UN DEMONE IN ME

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di guardarmi allo specchio e di vedermi con i tratti alterati come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante con capelli neri, tanti, crespi e spettinati, (io sono bionda e liscia) con occhi scurissimi (che non ho).
Guardandomi ero stupita, ma non spaventata e dicevo tra me e me che quello che vedevo non era poi così demoniaco come mi aspettavo.”

Gorgona

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI E RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Questo inquietante sogno mi è stato inviato da una donna che è “bionda e liscia” di capelli, che non ha gli “occhi scurissimi” e che nel camuffarsi sceglie il nome originale di “Gorgona”, sintetizzando e personalizzando le tre “Gorgoni”, riassumendole e mettendosi addosso le loro mitiche proprietà.
Quanto complesso e spontaneo è l’umano sognare!
L’autrice del sogno è andata a scomodare tre semi-divinità mostruose della fertile mitologia greca per dare da se stessa una prima lettura e definizione al suo sogno.
E la sua intuizione non è andata lontano dalla verità, perché il nome originale che si è dato, “Gorgona” per l’appunto, concentra gran parte del “contenuto latente”, il significato profondo del sogno.
Necessita conoscere da vicino le Gorgoni.
Erano tre sorelle e si chiamavano Steno, Euriale e Medusa, tre divinità femminili che i Greci avevano sistemato nel loro Olimpo intelligente per rappresentare la “parte negativa” del “fantasma collettivo” in riguardo all’universo femminile, una serie di vissuti pessimistici codificati dal potere culturale e politico maschile nella Grecia del primo millennio “ante Cristum natum” in espresso riguardo alla “donna”.
Le Gorgoni avevano un aspetto mostruoso, avevano ali d’oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli. Avevano il potere di pietrificare chiunque le guardasse direttamente negli occhi: “chiunque” leggasi qualunque maschio.
Cosa significa questo magico effetto?
Pietrificare significa togliere le emozioni e l’affettività, destituire il corpo e la mente di energia vitale, la freudiana “libido”, il greco “daimon” di cui si dirà più avanti. E’ manifesto l’attribuire alla donna da parte del maschio la capacità di castrare, di svirilizzare, di rendere impotenti, di indurre la follia: tutte angosce maschili alienate e traslate, pari pari, nella donna in quanto alla causa. Il complesso psicoanalitico di “castrazione” e il “fantasma di morte” hanno radici
lontanissime.
Il potere culturale maschile vietava in tal modo, pena la morte, ai maschi di addentrarsi nei misteri bio-psichici del “principio femminile”, impediva di conoscere le verità ancestrali della donna e della madre in primo luogo, esprimendo un’atavica “angoscia collettiva maschile” nei riguardi delle misteriche e misteriose “signore della vita e della morte”, l’archetipo Madre e la Legge sacra del Sangue per l’appunto.
La Gorgone più tremenda e conosciuta era Medusa, unica mortale fra le tre sorelle e loro regina, che, per volere di Persefone, era la custode degli Inferi, il regno sotterraneo delle ombre. Medusa aveva serpenti per capelli e non a caso. Le Gorgoni erano divinità maligne ma bellissime, nonostante le fattezze mostruose, al punto di competere con Athena. Rappresentavano tre forme di perversione: Euriale era detta la “spaziosa” o colei che era del vasto mare e rappresentava la “perversione sessuale” anche per questa sua recettività. Steno era detta la “forte” e condensava la “perversione morale”. Medusa era detta la “sovrana” e conteneva la “perversione intellettuale” spiegando in tal modo i serpenti nei capelli come una forma di sapere interdetto e condannato.
Ecco evidenziati i fantasmi e le angosce maschili del popolo greco sin dalla metà del primo millennio prima di Cristo: la sessualità e la castrazione, l’empietà e il mancato riconoscimento delle divinità tradizionali, la filosofia priva di etica e la scienza fine a se stessa e senza valori.
Prima delle Gorgoni, la “Fantasia collettiva” dei Greci aveva elaborato le Moire, tre sorelle divinità della Vita e della Morte, Cloto, Lachesi e Atropo. Cloto filava lo stame della vita, Lachesi avvolgeva sul fuso il filo della vita e ne decideva la lunghezza, Atropo inflessibilmente recideva il filo con lucide cesoie.
Questo è accaduto nell’ambito culturale greco.
In quello ebraico la prima donna e la prima moglie di Adamo si chiamava Lilith ed era stata religiosamente e culturalmente criminalizzata perché al marito non piaceva assolutamente che nell’amplesso sessuale stesse sopra, andando, più che contro le leggi di gravità, contro le regole del conclamato primato maschile. Nella sostanza più netta e più cruda Lilith chiedeva la parità culturale e politica dei sessi, fatte salve le prerogative e le funzioni. Per questa arroganza e prepotenza il buon Padre eterno, maschio anche lui, fu costretto a dare alla creatura privilegiata Adamo una compagna degna di lui, una femmina che soccombesse al suo volere e al suo desiderio. All’uopo fu artefatta dalla sua costola, a testimoniare la dipendenza e l’inferiorità anche biologica, la progenitrice Eva, la seconda donna del Genesi.
Lilith o meglio la “parte negativa” del “fantasma della donna” fu criminalizzata e relegata a madre delle figure demoniache e sempre in funzione
antimaschile. I demoni erano gli angeli che si erano ribellati a Dio ed erano stati cacciati dalle sfere celesti per portare il “male” tra gli uomini e mettere alla prova la loro fede in Dio.
Da Lilith alla figura cristiana della strega il passo è breve. La strega è la “parte negativa” del “fantasma femminile”, la donna maligna che seduce, castra e uccide, la signora della vita e della morte, la depositaria perversa della Legge del sangue.
Ma ritorniamo alle Gorgoni e al male che condensavano, la perversione sessuale, morale e intellettuale.
Il potere culturale e politico greco, gestito dai maschi, aveva fissato che la donna poteva dare la morte con la sessualità, indurre all’immoralità infrangendo le norme costituite, comunicare un sapere contrario agli interessi della “polis” o città stato e della “koinè” o comunità greca.
Questo preambolo mitologico era necessario per una migliore comprensione del sogno di Gorgona, la quale ha tirato fuori inconsapevolmente nel firmarsi le sue angosce sessuali, morali e intellettive.
La decodificazione dirà meglio della qualità dei fantasmi della protagonista.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di guardarmi allo specchio e di vedermi con i tratti alterati…”

Ha un qualcosa di narcisistico il “guardarmi allo specchio”, ma fondamentalmente attesta di un bisogno di maggiore e migliore consapevolezza a causa dell’emergere nella coscienza di materiale psichico rimosso o sedimentato o dimenticato. Il “guardarsi allo specchio” è decisamente una pulsione apprezzabile che denota un naturale amor proprio, quella dose giusta di narcisismo che quotidianamente non guasta, specialmente al mattino dopo il caffè. Gorgona si vuole bene, avverte l’esigenza di “sapere di sé”, si libera dalle “resistenze” che falsano l’immagine psichica che ha di sé e che impediscono l’afflusso nella coscienza del materiale psichico rimosso.
Ed ecco che non si vede allo specchio come si era sempre vista e come credeva di essere, Gorgona si vede “con i tratti alterati”.
Ricordo, di passaggio, la teoria dello “stadio dello specchio” di Jacques Lacan, l’enigmatico psicoanalista francese del secolo scorso, secondo la quale il bambino, dai sei mesi fino ai due anni, ha un senso rudimentale dell’Io proprio guardandosi allo specchio e riconoscendo progressivamente la sua immagine.
Gorgona ha scoperto qualcosa d’importante di sé, una deformazione del suo “Io”, la sua sfera istintiva ed emotiva, le sue pulsioni e i suoi affetti, la sua componente neurovegetativa incontrollabile. I “tratti alterati” condensano parti psicosensoriali non ammessi alla consapevolezza dell’Io perché vissuti male, non accettati, rimossi, alienati.
Ma vediamo con precisione di quale “fantasma” si tratta.

“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante,”

Un demone urlante!
Meglio: “una specie di figura demoniaca urlante”!
Mai paura!
Non è un perverso demone ebraico e cristiano, è un “daimon” greco, uno spirito vitale di cui dicevano i maghi, un’energia di cui Socrate parlava e che sentiva dentro prima di bere la cicuta, una “libido” a cui Freud applicava le sue fatiche scientifiche, uno “slancio vitale” di cui filosofava Bergson, una forma di follia che si scatenava nei riti dionisiaci. Se, poi, il “demone” è anche “urlante”, bisogna riflettere sulla sua forza e sulla repressione a cui è stato sottoposto. La “vital libido”, gestita dal “sistema neurovegetativo”, è venuta fuori da Gorgona appena le condizioni psicologiche lo hanno permesso, appena il sistema repressivo del “Super-Io” ha allentato le sue catene e ha lasciato libero spazio alle pulsioni dell’istanza “Es” con la gratificante possibilità di venire a galla e di vedere la luce della consapevolezza manifestandosi alla coscienza di Gorgona.
La “rimozione” delle pulsioni è fallita ed è emerso il “daimon” represso e gli istinti abbrutiti nelle oscure carceri della psiche.
Ripeto: l’intensità dell’urlo liberatorio è direttamente proporzionale all’intensità della repressione. L’urlo è catartico e libera angosce profonde. Si pensi all’urlo di Munch, un’opera di semplice fattura ma di grande simbolismo e di forte effetto cenestetico, filosofico e psicoanalitico.
La “figura” attesta di anonimato emotivo e di sagoma geometrica, della freddezza logica della morte senza identità, senza storia e senza vissuti.
Gorgona non ha riconosciuto a suo tempo i suoi istinti e le sue pulsioni, le ha respinte e rimosse relegandole a livello psichico profondo.
Ma vediamo i tratti caratteristici di questo “daimon” o meglio di queste pulsioni vietate e dimenticate.

“con capelli neri, tanti, crespi e spettinati, (io sono bionda e liscia) con occhi scurissimi (che non ho).”

Tutto all’incontrario di come è ed appare Gorgona, una donna bionda e liscia di capelli, un “Io” tranquillo e senza tanti fronzoli per la testa, mentre il suo “daimon”, la carica vitale degli istinti e delle pulsioni, ha “capelli neri, tanti e spettinati”, proprio quasi l’opposto.
Traduciamo i simboli: tanti pensieri pessimistici rimossi, tanta confusione mentale non avendo riconosciuto la vita pulsionale. Nella realtà e nella vigilanza razionale Gorgona non fa una piega, è senza slanci e senza movimenti, una donna molto controllata e “liscia”. Quest’ultimo attributo è la metafora di una persona senza emozioni forti e senza slanci istintivi. Anche in dialetto siculo “liscia” si traduce un’assenza di emozioni e e di investimenti affettivi nelle relazioni sociali.
E poi, gli “occhi scurissimi”, che Gorgona non ha nella realtà, sono sempre un simbolo della vigilanza razionale, ma in questo caso sono diversi più che opposti e mettono in evidenza le pulsioni dell’Es, che non ha vissuto adeguatamente e liberamente, e l’autocontrollo dell’Io secondo la normalità più educata e composta. Gorgona ha vissuto il suo corpo in maniera conflittuale con la sua mente, ha subito l’imposizione educativa di porre un’opposizione religiosa tra la carne e lo spirito.

“Guardandomi ero stupita, ma non spaventata…”

Gorgona è pronta alla presa di coscienza, per cui, adesso, non si meraviglia di un diavolo dentro di lei e di questo mondo interiore innervato e legato ai suoi sensi. Gorgona è consapevole di averlo improvvidamente a suo tempo rifiutato, per cui non c’è dolore o rammarico o sorpresa: lei sa e si dispone naturalmente alla riappropriazione dell’alienato.
Lo stupore di “stupita” conferma simbolicamente la caduta della vigilanza razionale. Gorgona non teme il “daimon” represso che adesso vuol vedere la luce. Gorgona non ha paura del “non nato di sé” e si appresta a viverlo e a guardarlo in faccia, viso a viso, corpo a corpo.

“e dicevo tra me e me che quello che vedevo non era poi così demoniaco come mi aspettavo.”

Confabulando tra sé e sé, Gorgona esprime la consapevolezza del suo “daimon” senza sorpresa e senza sbalordimento. Il suo “daimon” è naturale e non ha niente di metafisico o tanto meno di maligno. E’ una “parte di sé” disconosciuta e rimossa per opera nefasta di un rigido e tirannico “Super-Io” che aveva censurato la vitalità pulsionale, il “daimon” per l’appunto.
Brava Gorgona che non è diventata né un mostro, né una santa, ma una donna compatta e piena delle sue cose femminili.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gorgona rielabora la psicodinamica della colpevolizzazione e della “rimozione” dello “spirito vitale” e degli istinti, nonché della progressiva presa di coscienza del materiale psichico rimosso e della riappropriazione dell’alienato. In questa psicodinamica sono particolarmente coinvolte le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. Il primo non ha saputo e potuto mediare tra le spinte pulsionali dell’Es e le censure repressive del “Super-Io”, lasciando a quest’ultimo di spadroneggiare e di rafforzarsi improvvidamente nella “organizzazione psichica reattiva” di Gorgona.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica pulsionale “Es” è manifesta in “tratti alterati” e “una specie di figura demoniaca urlante”.
L’istanza psichica razionale “Io” è presente in “guardarmi allo specchio” e in “guardandomi” e in “dicevo tra me e me”.
L’istanza psichica censoria “Super-Io” si lascia cogliere come la causa della repressione della sfera pulsionale e istintiva, il “daimon” di Gorgona.
La “posizione psichica narcisistica” esordisce nel sogno per poi lasciare il posto alla “posizione psichica anale”: “ho sognato di guardarmi allo specchio” e “come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Sono usati da Gorgona i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia:
la “rimozione” e il suo mancato funzionamento con il “ritorno del rimosso” in
“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”, la “condensazione” in “tratti alterati” e “figura demoniaca”, lo “spostamento” in “capelli neri, crespi e spettinati e occhi scurissimi”, la “drammatizzazione” in
“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”.
Non sono presenti i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Gorgona evidenzia un tratto psichico isterico, “ritorno del rimosso” sotto forma di sintomo, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” “orale”: sensibilità agli affetti e tendenza alla dipendenza.

FIGURE RETORICHE

Sono presenti nel sogno di Gorgona le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “specchio” e “figura demoniaca urlante” e “liscia” e in altro, la “metonimia” o relazione logica e concettuale in “tratti alterati” e in “capelli crespi spettinati”, la “enfasi” o forza espressiva in “urlante” e in “crespi” e in “occhi scurissimi”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una repressione della sfera pulsionale e di una “rimozione” progressiva fino al “ritorno del rimosso” sotto forma di sintomi per procedere successivamente a una salutare presa di coscienza.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gorgona di portare avanti il processo in atto di razionalizzazione del rimosso e di riappropriazione del non vissuto e di quello che aveva alienato per imposizione del “Super-Io” e per educazione. Gorgona deve mettere in atto il “rimosso” e il “non vissuto” sotto forma di vita affettiva sessuale e sociale con disinibizione morale e senza ipocrisie intellettive.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una repressione degli istinti e in un “ritorno del rimosso” dopo un nuovo fallimento della “rimozione” con sintomi psicosomatici pesanti e un danno relazionale con difficoltà di convivenza e di investimenti di “libido”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gorgona è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, causa scatenante del “resto notturno”, sogno, di Gorgona si attesta in una riflessione e considerazione della sua realtà psichica in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Gorgona è introspettiva e discorsiva, alla luce della sua disposizione alla presa di coscienza del rimosso.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Gorgona rievoca la questione degli indemoniati e degli esorcisti, degli angeli e del demonio, dell’acqua santa e del patto con il diavolo, una vasta letteratura antropologica che affonda le radici nelle primissime tracce culturali dell’uomo quando da sveglio sognava e non ragionava o, meglio, quando ragionava per simboli e suggestioni.
La Bibbia e le religioni mesopotamiche identificano i demoni negli angeli che si sono ribellati a Dio e alla sua volontà per invidia e per arroganza: Lucifero, Satana e Belzebù.
Lucifero significa “portatore di luce” ed è simbolo della razionalità, del portare la luce sulle tenebre dell’ignoranza e si attesta nella perversione del sapere di sé e dell’altro, nell’assenza dell’acritica fede. Medusa è assimilabile a Lucifero in questo culto della scienza laica e profana.
Satana si traduce in colui che si oppone a Dio e rappresenta il male morale, la lussuria e la perversione sessuale. Euriale rievoca questa diffusa figura del male prevalentemente sessuofobico.
Belzebù condensa il principio metafisico del Male in opposizione a Dio, principio del Bene, e presenta i caratteri dell’immoralità e della trasgressione più spinta e in prevalenza di ordine neurovegetativo.
L’ipnositerapia ha dimostrato nel secolo scorso che si potevano indurre dei sintomi in persone ipnorecettive e la Psicoanalisi ha spiegato che i cosiddetti indemoniati erano persone fortemente nevrotiche, affette da conversioni isteriche, e che gli esorcisti erano dei maghi più o meno religiosi.
Il meccanismo psichico di difesa che usavano e usano in prevalenza è “l’annullamento d’angoscia” attraverso il rito o la conversione isterica più accettabile perché meno dannosa.
Non mi dilungo su questi tortuosi temi anche perché ho preferito la mitologia greca alla teologia cristiana nell’ampio paragrafo iniziale delle “Considerazioni”.
Passo al prodotto culturale equivalente al sogno di Gorgona.
Correva l’anno 1989 e secondo i generi musicali blues, funk e pop Zucchero Fornaciari intitolava “diavolo in me” la canzone in questione.
Il testo coglie bene la pulsione sessuale che ognuno ha dentro e che viene scatenata da un oggetto esterno, la donna in questo caso. L’investimento di “libido” è descritto in parole semplici perché la musica e il ritmo hanno il sopravvento. Il testo si condensa in “sei proprio un angelo tu che accendi un diavolo in me”, un’opposizione semantica o di significati molto efficace tra il sacro e il profano.
Alcune parole sono soltanto suoni e attestano la musicalità del brano, oltre a confermare che il linguaggio è anche espressione personale dei contenuti psichici profondi, i fantasmi.

DIAVOLO IN ME
di Zucchero Fornaciari detto Sugar

I’ve got the devil in me!
gloria nell’alto dei cieli
ma non c’è pace quaggiù
non ho bisogno di veli
se già un angelo tu
che accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah
le strade delle signore
sono infinite lo sai
anch’io ti sono nel cuore
e allora cosa mi fai
accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah

(coro)
t r saluta i tuoi
o u e bacia i miei
b l che sensazione! e
t r spengo cicche
o u tu accendi me
b l e che confusione

dai che non siamo dei santi
le tentazioni del suolo
sono cose piccanti
belle da prendere al volo
accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah

(coro)
t r saluta i tuoi
o u e bacia i miei
b l che sensazione! e
t r spengo cicche
o u tu accendi me
b l e che confusione

gloria nell’alto dei cieli
ma non c’è pace quaggiù
non ho bisogno di peli
sei proprio un angelo tu
che accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me,
forse c’è un diavolo in me …

 

 

 

DON BALDUCCIO SINAGRA SOGNA E CHIEDE A “ME CHE SO”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Caro dottore,
tu che sai, mi sai dire cosa vuol dire che quando sono fatto di acido vedo il pavimento fatto di figure geometriche perfette, un pavimento bello ma gelido.
La stessa cosa ho visto quando mi hanno dato dei farmaci in ospedale.
La stanza era fatta di pezzi geometrici come un puzzle.
Devo dirti che quando è morta mia madre, le ho chiesto se mi faceva la cortesia di farmi capire in sogno cos’è e com’è la morte e anche cosa c’è dopo, se c’è qualcosa.
Dopo qualche giorno in sogno ho visto mia madre che mi mostrava una strada tutta geometrica e lucida, quasi perfetta, fatta di grandi mattoni di ceramica dal colore nero o comunque scuro.
Che mi dici di questo ambaradan tu che sai?
Ciao da don Balduccio Sinagra.”

Questo è quanto mi scrive don Balduccio Sinagra, il vecchio capomafia della serie televisiva “Il commissario Montalbano”.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quella di don Balduccio è una lettera estrosa e interessante che contiene uno sprazzo di sogno e un tema d’interesse scientifico. Quest’ultimo verte sul rapporto tra acido lisergico e attività neurofisiologica del sogno, tra le allucinazioni prodotte da assunzione di L.S.D. o farmaci e quelle prodotte nel sogno dal sonno.
Bravo il simpatico e ironico Balduccio!
Ancora: “tu che sai”, “ti sa” o “ti ti sa” o “ti che ti sa”, è un modo di dire classicamente veneto, per cui suppongo che dietro don Balduccio Sinagra si nasconda un veneto sornione che si è identificato in un mafioso siculo: una buona trovata!
Non mi resta che procedere e cercare di non deludere il vecchio don Balduccio.
Non si sa mai!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“mi sai dire cosa vuol dire che quando sono fatto di acido vedo il pavimento fatto di figure geometriche perfette, un pavimento bello ma gelido.”

“mi sai dire cosa vuol dire” è un fenomenale incastro di parole, un “mix” calibrato e denso di sensi e di significati che farebbe invidia al miglior Dante Alighieri per la sua “Umana commedia”.
“Sapere” deriva dal latino “sapio” e significa “aver sapore” ed è legato strettamente al gusto delle cose, alla conoscenza come sensazione, almeno nella sua prima tappa.
“Sai dire”: il “sapore senso” è associato alla “parola” che è la traduzione in energia fonetica di una comunicazione all’interno di una relazione.
Il “dire” è in primo luogo e nella stesso tempo un “dare nome”, un volgare nominare e un sacro “battezzare”, dare la vita.
“Vuol dire”: quale “significato” si può dare al senso e al sapore di suoni che formano parole?
Volgarmente e in sintesi don Balduccio sta chiedendo delle spiegazioni.
L’esordio è interessante, ma il prosieguo è decisamente intrigante.
“Quando sono fatto di acido”: un capomafia non si fa mai di L.S.D., non è un artista, non è un creativo, non cerca verità astratte dentro di lui e non pensa minimamente a partorirle attraverso una sostanza stupefacente casualmente scoperta negli anni quaranta durante la ricerca in laboratorio di un barbiturico.
E, allora, don Balduccio è veramente un ribaldo, un impostore uso a pratiche insane e veramente dannose per la salute dei neuroni e per l’equilibrio psicofisico. Oltretutto L.S.D. è una droga pericolosissima in quanto, essendo allucinogeno, stravolge la percezione della realtà destando, soprattutto, quelle sensazioni di leggerezza che portano a provare il volo e a lanciarsi da ponti o da grattaceli. Lo sanno bene gli scriteriati candidati al viaggio allucinogeno e proprio per questo motivo si fanno accompagnare da un complice che resta savio e controlla eventuali assurdità psico-percettive nello sballato di turno, stravolgimenti emotivi e alterazioni motorie che sono legati alle allucinazioni e alle sensazioni in atto. L’assunzione di “acido lisergico” induce la caduta dell’autocontrollo e della coscienza vigilante in una con la perdita del “principio di realtà”. Emerge dalla dimensione profonda una notevole mole di pulsioni collegate ai “fantasmi” ormai incontrollati e incontrollabili.
Tecnicamente l’istanza “Es” e buona parte del suo patrimonio tensivo
lasciato a briglia sciolta prevalgono sulle attività coscienti dell’istanza “Io” e su quelle limitanti dell’istanza censoria “Super-Io”.
Il pericoloso squilibrio psicotico è servito, anzi, è stato ottenuto!
Le alterazioni sensoriali si manifestano pericolosamente come risultato di tanta ed eccessiva stimolazione.
Aggiungo che chi sorbisce sostanze stupefacenti mette in gioco la personale formazione culturale ed evoluzione psichica. Paradossalmente le droghe diagnosticano il tipo di “organizzazione psichica reattiva” in base ai sintomi che producono. La crisi paranoica o isterica o ossessiva o depressiva o fobica o schizoide o di altro tipo che subentra durante l’effetto droga, alcool compreso, rivelerà ed evidenzierà la forma psichica, la personalità, il carattere, la struttura, in un solo termine la “organizzazione psichica reattiva” del povero fruitore.
Dopo questa utile digressione torniamo al nostro personaggio.
Ecco le allucinazioni del signor Sinagra, pardon, di don Balduccio!
“vedo il pavimento fatto di figure geometriche perfette”.
La simbologia complessiva riguarda la freddezza razionale e l’assenza di emozioni, un “fantasma di morte”, proprio gli stessi vissuti e la stessa miscela psicofisica che è in atto nell’aspirante suicida un minuto prima di commettere l’insano gesto di togliersi la vita con qualche espediente convenzionale o personale.
Mai migliore sintesi ha condensato il corredo razionale e sensoriale del suicidio: “pavimento fatto di figure geometriche perfette”.
Del resto, L.S.D. è una droga da lento e progressivo suicidio, in quanto distrugge irreparabilmente i neuroni e gli apparati vitali gestiti dal “sistema neurovegetativo”, respiro, cuore, reni, ghiandole endocrine e compagnia cantante. Don Balduccio con la sua “cartina” assorbente imbevuta di acido non fa altro che suicidarsi lentamente a basso dosaggio, per cui la simbologia è azzeccatissima.
Ma bisogna considerare il motivo per cui don Balduccio lo fa e si fa.
Per esaltare la creatività come gli artisti?
Per esaltare il pensiero come i filosofi?
Per evadere dalla triste realtà e dalla fredda ragione?
Per provare nuove emozioni?
Per essere della partita insieme al suo gruppo?
Per curarsi la depressione o le angosce recondite?
Chissà!
Balduccio, il furbetto, sicuramente non lo sa.
Balduccio, di certo, ha in circolazione un consistente “fantasma di morte” che lo induce a pratiche deleterie e mortifere.
“un pavimento bello ma gelido”: la terra, “un pavimento”, gelida è simbolo della “parte negativa” del “fantasma” e dello “archetipo Madre”. Rievoca il freddo marmo dell’obitorio. La morte affascina perché è bella, ha una sua valenza estetica,”pavimento bello”, in quanto la si pensa come trasfigurazione a miglior forma e a miglior vita: la speranza degli illusi e di coloro che vivono a metà. Se, poi, la morte s’imbeve e si colora di sacro, allora la tragedia è irrimediabilmente servita. Il terrorismo di oggi e l’eroismo di sempre hanno portato al martirio, all’esaltazione patologica della componente depressiva incapsulata a livello psichico profondo, nonché alla messa in atto della carica dinamitarda contro se stessi e contro gli altri. Il “gelido” si associa sempre al rigore della morte cerebrale e alla totale irreversibile caduta delle emozioni e dei sentimenti.
Che brutte simbologie!
Ma, del resto, questo siamo anche noi.

“La stessa cosa ho visto quando mi hanno dato dei farmaci in ospedale.”

Balduccio è saggio, ha associato alla reazione chimica del farmaco l’alterazione psicosensoriale procurata dall’assunzione di “acido lisergico”. Sempre un “fantasma di morte” si muove di fronte alle reazioni chimiche, un dato psichico legato alla “sindrome depressiva” che accompagna questa lettera di don Balduccio Sinagra.
Sarà interessante vedere lo spezzone di sogno per trovare la conferma a quello che il baldo don Balduccio ha per il momento richiesto come spiegazione a “chi sa”, a me mago che ho il sapore delle cose e so tradurlo in parole.
L.S.D. è una sostanza chimica come i farmaci sorbiti da Balduccio in ospedale. Come la scienza Chimica impone, è avvenuta l’alterazione psicosomatica, ma i contenuti dei “fantasmi” sono esclusivamente quelli di don Balduccio e sono diversi da quelli di altri soggetti messi nelle stesse condizioni di alterazione chimica, come ho detto e spiegato in precedenza.

“La stanza era fatta di pezzi geometrici come un puzzle”.

Ripeto.
L’allucinazione farmacologica è squisitamente chimica e a livello psicologico in don Balduccio si compiace di questa immagine fatta di “pezzi geometrici”. Il suo “fantasma di morte” prende soggettivamente questa forma che condensa la freddezza logica e l’assenza di emozioni, lo stato psicosomatico classico dell’aspirante suicida.
Il “puzzle” attesta di questa frammentazione psichica tenuta insieme da assenza totale di significativa “libido”, in attesa che si stacchi del tutto la spina dal residuo vitale.
La “stanza” rappresenta simbolicamente una parte, non meglio precisata, della casa psichica di don Balduccio Sinagra, quella in cui si è malignamente formato e annidato un tratto depressivo nei primissimi anni della sua “formazione psichica reattiva”.

“Devo dirti che quando è morta mia madre, le ho chiesto se mi faceva la cortesia di farmi capire in sogno cos’è e com’è la morte e anche cosa c’è dopo, se c’è qualcosa.”

Ecco la prova del “fantasma depressivo di morte” in movimento verso la coscienza!
Balduccio non ha ancora razionalizzato il lutto legato alla perdita della sua adorata mamma. Balduccio ha mantenuto un contatto psichico di stampo magico con lei tramite il canale privilegiato del sogno e ha appagato il suo bisogno di avere una verità fisica e metafisica: “com’è la morte e anche cosa c’è dopo, se c’è qualcosa”.
Chi meglio della madre dipartita può aiutare il figlio in piena crisi esistenziale e psichica?
Quale migliore farmaco della mamma, “che sa” della “morte” e del “dopo” morte, può alleviare le angosce di don Balduccio?
Balduccio è un uomo che ha bisogno di “chi sa”, di me e della mamma, per i suoi dubbi metafisici e per le sue debolezze esistenziali, così come ha supportato le sue angosce con l’assunzione di sostanze chimiche allucinogene. Infatti, L.S.D. funge da psicofarmaco per una sindrome depressiva in azione, una reazione chimica che frastorna il “sistema neurovegetativo” e illude su una possibile remissione e risoluzione del “fantasma” psichico, ma che alla fine porta all’autodistruzione, l’esaltazione della pulsione sadomasochistica.
L’odissea psichica di don Balduccio continua, a riprova che anche i più incalliti mafiosi non sono esenti da fattori squisitamente umani, oltre alle pienezze delle loro miserie.
Com’è la morte?
Come la vivi in vita: l’onnipotenza di chi non vive appieno la sua vita.
C’è qualcosa dopo la morte?
“Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”
“Non lo so, ma sento che avviene e mi tormento.”
Questo diceva Gaio Valerio Catullo in un carme per le pene d’amore e di sesso.

“Dopo qualche giorno in sogno ho visto mia madre che mi mostrava una strada tutta geometrica e lucida, quasi perfetta, fatta di grandi mattoni di ceramica dal colore nero o comunque scuro.”

La solerzia premurosa della mamma o la suggestione riparatrice di don Balduccio fanno in modo che, poste le domande, arrivino le risposte con urgenza e appena “dopo qualche giorno”.
Don Balduccio ha proprio una crisi depressiva in corso. Aveva un’alleata amorevole in vita e non si è rassegnato alla sua perdita, non ha ancora razionalizzato il lutto e mantiene un contatto privilegiato con la madre al fine di esorcizzare l’angoscia di morte.
Analizziamo il sogno: allucinazione della madre, “fantasma di morte”, come al solito, rappresentato simbolicamente con la lucida geometria razionale di una “strada” e “di grandi mattoni di ceramica dal colore nero”. Il colore, “comunque scuro” e lucido, condensa il classico cromatismo della morte. Il breve sogno di don Balduccio conferma l’assenza di emozioni in un corpo che non sente, non vive e non ha coscienza. La perfezione, “quasi perfetta”, è simbolo d’inumanità, di assenza di vita. Non a caso si attribuisce alle divinità, alle entità immaginarie.

“Che mi dici di questo ambaradan tu che sai?”

“Io che so” ho ampiamente risposto al ribaldo allucinato Balduccio. Ho dipanato la gran confusione mentale e la grande angoscia del sedicente “capo-bastone”. Spero che il suo “ambaradan” abbia lasciato il posto a una migliore consapevolezza del suo stato psichico.
Baciamo le mani, don Balduccio Sinagra!
Vossignoria mi resta in debito.

PSICODINAMICA

Il sogno di don Balduccio Sinagra sviluppa la psicodinamica della “razionalizzazione del lutto” in riguardo alla figura materna e manifesta un chiaro “fantasma depressivo di morte” parzialmente risolto dall’assunzione del classico “acido allucinogeno lisergico”. Esibisce una “posizione edipica”, legame affettivo e possessivo nei riguardi della madre, nonché una “posizione orale”, smodato bisogno d’amore e d’affetto. Si evidenzia la convenzionale esigenza di alienarsi in un “aldilà” salvifico e salutare, un rimedio a tutti i mali personali e collettivi del tempo e della storia.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica “Io” è presente in riguardo al breve sogno in “ho visto”.
L’istanza psichica “Es” si manifesta in “una strada tutta geometrica e lucida”.
L’istanza psichica “Super-Io” non ricorre.
La “posizione psichica “orale” ed “edipica” si desumono nei bisogni affettivi e nella relazione privilegiata con la madre.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno lettera di don Balduccio Sinagra usa i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in figure geometriche fredde e lucide”, lo “spostamento in “pavimento gelido perfetto” e in “strada lucida”.
Non sono presenti i processi psichici di difesa della “regressione” e della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

La lettera e il sogno attestano di un tratto “depressivo” all’interno di una cornice “orale”: paura di perdere affetti e dipendenza psichica.

FIGURE RETORICHE

Nel prodotto psichico di don Balduccio sono presenti la “metafora” in “figure geometriche”, la metonimia” in “strada tutta geometrica e lucida, quasi perfetta”, la “enfasi” non si evidenzia perché l’esagerazione dei temi è realistica.

DIAGNOSI

Don Balduccio Sinagra è affetto da angoscia depressiva e da dipendenza affettiva nei riguardi della figura materna. Non ha ancora razionalizzato il lutto della perdita di tanta madre e si compensa con pratiche stupefacenti veramente e oltremodo dannose in quanto sollecitano in maniera abnorme il “sistema neurovegetativo” procurando disfunzioni sensoriali di ampio spettro.

PROGNOSI

In primo luogo è giusta prognosi prescrivere a don Balduccio la definitiva cessazione di ogni pratica stupefacente e di portare a compimento il distacco psichico dalla madre defunta. Balduccio deve rafforzare le relazioni affettive e significative in atto senza indulgere in “traslazioni” compensative patologiche e in “spostamenti” oltremodo dannosi. L’ironia che lo contraddistingue deve commutarsi in autoironia e in amorosa cura della sua persona senza cadute in “metafisiche dell’alto”, le religioni alienanti, o in “metafisiche del basso”, il materialismo consumistico.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza della “sindrome depressiva” con il forte bisogno di variare lo stato di coscienza e il rischio di usare sostanze incongrue. Don Balduccio deve portare avanti il processo di “razionalizzazione del lutto” per acquisire una consapevolezza propedeutica all’autonomia psichica.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di don Balduccio Sinagra è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di don Balduccio Sinagra è legata alla sindrome depressiva in atto e al ricordo di quando assumeva cartine assorbite di “acido lisergico”.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno e della lettera di Balduccio è ironica e autoreferenziale, senza tanti orpelli retorici e morali. Anche la comunicazione delle sue angosce profonde avviene in un ambito psichico di sorniona superficialità.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La lettera con sogno di don Balduccio Sinagra si contraddistingue per il fattore allucinatorio, alterazione psicosensoriale legata all’assunzione di “acido lisergico” in privato e di farmaci in ospedale da sveglio. Lo stesso fattore è legato alla dimensione onirica da dormiente.
Lo stesso Balduccio mi chiede la differenza e pone la domanda: “Che mi dici di questo ambaradan tu che sai?”
I cinque sensi, sollecitati dalle sostanze chimiche, vengono attivati in maniera abnorme nella veglia al punto di tradursi in immagini, suoni, sapori, odori, sensazioni tattili. Il tutto avviene secondo natura biologica per continuare a vivere, ma non in pieno rispetto della normalità. Se gli stessi sintomi li abbiamo da svegli senza una causa scatenante oggettiva, allora si tratta di sintomi psichiatrici e denunciano una psicopatologia grave o uno stato di crisi a causa dell’insorgere di tensioni neurovegetative oltremodo potenti e legate ai “fantasmi” che il sistema psicofisico non riesce a contenere e a mantenere in equilibrio. La mente e il corpo hanno subito una crisi dell’omeostasi.
Le allucinazioni sensoriali sono naturali e normali nel sogno durante il sonno e in special modo durante le fasi R.E.M., quando la tensione neurovegetativa è talmente alta da portare, sempre in sonno, i bulbi oculari e l’intero organismo a muoversi e agitarsi in maniera inconsulta.
Questa è la spiegazione più semplice.
Caro don Balduccio Sinagra, quella che segue è la spiegazione scientifica e attuale più complessa, quella del premio Nobel Eccles.
Adesso ti tocca leggerla per saperne di più.
Alla fine, in onore alla memoria della tua mamma e dedicata a tutte mamme del mondo, troverai la consolazione di una canzone, in testo e in video, molto significativa, un prodotto culturale del 1940 a firma di Bixio e Cherubini che si può definire l’equivalente del Padrenostro cristiano per la sua semplice universale sacralità: “Mamma”, cantata da Pavarotti, Martin e tanti bambini diversi per razza, nazione e cultura, ma identici nell’avere una mamma a cui rivolgersi e da ringraziare.

IL SOGNO SECONDO ECCLES

“L’Io e il Suo Cervello”, volume secondo, pagine 449,450,451,
Armando Armando Editore in Roma nel 1981.
Commento di Salvatore Vallone

Eccles

“Con il sonno muta il livello dell’attività cerebrale e l’attività dei neuroni.
L’elettroencefalogramma dimostra che quest’ultima durante il sonno è diversa rispetto alla veglia e che essi hanno perduto gli schemi di attività tipici della veglia. Alcuni vanno lentamente, altri velocemente. Si diffonde un certo stato di caos con scariche improvvise. Il sonno non interrompe l’attività dei neuroni che somiglia a un’attività disordinata.
La Mente autocosciente si trova a non aver nulla da leggere. Davanti a sé trova moduli chiusi. Deprivata di qualsiasi dato e questo è lo stato d’incoscienza nel sonno. Da una mancata lettura non viene fuori nulla.”

Commento

Il dato oggettivo dell’elettroencefalogramma attesta che il sonno comporta non soltanto una diversità nell’attività cerebrale e neuronica rispetto alla veglia, ma soprattutto un certo stato di caos e di disordine isterico da parte dei neuroni, una quasi follia dovuta alla mancanza degli schemi della veglia, delle modalità di azione e soprattutto di lettura dei dati da parte dei neuroni. Nulla da leggere e i moduli sono chiusi nell’incoscienza del sonno. I neuroni attivi nel disordine non producono alcunché.
Degna di nota è la definizione di “Mente autocosciente “ che si può tradurre psicologicamente nella consapevolezza dell’Io, nell’Io che “sa di sé” partendo dalla base organica e dalla funzione cerebrale.
Lo stato d’incoscienza nel sonno dipende dal caos dei neuroni, dalla mancanza di ordine e dalla chiusura dei moduli, dall’impossibilità della Mente autocosciente o “Io” di poter leggere e tradurre l’attività dei neuroni nella trama di un sogno.

Eccles

“Durante il sonno, ogni due tre ore, si effettua una certa attività cerebrale organizzata che si presenta nell’elettroencefalogramma con onde rapide a basso voltaggio.
Questo è il cosiddetto sonno paradosso.
Compaiono rapidi movimenti oculari e a questo punto la Mente autocosciente ritrova la capacità di leggere selettivamente l’attività dei moduli, come un sogno, accompagnate da strane e bizzarre esperienze coscienti ma comunque riconoscibile come suo. Durante il ciclo del sonno si può congetturare che la Mente autocosciente stia leggendo selettivamente le attività neuronali del Cervello, anche gli avvenimenti più disordinati, ma che nonostante questo le appartengono. Essi possono riferirsi a sue esperienze passate, a reminiscenze, a ripetizioni di esperienze dell’infanzia. A volte sono cosi bizzarre che non sono assimilabili con le esperienze della vita e non successe nella vita e non ricordate, ma che può essere investito di qualche significato più profondo che ignoriamo come Freud ipotizzò.
Questo è il modo in cui la Mente autocosciente lavora in rapporto al Cervello.”

Commento

L’elettroencefalogramma attesta della fase R.E.M., del sonno definito “paradosso” anche perché dovrebbe portare sollievo e non agitazione motoria. In questo stato la “Mente autocosciente” ritrova un suo equilibrio precario, ma migliore rispetto allo stato precedente di “entropia neuronale”. Si profila il sogno come capacità della “Mente autocosciente” di leggere i suoi moduli e di trovare in essi il sogno, un prodotto strano, ibrido, irreale, bizzarro, illogico, fatto di reminiscenze, di rievocazioni, di esperienze dell’infanzia, di assurdità e di significati che ignoriamo. Questo complesso inquietante di caratteristiche del sogno si lega al “processo primario” e all’elaborazione da esso operata. Il Sogno è il prodotto della “Mente autocosciente” o “Io” che ritrova la sua connotazione e la sua funzione usando i “processi primari”, il modulo, e compone il sogno. Quest’ultimo è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o Io legge l’attività dei moduli e produce il sogno.
Per quanto riguarda l’ignoranza del significato profondo dei sogni, non risponde a verità l’affermazione che Freud fosse scettico sulla possibilità di interpretare e comprendere i sogni. Non a caso nel 1900 diede alle stampe il testo “Interpretazione dei sogni”. I sogni erano prodotti dell’Inconscio come i sintomi e avevano un significato profondo che si poteva tradurre in un significato logico.
In ogni caso degna di rilievo è la convinzione sperimentale di Eccles che il Sogno è sempre in relazione con la Mente autocosciente o Io e il Cervello.

Eccles

“Con il risveglio sembra che la Mente autocosciente si riprenda gradualmente e che trovi alcuni moduli aperti e organizzati ricavando dalla loro attività strutturata sprazzi di illuminazione ed ecco che la coscienza nascente del nuovo giorno si manifesta sotto forma di esperienze frammentarie e parziali per poi ricostituirsi gradualmente. Ti ricordi dove ti trovi e ricapitoli quello che devi fare durante la giornata.
La Mente autocosciente per tutta la durata del sonno continua a esplorare e ad esaminare la corteccia cerebrale ricercando ogni modulo aperto e utilizzabile ai fini dell’esperienza. Molti sogni attraversano la Mente autocosciente che seguita a scandire l’attività del Cervello ma non vengono ricordati al risveglio. Il soggetto ricorda il sogno se viene svegliato nel momento in cui si manifestano i movimenti oculari e gli eventi neuronali associati con esso appaiono nella registrazione elettroencefalografica. Dieci minuti dopo non ricorda alcun tipo di sogno. E’ sicuro che nel sonno paradosso si sogna al novanta per cento riferiscono appena svegliati. La Mente autocosciente è in rapporto con il Cervello e svolge sempre l’azione di scansione sull’attività del Cervello ma non sempre il Cervello si trova in condizioni di comunicare con essa.

Commento

Il risveglio si attesta nel progressivo riappropriarsi da parte della “Mente autocosciente” di moduli aperti e organizzati che sono in connessione progressiva con la realtà in atto: il passaggio dal sonno alla veglia. La ricerca nella corteccia cerebrale del modulo aperto e disponibile ai fini di esperienza contraddistingue il sonno paradosso e il sogno. Si sogna nella fase R.E.M. e si ricorda se si viene svegliati, altrimenti i sogni sono destinati a essere dimenticati: questi prodotti mentali sono atti al dimenticatoio. Tra “Mente autocosciente” e “Cervello” non c’è sempre cooperazione e comunicazione, nonostante la loro relazione e la scansione della Mente autocosciente sull’attività del Cervello. I sogni non si ricordano nella loro globalità, se ne ricorda qualcosa, un “resto notturno”, il resto del sogno viene perduto anche se si sveglia il soggetto in piena fase R.E.M. con grave danno per la salute fisica e mentale, disturbo del sonno e psicosi. Eccles coglie nel segno nel dire che noi perdiamo gran parte di quello che sogniamo nel sonno paradosso o R.E.M.

Eccles

“Aspetto caratteristico dei sogni è la sensazione d’impotenza di chi sogna. L’esperienza onirica rivela l’incapacità ad agire volontariamente e che si agisce in sogno come un burattino. La Mente autocosciente può fare esperienze, ma non può agire realmente, che è esattamente la posizione dei parallelisti, come ad esempio i teorici dell’identità. La differenza tra gli stati di sogno e gli stati di veglia è una confutazione del parallelismo, un mondo parallelista sarebbe un mondo di sogno.”

Commento

Il sogno presenta molti altri aspetti inquietanti oltre l’impotenza ad agire e la caduta della volontarietà, metafora del “burattino”. Elenchiamo quelli conosciuti a tutt’oggi: la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, la coesistenza degli opposti, il gusto del paradosso, il declino etico e morale, il mancato riconoscimento della realtà, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio, la soddisfazione del bisogno, la compensazione della frustrazione, la riparazione del trauma, la risoluzione di problematiche complesse, l’intuizione artistica.
Il quadro è molto complesso perché si allarga a questi fattori che contraddistinguono il “processo primario”, la modalità mentale che si attesta nei seguenti meccanismi: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “drammatizzazione”, la “rappresentazione per l’opposto”, la “figurabilità”. E’ opportuno ricordare che il “processo primario” è la modalità della Mente o “Io” di organizzare e leggere i moduli del Cervello, è la modalità rudimentale di pensiero che si evolve sin dal primo anno di vita, prosegue raffinandosi nell’infanzia e si estende all’età matura. Il sogno è il prodotto dell’attività caotica neuronale del Cervello durante il sonno REM elaborato dai meccanismi del “processo primario”.
Eccles sostiene la tesi del “Dualismo” e dell’”Interazionismo” tra Cervello e Mente. Considera, inoltre, la “Coscienza” l’enigma più consistente della Cosmologia o della Realtà vivente.
Sempre nel brano esposto Eccles si pone una domanda che racchiude una questione: tra gli stati del sogno e la veglia c’è differenza? O si rischia di ammettere che il mondo è un sogno?
Eccles è contrario alle teorie del “Parallelismo” tra i due “Ordini”, l’ordine del Cervello e l’ordine Mente: “ordo cerebri et ordo mentis idem est” secondo i Parallelisti, “ordo cerebri et ordo mentis idem non est” secondo i Dualisti.
Questa speculazione risale alla Filosofia greca antica e si attesta in maniera consistente nella metodologia scientifica di Cartesio con la dialettica “Res cogitans” e “Res extensa”. Prosegue con Spinoza e i successivi filosofi per arrivare fino al secolo scorso. Le soluzioni oscillano tra il Razionalismo, il Panteismo, lo Spiritualismo, l’Empirismo, il Criticismo, l’Idealismo, il Positivismo e la Filosofia della Scienza.

NOTA BIOGRAFICA

John Carew Eccles, neurofisiologo e filosofo australiano, è nato nel 1903 ed è morto nel 1997. I suoi studi sulla “fisiologia dei neuroni” e la sua scoperta del “meccanismo biochimico dell’impulso nervoso” gli hanno procurato il premio Nobel per la Medicina nel 1963, riconoscimento condiviso con Lloyd Hodgkin e Andrew Fielding Huxley.

dottor Salvatore Vallone

Testo della canzone universal popolare “Mamma”,
scritta e musicata da Cherubini e Bixio nel lontano 1940

Mamma, son tanto felice
perché ritorno da te.
La mia canzone ti dice
ch’è il più bel giorno per me!
Mamma son tanto felice…
Viver lontano perché?
Mamma, solo per te la mia canzone vola,
mamma, sarai con me, tu non sarai più sola!
Quanto ti voglio bene!
Queste parole d’amore che ti sospira il mio cuore
forse non s’usano più,
mamma!,
ma la canzone mia più bella sei tu!
Sei tu la vita
e per la vita non ti lascio mai più!
Sento la mano tua stanca:
cerca i miei riccioli d’or.
Sento, e la voce ti manca,
la ninna nanna d’allor.
Oggi la testa tua bianca
io voglio stringere al cuor.
Mamma, solo per te la mia canzone vola,
mamma, sarai con me, tu non sarai più sola!
Quanto ti voglio bene!
Queste parole d’amore che ti sospira il mio cuore
forse non s’usano più,
mamma!,
ma la canzone mia più bella sei tu!
Sei tu la vita
e per la vita non ti lascio mai più!
Mamma… mai più!

 

 

 

 

 

 

 

 

UN’ALTRA VITA DOPO LA MORTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero con mia madre.
C’era anche mio padre che è morto.
“Sei tornato in vita?”, “Ma non eri morto?”, “Esiste un’altra vita dopo la morte?” gli chiedo.
Lui fa silenzio e poi con assoluta calma mi risponde e mi dice che c’è un’altra vita dopo la morte.”

Questo è il lineare sogno di Felix.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Felix tocca con una semplicità estrema le delicate e sempiterne questioni psichiche della “razionalizzazione del lutto” e della “vita oltre la vita”. Felix ha perso il padre e lo sogna in carne e ossa, con la moglie a fianco e dentro un bel quadretto familiare che ricorda i migliori anni della loro vita umana. Felix lo interroga espressamente su quesiti personali e metafisici e non disdegna di farsi dare, meglio di darsi, la risposta adeguata ai suoi bisogni psichici in atto.
Quello di Felix sembra un sogno pacato e senza angoscia, il classico sogno che dispone verso la “razionalizzazione del lutto”, la consapevolezza della perdita, quando resta soltanto il dolore senza lacrime e il sorriso amaro del sopravvissuto. In effetti, in un primo tempo Felix scarica in sogno il suo “fantasma di morte” destato e riattivato dalla morte del padre, di poi esorcizza la sua “angoscia di morte” sublimandola in un “al di là” consolatorio e confortante.
A proposito di “razionalizzazione del lutto” è opportuno dire che passano minimo ben due anni prima di digerire a livello psichico un trauma di questa portata e che il decorso non è mai spedito anche in quei soggetti apparentemente forti, quelli che non piangono mai.
Il sogno di Felix pone ancora la questione metafisica del “dopo la morte”, la questione naturale su cui la cultura ha costruito e costruisce chiese e religioni, filosofie e teologie, cimiteri e templi.
Il sogno di Felix non è un semplice sogno depressivo di una persona che ha perso il padre e che è in travaglio per accettare la perdita, è un prodotto culturale perché riguarda la soluzione religiosa collettiva del “fantasma di morte”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero con mia madre.”

Felix esordisce in sogno con la polivalente figura materna: “madre edipica”, “alleata psichica” del sogno e del sonno, moglie del padre defunto.
Analizziamo queste tre posizioni.
La madre è stata a suo tempo oggetto del contendere di Felix bambino durante la “posizione edipica”. In lei aveva investito tanta “libido” nella vana attesa di un riscontro del suo amore possessivo. Ancora oggi si deduce dal semplice “ero con mia madre” il sapore “edipico” del figlio inteso verso una donna sacra ed enigmatica.
La madre funge da “alleata” in sogno per non incorrere nell’incubo e nel risveglio, oltre che per sviluppare temi delicati come la perdita del padre, un lutto che nella realtà condivide dolorosamente con la madre.
La madre viene usata come rafforzamento e sostegno per mantenere negli argini i livelli emotivi senza che tralignino nell’angoscia dell’irreparabile.
La madre è stata la “moglie del padre”, la figura psichica simmetrica nell’evoluzione psichica di Felix, e con il marito ha condiviso il vivere quotidiano e ha costruito i valori della famiglia.
Chi meglio di lei può aiutarlo in questo arduo e semplice sogno?
Il bambino Felix si porta dietro la mamma, la persona e la figura con cui ha un rapporto privilegiato, per affrontare il travaglio del lutto.

“C’era anche mio padre che è morto.”

La famiglia è al completo e la triade si è costituita come nel massimo dei desideri di Felix: il figlio unico che dispone totalmente dell’amore e della cura dei genitori. Il padre è tornato in vita secondo il classico e universale desiderio umano di vincere l’inesorabilità della morte, una magia che soltanto il sogno può fare. Possiamo ricordare e immaginare i defunti, ma non possiamo rivederli e sentirli e toccarli se non in sogno. Soltanto il sogno scatena i sensi meglio di quando si era vivi e ci permette di vivere anche quell’impossibile che non è stato vissuto in vita. Le emozioni sono più intense e sottili nel sogno rispetto alla veglia. Il desiderio di Felix è stato realizzato dal sogno e il padre è tornato in vita. Per la Logica consequenziale vige la contraddizione di un padre vivo in sogno ma morto nella realtà. Quel che conta è la realtà onirica, le modalità del benefico e benemerito “processo primario”, la creatività democraticamente e universalmente depositata in tutti gli uomini al di là delle culture e dei suoi derivati. Da svegli la morte può essere investita dalla memoria, ma il ricordo allevia il dolore e non offre le sensazioni del sogno.
Felix ha il padre vivo dentro, ma ha anche qualche conto sospeso con se stesso, per cui pone delle domande di un certo spessore a testimonianza dei suoi bisogni profondi di “sapere” e di dare respiro ai suoi dubbi metafisici. Il sogno assolve essenzialmente la funzione di alleviare l’angoscia del suo “fantasma di morte”, ma non si esime dal comunicare le verità possibili, pulsioni e desideri di onnipotenza.

“Sei tornato in vita?”

Inizia la sequela delle domande, una maniera interessata di ridurre l’angoscia nel sogno e nella vita vigilante. Un padre defunto e tornato in vita ha da comunicare tante verità perché è più “avanti”, come si suol dire nel gergo giovanile, di chi ancora è rimasto nelle dimensioni spazio-temporali di questo misero mondo. Il “sei tornato in vita” è l’espressione del desiderio profondo e onnipotente di riavere il padre in carne e ossa. Ma purtroppo dall’aldilà sono tornati in pochi a raccontare le verità intorno alla morte: Er l’armeno nel dialogo Repubblica di Platone, Ulisse nell’Odissea di Omero, Dante nella sua Divina commedia e qualcun altro che in questo momento non ricordo.
Esiste in Felix la consapevolezza che il padre è morto e questa presa di coscienza dispone a dire che il processo di “razionalizzazione del lutto” è abbastanza avanti. Più che l’affetto, vige la sorpresa e la curiosità. Si ha la sensazione che il ritorno in vita del padre infastidisca Felix perché ripropone le difficoltà relazionali edipiche del passato.

“Ma non eri morto?”

Dubbio amletico o trionfo della Logica aristotelica!
Felix non proietta aggressività nei confronti del padre augurandogli la morte, ma ha la piena consapevolezza che il padre è partito e non può ritornare. Il sogno, pur tuttavia, gli offre la possibilità di riparare eventuali sensi di colpa e di rivisitare la figura paterna in funzione nostalgica. In ogni caso il rivedere il padre vivo in sogno assolve anche e soprattutto il bisogno di vincere la morte e l’angoscia collegata al non senso di una vita che si conclude nel nulla, anche se eterno.

“Esiste un’altra vita dopo la morte?”

Felix ha risuscitato in sogno il padre per assolvere i suoi dubbi e le sue perplessità. Pone una domanda metafisica sull’aldilà, sulla possibilità che la vita non finisca nella morte e che ci sia una continuazione nella vita terrena: un inferno, un paradiso, un purgatorio, una regione celeste contrassegnata dall’eternità, dall’assenza della morte, dal godimento più godereccio, dalla massima tranquillità dell’anima.

“Lui fa silenzio”

Il “silenzio” è un attributo crudele della morte in vita e forse della morte. Ma essendo vivo, il padre, secondo i bisogni di Felix, è costretto a rispondere e a dare una soluzione ai quesiti psichici e metafisici del figlio. In ogni caso è bene precisare ancora una volta che sono tutti bisogni di Felix quelli che evidenzia il sogno: rivedere il padre, risuscitarlo, risolvere l’angoscia del “nulla eterno” o del dopo la vita.

“e poi con assoluta calma mi risponde e mi dice che c’è un’altra vita dopo la morte.”

La “calma”, specialmente se è “assoluta”, è un altro attributo della morte o quanto meno della caduta della vitalità. Il “nirvana” o “l’atarassia”, assoluta assenza di affanni, sono doti sovrumane proprio nel senso letterale del termine, vanno sopra l’umanità dell’uomo. Felix, per esorcizzare la sua angoscia di morte e del nulla eterno, fa rispondere il padre con la verità allettante che esiste un’altra vita, che non si muore del tutto e che ci si evolve in altre dimensioni. Felix è un praticone e un utilitarista perché approfitta del sogno e della morte del padre per ridurre la sua angoscia di morte e per risolvere i sensi di colpa nei riguardi del padre. Non dimentichiamo che chi muore lascia inevitabilmente in eredità, oltre i beni materiali, i sensi di colpa del “cosa averei potuto fare e non ho fatto per lui o per lei” e similar compagnia cantante.

PSICODINAMICA

Il sogno di Felix svolge la classica psicodinamica in riguardo al senso del vivere e del morire approfittando dell’evento drammatico e luttuoso della morte del padre. Inoltre, esorcizza le angosce depressive della fine e le sublima nell’esistenza di un’altra vita dopo la morte, anzi dopo la vita.
Da rilevare che si tratta anche di una maniera di razionalizzare il lutto.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica razionale e basata sul principio di realtà dell’Io” è ben visibile in “mi risponde e mi dice”.
L’Es o istanza pulsionale è presente in “Sei tornato in vita?”, “Ma non eri morto?”, “Esiste un’altra vita dopo la morte?”.
L’istanza Super-Io si manifesta in “c’era anche mio padre”; il padre è il classico simbolo del limite e della censura.
Il sogno di Felix evoca la “posizione psichica edipica” con il suo ricostituire la triade “padre-madre-figlio”.
La “posizione genitale” si evince nelle convinzioni e convenzioni culturali in riguardo alla morte e al “post mortem”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nel sogno di Felix sono presenti i meccanismi psichici di difesa della “condensazione” in “madre” e “padre”, dello “spostamento” in “morto” e “morte”, della “drammatizzazione” in “Lui fa silenzio”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione” è presente in “c’è un’altra vita dopo la morte.”

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Felix evidenzia un tratto depressivo, sensibilità alla perdita, in una cornice prevalentemente “orale”: bisogno d’affetto e dipendenza psichica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Felix è discorsivo e contiene pochi simboli e un solo fantasma, per cui le figure retoriche sono usate con parsimonia. La “metafora” si intravede in “madre” e “padre” al posto di affetto e potere, la “metonimia” è presente in “morte” e “vita” e “silenzio” e “calma assoluta”.

DIAGNOSI
Il sogno di Felix manifesta carenze e dipendenze affettive in associazione a una sindrome di angoscia depressiva.

PROGNOSI
La prognosi impone a Felix di acquistare autonomia psichica e di concepire la fine e la perdita come fattori naturali dell’evoluzione biopsichica. E’ necessario che tenga sotto controllo il “fantasma di morte” al fine di vivere la vita con la giusta filosofia: ottimismo e ironia.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del “fantasma di perdita” e nella sindrome depressiva con grave caduta della qualità della vita e pesante pregiudizio delle relazioni significative a causa di ossessioni paranoiche.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Felix è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Felix, “resto diurno”, si attesta nel processo di “razionalizzazione del lutto” che è in corso. Inevitabilmente il ricordo del padre è deputato alla formazione del sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Felix è logico-discorsiva. Si nota la scarna simbologia a testimonianza della concretezza pragmatica del sognatore.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Felix propone il tema della morte e dell’ineludibilità della fine, nonché l’associata soluzione dell’onnipotenza.
Mi pregio di richiamare ancora una volta Epicuro e la sua terapeutica sintesi, “finché c’è la vita, non c’è la morte e quando c’è la morte, non c’è la vita”: la morte non è un’esperienza vissuta di cui poter dire e tanto meno parlare.
Ma la morte si può offrire in metafora, in metonimia, in allegoria…insomma della morte si possono occupare i benefici “processi primari”, quelli del sogno e della poesia.
Alla bisogna offro un mio riattraversamento in parole di “Samarcanda” e, di seguito, la canzone del professore cantautore Roberto Vecchioni nella versione eseguita in compagnia del menestrello Angelo Branduardi.
Ognuno viva, come gli pare e aggrada, la propria Samarcanda, ma… occhio all’onnipotenza!
Sempre!

A sinistra il testo di Vecchioni, a destra la mia versione.

DECODIFICAZIONE IN PAROLE
SAMARCANDA

Ridere, ridere, ridere ancora,                La vitalità era isteria di vivere,
ora la guerra paura non fa                    il conflitto è un buon pane casereccio
condito con le olive.
Brucian le divise nel fuoco, la sera;      Il gioco dei ruoli non funziona più;
tu dimentichi chi sei,
brucia nella gola vino a sazietà;           variando continuamente lo stato di
coscienza e ti frastorni
musica di tamburelli fino all’aurora.      fino a far nascere in te quella parte
che non hai mai recitato.
Il sodato che tutta la notte ballò,          La tua fu la guerra di Piero e a nulla
valse il fanatismo
vide tra la folla quella nera signora,     quando ti accorgesti che la morte
cercava proprio te.
vide che cercava lui e si spaventò.      La paura fu tanta e l’orgoglio quasi
niente.
Salvami, salvami grande sovrano.       Padre mio, aiutami!
Fammi fuggire, fuggire da qua.            Aiutami e non mi abbandonare!
Alla parata lei mi stava vicino              Nella mia vita mi sono sempre
ricordato della morte,
e mi guardava con malignità.              ma lei è stata tanto cattiva con me.
Dategli, dategli un animale,                Voglio la vitalità, tutta la forza dei
miei istinti,
figlio del lampo, degno di un re.          la follia di un uomo unico ed
eccezionale.
Presto, più presto perché possa scappare    Ancora una volta sia pronta la fuga
dategli la bestia più veloce che c’è.               in groppa all’anarchia.
Corri cavallo, corri, ti prego;                          Frastornati ancora, forza!
fino a Samarcanda io ti guiderò, –                 illuditi di avere trovato finalmente
l’amore di una donna,
non ti fermare, vola ti prego,                         buttati a capofitto in una vecchia
avventura
corri come il vento che mi salverò.               per subire nuovamente la vertigine
della vita.
Oh oh cavallo, oh oh cavallo,                      “Avia nu sciccareddru,
ma tantu sapuritu,
a’mia mi l’ammazzaru
poviru sceccu miu.
Chi beddra vuci avia,
paria nu gran tinuri,
sceccu beddru di lu mi cori
comu iu t’aia scurdà.”
Fiumi, poi campi, poi l’alba era viola,         Forza, coraggio e una realtà tutta da
vivere;
bianche le torri che infine toccò                  innocenti ed effimere sono le
conquiste,
ma c’era tra la folla quella nera signora     dal momento che non hai mai
dimenticato quella morte
e stanco di fuggire la sua testa chinò:        a cui indolente ormai ti inchini.
“Eri tra la gente nella capitale;                    Ma tu, o morte, non appartenevi agli
altri?
So che mi guardavi con malignità.             Perché sei stata così cattiva con me?
Son scappato in mezzo ai grilli                  Mi sono perso nell’utopia, nella triste
ricerca di un luogo
e alle cicale,                                              tanto decantato che non esiste;
son scappato via, ma ti ritrovo qua !”        adesso, da fallito, ti ritrovo fuori
dalla porta.
“Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato.           “Ti sei illuso anche in questo,
caro rivoluzionario.
Io non ti guardavo con malvagità;            Io non ho nessun motivo per essere
crudele con te;
era solamente uno sguardo stupito:        ero soltanto meravigliata del fatto
che tu mi cercavi
cosa ci facevi l’altro ieri là ? in ogni luogo e in ogni tempo.
T’aspettavo qui oggi a Samarcanda;       L’appuntamento giusto era proprio
questo
eri lontanissimo due giorni fa.                 e tu stavi quasi per mancarlo.
Ho temuto che per ascoltar la banda     Ho avuto paura che per frastornarti
ancora
non facessi in tempo ad arrivare qua.”  perdessi il tuo luogo e il tuo
momento.”
Non è poi così lontana Samarcanda,    Non è poi così difficile morire,
corri cavallo corri di là;                          la vita stessa ti ci porta naturalmente;
ho cantato insieme a te tutta la notte,  dopo il canto del cigno
corri come il vento che ci arriverà.        troverai la tua vera dimensione vitale.
Oh, oh cavallo, oh, oh cavallo…           “Avia nu scicareddru,
ma tantu sapuritu,
a ‘mia mi l’ammazzaru,
poviru sceccu miu.
Chi beddra vuci avia,
paria nu gran tinuri,
sceccu beddru ri lu mi cori
comu iu t’aia scurdà.”
“Avevo un asinello tanto grazioso,
me l`hanno ucciso,
povero il mio asinello.
Che bella voce aveva,
sembrava un grande tenore,
asinello bello del mio cuore
come posso dimenticarti.”

 

In Pieve di Soligo (TV), nel mese di marzo dell’anno 1987

Salvatore Vallone

 

 

 

 

BEATO TRA LE MOGLI DEGLI AMICI

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Egregio dottore,
ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.
Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.
Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.
A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.
Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.
Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.
Angosciato mi sveglio.”

Questo è il sogno di Pietro.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Pietro propone temi chiari che camuffano significati oscuri. Il “contenuto manifesto” tratta di erotismo e di sessualità, ma il “contenuto latente” tratta di angosce depressive, di forti bisogni affettivi e protettivi.
Esemplifico: un rapporto sessuale in sogno si manifesta simbolicamente in un semplice infilare un dito in un anello. Sognare senza mezzi termini un rapporto sessuale si traduce simbolicamente in una modulazione di investimenti squisitamente affettivi con richiamo regressivo alla figura materna. Se, di poi, si aggiunge un treno in questo contesto apparentemente godereccio, si evoca il “fantasma” di perdita maturato nella primissima infanzia con tutto il corredo delle angosce depressive, come si diceva in precedenza.
Potevo intitolare in maniera immediata e tecnica il sogno di Pietro “la depressione tra seduzione ed erotismo”, ma ho preferito la versione ironica “beato tra le mogli degli amici” per non appesantire il quadro e mettere in risalto le proprietà farsesche del sogno.
Inoltre, il sogno di Pietro esemplifica la capacità del “processo primario”, la modalità di pensiero responsabile dell’attività onirica, di proporre angosce in maniera gestibile dal sistema psichico e di consentire la razionalizzazione delle stesse al fine di emanciparsi dai residui del passato integrandole nella “organizzazione psichica reattiva” deprivate della carica dinamitarda che tanto fa star male e tanto ostacola la normalità relazionale e la gioia della vita corrente.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.”

Il sogno di Pietro esordisce con la nostalgia della giovinezza e con il pacato dolore del tempo andato e mai abbastanza vissuto, sempre secondo il solito “senno di poi”: “essere giovane”. Pietro esibisce immediatamente un “fantasma depressivo di perdita”, ma lo compensa con una serie di desideri di socializzazione, “in compagnia di amici”, di complicità e di fusione affettiva, più che sessuale, all’interno di una cornice di truffa sociale, “un’intesa con le loro mogli”. “Intesa” equivale simbolicamente a “mi dirigo”, “tendo”, “investo libido”. Pietro è particolarmente attratto dalla figura femminile, ma a livello affettivo e protettivo, a livello di “affinità elettiva” più che sessuale.
Gli amici possono stare tranquillissimi nell’affidare le loro mogli a Pietro.
“Affinità psichica elettiva” significa che Pietro ha una sensibilità spiccata verso l’universo femminile, ma non in valenza sessuale e “genitale”, ma per corrispondenza d’amorosi sensi. La sua “androginia” psichica ha la “parte femminile” particolarmente dilatata ed esercitata. Di conseguenza, Pietro si esalta facilmente a contatto con l’elemento prediletto, le donne e il loro mondo intimo e privato. La “parte psichica maschile” di Pietro resta nei limiti della normalità. Il tutto non dispone verso un’omosessualità di Pietro, ma significa che ha avuto un particolare rapporto con la madre nella primissima infanzia e su di lei ha investito specifici bisogni e precise paure che da adulto soddisfa ed esorcizza con le donne, le donne degli altri per la precisione.
La “moglie” rappresenta simbolicamente la donna navigata nel ruolo ed esperta nel compito, la donna matura e ricca di varia e variegata esperienza: latinamente “mulier”.

“Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

Ecco il rafforzamento del simbolo depressivo e del “fantasma di perdita”, il famigerato “treno”. Anche la “affinità psichica elettiva” si rafforza perché Pietro si trova “in compagnia di belle donne giovani” a conferma che “il lupo perde il pelo ma non il vizio” e a conferma di quanto si è detto in precedenza.
Ma ancora di più: “provo una forte eccitazione sessuale” dal momento che il coinvolgimento emotivo e l’investimento di “libido” è di forte spessore e di alta intensità. La “parte psichica femminile” di Pietro va in brodo di giuggiole, “fortissima eccitazione sessuale”, quando si trova in sintonia empatica con la bellezza e la giovinezza femminili. Pietro è “l’alter ego” maschile per le donne e le donne sono per lui altrettanto, “l’alter ego” femminile. Si tratta di una psicodinamica diffusa e istruita normalmente dalle donne bisognose di complicità e dagli uomini affascinati da se stessi, i narcisisti, quelli che si specchiano nella femminilità di una donna: “mi apparto nello scompartimento”.
Il tutto è bellissimo, però e purtroppo il vizio di base del sogno è il “treno”, il simbolo depressivo. Pietro esorcizza le sue angosce di perdita ricorrendo al suo “narcisismo” e specchiandosi nelle donne per dare forza e valore a se stesso. Si apparta nella truffa all’amico e a se stesso. La sua “parte psichica femminile” è la vitalità di un qualcosa che finisce e che si perde, la giovinezza. Pietro usa il possessivo “mio” e “mia” con facilità estrema, “mia amico” e “mio amico”, al di là di quello che sta combinando. Sembra un truffatore, un seduttore, un “dongiovanni” e, invece, è l’uomo più tormentato del quartiere.

“Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”

Pietro è veramente scatenato in sogno e manifesta tutto il suo bisogno di consumare le voglie nel “potere” di quello di cui si scusa e che fondamentalmente significa bisogno di avere tanto “potere”,”la volgarità, il cazzo durissimo”.
“La lingua batte dove il dente duole” dice giustamente la saggezza popolare e il dentista.
E’ proprio il “davanti a tutti gli altri” a tradire il vero significato del suo “consumiamo le nostre voglie” e addirittura nell’esagerazione di “in tutte le forme”.
Una cosa è certa: Pietro e le sue donne, maritate e signorine, deflorate e illibate, non stanno facendo alcunché di sfacciatamente intimo e di spiccatamente erotico, ma hanno un’intesa che non ingelosisce nessuno, una sintonia d’amorosi sensi, un’empatia spiccata e, di conseguenza, una simpatia immediata. Pietro e le sue donne “soffrono insieme”, si trovano e servono l’uno all’altro nel gioco sociale della francese “confiance”. Decisamente Pietro è un grande amicone e un gran simpaticone, ma non è certo un gran puttaniere.

“A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.”

Ah, “il treno”!
Oltre l’inganno del “tutte le donne in tutte le forme”, anche il danno di un “fantasma di perdita”, un tratto depressivo che è il vero perno del sogno di Pietro e della sua relazione con l’elemento naturale femminile.
La “stazione” è un’aggravante delle angosce depressive dal momento che segna anche la fine del percorso, una tappa che non significa la soluzione della pulsione fusionale di Pietro, ma un rafforzamento del “fantasma di perdita”.
La “stazione” è incorporata simbolicamente nel “treno”.
Il treno che “si ferma” non risolve, ma rafforza la sofferenza depressiva di Pietro.
A questo punto non resta che vedere l’evoluzione del sogno per trovare la conferma di essere nel giusto con la decodificazione dei simboli e del contesto onirico.

“Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.”

Pietro era ben armato della sua “parte psichica femminile”, lo “zaino” giustamente reso virile da “militare” e grazie al quale aveva intrallazzato nello scompartimento in tutti i modi e in tutte le forme con le sue amiche, le mogli dei suoi amici.
Adesso Pietro è sceso e si trova “tra la calca”, nella volgarità della gente comune e convenzionale, tra le mille acrobazie della vita quotidiana, in mezzo ai dolori della convivenza e alle angosce della possibile solitudine. La “calca” può essere intesa anche a livello profondo come il corredo dei suoi tormenti e delle sue fobie, delle sue ansie e delle sue angosce. Pietro non ha le difese maschili, “militare”, quando si trova in mezzo alla folla e alla gente qualunque. Senza il rapporto privilegiato con l’universo femminile Pietro è smarrito e non sa che pesci pigliare.

“Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”

Nonostante la sua natura depressiva, il rapporto di Pietro con le donne è nettamente vitale e vitalizzante, antidepressivo per l’appunto. Resta da rivedere la sua posizione con I’universo femminile e la sua incapacità a investire “libido genitale” superando quel fondo di paura di perdita e di solitudine: “tento di prenderlo prima che il treno parte”.
Pietro presenta un rapporto con la madre da evolvere e, nello specifico, da dipendenza affettiva in autonomia psichica. In tal modo Pietro può assimilarsi ai maschi senza vivere il bisogno di offenderli con la seduzione delle loro donne o delle loro mogli. E’ necessario che Pietro maturi quell’aggressività sana e quella competizione salutare vivendo in mezzo alla gente, senza il treno e senza la madre. In caso contrario si dovrà appagare di rapporti meramente platonici tra la sua “parte psichica femminile” e le donne degli altri: “sono ostacolato dalla gente”. Deve non cadere in depressione e deve vivere in un mondo difficile senza esaltazioni e differenziazioni inutili, come gli altri, quella “gente che m’impedisce di saltare sul treno”.
Pietro in sogno si è diagnosticato e si è dato la giusta psicoterapia in termini simbolici.

“Angosciato mi sveglio.”

Dice lui stesso di cosa soffre e cosa il sogno gli ha procurato.
Altro che scopate alla grande in culo agli amici e in complicità con le loro donne!
L’angoscia è legata al vivere, al competere e alla mancata risoluzione dei rapporti gratificanti con la figura materna, la prima donna della sua vita, quella che lo ha accudito e sostenuto nella sua prima formazione.
Ora è tempo di saltare fuori dal nido e di volare.
Un sogno conflittuale si è concluso bene.

PSICODINAMICA

Il sogno di Pietro verte sulla psicodinamica di emancipazione affettiva dalla figura materna in riferimento alla relazione con le donne. Pietro si colloca in maniera solidale e complice, investimenti di “libido narcisistica” e in esaltazione della “parte psichica femminile” della sua “androginia”, verso le mogli degli amici dimostrando un conflitto con l’universo maschile. La psicodinamica si svolge secondo le trame oscure di un’istanza depressiva, un “fantasma di perdita ” legato all’angoscia infantile di perdere l’affetto e le premure della madre. Nella fase finale del sogno Pietro recupera e con sofferenza s’inserisce nel turbinio della vita moderna. Resta, purtuttavia, da maturare la “posizione genitale” negli investimenti di “libido”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate in servizio dal sogno di Pietro sono l’Io, l’Es e il Super-Io.
L’istanza consapevole e razionale “Io” è presente in “io ricordo”.
L’istanza pulsionale “Es” è intrinseca in “provo una fortissima eccitazione sessuale” e in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in altro.
L’istanza censoria e limitante “Super-Io” è visibile in “sono ostacolato dalla gente”.
Le posizioni psichiche chiamate in causa sono la “orale” in “io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli”, la “fallico-narcisistica” in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in “mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico”.
La “posizione psichica genitale” si lascia intravedere in “dimentico lo zaino militare nello scompartimento”.
La “posizione edipica” è richiamata dalla psicodinamica del sogno e si lascia supporre come sua condizione. Inoltre è chiamata in causa la figura materna per quanto riguarda l’empatia con le donne e la figura paterna per quanto riguarda la mancanza di forza e sicurezza nelle relazioni affettive.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Pietro nel sogno sono la “rappresentazione per l’opposto” ossia l’espressione del suo desiderio di solidarietà e complicità con le donne al posto della paura e della diffidenza nei riguardi dell’universo femminile, fattore psichico legato a un complesso d’inferiorità e d’inadeguatezza, a una mancata maturazione della “posizione e della libido genitali”.
La “condensazione” è presente in “mogli”, “compagnia” e in altro.
Lo “spostamento” è ben visibile in “treno”, “stazione” e in altro.
La “drammatizzazione” è evidente in “Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”
La “figurabilità” è chiara in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”
Il processo psichico di difesa della “regressione” si manifesta in “ho sognato di essere giovane”.
Non c’è traccia del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Pietro mette in chiara evidenza un nucleo “narcisistico” in difesa e in compenso di una mancata maturazione “genitale”, di cui s’intravede un tratto in formazione. La “organizzazione psichica reattiva” è prevalentemente “orale”: bisogno d’affetto e di protezione. Pietro va incontro alle donne evolvendo la relazione affettiva ed empatica con la madre, meglio una parte della sua “posizione edipica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Pietro sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “cazzo durissimo” e “calca”, la “metonimia” o relazione di senso in “stazione” e “treno”, la “iperbole” o esagerazione “Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme”, la “enfasi o forza espressiva ed esaltazione in “provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un’immaturità della “posizione psichica genitale” e della “libido” collegata, per cui Pietro non riesce a relazionarsi in maniera sentimentale e affettiva con l’oggetto del suo desiderio, le donne. Se si aggiungono le paure abbandoniche e le angosce depressive del “fantasma” elaborato nella prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e agli accudimenti della stessa nei riguardi del figlio, il quadro diagnostico è completo.

PROGNOSI

La prognosi impone a Pietro di maturare l’approccio e il vissuto nei riguardi delle donne, di fidarsi e di affidarsi per poter realizzare una relazione d’amore corretto e per costruire la sua vita sentimentale e sessuale. Bisogna superare la “posizione narcisistica” e adire alla “genitale”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nello strutturarsi della “psiconevrosi depressiva” e nel suo degenerare in isolamento: caduta della qualità delle relazioni e della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Pietro è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno”, di Pietro è collegata a un’esperienza pomeridiana con una donna o con la madre.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Pietro è autoreferenziale con valenza depressiva. Pietro parla di sé con fare narcisistico ben occultando la sua angoscia di perdita.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Pietro richiama le teorie sulla depressione e sul narcisismo, teorie che si sprecano ma non spiegano adeguatamente i sentimenti d’amore e l’istinto sessuale. Meglio di tutto e di tutti io mi pregio di presentarvi un poeta popolare nella sua semplice canzone didattica intitolata “la regola dell’amico”. Ognuno ci tragga quello che vuole, perché tutto il resto non serve e non conta.
Pietro sappia che se vuole essere amico di una donna non ci combinerà mai niente, perché lei non potrebbe rovinare un così bel rapporto.
Vai Max!

 

LA VERANDA DI MIA NONNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Cammino per il vialetto della villa al mare insieme a mia sorella e a mio zio. Sul margine vedo una gatta stesa in terra, con le zampe rigide e dalla sua postura capisco che è morta. Il suo aspetto però non è sgradevole. Assomiglia ad un peluche e penso che non deve aver avuto una brutta morte. Lì intorno ci sono altri gatti.
Più vado avanti, però, più mi accorgo che la figura, oramai alle mie spalle, diventa sempre più grande e scura. Realizzo che è un cavallo nero e che è morto. Attorno a lui si aggirano gatti e cani, che iniziano a morderlo.
Non voglio guardare, affretto il passo, quando sento dei forti nitriti. Mi volto nuovamente e vedo il cavallo in piedi lottare furiosamente per scrollarsi di dosso gli altri animali.
Quelli però gli stanno sopra e vedo distintamente un cane lacerargli un lungo lembo di pelle, strappandogli un lamento.
Sento che non posso permettere che lo sbranino. Corro verso di loro e grido forte mettendo in fuga gli animali.
Al posto del cane, però, vedo un uomo, forse con un coltello in mano. Capisco che smetterà di opprimere il cavallo, ma mi sento in pericolo, temo che mi insegua.
Allora mi metto a correre e mi ritrovo sulla veranda di mia nonna. Non vedo altra via di fuga che attraverso i balconi, sicché mi preparo a scavalcare le ringhiere.
Mi rendo conto di sognare e penso che non è la prima volta che sogno fughe del genere.
Mi sveglio.”

Così ha scritto Sabino!

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Sabino definisce incubo questo sogno, ma in effetti non lo è perché il “contenuto manifesto” non coincide con il “contenuto latente”. Indiscutibilmente è un sogno molto intenso e ricco che ha disturbato e agitato notevolmente il sonno fino al progressivo risveglio. La qualità del sogno di Sabino è decisamente “cenestetica”, scatena i sensi e procura sensazioni, rasenta l’isteria nel suo movimento ricco di risvolti emotivi attraenti e dettato da simbologie magnetiche.
Per quest’ultimo motivo il sogno di Sabino merita il massimo dei punti sul “grado di purezza onirica” perché il “processo secondario”, la razionalità, ha potuto far poco di fronte alle tante elaborazioni simboliche del “processo primario”. Quest’ultimo ha avuto vita facile nel saltare di palo in frasca nello sviluppo del tema dominante ed è stato sempre pronto ad associare nuovi simboli alla psicodinamica in elaborazione: dalla donna, alla madre, al padre, alla nonna e a gran parte della “posizione edipica” con un andamento incalzante e recuperando la “posizione anale” con la connessa “libido sadomasochistica”.
Dopo questa premessa si può passare alla laboriosa decodificazione del sogno di Sabino.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Cammino per il vialetto della villa al mare insieme a mia sorella e a mio zio.”

Il sogno si preannuncia tranquillo con il suo allegro quadretto familiare, ma in effetti prepara tempi cupi per Sabino man mano che l’ermetismo dei simboli si snoda e prende corpo a livello emotivo. Per il momento si presentano gli alleati, coloro che sosterranno Sabino nelle sue traversie in ambito familiare, “insieme a mia sorella e a mio zio”, una femmina e un maschio. La “villa al mare” lascia intravedere un senso altolocato dell’Io.
Niente di speciale!

“Sul margine vedo una gatta stesa in terra, con le zampe rigide e dalla sua postura capisco che è morta. Il suo aspetto però non è sgradevole.
Assomiglia ad un peluche e penso che non deve aver avuto una brutta morte.”

Sabino fa subito i conti con l’universo femminile, “la gatta”, e l’approccio non è dei migliori perché scarica la sua aggressività mortifera verso le donne, “stesa in terra, con le zampe rigide e dalla sua postura capisco che è morta”. Sabino ha una qualche consapevolezza di questa ostilità verso l’universo femminile e i suoi dintorni, “capisco”, dal momento che lo recupera e si riconcilia dopo aver ridotto la carica vitale o isterica, “non è sgradevole” e “assomiglia a un peluche”. Sabino trova le donne particolarmente vivaci e prepotenti, ma non può fare a meno d’investirle della sua rabbia. La “libido sadomasochistica” della “posizione anale” lo soccorre nell’esternare la sua ironica misoginia, un sentimento fatto di apprezzamento e sarcasmo, di morbida delicatezza e di potente disistima: “penso che non deve aver avuto una brutta morte”.

“Lì intorno ci sono altri gatti.”

Sabino ci tiene proprio alle donne anche se non le valuta adeguatamente e le detesta nel profondo. Fuori è pieno di donne, la madre, la sorella, la nonna e le altre, gli “altri gatti”, quelle che vengono dopo nel tempo e nello spazio. Si conferma l’aggressività verso le donne di casa, della villa al mare per la precisione, e verso le donne dei dintorni: un’ambigua misoginia.
E dopo i “gatti” cosa ci riserva il sogno di Sabino?

“Più vado avanti, però, più mi accorgo che la figura, oramai alle mie spalle, diventa sempre più grande e scura.”

Sabino prepara in sogno il thriller con la creatività degna di un regista a metà rosa e a metà nero. “Alle mie spalle”, nel mio passato si profila una figura, una sagoma che pensava di aver conosciuto e razionalizzato, ma che in effetti aveva soltanto rimosso. Simbolicamente le “spalle” condensano il meccanismo principe di difesa dall’angoscia della “rimozione”. Ritorna in sogno, dal materiale psichico rimosso e che Sabino pensava di aver razionalizzato, una figura “sempre più grande e più scura”, una figura che si accresce man mano che si avvicina, man mano che affiora alla coscienza.
Signori e signore, Sabino è pronto a presentarci suo padre.
“Grande” è attributo del padre, “scura” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma del padre”, il padre castrante, quello cattivo, l’orco delle fiabe, il lupo delle favole.
La minaccia paterna si ascrive alla “posizione edipica”, relazione conflittuale con i genitori, di Sabino.
Si prospetta per il protagonista un “Super-Io” rigido e severo.

“Realizzo che è un cavallo nero e che è morto. Attorno a lui si aggirano gatti e cani, che iniziano a morderlo.”

“Come volevasi dimostrare” o “tutti i salmi finiscono in gloria”!
E’ fuor di dubbio che si tratta del padre. Il simbolismo classico del “cavallo” esige la potenza e l’eleganza della figura paterna e, a tal uopo, vedi il “caso clinico del piccolo Hans” e della sua fobia dei cavalli in quel di Vienna agli inizi del secolo scorso e a firma di Sigmund Freud.
Dopo le donne, meglio la madre, Sabino scarica la sua aggressività mortifera nel padre, “è morto”. Sabino ha risolto la “posizione edipica” uccidendo il padre, una soluzione diffusissima, una soluzione nevrotica che si porta sempre dietro un forte senso di colpa da espiare in sintomi e difficoltà relazionali. Sabino non ha riconosciuto il padre e ancora ha strada da percorrere. Non basta aver ucciso ”un cavallo nero”, il padre elegante ed enigmatico. L’opera sacrilega di scempio non è compiuta, per cui Sabino espone il corpo del cavallo allo strazio di “cani” e “gatti”, di maschi e femmine, di tutti quelli che hanno da scaricare rabbia sul suddetto. In effetti, Sabino cerca alleanze affettive e condivisioni pulsionali per continuare a dormire e a sognare. I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “traslazione” e dello “spostamento”, oltre che della “condensazione”, sono usati abilmente nella figura del “cavallo”, ripeto, un classico della letteratura onirica.
Approfondendo, “i gatti e i cani”, rappresentano le pulsioni sadiche di Sabino e sono ascritte alla sua “androginia” psichica, la “parte maschile” e la “parte femminile” di cui si compone simbolicamente la sua “organizzazione psichica reattiva”, il vecchio carattere e l’altrettanto obsoleta personalità. Ricapitolando: la “posizione edipica” richiama in aiuto la “libido sadomasochistica” vissuta ed elaborata nella precedente “posizione anale”.

“Non voglio guardare, affretto il passo, quando sento dei forti nitriti. Mi volto nuovamente e vedo il cavallo in piedi lottare furiosamente per scrollarsi di dosso gli altri animali.”

Non voglio razionalizzare la mia “posizione edipica” e in particolare la mia aggressività verso di lui, sono “istero-fobico” e, allora, ho la buona illuminazione di rivedere il mio conflitto: “guardare”, “affretto”, “sento”.
Alla bisogna o all’uopo Sabino deve risuscitare il padre, pardon il cavallo, sentire dei “forti nitriti” degni di tanta bestia, ridare prestigio e forza al padre nei confronti dei violenti aggressori, Sabino “in primis” e tutto compreso. Degno di nota il “furiosamente per scrollarsi di dosso” in attestazione della grande stima che Sabino vive nei confronti del padre.
E’ una lotta impari, oltre che una guerra persa in partenza!
Meglio “toglierci mano”, come usano dire gli indolenti siciliani alludendo alle imprese difficili.
E’ anche vero che un padre così forte e capace ha creato non poca apprensione e paura nel figlio.
Sabino recupera il padre e lo valuta un abile lottatore e un tenace combattente. Sono in corso e sempre nello stesso sogno la rivalutazione edipica del padre e la comprensione del “fantasma” in riguardo alla sua interezza, “parte positiva” o padre buono e “parte negativa” o padre cattivo.
A violenza il padre di Sabino ha reagito con violenza superiore a conferma del suo potere e del ruolo di capo. Sabino coniuga il fascino con la paura.

“Quelli però gli stanno sopra e vedo distintamente un cane lacerargli un lungo lembo di pelle, strappandogli un lamento.”

Sabino è un abile contadino-sognatore perché prepara il terreno prima di seminarlo. Dopo la disfida con il padre e il riconoscimento della sua forza, come si usa nella cultura dei lupi, Sabino si ritaglia un ruolo altrettanto importante accorrendo in aiuto all’augusto e aulico genitore. Il “cane”, distintamente visto, rappresenta un rigurgito d’aggressività edipica di Sabino o un evento specifico di ordine traumatico che ha colpito la figura paterna secondo i vissuti del nostro candidato eroe, il sognatore Sabino. Il “lungo lembo di pelle” rievoca un qualcosa di chirurgico o, comunque, un trauma fisico. L’umanità del “cavallo” si condensa in quel meraviglioso “lamento”, una eroica e dignitosa consapevolezza dell’ineluttabilità del dolore e una riduzione d’onnipotenza.

“Sento che non posso permettere che lo sbranino. Corro verso di loro e grido forte mettendo in fuga gli animali.”

La coscienza di Sabino tocca un apice di generoso altruismo dopo tanta violenza perpetrata contro il nobile “cavallo” tramite “cani” e “gatti”. Adesso la coscienza morale si appropria della pulsione soteriologica: “non posso permettere che lo sbranino” equivale a “devo smettere di aggredirlo e di viverlo come il mio tiranno o, tanto meno, come il capo da eliminare”. D’impeto Sabino ha ucciso e con altrettanto impeto Sabino prende coscienza, “grido fortemente”, di tenere sotto controllo e, in tal modo, di risolvere ed eliminare le sue pulsioni sadiche, “gli animali”, nei confronti del padre. Questa è l’unica condizione per riconoscere il padre senza inutili conflitti e dolorose competizioni.
Ma attenzione alle sorprese!
Il sogno è infido da certi punti di vista e specialmente nel portare avanti i processi di disvelamento del “rimosso” e di reintegrazione psichica.
Vediamo le magiche acrobazie del sogno di Sabino.

“Al posto del cane, però, vedo un uomo, forse con un coltello in mano.”

Ecco la classica scena edipica del conflitto “padre-figlio” e della “castrazione psichica” antecedente all’accettazione e al riconoscimento del padre e, di poi, all’identificazione in lui. Trattasi di tappe psicodinamiche universali che vanno al di là della razza e della cultura. Il “cane” era la “traslazione” difensiva di Sabino che ha permesso al sonno e al sogno di continuare senza che il “contenuto manifesto” coincidesse con il “contenuto latente”: incubo e risveglio immediato per incapacità del “sistema neurovegetativo” di tollerare e di gestire la tensione nervosa accumulata e in atto. Meglio: perché scattasse l’incubo, bisognava mettere “al posto del cane” Sabino e “al posto dell’uomo” il padre pronto al rituale della castrazione.
Ricordo che il “coltello” è un classico simbolo fallico nel suo rappresentare il membro maschile in versione sadica e traumatica, deflorante con dolore.
Sabino ha rivisitato in sogno pari pari il suo “fantasma di castrazione”. Benedetto sia il sogno e le sue mirabili arti di rappresentazione delle nostre verità psicofisiche e delle nostre contorte psicodinamiche!

“Capisco che smetterà di opprimere il cavallo, ma mi sento in pericolo, temo che mi insegua. Allora mi metto a correre e mi ritrovo sulla veranda di mia nonna.”

Sabino è in piena presa di coscienza che la “posizione edipica” va risolta e che la relazione con il padre deve assumere i connotati di una proficua imitazione del meglio e di una generosa collaborazione. Sabino sa che deve identificarsi in lui per assumere posture psicofisiche maschili e che non serve avere vissuti astiosi e recriminazioni nostalgiche. Sabino sa che il presente psichico in atto è da tenere in grande considerazione ed è l’unico dato a cui appellarsi nel bene e nel male.
Questa è la la traduzione di “capisco che smetterà di opprimere il cavallo”, ma la questione non è ancora conclusa perché Sabino si trova adesso a fare i conti con i suoi sensi di colpa e con le paure collegate di espiazione degli stessi. Ed ecco che ritornano la “castrazione” e la paranoia di trovare ancora nel padre il suo polo persecutorio o l’oggetto della sua “libido sadomasochistica”: il ritorno del sintomo e la punizione per tanta infamia. Questa è la traduzione di “mi sento in pericolo, temo che mi insegua”.
La soluzione a tanti dilemmi e giuste paure è la relazione con la sostituta materna o con la “parte positiva del fantasma della madre”, la “nonna” e la sua “veranda”, la relazione affettiva di un certo grado e di una qual consistenza. La “nonna” è decisamente un equivalente materno esente da conflitti e solamente “positivo”. Essa funge nei bisogni profondi di Sabino come ammortizzatore dei conflitti non soltanto con la madre, ma soprattutto con il padre. Sabino ha elaborato e vissuto una “nonna androgina” in cui conglobare il padre e la madre.
La “veranda” condensa la recettività femminile in riguardo all’ordine affettivo, l’apertura e l’accoglienza, l’esenzione da legge e da tributo, la legge del sangue e della fusione, del ritorno alla protezione dopo l’espiazione della colpa. La nonna condensa il concetto giuridico dell’extraterritorialità.
Il “mi metto a correre” attesta della “psiconevrosi edipica” in atto, un conflitto fobico e depressivo che si traduce così: “se perdo gli affetti, dopo aver tanto peccato contro il padre e la madre, resterò solo”.
E’ oltremodo chiaro che Sabino deve necessariamente aggiustare il tiro nei riguardi dei suoi genitori.

“Non vedo altra via di fuga che attraverso i balconi, sicché mi preparo a scavalcare le ringhiere.”

Il “balcone” è il simbolo delle relazioni sociali più o meno significative e attesta della nostra disposizione psichica ad avere contatti con il prossimo. Una casa con tanti o con pochi balconi rivela il nostro grado di relazione e di investimento sugli altri, di coinvolgimento e di affabilità. A volte i “balconi” sono salvifici come vie di fuga da imbarazzi e da disagi interiori specialmente se la casa è molto stretta e impervia.
Sabino compensa le sue angosce con la “nonna” e soprattutto con la sua “veranda”, un sostituto genitoriale in tutti i sensi che con il suo affetto incondizionato va nell’immaginazione di Sabino oltre il lecito e il consentito, oltre il limiti e verso i mito.
“Scavalcare le ringhiere” è un uscire dal carcere edipico al fine di trovare figure sostitutive atte a compensare le angosce; la “nonna” è archetipo della “Madre”, la legge della Natura che viene prima della Cultura.

“Mi rendo conto di sognare e penso che non è la prima volta che sogno fughe del genere. Mi sveglio.”

Il sogno è stato ampio e intenso, ha trattato il decorso “edipico” dalla madre al padre con la compensazione della nonna, ma Sabino ancora fugge dalla risoluzione e istruisce qualche difesa destinata a cadere ma che ancor resiste come “resistenza”, incapacità a far emergere le giuste verità in riguardo alla madre e al padre. Necessita il giusto sviluppo per non avere riverberi nelle relazioni significative in atto e future. I genitori invecchiano e la nonna passa, per cui “fughe del genere” significano che il conflitto è aspro e duro ma è da risolvere.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabino sviluppa una vasta area della “posizione edipica” e riprende la “libido sadomasochistica” della “posizione anale” per sviluppare il conflitto con la madre e le donne maturando una difensiva “misoginia”. Di poi, il sogno verte sul conflitto edipico con il padre, una dialettica in via di risoluzione sotto la spinta dell’identificazione per acquisire identità psichica.
Procedendo, il sogno manifesta la compensazione di un sostituto materno e paterno nella figura mitica e androgina della nonna, superando i limiti e i blocchi di un rapporto convenzionale con un investimento di puro amore.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate sono l’Io, l’Es e il Super-Io. L’Io è manifesto in “mi accorgo”, “realizzo”, “capisco”, ”mi ritrovo”, “mi sento”, “mi rendo conto”.
L’Es è attivo in “gatta stesa in terra…morta”, “cavallo nero…morto”, “iniziano a morderlo”, “lacerargli”, “grido forte”, “coltello in mano”, “la veranda di mia nonna”. Il Super-Io è presente in “non posso permettere che lo sbranino”.
Le “posizioni psichiche” richiamate sono quella “anale” con la “libido sadomasochistica” e quella “edipica”: “una gatta stesa in terra, con le zampe rigide e dalla sua postura capisco che è morta” e “ Realizzo che è un cavallo nero e che è morto”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti nel sogno do Sabino sono la “rimozione” in “oramai alle mie spalle”, lo “spostamento” in “cavallo” e in “cane” e in “animali” e in altro, la “traslazione” in “un uomo, forse con un coltello in mano” e “nonna, la “condensazione” in “nonna” e “veranda” e “figura” e in altro. E’ presente il ritorno del rimosso in “Realizzo che è un cavallo nero e che è morto”. I processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “sublimazione della libido” non sono evidenti.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Sabino evidenzia un tratto “sadomasochistico” e “istero-fobico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “edipica”.

FIGURE RETORICHE

Nel sogno di Sabino sono presenti molti simboli e di conseguenza le figure retoriche coinvolte sono la “metafora” o rapporto di somiglianza in “nonna” e “gatta” e “cavallo” e “spalle” e “coltello” e in altro, la “metonimia” o relazione logica in “villa al mare” e “guardare” e “affretto” e “sento” e “veranda” e “balcone” e in altro, la “enfasi” o forza espressiva in “scrollarsi di dosso” e “grido forte”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una psicodinamica edipica conflittuale in atto con proiezione aggressiva di natura sadomasochistica nei confronti dell’universo femminile e del padre. La compensazione affettiva e protettiva viene traslata nella figura della nonna. La “traslazione” è un meccanismo di difesa dall’angoscia.

PROGNOSI

La prognosi impone a Sabino di portare avanti il processo di emancipazione dal padre e dalla madre e da figure similari, al fine di raggiungere un’autonomia psichica consentita dall’economia nervosa in atto. Sabino deve passare dalla soluzione infantile di “uccidere il padre e la madre” alla soluzione matura del “riconoscere il padre e la madre” tramite la comprensione dei vissuti legati alla sua storia familiare e alle figure che l’hanno popolata nel bene e nel male. Tale operazione di presa di coscienza porterà a vivere le relazioni affettive in maniera più libera e autentica senza incorrere in dipendenze di vario tipo e di vario genere.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “psiconevrosi edipica”: “isterica” con conversioni somatiche, “fobica” con crisi di panico, “d’angoscia depressiva” con caduta del gusto nel vario esercizio della vita.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Subritte è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabino si attesta nella dominanza emotiva del conflitto e nella provocazione di un fatto o di una riflessione.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica, come si diceva nelle “considerazioni” iniziali è decisamente “cenestetica”, scatena i sensi e procura sensazioni, rasenta l’isteria nel suo movimento ricco di risvolti emotivi attraenti e dettato da simbologie magnetiche.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Sabino è molto ampio e variegato, oltre che simbolicamente consequenziale. Ulteriori riflessioni non servono alla luce della ricchezza delle psicodinamiche e dei contenuti, per cui una nota canzoncina per bambini è più che opportuna, doverosa direi, per chiudere con un sorriso sciocco.

 

 

 

 

UCCIDI IL PADRE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in una piscina coperta insieme a un conoscente e parlavamo di una lista di persone che sarebbero dovute morire.
D’un tratto, lui uccide un uomo, molto rapidamente e senza fare nessun rumore.
Io rimango impassibile, non ero né spaventato, né agitato.
Era tutto normale per me.
A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.
Raggiungo la parte opposta della piscina e, appena esco dall’acqua, trovo una persona ad aspettarmi (forse si trattava di una ragazza).
Lei mi chiede come mai fossi rimasto impassibile dinanzi all’uccisione di quell’uomo, ma io non provo neppure a giustificarmi.
Cercavo solo di concludere il prima possibile quella conversazione per potermene andare.”

Questo sogno appartiene a Dia.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La “tragica” trilogia psicoanalitica in riguardo alla “posizione edipica” si snoda tra “onora il padre e la madre”, “uccidi il padre e la madre” e “riconosci il padre e la madre”. “Onorare il padre e la madre” ti fa restare dipendente e infante, “uccidere il padre e la madre” ti induce un senso di colpa aggravato dalla solitudine, “riconoscere il padre e la madre” ti rende autonomo in ogni senso. Trascuro il successivo comandamento “adotta il padre e la madre”, il sentimento della “pietas” di cui anticamente Enea era antesignano portatore.
Quando si è bambini i genitori appaiono come le figure eroiche e monumentali della nostra sicurezza esistenziale. Di poi, si cresce e i conflitti dentro e fuori non mancano giorno dopo giorno. Quando si è cresciuti abbastanza, sempre dentro e fuori, ci si carica il fardello psicosomatico e si parte per il gran mare mediterraneo, quello che sta in mezzo alle terre e al di là del padre e della madre.
Il sogno di Dia sviluppa il tema del conflitto con i genitori, la “posizione psichica edipica”, con il sentimento d’ostilità nei confronti del padre e, per natural compenso con il sentimento di amore e devozione nei riguardi della madre.
Procediamo a vantaggio non soltanto di Dia, ma di tutti quelli che sono nati da padre e da madre.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in una piscina coperta insieme ad un conoscente e parlavamo di una lista di persone che sarebbero dovute morire.”

Il “conoscente” rappresenta l’alleato, l’altro da sé che esorcizza l’angoscia legata alla drammatica psicodinamica del sogno. La “piscina” condensa la figura materna nell’essere acqua e il “coperta” attesta di uno stato affettivo e protettivo rafforzato, quello che si vive nei confronti della madre e a lei si riserva in esclusiva.
Subentra naturalmente e con naturalezza la “libido sadomasochistica” classica della “posizione anale” all’interno del triangolo padre, madre e figlio: “sarebbero dovute morire”. “Morire” comporta lo scarico di una forte aggressività e si colloca in una risoluzione violenta del conflitto secondo i meccanismi psichici di difesa della “negazione” e della “forclusione”: inesistenza e rimozione estrema. Tanto psicodramma è finalizzato a una forma di autonomia psicofisica.

“D’un tratto, lui uccide un uomo, molto rapidamente e senza fare nessun rumore.”

Si consuma d’impeto il mitico parricidio dei primordi umani nel sogno di un singolo uomo che in atto ha nome Dia. L’alleato, “lui”, allevia il senso di colpa di tanto sacrilego gesto, l’uccisione del padre. Il sonno può continuare perché non scatta l’incubo. “Senza fare nessun rumore” attesta della naturalezza e della consequenzialità tra il sentimento d’avversione e la vendetta: senza alcuna meraviglia e senza alcuna eclatanza sociale, quasi fatalmente. Il “rumore” riguarda la società e la legge, la condanna e la colpa, mentre l’uccisione è una soluzione psichica sadomasochistica finalizzata alla negazione del capo e alla totale dimenticanza del suo potere.

“Io rimango impassibile, non ero né spaventato, né agitato.”

Senza “pathos”, senza senso e senza sentimento, senza gioia e senza sofferenza: “impassibile”. Dia in sogno ha operato una “traslazione” sul “conoscente” per procurarsi la “atarassia”, l’assenza di affanni e di paure: “né spaventato, né agitato”. Il suo escludersi da un possibile intervento attesta che il “conoscente” coincide con il “conosciuto”, Dia per l’appunto. Era necessaria tanta freddezza affettiva per compiere un atto contro natura e contro diritto ma psicologicamente possibile, un “omicidio” che simbolicamente condensa il “parricidio”.

“Era tutto normale per me.”

L’impassibilità si coniuga con l’essere “tutto normale per me”, con l’osservanza della legge, la “norma”.
Ma quale legge?
La “legge positiva” scritta dagli uomini o la “legge del sangue” iscritta nella carne?
La “legge del sangue”, quella che atavicamente si ascrive alla Madre e che abbisogna di un “Es” pulsionale, di un “Super-Io” rigido e di un “Io” deciso, le istanze psichiche molto sollecitate nelle persone che vivono a contatto con la quotidiana possibilità della morte come nello stato di guerra. In guerra è lecito l’esercizio della violenza, anzi è un merito uccidere il nemico, oltre che un atto di coraggio. Dia ritiene normale la violenza come se vivesse l’esperienza della guerra e la possibilità della morte, brutte bestie con cui fare confidenza e a cui reagire con l’onnipotente ”io ce la farò”.
Ma l’interpretazione del sogno va al al di là della Sociologia dei processi culturali e decodifica con precisione nel nemico il padre. Dia ha un conflitto esasperato con il padre, una psicodinamica acuta che vuole risolvere “uccidendolo”, negandolo e non riconoscendolo.
Adesso vediamo se Dia converge in sogno verso la madre e che movimento simbolico esegue per giustificare la “posizione edipica” in cui si sta muovendo, anzi in cui sta nuotando.

“A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.”

“Come volevasi dimostrare” o ancor meglio “tutti i salmi finiscono in gloria”! Dia non soltanto si libera del padre, ma si dedica alle profondità sentimentali e psichiche della madre ritornando al grembo con devozione e sacralità.
Il “mi tuffo in acqua” ha un ché di magico e di regressivo, di mistico e di culto in onore e servizio della dea Madre. Il “molto” attesta della sensibilità dell’amore filiale verso la madre. Si tratta di culture mediterranee e questo devoto senso del sacro e del culto della madre e del sangue sono una legge impetuosa e inscritta. Il “nuoto” attesta di una consapevolezza di questo atavico legame e di un sapersi destreggiare nel gran mare della figura materna. Sensibilità è “profondità”. Dia è consapevole di questo suo trasporto sanguigno verso la madre e verso l’universo femminile: un buon gran sacerdote.

“Raggiungo la parte opposta della piscina e, appena esco dall’acqua, trovo una persona ad aspettarmi (forse si trattava di una ragazza).”

Ti pareva?
Dalla madre “piscina” alla donna “ragazza” il passo è breve e consequenziale, oltre che di gran classe e altamente naturale.
La consapevolezza di Dia si evince dal fatto che la sua donna sarà come sua madre, il classico desiderio “edipico” di tutti i bambini dopo la frustrazione dell’ambizione di possedere la madre: ”da grande sposerò una donna come la mamma”.
La “parte opposta” rappresenta il distacco dall’ambito familiare e il trasloco in un ambito squisitamente femminile. Ripeto: la mia donna deve somigliare a mia madre, la quale resta sempre la prima donna della mia vita.
“Una persona ad aspettarmi” attesta di un’esigenza di Dia a carico della sua donna di non inferire sulla relazione con la madre. “Persona” significa “maschera”, quel tipo di donna, quella donna con quelle caratteristiche. Il sogno di Dia tratta il classico “iter” simbolico del dopo aver ucciso il contendente, il padre, e senza essersi riconciliato con lui attraverso l’identificazione. Dia ha risolto la “posizione edipica”, ma ha un conto sospeso con il padre e con la donna. Da quest’ultima esige le caratteristiche migliori della madre. L’imprinting materno è molto forte, ripeto, come nelle culture mediterranee: “ amo mamma” si leggeva nei tatuaggi dei carcerati negli anni cinquanta.

“Lei mi chiede come mai fossi rimasto impassibile dinanzi all’uccisione di quell’uomo, ma io non provo neppure a giustificarmi.”

Ecco la conferma della spiegazione esposta in precedenza!
La donna, se esige spiegazioni sulla “posizione edipica”, se interferisce nelle psicodinamiche familiari, trova in Dia un muro d’impassibilità. Soprattutto “l’uccisione di quell’uomo” in particolare, il padre, trova un “no comment” per manifesto non sapere e, di conseguenza, nulla da aggiungere perché si tratta di fantasmi e di vissuti iscritti e depositati nelle profondità psichiche. Giustificare razionalmente è attività specifica dell’istanza psichica “Io”, ma le emozioni profonde sono di competenza dell’istanza “Es” e Dia non ha nessuna intenzione e bisogno di spiegarsele. Queste ultime sono giuste di per se stesse e prevalgono su qualsiasi Logica e Morale.
Si conferma l’impassibilità di Dia di fronte a certi vissuti profondi sacri e indiscutibili. L’amore e l’attaccamento che Dia prova per sua madre è pura emozione ed è, di conseguenza e per il momento, al di sopra di qualsiasi freddo e arido trattamento razionale.

“Cercavo solo di concludere il prima possibile quella conversazione per potermene andare.”

Non si discutono, conferma Dia, certi vissuti inscritti nella carne e nella storia personale e culturale: la madre in primo luogo, non sono degni di essere portati all’arida luce della ragione. Di poi, la donna godrà di un affetto e di un trasporto diverso, ma il culto nei confronti dell’universo femminile sarà identico.
La “conversazione” si basa sulle parole e le parole non possono esprimere e tradurre certe arcaiche espressioni affettive e certi sentimenti primari. Dia deve uscire dall’imbarazzo di una “conversazione” su un tema per lui inspiegabile e indicibile.
Del resto, come si fa a spiegare la propria storia agli altri se ancora non la si conosce al punto giusto
Ma attenzione, perché Dia vuole riproporre la sua storia evolutivamente nella sua donna con le qualità migliori della madre in maniera che la figura di quest’ultima sia inscritta ed evocata. La fuga dal problema è opportuna e salutare: “potermene andare”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Dia svolge a tutto tondo nel contenuto e senza mezzi termini simbolici la psicodinamica della “posizione edipica” e esprime un’esigenza a carico della sua futura donna. La relazione con il padre non è stata risolta dal momento che Dia non è passato al “riconoscimento” e si è limitato semplicemente a non accettarlo, una forma blanda di “negazione” psichica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Dia richiama le tre istanze psichiche in maniera forte e chiara. L’Es appare nella sua valenza emotiva ed affettiva in “lui uccide un uomo” e in “mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità”. L’Io appare nella sua valenza di consapevolezza e razionale in “parlavamo di una lista di persone” e in “Era tutto normale per me” e in “Lei mi chiede” e in “Cercavo”. Il Super-Io appare in “Era tutto normale per me”. La posizione psichica evocata è quella “edipica”, la relazione con i genitori. La posizione psichica richiamata è quella “anale” con la “libido sadomasochistica”, “lui uccide un uomo”. La “posizione psichica genitale” si manifesta con la sua “libido” in “trovo una persona ad aspettarmi (forse si trattava di una ragazza).”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Dia nel sogno sono “l’isolamento” ossia la scissione dell’emozione dall’idea in “Io rimango impassibile, non ero né spaventato, né agitato.”, la “condensazione” in “piscina coperta” e in “morire” e in “uccidere” e in “acqua” e in “nuotare” e in “profondità”, lo “spostamento” in “lui uccide un uomo”, la “drammatizzazione” in “lui uccide un uomo” e in “A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.” Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” si presenta in “A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.” Il processo della “sublimazione della libido” non si mostra in alcun modo a conferma della concretezza psico-culturale del protagonista del sogno.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Dia evidenzia un forte tratto “sadomasochistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva anale”: una carica aggressiva in cerca di naturale investimento.

FIGURE RETORICHE

Nel sogno di Dia sono presenti la “metafora” o relazione di somiglianza in “piscina” e “acqua”, la “metonimia” o relazione logica in “tuffo” e “nuoto” e “profondità”, la “enfasi” in “D’un tratto, lui uccide un uomo, molto rapidamente e senza fare nessun rumore.”

DIAGNOSI

La diagnosi dispone sulla conflittualità acuta nei confronti del padre da parte di Dia e di un attaccamento sacrale nei riguardi della madre corredato da un senso di culto nei confronti dell’universo femminile. L’eredità materna si manifesta nelle esigenze a carico del modello femminile introiettato da Dia: una figura che abbia tanto delle doti migliori della madre e che non interferisca sul suo vissuto negativo nei riguardi del padre.

PROGNOSI

La prognosi impone necessariamente a Dia di rivedere la “posizione edipica” e di evolvere l’aggressività verso la figura paterna in “riconoscimento” del padre. Automaticamente vivrà in maniera realistica e meno idealizzata la figura materna e comporrà le necessità a carico della sua donna allargando lo spettro psico-culturale dell’universo femminile. Del resto, riconoscere il padre significa riattraversare i propri vissuti al riguardo e riattualizzarli alla luce della comprensione matura del ruolo altrettanto sacro del padre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza della “posizione edipica” con le conseguenti psiconevrosi: isterica, fobica ossessiva e depressiva. Inoltre Dia può incorrere nella compressione delle emozioni e dei sentimenti in riguardo all’universo maschile nel suo cercare un padre autorevole e non autoritario.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Dia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Dia si può attestare in una riflessione o in un ricordo del giorno antecedente o in una esperienza in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Dia è cenestetica e ansiosa con il suo ipotizzare oggetti persecutori da cui difendersi e contro cui rimediare e oggetti buoni in cui affondare e sprofondare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Mario Merola è stato il cantante napoletano che ha portato in auge la forma d’arte popolare della “sceneggiata”. Al riguardo la filosofia del popolo contiene una forma di “Profondità psichica collettiva” da cui si possono trarre le tracce più autentiche della Psiche e delle angosce, come ad esempio le modalità di pensiero e di vita, le movenze posturali e i proverbi. La sacralità dei genitori e il riconoscimento finale del padre e della madre si vedono chiaramente in questa opera d’arte popolare incalzante e inanellata in un dialetto
napoletano italianizzato al punto da poterlo capire anche in Palestina. Mario Merola incarna l’anima popolare ed è molto bravo nel disimpegnarsi tra arte e cultura. Il figlio ingrato dopo aver negato il padre e la madre si inginocchia e bacia le mani al padre nel gesto sacro più forte che l’uomo abbia concepito, un gesto che si fa con i padri veri e i padri fittizi come i papi e i mammasantissima.
Questo è il testo.
Leggetelo con certosina pazienza e ascoltatelo con mistico approccio perché ci riguarda e ci tocca nel profondo se non opponiamo resistenza.

O zappatore

Felicissima sera
a tutte ‘sti signur e ‘ncravattate
e a chesta cummitiva accussi allera
d’uommene scicche e femmene pittate
chesta e’ ‘na festa ‘e ballo
tutte cu ‘e fracchisciasse ‘sti signure
e’ i’ ca so’ sciso ‘a coppa sciaraballo
senza cerca’ o permesso abballo i’ pure
chi so che ve ne ‘mporta
aggio araputa ‘a porta
e so’ trasuto cca’
musica musicante
fatevi mordo onore
stasera miezo a st’uommene aligante
abballa un contadino zappatore
no signore avvocato
sentite a me nu ve mettite scuorno
io pe’ ve fa’ signore aggio zappato
e sto’ zappanno ancora notte e ghiuorno
e so’ duje anne duje
ca nun scrive nu rigo a casa mia
vossignuria se mette scuorno ‘e nuje
pur’i mme metto scuorno ‘e ‘ossignuria
chi so’ dillo a ‘sta gente
ca i’ songo nu parente
ca nun ‘o puo’ caccia’
musica musicante
ca e’ bella ll’alleria
i’ mo ve cerco scusa a tuttuquante
si abballo e chiagno dint’ ‘a casa mia
mamma toja se ne more
o ssaje ca mamma toja more e te chiamma
meglio si te ‘mparave zappatore
ca o zappatore nun s”a scorda ‘a mamma
te chiamma ancora “gioia”
e arravugliata dint’ ‘o scialle niro
dice “mo torno core ‘e mamma soia
se venne a piglia ll’urdemo suspiro”
chi so vuje mme guardate
so’ ‘o pate i’ songo ‘o pate
e nun mme po’ caccia’
so’ nu faticatore
e magno pane e pane
si zappo ‘a terra chesto te fa onore
addenocchiate e vaseme ‘sti mmane.