piena azione: “Io” vigilante nel suo essere razionale e cosciente, “Es” pulsionale nel suo rappresentare gli istinti, “Super-Io” morale e censurante nel suo porre limiti a tutela dell’equilibrio psicofisico.
L’Io si manifesta in “Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.” e in “ero su un autobus” e in “mi racconta”.
L’Es si evidenzia in “stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa.” e in “Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.” e in “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”
Il “Super-Io” è presente in “Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: e in “con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.”
La “posizione psichica edipica” è dominante con la conflittualità materna.
La “posizione psichica orale” determina la sfera affettiva nel trauma d’abbandono vissuto nell’infanzia.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa che hanno operato nel sogno di Brubrù sono la “condensazione” in “casa in affitto” e in “spettro” e in “cucina” e in altro, lo “spostamento” in “fare le pulizie” e in “comprare cibo” e in “autorità” e in scale” e in “pompieri”, la “traslazione” in “ammalata”, la “proiezione” in “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”, la “drammatizzazione” in “E’ tutto inutile”, la “figurabilità” in “lunghe scale da pompieri”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente in “Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto.”
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” si evidenzia in “con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Brubrù evidenzia un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una cornice “genitale” con riesumazione di un trauma d’abbandono esperito nella prima infanzia.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Brubrù usa le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “spettro” e in “fantasmessa” e in “scale” e in “tende color oro” e in altro, della “metonimia” o relazione di senso logico in “pompieri” e in “balcone” e in “autorità” e in altro, della “enfasi” o esagerazione espressiva in “lunghe scale da pompieri.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una relazione edipica conflittuale con la madre in associazione a un trauma d’abbandono vissuto nella prima infanzia.

PROGNOSI

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e di non procrastinarla al fine d’incarnare l’autonomia psichica. La madre va riconosciuta secondo la formulazione psicoanalitica e Brubrù deve evitare la conflittualità inutile. Inoltre, Brubrù deve valutare la consistenza del trauma d’abbandono al fine di trovare la soluzione adeguata.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un tralignare della conflittualità con la madre e in una dipendenza psicofisica nevrotica nelle relazioni affettive significative: psiconevrosi edipiche sono l’isterica, la fobico ossessiva con crisi di panico e d’angoscia.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Brubrù è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Brubrù si attesta in una discussione pomeridiana in riguardo alla sua situazione esistenziale e con figure maternali.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Brubrù è di qualità logico discorsiva con un picco enfatico. Qualche tratto surreale si assorbe nel racconto e nella psicodinamica trattata.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda:
Il sogno di Brubrù desta qualche preoccupazione?

Risposta:
I sogni edipici ritornano sempre e immancabilmente durante il corso della vita semplicemente perché i vissuti in riguardo ai genitori, reali o sostituti o immaginari, contribuiscono notevolmente alla nostra “formazione psichica reattiva”, alla formazione della nostra struttura psichica o del nostro carattere.
I vissuti edipici si svolgono in un tempo lungo e in una situazione di dipendenza e di malleabilità psichica, per cui bisogna calibrare bene il ruolo dei genitori da parte dei figli adulti. E’ sempre necessaria la presa di coscienza del tipo di legame, per non ingenerare un conflitto nevrotico e per non somatizzarlo.

Domanda:
Ma si risolve mai la “posizione edipica”?

Risposta:
Non si risolve mai e del tutto, come l’angoscia di morte. Per quanto si razionalizzi al massimo e magari con venti anni di analisi, la relazione con i genitori comporta sempre una dipendenza reale e ideale da parte dei figli a causa della sacralità dell’ “archetipo” delle origini. Come prognosi i genitori bisogna sempre goderli al massimo e adottarli nell’età matura a livello psichico e fisico. Anche sul letto di morte e in agonia si cerca la figura materna come protettiva nell’ultimo viatico. Anche il coma è un sogno, un ultimo saluto ai “processi primari” che tanto hanno sostenuto la vita e fatto bene all’uomo e alla donna generosi che con la loro fantasia si sono resi la vita più accettabile. Ricordo ancora che la vecchiaia comporta una regressione all’infanzia e tanti “morbi”, oltre all’invecchiamento delle cellule nervose, comportano una regressione alla figura materna con l’accorata invocazione “mamma, mamma!”.

Domanda:
Cosa comporta una mancata risoluzione della “posizione psichica edipica”?

Risposta:
Le solite e universali “psiconevrosi edipiche” come dicevo nel “rischio psicopatologico”, la nevrosi fobico ossessiva, isterica e d’angoscia. Tutto questo rientra nell’assoluta cosiddetta normalità “nevrotica” ed “esistenziale”. E’ importante che non degenerino in sintomi “borderline” con grande dolore e caduta della qualità della vita e delle relazioni affettive e sociali. Ricordo che somatizzazioni all’apparato respiratorio e digestivo sono a carico di “fantasmi edipici”.

Domanda:
Cosa vuol dire autonomia psichica allora?

Risposta:
Significa consapevolezza della minima, residua e ideale dipendenza psichica: non onorarli per non restare schiavi, non ucciderli e negarli per non restare soli, riconoscerli per restare liberi. Bisogna seguire e riproporre i loro buoni insegnamenti e non condividere i loro difetti e tutti quei comportamenti che tanto male vi possono aver fatto.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Brubrù è stato decisamente elaborato in uno stato di agitazione psicomotoria, in una fase R.E.M. o nel sonno paradosso e possibilmente nell’ultima fase R.E.M. verso il mattino e prima del risveglio dal momento che è stato ricordato anche nei minimi particolari.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

E’ opportuno chiarire il meccanismo psichico di difesa della “introiezione”, di cui ho detto all’inizio nelle Considerazioni.
L’introiezione è un meccanismo arcaico di difesa dall’angoscia e si basa sulla indistinzione tra soggetto e oggetto, sulla fusione della diade “madre e figlio”.
E’ strettamente collegato al meccanismo psichico, sempre di difesa, della “identificazione”.
L’introiezione esordisce con l’incorporazione “orale” dell’oggetto: il bambino esercita la “libido, la sua energia vitale, attraverso l’organo erogeno della bocca e questa “posizione” produce l’identificazione primaria nella fusione con la madre.
Di poi, subentra la distinzione tra soggetto e oggetto e il bambino si stacca dalla madre e, in tal modo, avviene l’identificazione secondaria e l’identificazione collettiva a ridotta carica di “libido” e frutto di suggestione e di imitazione.
L’identificazione si lega alla “posizione edipica” con quella risolutiva nella figura genitoriale dello stesso sesso secondo Freud al suo tempo, in una figura genitoriale nei nostri giorni.
Ogni “identificazione” è di fatto l’esito di una “introiezione”.
Esaminiamo l’importanza dei meccanismi psichici di difesa in questione nella psicopatologia anche grave.
“Narcisismo secondario” è il vivere come fatto a sé ciò che viene fatto alla persona o all’oggetto introiettato e in cui ci si è identificati, alla madre per esempio.
Ancora: l’Identificazione con l’aggressore nella situazione di pericolo, ad esempio nel padre per risolvere il conflitto edipico.
L’onnipotenza magica comporta l’introiezione dell’oggetto investito in maniera abnorme e reso sacro: colui che mangia e assimila la virtù implicita nell’oggetto incorporato.
Il sadomasochismo è la conseguenza di una “introiezione” del padre nella versione autoritaria e punitiva, una identificazione favorita da un rafforzamento dell’istanza psichica “Super-Io”.
Ancora per attestare l’importanza di questi meccanismi primari di difesa dall’angoscia, “ introiezione e identificazione”, si spiega l’incomunicabilità dello schizofrenico con il mondo esterno con il perché vive del materiale psichico piacevole introiettato e di nessuno e di nulla, fuor di se stesso, abbisogna.
Ancora: l’introiezione dell’aggressività deriva nella depressione grave dal fallimento del tentativo di esternarla.
Nella malinconia è presente l’introiezione nella chiusura agli investimenti di “libido” con l’incapacità di aprirsi all’altro e al mondo.

 

TITA ERA MIA MADRE

Ore 7.10

Mia madre vive ancora in una desolata città della Sicilia, intenta a contemplare con indifferenza teatri greci e templi antichi ricolmi di spazzatura, sempre pronta a fottersi dell’archeologia per ignoranza e della morte in nome di una dignitosa vecchiaia.
Il suo narcisismo è infinito e supera i confini del povero universo.
Preferisce spalmare ogni giorno il suo corpo di profumata crema “nivea” e preparare la succosa salsa del carrettiere siciliano: pomodori a pezzi e distribuiti in abbondante cipolla dorata insieme a un benefico spicchio d’aglio, il tutto in olio extra-vergine d’oliva.
Niente è più indicato di questa leccornia per i filtri di un fegato consumato da una testarda cirrosi e da un’antica rabbia.
Eppure quegli spaghetti, conditi alla grezza, erano unici in ogni senso e soffritti sapevano ogni sera di quella buona necessità decorosamente sublimata in arida virtù da mani esperte e lungimiranti.
Io ti ricordo bene, o bella signora dai capelli ardenti, tutta profumi e niente balocchi, mentre indaghi i segni del destino con i gomiti poggiati sulla bianca ringhiera del balcone nella via dei nostri inetti re.
La sorte era sempre infame e non si smentiva mai.
Quante tazzine ricolme di aroma hai adagiato senza rumore sul comodino di tuo figlio in onore al rito mattutino degli umili e in offesa alla sua auspicabile autonomia.
Ci amavamo !
Io ti amavo: io, figlio, amavo mia madre.
Tu mi amavi: tu, madre, amavi tuo figlio.
I cordoni ombelicali, bella mia, non si possono recidere finché si é vivi; l’indipendenza e la libertà sono solo pie e tristi illusioni, banalità che riempiono d’orgoglio soltanto l’animo dei disperati e il ventre degli scialacquatori.
Tutto qua !
E’ una semplice ingrata verità, buona soltanto per chi vuol capirla e non riesce a farla sua in alcun modo.
Mia cara madre, quelle tazzine si annunciavano con il tintinnio di una modesta porcellana sin da quel corridoio che s’infilava nella mia stanza affollata di libri e mortalmente impregnata di fumo.
La tua mano tremava in quell’atto d’amore non adeguatamente ricambiato dalla riconoscenza e narcisisticamente frainteso come devozione verso quel figlio maschio che aveva coronato le tue tante gravidanze.
Io ti ricordo ancora vecchia signora dai capelli ardenti, che con la pietà di una vestale oggi custodisci le reliquie della nostra famiglia e riscaldi il tempio della nostra casa.
Il focolare è acceso, ma la fiamma tende già a imbrunire.
A chi offri adesso il tuo caffè e con chi consumi il gesto quotidiano di un vero atto d’amore tra le discrete pareti di una casa inesorabilmente svuotata dalla morte ?
La madre di Cecilia dirà al monatto di ripassare la sera per compiere il capolavoro della fine di tutti e di tutto.
Il papà é da tempo in cimitero, rigido come un baccalà norvegese e ormai stecchito dall’afa della tomba; io l’ho sentito di cartapecora quando mi sono tuffato con un ultimo bacio dentro la lucida cassa di legno nella desolata speranza di fissare sulle mie labbra un ultimo contatto da ricordare, un minimo senso del distacco e dell’addio.
Il suo pudore infinito aveva seminato durante la vita poche sensazioni per il tatto, mentre alla vista era stata concessa anche l’immagine nitida di un vecchio gagliardo che saltellando si avviava a comprare il gelato siciliano dai rustici gusti per i suoi figli ormai adulti e riuniti per onorarlo in un caldo pomeriggio d’agosto sotto il soffitto affrescato della superba casa di via Savoia.
La vitalità traboccava da quel corpo greco e l’ironia non sfigurava in quella mente sopraffina: un vero condensato di eccezionalità.
E poi, poi è arrivato il declino, la caduta di un piccolo dio; qualcosa si rompe nel cervello e inonda lentamente la materia grigia senza sporcare la lucidità della coscienza.
Il grande vecchio richiama all’appello tutto il suo orgoglio, esterna in maniera ingrata la sua stanchezza di vivere e il suo desiderio di morire, una violenza che ancora grida vendetta in chi è rimasto imperterrito al suo capezzale e quotidianamente sopravvive con la costrizione di ricordare tanta drammatica fierezza.
Cara la mia “maman” anche questo lutto si veste di nero e chiede la sua misera ragione.
Le offese del tempo erano tralignate in volgari insulti; le stampelle, il catetere, la noia si sposavano a un uomo qualunque, non certo a un galantuomo di razza costretto a piegarsi alle premure interessate di un avido infermiere o di un crumiro beccamorto.
La dignità non é l’acqua fresca del fiume Ciane anche se le ninfe sono per natura donne bellissime e infelici.
Aveva deciso di uscire dalla vita senza sbattere la porta e senza l’onnipotenza di chi vuole a tutti i costi sopravvivere; al grande vecchio bastava soltanto il coraggio di accettare decorosamente la sua fine.
Uomini d’altri tempi !
Cara madre, consoliamoci con questa sciocchezza e che ti sia sempre lieve il dolore, perché la tua dolcezza non ha mai conosciuto la prepotenza, “mea suavissima mater”.
Oggi, per favore, resta ancora a parlare con me.
Dimmi: anche nella tua città il pulviscolo atmosferico filtra dalle persiane chiuse e disegna sinuose volute per i nostri bisogni d’amore ?
Spira ancora di sera la brezza dal mare e lo scirocco porta sempre quell’umido vapore che attanaglia i nervi e bagna gli ultimi pensieri prima di prender sonno ?
C’è ancora l’oleandro giallo sotto il balcone e passa ogni sera il venditore di gelsomini, quell’uomo vestito di bianco come i suoi “bouquet” che canta il solito ritornello “fiori, fiori bianchi per gli innamorati” ?
Friggi ancora le patate una per una stendendole sulla padella come i grani di un lugubre rosario ?
E il polpettone è sempre ripieno di mezzo uovo sodo, mortadella e provolone filante ?
Padova é tanto lontana dal centro del tuo mondo e sant’Antonio non ha fatto il miracolo di restituirti un figlio smarrito a suo tempo tra i grigi fumi di un negligente e arrivista continente, “mea dulcissima mater”.
Ma tu sei viva e so che indaghi la sorte nelle parole degli altri adattando con semplicità i significati ai tuoi desideri più teneri.
Un ubriaco mastica alla Rita Pavone il “qui ritornerà” di una ritmata canzoncina e il tuo sguardo si illumina di quel sorriso materno che sa attendere e ricordare il figlio scappato a Milano per la sciocca rivoluzione del ‘68.
Solevi dirmi allora tra il serio e il faceto, ma certamente con tanta rabbia: “meglio t’avissi fatto zappatore, c’o zappatore nun sa scuorda a mamma !”
Dal vecchio grammofono Mario Merola chiedeva vendetta per te e per tutte le madri tradite dai figli ingrati e privi dei valori del sangue; tu ascoltavi “o zappatore” con la fede di una santa e in silenzio pensavi “mò torna, mò torna core e mamma soia”.
Ti sei sbagliata: io non sono più tornato.
Lo sento e lo ripeto: le madri tengono vivo il sacro fuoco della memoria familiare con la discrezione della legge di natura tra l’odore del lesso e il rimpianto degli assenti.
E io ?
Io ascolto di qua dal Piave e ogni sera, quando tutto fuori diventa uguale e i pensieri riescono finalmente a decollare, il mellifluo Elvis Presley nella dolce litania del “ti senti sola stasera“ e ti sussurro come un amante appassionato “se sei sola anche tu, anche tu come me, vuoi che torni, che torni da te ?”
I fantasmi inquieti e gli dei avversi hanno remato e remano contro il naturale corso degli eventi e il fiume non ha trovato la sua foce nel tragitto e ora ristagna in un letto di morte.
Di certo i fantasmi e gli dei non hanno gradito di essere continuamente strofinati tra i rosei testicoli di un arrogante mortale.
La morte, solo la morte può impartire la giusta lezione a chi non ha avuto pietà delle radici.
E così, tra nostalgia e rassegnazione, tra poesia e retorica, la mia stanza è sola e piena di solitudine.

 

Salvatore Vallone

brano estratto dal testo inedito “Sognando”,
elaborato in Pieve di Soligo (TV),
nel mese di giugno dell’anno 1987

 

 

 

 

 

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