LA PIANTA MIRACOLOSA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sogno di avere un livido nell’avambraccio destro, poco sopra il polso, come se fosse una scottatura, ma non ricordo di essermi mai scottata…
Il livido si trasforma in bozzo dal quale spunta una piantina da cui sboccia un fiorellino.
Guardo stupita e incredula e nascondo il braccio sotto al tavolo al riparo da sguardi indiscreti.
La piantina, molto velocemente cresce fino a circa un metro di altezza.
La prendo e la strappo dal braccio.
Noto con stupore il notevole apparato radicale di circa una trentina di centimetri costituita da tante radici sottili che formano un mazzetto radicale dal diametro di circa 20-30 centimetri.
Guardo il braccio pensando di vedere un buco; invece, è integro.
Mi riprendo dallo sgomento e faccio vedere alle persone la pianta raccontando che è spuntata dal mio braccio.
Mi aspetto stupore da parte loro, ma invece reagiscono come se l’evento non fosse poi così straordinario!”
Pollice verde

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ma cosa tratterà questo sogno magico di Pollice verde?
E’ mai possibile che dall’avambraccio nasca una pianta di quel calibro?
Quante domande pone a una prima lettura il sogno di Pollice verde!
Il “processo primario”, di cui dicevo nei sogni precedenti, è il nostro linguaggio naturale e primario, un linguaggio non certo “dimenticato” come sosteneva Eric Fromm nel suo omonimo libro. Questa modalità espressiva è sempre attuale e risponde alla meravigliosa caratteristica di essere universale proprio perché è legata ai sensi. Sono, infatti, responsabili di questa umana espressione la vista, l’olfatto, il tatto, il gusto e l’udito. I sensi hanno una grammatica implicita e una sintassi magicamente intrinseca: il senso estetico e la sensazione della bellezza. “Estetica” traduce il greco “aistesis”, sensibilità, e a questa caratteristica si collega l’Arte, la modulazione di senso ed emozione, la modalità di sentire ed emozionarsi. Si tratta di dimensioni e di funzioni psicofisiche universali.
Questa teoria appartiene alla fase preromantica di Kant, filosofo essenzialmente illuminista, e viene trattata nell’opera “Critica del Giudizio”, lavoro che tratta il sentimento e la sua universalità salvando la dimensione individuale e di gruppo, il singolo e il gruppo. L’Arte unisce nella comprensione e nella tolleranza tutti gli individui. Tutti i popoli e tutti gli uomini sono accomunati dalla “Bellezza” e dal senso estetico.
Tanto nobile preambolo per un sogno apparentemente assurdo e complicato.
Ne vedrete delle belle appena comincia la decodificazione.
Consideriamo ancora che l’autrice del sogno si è definita Pollice verde, una donna molto brava a curare e a far crescere le piante, magari senza averne piena coscienza.
Buona continuazione!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sogno di avere un livido nell’avambraccio destro, poco sopra il polso, come se fosse una scottatura, ma non ricordo di essermi mai scottata…”

Sono subito chiamati in causa la pelle e il senso del tatto.
Il “livido” è simbolo di colpa, un senso di colpa legato alla pelle e al tatto, un marchio di distinzione e una traccia di memoria.
“L’avambraccio” e il “polso” sintetizzano le relazioni sociali e i collegamenti con i mille accadimenti quotidiani della realtà.
La “scottatura” condensa l’effetto calore nel versante della colpa, un effetto termico ambiguamente inquadrato tra il piacere e il dolore. Pollice verde esclude di essersi scottata, per cui si tratta di altro, di un qualcosa al posto di un’altra cosa: la classica difensiva “traslazione”.

“Il livido si trasforma in bozzo dal quale spunta una piantina da cui sboccia un fiorellino.”

La colpa, “livido”, è legata al tatto e si evolve in “bozzo”, una massa sulla pelle, un fatto da ricordare e da rivivere in maniera traslata in sogno, un’esperienza avvolta da un ambiguo senso di colpa.
Il sogno procede nel simboleggiare il vissuto e l’accaduto.
Dal “livido bozzo” “spunta una piantina da cui sboccia un fiorellino”. Sta avvenendo una metamorfosi, una variazione di forma, un cambiamento progressivo di dimensione. Le metafore della “piantina” e del “fiorellino” sono da considerare nelle valenze quantitativa e accrescitiva anche se Pollice verde le offre in maniera gentile e graziosa.

“Guardo stupita e incredula e nascondo il braccio sotto al tavolo al riparo da sguardi indiscreti.”

Ritorna la vena magica del sogno in questa metamorfosi in atto, per cui lo stupore e l’incredulità si legano alla progressione quantitativa e qualitativa in atto. Lo stupore, “stupita”, è un’emozione neurovegetativa che comporta la variazione della vigilanza e l’abbandono alla vita dei sensi. L’incredulità, “incredula”, equivale simbolicamente a una diffidenza da paura di affidarsi e lasciarsi andare, come se si trattasse di un qualcosa di vietato e di inquietante. Il “braccio”, organo simbolico della relazione con oggetti e persone, è il corpo del reato e l’oggetto inquisito.
L’occultamento del “braccio sotto al tavolo” comporta la colpa ambigua sull’oggetto del desiderio invasivo e del fatto inopportuno.
Il “riparo da sguardi indiscreti” assolve la colpa e asseconda il prosieguo dell’azione. Pollice verde sta vivendo un’esperienza da metamorfosi e sta subendo gli accadimenti neurovegetativi di un rituale possibilmente erotico, condannato dal “Super-Io”, agognato dall’istanza ”Es” con la mediazione di un ”Io” ruffiano. Lo “sguardo” comporta la paranoia della censura deputata al “Super-Io”, mentre l’indiscrezione comporta il discernimento e la giusta valutazione: l’emozione è forte e si può vivere. Vince la pulsione Es e l’Io decide di procedere.

“La piantina, molto velocemente cresce fino a circa un metro di altezza.”

Potenza della stimolazione e dell’eccitazione!
Pollice verde condensa in sogno la dinamica psicofisiologica degli organi di senso. La sua esagerazione coincide con la magia e il paradosso surreale. In effetti, il braccio e il polso di Pollice verde sono artefici di una crescita non miracolosa ma naturale e di un magico beneficio: manipolazione, stimolazione, inturgidimento ed erezione.
Ecco esplicitata la psicodinamica degli organi di senso secondo il vangelo onirico di Pollice verde!

“La prendo e la strappo dal braccio.”

Alla meraviglia e all’emozione per tanta repentina crescita subentra il senso di colpa: “la strappo dal braccio” è la logica catarsi, la degna liberazione dalla colpa con il ritiro della “libido” e del relativo investimento. Il ravvedimento dell’Io supera lo stupore e il piacere, l’eccesso di colpa ispirato dal “Super-Io” risolve la causa dell’eccitazione e l’ambiguità con il ritiro dell’investimento di “libido” su se stessa e sull’oggetto del desiderio. Pollice verde l’ha combinata grossa. Non sapeva che poteva procurare una simile eccitazione. Si tratta dello stesso ambiguo vissuto delle adolescenti che si affacciano alla vita sessuale genitale, provano le prime emozioni, vivono le prime esperienze e si accorgono immancabilmente che i corpi cavernosi operano l’erezione del pene con l’accrescimento della massa.

“Noto con stupore il notevole apparato radicale di circa una trentina di centimetri costituita da tante radici sottili che formano un mazzetto radicale dal diametro di circa 20-30 centimetri.”

Dopo la descrizione analitica di quello che ha combinato a livello di eccitazione ed erezione, Pollice verde descrive anatomicamente e non senza meraviglia l’apparato genitale nelle sue ghiandole endocrine: “il notevole apparato radicale”. Dopo il mistero dei “corpi cavernosi” che si riempiono di sangue e consentono l’eccitante realtà di un bel pene, dopo lo stupore e il senso di colpa per essere la causa di tanto effetto, Pollice verde si compiace ambiguamente di descrivere puntualmente la funzionalità della metamorfosi: “tante radici sottili che formano un mazzetto”.
Bontà della masturbazione, magari consumata sotto un tavolo!
Bontà di Madre Natura nelle proporzioni e nelle funzioni!

“Guardo il braccio pensando di vedere un buco; invece, è integro.”

Pollice verde fa i conti con se stessa dopo aver combinato l’ambiguo malanno, il guaio fausto di una pianta magica che spunta miracolosamente dal polso senza lasciare traccia: neanche “un buco”. Evidentemente si trattava di un corpo accessorio che Pollice verde ha manipolato e che ha reagito secondo la sua natura. La sorpresa dell’integrità del “braccio” conferma l’emozione magica di un’esperienza erotica, la masturbazione del suo uomo. Il sogno rivela con il paradosso della mancanza di un buco la verità oggettiva dell’accaduto insieme alla meraviglia di cotanta metamorfosi.

“Mi riprendo dallo sgomento e faccio vedere alle persone la pianta raccontando che è spuntata dal mio braccio.”

Lo “sgomento” è simbolo di meraviglia e turbamento. Dopo la provocazione Pollice verde socializza per tranquillizzarsi su quello che le è successo, vuole rassicurarsi sulla liceità dell’accaduto, la provocazione dell’erezione con la manipolazione del “braccio” e del polso. In effetti la metamorfosi avvenuta in sogno rappresenta l’eccitazione psicofisiologica del pene. Il “raccontarlo alle persone” esprime il solito bisogno di Pollice verde di essere in una certa qual normalità e di assolversi dai residui del senso di colpa adolescenziale di aver commesso una trasgressione erotica dal forte sapore di magia.

“Mi aspetto stupore da parte loro, ma invece reagiscono come se l’evento non fosse poi così straordinario!”

Non stupiscono, di certo, una pratica erotica e un processo psicofisiologico. Rientrano nella normalità e nell’ordinario. Niente di “così straordinario”! Eccitare e masturbare un maschio da parte di una donna sono un “evento” genitale, atti erotici derivati da investimenti di “libido” reciprocamente donativa. Il “Super-Io” si è ridimensionato e il divieto è stato smantellato, l’Es è stato appagato, l’Io ha fatto la sua parte di grande mediatore tra la pulsione e la censura morale o moralistica. Pollice verde si può promuovere mano vellutata.
I giochi sono fatti e “rien ne va plus”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Pollice verde sviluppa la psicofisiologia dell’eccitazione e dell’erezione del membro attraverso la supposta manipolazione erotica della masturbazione. A livello psicodinamico si rileva l’intervento attivo delle istanze psichiche Io, Es e Super-Io in riguardo alle loro competenze. Un “Io” che modera, un “Super-Io” che censura e un “Es” che gode. Si rileva che la trasgressione rientra progressivamente nella pratica della cosiddetta normalità.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Come rilevato in precedenza, il sogno di Pollice verde è teatro dell’azione censurante del “Super-Io” in “La prendo e la strappo dal braccio.” e in “nascondo il braccio sotto al tavolo al riparo da sguardi indiscreti.”
Interviene attivamente l’istanza psichica pulsionale “Es” in “Il livido si trasforma in bozzo dal quale spunta una piantina da cui sboccia un fiorellino.” e in “La piantina, molto velocemente cresce fino a circa un metro di altezza.” In maniera altrettanto attiva è presente l’istanza psichica moderatrice e mediatrice “Io” in “Guardo stupita e incredula” e in “Noto con stupore” e in “Guardo il braccio pensando di vedere un buco; invece, è integro.”e in “Mi riprendo dallo sgomento e faccio vedere” e in “Mi aspetto stupore”.
La “posizione psichica” richiamata dal sogno di Pollice verde è decisamente quella “genitale” in quanto tratta di un rapporto erotico di donazione nella reciprocità e all’interno di un quadro “fallico-narcisistico” evidenziato nel trionfo dell’erezione procurata.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Pollice verde si serve dei seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “livido” e “polso” e “scottatura” e in altro, lo “spostamento” in “piantina” e “strappo” e “apparato radicale” e in altro. Il meccanismo dominante nel sogno di Pollice verde è la “figurabilità” in “una piantina da cui sboccia” e in “La piantina, molto velocemente cresce fino a circa un metro di altezza.”e in “La prendo e la strappo dal braccio.” e in “Guardo il braccio pensando di vedere un buco; invece, è integro.”
Non sono presenti i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Pollice verde mette in mostra un tratto erotico all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: relazione erotica eterosessuale di stampo donativo.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Pollice verde sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “livido” e “scottatura” e “pianta” e “apparato radicale” e in altro, la “metonimia” o relazione concettuale in “sgomento” e “straordinario” e “strappo”, la “enfasi” in “la prendo e la strappo dal braccio”. Essendo dominante il meccanismo del “processo primario” della “figurabilità” le figure retoriche abbondano nel sogno di Pollice verde.

DIAGNOSI

La diagnosi dice che Pollice verde esercita la “libido genitale” in un ambito di masturbazione del partner maschio e viene colpita dall’eccitazione e dal senso di colpa, nonché dalla meraviglia nell’ingrossamento del pene.

PROGNOSI

La prognosi impone a Pollice verde di rafforzare il gusto erotico e sessuale e i diritti psicofisiologici ed estetici dei sensi.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un colpo di reni del “Super-Io” e in una recrudescenza del valore moralistico in riguardo alle pratiche erotiche con una dannosa riduzione dei preliminari nel rapporto sessuale o meglio nell’esercizio della “libido genitale”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Pollice verde è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” o causa scatenante del “resto notturno” o sogno di Pollice verde si attesta in una pratica erotica o in una riflessione compiacente sulla figura maschile da cui è attratta.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica è estetica, plastica, figurabile e metaforica.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il meccanismo primario e onirico della “figurabilità” è deputato a tradurre in rappresentazione o immagine i contenuti che formano la trama dei sogni; quest’ultima è costituita da allucinazioni, prevalentemente uditive e visive, che rappresentano i vissuti emersi nel sonno ed elaborati dal “lavoro onirico” con le dovute immagini.
La “figurabilità” opera una selezione tra le diverse rappresentazioni o immagini che traducono il vissuto psichico e sceglie quelle che meglio si prestano alla loro espressione visiva, consentendo ancora una volta il passaggio da un concetto astratto a un’immagine concreta.
Esempio: la rappresentazione della mucca rende perfettamente l’idea dell’amore materno a differenza dell’immagine del serpente; quest’ultima, a sua volta, rende perfettamente l’idea dell’organo sessuale maschile a differenza dell’immagine della mucca.
Il sogno di Pollice verde si può associare al prodotto culturale “America” a firma Gianna Nannini, una canzone rock che tra l’ermetico e il popolare lascia individuare una pratica erotica salutare e diffusissima.
A voi la libera valutazione del testo e della canzone.

 

AMERICA

 

Cercherò,
mi sono sempre detta cercherò,
troverai,
mi hanno sempre detto troverai,
per oggi sto con me,
mi basto,
nessuno mi vede
e allora accarezzo la mia solitudine
ed ognuno ha il suo corpo
a cui sa cosa chiedere,
chiedere, chiedere, chiedere.
Fammi sognare,
lei si morde la bocca
e si sente l’America.
Fammi volare,
lui allunga la mano
e si tocca l’America.
Fammi l’amore forte sempre
più forte come fosse l’America
Fammi l’amore forte
sempre più forte
ed io sono l’America.
Cercherai,
mi hanno sempre detto cercherai
e troverò ora che ti accarezzo,
troverò.
Ma quanta fantasia ci vuole per sentirsi in due
quando ognuno è da sempre nella sua solitudine
e regala il suo corpo
ma non sa cosa chiedere,
chiedere, chiedere, chiedere.
Fammi volare,
lei le mani sui fianchi
come fosse l’America.
Fammi sognare,
lui che scende e che sale
e si sente l’America.
Fammi l’Amore,
lei che pensa ad un altro
e si inventa l’America.
Fammi l’amore forte,
sempre più forte
ed io sono l’America.

LA TOMBA MAGICA

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sogno la tomba di mia cugina che nella realtà sta combattendo una difficile malattia.
Dopo un po’, dalla tomba sparisce il suo nome, la sua foto e le date di nascita e morte (che però non ricordo).
Mi piace pensare che sia un presagio della sua guarigione.”
Marty McFly

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno non fa sconti e non si tira indietro di fronte alla verità dei vissuti psichici perché, di suo, si protegge con i meccanismi del “processo primario” proprio camuffandosi.
Il sogno non mente perché è mentitore.
Il sogno dice la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità e lo giura mettendo la mano sul libro sacro di Freud “Interpretazione dei sogni”.
Il sogno non è effimero e ha un rapporto con la realtà in riguardo al suo comporsi durante il sonno. Il sogno ha sempre un “resto diurno”, una causa scatenante a cui dedico sempre una voce nella decodificazione. Nel caso della signora Marty McFly anticipo questo punto.
RESTO DIURNO
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno della signora Marty si attesta in una visita o in un pensiero in riguardo alla cugina ammalata.
RICONSIDERAZIONI
Dicevo che il sogno viaggia da sé e nel suo linguaggio. In base alla trama la signora Marty è umanamente preoccupata per la salute della cugina e spera che il sogno sia foriero di speranza e di prosperità. Sappiamo che il “contenuto manifesto” non sarà identico al “contenuto latente”, per cui non resta che partire senza indugio con la decodificazione per comprovare le mille risorse e le duemila stranezze dell’umano sognare, nello specifico i risvolti psichici inaspettati della signora Marty McFly.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sogno la tomba di mia cugina”

La signora Marty ha qualche conto in sospeso nei confronti della cugina e scarica aggressività da frustrazione. I vissuti non sono, di certo, lineari e innocenti. La “tomba” simbolicamente contiene angoscia di morte e parti psichiche inespresse e mancate di sé, il “non nato di sé”. La tomba è quella della “cugina” e non quella di Marty McFly, la quale sembra preoccupata giustamente nella realtà di tutti i giorni della malattia della parente e lo dice chiaramente nel racconto e negli auspici del suo sogno. Bisogna ben valutare, però, se si tratta di una difensiva “proiezione” d’aggressività nei confronti della cugina per qualche frustrazione subita o di una altrettanto difensiva “traslazione” nella cugina dei suoi “fantasmi di morte”.
Sin dall’esordio il sogno di Marty McFly propone tre livelli interpretativi.
Il primo lo offre la protagonista ed è di poco spessore: “Mi piace pensare che sia un presagio della sua guarigione.”
Il secondo livello, la “proiezione” d’aggressività è di medio spessore ed esige una relazione conflittuale pregressa con la cugina al di là della malattia in atto.
Il terzo livello, la “traslazione” e lo “spostamento” sempre difensivi dall’angoscia, appartiene alla Psiche profonda e tratta dei “fantasmi di morte” della signora Marty McFly in persona.
Sognare la morte di qualcuno è simbolo di aggressività ed è legato direttamente a una frustrazione subita nella realtà o vissuta nell’immaginazione, in ogni modo introiettata e pronta a riemergere sulla scia di uno stimolo adeguato. La “cugina” può essere stata vissuta male e in maniera competitiva, al di là della contingenza patologica attuale.
La “tomba” richiama il “fantasma di morte”, il grembo mortifero e il “non nato di sé”, l’esperienza materna mancata e non vissuta.
La “cugina” è la “traslazione” della signora McFly e l’occasione per parlare di sé e dei suoi conflitti profondi.

“che nella realtà sta combattendo una difficile malattia.”

Marty si pregia di precisare un particolare non indifferente per giustificare il sogno e, nell’offrire questa informazione, interpreta la causa scatenante del sogno e in particolare la “tomba”. Divide la realtà reale, la malattia, dalla realtà onirica, la tomba, la conseguenza logica all’esito infausto della malattia della cugina. Pur tuttavia, alla fine la signora Marty McFly interpreterà il sogno in maniera fausta; “Mi piace pensare che sia un presagio della sua guarigione.”

“Dopo un po’, dalla tomba sparisce il suo nome, la sua foto e le date di nascita e morte (che però non ricordo).”

La tomba della cugina diventa magicamente anonima e atemporale.
Perché?
McFly Marty usa il meccanismo psichico di difesa dell’ “isolamento” per stemperare l’angoscia e continuare a dormire senza scatenare l’incubo e il risveglio.
McFly si sta difendendo dalla “tomba”, la sua “tomba”, il suo “non nato”.
McFly sta sognando di sé come avviene in tutti i sogni di tutti i viventi.
Il “nome” rappresenta simbolicamente l’identità psichica irripetibile, la sintesi della “formazione psichica reattiva” in atto.
La “foto” condensa l’immagine di sé, l’esibizione sociale compatibile con la difesa dell’intimità, il raffreddamento delle sensazioni e delle emozioni.
Le “date” contengono un “fantasma di morte” in quanto rappresentano la manipolazione della dimensione temporale con il ridimensionamento parcellizzato dello scorrere della vita e della vitalità, gli investimenti della “libido”.
“Non ricordo” comporta l’uso del meccanismo principe di difesa dall’angoscia della “rimozione”.
Del resto, se la signora Marty McFly avesse visto sulla lastra della tomba la sua foto e i suoi dati anagrafici si sarebbe risvegliata immediatamente.

“Mi piace pensare che sia un presagio della sua guarigione.”

Questa è la soluzione superstiziosa che vuole il sogno foriero di futuro e possibilmente fausto e gratificante. L’etimologia di superstizione dice che si tratta di materiale psichico che “sta sopra”, latino “super stat”, roba umana adeguatamente sublimata e priva di concretezza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marty McFly tratta in maniera sintetica la psicodinamica del “non nato di sé”, dell’angoscia legata alle esperienze mancate.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Marty chiama in causa l’istanza psichica “Es” in “la tomba di mia cugina” e in “dalla tomba sparisce il suo nome, la sua foto e le date di nascita e morte”.
L’istanza psichica “Io” è in atto in “nella realtà sta combattendo una difficile malattia” e in “Mi piace pensare che sia un presagio della sua guarigione.”
L’istanza psichica “Super-Io” non partecipa alla formazione del sogno.
Trattando di perdita depressiva, il sogno della signora Marty McFly richiama la “posizione psichica orale”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nella sua brevità il sogno si serve dei seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “rimozione” in “che però non ricordo”, la “proiezione” in “la tomba di mia cugina”, lo “spostamento” in “la tomba di mia cugina”, la “condensazione” in “nome” e “foto” e “date”, la “traslazione” in “la tomba di mia cugina”, “l’isolamento” in “dalla tomba sparisce il suo nome, la sua foto e le date di nascita e morte”.
Nel sogno di Marty non sono presenti i processi psichici di difesa della “regressione” e della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Marty McFly evidenzia un tratto depressivo all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” di qualità “orale”, sensibilità agli affetti.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “tomba”, la “metonimia” o relazione logica concettuale in “nome” e “foto” e “date”, la “enfasi” o drammatizzazione in “dalla tomba sparisce il suo nome, la sua foto e le date di nascita e morte”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un fantasma depressivo di perdita in circolazione e in riguardo al “non nato di sé” e nello specifico la mancata maternità: simbolo della tomba.

PROGNOSI

La prognosi impone alla signora Marty McFly di portare a compimento la presa di coscienza intorno al “non nato di sé” e di vivere al meglio possibile le occasioni e le circostanze in riguardo alla vita e alla vitalità in atto.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza della pulsione depressiva e in una caduta della qualità della vita.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Marty è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica è decisamente depressiva in quanto propone temi riguardanti la perdita e il non vissuto.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La magia in sogno appartiene alle caratteristiche del “processo primario” che lo forma e lo compone.
Il “processo primario” e il sogno condividono i seguenti fattori: la relazione del soggetto con se stesso, l’auto-rielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, la coesistenza degli opposti, il gusto del paradosso, il declino etico e morale, il mancato riconoscimento della realtà, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio, la soddisfazione del bisogno, la compensazione della frustrazione, la riparazione del trauma. La magia risulta dalla combinazione dei vari fattori come ad esempio l’eccesso della fantasia, le distorsioni delle categorie spazio-temporali e il gusto del paradosso.
In conclusioni mi compiaccio di sottoporre alla vostra attenzione una storia classicamente umana al forte sapore di perdita, a testimonianza che un tratto psichico depressivo ci appartiene e ci contraddistingue in quanto lo incameriamo tra i “fantasmi” del primo anno di vita.
Andiamo sul pezzo.
“Lei si chiamava Rita” tratta di una storia d’amore tra Rita, detta la Rossa per la sua ideologia marxista, e Sebastiano, detto il Turco per il colore scuro della pelle, tragicamente conclusa con la morte della donna nel novembre del 1968 durante una manifestazione studentesca e operaia. “Ianu lu turcu” rievoca l’indimenticabile Rita vent’anni dopo in un complicato incontro con una donna dagli occhi verdi scagliati di marrone, gli stessi occhi di Rita la Rossa. Un cumulo di parole ha reso possibile rivivere emozioni e testimoniare fatti. A ogni lettore spetta democraticamente il suo vissuto.
Buon viaggio!

 

LEI SI CHIAMAVA RITA

 

Quando fanaticamente cerchi una ragione,
trovi sempre un’emozione bastarda che non è d’accordo.
E’ proprio vero che il paradiso abita in un anonimo condominio di periferia
e non nel sublime mistico del cielo.
Su questa meravigliosa terra c’è sempre un qualcuno a cui ubbidire
e un qualcosa a cui soccombere,
mentre i bambini sognano nei loro giochi erotici un padre e una madre
che si prendano cura dei loro ormoni in crescendo.
Per una dolce trasgressione c’è sempre un desiderio di vita
legato a un corpo bello che nega ancora una volta di dover morire.

Lei si chiamava Rita e nei suoi occhi aveva i tuoi occhi.

Come diceva il buon Cesare Pavese nelle sue poesie
e prima di ammazzarsi,
la morte è una bella donna
che verrà con i tuoi occhi dipinti ed esagerati,
con i tuoi seni di pietra lavica ancora incandescente.
Il poeta Pagliaccetto esorcizza lo sberleffo di una tragica perdita
alternandola a una breve felicità,
una felicità non effimera.
Io non abbandonerei mai un delirio sentito e sincero,
né tanto meno lo contrabbanderei con una realtà ingrata in atto.
Io continuo a costruire tante nuove realtà,
tante realtà tutte mie e tutte da abitare,
tante nuove case in cui girare nudo
per ricordarmi che sono ancora un uomo libero,
libero di pensare e libero di fare,
libero di testimoniare la mia immunità da una società mentalmente sconnessa.
Io, oggi, posso affermare che non sono militesente,
tanto meno immunodeficiente,
perché sono stato obbligato a regalare alla patria quindici mesi della mia giovinezza
per avere in cambio una medaglietta di bronzo,
perché mi sono curato l’ipocondria con le canzoni di Franco Battiato,
unico e innocuo antidoto in circolazione per le disgrazie della vita.
Ma ci sarà un futuro?
Per tutti c’è un futuro,
ma io non voglio un futuro qualunque,
un futuro come quello di tutti gli altri.
Voglio un futuro personalizzato,
tutto mio e tutto squilibrato,
firmato soltanto da me,
un futuro immunodeficiente o soltanto deficiente,
un domani bisognoso in tutto e di tutto.
Per il mio dopo infame ci sarà sempre un altro treno
o un’altra paura da inforcare come una montain-bike,
un panino imbottito con la porchetta romagnola
o un piatto di cicerchia francescana d’estrazione umbra.

Lei si chiamava Rita e nei suoi occhi aveva i tuoi occhi.

Affidati al gioco perverso della chat,
lasciati andare con le molecole dentro il box della doccia,
sculetta con le chiappe lardose mentre fai footing,
dondola le natiche di ovatta nell’attesa del tuo turno,
crolla piacevolmente nel sonno vigile di un sogno a occhi aperti.
Lascia che il caso non renda struggenti il desiderio
e la nostalgia di un brivido impedito,
di un tabù camuffato,
di un sogno ammuffito nel cassetto
come quel buon pane dimenticato dai nostri vecchi durante l’ultima guerra
per la paura della fame di domani
e per non saperlo gustare abbastanza nei duri tempi della grande fame,
nei duri tempi della grande depressione,
nei duri tempi del grande inverno.
Quelli eran tempi!
Quelli eran giorni!
Non potevi chiedere di più.
E oggi?
Oggi cosa ci resta?
Le follie quotidiane,
i messaggi sconnessi,
gli mms,
i m&m’ns,
le fuggitive palpate nel cesso,
un cofano di pop-corn,
le stelle cadenti nella notte di san Lorenzo,
un tanga amaranto da cubista,
un perizoma anarchico senza perimetro,
un valore aggiunto,
purtroppo sempre aggiunto a un altro valore.
Questo ci resta,
un ambaradan,
un ambaraban ciccì coccò senza civette sul comò,
un ambaradan e un ambaraban che non sono una caccia al tesoro,
ma una caccia all’ignoto,
al milite ignoto che tanti hanno conosciuto
e che nessuno ha mai visto ritornare.

Lei si chiamava Rita e nei suoi occhi aveva i tuoi occhi.

Io cerco un’esca alla complicità.
Il mio è un resistere agli eventi naturali,
un desiderio di potenza,
una nostalgia del superuomo che non sono mai stato,
una ricerca d’immoralità,
una miscela di gas e di gasolio,
una stazione di servizio per le donne.
Ti ho avuta in ogni modo,
con tanto brodo e poco arrosto,
con un amore infinito e buono come quelle tette a pagnotta
che ogni mattina distribuisci agli occhi della gente
con il desiderio di farle divorare dalla bocca di un amore da poco,
quell’amore degno di quell’essere meraviglioso
che si cela dietro le tue camicette strane.

Lei si chiamava Rita e nei suoi occhi aveva i tuoi occhi.

Non usare gli occhi per chiederti chi sono.
Se mi vuoi,
mi troverai di notte nella novantunesima strada
sempre alla ricerca di quella puttana che non sei,
con i capelli da educanda,
con lo sguardo pulito e crudele di chi non sa ricordare
quella carezza imbarazzante di un padre inarrivabile
e quella strana complicità di una madre rivale.
Era bello il tuo papà?
Un gigante per il tuo essere bambina,
la sua bambina ma non la sua donna,
un dio per il tuo essere pura,
la purezza dell’ignoranza.
Fatti coraggio!
Ti è andata male.
Cosa ci vuoi fare?
Ci sarà sempre qualcosa da sognare e da desiderare.
Purtroppo!
Intanto?
Intanto ricordami di comprare il pane,
possibilmente due buone pagnotte di scuola pugliese,
grosse come le tue chiappe incipriate
e profumate di un nauseabondo Shopar de Cashmir.

Lei si chiamava Rita e nei suoi occhi aveva i tuoi occhi.

 

 

Elaborata in Pieve di Soligo (TV) da Salvatore Vallone,
nel mese di Aprile dell’anno 1999

“VISTO CHE LEI ERA ME”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in un luogo immerso nella natura, come in un festival e in un bel camping accanto al quale c’era il laghetto, un boschetto, una radura e tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.
La luce era dorata e io mi appisolo.
Mi sveglia la musica di un ukulele e allora comincio a scrivere un messaggio alla mia innamorata lontana per dirle quanto stessi bene.
A un certo punto lei inaspettatamente arriva, mi prende per le braccia e comincia a ballare con me.
Poi vuole fare l’amore.
Mentre accade tutto questo mi accorgo che lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!
Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io.
Rimango interdetta, chiedendomi se si sia accorta dell’uguaglianza; ma no, nessuno dei miei pensieri la sfiorava, anzi era tutta presa da un suo divertimento.
Ci guardiamo negli occhi fissamente e lei sembra desiderosa di darsi a me in maniera così fresca, quasi candida.
Io ero scossa dal suo sguardo e mi chiedevo se, visto che lei era me, magari io potessi essere lei.”

Questo è quanto ha sognato Egle.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il “contenuto manifesto” del sogno di Egle dice di un desiderio di amplesso tra due donne innamorate.
Il sogno di Egle oscilla costantemente tra l’uso dei meccanismi e dei procedimenti del “processo primario” e del “processo secondario”: Lei è me! Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io”. Mentre sogna, Egle ragiona sul desiderio di essere l’altra e sull’impossibilità di esserlo. La realtà s’interseca con l’allucinazione desiderante e amleticamente Egle si chiede:“io sono io o io sono lei?” in associazione a un “magari io potessi essere lei!” evocando Shakespeare, ma anche Pirandello non è estraneo a questo sogno che sembra riguardare la ricerca dell’identità psichica.
Insomma, nel suo essere originalissimo e surreale, il sogno di Egle è semplice da interpretare, per cui non resta che esplicitarlo al meglio consentito dagli strumenti psicoanalitici in atto.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in un luogo immerso nella natura, come in un festival e in un bel camping accanto al quale c’era il laghetto, un boschetto, una radura e tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.”

Questo esordio è un inno alla vita e alla gioia di vivere, un elogio della natura, un plauso alle relazioni sociali, una laude alla sessualità e all’orgasmo. Ricorda il festival di musica rock del mitico “sessantotto” organizzato dai “figli dei fiori” nell’isola di Wight. Ma questo è un ricordo personale. Egle si dispone in sogno tra la natura e la cultura, tra l’emozione e la ragione, tra il “sistema neurovegetativo” con le sue pulsioni e il “sistema nervoso centrale” con le sue consapevoli riflessioni.
“Ero in un luogo immerso nella natura”: questo è patrimonio dell’istanza “Es”, la vitalità della “libido”.
Il “festival” e il “camping” rappresentano la pulsione a mettersi alla prova e a relazionarsi in maniera aperta e disinibita in un contesto vissuto come il proprio e l’altrui habitat. Egle non è sola con se stessa in un mondo infame, ma è se stessa in mezzo a quelli come lei, la “tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.”
Il “suonava” è simbolo del ritmo involontario neurovegetativo, il cuore, il respiro, la pressione sanguigna, l’orgasmo.
Il “ballava” è simbolo del movimento sinuoso ed elegante, a metà tra emozione e ragione, dell’amplesso sessuale.
Il “giocava” è simbolo della giusta filosofia di vita, del fascinoso modo di affrontare i vissuti dell’esistenza.
Il “rideva” è simbolo inequivocabile del trasporto sessuale e dell’orgasmo.
In questo gradevole ed eccitante contesto ci sono anche “Il laghetto”, un simbolo femminile, “il boschetto”, un simbolo non inquietante della dimensione psichica profonda, “una radura”, un simbolo della disposizione al rilassamento. E poi, chi la fa da padrone é la “tanta, tanta bella gente”, questo amorevole apprezzamento per l’altro, il prossimo che ci accompagna nel cammino della vita in sintonia con il nostro sentire e la nostra filosofia: il senso estetico della vita, il vivere come opera d’arte, i vissuti e i fantasmi come un capolavoro unico ed eccezionale.
Meglio di così Egle non poteva dare inizio al suo sogno.

“La luce era dorata e io mi appisolo.”

Come rappresentare meglio il crepuscolo della coscienza e l’abbandono ai sensi?
Egle non dorme, ha una vigilanza attutita e un’attività razionale mistica, è disposta a vivere il flusso della vitalità dentro di lei e a coglierlo senza blocchi e senza inutili difese.
“Dorata” equivale simbolicamente a preziosa e nobile, quasi sacra.
“La luce” è simbolo della logica razionale, ma, essendo allo stato puro, non ha contenuti specifici che possono oscurarla: una ragione preziosa che riflette se stessa e su se stessa. Kant l’ha definita alla fine del Settecento “appercezione trascendentale” o “Io puro” nella sua opera “Critica della Ragion pura” proprio per indicare l’autocoscienza della funzione razionale o “Io penso che penso”.
“Io mi appisolo” si traduce nell’abbandono fiducioso all’energia vitale del corpo e al flusso della “libido”. Egle vuole intuire e cogliere la vita dei sensi senza inutili resistenze e fiduciosa nelle sue capacità. L’impresa è possibile perché Egle sta vivendo un buon momento psicologico e ha raggiunto una proficua “coscienza di sé”.

“Mi sveglia la musica di un ukulele e allora comincio a scrivere un messaggio alla mia innamorata lontana per dirle quanto stessi bene.”

Egle ha una “innamorata lontana”, oltretutto “mia”?
Egle ha una formazione e un’identità sessuale saffiche?
Egle ama le donne o ama se stessa?
Questo è un buon dilemma da sbrogliare.
Dopo la sintesi precedente della disposizione all’orgasmo, “La luce era dorata e io mi appisolo”, subentra uno strumento musicale hawaiano dal suono particolarmente sensuale, “ukulele”. La musicalità dei sensi si “sveglia” e il desiderio sessuale cresce e vuole vedere la luce con un messaggio a se stessa, una presa di coscienza del suo benessere psicofisico e delle sue conquiste psichiche.
Svelato l’arcano: la mia innamorata lontana è Egle in carne e ossa, è Egle che sta bene con se stessa e che vuol godere di se stessa. Il sogno viaggia verso la sensualità dell’orgasmo, effetto possibile una volta preparato il contesto affettivo ed emotivo.
Un messaggio a se stessi è la lettera che non si pensa mai di scrivere, poi, se è d’amore, il gioco è fatto ed è pure intrigante.
Domanda legittima: si tratta di una pulsione narcisistica?
Si saprà cammin facendo.

“A un certo punto lei inaspettatamente arriva, mi prende per le braccia e comincia a ballare con me.”

Il sogno non è alieno dall’effetto sorpresa, anzi tutt’altro!
Il sogno realizza anche i desideri più delicati in maniera traslata e non certo “inaspettatamente”. Giustamente tutti i salmi finiscono in “gloria”.
La “morosa” di Egle appare secondo le regole del gioco e gioca d’affetto e di seduzione, di sentimento e di erotismo. Le “braccia” condensano le relazioni, il sistema di rapportarsi con se stessi e con gli altri, oserei dire il modo di vivere se stessi anche in riferimento agli altri. Egle si sta sentendo, avverte il suo corpo nelle varie parti e ne prende coscienza senza forzature. Egle lascia che sia, lascia che tutto avvenga secondo natura, più che secondo cultura. La percezione del corpo inizia e questo approccio disinibito è possibile perché Egle si vive bene e non ha resistenze psichiche, ma soprattutto ha allentato le difese per sentirsi vivere,
Il “ballare” rappresenta simbolicamente il movimento sinuoso e ritmico del coito, dell’amplesso in solitaria o in compagnia.
Degno di nota è il “mi prende” nella sua tonalità aggressiva maschile, così come notevole è il “comincia” ad attestare che i sensi son partiti e sono in prospera evoluzione.
Definiamo il tutto un importante “preliminare” e non resta che aspettare la fausta “escalation”.

“Poi vuole fare l’amore.”

“Come volevasi dimostrare” disse il professore di geometria concludendo la spiegazione, necessariamente razionale, del teorema di Egle e non di Pitagora.
Cosa significa in sogno “fare l’amore”?
Diciamolo alla “Franco Battiato”: prendendosi amorevole “cura” di se stesso, investendo “libido” sul proprio corpo e sulla propria mente, mettendosi in relazione erotica con le parti più significative e musicali del proprio “psicosoma”. Non è un coito, ma si avvicina a una completa, quanto naturale, masturbazione.
Si tratta di narcisismo?
Assolutamente no!
Si tratta di benefico e salutare “amor proprio”.

“Mentre accade tutto questo mi accorgo che lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!”

Egle prende coscienza, “mi accorgo”, che si tratta di se stessa, “Lei è me!”, ma mantiene la “scissione” difensiva che ha operato per continuare a sognare e a dormire.
Le “fattezze” evocano il plasmare concreto dell’artista nell’estasi e nel delirio estetico. Egle si è imbattuta in se stessa e si è finalmente innamorata di se stessa. Egle vuole riappropriarsi del suo corpo e della sua funzionalità erotica.

“Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io.”

Questa è l’illusione dello specchio, l’illusione di Narciso alla fonte, l’illusione del bambino infante fino a sei mesi di vita.
Lacan affermò che il bambino conquista sin dai sei mesi di vita la consapevolezza del suo “Io” proprio guardandosi allo specchio nello “stadio” omonimo.
Freud pensava che il bambino fosse un animaletto tutto istinti e pulsioni, tutto “Es”.
Sua figlia Anna era convinta del contrario ossia che l’Io si strutturasse sin dal primo anno di vita.
Stessa teoria aveva elaborato prima di lei Melanie Klein attribuendo al bambino una intensa vita fantasmica, un’attività immaginativa ed emotiva come funzione primaria del futuro pensiero razionale: il “fantasma”.
Egle mantiene la “scissione” difensiva della sua immagine per portare avanti il suo progetto onirico: vivere e conoscere il proprio corpo nei livelli più sensoriali ed erotici e per questo importante motivo lei non può essere l’altra. La dialettica tra “lei” e “io” si comporrà in Egle, una persona intera e convinta.

“Rimango interdetta, chiedendomi se si sia accorta dell’uguaglianza; ma no, nessuno dei miei pensieri la sfiorava, anzi era tutta presa da un suo divertimento.”

Il gioco è affascinante e deve continuare, non può esaurirsi in un misero riconoscimento e in un trionfo dell’Io e della funzione razionale. La coscienza può aspettare, per il momento Egle si può sbizzarrire verso il mondo dell’equivoco e del surreale.
Una Egle ragionava in base al “principio di realtà” ed era giustamente “interdetta”, bloccata nel profferire parole e ostacolata nel comunicare. L’altra Egle era in balia dell’emozione e della sorpresa di abitare con eccitazione il suo corpo, per cui era giustamente “tutta presa da un suo divertimento”.

“Ci guardiamo negli occhi fissamente e lei sembra desiderosa di darsi a me in maniera così fresca, quasi candida.”

Questa è la scena della riconciliazione tra l’istanza psichica pulsionale e neurovegetativa “Es” e l’istanza psichica vigilante e razionale “Io”. Si ricongiungono in maniera naturale, “fresca”, e innocente, “quasi candida”, il corpo e la mente, la psiche e il soma, il sentimento e il senso, l’emozione e la ragione, l’affettività e la sessualità. Dominante in questo rinnovato e ritrovato connubio è la dimensione erotica e sessuale, la “libido” nelle sue versioni “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica” e “genitale”. Dopo il tempo delle scissioni legate al rigore spasmodico e tirannico dell’istanza psichica censoria “Super-Io”, dopo la guerra è arrivata la pace o meglio l’equilibrio tra le varie istanze e le loro competenze. A goderne è soprattutto il corpo che aveva subito notevoli umiliazioni.
Questo è il significato di “ci guardiamo negli occhi fissamente”, la presa di coscienza salvifica e gaudente nell’essere “desiderosa di darsi a me”.
La ricomposizione psichica è avvenuta in sogno nel migliore dei classici modi in cui si propone a tutti i viventi in pelle e ossa.

“Io ero scossa dal suo sguardo e mi chiedevo se, visto che lei era me, magari io potessi essere lei.”

Guardare negli occhi equivale a prendere coscienza della propria vita dei sensi e comporta un turbamento notevole. Lo “sguardo” è una forma di lucidità mentale personale o indotta nell’altro. In ogni modo è sempre un veicolo di consapevolezza.
Il desiderio, “de sideribus”, di Egle è caduto dalle stelle e si è realizzato. Più che dell’immagine ideale, si tratta della coincidenza tra “come avrei voluto essere” e “come sono diventata”; il tutto è stato possibile grazie al recupero della sfera emotiva e sessuale. Bisogna tendere sempre a realizzare gli investimenti e i progetti. Porsi davanti delle “immagini di sé” da concretizzare è il massimo della vitalità e il miglior antidoto alla maligna depressione.

PSICODINAMICA

Il sogno di Egle, al di là delle sue reali scelte sessuali, verte sulla ricomposizione delle pulsioni dell’Es con la vigilanza erotica dell’Io, sull’amor proprio che non lesina riconoscimenti alla propria identità sessuale, sulla dimensione psicofisica e mistica dell’orgasmo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Egle chiama in causa soprattutto l’istanza psichica pulsionale “Es” nel suo rappresentare gli istinti del “sistema neurovegetativo” in “Ero in un luogo immerso nella natura, come in un festival e in un bel camping accanto al quale c’era il laghetto, un boschetto, una radura e tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.” e in tanto altro.
L’istanza psichica “Io”, deputata alla vigilanza razionale e legata al “principio di realtà”, è presente e manifesta in “Mentre accade tutto questo mi accorgo che lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!” e in tanto altro.
L’istanza psichica censoria “Super-Io” con il suo dovere morale è relegata ai margini ed è supposta in “sguardo”.
Le “posizioni” psichiche richiamate da Egle in sogno sono la “orale”, la “anale”, la “fallico narcisistica”, la “genitale” in dosata combinazione e in ordine progressivo in “desiderosa di darsi a me”, “comincia a ballare con me.”, “lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!”, “Poi vuole fare l’amore”. Il richiamo di tutte le “posizioni psichiche” attesta della globalità e della distribuzione della formazione psichica di Egle.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Egle usa il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “scissione” in “Lei è me!” e in “visto che lei era me, magari io potessi essere lei”.
Ancora: il meccanismo della “razionalizzazione” in “Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io” e in “visto che lei era me, magari io potessi essere lei.”
Ancora: il meccanismo psichico di difesa della “condensazione” in “suonava”, “ballava”, “giocava”, “rideva”, “laghetto”, “boschetto”, radura e in altro.
Ancora: il meccanismo psichico dello “spostamento” in “sguardo” e in “Lei è me” e in altro.
I processi psichici di difesa della “regressione” e della “sublimazione della libido” non sono presenti.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Egle evidenzia un tratto psichico “fallico narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” distribuita armonicamente e culminante nel “genitale”.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Egle usa la figura retorica della “metafora” in “fresca” e “candida” e “fare l’amore” e in altro, della “metonimia” in “ballare” e “luce dorata” e “musica” e “appisolo”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice che il sogno di Egle presenta la ricomposizione della parte emotiva e della parte razionale, pulsioni dell’istanza “Es” e consapevolezze dell’istanza “Io”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Egle di mantenere e di rafforzare il connubio psichico raggiunto e di goderne gli effetti benefici evitando le scissioni inopportune e inutili.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ritorno alla scissione e in un aggravamento della stessa con la recrudescenza di una conflittualità intrapsichica tra pulsioni e riflessioni, tra corpo e mente.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Egle è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Egle si attesta in un vissuto di godimento e di piacevole sensorialità.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Egle è autoreferenziale e discorsiva.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Egle pone la questione culturale del “saffismo” dal momento che il “contenuto manifesto” o trama del sogno tratta di una relazione intima tra donne.
Non mi dilungo sulle noiose teorie psicologiche sul tema, ma offro la solita riflessione tramite l’unica canzone di musica “leggera” che tratta l’argomento dell’amore totale coniugato al femminile: “tu che sei la mia lei”.
Le cantanti sono quattro fascinose donne ben combinate anche a livello musicale.
Il testo denuncia l’insensibilità della gente e le disgraziate diagnosi popolari psichiatriche e afferma il diritto di amare liberamente e senza infingarde condanne.
Giustamente il titolo è “l’amore merita” e loro sono Simonetta, Greta, Verdiana e Roberta.

L’Amore Merita
Ora so di essere quella che avrei voluto essere anni fa.
Tu che sei la mia lei come me, stesso corpo stessa anima.
Perché nel cuore c’è arcobaleno di parole inutili bugie… per non morire.

E quante lacrime per un amore che poi in fondo colpe non ne ha.
Nessuno merita di odiarsi perché non si accetta, il mondo pensa che è diversa
un solo bacio e si imbarazza poi condanna una carezza
perché crede malattia o una sporca fantasia
quella che da sempre è la storia solo mia.
Ora so crescere scegliere io scelgo me stessa scelgo noi.
Non sarà facile vivere ma sarà cielo senza nuvole.
Perché la libertà non può costare il mio silenzio e al mondo griderò il mio segreto.
Chi ama capirà l’amore non ha sesso e nessun prezzo pagherà.
L’amore merita di amarsi come e quando vuole nonostante le parole
della gente che ci guarda e sempre più bastarda parla
ma non dice niente e sente ma non ci comprende e pensa
sia un effimera bugia la storia solo mia.
Non sarà solo una bandiera “a portare il colore”
a raccontare di un’altra libertà che muore
perché l’amore non vuole né legge né pretesa
perché chiamarci amanti è una condanna accesa
non c’è nessuna vergogna in questo amato amore
sarà un arcobaleno a fare una canzone
perché chi giudica trema e chi ama vince sempre
nessuno deve soffrire nessuno merita!
Nessuno merita di odiarsi perché non si accetta e il mondo pensa che è diversa
un solo bacio e si imbarazza
poi condanna una carezza perché crede malattia
una sporca fantasia
quella che da sempre è la storia solo mia!
E’ la storia solo mia!
L’amore è verità.

 

“MORTA DI PARTO”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Qualcuno mi avverte che la mia amica è morta di parto.
Sono dispiaciuta di non essere andata al funerale, ma non so perché non ho partecipato.
Mio marito estrae da una busta una foto scattata dal compagno della mia amica che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli.
Anche la mia amica ha gli occhi aperti, ma il sorriso è un po’ spento.
La foto è stata scattata quando entrambe erano morte.
Mi sveglio angosciata.”

Questo sogno porta il nome di Gilda.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO MANIFESTO

CONSIDERAZIONI

La “Vita” e la “Morte” sono archetipi, simboli universali elaborati sin dai primordi dall’uomo e depositati nello junghiano “Immaginario collettivo” a ricordare di un altro archetipo determinante, la “Madre”, l’origine del “Tutto”, la “ontogenesi” e la “filogenesi”, l’origine di ciò che è e l’amore di ciò che ha avuto origine. Il primo culto e il primo rito hanno riguardato la morte, l’ineffabilità e l’ineludibilità della fine della vita e del distacco dalla realtà.
Inevitabilmente la “Madre” è stata deputata al nascere e al morire. La vita e la morte, archetipi, appartengono alla “Madre” e si estendono all’universo psicofisico femminile.
Il parto è il passaggio obbligato per la continuazione della vita e della morte. La condanna del Dio ebraico, dopo il peccato primario, riguardò proprio le gravidanze e il parto con l’accresciuto dolore del travaglio e la dipendenza al desiderio del maschio da parte della donna.
Sono temi importanti e determinanti che hanno come base l’angoscia di morte, la sindrome depressiva. Di poi, arrivano le varie e variopinte “sublimazioni”: le filosofie, le letterature e l’arte, ma soprattutto le religioni monoteistiche e panteistiche.
Senza la “malattia mortale” l’uomo non sentirebbe l’angoscia, non avrebbe consapevolezza di quella disperazione basata sul morire e soprattutto sul futuro della vita nella morte.
Temi alti e aulici!
E’ già tanto cercare la verità di un sogno in riguardo a questi affascinanti temi.
Sognare il parto e la morte da parte di Gilda significa, quindi, riprendere un tema antico e diffuso, significa parlare di sé attraverso il simbolo della “rinascita” e della “mancata rinascita”, il “nato di sé” e il “non nato di sé”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Qualcuno mi avverte che la mia amica è morta di parto.”

Il “qualcuno” attesta di un significativo anonimato. Gilda si difende in sogno traslando il suo trauma nella persona senza precisa identità, un qualcuno che sa, pur tuttavia, del suo dramma: Gilda non è riuscita a far nascere da se stessa ciò che voleva realizzare ed evolvere, il “non nato di sé”, le aspirazioni, i desideri, i progetti, le emozioni, i sentimenti, dati e fatti psichici che sono rimasti dentro di lei senza poter uscire alla luce della realtà. “La mia amica” è una nuova “traslazione” della sua persona per continuare a dormire e non cadere nell’incubo vedendo se stessa. Gilda non vuole prendere coscienza del trauma di una sua mancata rinascita.
Ricapitolando: il parto è simbolo di “nascita-rinascita”, il “morire di parto” significa non essersi saputa rinnovare e che qualcosa d’importante, su cui tanto aveva investito la sua energia vitale, (“libido”), non è nato in lei.
Il sogno ci spiegherà meglio il contenuto di questo trauma, per il momento ci accontentiamo della psicodinamica.

“Sono dispiaciuta di non essere andata al funerale, ma non so perché non ho partecipato.”

Il “funerale” è il rito della mancata rinascita psichica e della mancata riformulazione esistenziale di Gilda, è il rito della morte del “non nato” che esorcizza l’angoscia depressiva della perdita.
Nella realtà non si può partecipare al proprio funerale, ma in sogno sì. Gilda si è celebrato il rito depressivo della mancata rinascita, ma si è traslata ancora una volta nel rito. Non ha “partecipato” semplicemente perché era troppo sensibile al tema e la sua coscienza si ribellava, non voleva e non poteva ancora capire. Il “non ho partecipato” è una difesa che consente a Gilda di continuare a dormire e a sognare.

“Mio marito estrae da una busta una foto scattata dal compagno della mia amica che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli.”

Fino a questo punto si evidenziava il “non nato” generico di Gilda e non c’era traccia del suo “nato” e tragicamente defunto, “la bambina”. Riformuliamo la trama del sogno: Gilda ha perso “parti psichiche di sé” che aveva elaborato e che aveva posto in essere, un’idea, un progetto, un desiderio. Appare il “marito” e si manifesta una figura ambigua e un figuro losco perché consegna in “una busta” l’immagine del lutto depressivo, la perdita irrimediabile e truculenta della maternità o del suo essere stata una bella e tenera bambina.
Qual’era l’idea o il progetto di Gilda?
Una maternità o l’inutilità della maternità?
Il “compagno della mia amica” è la piena “traslazione” difensiva del “marito” di Gilda, operazione richiesta dal sogno per continuare il sonno e per non incorrere nell’incubo interrompendo il sonno e il sogno. Ma il “marito” è direttamente coinvolto nell’estrarre “da una busta una foto” sul tragico evento, un complice e un autore che Gilda rappresenta in sogno sempre per ridurre i livelli di angoscia.
A questo punto si può desumere che il marito è il personaggio incriminato, la causa del dramma di Gilda.
Ma quale dramma?
Gilda ha perso una bambina?
Gilda non può aver figli?
Il marito non vuole figli da Gilda?
Il marito non riconosce i figli che ha avuto da Gilda?
Non è ascritto a merito di Gilda da parte del marito l’avergli dato dei figli?
Il sogno si complica e giustamente non è chiaro e semplice oppure mancano dei pezzi che avrebbero aiutato la giusta decodificazione.
Ma imperterriti procediamo!
La “busta” è un simbolo femminile e rappresenta la recettività affettiva e sessuale.
La “foto” comporta una leggera presa di coscienza e condensa la rappresentazione del trauma in maniera emotivamente blanda, sempre a fini di tutela del sonno e del sogno e per non incorrere nell’incubo: una gentilezza del sogno per continuare a dormire.
Questa “foto”, “che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli” è il trauma della frustrazione, della vanificazione, della perdita della funzione genitale materna.
Il grido “a nulla valse essere madre” è rivolto in privilegiato riferimento al marito.
Il dramma di Gilda verte sulla carta d’identità: io madre e io moglie, noi famiglia.

“Anche la mia amica ha gli occhi aperti, ma il sorriso è un po’ spento.”

Adesso Gilda analizza se stessa nella “mia amica” e si scopre una donna viva e mentalmente lucida, “ha gli occhi aperti”. Gilda non è morta, ma è triste, neanche angosciata, vede la realtà in atto senza “sorriso”, senza partecipazione e coinvolgimento, non investe “libido”, ha un consistente “fantasma di perdita” in circolazione psicofisica. La gioia di vivere è soltanto un ricordo: “spento”.

“La foto è stata scattata quando entrambe erano morte.”

Gilda precisa l’origine temporale della sua reazione psichica all’evento traumatico e la blanda presa di coscienza. I “fantasmi” della perdita depressiva e d’inanimazione” sono intercorsi nel momento in cui Gilda non ha saputo rinascere e riformularsi, ristagnando nella dipendenza e nell’attesa che giunga il “deus ex machina” delle tragedie greche a risolvere il suo caso.

“Mi sveglio angosciata.”

Il sogno di Gilda non si conclude nell’incubo, ma si conclude nella realtà psichica in cui è approdata la nostra eroina. L’intensità emotiva progressiva ha portato al risveglio e alla ratifica che Gilda non ha saputo rinascere e riformularsi e aspetta inerte e passiva da dipendente che qualcuno investa su di lei e non il contrario, che lei si dia da fare per risolvere la frustrazione riprendendo il normale equilibrio psicofisico ed esistenziale.

PSICODINAMICA

Inizialmente il sogno di Gilda sviluppa il tema psichico del dolore collegato al “non nato di sé”, di poi si evolve nel trauma della perdita e dell’inanimazione. Particolare risalto viene dato alla figura dell’altro, il marito, in quanto causa dello scatenarsi dei fantasmi depressivi deputati a esprimere il quadro psichico profondo in atto. Il sogno di Gilda si lascia decodificare con difficoltà a causa della mancanza dei qualche pezza simbolica giustificativa.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Agisce l’istanza “Es”, rappresentativa delle pulsioni, in “morta di parto” e in “la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli”.
L’istanza psichica deputata alla vigilanza razionale, “Io”, si manifesta in “Qualcuno mi avverte” e in “Sono dispiaciuta” e in “ma non so”.
L’istanza morale e censoria del “Super-Io” risulta assente.
Le posizioni psichiche richiamate dal sogno di Gilda sono quelle “orale” e “genitale” in quanto sono presenti intensi bisogni affettivi e dipendenze psichiche che impediscono la rinascita e la riformulazione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia dominante è la “traslazione” in “qualcuno” e in “mia amica” e in “compagno mia amica” e in “funerale”.
Il meccanismo della “condensazione” funziona in “morte” e in “parto” e in “bambina” e in “occhi aperti” e in “sorriso spento”.
Il meccanismo psichico di difesa dello “spostamento” è presente in “mia amica” e in “funerale”.
Il meccanismo psichico di difesa della “drammatizzazione” si vede chiaramente in “lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli.”
I processi psichici di difesa della “sublimazione della libido” e della “regressione” non contribuiscono alla formazione del sogno di Gilda.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

La “organizzazione psichica reattiva”, ex carattere o personalità o struttura psichica, evidenziata nel sogno di Gilda è “orale” con marcati tratti depressivi, sensibilità alla perdita degli affetti di cui è fortemente bisognosa.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Gilda evidenzia le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “morte” e in “parto”, la “metonimia” o relazione logica e concettuale in “funerale” e in “bambina” e in “busta” e in “foto”, la “enfasi” o forza espressiva in “morta di parto” e in “che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli”.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Gilda dice che è in atto l’azione improvvida di un “fantasma depressivo di morte”, che la protagonista ristagna in una condizione di mortifera attesa di qualcosa di nuovo o di evolutivo senza concorrere nella rinascita di “parti psichiche” significative di sé.

PROGNOSI

La prognosi esige che Gilda prenda in mano amorosamente il suo destino di donna e si renda autonoma da qualsiasi figura che le abbia procurato frustrazioni del suo essere femminile di donna e di madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una degenerazione della sindrome depressiva e in uno stato di prostrazione psicofisica molto vicino a una confusione mentale con apatia e disinvestimenti di “libido”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gilda è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il sogno di Gilda è stato provocato dalla diretta provocazione di un episodio o di un fatto attinente alla tematica della depressione e dell’abbandono all’interno della sfera coniugale.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica è depressiva in quanto insiste sul tema della perdita e del distacco affettivo in specifico riguardo alla realizzazione personale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Gilda pone la questione della “rinascita” in vita e in contrapposizione alla “resurrezione” dalla morte a nuova vita materiale o spirituale.
E’ possibile la rinascita in vita?
E’ possibile la rinascita dopo la morte?
La risposta è affermativa per quanto riguarda il sapersi riformulare in vita a livello psicologico, specialmente dopo una crisi di qualsiasi natura e qualità.
Cosa succede e come si ottiene?
Portando a risoluzione razionale e alla coscienza tutti i “fantasmi” più turbolenti come quelli depressivi e di morte, quelli legati alla perdita e alla “morte in vita” o alla caduta degli investimenti di “libido”.
Il Buddismo è una fede ecologica dell’immanente che parla di un eterno ritorno dell’anima in una serie di reincarnazioni, di qualsiasi tipo e di qualsiasi natura, fino alla raggiunta “catarsi” della colpa impura.
Le religioni trascendenti e monoteistiche attestano la fede principalmente nella resurrezione e nella sconfitta della morte con la vita eterna tramite obbedienza alla Legge di Dio.
La teoria teologica cristiana della resurrezione è collegata alla resurrezione di Cristo dopo la crocifissione.
Trattasi a livello psicologico di strategie fideistiche per risolvere il famigerato “fantasma di morte” e l’angoscia collegata che perseguita l’essere umano fino alle malattie psicosomatiche più resistenti e difficili da guarire. Nella degenerazione delle cellule nervose, neuroni, è implicito un “fantasma di morte” con la relativa spasmodica carica d’angoscia che annienta la memoria e l’identità.
A tal uopo vedi le demenze presenili e senili e “morbi” di varia qualità.
A conclusione del sogno di Gilda propongo l’attento ascolto e la posata riflessione su una popolare canzone di Riccardo Cocciante che, come al solito, non è una semplice canzone, ma un messaggio mistico di ordine panteistico, più vicino al Buddismo che ad altra fede ed esplicitamente elaborato in esorcismo dell’angoscia di morte.
Con questa canzone voglio significare che i sogni dicono quello che è già stato detto in altro modo: “nulla di nuovo sotto il sole”.
Gustatevi musica e testo di “Cervo a primavera” in completamento positivo ed ottimistico del sogno di Gilda.