VIAGGIO NELL’ALDILA’…con biglietto di ritorno

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Mi trovo a lavorare in una specie di centro cure termali.
Cammino per lunghi corridoi bianchi, molto luminosi, piastrelle color giallo miele.
Lungo i corridoi nella parte bassa ci sono dei buchi nel muro dove sono alloggiate delle fontane in marmo grezzo color giallo nero dove vi sono dei catini per prendere l’acqua e portarli nelle varie stanze.
Noto con stupore che sia le fontane che i catini sono stati scavati in maniera molto rudimentale.

Poi mi trovo seduta in autobus con davanti tre signore distinte, vestite bene di nero con delle bluse con dei fiori rossi, stanno tutte rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera.
Noto che di fianco a loro c’è una mia zia che sta rammendando a mano una specie di coprispalle da donna molto leggero, da una parte di colore avorio chiaro e dall’altra il disegno allegro e vivace dei vestiti di Arlecchino.
Vedo che fa delle cuciture e poi taglia i vari fili rimasti per una lunghezza di circa due centimetri e li lascia là.
Mi dico che se fossi stata io li avrei tagliati ad uno ad uno a mano che saldavo e avrei aspettato di farlo alla fine, ma mi rendo conto che facendolo alla fine li taglierei meglio e tutte alla stessa lunghezza.

Poi col sogno ritorno all’interno della “spa” e sto accompagnando in un corridoio una signora in una delle stanze per il trattamento.
Realizzo che io non sono mai stata lì e non so cosa ci sia dentro quelle stanze. Infatti, faccio entrare lei, ma io non vedo oltre la porta.
Incuriosita cammino per il corridoio e incontro una mia cugina che tranquilla mi saluta sorridente.
Noto una porta lasciata semiaperta e senza farmi vedere da nessuno sgattaiolo dentro per vedere cosa c’è. All’interno noto le solite pareti bianche e poi un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero che sembra essere stata scavata nella roccia. Anche questa molto rudimentale come una caverna.
Dentro ci sono delle vasche, delle fontanelle, dei getti d’acqua, ma spruzzano molto poco e mi metto li a pensare come si possa mettere in opera i congegni per farla funzionare.
Non capendo entro e salgo sopra una piattaforma stretta che c’era all’interno della vasca e mi distendo aspettando che succeda qualcosa.
Infatti, pian piano con la pressione del mio corpo dei piccoli getti d’acqua partono da sotto di me e cominciano a spruzzare sempre di più facendomi un piccolo massaggio e capisco che lentamente andranno a riempire la vasca e io mi godrò il bagno.
A questo punto mi sveglio.”

Questo sogno è firmato Totonna

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Totonna si svolge in due luoghi, il “centro di cure termali” e “l’autobus”, e ha come personaggi una “signora” e la “cugina” nella “spa” e “tre signore distinte” e la “zia” nell’autobus.
L’attrice principale è Totonna, l’autrice del sogno che ha la possibilità di “proiettarsi” nei vari personaggi del suo sogno chilometrico insieme alle problematiche connesse e ai fantasmi evocati.
La trama del sogno è divisa in due racconti apparentemente molto diversi tra di loro.
Nel primo Totonna appaga la sua curiosità di sapere e cerca il suo benessere psicofisico.
Nel secondo corregge il modo di procedere della zia nell’arte del cucito.
Il sogno è chiaro e lineare, ma a una prima lettura non si reperisce un nesso tra i due racconti. Il collegamento non è ovvio e tanto meno immediato, per cui si può anche ritenere che ci troviamo di fronte a due sogni diversi.
Tanti titoli si possono affibbiare al sogno di Totonna: “Viaggio nell’aldilà”, “…e io mi godrò il mio bagno”, “Aldilà: andata e ritorno”, La razionalizzazione del lutto”, “La risoluzione del fantasma di morte”.
Analizziamoli!
Viaggio nell’aldilà: in effetti si tratta di una fantasia su un luogo sacro e di morte come un cimitero o una chiesa con tanto di mistiche virtù.
“…e io mi godrò il mio bagno”: la frase conclusiva che attesta la purificazione dalle colpe e il ritorno alla vita con una notevole e nuova consapevolezza dopo aver visitato il regno dei più e soprattutto delle persone defunte come una signora e la cugina.
“Aldilà: andata e ritorno”. Totonna è la novella e moderna eroina che riesce a fare in sogno il viaggio nel regno dei morti e a ritornare linda e pulita con una verità per sé e per tutti gli uomini.
La mitologia e la letteratura dicono che nell’ardua e lugubre impresa erano riusciti Er il soldato armeno nel mito di Platone, Ulisse nell’Odissea di Omero, Enea nell’Eneide di Virgilio, Dante nella sua Divina commedia e qualcun altro che mi sfugge.
Per l’appunto, adesso tocca a Totonna!
“La razionalizzazione del lutto”: Totonna ha avuto delle perdite importanti e a livello psichico porta avanti quella presa di coscienza del “fantasma di morte” ridestato insieme agli immancabili sensi di colpa. La “razionalizzazione” riduce l’angoscia e prepara il terreno per maturare al meglio la propria fine senza inutili resistenze e dannose negazioni.
Ricordo che l’operazione psichica della “razionalizzazione del lutto” ha un decorso psichico di circa due anni.
“La risoluzione del fantasma di morte”: come dicevo prima, la morte dell’altro induce a una progressiva risoluzione del senso da dare al nostro morire e una riduzione dell’angoscia collegata alla fine psicofisica.
I “meccanismi psichici di difesa” determinano questa operazione di ricerca razionale ed emotiva, magari “sublimando” l’angoscia attraverso le tante religioni e le varie alienazioni psichiche, “negando” la morte e disponendosi con cinismo alla propria e all’altrui, “rimuovendola” fino alla fine o ricorrendo ad altre modalità psichiche sempre di difesa dall’angoscia.
Di fronte all’inconoscibile e all’ineludibile la psiche scatta con le sue difese più o meno valide e comprensibili.
Vediamo i riferimenti culturali e mitologici del sogno di Totonna: “La morte di Ivan Ilic” di Tolstoi e il mito greco delle “Moire”, le divinità femminili della Vita e della Morte: Cloto e Lachesi tessono il filo del fato e Atropo attende di tagliarlo. All’uopo vedi la cosmogonia di Esiodo e il mito di Er di Platone.
Totonna non è sola, ma in buona e nobile compagnia insieme anche a tutti quelli che spesso sognano la morte e il senso della vita, ma non se ne rendono conto semplicemente perché non possiedono il vocabolario dei simboli che hanno usato.
Non mi resta che provare a decodificare i simboli portanti di un sogno semplice ma ostico, un prodotto psichico allucinato dalla Fantasia e permeato di una patina surreale e mistica, un racconto dal contenuto apparentemente assurdo.
Un’ultima nota caratteristica: il sogno di Totonna è abitato esclusivamente da figure femminili.
Adesso devo procedere.
Se non riesco, metto un punto dove arrivo e alzo bandiera bianca sicuro della vostra benevolenza.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovo a lavorare in una specie di centro cure termali.”

Totonna pensa al corpo e al suo benessere psicofisico. L’esordio è promettente per le carezze erotiche: “libido epiteliale” nonostante la sua collocazione lavorativa. Il processo di difesa dell’angoscia della “regressione” è a portata di mano e Totonna può tornare indietro nel tempo fino all’infanzia, quando la relazione corpo a corpo era quella privilegiata con la madre. Le “cure termali” hanno il significato di una psicoterapia basata sul calore degli affetti.

“Cammino per lunghi corridoi bianchi, molto luminosi, piastrelle color giallo miele.”

I “corridoi bianchi” rappresentano simbolicamente i collegamenti logici tra emozioni diverse. Se poi sono anche “luminosi”, e cromaticamente, “giallo miele”, rafforzano l’esigenza di sapere e richiamano l’estetica del sacro: la reattività psicofisica legata alla sensibilità e al mistero.
Le “piastrelle” contengono la freddezza degli affetti e la caduta delle emozioni.

“Lungo i corridoi nella parte bassa ci sono dei buchi nel muro dove sono alloggiate delle fontane in marmo grezzo color giallo nero dove vi sono dei catini per prendere l’acqua e portarli nelle varie stanze.”

Non è il corridoio di un ospedale, ma di una chiesa o di un cimitero, “buchi nel muro”, i loculi in cui alloggiano i corpi dei defunti che hanno ricevuto la degna purificazione dalla colpa e dal peccato, “fontane”.
Il “marmo grezzo” racchiude un “fantasma di morte” e di inanimazione. “L’acqua” è simbolo universale di “catarsi” della colpa e di purificazione del peccato, nonché il simbolo universale dell’universo femminile.
Totonna sta visitando la sua dimensione metafisica in riguardo alla fine della vita e alle incombenze dell’aldilà.
I “catini” sono simboli femminili e, nello specifico, del grembo e della recettività sessuale. Del resto, il sogno di Totonna è un dono privilegiato alle donne: vedi i personaggi.

“Noto con stupore che sia le fontane che i catini sono stati scavati in maniera molto rudimentale.”

Lo “stupore” attesta di una progressiva caduta della vigilanza razionale e di un procedere di Totonna verso sfere emotive di non facile riduzione alla comprensione logica: la dimensione mistica e le sfere del sacro con le profondità oscure, “rudimentale”.
Non si dimentichi che Totonna sta viaggiando nell’aldilà.

CONSIDERAZIONI NECESSARIE

Si è conclusa la prima parte del sogno di Totonna.
Una chiesa, un cimitero, una catacomba, una necropoli?
Un universo femminile investito di sacro e ricoperto di mistico?
La perdita della fecondità delle donne mature?
Una celebrazione della morte e della inanimazione?
Questo sogno, nel suo essere surreale, si lascia cogliere in queste coordinate.
Meglio così!
Procedo alla ricerca del meglio consentito dalla funzione onirica e dalle meravigliose capacità della Fantasia di Totonna.

“Poi mi trovo seduta in autobus con davanti tre signore distinte, vestite bene di nero con delle bluse con dei fiori rossi, stanno tutte rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera.”

La scena onirica cambia decisamente e la stessa Totonna se ne rende conto: “poi”.
Si passa alla realtà vitale e libidica, “in autobus”, e Totonna è in compagnia di “tre signore distinte”, ossia ben individuate. Le donne sono “vestite bene di nero”, eleganti e in lutto, composte nel loro dolore ben digerito, un “fantasma di perdita” di Totonna ben razionalizzato e proiettato su queste figure che hanno la zona dei sentimenti protetta “con delle bluse” e dipinta “con dei fiori rossi”.
Queste donne sono ancora alle prese con l’accettazione della fine: “stanno tutte rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera”. Totonna condensa in questo elegante modo il processo della “razionalizzazione del lutto”, ma non quello altrui, quello della propria morte.
Totonna vede e vive così la fine e il soggiorno nell’aldilà: razionalizzare bene il senso della morte, magari per vivere meglio e senza angoscia.

“Noto che di fianco a loro c’è una mia zia che sta rammendando a mano una specie di copri-spalle da donna molto leggero, da una parte di colore avorio chiaro e dall’altra il disegno allegro e vivace dei vestiti di Arlecchino.”

Una “mia zia” al posto di “mia madre”?
La “traslazione” è possibile, uno “spostamento” che riduce le emozioni e favorisce il prosieguo del sonno e del sogno.
“Rammendando a mano” equivale a connettere logicamente l’evento psicofisico morte, mentre la “specie di copri-spalle” attesta di un culto dei ricordi e di una difesa degli affetti.
Il cromatismo dello scialle viaggia tra l’anonimato caldo dello “avorio chiaro” e “il disegno allegro e vivace dei vestiti di Arlecchino”, quello fatto di pezze colorate a testimoniare della multiforme struttura psichica e dei variegati modi di apparire agli altri.
Domanda: chi può essere una figura nella storia psichica di Totonna che le ha insegnato a essere anonima e con tante facce?
Una madre in cui si è parzialmente identificata!
Le tante colorate pezze del vestito di Arlecchino sono doti e modi da augurare a tutti nella formazione psichica.

“Vedo che fa delle cuciture e poi taglia i vari fili rimasti per una lunghezza di circa due centimetri e li lascia là.”

La zia-madre sa legare mentalmente, sa giustificare logicamente, sa connettere razionalmente, ma non conclude al meglio perché lascia sospeso qualche discorso senza risolverlo.
Del resto, questo è l’atteggiamento mentale diffuso della vecchiaia: la morte logicamente si avvicina, ma l’emozione della vitalità non la riconosce e la tiene lontana. Di fronte all’incalzare del “fantasma di morte”, il tentativo di “razionalizzare” il proprio lutto è tortuoso e difficile quanto il tentativo di accettarlo.
Il sogno di Totonna conferma che il luogo è un cimitero e che il “fantasma” in circolazione e quello “di morte” con il suo carico di rito e di sacro. Non c’è spiegazione all’uniformità anonima della morte, specialmente se la persona ha maturato una personalità, “organizzazione psichica reattiva”, con le tante pezze colorate di Arlecchino.

“Mi dico che se fossi stata io li avrei tagliati ad uno ad uno a mano che saldavo e avrei aspettato di farlo alla fine, ma mi rendo conto che facendolo alla fine li taglierei meglio e tutte alla stessa lunghezza.”

Totonna si rende conto di avere una spiegazione diversa del vivere e del morire rispetto alla zia-madre e che l’assurdità del modo di cucire e di tagliare si giustifica con la situazione esistenziale e psichica: ognuno ha la sua filosofia di vita e di morte e la esprime in base a come vive e a come in vita vive la sua morte.
Questo è il fantasma di morte di Totonna sicuramente ridestato da un evento luttuoso intercorso.
Ribadisco: Totonna esibisce la sua concezione del vivere e del morire e la diversifica da quella della zia-madre. Come hanno insegnato le “Moire”, la vita e la morte sono legate al fuso della “Necessità”: la vita si identifica nel filare e la morte nel tagliare il filo. Resta nel libero arbitrio della persona il come filare e il come tagliare, come vivere e come morire o, meglio, come intendere la vita e come dare significato alla morte.
Questo è il senso di “Mi dico” e di “mi rendo conto”.

“Poi col sogno ritorno all’interno della “spa” e sto accompagnando in un corridoio una signora in una delle stanze per il trattamento.”

Ecco che cambia la scena: dall’autobus alla spa, dalla vita alla morte, dalla vitalità esistenziale al cimitero, dal profano vivere al sacro morire. Totonna sta “accompagnando” verso la morte “una signora” che ha umanamente accudito o alla cui fine ha assistito. Totonna è stata traumatizzata da questa doverosa esperienza e adesso, in sogno, si sta ripulendo, si sta liberando dai sensi di colpa e sta razionalizzando il lutto proprio elaborando la sua concezione della morte e della vita alla luce dell’esperienza suddetta.
Il “trattamento”,quindi, consiste nella “catarsi” e nel “sapere di sé.
Le “stanze” rappresentano simbolicamente la parte psichica incaricata a elaborare il “fantasma depressivo della perdita”.

“Realizzo che io non sono mai stata lì e non so cosa ci sia dentro quelle stanze. Infatti, faccio entrare lei, ma io non vedo oltre la porta.”

Per l’appunto!
Questo è il turno della vecchia e non di Totonna.
Totonna non sa della morte, nessuno le ha spiegato l’imponderabile e l’inconoscibile. Totonna sta visitando con la fantasia onirica l’esperienza della morte e la sta immaginando sullo strascico di qualche esperienza luttuosa traumatica: “Realizzo che io non sono mai stata lì e non so cosa ci sia dentro quelle stanze.”
La presa di coscienza da parte di Totonna della sua ignoranza in riguardo alla morte è dovuta semplicemente al fatto che non si tratta di un’esperienza vissuta. E’ il turno della signora e non di Totonna che si limita a essere una curiosissima accompagnatrice, una persona che assiste alla morte di un’altra persona.”Infatti, faccio entrare lei, ma io non vedo oltre la porta.”

“Incuriosita cammino per il corridoio e incontro una mia cugina che tranquilla mi saluta sorridente.”

Totonna vuol sapere della morte in maniera direttamente proporzionale al trauma vissuto nell’assistenza di una persona defunta: “incuriosita cammino”.
Questa persona è sua “cugina”, la chiave del sogno che nel vissuto di Totonna avanza “tranquilla” e “sorridente” verso la morte nei vissuti e nei desideri.
Il “mi saluta” rappresenta simbolicamente e ironicamente il distacco dalla realtà della vita.
Totonna sta razionalizzando il lutto e sta elaborando il suo “fantasma di morte” e il come staccarsi dalla vita al momento necessario.

“Noto una porta lasciata semiaperta e senza farmi vedere da nessuno sgattaiolo dentro per vedere cosa c’è. All’interno noto le solite pareti bianche e poi un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero che sembra essere stata scavata nella roccia. Anche questa molto rudimentale come una caverna.”

Totonna vuol sapere e la sua curiosità è infinita.
La “porta lasciata semiaperta” rappresenta l’accesso possibile alla verità. “Sgattaiolare” condensa la trasgressione infantile del sapere impedito, della presa di coscienza impossibile semplicemente perché l’esperienza non è stata vissuta. Totonna può soltanto ricorrere alla sua fantasia onirica per allucinare il suo “fantasma di morte” e per lenire l’angoscia della perdita e della fine.
Ritorna la “caverna rudimentale” come simbolo della tomba e “la struttura di marmo grezzo giallo nero” come simbolo del cimitero con “le solite pareti bianche”. Il quadro cromatico attesta della freddezza affettiva ed emotiva.

“Dentro ci sono delle vasche, delle fontanelle, dei getti d’acqua, ma spruzzano molto poco e mi metto li a pensare come si possa mettere in opera i congegni per farla funzionare.”

La caduta della vita e della vitalità, oltre che dell’essere femminile, si manifesta in “spruzzano molto poco”.
“Vasche”, “fontanelle” e “getti” sono simboli del grembo femminile, della vita e della “libido”. Totonna vive l’entusiasmo onnipotente di chi vuole sconfiggere la morte e ridare la vita, un risuscitare i morti: “mi metto li a pensare come si possa mettere in opera i congegni per farla funzionare.”.

“Non capendo entro e salgo sopra una piattaforma stretta che c’era all’interno della vasca e mi distendo aspettando che succeda qualcosa.”

Totonna non sa e, allora, desiste dal cercare di sapere in attesa “che succeda qualcosa”.
La “piattaforma stretta all’interno della vasca” è simbolo di un sano protagonismo e di una particolarità del suo stato.
Totonna si “distende”, si dipana, si chiarisce per “sapere di sé” e, nello specifico, del suo “cos’è la morte”.

“Infatti, pian piano con la pressione del mio corpo dei piccoli getti d’acqua partono da sotto di me e cominciano a spruzzare sempre di più facendomi un piccolo massaggio e capisco che lentamente andranno a riempire la vasca e io mi godrò il bagno.”

Questo è il ritorno alla vita di Totonna, un viaggio che procede piano piano e si conclude irrimediabilmente dopo essere stata a visitare la morte e i regni dell’aldilà.
Il corpo riprende vitalità perché ha un peso che si traduce in energia, una consistenza psicofisica oltretutto piacevolmente libidica: “la pressione del mio corpo”.
Il sistema neurovegetativo riprende il suo naturale decorso e comunica le giuste sensazioni di un benessere ben dosato nelle sue componenti.
L’acqua è energia femminile che la riporta al grembo materno, all’origine della sua vita.
“Io mi godrò il bagno” equivale a “io ritorno a vivere con la consapevolezza di chi ha vissuto esperienze che riconciliano con la vita e danno il senso migliore del vivere”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Totonna sviluppa la psicodinamica della “razionalizzazione del lutto” e approfitta di una dolorosa circostanza per visitare e riformulare, al meglio consentito dalle condizioni psichiche in atto, il “fantasma di morte” con gli annessi affettivi e i connessi emotivi della perdita e dell’inanimazione. L’operazione si conclude con esito fausto.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Totonna ha una massiccia presenza dell’istanza pulsionale “Es” e dell’istanza razionale “Io”.
“Io” è manifesto in “mi trovo”, “cammino”, “noto con stupore”, “mi trovo seduta”, “noto”, “vedo”, “mi dico”, “ma mi rendo conto”, “realizzo”, “non capendo”.
“Es” è manifesto in “centro di cure termali”, “lunghi corridoi”, “buchi nel muro”, “fontane in marmo grezzo”, “autobus”, “rammendando”, “taglia i fili”, sgaiattolo dentro per vedere cosa c’è”, “caverna”, “vasche”, “fontanelle”, “a riempire la vasca e io mi godrò il bagno”.
“Super-Io” è manifesto in “rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera”, “io li avrei tagliati ad uno ad uno”, “io non vedo oltre la porta.”
La “posizione psichica” coinvolta è quella “orale”, quella che riguarda gli affetti e la conseguente possibilità di perdita depressiva degli stessi.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Totonna presenta i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “traslazione” e lo “spostamento” in “una mia cugina” e in “una signora” e in “una mia zia”, la “condensazione” in “corridoi” e in “buchi nel muro” e in “fontane in marmo grezzo”, e in “autobus” e in “caverna” e in “vasche”, la “figurabilità” in “un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero che sembra essere stata scavata nella roccia” e in “una piattaforma stretta che c’era all’interno della vasca e mi distendo aspettando che succeda qualcosa” e in “lentamente andranno a riempire la vasca e io mi godrò il bagno.”
E’ presente il processo psichico di difesa della “regressione” in “mi trovo seduta in autobus con davanti tre signore distinte” e in “c’è una mia zia che sta rammendando a mano”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è presente in “catini per prendere l’acqua” e in “io mi godrò il bagno”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Totonna evidenzia un tratto psichico depressivo all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, ex carattere, nettamente “orale”, sensibile agli affetti e all’esercizio degli stessi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel lungo sogno di Totonna sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fontane” e in “caverna” e in “acqua” e in “vasche e in “fontanelle”, la “metonimia” o relazione logica in “corridoi” e in “marmo grezzo” e in “taglia i fili”, la “enfasi” o forza espressiva in “un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero”, la “sineddoche” o parte per il tutto in “buchi nel muro dove sono alloggiate delle fontane in marmo grezzo color giallo nero”.
Il sogno di Totonna è ricco di simboli ed appare permeato di una vena poetica surreale.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Totonna dice dell’insorgere di un moderato “fantasma di morte” in un quadro depressivo di perdita con implicita razionalizzazione del lutto: una “psiconevrosi d’angoscia” legata a esperienza vissuta.

PROGNOSI

La prognosi del sogno di Totonna si attesta in una progressiva presa di coscienza dell’esperienza del lutto e della perdita, nonché nel rafforzamento del gusto della vita e dell’esercizio della “libido”. Totonna è chiamata a godere, più che a soffrire, dopo il viaggio nell’aldilà. Meno male che aveva il biglietto di ritorno.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico è la degenerazione del tratto depressivo in “sindrome depressiva” nel caso in cui la “razionalizzazione del lutto” e della perdita non vada a buon fine: caduta della qualità della vita e dell’esercizio della “libido”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Totonna è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La simbologia si coniuga equamente con la discorsività logica e consequenziale.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Totonna si attesta in un’esperienza luttuosa vissuta in maniera contrastata e nel ricordo pomeridiano della stessa.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Totonna è decisamente surreale.

REM – NON REM

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Totonna è stato elaborato in uno stato di normale tensione psicomotoria e per la precisione in una fase R.E.M. mediana.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda
Come vive una persona anziana la morte?

Risposta
In base a come ha elaborato i “fantasmi depressivi di perdita” nel corso della vita e in base ai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia che ha usato. Meglio: in base alla “organizzazione psichica reattiva” che ha maturato.

Domanda
Cosa significa?

Risposta
Mi spiego con un esempio. Se io uso il processo psichico di difesa della “sublimazione” nelle esperienze di perdita, elaborerò una sopravvivenza dopo la morte nobilitando l’angoscia in accettazione e quasi desiderio di morire per rinascere. Se io uso il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” e magari mi ammalo del cosiddetto morbo di Alzheimer fissandomi all’età infantile e alla “posizione orale”, ritorno infante e in questo caso elaborerò un demenza per non aver coscienza dell’ineludibilità della morte. Possiamo usare in soluzione dell’angoscia di morte circa ventidue meccanismi psichici di difesa. Potrei elencarli e indicare la modalità d’azione, ma rimandiamo a migliore circostanza.

Domanda
Cosa significa “razionalizzazione del lutto” e come avviene?

Risposta
Mediamente occorrono due anni per avere a livello psichico la piena coscienza della perdita di una persona significativa o anche di un animale solidale. Il segnale che il lutto è stato razionalizzato è il dolore al posto dell’angoscia e della rabbia per la perdita subita, il ritorno al “principio di realtà” per quanto riguarda il vissuto sulla persona che ci ha lasciati.
Dopo il lutto la psiche reagisce sempre in base ai meccanismi di difesa, come dicevo prima; ad esempio affermando la vita e distaccandosi dal dolore o negando il lutto in qualche modo o coinvolgendosi a livello emotivo al minimo o al massimo, sublimando l’angoscia in nobile accettazione del destino e in qualche forma di onnipotenza, scindendo il fatto morte dall’emozione della fine o in altre modalità.

Domanda
Il sogno dell’aldilà ha fatto bene a Totonna?

Risposta
Certamente sì! Questo sogno è terapeutico perché integra le pulsioni e le idee sulla morte, riformula il “fantasma di morte” nelle sue parti irrimediabili di perdita e di fine.

Domanda
E quelli che non piangono al funerale sono insensibili?

Risposta
No! Usano il meccanismo di difesa dello “isolamento”, non vivono l’angoscia ma sono consapevoli della perdita. Avranno tempo per soffrire quando il meccanismo di difesa ridurrà la sua azione.

Domanda
E quelli che piangono e si disperano?

Risposta
Usano il meccanismo di difesa della “conversione isterica” scaricando le tensioni anche in maniera teatrale.

Domanda
Insomma si soffre necessariamente.

Risposta
Certamente, ma si soffre soprattutto d’angoscia anche se non c’è il morto. L’angoscia è la malattia di base del vivente uomo, è universale ed è oggetto d’intervento da parte della cultura. Sull’angoscia leggi il testo di Soren Kierkegaard “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. Fa solo bene.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Al lutto subentra il “consolo” o la consolazione, alla perdita segue il conforto, alla morte consegue l’affermazione della vita, spesso l’onnipotenza della sopravvivenza. Il cibo è il degno antidoto all’angoscia della morte e della perdita. La solidarietà e la comunione familiare sono la prima reazione affermativa all’angoscia della perdita. Ogni morte rievoca il nostro personalissimo “fantasma di morte” e la consapevolezza della necessità della morte dipende da quali meccanismi di difesa mettiamo in atto.

Ho scelto come prodotto culturale la canzone “Il conforto” firmata da Ferro Tiziano e cantata in associazione a Carmen Consoli, un brano di scuola ermetica con valenza pop.
Provate a seguire il testo e a decodificarlo secondo i vostri “significanti”, secondo l’emozione che emerge in voi durante l’ascolto. Quella è la vostra verità sul tema.
Riflettete anche sulla bontà di essere in due e in sodalizio nell’affrontare le esperienze d’angoscia che la vita riserva.

 

 

L’UOMO CHE EIACULA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Buongiorno dottor Vallone,
Le riassumo un sogno fatto questa notte che è ancora molto vivido nella mia memoria.
Mi trovavo in una città che non è la mia per andare ad un concerto rock e, siccome era sera ed ero stanca, capito improvvisamente in una stanza con un letto matrimoniale (la mia stanza di ragazza).
Mi infilo, credo solo con la biancheria intima, sotto le coperte e capisco che dietro di me c’è un uomo.
Ha i capelli rossi, è nudo, è magro, quasi troppo (nella realtà sono magra anch’io e gli uomini magrissimi non mi attirano).
È più giovane di me (io ho 54 anni). Accanto al letto c’è un suo amico, vestito, che poi sparirà.
L’uomo coi capelli rossi inizia ad accarezzarmi i seni e inizialmente mi piace, poi me li succhia e io provo fastidio e lo allontano.”
Sempre dietro di me inizia a masturbarsi.
Penso che abbia un bel pene e mi sento quasi in dovere di fare qualcosa per partecipare al suo piacere.
Prima lo accarezzo e poi cerco di praticare una “fellatio”, ma non voglio che eiaculi nella mia bocca e desisto quasi subito dicendogli “continua da solo”.
Lui raggiunge l’orgasmo e mi imbratta letteralmente di sperma: le gambe sono piene, così come il seno, la faccia e i capelli (nel sogno mi dico che potevo pensarci prima e legarli).
Alla fine del sogno gli dico “se anziché stare zitto mi dicevi che stavi per venire, non ti avrei lasciato solo, avrei partecipato”.
La sua risposta è stata: “mi sono svuotato”.
Nel sogno io non provavo piacere alcuno.

Scusi la lunghezza, ma era importante per me raccontare tutto quello che ricordavo. La cosa che più mi è rimasta in mente è la quantità di sperma e le parole che ci siamo scambiati, che ho riportato tra virgolette perché sono testuali. Mi scuso per la terminologia, ma so che è importante anche quella.
La ringrazio fin d’ora per la sua analisi e Le auguro una serena giornata.
Sabina”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Le teorie freudiane sulla sessualità infantile, depositate dal grande Capo nei Saggi del 1905, destarono scandalo in una cultura occidentale sessuofobica e costarono all’ebreo non praticante Freud l’accusa di immoralità. Nel tempo questi “Saggi” sono stati oggetto di valutazione contrastata e ritenuti dai più non certo la migliore produzione scientifica di Freud a causa soprattutto del “pansessualismo”. Le perplessità moralistiche si legavano al tema e alle verità oggettive contenute e sperimentate da Freud nello svolgimento della pratica clinica. Fondamentalmente i “Saggi sulla sessualità infantile” contengono le teorie sulle fasi di sviluppo della “libido”: “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica” e “genitale”, un Sapere ancora oggi sperimentabile e sperimentato. E’ utile a livello metodologico superare la valenza temporale del concetto di “fase” e assumere il concetto statico-evolutivo di “posizione” secondo la lezione di Melanie Klein.
Questa premessa scientifica è dovuta al fatto che il sogno di Sabina richiama chiaramente la sua “posizione fallico-narcisistica”, “l’uomo che si masturba”, che aspira ad evolversi nella “posizione genitale”: passaggio da un isolamento psichico a un desiderio di coinvolgimento globale e donativo, dal solipsismo esistenziale alla comunione dei sensi e degli intelletti.
Inoltre, il sogno di Sabina evidenzia tra le righe una “posizione edipica”, relazione e conflittualità con i genitori, bloccata e in via di risoluzione. Questo quadro psicodinamico s’incentra sul “fantasma del maschio”, “parte positiva” e “parte negativa”, con netto privilegio di quest’ultima, e sul meccanismo psichico di difesa dello “splitting” o “scissione dell’imago”.
Sabina aiuta l’interpretazione del sogno con i suoi interventi fornendo le chiavi di lettura di quattro punti importanti, due determinanti e due tra umorismo e autoironia: (la mia stanza di ragazza) e (io ho 54 anni) e (nella realtà sono magra anch’io e gli uomini magrissimi non mi attirano) e (nel sogno mi dico che potevo pensarci prima e legarli).
Ancora: Sabina offre un sogno chiaro e compiuto nel suo “contenuto manifesto”: lo leggi e lo capisci e ti diverti anche con le sue esagerazioni. Magari ti dispiace il coinvolgimento a corrente alternata della protagonista e pensi a quanto benessere ha rinunciato.
Magari si può, come al solito, pensare che Sabina ha saputo accomodare e rattoppare con le apposite pezze giustificative la trama del suo sogno.
Ma non è così!
Sabina sogna in questo modo aristotelico, quasi logico consequenziale, nell’ultima fase REM, quella mattutina, quando il risveglio è prossimo e il coinvolgimento pacato, per cui può vivere e costruire il sogno secondo il “principio del piacere” gestito dall’Es e secondo il “principio di realtà” di proprietà dell’Io e senza trascurare il senso profondo del dovere, i diritti del “Super-Io”. Con questa discorsività narrante Sabina offre i simboli portanti, quelli giusti, per poter operare la corretta decodificazione del suo prodotto psichico elaborato magistralmente. Da questi simboli si trarranno gli auspici per augurarle un buon viaggio psicofisico nel cammino della vita.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Le riassumo un sogno fatto questa notte che è ancora molto vivido nella mia memoria.”

Il “riassumo” comporta l’inserimento di pezze logiche e giustificative nel sogno, operazione necessaria che sciupa l’irraggiungibile purezza, ma diversamente non si può fare. Per questo motivo il sogno si può ridefinire “resto notturno”, quello che ricordiamo e componiamo da svegli.
Il sogno è “vivido nella mia memoria” perché si è svolto nell’ultima fase REM del sonno e con una memoria in buon esercizio e con temi estremamente eccitanti e creativi.

“Mi trovavo in una città che non è la mia per andare ad un concerto rock e, siccome era sera ed ero stanca, capito improvvisamente in una stanza con un letto matrimoniale (la mia stanza di ragazza).”

La “regressione” onirica temporale è evidente. Sabina torna indietro nel tempo e si ritrova “ragazza” nella tollerata trasgressione di “un concerto rock” in un ambito sociale che non conosce e che sente diverso dal suo, “una città che non è la mia”, difficoltà giovanili e titubanze relazionali. Nel crepuscolo della coscienza, “era sera ed ero stanca”, la “regressione” trova spazio e pane per i suoi denti proponendo l’intimità adolescenziale di “una stanza con un letto matrimoniale”, il teatro delle mille sofferenze e dei mille tormenti affettivi, il luogo delle altrettante mille fantasie intime e private. Sabina guida l’interpretazione corretta indicando che sta tornando indietro nel tempo e che quello che sta per vivere si riferisce alla sua adolescenza e alla sua sfera personale erotica e affettiva, (la mia stanza di ragazza).”.
Grazie Sabina!

“Mi infilo, credo solo con la biancheria intima, sotto le coperte e capisco che dietro di me c’è un uomo.”

Il discorso, già intimo e privato, si fa erotico, non solo per la “biancheria intima”, ma per “l’uomo” che Sabina si trova “dietro” a sua insaputa, suo “bengrado” e suo “malgrado”: “bengrado” perché può intrallazzare una fascinosa tresca erotica, “malgrado” perché si possono evidenziare paure e resistenze psicofisiche.
Sabina rievoca i desideri erotici e le fantasie sessuali della sua adolescenza e si appresta a riviverle e a rielaborarle “sotto le coperte” con la consapevolezza dei fatti e degli atti: “capisco”. Sabina è vigile nella sorpresa di trovarsi un uomo a letto e sopratutto “dietro”. Quest’ultimo è simbolo del “meccanismo di difesa della “rimozione”, della dimenticanza e del momentaneo oblio, ma è particolarmente intrigante a livello erotico dal momento che il teatro costruito da Sabina in sogno dispone anche verso un rapporto “anale”. In questo caso il “dietro” è simbolo del “culo” e degli annessi e connessi di “libido”.
La “suspense” è servita dal sogno birichino!
Entrambe le decodificazioni vanno bene e accrescono le aspettative e i desideri.
Riepilogo: “Mi infilo”, “biancheria intima”, “sotto le coperte”, “dietro di me” e “uomo” formano un cocktail erotico micidiale per i benpensanti, assolutamente sano e normale per chi vive bene il corpo e la mente.
Adesso si attendono gli eventi possibili di questo onesto film erotico.

“Ha i capelli rossi, è nudo, è magro, quasi troppo (nella realtà sono magra anch’io e gli uomini magrissimi non mi attirano).”

Il secondo protagonista, “l’uomo dietro”, si presenta in una veste demoniaca, non certo accattivante ma decisamente adatta a una prestazione superba ed eccezionale: “capelli rossi”, “nudo”, “magro, quasi troppo”, attributi fisici non usati da Sabina a livello simbolico, ma a livello estetico per dare tinta a un aspetto ferino e a una violenza consentita dal corpo. Si conferma una figura demoniaca nei tratti salienti, una sagoma colorata anche dalla grande pittura medioevale. Ricordo che il demone contiene simbolicamente la vitalità e la trasgressione, caratteristiche che ci stanno tutte nel quadro onirico che Sabina sta vivendo e dipingendo.
Precisa tra parentesi di essere “magra”, un dato reale e non simbolico, e di non essere attratta dagli “uomini magrissimi”. Ma la realtà onirica non è la realtà reale, per cui la fantasia di Sabina elabora un uomo che non le piace, un maschio interdetto e vietato che non l’attizza ma con cui si relaziona quasi per dovere: la “parte negativa” del “fantasma del maschio”, quella che attrae ma è tabù, quella su cui la fantasia adolescenziale di Sabina ha tanto lavorato nella stanza con il letto matrimoniale.

“È più giovane di me (io ho 54 anni). Accanto al letto c’è un suo amico, vestito, che poi sparirà.”

Sabina inizia questo happening erotico nel migliore dei modi, con il potere di una donna navigata su un uomo giovane anche se diabolico e sfrontato. Le premesse sono promettenti. Basterà giocare bene la partita senza blocchi e senza complessi, coinvolgendosi per quello che serve a un sano orgasmo: potenza erotica e capacita seduttiva non mancano a Sabina alla luce delle reazioni del giovane magrissimo dai capelli rossi. La sindrome dell’ape regina sembra avere buon esito.
Un altro uomo normale si profila a fianco del diabolico, “un suo amico vestito”, un uomo difeso e raziocinante che stona in una situazione di grande abbandono e di formidabile eccitazione. Infatti, questo uomo normale sparisce dalla scena ad attestare che Sabina ha a che fare con il suo “fantasma del maschio” e nello specifico la “parte negativa” dell’uomo, quello che appetisce sessualmente e minaccia senza coinvolgersi affettivamente. Ripeto: si tratta del fantasma di Sabina e tratta di lei, delle sue fantasie infantili e adolescenziali in riguardo all’universo maschile.
Il sogno parla sempre di noi e non dell’altro anche quando parla dell’altro.

“L’uomo coi capelli rossi inizia ad accarezzarmi i seni e inizialmente mi piace, poi me li succhia e io provo fastidio e lo allontano.”

Inizia il valzer dei preliminari erotici tra una donna matura e un giovane diabolico “coi capelli rossi”, un uomo che trasgredisce e va contro la morale, la “parte negativa” del “fantasma del maschio” che tanto ha affascinato Sabina nell’immaginare e vivere il maschio nella sua adolescenza.
Niente di sorprendente e di originale, niente degno di un demone!
Ritornano Freud e i suoi “Saggi sulla sessualità infantile” e le zone erogene su cui si privilegia di attestarsi la “libido”: “inizia ad accarezzarmi i seni”. Se Sabina non pensa e si abbandona, il piacere arriva e il sistema neurovegetativo parte alla grande, “inizialmente mi piace”. Il crescendo erotico impone la “regressione” al seno e alla stimolazione della “libido orale” nel maschio e di quella epiteliale nella donna: “poi me li succhia” equivale a un ridestarsi della “posizione psichica orale”. Insisto nel dire che questo diavolo dai capelli rossi e dalla magrezza sconcertante non è poi tanto originale e creativo nelle fantasie erotiche di Sabina. Tutto è in linea della cosiddetta normalità, della serie “tutti fanno così” anche perché le variazioni sul tema dei preliminari erotici sono tante ma limitate.
Ma Sabina si blocca: “io provo fastidio”.
“Fastidio” deriva etimologicamente dal latino “fastidium” che si traduce nell’italiano “disdegno”, una forma di disprezzo difensivo dal coinvolgimento erotico per l’intercorrere della consapevolezza della colpa e dell’inferiorità, della morale e della paura: istanza psichica censurante del Super-Io” in conflitto con l’istanza pulsionale “Es”. L’istanza “Io” non ha saputo mediare tra le spinte organiche e le controspinte culturali. La soluzione difensiva al coinvolgimento erotico è “e lo allontano.”
Sabina è in pieno conflitto con se stessa: psiconevrosi.

“Sempre dietro di me inizia a masturbarsi.”

Il sogno è partito alla grande, ma è subentrato il senso di colpa e Sabina si è smarrita nel dedalo delle fobie e dei complessi d’inadeguatezza.
“Dietro di me” comprova ancora eccitazione erotica e riduzione della consapevolezza e del coinvolgimento diretto e sfacciato. Sabina approda dalla “posizione orale” nella “posizione fallico-narcisistica” dove la “libido” è auto-erotica. Sabina si difende nelle sue fantasie erotiche dal coinvolgimento con il maschio cattivo facendolo in sogno masturbare. A tutti gli effetti si tratta della “posizione fallico-narcisistica” di Sabina e del suo isolamento erotico: “inizia a masturbarsi”. Viene sacrificata in tal modo la “libido” specifica della “posizione psichica genitale”, quella che coinvolge se stesso nell’altro sempre per un fine erotico nella reciprocità.

“Penso che abbia un bel pene e mi sento quasi in dovere di fare qualcosa per partecipare al suo piacere.”

Continua lo svolgimento della “posizione fallico-narcisistica” di una Sabina bloccata ed eccitata e che ha proiettato il suo nucleo psichico auto-erotico nel giovane diabolico: “un bel pene”, simbolo del potere seduttivo.
A questo punto non sa se fare o non fare, ma sa di piacere e che le piace. Sabina è incerta se partecipare alla festa erotica perché il “Super-Io” la blocca e l’ Es la eccita. Il dovere si scontra con il piacere. Sabina ha esaltato il suo narcisismo e adesso non sa se evolversi nella “posizione genitale”, ossia coinvolgersi eroticamente nella dialettica sessuale, o se ritrarsi nella sua individualità e stare a guardare nell’altro se stessa. E’ come se Sabina dicesse a se stessa: “sei adulta ed esperta e non puoi la figura da chiodi o da moralista e tanto meno di fronte a un uomo più giovane, e allora buttati e partecipa alla grande”. Il conflitto nevrotico non è da poco e si sviluppa tra la “posizione fallico-narcisistica” e la “posizione genitale”, tra il “principio del piacere” e il “principio del dovere”. Sabina vuole partecipare superando i suoi blocchi e vuole condividere la sessualità adulta con un uomo che lei ha fatto eccitare in sogno, ma è incerta, fredda e bloccata in uno stallo che conosce e che non sa superare. Inoltre, si vede chiaramente la posizione d’inferiorità e di servizio nei confronti del maschio in “mi sento quasi in dovere di fare qualcosa per partecipare al suo piacere.”
Sabina non sa uscire dal carcere del narcisismo e dell’isolamento.

“Prima lo accarezzo e poi cerco di praticare una “fellatio”, ma non voglio che eiaculi nella mia bocca e desisto quasi subito dicendogli “continua da solo”.”

Ma Sabina ci prova, sa come fare, vuole coinvolgersi, almeno tecnicamente: “Prima lo accarezzo e poi cerco di praticare una “fellatio”. Si vede chiaramente il conflitto atroce tra la pulsione a fare e a fare bene, magari freddamente, per far godere l’altro, e l’attesa che si metta in moto anche il suo corpo erotico e la pulsione sessuale, anziché isolarsi e non coinvolgersi. La giustificazione è che la “fellatio” non si concluda con l’eiaculazione in bocca. Sabina mette sempre una condizione e un limite a quello che di erotico vuole fare e sa fare. Questo è il senso di “desisto quasi subito dicendogli “continua da solo”.” Il giovane diabolico non ha avuto il tempo di rispondere e già Sabina si è imbattuta nei suoi blocchi e nei suoi complessi e ha trovato la soluzione adeguata nel rinchiudersi nel suo isolamento narcisistico da solitudine affettiva.
Degna di nota a livello simbolico e la “traslazione” del coito e della “libido genitale” nella bocca-vagina e nel pene- eiaculazione. Si coglie un conflitto sulla maternità. Sabina ha paura di essere fecondata, non vuole avere figli, ha paura di diventare madre. Sabina costruisce in sogno una scena significativa dove è attrice protagonista nel non partecipare e nel lasciar fare. Assiste e si lamenta di non avere il posto che desidera ma che non sa occupare.

“Lui raggiunge l’orgasmo e mi imbratta letteralmente di sperma: le gambe sono piene, così come il seno, la faccia e i capelli (nel sogno mi dico che potevo pensarci prima e legarli).”

La masturbazione narcisistica trionfa “nell’orgasmo” come Natura comanda. Il giovane diabolico, in cui Sabina ha difensivamente traslato il suo narcisismo, gode e apparentemente si vendica del trattamento subito e dell’indifferenza di una spettatrice piena di difese e di pregiudizi: “mi imbratta letteralmente di sperma”. Sabina vive in una il senso di colpa simboleggiato nella sporcizia di “imbratta” e il desiderio di essere fecondata legato a tutte le paure e fobie del caso. Sabina è una donna in conflitto non soltanto con il suo essere femmina erotica, ma anche con la possibilità di essere madre. Questa pulsione frustrata della maternità è direttamente proporzionale alla quantità di sperma che inonda il suo corpo e che non va nella parte giusta: “le gambe sono piene, così come il seno, la faccia e i capelli”. Lo “sperma” rappresenta simbolicamente la “libido genitale” maschile, la generosità del dare e del coinvolgimento erotico, il dono di una possibile gravidanza. Una riflessione è giusta in tanta enfasi: pratica erotica vuole che nel coito interrotto o nel piacere dell’atto, il maschio eiaculi nel ventre e nelle parti del corpo scelte come eccitanti anche per la donna a testimonianza di potere e di soccombenza. Niente di trascendentale se il giovane inonda di sperma l’incredula Sabina, se non la quantità. Il sogno di Sabina si è arricchito di tensione ed è necessario stemperare le cariche nervose per non svegliarsi. Ed ecco che interviene a soccorrere il sogno l’autoironia sui capelli pieni di sperma: “(nel sogno mi dico che potevo pensarci prima e legarli).” Sabina riesce per difesa a ridere di sé e della sua mancata tutela della chioma, nonostante la diceria sugli effetti benefici dello sperma sull’epidermide.

“Alla fine del sogno gli dico “se anziché stare zitto mi dicevi che stavi per venire, non ti avrei lasciato solo, avrei partecipato”.

Sabina è diventata saggia e si dà il giusto consiglio dopo la giusta ironia: se mi fossi affidata, avrei goduto, se non fossi stata in silenzio, non sarei rimasta sola. Ecco la diagnosi e la prognosi di Sabina: “non ti avrei lasciato solo, avrei partecipato”, non sarei rimasta sola e mi sarei coinvolta evolvendo il mio narcisismo in genitalità. Sabina proietta il suo silenzio nel giovane diabolico per difendersi dall’angoscia di prendere coscienza in sogno che il problema è suo e lo deve affrontare per migliorare la qualità della sua vita e delle sue relazioni con il corpo e con gli altri.

“La sua risposta è stata: “mi sono svuotato”.”

Ulteriore “proiezione” difensiva dall’angoscia: la sessualità meccanica e fredda e senza coinvolgimento. Sabina attribuisce al giovane diabolico la sua difficoltà a vivere la sua “libido genitale” e la sessualità insieme a un uomo su cui investire piacere e realtà. Spesso le donne pensano di non essere amate per la loro “femminilità”, ma soltanto ed esclusivamente per la loro femmina o l’essere dotate di vagina, non per quello che sono come persone, ma per gli attributi sessuali e per l’uso consentito dal rischio di restare sole: “mi sono svuotato”. Del resto, questa era la filosofia e la psicologia prima della rivoluzione femminista e della presa di coscienza socioculturale da parte delle donne più emancipate.
Maschio “svuotato” per il potere di una donna di svuotarlo o donna che non si sente amata ma è capace di svuotare o donna che non si coinvolge e stima la sua sessualità qualcosa di freddo e di asettico?
Questi sono i dilemmi?
Per il sogno di Sabina vale il terzo.

“Nel sogno io non provavo piacere alcuno.”

Ma per forza, cara Sabina, non eri coinvolta per difesa dall’angoscia di viverti e di godere, eri divorata dal senso di colpa in riguardo alla sessualità o per educazione moralistica o per tuoi blocchi psichici!
Eppure la psicodinamica è stata intensa e intrigante, nonostante il fatto che Sabina abbia controllato la sua eccitazione sessuale anche nel sogno a testimonianza del blocco di cui si è detto e si diceva.

“La cosa che più mi è rimasta in mente è la quantità di sperma e le parole che ci siamo scambiati,”

Queste sono le giuste e possibili prese di coscienza che Sabina può fare: la quantità di “libido” donativa “genitale” che ha dentro e il significato profondo delle parole scambiate con se stessa su se stessa: “non stare zitta e parlare, comunicare l’intimità, rifiuto della solitudine, partecipare e coinvolgersi.”
Buon viaggio Sabina!

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina sviluppa la psicodinamica della contrastata evoluzione dalla “posizione fallico-narcisistica” alla “posizione genitale”, da un investimento di “libido” auto-erotica con isolamento e incomunicabilità a un investimento di “libido” donativa con riconoscimento dell’altro e partecipazione coinvolgente. Il tutto non soltanto a livello sessuale, ma a livello esistenziale globale. Il sogno di Sabina evidenzia blocchi e conflitti tra le istanze psichiche “Es” e “Super-Io”, tra le pulsioni e le frustrazioni o repressioni degli istinti per prevalere di sensi di colpa e di complessi d’inadeguatezza. La funzione mediatrice dell’Io è deficitaria.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Sabina richiama le funzioni delle istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
La funzione vigilante e razionale dell’Io si vede chiaramente in “capisco” e in “gli dico”.
La funzione pulsionale dell’Es è dominante e ben visibile in “stanza con letto matrimoniale” e in “Ha i capelli rossi, è nudo, è magro,” e in “accarezzarmi i seni e inizialmente mi piace, poi me li succhia e io provo fastidio e lo allontano.” e in “masturbarsi.” e in “fellatio” e in “Lui raggiunge l’orgasmo e mi imbratta letteralmente di sperma:” e in “mi sono svuotato”.
La funzione censoria e moralistica “Super-Io” si manifesta in “io provo fastidio e lo allontano.” e in “mi sento quasi in dovere di fare qualcosa per partecipare al suo piacere.” e in “ma non voglio che eiaculi nella mia bocca e desisto quasi subito dicendogli “continua da solo”.
Il sogno di Sabina esalta la “posizione fallico narcisistica” e richiama costantemente la “posizione genitale”: esempi “inizia a masturbarsi.” e “non ti avrei lasciato solo, avrei partecipato”.
Si profilano la “posizione psichica orale” in “fellatio” e la “posizione psichica anale” in “dietro di me”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Sabina usa i seguenti meccanismi psichici di difesa: la “condensazione” in “”la mia stanza di ragazza” e in “biancheria intima”, lo “spostamento” in “masturbarsi” e in “pene”, la “proiezione” nel giovane e “zitto”, la “traslazione” in “bocca”e in “sperma”, la “drammatizzazione” in “Lui raggiunge l’orgasmo e mi imbratta letteralmente di sperma: le gambe sono piene, così come il seno, la faccia e i capelli”, la “simbolizzazione” in “mi sono svuotato”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è evidente in “la mia stanza di ragazza” e in “sempre dietro di me inizia a masturbarsi”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione” è presente in “Nel sogno io non provavo piacere alcuno.”

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Sabina evidenzia nettamente un tratto “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a forte valenza “narcisistica”: tendenza a lesinare il coinvolgimento erotico e affettivo nelle relazioni significative e non, soggetto di minor diritto e compensazione con le fantasie.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Sabina sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “stanza con un letto matrimoniale” e in “pene” e in “bocca”, la “metonimia” o nesso logico in “mi sono svuotato” e in “sperma”, “l’iperbole” o esagerazione espressiva in “mi imbratta letteralmente di sperma: le gambe sono piene, così come il seno, la faccia e i capelli”, la “enfasi” o forza espressiva in “Ha i capelli rossi, è nudo, è magro, quasi troppo”.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Sabina dice di una “regressione” difensiva dall’angoscia con “fissazione” alla “posizione psichica fallico-narcisistica” e con i conseguenti precari e imperfetti investimenti di “libido”. La psiconevrosi è depressiva a causa di una mancata risoluzione della “posizione edipica”, relazione conflittuale con i genitori”. Esiste un conflitto tra le istanze psichiche Es, e Super-Io con sofferenza del ruolo di mediazione dell’Io.

PROGNOSI

La prognosi impone a Sabina di evolvere la “libido fallico-narcisistica” in “libido genitale” senza nulla perdere e acquisendo le benefiche novità: investimenti e coinvolgimenti affettivi e sessuali senza sentirsi soggetto di minor diritto o figlia di un dio minore.
Lasci pure agli altri quello che non può essere e fare lei: si fidi e si affidi.
Colga le occasioni del vivere quotidiano e goda in maniera naturale e corretta riconoscendo l’altro come il partner e non come il nemico.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una degenerazione della “posizione fallico-narcisistica” in una chiusura nella propria individualità e nel non cercare relazioni affettive e sessuali: depressione nevrotica e caduta del gusto della vita e delle relazioni d’amore.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Sabina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La simbologia si coniuga equamente con la discorsività logica e consequenziale.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Sabina si attesta in una rievocazione del passato esistenziale e di episodi particolarmente significativi.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Sabina è narcisistica: solipsismo e isolamento.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo mi ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione del sogno di Matilde.

Domanda
Cosa pensa del sogno di Sabina?

Risposta
E’ un prodotto psichico molto lineare, ricco ma non complicato, un sogno abbastanza diffuso tra i maschi e le femmine, una narrazione degna di un “Io” sincero e sofferente, una psicodinamica classica della cultura occidentale e della sessuofobia religiosa.

Domanda
Che cos’è il narcisismo?

Risposta
Meglio: la “posizione fallico narcisistica” si attesta in investimenti di “libido” su se stessi e comporta di conseguenza a livello intellettivo una conoscenza di sé nell’isolamento e a livello erotico la masturbazione. Serve al bambino di quattro-cinque anni per sperimentare il suo corpo e la sua mente nelle valenze del piacere e della fantasia.

Domanda
Il sogno di Sabina desta preoccupazione?

Risposta
La diagnosi dice di una “psiconevrosi depressiva” e, quindi, nulla di particolarmente grave al momento, eccezion fatta per la qualità del godimento nelle relazioni erotiche, sessuali e affettive per questa chiusura o difficoltà di aprirsi e di fidarsi, più che affidarsi, di Sabina.

Domanda
Quale radice psicologica ha il sogno di Sabina?

Risposta
Sabina deve rivedere la “posizione edipica”, i vissuti conflittuali nei riguardi dei genitori perché la “libido fallico-narcisistica” non si è evoluta adeguatamente in “genitale” a causa di un trauma o di un blocco che ha parzialmente impedito l’identificazione nella madre e ha favorito un vissuto blando e contrastato nei confronti del padre. Sabina in situazioni di coinvolgimento regredisce alla “posizione psichica”, la “fallico-narcisistica” che conosce bene e che la rassicura, ma che è incompleta e parziale nell’età adulta.

Domanda
Necessaria la psicoterapia?

Risposta

Può farcela da sola. Ha manifestato buone doti di perspicacia e di intuizione, oltre che di autoironia. Soltanto se somatizza le tensioni in sintomi fastidiosi e in comportamenti lesivi della qualità della vita e delle relazioni affettive, può scegliere una buona psicoterapia psicoanalitica per riceverne un gran bene.

Domanda
Che sintomi potrebbe avere?

Risposta
Il narcisista ha paura delle malattie, ipocondria, e dell’invecchiamento. Vive male la caduta della vitalità e si adatta altrettanto male al tempo che passa e che offende la bellezza e la carica sessuale. Quest’ultima condensa il desiderio e la paura.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Sabina è stato elaborato in uno stato di normale tensione psicomotoria e per la precisione nell’ultima fase R.E.M. e ha coniugato con moderazione attrazione e repulsione, piacere e rigore, espansione e limite.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La “regressione” è un processo psichico di difesa dall’angoscia che sviluppa un movimento libidico oggettuale invertito rispetto alla direzione normale evolutiva a causa di una frustrazione o di un’angoscia ingestibili dalla coscienza e non passibili di “rimozione”, per cui si ripristinano forme mentali e comportamenti del passato non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto.
Associo il sogno di Sabina a una canzone importante di musica leggera del ’99 cantata da Domenica Bertè, in arte Mia Martini. Questo prodotto culturale collettivo riguarda il contrastato rapporto tra uomini e donne, tra amore costruttivo e avventura superficiale e di poco spessore. Richiama, inoltre, concetti psicoanalitici come la posizione edipica e i conflitti familiari della rivalità fraterna e socio-esistenziali della solitudine.
Perché spesso ricorro alla musica leggera?
Mi diletta comprovare che tra la gente si trova la comprensione non sofisticata e intellettualistica dei modi più umani di essere e di esistere. Inoltre, la musica leggera è un veicolo formidabile di comunicazione per il popolo e per l’educazione dei giovani nei sentimenti e nei valori psicologici e sociali.

GLI UOMINI NON CAMBIANO

Sono stata anch’io bambina di mio padre innamorata.
Per lui sbaglio sempre e sono la sua figlia sgangherata.
Ho provato a conquistarlo e non ci sono mai riuscita
e ho lottato per cambiarlo, ci vorrebbe un’altra vita.
La pazienza delle donne incomincia a quell’età,
quando nascono in famiglia quelle mezze ostilità
e ti perdi dentro a un cinema a sognare di andar via
con il primo che ti capita e che ti dice una bugia.
Gli uomini non cambiano.
Prima parlano d’amore e poi ti lasciano da sola.
Gli uomini ti cambiano e tu piangi mille notti di perché.
Invece, gli uomini ti uccidono e con gli amici vanno a ridere di te.
Piansi anch’io la prima volta stretta a un angolo e sconfitta.
Lui faceva e non capiva perché stavo ferma e zitta,
ma ho scoperto con il tempo e diventando un po’ più dura
che se l’uomo in gruppo è più cattivo, quando è solo ha più paura.
Gli uomini non cambiano, fanno i soldi per comprarti
e poi ti vendono.
La notte, gli uomini non tornano e ti danno tutto quello che non vuoi.
Ma perché gli uomini che nascono sono figli delle donne,
ma non sono come noi.
Amore, gli uomini che cambiano sono quasi un ideale che non c’è.
Sono quelli innamorati come te.

 

 

 

DOPO L’ORGASMO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.
Vedevo la luce sopra di me.
Sentivo la pace e la libertà dentro.
Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.
I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.
Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.
Ho provato un senso di libertà totale.

Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.

Grazie anticipate da Matilde.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Questo sogno consegue a uno stato di benessere psicofisico definito “orgasmo”, a un rapporto sessuale andato a buon fine.
Matilde si è addormentata dopo l’intensa vitalità sensoriale che dalla zona genitale si è allargata secondo le onde neurofisiologiche a tutto il corpo. Matilde aveva parzialmente sospeso la funzione di vigilanza del cervello e si era abbandonata al moto erotico del “sistema neurovegetativo” per vivere le contrazioni piacevolmente spasmodiche all’interno della vagina, quel corto circuito erotico che dopo il picco lentamente ricade verso la normalità vitale.
Matilde si è addormentata dopo aver fatto l’amore e ha rappresentato in sogno le sensazioni in atto, quelle del “dopo l’orgasmo”. Questa è la meravigliosa capacità dei meccanismi del “processo primario”, quelle modalità psichiche che riescono a riprodurre in immagini le sensazioni globali molto forti e irripetibili nella loro intensità.
Il sogno ha sempre una valenza “cenestetica”, sensoriale, proprio perché si basa sul fattore psicofisico dell’allucinazione e sulle fasi REM e NON REM.
Il sogno scatena tutti i sensi e in prevalenza quello prediletto e adatto all’uso e al vissuto da rappresentare. I sogni si basano anche su sensazioni abnormi e magari mai vissute nella realtà, allucinano un desiderio come sosteneva Freud, ma non soltanto, allucinano il vissuto in atto, la realtà psichica e magari le sensazioni vissute qualche ora prima di dormire.
Il sogno di Matilde mostra come si può tradurre uno stato di benessere psicofisico e come il “processo primario” riesca a trovare le immagini giuste per rappresentare le benefiche conseguenze di un orgasmo con l’apposito e specialistico meccanismo psichico della “figurabilità”.
La “figurabilità” opera una selezione tra le diverse rappresentazioni o immagini che traducono il vissuto psichico, il bisogno o il desiderio, e sceglie quelle che meglio si prestano alla loro espressione visiva, consentendo ancora una volta il passaggio da un concetto astratto a un’immagine concreta. Esempio: la rappresentazione della mucca rende perfettamente l’idea dell’amore materno a differenza dell’immagine del serpente. Quest’ultima, a sua volta, rende perfettamente l’idea dell’organo sessuale maschile a differenza dell’immagine della mucca.
Vediamo quali fattori il “processo primario” ha usato nel sogno di Matilde: la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, il gusto del paradosso, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio.
A livello neurofisiologico sono state richiamate le attività dell’emisfero cerebrale destro.
Un sogno non è mai un semplice sogno alla luce di quanta “roba” comporta e di quanti “strumenti” tira fuori.
Vediamolo da vicino e nello specifico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.

Matilde esordisce con una simbologia “cenestetica” sensoriale: “nuotavo e sentivo la libertà”, un tema ricorrente nel sogno. La forza di gravità è stata allentata “nel fondo di un mare”, in piena confidenza con il mondo interiore e con il conseguente abbandono psicofisico.
Il “nuotavo” induce a una “regressione” al grembo materno, ma il “sentire la libertà” è in netto contrasto con la costrizione protettiva del grembo materno. Matilde confuta il simbolo della dipendenza materna e lo commuta nella sensazione di massima autonomia psicofisica: vivevo.
Gli “occhi aperti” dicono di una buona vigilanza legata a una altrettanto buona presa di coscienza delle problematiche della dipendenza materna e non. Matilde non ha alcuna paura a lasciarsi andare al moto psicofisico del nuotare in libertà, non teme il suo corpo perché non ha sensi di colpa e possiede una buona lucidità mentale. Matilde si abbandona ai sensi del suo essere femminile con la piena consapevolezza delle mirabili capacità del suo corpo: “vedevo l’acqua trasparente e anche il sole”.

“Vedevo la luce sopra di me.”

Matilde insiste sull’auto-consapevolezza: “vedevo”.
La “luce” conferma la “coscienza di sé” ed il fatto che è “sopra di me” attesta che la relazione privilegiata è con il corpo e le sensazioni, con le pulsioni e gli istinti, con la “cenestesi” neurovegetativa e non con il materiale astratto o tanto meno sublimato: simbologia del “sotto”, istanza psichica pulsionale “Es”.

“Sentivo la pace e la libertà dentro.”

Ritorna il tema dell’esaltazione dei sensi dal momento che la “pace” è un simbolo di mancanza di “resistenze” e di lasciarsi andare con il moto vitale in piena azione.
Il “dentro” attesta dell’assenza di condizionamenti esterni e di un autogeno movimento del corpo.
“Sentivo” conferma il trionfo dei sensi. Quello di Matilde è un sogno tutto intessuto di abbandono psicofisico e di una consapevolezza che ingrandisce la sfera sensoriale.
La “libertà” si attesta nel libero cospirare dei sensi e nell’assenza di “resistenze”, nel non temere il moto vitale dei sensi: un buon rapporto con il mondo degli istinti e delle pulsioni, con l’istanza “Es”.

“Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.”

Una coreografia estetica e non certo un “fantasma di inanimazione!
Tutto procede all’incontrario.
“I sassi bianchi” fungono da cornice di un quadro di bellezza, un’estetica equiparabile alla bellezza dei sensi e in esaltazione direttamente proporzionale all’abbandono psicofisico, quando niente chiede di ragionare e tutto esige di vivere al massimo.
Ricordo che il “sasso” in altro contesto contiene una simbologia di anaffettività e una consistente caduta della “libido”.
Questa interpretazione si capisce nel prossimo capoverso.

“I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”

Il sogno di Matilde e il suo “post-orgasmo” si associano alla bellezza neurovegetativa delle sensazioni e si giustificano nella loro intensità di eccitazione e di benefico rilassamento. Del resto, non c’è orgasmo senza bellezza semplicemente perché non è controllabile e avviene secondo natura e secondo finalità positivamente meccaniche, meglio neurofisiologiche a conferma che l’architettura corpo-mente è molto sofisticata.
Ed ecco la bellezza che si esprime simbolicamente nei colori.
I simboli: il “rosso” rappresenta l’eccitazione neurovegetativa e l’intensità organica cenestetica, il “turchese” è una combinazione di azzurro-verde- giallo, tre colori determinanti, secondo Lusher e il suo test, che sono simboli rispettivamente della distensione vigilante e della realtà, della vitalità in atto e della “libido” esistenziale in essere, nonchè della reattività.
Cosa si può aggiungere: Matilde sta proprio bene, sta vivendo un buon momento della sua vita.

“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

Matilde non teme i moti naturali neurovegetativi del suo corpo. Matilde si conosce bene e non ha paura di lasciarsi andare per vivere un buon orgasmo. Del resto, l’abbandono psicofisico è la condizione perché avvengano la lubrificazione e la progressiva crescita delle contrazioni involontarie della vagina. Matilde non si blocca per paura di svenire e, tanto meno, per controllare ciò che sta avvenendo in lei e fuori di lei, è tutta presa da se stessa e dallo sviluppo della sua “libido genitale”.
Matilde si attesta, senza tante intellettualizzazioni e filosofie, a vivere e gustare con una leggera coscienza il suo orgasmo.
Questo è il significato di “ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo”.
“Poter risalire” significa avere consapevolezza, passare dalle pulsioni alla vigilanza calma e tranquilla della consapevolezza. Matilde sa che deve godere ed è padrona del suo corpo senza comandarlo ma soltanto vivendolo. Sa che il suo corpo non la inganna e non la tradisce, tanto meno in tanto benessere. Matilde sa di sé a livello neurovegetativo e sta sognando il suo benessere “post orgasmo”: “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

“Ho provato un senso di libertà totale.”

Ritorna il “refrain” che ha dominato il sogno: la “libertà totale” di viversi e di abbandonarsi ai sensi, il lasciar che avvenga tutto quello che naturalmente deve avvenire, quel sano fatalismo neurovegetativo.
La libertà è la disposizione femminile all’orgasmo nel coito. Matilde non ha blocchi, remore e sensi di colpa, sta bene con l’uomo che ama con cui si relazione e si imbeve nella vita quotidiana.
Si tratta di un uomo e non di una donna per il fatto che la “libertà totale” comporta il completamento “maschio-femmina” senza varianti sul tema.

“Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.”

Matilde coglie la vita onirica e la distingue dalla “vita reale” rilevando che nel sogno fa quello che non sa fare da sveglia, “nuotare”.
“Il colmo” racchiude la distinzione tra “realtà reale” e “realtà onirica”.
Aggiungo che la fobia dell’acqua nella realtà rievoca un “fantasma di morte” collegato alla figura materna o semplicemente a un trauma di annegamento.

“Grazie anticipate da Matilde.”

Tanta gente mi ringrazia e anche in anticipo e sulla fiducia.
E così, di sogno di sogno, di grazie in grazie, “dimensionesogno” festeggia i centocinquanta sogni interpretati nell’arco di un anno e dieci mesi. In questo periodo ho evoluto la mia ricerca e questo naturale sforzo è ben visibile se rileggete i primi sogni del gennaio 2016 e l’ultimo sogno pubblicato.
Quanta strada e quante riflessioni in questo comune percorso!
Io credo che sul sogno tanto è stato detto da varie scuole psicoanalitiche e indirizzate all’analisi dell’immaginazione e della vita psichica dei “fantasmi”.
Il mio divertimento è stato quello di “sincretizzarlo”, di combinare insieme gli apporti più interessanti delle varie scuole e di organizzarli secondo la mia griglia. Quest’ultima si è ampliata notevolmente da tre voci iniziali alle attuali sedici.
Tutto questo è stato possibile “GRAZIE A VOI” e alla curiosità coraggiosa che vi ha contraddistinto nell’affidarmi i vostri prodotti psichici.
Il “grazie anticipate da Matilde” lo converto in grazie a te, Matilde, e grazie a voi marinai di questo splendido mare.

PSICODINAMICA

Il sogno di Matilde sviluppa la psicodinamica dello stato di benessere conseguente all’orgasmo e la traduce con il meccanismo primario e universale della “figurabilita” nelle congrue e consone immagini personali.
La “Bellezza” è una funzione universale, ma la sua traduzione è soggettiva, come sosteneva Kant nella “Critica del Giudizio”. Il sognare traduce in simboli le emozioni e le sensazioni che Matilde ha appena vissuto prima di addormentarsi. Si tratta di un sogno ricorrente nell’universo femminile e avviene spesso con queste simbologie estetiche e neurovegetative: “libido genitale” in esercizio e senza originali storpiature e inutili perversioni, la vitalità sessuale vissuta naturalmente come madre natura comanda.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Matilde mostra chiaramente l’istanza psichica “Es” nel pieno delle sue funzioni pulsionali e neurovegetative mentre elabora e organizza i dati secondo i meccanismi del “processo primario” e in particolare della “figurabilità”.
L’Es è ben visibile in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà” e in “Sentivo la pace e la libertà dentro.” e in “I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”
L’istanza psichica razionale e vigilante “Io” è presente in “avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole” e in “Vedevo la luce sopra di me.” e in “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”.
L’istanza psichica censoria e limitante “Super-Io” non compare in un sogno intessuto di piacere e di sana “libido genitale”.
La “posizione psichica genitale” è dominante in associazione a un buon narcisismo o meglio definito “amor proprio”, quello che non guasta mai nelle giuste dosi.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Matilde usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “fondo” e in “profondo” e in “superficie” e in “rosso” e in “turchese” e in “luce” e in “sole”, dello “spostamento” in “”libertà totale” e in “libertà dentro”, della “figurabilità” in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.”“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”
Nel sogno di Matilde non figurano i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e tanto meno della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Matilde con l’esaltazione della “libido” dispone per una “organizzazione psichica reattiva”, l’obsoleto “carattere” o la nobile “personalità”, “narcisistica-genitale”: consapevolezza dei valori erotici del corpo e amor proprio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Matilde sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fondo” e in “profondo” e in “rosso” e in “turchese” e in “sole”, la “metonimia” o relazione logica in “libertà” e in “luce”.

DIAGNOSI

La diagnosi attesta di un buon esercizio della “libido genitale” e di un conseguente stato di benessere psicofisico.

PROGNOSI

La prognosi impone di riprodurre, con i miglioramenti possibili e legati allo stato psichico in atto, il buon vissuto di corpo e mente, di pulsione e coscienza, di sistema neurovegetativo e sistema nervoso centrale. Interessante è l’assenza dei famigerati sensi di colpa che nella cultura religiosa occidentale affliggono, in special modo, l’universo femminile.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “regressione” e “fissazione” a stadi precedenti e riproposti in maniera unilaterale. Mi spiego: limitarsi alla “libido” “orale”, “anale” o “fallico narcisistica” nell’espletamento della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Matilde è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Notevole è l’uso naturale e spontaneo della simbologia.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Matilde è fuor di dubbio l’orgasmo vissuto nel rapporto sessuale e in associazione allo stato di benessere distribuito successivamente nel corpo e nella mente.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Matilde è lampantemente “cenestetica”, sensoriale, in quanto le sensazioni di benessere psicofisico dominano l’elaborazione del sogno.

DOMANDE & RISPOSTE

Precisazione opportuna e necessaria: le domande sono formulate da un lettore anonimo che ha analizzato in anteprima la decodificazione del sogno.

Domanda
“Che cos’è l’orgasmo?”

Risposta
Neuro-fisiologicamente è il punto più alto dell’eccitazione erotica caratterizzato da azioni neuromuscolari involontarie che culminano nelle contrazioni perivaginali e altri fenomeni motori e secretori riflessi. A livello psicologico è la disposizione progressiva all’eccitazione dei sensi e dei vissuti collegati che consente il crescendo del piacere: assenza di blocchi e di traumi o piena consapevolezza degli stessi.

Domanda
“Lo provano tutte le donne?”

Risposta
Potenzialmente sì, a meno che non sussistano ostacoli fisiologici come malformazioni anatomiche o psicologici come la paura dello svenimento e della violenza maschile, un “fantasma di morte”.
In effetti non tutte le donne arrivano all’orgasmo e le statistiche adducono di un trenta per cento che non l’ha mai vissuto. Il resto della percentuale si distribuisce in donne che lo vivono occasionalmente e in base alla disposizione psicofisica, mentre una minima parte lo vive sempre.

Domanda
“In un rapporto sessuale si possono vivere più orgasmi?”

Risposta
Certamente sì! La pluriorgasmia è un fenomeno ricorrente e non raro. Importante è la disposizione psicofisica e il grado di abbandono erotico che la donna realizza nel rapporto sessuale. Bisogna precisare che dopo tre o quattro orgasmi la vagina perde sensibilità. Ottimale: uno interamente vissuto.

Domanda
“L’orgasmo si può fingere?”

Risposta
Ancora certamente sì! La finzione comporta, oltre a una buona capacità teatrale, un formidabile complesso d’inferiorità e di inadeguatezza. Meglio parlarne con il proprio partner o con uno psicoterapeuta, piuttosto che candidarsi a vita in una menzogna dolorosa precludendosi e rovinando il piacere.

Domanda
“L’orgasmo fa bene anche alla mente?”

Risposta
L’orgasmo fa bene al corpo con le endorfine e le altre sostanze ormonali che entrano in circolazione, ma fa tanto bene alla mente perché la libera dalle mille paure personali e collettive e dalle mille fobie culturali e religiose, perché ti fa stare bene e sentire normale, perché ti scarica le tensioni inutili e ti pulisce la psiche, “catarsi”.

Domanda
“Cos’è l’anorgasmia e la dispareunia?”

Risposta
L’anorgasmia si attesta nell’assenza dell’orgasmo nel coito e nella masturbazione, la dispareunia traduce la dolorosità nella penetrazione e nel rapporto sessuale.

Domanda:
“Da cosa dipendono?”

Risposta
Escludendo fattori anatomici e organici, la causa psicologica si attesta in un trauma reale, pedofilia e violenza infantile, o in “fantasmi di morte”. Incide tantissimo la mancata risoluzione della “posizione edipica” e in special modo il rifiuto della figura paterna: parte negativa del “fantasma del padre”.

Domanda
“Come si curano i disturbi sessuali femminili?”

Risposta:
La psicoterapia psicoanalitica è indicata nella ricerca del trauma o del fantasma e nella risoluzione della “posizione edipica”, oppure le altre psicoterapie che lavorano sul corpo e sull’immaginazione come l’Ipnositerapia e l’Analisi immaginativa.

Domanda
“Può dipendere dal compagno?”

Risposta
Certamente, se manca il coinvolgimento erotico ed estetico e non necessariamente quello affettivo. Per quanto riguarda la meccanica e la tecnica, si richiedono le condizioni di base: giuste proporzioni e giuste stimolazioni. In ogni caso, si fa l’amore sempre e in primo luogo con se stessi attraverso l’altro. Questo atteggiamento basilare non è prevaricazione o tanto meno strumentalizzazione.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Matilde è stato decisamente elaborato appena addormentata in uno stato di quiete psicomotoria e per la precisione tra la prima fase R.E.M. e la successiva prima fase NON R.E.M. .

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Come prodotto culturale assimilabile al sogno di Matilde ho scelto una canzone pop del 2001 del complesso Pooh. Esiste una versione filmata e assimilata a scene del famoso film “Pretty women” e a conferma che i prodotti psichici godono di una malleabilità nei temi e nei contenuti, una forma di universalità della bellezza e della gioia, così come del terribile e dell’angoscia.

Attenzione e giusta riflessione alla formula di un buono e sano erotismo: “perché ci prende, perché vogliamo, perché viviamo” e ancora “perché ci piace, perché c’incanta, perché sei tanta” e ancora “rinunciando moriamo”. Il tutto conferma delle benefiche doti globali di una sana vita sessuale.

 

DIMMI DI SI’

Non ti dirò che è stato subito amore,
che senza te non riesco neanche a dormire,
ma sarò sincero quanto più posso:
Con te vorrei una notte a tutto sesso.
La tua eleganza non e’ un punto cruciale,
la classe poi non mi sembra affatto essenziale
c’é che sei un animale da guerra:
Con te vorrei una notte terra-terra.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende e perché vogliamo.
Perché viviamo.
Tanto l’amore a volte fa un giro strano
ti prende dal lato umano
che è quello che anch’io vorrei adesso…
…per prenderti più che posso.
Dentro noi facciamo grandi disegni,
ma se si accende un desiderio lo spegni,
e cosi che rinunciando moriamo,
ma noi stavolta no, non ci caschiamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.
Solo per noi, senza limiti ne rispetto,
stanotte qui vale tutto,
facciamo che allora sia speciale.
Tanto l’amore se passa si fa sentire,
parcheggia dove gli pare,
magari ci cascherà addosso…
…ma intanto ti voglio, adesso.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende, perché vogliamo.
Perché viviamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.

 

 

LA CASA DELLA FANTASMESSA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in una casa in affitto con degli altri ragazzi.
Un giorno, dopo aver già notato qualcosa di strano in quell’appartamento, io e uno dei coinquilini scopriamo che in cucina si nascondeva uno spettro.
Si trattava di una donna, non la vediamo, ma possiamo udire la sua voce da dietro delle tende color oro che si sollevavano mentre lei ci parlava.
A quel punto cominciamo a stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa. Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.
Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.
Infatti, la fantasmessa li bombarda lanciandogli piccoli chiodi contro e facendoli precipitare.
Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.
Un giorno ero su un autobus urbano con mia madre e lei mi racconta che pure la mia bisnonna Tita vedeva i fantasmi.
Mi racconta una storia di fantasmi della bisnonna ed è come se potessi vederla: c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.
Tuttavia, in casa sua c’era un fantasma che rovinava tutte le pietanze che lei cucinava.
Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto. La donna era decisa a fuggire da quella casa, così scrive in fretta e furia una lettera per il suo sgradito coinquilino e poi esce di casa correndo.
Il fantasma, che non si era ancora addormentato, esce immediatamente dopo lei per cercarla.”

Questo sogno è firmato Brubrù.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Brubrù racconta il suo sogno con naturalezza discorsiva usando le pezze logiche giustificative e accomodando i suoi “fantasmi” psichici senza lesinare sulla simbologia. Racconta e intreccia simboli per manifestare se stessa, come gli antichi poeti facevano con i miti per comunicare al popolo i valori culturali e i tabù morali: questa era la “polis” greca con cittadini assimilati e dissidenti.
“Introiettare” gli schemi culturali è un processo psichico necessario per avere valori condivisi e convissuti e per avere una società migliore in uno Stato espressione degli uomini filosofi e creatori, “poietés”: Platone e la sua “Repubblica” dalle tre anime ed Hegel con il suo “ethos” come sintesi di Diritto e di Moralità in uno Stato ben introiettato nelle leggi e nei valori.
Il sogno di Brubrù sta bene in questa nobile e illustre compagnia, semplicemente perché comunica il suo mito in riguardo alla “posizione psichica edipica”, nello specifico il rapporto con la madre e con la sfera affettiva, seguendo un “pathos” che sa di vissuti radicati in “fantasmi”, precoci e di buon spessore, e portandosi a strascico la sua storia familiare. Il suo sogno racconta dall’esterno di “fantasmi” formati dentro di lei nella prima infanzia e coltivati come piante di gelsomino dall’odore dolciastro e acuto. All’uopo Brubrù ha coniato un neologismo, “fantasmessa”, un “fantasma” al femminile, una donna giovane, una donna matura, una donna vecchia.
Il mistero onirico sarà disvelato senza bisogno di alcuna fede.
Buon proseguimento!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in una casa in affitto con degli altri ragazzi.”

Avrei preferito che la “casa” fosse di sua proprietà e non “in affitto”, ma a Brubrù non si può chiedere arroganza e prevaricazione, ma soltanto gentilezza e delicatezza nella socializzazione, in specie se si tratta di “altri ragazzi.” La condivisione e la complicità sono giustamente dosate in linea con i tempi della giovinezza e con gli amici degni di lei. Il sogno inizia con gli affetti da dispensare ai coetanei: “adelante Brubrù, adelante cum iudicio”.

“Un giorno, dopo aver già notato qualcosa di strano in quell’appartamento, io e uno dei coinquilini scopriamo che in cucina si nascondeva uno spettro.”

Siamo in un ambito psichico quasi anonimo, “appartamento”, una “comune” di giovani universitari dove le sorprese non mancano mai sia per quanto riguarda gli affetti e gli innamoramenti e sia per quanto riguarda le schermaglie erotiche e sessuali.
“Strano” equivale a estraneo, un fattore psichico che stona e che non è compreso nel pacchetto del viaggio. Brubrù è sempre in compagnia di un giovane amico, di un maschio e di un complice, “uno dei coinquilini”.
La “cucina” è simbolicamente l’area degli affetti, degli investimenti e dei coinvolgimenti decisamente familiari, quelli che si coniugano tra l’odore del mattutino caffè e il gusto delle pietanze più gettonate.
Lo “spettro” condensa l’aura e l’energia affettive, quelle che non si vedono ma si sentono, non si esibiscono ma si vivono dentro senza essere necessariamente esternate, quelle che tratteniamo dentro e abbiamo paura che vengano fuori e che si manifestino alla luce del sole. Lo “spettro” è una versione anonima del “fantasma” o meglio della futura “fantasmessa”.Per adesso è anonimo, energia anonima in attesa di identificazione, un personaggio in cerca d’autore e di adozione. In ogni caso e a scanso di equivoci trattasi di materiale psichico sedimentato di Brubrù.

“Si trattava di una donna, non la vediamo, ma possiamo udire la sua voce da dietro delle tende color oro che si sollevavano mentre lei ci parlava.”

Ecco che immancabilmente si presenta: “una donna”, una latina “domina”, padrona. Il conflitto è al femminile, una donna invisibile tanto per rendere più inquieto l’onesto sognare.
“Non la vediamo” si traduce “non riesco a portarla alla luce della coscienza. Brubrù ha allucinato la voce, “possiamo udire la sua voce”, ma non il viso e l’immagine, altrimenti il sogno rischiava di interrompersi nel risveglio e nell’incubo. La “censura” onirica ha proficuamente funzionato.
“Da dietro le tende color oro” attesta simbolicamente l’importanza e la sacralità del misterioso ospite: la “tenda” è un simbolo femminile che introduce ad altra dimensione, una dimensione non spaziale e non temporale, “l’oro” è il colore del nobile, del prezioso e del sacro.
La prova della presenza misterica è l’energia della parola che solleva le tende: “mentre lei ci parlava”.
Il quadro è tanto fascinoso quanto ansiogeno.

“A quel punto cominciamo a stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa. Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.”

Neologismo: “fantasmessa”!
Viva la creatività del linguaggio!
“Una donna fantasma” o il “fantasma” di una donna?
Brubrù ha paura, accusa qualche senso di colpa, “non facciamo le pulizie della casa”, non opera “catarsi” e assoluzione, non razionalizza.
Brubrù non investe “libido” sugli affetti, “né compriamo cibo”, trascura il sentimento d’amore, anzi lo scarta, un “non” e “né”. Ricordo che il “cibo” è il classico e primario simbolo della vita e della vitalità affettiva e riguarda “in primis atque in secundis” la madre.
Che Brubrù per caso ha qualche pendenza edipica con la figura materna?
Il sogno lo dirà, anche se la “fantasmessa” è il “fantasma della madre” nella sua versione misterica e occulta.
Brubrù sta “il meno possibile in casa”.
Non è una cosa da poco, se la “fantasmessa” le crea tanto disagio psichico.

“Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.”

Brubrù ha deciso di non vivere i sensi di colpa e di non investire affetti nei riguardi della figura materna, la “fantasmessa”, ma fa anche ricorso alla sua istanza psichica censoria e morale, il “Super-Io”, per rafforzare la sua scelta di disimpegno e per sentirsi dalla parte del giusto: “le autorità perché la cacciassero”.
Arrivano anche le “lunghe scale da pompieri”!
Mai esempio del processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è stato più azzeccato nella sua figurazione o immagine!
Vanitas vanitatum! “E’ tutto inutile”
Brubrù vive un bel conflitto con la madre e i suoi meccanismi di difesa più nobili e nobilitanti non sono efficaci, per cui il conflitto resta irrisolto. In precedenza ha provato sospendendo l’investimento degli affetti verso la madre, funzione dell’istanza pulsionale “Es”. Di poi, anche la censura della madre non è stata per niente proficua, per cui resta da vedere cosa Brubrù in sogno inventa e tira fuori dal suo cilindro magico per risolvere la complicata situazione.

“Infatti, la fantasmessa li bombarda lanciandogli piccoli chiodi contro e facendoli precipitare.”

Brubrù vive la madre come una donna fallica, una femmina alla Afrodite, di quelle donne che sanno “sedurre”, “secum ducere” letteralmente “portare via con sé”. Crollano le difese di Brubrù o meglio falliscono, “facendoli precipitare”, in grazie ai sensi di colpa prodotti dalle provocazioni della madre.
I “chiodi” sono simboli fallici, ma in questo caso rappresentano anche “piccoli” strumenti d’induzione di sensi di colpa da parte della madre e sempre secondo il vangelo psichico di Brubrù. Almeno così la protagonista vive la frustrazione delle sue difese operata dall’infida matrigna, visto che si tratta di un “bombardamento”, di una continua e continuata provocazione e frustrazione. Ricordo che ogni frustrazione produce naturalmente aggressività e che quest’ultima va sempre scaricata per non ristagnare e inevitabilmente somatizzarsi.
“Precipitare” è un simbolo depressivo in quanto racchiude un “fantasma di perdita”, un vissuto brutto e particolarmente pericoloso se incamerato nella primissima infanzia.

“Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.”

Ma chi può capire lo psicodramma di Brubrù?
Soltanto se stessa perché soltanto lei ne possiede le coordinate, per cui non le resta che procedere nel suo dilemma da sola e neanche accompagnata da quell’amico che probabilmente era un parente prossimo e magari un fratello coinvolto nelle stesse dinamiche familiari.
I “parenti” non capiscono niente e sono “scettici”, affetti da dubbio metodico, la greca “scepsi”.
Brubrù è credibile soltanto a se stessa e, di certo, non agli altri che non possono sapere di lei e dei suoi vissuti anche se sono prossimi e disponibili, “parenti” per l’appunto. “Parente” deriva dal latino “parere” e si traduce “partorire”. Il riferimento alla madre è evidente nella sua origine, di poi si trasla ai componenti del gruppo familiare.

“Un giorno ero su un autobus urbano con mia madre e lei mi racconta che pure la mia bisnonna Tita vedeva i fantasmi.”

Tutti i salmi finiscono in gloria.
Ecco svelata la magagna!
La madre in persona parla di sessualità in maniera generica e compatibile con il ruolo, “su un autobus urbano”. Ma non basta, perché viene fuori un’altra madre, la nonna della madre e la bisnonna di Brubrù.
Questo sogno è un concentrato di madri da cucinare in tutte le salse. Anche Tita vedeva i “fantasmi”, ma in questo sogno i “fantasmi” di Tita sono quelli di Brubrù.
“Mal comune, mezzo gaudio” recita un proverbio popolare in Toscana. Brubrù si è identificata nella bisnonna che, come lei, “vedeva i fantasmi”. Brubrù condivide con la bisnonna un tratto psichico che ha introiettato e che ha assimilato nella sua prima infanzia. In sogno Brubrù le attribuisce la stessa sensibilità di allucinazione.

“Mi racconta una storia di fantasmi della bisnonna ed è come se potessi vederla: c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”

Il sogno di Brubrù diventa veramente intrigante perché condensa e proietta sulla figura della bisnonna la sua psicodinamica e sempre al fine di non coinvolgere la madre in prima persona e di continuare a dormire e a sognare. Vediamo la scena madre per comprovare la psicodinamica in comune tra bisnonna Tita e Brubrù: una donna innamorata del suo uomo, “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo”.
Che bellezza!
Che delicatezza!
Che semplicità creativa!
Poche parole per descrivere il sentimento d’amore.
L’anonimato è d’obbligo, “una donna”, per operare la censura e perché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” del sogno: una storia d’amore coniugale vissuta dalla bisnonna.
La psicodinamica di Brubrù verte sull’amore coniugale e nello specifico riguarda la madre, meglio riguarda il suo desiderio edipico di sostituire la madre nell’amoroso accudimento del padre.

“Tuttavia, in casa sua c’era un fantasma che rovinava tutte le pietanze che lei cucinava.”

L’amore tralignato si coglie chiaramente nella simbologia delle “pietanze” rovinate. Tradotto in termini psicodinamici si tratta della “posizione psichica edipica” di Brubrù, dell’amore della figlia verso il padre che regolarmente viene impedito dalla madre nei vissuti profondi e più teneri della bambina. La mamma è una “rovinapietanze”. Già per il fatto che esiste, è un ostacolo insormontabile per le pulsioni affettive di Brubrù, ma il “Super-Io” dice che bisogna amare e rispettare la madre e soprattutto non diseredarla dagli affetti conquistati e costituiti, le condizioni oggettive per l’esistenza della figlia.

“Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto.”

Le cose si complicano e il sogno si allarga ad ampio raggio. La scena onirica scatena la sensazione che la madre metta a letto la figlia “ammalata”, per cui il “fantasma” adesso è la figlia stessa e non più la madre. Chi mette a letto i figli è la madre e, in specie, quando sono ammalati.
Brubrù sta rievocando dal profondo psichico qualche episodio traumatico della sua vita di bambina nella scena di una madre premurosa che accudisce la figlia rivale e assolvendo con questo atto d’amore la sua competitività. La malattia della bambina si attesta nella relazione edipica con il padre.

“La donna era decisa a fuggire da quella casa, così scrive in fretta e furia una lettera per il suo sgradito coinquilino e poi esce di casa correndo.”

Ribadisco e chiarisco: questa è la storia di Tita, la bisnonna di Brubrù, in riferimento alla psicodinamica dell’amore coniugale e dei suoi infiniti ostacoli. In effetti, trattasi della tematica edipica di Brubrù, proiettata per difesa nella bisnonna e che lei in prima persona ha vissuto nei confronti della madre. Adesso Brubrù ci dice il suo trauma: l’abbandono da parte della madre sia del padre e soprattutto della figlia.
La “lettera” condensa una parte psichica di sé che vede la luce della consapevolezza. L’immagine della madre che “correndo” abbandona il padre, si fonde e confonde con l’immagine della figlia che risolve la “posizione edipica” e cerca per sé un altro uomo battendo un’altra strada. Piace pensare che sia Brubrù a cercare la sua ventura nell’avventura dell’autonomia psichica ormai prossima.
Il prosieguo del sogno ci dirà la verità.

“Il fantasma, che non si era ancora addormentato, esce immediatamente dopo lei per cercarla.”

La figlia segue e cerca la madre.
Il trauma è d’abbandono ed è ancora in circolazione perché “non si è ancora addormentato”, non è stato “rimosso” e tanto meno risolto.
Questo è quanto ha detto Brubrù in sogno ed è tanto.

PSICODINAMICA

Il sogno di Brubrù sviluppa la psicodinamica conflittuale con la figura materna classica della “posizione psichica edipica”. Per via associativa riesuma un trauma d’abbandono vissuto ed elaborato nella prima infanzia e lo svolge nei termini emotivi che lasciano ben sperare un superamento progressivo dell’angoscia collegata. La psicodinamica è sviluppata al femminile: Brubrù, madre e nonna-bisnonna Tita. L’unica figura maschile è un alleato familiare, probabilmente un fratello. Il “fantasma” parapsicologico coincide spesso con il “fantasma” psicologico, il materiale introiettato nel tempo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Brubrù presenta le tre istanze psichiche in piena azione: “Io” vigilante nel suo essere razionale e cosciente, “Es” pulsionale nel suo rappresentare gli istinti, “Super-Io” morale e censurante nel suo porre limiti a tutela dell’equilibrio psicofisico.
L’Io si manifesta in “Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.” e in “ero su un autobus” e in “mi racconta”.
L’Es si evidenzia in “stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa.” e in “Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.” e in “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”
Il “Super-Io” è presente in “Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: e in “con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.”
La “posizione psichica edipica” è dominante con la conflittualità materna.
La “posizione psichica orale” determina la sfera affettiva nel trauma d’abbandono vissuto nell’infanzia.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa che hanno operato nel sogno di Brubrù sono la “condensazione” in “casa in affitto” e in “spettro” e in “cucina” e in altro, lo “spostamento” in “fare le pulizie” e in “comprare cibo” e in “autorità” e in scale” e in “pompieri”, la “traslazione” in “ammalata”, la “proiezione” in “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”, la “drammatizzazione” in “E’ tutto inutile”, la “figurabilità” in “lunghe scale da pompieri”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente in “Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto.”
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” si evidenzia in “con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Brubrù evidenzia un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una cornice “genitale” con riesumazione di un trauma d’abbandono esperito nella prima infanzia.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Brubrù usa le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “spettro” e in “fantasmessa” e in “scale” e in “tende color oro” e in altro, della “metonimia” o relazione di senso logico in “pompieri” e in “balcone” e in “autorità” e in altro, della “enfasi” o esagerazione espressiva in “lunghe scale da pompieri.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una relazione edipica conflittuale con la madre in associazione a un trauma d’abbandono vissuto nella prima infanzia.

PROGNOSI

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e di non procrastinarla al fine d’incarnare l’autonomia psichica. La madre va riconosciuta secondo la formulazione psicoanalitica e Brubrù deve evitare la conflittualità inutile. Inoltre, Brubrù deve valutare la consistenza del trauma d’abbandono al fine di trovare la soluzione adeguata.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un tralignare della conflittualità con la madre e in una dipendenza psicofisica nevrotica nelle relazioni affettive significative: psiconevrosi edipiche sono l’isterica, la fobico ossessiva con crisi di panico e d’angoscia.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Brubrù è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Brubrù si attesta in una discussione pomeridiana in riguardo alla sua situazione esistenziale e con figure maternali.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Brubrù è di qualità logico discorsiva con un picco enfatico. Qualche tratto surreale si assorbe nel racconto e nella psicodinamica trattata.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda:
Il sogno di Brubrù desta qualche preoccupazione?

Risposta:
I sogni edipici ritornano sempre e immancabilmente durante il corso della vita semplicemente perché i vissuti in riguardo ai genitori, reali o sostituti o immaginari, contribuiscono notevolmente alla nostra “formazione psichica reattiva”, alla formazione della nostra struttura psichica o del nostro carattere.
I vissuti edipici si svolgono in un tempo lungo e in una situazione di dipendenza e di malleabilità psichica, per cui bisogna calibrare bene il ruolo dei genitori da parte dei figli adulti. E’ sempre necessaria la presa di coscienza del tipo di legame, per non ingenerare un conflitto nevrotico e per non somatizzarlo.

Domanda:
Ma si risolve mai la “posizione edipica”?

Risposta:
Non si risolve mai e del tutto, come l’angoscia di morte. Per quanto si razionalizzi al massimo e magari con venti anni di analisi, la relazione con i genitori comporta sempre una dipendenza reale e ideale da parte dei figli a causa della sacralità dell’ “archetipo” delle origini. Come prognosi i genitori bisogna sempre goderli al massimo e adottarli nell’età matura a livello psichico e fisico. Anche sul letto di morte e in agonia si cerca la figura materna come protettiva nell’ultimo viatico. Anche il coma è un sogno, un ultimo saluto ai “processi primari” che tanto hanno sostenuto la vita e fatto bene all’uomo e alla donna generosi che con la loro fantasia si sono resi la vita più accettabile. Ricordo ancora che la vecchiaia comporta una regressione all’infanzia e tanti “morbi”, oltre all’invecchiamento delle cellule nervose, comportano una regressione alla figura materna con l’accorata invocazione “mamma, mamma!”.

Domanda:
Cosa comporta una mancata risoluzione della “posizione psichica edipica”?

Risposta:
Le solite e universali “psiconevrosi edipiche” come dicevo nel “rischio psicopatologico”, la nevrosi fobico ossessiva, isterica e d’angoscia. Tutto questo rientra nell’assoluta cosiddetta normalità “nevrotica” ed “esistenziale”. E’ importante che non degenerino in sintomi “borderline” con grande dolore e caduta della qualità della vita e delle relazioni affettive e sociali. Ricordo che somatizzazioni all’apparato respiratorio e digestivo sono a carico di “fantasmi edipici”.

Domanda:
Cosa vuol dire autonomia psichica allora?

Risposta:
Significa consapevolezza della minima, residua e ideale dipendenza psichica: non onorarli per non restare schiavi, non ucciderli e negarli per non restare soli, riconoscerli per restare liberi. Bisogna seguire e riproporre i loro buoni insegnamenti e non condividere i loro difetti e tutti quei comportamenti che tanto male vi possono aver fatto.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Brubrù è stato decisamente elaborato in uno stato di agitazione psicomotoria, in una fase R.E.M. o nel sonno paradosso e possibilmente nell’ultima fase R.E.M. verso il mattino e prima del risveglio dal momento che è stato ricordato anche nei minimi particolari.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

E’ opportuno chiarire il meccanismo psichico di difesa della “introiezione”, di cui ho detto all’inizio nelle Considerazioni.
L’introiezione è un meccanismo arcaico di difesa dall’angoscia e si basa sulla indistinzione tra soggetto e oggetto, sulla fusione della diade “madre e figlio”.
E’ strettamente collegato al meccanismo psichico, sempre di difesa, della “identificazione”.
L’introiezione esordisce con l’incorporazione “orale” dell’oggetto: il bambino esercita la “libido, la sua energia vitale, attraverso l’organo erogeno della bocca e questa “posizione” produce l’identificazione primaria nella fusione con la madre.
Di poi, subentra la distinzione tra soggetto e oggetto e il bambino si stacca dalla madre e, in tal modo, avviene l’identificazione secondaria e l’identificazione collettiva a ridotta carica di “libido” e frutto di suggestione e di imitazione.
L’identificazione si lega alla “posizione edipica” con quella risolutiva nella figura genitoriale dello stesso sesso secondo Freud al suo tempo, in una figura genitoriale nei nostri giorni.
Ogni “identificazione” è di fatto l’esito di una “introiezione”.
Esaminiamo l’importanza dei meccanismi psichici di difesa in questione nella psicopatologia anche grave.
“Narcisismo secondario” è il vivere come fatto a sé ciò che viene fatto alla persona o all’oggetto introiettato e in cui ci si è identificati, alla madre per esempio.
Ancora: l’Identificazione con l’aggressore nella situazione di pericolo, ad esempio nel padre per risolvere il conflitto edipico.
L’onnipotenza magica comporta l’introiezione dell’oggetto investito in maniera abnorme e reso sacro: colui che mangia e assimila la virtù implicita nell’oggetto incorporato.
Il sadomasochismo è la conseguenza di una “introiezione” del padre nella versione autoritaria e punitiva, una identificazione favorita da un rafforzamento dell’istanza psichica “Super-Io”.
Ancora per attestare l’importanza di questi meccanismi primari di difesa dall’angoscia, “ introiezione e identificazione”, si spiega l’incomunicabilità dello schizofrenico con il mondo esterno con il perché vive del materiale psichico piacevole introiettato e di nessuno e di nulla, fuor di se stesso, abbisogna.
Ancora: l’introiezione dell’aggressività deriva nella depressione grave dal fallimento del tentativo di esternarla.
Nella malinconia è presente l’introiezione nella chiusura agli investimenti di “libido” con l’incapacità di aprirsi all’altro e al mondo.

 

TITA ERA MIA MADRE

Ore 7.10

Mia madre vive ancora in una desolata città della Sicilia, intenta a contemplare con indifferenza teatri greci e templi antichi ricolmi di spazzatura, sempre pronta a fottersi dell’archeologia per ignoranza e della morte in nome di una dignitosa vecchiaia.
Il suo narcisismo è infinito e supera i confini del povero universo.
Preferisce spalmare ogni giorno il suo corpo di profumata crema “nivea” e preparare la succosa salsa del carrettiere siciliano: pomodori a pezzi e distribuiti in abbondante cipolla dorata insieme a un benefico spicchio d’aglio, il tutto in olio extra-vergine d’oliva.
Niente è più indicato di questa leccornia per i filtri di un fegato consumato da una testarda cirrosi e da un’antica rabbia.
Eppure quegli spaghetti, conditi alla grezza, erano unici in ogni senso e soffritti sapevano ogni sera di quella buona necessità decorosamente sublimata in arida virtù da mani esperte e lungimiranti.
Io ti ricordo bene, o bella signora dai capelli ardenti, tutta profumi e niente balocchi, mentre indaghi i segni del destino con i gomiti poggiati sulla bianca ringhiera del balcone nella via dei nostri inetti re.
La sorte era sempre infame e non si smentiva mai.
Quante tazzine ricolme di aroma hai adagiato senza rumore sul comodino di tuo figlio in onore al rito mattutino degli umili e in offesa alla sua auspicabile autonomia.
Ci amavamo !
Io ti amavo: io, figlio, amavo mia madre.
Tu mi amavi: tu, madre, amavi tuo figlio.
I cordoni ombelicali, bella mia, non si possono recidere finché si é vivi; l’indipendenza e la libertà sono solo pie e tristi illusioni, banalità che riempiono d’orgoglio soltanto l’animo dei disperati e il ventre degli scialacquatori.
Tutto qua !
E’ una semplice ingrata verità, buona soltanto per chi vuol capirla e non riesce a farla sua in alcun modo.
Mia cara madre, quelle tazzine si annunciavano con il tintinnio di una modesta porcellana sin da quel corridoio che s’infilava nella mia stanza affollata di libri e mortalmente impregnata di fumo.
La tua mano tremava in quell’atto d’amore non adeguatamente ricambiato dalla riconoscenza e narcisisticamente frainteso come devozione verso quel figlio maschio che aveva coronato le tue tante gravidanze.
Io ti ricordo ancora vecchia signora dai capelli ardenti, che con la pietà di una vestale oggi custodisci le reliquie della nostra famiglia e riscaldi il tempio della nostra casa.
Il focolare è acceso, ma la fiamma tende già a imbrunire.
A chi offri adesso il tuo caffè e con chi consumi il gesto quotidiano di un vero atto d’amore tra le discrete pareti di una casa inesorabilmente svuotata dalla morte ?
La madre di Cecilia dirà al monatto di ripassare la sera per compiere il capolavoro della fine di tutti e di tutto.
Il papà é da tempo in cimitero, rigido come un baccalà norvegese e ormai stecchito dall’afa della tomba; io l’ho sentito di cartapecora quando mi sono tuffato con un ultimo bacio dentro la lucida cassa di legno nella desolata speranza di fissare sulle mie labbra un ultimo contatto da ricordare, un minimo senso del distacco e dell’addio.
Il suo pudore infinito aveva seminato durante la vita poche sensazioni per il tatto, mentre alla vista era stata concessa anche l’immagine nitida di un vecchio gagliardo che saltellando si avviava a comprare il gelato siciliano dai rustici gusti per i suoi figli ormai adulti e riuniti per onorarlo in un caldo pomeriggio d’agosto sotto il soffitto affrescato della superba casa di via Savoia.
La vitalità traboccava da quel corpo greco e l’ironia non sfigurava in quella mente sopraffina: un vero condensato di eccezionalità.
E poi, poi è arrivato il declino, la caduta di un piccolo dio; qualcosa si rompe nel cervello e inonda lentamente la materia grigia senza sporcare la lucidità della coscienza.
Il grande vecchio richiama all’appello tutto il suo orgoglio, esterna in maniera ingrata la sua stanchezza di vivere e il suo desiderio di morire, una violenza che ancora grida vendetta in chi è rimasto imperterrito al suo capezzale e quotidianamente sopravvive con la costrizione di ricordare tanta drammatica fierezza.
Cara la mia “maman” anche questo lutto si veste di nero e chiede la sua misera ragione.
Le offese del tempo erano tralignate in volgari insulti; le stampelle, il catetere, la noia si sposavano a un uomo qualunque, non certo a un galantuomo di razza costretto a piegarsi alle premure interessate di un avido infermiere o di un crumiro beccamorto.
La dignità non é l’acqua fresca del fiume Ciane anche se le ninfe sono per natura donne bellissime e infelici.
Aveva deciso di uscire dalla vita senza sbattere la porta e senza l’onnipotenza di chi vuole a tutti i costi sopravvivere; al grande vecchio bastava soltanto il coraggio di accettare decorosamente la sua fine.
Uomini d’altri tempi !
Cara madre, consoliamoci con questa sciocchezza e che ti sia sempre lieve il dolore, perché la tua dolcezza non ha mai conosciuto la prepotenza, “mea suavissima mater”.
Oggi, per favore, resta ancora a parlare con me.
Dimmi: anche nella tua città il pulviscolo atmosferico filtra dalle persiane chiuse e disegna sinuose volute per i nostri bisogni d’amore ?
Spira ancora di sera la brezza dal mare e lo scirocco porta sempre quell’umido vapore che attanaglia i nervi e bagna gli ultimi pensieri prima di prender sonno ?
C’è ancora l’oleandro giallo sotto il balcone e passa ogni sera il venditore di gelsomini, quell’uomo vestito di bianco come i suoi “bouquet” che canta il solito ritornello “fiori, fiori bianchi per gli innamorati” ?
Friggi ancora le patate una per una stendendole sulla padella come i grani di un lugubre rosario ?
E il polpettone è sempre ripieno di mezzo uovo sodo, mortadella e provolone filante ?
Padova é tanto lontana dal centro del tuo mondo e sant’Antonio non ha fatto il miracolo di restituirti un figlio smarrito a suo tempo tra i grigi fumi di un negligente e arrivista continente, “mea dulcissima mater”.
Ma tu sei viva e so che indaghi la sorte nelle parole degli altri adattando con semplicità i significati ai tuoi desideri più teneri.
Un ubriaco mastica alla Rita Pavone il “qui ritornerà” di una ritmata canzoncina e il tuo sguardo si illumina di quel sorriso materno che sa attendere e ricordare il figlio scappato a Milano per la sciocca rivoluzione del ‘68.
Solevi dirmi allora tra il serio e il faceto, ma certamente con tanta rabbia: “meglio t’avissi fatto zappatore, c’o zappatore nun sa scuorda a mamma !”
Dal vecchio grammofono Mario Merola chiedeva vendetta per te e per tutte le madri tradite dai figli ingrati e privi dei valori del sangue; tu ascoltavi “o zappatore” con la fede di una santa e in silenzio pensavi “mò torna, mò torna core e mamma soia”.
Ti sei sbagliata: io non sono più tornato.
Lo sento e lo ripeto: le madri tengono vivo il sacro fuoco della memoria familiare con la discrezione della legge di natura tra l’odore del lesso e il rimpianto degli assenti.
E io ?
Io ascolto di qua dal Piave e ogni sera, quando tutto fuori diventa uguale e i pensieri riescono finalmente a decollare, il mellifluo Elvis Presley nella dolce litania del “ti senti sola stasera“ e ti sussurro come un amante appassionato “se sei sola anche tu, anche tu come me, vuoi che torni, che torni da te ?”
I fantasmi inquieti e gli dei avversi hanno remato e remano contro il naturale corso degli eventi e il fiume non ha trovato la sua foce nel tragitto e ora ristagna in un letto di morte.
Di certo i fantasmi e gli dei non hanno gradito di essere continuamente strofinati tra i rosei testicoli di un arrogante mortale.
La morte, solo la morte può impartire la giusta lezione a chi non ha avuto pietà delle radici.
E così, tra nostalgia e rassegnazione, tra poesia e retorica, la mia stanza è sola e piena di solitudine.

 

Salvatore Vallone

brano estratto dal testo inedito “Sognando”,
elaborato in Pieve di Soligo (TV),
nel mese di giugno dell’anno 1987

 

 

 

 

 

I TRE DIAVOLI DI ARMANDO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Tre stanze vuote in penombra: luce calda e soffusa.
Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.
Ambiente sporco e umido. Un’apertura di comunicazione tra le due stanze in assenza di porta.
Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso. Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.
Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.
Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno. Io sono una minaccia o meglio carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.
Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.
L’angoscia della fine che posso fare, mi sveglia.”

Questo è il sogno di Armando.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quanta drammatizzazione e quanta enfasi in questo sogno!
Eppure è vero ed è così!
Armando sogna e da sveglio descrive quello che ricorda, quel poco che ricorda quando le emozioni vissute in sonno sono stemperate e gestibili dalla coscienza.
Degno di nota è il ricorso ai colori nella descrizione degli ambienti e alle sensazioni olfattive e tattili nella descrizione dello sbranamento.
Quello che Armando ricorda e descrive è una minima parte di quello che ha vissuto nei sensi e nelle azioni durante il sonno.
Il sogno di Armando rievoca il tema del diabolico e della perversione maligna, un tema universalmente svolto da svegli nella mitologia sacra e profana, nelle fiabe e nelle favole, nei riti e nei divieti. C’è sempre un diavolo che invita a infrangere i tabù e a praticare quelle trasgressioni non consentite dalle Leggi dei Padri.
In quanto si riferisce al Male e al Padre, il “diavolo” è prossimo a essere considerato un “archetipo”, un simbolo universale elaborato da tutti gli uomini e depositato nello junghiano “Immaginario collettivo”come degenerazione del Dio buono.
C’è anche una Madre diabolica e maligna nel sogno di Armando sotto forma di degenerazione degli affetti e in base alla peggiore “Legge del sangue”.
Procedendo nella decodificazione, si approfondiranno questi temi di grande interesse. Intanto un grazie va ad Armando perché ha offerto un sogno molto bello e molto ricco.
Ancora: ho aggiunto altre due voci al modello d’interpretazione di sogni che ho potuto elaborare nel corso di questi due anni e grazie alla Vostra collaborazione: “domande & risposte” e “REM O NONREM?”
Questa operazione è finalizzata a rendere comprensibile il sogno nelle sue sfaccettature pratiche del vivere la vita e ad approfondire, al meglio consentito dalle conoscenze in atto, l’inquieto e complesso fenomeno psicofisico del sogno.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Tre stanze vuote in penombra: luce calda e soffusa.”

Armando prepara in sogno la scena del drammatico misfatto. Armando si sta guardando dentro e individua le sue tre stanze, quelle riservate al padre, alla madre e a se stesso, il figlio.
Le “stanze vuote” denunciano l’assenza di connotazioni psichiche e di vissuti vari e variopinti in riguardo ai genitori. Sembra che dal padre e dalla madre Armando abbia ricevuto poco di normale e tanto di eccezionale. Le “stanze” possono essere vuote in attesa di essere drammaticamente riempite, come se il sogno nella sua progressione volesse creare una inquieta attesa, la cosiddetta, in altra lingua, “suspence”. In effetti, i meccanismi del sogno procedono con cautela per non procurare l’incubo e il risveglio.
La “penombra” condensa il crepuscolo della coscienza, la soglia ipnotica e l’obnubilamento che consentono al “profondo psichico”, il “fantasma” nel nostro caso, di emergere e prender luce, quella “luce calda e soffusa” che sa tanto di relazioni sacre e di affetti misteriosi, la luce di una chiesa che odora di sacro. Armando sta rivisitando se stesso tramite le stanze del padre e della madre, i ricettacoli psichici dove ha ricoverato i genitori nel mentre li viveva e li elaborava sin dai primi mesi di vita. Del resto, i genitori sono figure avvolte di sacro dai figli per i loro bisogni di alleviare l’angoscia di abbandono e di perdita, il solito e famigerato “fantasma di morte”.
La “posizione edipica”, il rapporto conflittuale con i genitori, è in emersione con tutte le emozioni affettive e protettive, ma anche drammatiche e terrificanti, come l’angoscia del bambino di essere fagocitato e annientato proprio dalla madre e dal padre al di là dei loro effettivi e reali comportamenti.

“Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.”

Armando ci presenta il padre e la madre all’interno di una cornice cromatica di grande effetto.
Il primo “demone” è il “fantasma del padre” elaborato e introiettato nel primo anno di vita nelle sue versioni “positiva” e “negativa”, il padre che protegge e il padre che uccide, in base al meccanismo psichico di difesa della “scissione”, “splitting”, e secondo la modalità di funzionamento della mente in quei primordi. Nello specifico Armando ci presenta il padre negativo, il “demone”, il principio del male che alberga “in una stanza di colore rosso scuro”, il colore che attesta l’aggressività mortifera del padre, la violenza coniugata con il crepuscolo della vigilanza e della coscienza.
L’altro demone non è da meno. La “parte negativa” del “fantasma della madre” ha la sua “stanza” contraddistinta cromaticamente da una significativa sfumatura cromatica, il “colore marrone scuro”, il colore del sangue rappreso.
Decodifichiamo: la madre ha una violenza occulta, legata al suo potere di essere il primo investimento libidico del bambino, la madre mortifera, quella che non nutre e abbandona.
Armando ha fatto le cose giuste sognando. Rivisita le “parti negative” dei “fantasmi” che riguardano i suoi genitori, vissuti che a suo tempo ha elaborato e depositato nel “Profondo psichico”.

“Ambiente sporco e umido. Un’apertura di comunicazione tra le due stanze in assenza di porta.”

Armando è bravo a curare i particolari estetici, non è un un uomo volgare o da poco, ha una sensibilità artistica e un culto della bellezza. Questo dice il sogno con il quadro di un “ambiente sporco e umido”.
La “sporcizia” simboleggia il “senso di colpa” e “l’umidità” attesta della degenerazione delle tensioni; l’eccitazione nervosa è sul punto di tralignare in angoscia.
L’interiorità di Armando non ha posto blocchi e differenze tra il padre e la madre. Del resto, ne sta elaborando le “parti negative”, la dimensione demoniaca, per cui non esiste tramite logico di discernimento dal momento che si accomunano nel loro essere malefiche.
La “porta” è simbolo del tramite associativo e del nesso logico.
“In assenza di porta” conferma della forte tensione emotiva che governa i vissuti dei genitori nel sogno di Armando.

“Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso.”

Il figlio fa parte della partita, non è da meno ed è degno del padre e della madre: “il terzo demone”. Armando sta riesumando il legame maligno che ha vissuto nei riguardi dei genitori, sta rivisitando in sogno la sua “posizione edipica” nella versione “negativa”: l’orco, la strega e il degno erede di cotanta compagnia, il bambino trasgressivo che si sottrae alla furia del padre e della madre “con una paura bestiale di essere preso”. Nella sostanza si tratta non di una marachella da punire, ma dell’angoscia d’abbandono e del “fantasma di morte” collegato e al di là di come i genitori si sono comportati nella realtà. Possibilmente il bambino è stato impotente spettatore delle liti furibonde dei genitori, magari avrà assistito alla scena del padre che picchia a sangue la madre, magari si sarà trovato sin da piccolo nelle situazioni familiari più infauste per maturare in maniera consistente la disistima e la paura dei genitori, ma le “parti psichiche negative” del “fantasma dei genitori” Armando le ha elaborate normalmente sin dal primo anno di vita.
“Preso” e “terrorizzato” condensano l’angoscia di essere annientato e ucciso, bloccato nelle sue energie vitali, una sensazione bruttissima da non sperimentare mai e soprattutto nella prima infanzia.
Il “terzo demone” è la necessaria identificazione di Armando nelle figure genitoriali per una collocazione adeguata nella famiglia, un demone destinato a soccombere. Armando ha introiettato le parti negative del padre e della madre e in esse si è identificato incarnandole, altrimenti non sarebbe il terzo diavolo.
Uno psicodramma ineccepibile!

“Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”

Come si diceva in precedenza, Armando rievoca in sogno il senso d’impotenza e di terrore vissuto in riguardo ai genitori e alle loro dinamiche contorte e violente.
Nessuna soluzione traduce “nessuna via d’uscita”, così come angoscia e colpa da espiare traducono “dannato come all’inferno”. Armando ha provato a rifiutare l’identificazione nel padre e la figura materna demoniaca, ha tentato di razionalizzare tanta atrocità, ma non è riuscito a portare a termine l’operazione di distacco da queste figure maligne, non è riuscito a “riconoscere il padre e la madre” nelle loro dimensioni psichiche per acquisire la sua autonomia: “senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze”. Queste ultime condensano i tratti psichici della “organizzazione reattiva” o del carattere.

“Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”

Angoscia di “castrazione”?
Angoscia di “perdita d’oggetto”?
No!
Questa è angoscia di divoramento e di “frammentazione”!
Altro che la normale e benefica “angoscia di castrazione” legata alla “posizione edipica”!
Qui siamo in uno “stato limite” e anche oltre.
Più che il conflitto con i genitori, il trauma affettivo è precoce ed è avvenuto nei primi anni di vita. Armando ha subito un trauma, non nel vedere i genitori in perenne conflitto, ma ha maturato una carenza affettiva di notevole portata, “sbranarsi”.
“Affamati” richiama la “posizione psichica orale” e le frustrazioni affettive che il bambino ha subito nella primissima infanzia e che con il crescere ha immaginato e figurato nei “due diavoli affamati che se lo prendono” lo “fanno letteralmente a pezzi e lo sbranano”. La “posizione psichica orale” di ordine affettivo si è combinata con la “posizione psichica anale” di ordine sadomasochistico e si è evidenziata con la fame spasmodica e con il ferino sbranamento. Tutto questo drammatico quadro comporta la madre che fagocita e divora, il padre che sbrana. Vuol dire che Armando si è sentito poco amato dalla madre e punito dal padre aggravando “l’angoscia di castrazione” in “angoscia di frammentazione”, di irreparabile rottura di “parti psichiche di sé”.
Il quadro clinico è decisamente pesante nel suo essere “borderline” e potenzialmente “psicotico”.

“Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno. Io sono una minaccia o meglio carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”

Il dramma psichico di Armando viene così sintetizzato in sogno: vorrei essere tanto diverso dai miei genitori e non far parte di questa famiglia. Armando rifiuta la sua origine materna e paterna per traumi affettivi legati alla freddezza materna e alla violenza paterna.
Contrariamente a quanto si può pensare, è la madre la responsabile dei traumi affettivi precoci. Il padre ha agito ed è intervenuto dopo a colmare la misura e la qualità dei traumi con la sua violenza: tutto questo nei vissuti di Armando e nelle responsabilità dei genitori ignoranti e maldestri.
Il figlio adulto riconosce ma rifiuta la sua famiglia: “Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura.”
“Natura” significa nascimento, ciò che nasce e ciò che si origina dentro di me.
Armando desidera “un’altra origine” per una rifiutata identificazione nel padre e per un desiderio d’individuazione in una figura degna e migliore.
L’avrà trovata tale necessaria compensazione?
Armando è maschio e deve identificarsi per fissare l’identità psichica ed evolverla al meglio consentito dalla legge del Padre e dalla qualità dei suoi vissuti e fantasmi.
E la madre?
La madre gli ha regalato la pulsione a non coinvolgersi affettivamente con le donne e a non investire “libido” nell’universo femminile.
Armando attribuisce ai genitori adulti la consapevolezza dei guasti prodotti e della benefica e salvifica ricerca di differenziazione del figlio, “loro lo sanno”, e per questo rifiuto lo puniranno secondo il loro ferino vangelo. Armando è la cattiva coscienza dei genitori, “Io sono una minaccia”, per cui deve essere eliminato secondo la Legge del sangue di cui è depositaria la Madre con la morte per allettante sbranamento, “carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”
Questo è il vissuto e la “parte negativa del fantasma dei genitori” di Armando: angoscia di sbranamento, fagocitazione e divoramento sadico da parte del padre e della madre, di questi simboli universali, “archetipi”, in versione mitologica e mitica.
Il figlio è diventato il capro espiatorio dei loro aspri conflitti e delle loro filosofie distorte, siano esse psicologiche o esistenziali.
Ci troviamo in un ambito psicopatologico decisamente “borderline”, ai confini tra nevrosi e psicosi alla luce della qualità e dell’intensità dei fantasmi esibiti da Armando nel suo sogno.

“Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.”

Traduzione: mi trovo in mezzo ai genitori, “tra i due diavoli”, per alleanze strane e nessuno mi capisce e consola. Questa è la psicodinamica del figlio “conteso” da genitori litigiosi e improvvidi che non si accorgono di tutto il male che stanno procurando alla loro creatura. Armando si sente manipolato e prevaricato per uso personale dai genitori che cercano la sua alleanza per sentirsi dalla parte del giusto. Armando è diventato senza averne coscienza l’ago della bilancia familiare e della coppia. “Conteso”, latino “cum e tendo”, si traduce “ci dirigiamo insieme”, “condiviso”, latino “cum” e “divido”, si traduce “partecipo a idee e a sentimenti altrui.
Una posizione familiare veramente drammatica è quella di Armando bambino.

“L’angoscia della fine che posso fare, mi sveglia.”

Il “fantasma di morte” intercorre e l’incubo scatta con il risveglio: “l’angoscia della fine…mi sveglia”.
Del resto, il sogno si è anche concluso e non poteva andare avanti da nessuna parte dal momento che tutto si è compiuto nel peggiore dei modi, la psicodinamica si è sciolta in una drammaturgia eclatante sulla “posizione psichica edipica” e sopratutto sulla “posizione orale”, l’affettività, di Armando. Il sogno, così delicato, è andato avanti perché la problematica sviluppata dal protagonista è vissuta costantemente da sveglio in maniera inquieta. Si tratta di temi che Armando conosce molto bene nella vita vigile e corrente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Armando tratta la psicodinamica della sua “posizione psichica edipica” secondo la versione negativa del “fantasma” dei genitori simboleggiati in figure diaboliche e la versione negativa della sua identificazione nel padre, il figlio diavolo. Nell’intermezzo del sogno Armando affronta la “posizione orale” attraverso la riesumazione della “parte negativa” del “fantasma della madre”, una figura vissuta ed elaborata nel primo anno di vita come fredda e anaffettiva, nonché fagocitatrice e dilaniante. Se nella “posizione edipica” il malanno psichico si attesta in un ambito nevrotico, nella “posizione orale” il trauma precoce si attesta in un ambito quanto meno “borderline”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Armando sono presenti e in atto le istanze psichiche “Es”, “Io” e “Super-Io”.
L’istanza pulsionale “Es” è presente in quasi tutto il sogno ed è ben visibile in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.” e in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.” e in altro.
L’istanza vigilante e razionale “Io” è presente in “Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno.“Percepisco” e in altro.
L’istanza censoria e morale “Super-Io” si vede in “dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”
Le “posizioni psichiche” evocate ed elaborate sono quelle “orale” e “anale” in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”
La “posizione fallico narcisistica” in “carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”
La “posizione genitale” è assente e quella “edipica” è dominante in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.” “Io sono il terzo demone” e in “Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Armando nel suo sogno sono la “traslazione” in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.”, lo “spostamento” in “stanze vuote” e in “penombra” e in “scappare” e in “sporco e umido” e in “sbranare”, la “condensazione” in “stanze” e in “porta” e in “via d’uscita” e in “inferno” e in diavoli affamati”, la “drammatizzazione” in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”, la “figurabilità” in “Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è presente in “Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso.”
Non esiste traccia del processo psichico della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Armando evidenzia nella sua drammatica complessità un tratto “orale”, affettivo, e “anale”, sadomasochistico, all’interno di una vasta cornice “edipica”, relazione conflittuale con i genitori e identificazione contrastata nel padre, nonché vissuto negativo nei riguardi dell’universo femminile.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Armando sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “stanza” e in “luce calda e soffusa” e in “demone” e in “porta” e in “via d’uscita” e in “sembianze”, la “metonimia” o nesso logico in “scappare” e in “essere preso” e in “affamati e in “fare a pezzi” e in “sbranare”, “l’enfasi” o esagerazione espressiva in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”
Il sogno di Armando nella sua complessità presenta un uso consistente delle figure retoriche a testimonianza della fantasia messa all’opera nell’elaborazione del prodotto psichico: la “figurabilità”, trovare l’immagine giusta per il “fantasma”, è notevole.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Armando dice di una “posizione edipica” irrisolta e di una “posizione orale” degenerata livello affettivo nel rapporto con la madre e in associazione alla violenza esternata dal padre nell’esercizio della vita quotidiana. Il tutto ha portato Armando a una mancata autonomia psichica e a una situazione psichica “borderline”, tra nevrosi conflittuale e psicosi con crisi del “principio di realtà”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Armando di tenere sotto controllo la psicodinamica “edipica” e il rapporto con i genitori e con se stesso con il minor danno possibile. E’ necessario vivere la psiconevrosi edipica con i sintomi d’angoscia, piuttosto che subire la “coazione a ripetere” e la crisi della vigilanza in situazioni oltremodo delicate. Armando deve procedere verso una psicoterapia per migliorare la “coscienza di sé” e per acquisire la migliore autonomia possibile alle condizioni date. Inoltre, Armando deve migliorare le relazioni con l’universo femminile al fine di vivere la sua affettività in maniera completa e non mutilata.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione dello stato “borderline” in psicosi con “angoscia di frammentazione” e con la perdita della funzione vigilante dell’Io e del “principio di realtà”. Una infausta degenerazione comporterebbe il meccanismo psichico di difesa della “coazione a ripetere” e la psicopatologia del disturbo ossessivo compulsivo, (d.o.c.).

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Armando è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Armando, il “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in una relazione, possibilmente conflittuale, con la figura paterna o materna nel corso della giornata precedente o nella recrudescenza di un sintomo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Armando è lampantemente “cenestetica” proprio per le sensazioni tattili e olfattive e d’angoscia che contiene nelle sue descrizioni più truci e ferine.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda:
Armando è un caso grave?

Risposta:
No, Armando è “borderline” e fa una vita regolare, sia pur vivendo grandi conflitti e sofferenze che lo portano a mettere in crisi il “principio di realtà” o a operare in maniera sconsiderata o con “coazioni a ripetere” e comportamenti incongrui. Si ricordi che Armando ha vissuto tutti gli stimoli e ha maturato tutte le sensazioni per chiudersi nell’autismo sin dal primo anno di vita. Non è successo perché stimoli e sensazioni erano continui e continuati e il bambino è stato costretto a stare sempre all’erta e vigile sul presente dentro e fuori di lui.

Domanda:
Deve curarsi?

Risposta:
La psicoterapia è necessaria per migliorare la qualità della sua vita e le sue scelte affettive, per raggiungere quella autonomia psichica che consente equilibrio e oculatezza: essere padrone a casa sua.

Domanda:
Può fare una vita regolare?

Risposta:
Certamente. Può lavorare, maritarsi, avere figli e fare tutto quello che comporta il vivere con gli altri.

Domanda:
Avrà problemi affettivi con le donne e con i figli?

Risposta:
Con le donne rischia di rievocare la “parte negativa” della madre e non si legherà facilmente, mentre con i figli inventerà quella tenerezza che non ricorda, perché non l’ha ricevuta, e che tanto desiderava per sé: meccanismo psichico di difesa della “conversione nell’opposto”.

Domanda:
Quale coazione a ripetere o disturbo ossessivo compulsivo?

Risposta:
Tenderà a sviluppare quelle idee e quei riti che rievocano i suoi traumi traslandoli in ossessioni dolorose e azioni improvvide: dipendenze varie.

REM O NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Armando è stato decisamente elaborato in uno stato di grande agitazione psicomotoria, in una fase R.E.M. o nel sonno paradosso e possibilmente nell’ultima fase R.E.M. verso il mattino e prima del risveglio.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La complessità del sogno di Armando ricorda il mito della “cosmogenesi” di Esiodo: Kronos, dopo aver evirato il padre Ouranos, divora i figli che Rea partorisce.
Ricorda, inoltre, “Totem e tabù” di Freud con la scena dell’uccisione e del divoramento del Padre da parte dei figli: il pasto totemico e la successiva interdizione di uccidere il Padre, tabù.
Ricorda ancora il sacramento cristiano dell’Eucaristia con l’incorporazione per bocca dell’ostia consacrata, “traslazione” del corpo di Cristo, e del vino, “traslazione” del sangue.
Per quanto riguarda le madri infanticide, rievoca la greca Medea che per vendicarsi dell’amato e ingrato Giasone uccide i due figli avuti da lui.
Ricorda la favola di Cappuccetto rosso e del “lupo nonna” che la mangia al meglio possibile: “nonna, che bocca grande che hai! E’ per mangiarti meglio! Vedi anche Hansel e Gretel e Pollicino. Sulla materia leggi “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim.

Il sogno di Armando rievoca la strega medioevale che divorava i bambini cattivi in associazione con l’uomo nero, l’orco e i vari demoni regionali: Barbazucon nel Veneto e il “lupo mannaro” in Sicilia.
Nel mondo animale capita che in alcune specie subentra l’uccisione dei piccoli da parte della madre, ma soprattutto da parte del padre a causa della pulsione sessuale, vedi orsi e leoni: favorire il ritorno del “calore” o fertilità nella madre.

Goya: Saturno (greco Kronos) che divora i figli.