ANGOSCIA DI PERDITA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Alice sogna di trovarsi in seduta con la psicoterapeuta, ma era come se fosse all’aperto.
A un tratto un’automobile travolge la bambina di 5 anni della psicoterapeuta. Quest’ultima si getta disperata su di lei, mentre Alice prende il cellulare e tenta di chiamare i soccorsi, ma invano, perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Alice si svolge durante un trattamento psicoterapeutico, in un momento della vita in cui si mette particolarmente in discussione la propria storia e i vissuti della propria esistenza al fine di maturare un equilibrio psicofisico migliore, di essere meno preda dei “fantasmi” del passato e della propria formazione, di essere padrone in casa propria.
Riassumendo in termini tecnici, una psicoterapia funge alla ristrutturazione del fondo psichico e alla risoluzione dei disturbi psicosomatici ed è indicata, di conseguenza, a tutti quelli che hanno una mente e un cuore, un sistema nervoso centrale e neurovegetativo, a tutti gli uomini di buona volontà e dal forte amor proprio.
Durante un trattamento psicoterapeutico è chiaro che si scatenano per via naturale e associativa, di seduta in seduta e per ordinarsi al meglio pezzo dopo pezzo come in un puzzle, i vissuti e i fantasmi, i sintomi e le costellazioni psichiche che riguardano il cielo e la terra, il padre e la madre, la vita e la morte, il corpo e la mente, la sessualità “in primis et in secundis”.
Nello specifico, le psicoterapie che si basano sulla metodologia psicoanalitica, privilegiano essenzialmente la “presa di coscienza del rimosso” ossia la memoria e la “razionalizzazione” del materiale psichico traumatico relegato a livello profondo e dimenticato, la “destrutturazione” ossia l’abbandono delle resistenze inutili che impediscono l’emergere dell’identità più vera favorendo le false immagini di sé, il “transfert” ossia la relazione con l’analista e inteso come la riproduzione della modalità del rapporto con i genitori.
Questo breve e sommario preambolo serve a meglio comprendere il sogno di Alice e a sintetizzarlo nel modo seguente: la protagonista sta approfondendo in terapia i suoi fantasmi in riguardo alla madre ed esibisce un “transfert” sull’analista proiettando i suoi vissuti e i suoi fantasmi. Il tutto indica il buon andamento della psicoterapia dal momento che si stanno smantellando le resistenze alla presa di coscienza grazie alla proficua e oculata “interpretazione” dell’analista.
Ancora: il sogno Alice pone il problema del rapporto con i genitori e in particolare con la madre durante una fase specifica della sua vita.
Il sogno di Alice è provvido per attestare l’importanza del prodotto onirico durante i trattamenti psicoterapeutici al fine di capire la situazione psichica in atto, cosa si sta muovendo ed emergendo nella persona in trattamento, per accelerare le prese di coscienza del rimosso e del patrimonio incamerato.
Il dar movimento alla quiescenza psichica e l’impedire lo stallo dei fantasmi avverranno sempre con cautela da parte della paziente e con il garbato e competente ausilio dell’analista.
Le psicoterapie a vita o interminabili e quelle terminabili le lasciamo al breve testo di Freud scritto negli ultimi anni di vita e intitolato “Analisi terminabili e analisi interminabili”.
Il sogno di Alice merita un giusto approfondimento.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Alice sogna di trovarsi in seduta con la psicoterapeuta,”

Alice si porta in sogno l’esperienza importante in atto, la sua psicoterapia. E anche qualcosa d’importante si è mosso dentro di lei: la “seduta” rappresenta simbolicamente l’unione e la solidarietà, mentre la “psicoterapeuta” condensa la figura relazionale di riferimento, l’oggetto o la persona su cui Alice può trasferire e appagare, di volta in volta e di seduta in seduta, i suoi bisogni di amicizia e di alleanza, le sue pulsioni d’amore e d’odio, i sentimenti di fusione e di avversione. Questa dinamica può avvenire anche nel versante maschile e sempre secondo i bisogni di “proiezione” di Alice, nonostante la psicoterapeuta sia una donna. La psicoterapeuta condensa una “filia” e una “fobia”, un’unione e una separazione, una fusione e un distacco, una simbiosi e una solitudine. Il sogno tra poco dirà quale “fantasma” Alice ha proiettato sulla figura della psicoterapeuta.

“ma era come se fosse all’aperto.”

Qualcosa non funziona rispetto alla normalità della pratica psicoterapeutica più obsoleta dello studio, della poltrona o del lettino. Alice sente il bisogno di uscire dalla formalità dello studio, di liberarsi del suo ambiguo ruolo di paziente, di andare all’aria aperta verso la libertà: “ma era come se fosse all’aperto”. La “claustrofobia” dello studio e dei suoi “fantasmi” aspirano alla libertà e alla liberazione, all’autonomia e all’autenticità di una relazione diversa, non più professionale ma intima e familiare. Alice manifesta in sogno il bisogno di affidarsi a se stessa tramite la figura della psicoterapeuta e di liberarsi nel “senza confine” superando la “fobia del chiuso”. Decisamente si tratta di un buono e prospero segnale, anche se si corre il rischio di cadere nell’indeterminato e nell’indistinto psichici.
Ottimalmente Alice commuterà la “claustrofobia”, paura dei suoi contenuti psichici o fantasmi, con la “claustrofilia”, amore del proprio mondo psicologico e filosofia del “comunque andare” secondo “amor fati”.
Fin adesso il sogno di Alice ha seminato dubbi e ipotesi in attesa di verità.

“A un tratto un’automobile travolge la bambina di 5 anni della psicoterapeuta.”

Ecco il fantasma, anzi i fantasmi!
Il sogno profila in maniera decisa i “fantasmi” della madre e della bambina traumatizzata dalla “angoscia di perdita dell’oggetto”, sempre la madre nello specifico.
Alice proietta se stessa e la sua storia nella ipotetica bambina della psicoterapeuta, il suo essere stata bambina travolta dal “fantasma di morte” per assenza di madre. La psicoterapeuta condensa la madre di Alice bambina.
Miracolo della psicoterapia è l’aver consentito ad Alice di riattualizzare le sue angosce per liberarsene con la giusta presa di coscienza e razionalizzandole al nobile e proficuo fine di rendersi autonoma.
Ma perché “un’automobile” e non una caduta rovinosa in un burrone?
L’automobile rappresenta simbolicamente i meccanismi neurovegetativi della sessualità, per cui si evidenzia il “conflitto edipico” con i genitori e, nello specifico, il sentimento struggente della gelosia, quello che fa perdere il controllo delle emozioni più profonde. Alice ha esternato nel sogno il “fantasma della parte negativa della madre”, la madre fredda e anaffettiva, una figura vissuta come foriera di solitudine e d’angoscia.
Questo è chiaramente il vissuto della figlia, al di là di come la madre nella realtà di tutti i giorni sia stata.
E’ lecito e opportuno chiedersi il perché di questo drammatico “fantasma” in riguardo alla figura materna.
E’ causato da un edipico attaccamento morboso al padre?
La figura paterna si desume dal quadro onirico, ma non si manifesta nel sogno di Alice, per cui si tratta sicuramente dei vissuti legati alla “posizione edipica” irrisolta, amore verso il padre e odio verso la madre, ma questo conflitto ha rievocato il “fantasma della parte negativa della madre”, quello incamerato nel primo anno di vita secondo le modalità psichiche di quel tempo, lo “splitting”, la “scissione” della figura materna in “buona”, quella che nutre, e “cattiva”, quella che abbandona e uccide.
Una vera iattura è questa associazione e questo arcaico richiamo di un tempo e di un vissuto antico.
Il sogno dice che Alice soffre di “angoscia di perdita dell’oggetto” e rischia uno stato limite, borderline” nei momenti di acuta crisi affettiva e di drammatica solitudine.

“Quest’ultima si getta disperata su di lei,”

Ecco il desiderio e l’invocazione gridata della bambina!
“Mamma, mamma renditi conto che io sto morendo d’abbandono e di solitudine, dedicati a me e non lasciarmi sola!”
Il sogno in una semplice sintesi, “si getta disperata su di lei”, dice di un mare di sensi e sentimenti, del bisogno della bambina disperata di avere la madre tutta per lei, una figura dedita e non assente o distratta.
“Disperata” condensa l’assenza e l’aldilà della speranza, il dolore legato al rifiuto della rassegnazione e della tragedia in atto, una figlia travolta e morta per mancanza d’affetto e di accudimento.
Come si esprime bene in sogno Alice!
Come condensa bene i suoi vissuti in un semplice sogno!

“mentre Alice prende il cellulare e tenta di chiamare i soccorsi,”

Alice, in precedenza, ha proiettato il suo conflitto e i suoi fantasmi sulla psicoterapeuta, adesso si coinvolge in prima persona senza operare alcuna “traslazione” difensiva e viene fuori con semplice evidenza la sua incapacità di relazionarsi e, nello specifico, di avere un contatto sin da bambina con la madre. Inoltre, Alice non sa chiedere e questo importante difetto dispone per una “angoscia di perdita d’oggetto” legata a un trauma primario “pre-edipico”. La bambina era infante, “senza parola”, e nel primo anno di vita ha operato naturalmente il processo difensivo di “splitting”, di scissione del “fantasma della madre” e su questo processo e fantasma è ritornata da adulta quando sapeva parlare ma non sapeva riconoscersi e chiedere.
Ancora oggi Alice “tenta di chiamare i soccorsi” con il suo “cellulare”.

“ma invano perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.”

L’esordio del capoverso del sogno è tragico, “ma invano”: tutto è inutile e vuoto per Alice. Le sue paure affettive e le sue difficoltà relazionali di allora si ripropongono, pari pari, nel non sentirsi amata di oggi: “non c’è linea o non le risponde nessuno”. La “angoscia di perdita” si presenta con tutto il supporto del “fantasma” dell’infanzia e ancora pienamente in servizio e in atto. L’angoscia di Alice non è soltanto “angoscia di castrazione” legata alla “posizione edipica” irrisolta, ma è, “in primis”, incapacità d’investire la sua energia vitale, “libido”, nell’oggetto d’attrazione, la madre o l’altro da sé. L’angoscia di Alice non è “angoscia di frammentazione”, perdita di una parte di sé, e la cosa dispone in maniera fausta per il superamento di uno “stato limite” in un un conflitto psiconevrotico e non psicotico.

PSICODINAMICA

Il sogno di Alice sviluppa la psicodinamica con la figura materna del primo anno di vita ed esibisce la modalità di pensiero della scissione, “splitting”, nell’elaborazione del “fantasma materno”, “seno buono” e “seno cattivo”. Di poi, si ridesta la conflittualità legata alla “posizione edipica”, conflitto con i genitori, causando un riverbero peggiorativo della precedente “posizione orale”, affettiva. La psicodinamica si conclude con la manifesta incapacità della protagonista di risolvere in maniera proficua l’acuto conflitto con la sua genitrice al fine di raggiungere l’autonomia psicofisica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica richiamata in maniera eclatante è l’”Es” in “automobile travolge la bambina” e “quest’ultima si getta disperata su di lei” e “ma invano perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.” L’istanza psichica “Io” si profila in “trovarsi in seduta” e timidamente in “prende il cellulare”. L’istanza psichica “Super-Io” non è evidenziata.
Le “posizioni psichiche” richiamate dal sogno di Alice sono la “orale” e la “edipica”, affettività e relazione con i genitori, in “con la psicoterapeuta” e “un’automobile travolge la bambina”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Alice usa il meccanismo psichico di difesa della “proiezione” in maniera costante e abbondante: “la psicoterapeuta”, “la bambina”. E’ presente la “condensazione” in “automobile” e “cellulare”, lo “spostamento” in “bambina” e “psicoterapeuta”, la “drammatizzazione” in “ma invano” e “un’automobile travolge la bambina”. Si evidenzia il processo psichico di difesa della “regressione” in “la bambina di cinque anni”. Non è presente il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Alice mostra un consistente tratto “orale”, affettivo, all’interno di una cornice “edipica”. La “organizzazione psichica reattiva”, vecchio carattere o personalità, è decisamente “orale”.

FIGURE RETORICHE

Sono presenti nel sogno di Alice le seguenti figure retoriche: la “metafora” in “automobile” e “psicoterapeuta”, la “metonimia” in “cellulare”, la “enfasi” in “non risponde nessuno”.

DIAGNOSI

La diagnosi dispone di uno “stato limite” in riguardo alla conflittualità con la figura materna e alla conseguente dipendenza. L’oggetto del contendere è la sfera affettiva con “regressione” alla “posizione psichica orale” sia come modalità di pensiero e sia come richiesta di affettività.

PROGNOSI

La prognosi impone ad Alice di riappropriarsi dell’alienato, di maturare la sua autonomia psichica e la sua indipendenza dalla figura materna e similar sostituti. Alice deve rafforzare fondamentalmente l’amor proprio e l’autostima per adire nelle relazioni in maniera costruttiva e senza particolari dipendenze.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nei disturbi della sfera affettiva e nelle relative conversioni psicosomatiche.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Alice è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Alice può essere una riflessione sul suo stato psicofisico o un incontro significativo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Alice è “cenestetica” ossia produce sensazioni e tensioni.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il tema del “seno cattivo” del “fantasma della madre” è diffusissimo nel tempo antico e nel tempo moderno.
Ringraziamo ancora Melanie Klein per le sue scoperte cliniche sul campo. Voglio proporvi, a conferma e a completamento di quanto affermato, un brano legato alle mie personali elaborazioni sul tema del cibo e dei conflitti collegati e titolato simbolicamente “uccidi la madre”.
A seguito ascoltate con attenzione una famosa canzone degli anni ‘30, 1929 per l’esattezza a firma del popolar poeta E. A. Mario, un prodotto
psico-culturale molto significativo nella retorica del suo tempo, “Balocchi e profumi”.

UCCIDI LA MADRE

Sul lavoro sono nervosa, mi sento provvisoria e costretta a vivere con persone insignificanti; tu cerchi le affinità elettive e trovi sempre incastri incompatibili.
La convivenza mi è impossibile.
Detesto mia madre e le operaie del maglificio, donne stupide di tanto e felici di poco.
Io ho altri scopi nella vita ed è frustrante perdere il mio tempo in questa fabbrica di maglioni colorati, che, ricattata delle multinazionali, stenta da sempre a decollare.
Le crisi di panico bloccano ogni mia iniziativa e ogni mio progetto, vanificano le energie residue.
Da bambina ho sognato di dilatare all’infinito le mie conoscenze e di trasmetterle agli altri bambini, da adulta mi ritrovo rinchiusa per otto ore al giorno in un ambiente angusto e braccata da tanta mediocrità; ho paura di assorbirla e di rassegnarmi a vivere con la mentalità della donna in carriera, una massa di carne più o meno organizzata e piena di frigidità.
Il mio corpo è appena uscito dall’indistinto e la mia mente è appena rinata dal caos.
Mi atterrisce il pensiero che fra dieci anni posso ancora trovarmi in questi uffici, con questi telefoni, in mezzo a queste poltrone da manager, tra bolle di accompagnamento e relative fatture, circondata da rozzi camionisti che ti chiedono dov’è andato a finire il tuo seno o a chi affitti la vagina ogni notte per una pipa di tabacco.
L’odore acre dei tessuti mi dà la nausea e il rumore continuo dei telai mi irrita la pelle.
Non sono stanca, ma semplicemente insoddisfatta perché alla fine della giornata non raccolgo niente di costruttivo per me e per il mio futuro prossimo.
Il sistema economico brucia risorse e aspirazioni umane per produrre beni di consumo e frustrazioni; i processi evolutivi sono sempre in perdita e la civiltà resta ancora l’opinione occulta di pochi eletti.
Se fossi almeno libera dalle crisi fobiche e dalle limitazioni dei miei genitori, fuggirei lontano, tanto lontano, in un mondo ancora primitivo dove il pallino imprenditoriale di mia madre e l’inettitudine di mio padre non avrebbero alcuna possibilità di esistere.
Andrei via soprattutto da lei perché mi fa sentire dipendente e mantenuta.
Studiare e istruirsi sono ritenuti dalla filosofia familiare capricci infantili; l’unico motivo che rende la vita degna di essere vissuta è il lavoro, soltanto e sempre il lavoro.
Altro che bighellonare goliardicamente all’università tra le calli e i campielli di Venezia !
In questa fanatica concezione della dignità del lavoro i miei genitori sono in perfetto accordo con lo spirito religioso dei calvinisti e senza alcuna sacra coscienza adorano il dio quattrino, un culto così diffuso nella cultura occidentale e così prospero nel nostro orgoglioso nord-est; dell’ozio e delle attività sorelle non esiste alcuna traccia nelle loro aride menti e nei loro insensibili cuori.
Poveri genitori, mi fanno tanta tenerezza e a volte anche tanta pena.
Del resto, attualmente non mi sentirei tranquilla in un salone con trecento persone per assistere a una lezione sul Canzoniere del Petrarca e non saprei gustare, come merita, la nona satira di Orazio.
Se cerco l’appoggio dei miei genitori, mi ritrovo inevitabilmente sola; delle loro attenzioni e delle loro premure non avverto neppure l’eco.
Per converso i loro squallidi pregiudizi mi inducono feroci sensi di colpa, che poi naturalmente pago con le crisi di panico e con le scariche isteriche.
Nell’assumere nuovamente il ruolo di studentessa pesano la dipendenza economica e la paura di quelle ulteriori delusioni che confermerebbero le stolte convinzioni dei miei genitori.
Mia madre si lamenta sempre di lavorare tanto, di non trovare un adeguato sostegno in me e si dimostra molto subdola nel cavalcare il tema della figlia ingrata.
Forse io non sono da meno, ma lei è madre e io sono figlia.
Come potrei concentrarmi nello studio se si lamenta in ogni occasione di essere molto stanca e mi chiede continuamente di aiutarla nel suo lavoro ?
Io non resisto alla tirannia dei miei sensi di colpa, per cui come una puttana sono sempre disponibile sul marciapiede.
Ho pensato di andare a vivere da sola, ma il progetto è stato immediatamente archiviato dal momento che, se studio, non posso lavorare e di conseguenza non posso mantenere la mia sopravvivenza e la mia libertà.
A tale fugace pensiero e sotto le sferzate logiche dell’inevitabile dipendenza da mia madre durante la notte si è ripresentata una crisi d’asma con panico incorporato e con tutti quegli accessori che non si possono definire salutari optional.
Sono ben sistemata con annessi e connessi; in effetti non mi manca quasi niente per avere il passaporto della felicità, ma il guaio peggiore è che non vedo una misera via di uscita da tanta disgrazia.
Mi dico con tono sicuro che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi ridico con tono deciso che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita.
Alla fine riesco a convincermi e a trovare pace sul fatto che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi solleva la riflessione che con i miei fallimenti non posso chiedere alcuna prova d’appello ai miei genitori, per cui mi conviene essere dipendente al massimo e non creare alcun conflitto con le loro poche idee e con i miei tanti bisogni.
Io sono un fallimento e mi trascino una serie di sconfitte come il lungo e bianco strascico di una sposa illibata.
Non mi resta che lavorare senza salario per restituire ai miei genitori il denaro che hanno investito su di me e posso di tanto in tanto anche ammalarmi secondo le varie ed eventuali emergenze psicologiche.
Pur tuttavia mi sento in debito all’infinito nei loro confronti e mi sento colpevole di un qualcosa di indefinito nei confronti di tutti.
Mia madre, oltretutto, ha modificato il suo atteggiamento e, incredibile a dirsi, in questo periodo é tanto premurosa e gentile verso di me.
Capisco che questa è la sottile trappola che la perfida matrigna di Biancaneve tendeva alla figliastra debole e insicura.
In compenso la dolce signora riversa tutta la sua aggressività sul marito e le liti giornaliere sono cresciute di numero e di intensità.
Immancabilmente scarica merda su quel pover’uomo come le fogne di Venezia nella putrida laguna.
Anche di questo misfatto mi sento in colpa e non so se essere solidale con lei o preoccupata per lui, quel padre così anonimo e così mio.
Rasserenandomi da sola e senza il micidiale “Serenase”, spero e nello stesso tempo temo di riprendere il filo della mia vita dopo una brutale intossicazione di farmaci e dopo tanti anni di parcheggio esistenziale.
Vorrei fare qualcosa, ma ho paura di fallire ancora.
Non ho alcuna fiducia in me stessa e nelle mie costanti incompiute.
Ho vissuto per cinque anni soltanto esperienze tutte da rimuovere nel buco nero di un ipotetico inconscio.
Vorrei tentare qualcosa di creativo, un investimento tutto mio nel settore della pubblicità, della moda, della pittura, della fotografia, del giornalismo, della letteratura.
Vorrei essere me stessa.
Vorrei, vorrei, ma chi sono io ?
Niente da fare.
E’ peggio che andar di notte, come la befana, con le scarpe tutte rotte.
Nel lavoro attuale non c’è niente di poetico; io so di essere artistoide e di usare malamente e contro me stessa la mia sensibilità e le mie risorse estetiche.
Del resto, vivendo nella campagna trevigiana, sono lontana dai grandi circuiti della creatività e sono costretta a sognare in grande perché mi sento braccata in uno spazio angusto.
Il destino infame mi ha fatto nascere e crescere in una certa famiglia e in un certo posto; io non posso cambiare alcunché del mio passato e non riesco a cambiare alcunché del mio presente.
Questa visione araba della vita non mi appartiene, ma per il momento mi serve e me la tengo cara tra le cosce.
In famiglia e in paese la mentalità è ristretta: lavoro, denaro, villa, volvo, mercedes, merlot, poenta e osei, cabernet, poenta e brasoe, raboso, poenta e costesine, risi e bisi, cicchetti e spriz.
E di tutto il resto ?
Nient’altro o quasi niente.
In questa situazione mi sento una scolaretta delle scuole elementari, una figlia dipendente dalla madre, una bambina diversa dalle sue coetanee.
Se riuscissi almeno a staccarmi da questo esasperato individualismo, a demolire i muri di questo spietato narcisismo, se mi sentissi almeno una minima parte del gruppo, sono sicura che darei il cento per cento di me stessa, ma purtroppo l’impresa è impossibile perché in famiglia non mi sono mai sentita così.
Io sono un’esclusa, continuo dal posto sbagliato a guardare inebetita il mondo e tutti quelli che lo abitano attraverso un vetro, il vetro del mio salotto, e non riesco a far parte di un qualcosa di intero, di un qualcosa di organico.
Come una bambina ingenua e capricciosa resto sempre una scheggia impazzita e non concepisco altra forza e altra rottura al di là della malattia e del suicidio.
Mi convinco sempre più della necessità di distruggere dentro di me la figura materna per non restare bambina.
E il padre ?
Il padre si è sistemato da solo o almeno così mi sembra.
Che in tutto questo ci sia ancora lo zampino di mia madre ?
Non importa.
Il padre per il momento é sistemato.
E’ meglio procedere.

Salvatore Vallone

In Pieve di Soligo (TV), nel mese di aprile dell’anno 1988.

 

 

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