ANGOSCIA DI PERDITA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Alice sogna di trovarsi in seduta con la psicoterapeuta, ma era come se fosse all’aperto.
A un tratto un’automobile travolge la bambina di 5 anni della psicoterapeuta. Quest’ultima si getta disperata su di lei, mentre Alice prende il cellulare e tenta di chiamare i soccorsi, ma invano, perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Alice si svolge durante un trattamento psicoterapeutico, in un momento della vita in cui si mette particolarmente in discussione la propria storia e i vissuti della propria esistenza al fine di maturare un equilibrio psicofisico migliore, di essere meno preda dei “fantasmi” del passato e della propria formazione, di essere padrone in casa propria.
Riassumendo in termini tecnici, una psicoterapia funge alla ristrutturazione del fondo psichico e alla risoluzione dei disturbi psicosomatici ed è indicata, di conseguenza, a tutti quelli che hanno una mente e un cuore, un sistema nervoso centrale e neurovegetativo, a tutti gli uomini di buona volontà e dal forte amor proprio.
Durante un trattamento psicoterapeutico è chiaro che si scatenano per via naturale e associativa, di seduta in seduta e per ordinarsi al meglio pezzo dopo pezzo come in un puzzle, i vissuti e i fantasmi, i sintomi e le costellazioni psichiche che riguardano il cielo e la terra, il padre e la madre, la vita e la morte, il corpo e la mente, la sessualità “in primis et in secundis”.
Nello specifico, le psicoterapie che si basano sulla metodologia psicoanalitica, privilegiano essenzialmente la “presa di coscienza del rimosso” ossia la memoria e la “razionalizzazione” del materiale psichico traumatico relegato a livello profondo e dimenticato, la “destrutturazione” ossia l’abbandono delle resistenze inutili che impediscono l’emergere dell’identità più vera favorendo le false immagini di sé, il “transfert” ossia la relazione con l’analista e inteso come la riproduzione della modalità del rapporto con i genitori.
Questo breve e sommario preambolo serve a meglio comprendere il sogno di Alice e a sintetizzarlo nel modo seguente: la protagonista sta approfondendo in terapia i suoi fantasmi in riguardo alla madre ed esibisce un “transfert” sull’analista proiettando i suoi vissuti e i suoi fantasmi. Il tutto indica il buon andamento della psicoterapia dal momento che si stanno smantellando le resistenze alla presa di coscienza grazie alla proficua e oculata “interpretazione” dell’analista.
Ancora: il sogno Alice pone il problema del rapporto con i genitori e in particolare con la madre durante una fase specifica della sua vita.
Il sogno di Alice è provvido per attestare l’importanza del prodotto onirico durante i trattamenti psicoterapeutici al fine di capire la situazione psichica in atto, cosa si sta muovendo ed emergendo nella persona in trattamento, per accelerare le prese di coscienza del rimosso e del patrimonio incamerato.
Il dar movimento alla quiescenza psichica e l’impedire lo stallo dei fantasmi avverranno sempre con cautela da parte della paziente e con il garbato e competente ausilio dell’analista.
Le psicoterapie a vita o interminabili e quelle terminabili le lasciamo al breve testo di Freud scritto negli ultimi anni di vita e intitolato “Analisi terminabili e analisi interminabili”.
Il sogno di Alice merita un giusto approfondimento.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Alice sogna di trovarsi in seduta con la psicoterapeuta,”

Alice si porta in sogno l’esperienza importante in atto, la sua psicoterapia. E anche qualcosa d’importante si è mosso dentro di lei: la “seduta” rappresenta simbolicamente l’unione e la solidarietà, mentre la “psicoterapeuta” condensa la figura relazionale di riferimento, l’oggetto o la persona su cui Alice può trasferire e appagare, di volta in volta e di seduta in seduta, i suoi bisogni di amicizia e di alleanza, le sue pulsioni d’amore e d’odio, i sentimenti di fusione e di avversione. Questa dinamica può avvenire anche nel versante maschile e sempre secondo i bisogni di “proiezione” di Alice, nonostante la psicoterapeuta sia una donna. La psicoterapeuta condensa una “filia” e una “fobia”, un’unione e una separazione, una fusione e un distacco, una simbiosi e una solitudine. Il sogno tra poco dirà quale “fantasma” Alice ha proiettato sulla figura della psicoterapeuta.

“ma era come se fosse all’aperto.”

Qualcosa non funziona rispetto alla normalità della pratica psicoterapeutica più obsoleta dello studio, della poltrona o del lettino. Alice sente il bisogno di uscire dalla formalità dello studio, di liberarsi del suo ambiguo ruolo di paziente, di andare all’aria aperta verso la libertà: “ma era come se fosse all’aperto”. La “claustrofobia” dello studio e dei suoi “fantasmi” aspirano alla libertà e alla liberazione, all’autonomia e all’autenticità di una relazione diversa, non più professionale ma intima e familiare. Alice manifesta in sogno il bisogno di affidarsi a se stessa tramite la figura della psicoterapeuta e di liberarsi nel “senza confine” superando la “fobia del chiuso”. Decisamente si tratta di un buono e prospero segnale, anche se si corre il rischio di cadere nell’indeterminato e nell’indistinto psichici.
Ottimalmente Alice commuterà la “claustrofobia”, paura dei suoi contenuti psichici o fantasmi, con la “claustrofilia”, amore del proprio mondo psicologico e filosofia del “comunque andare” secondo “amor fati”.
Fin adesso il sogno di Alice ha seminato dubbi e ipotesi in attesa di verità.

“A un tratto un’automobile travolge la bambina di 5 anni della psicoterapeuta.”

Ecco il fantasma, anzi i fantasmi!
Il sogno profila in maniera decisa i “fantasmi” della madre e della bambina traumatizzata dalla “angoscia di perdita dell’oggetto”, sempre la madre nello specifico.
Alice proietta se stessa e la sua storia nella ipotetica bambina della psicoterapeuta, il suo essere stata bambina travolta dal “fantasma di morte” per assenza di madre. La psicoterapeuta condensa la madre di Alice bambina.
Miracolo della psicoterapia è l’aver consentito ad Alice di riattualizzare le sue angosce per liberarsene con la giusta presa di coscienza e razionalizzandole al nobile e proficuo fine di rendersi autonoma.
Ma perché “un’automobile” e non una caduta rovinosa in un burrone?
L’automobile rappresenta simbolicamente i meccanismi neurovegetativi della sessualità, per cui si evidenzia il “conflitto edipico” con i genitori e, nello specifico, il sentimento struggente della gelosia, quello che fa perdere il controllo delle emozioni più profonde. Alice ha esternato nel sogno il “fantasma della parte negativa della madre”, la madre fredda e anaffettiva, una figura vissuta come foriera di solitudine e d’angoscia.
Questo è chiaramente il vissuto della figlia, al di là di come la madre nella realtà di tutti i giorni sia stata.
E’ lecito e opportuno chiedersi il perché di questo drammatico “fantasma” in riguardo alla figura materna.
E’ causato da un edipico attaccamento morboso al padre?
La figura paterna si desume dal quadro onirico, ma non si manifesta nel sogno di Alice, per cui si tratta sicuramente dei vissuti legati alla “posizione edipica” irrisolta, amore verso il padre e odio verso la madre, ma questo conflitto ha rievocato il “fantasma della parte negativa della madre”, quello incamerato nel primo anno di vita secondo le modalità psichiche di quel tempo, lo “splitting”, la “scissione” della figura materna in “buona”, quella che nutre, e “cattiva”, quella che abbandona e uccide.
Una vera iattura è questa associazione e questo arcaico richiamo di un tempo e di un vissuto antico.
Il sogno dice che Alice soffre di “angoscia di perdita dell’oggetto” e rischia uno stato limite, borderline” nei momenti di acuta crisi affettiva e di drammatica solitudine.

“Quest’ultima si getta disperata su di lei,”

Ecco il desiderio e l’invocazione gridata della bambina!
“Mamma, mamma renditi conto che io sto morendo d’abbandono e di solitudine, dedicati a me e non lasciarmi sola!”
Il sogno in una semplice sintesi, “si getta disperata su di lei”, dice di un mare di sensi e sentimenti, del bisogno della bambina disperata di avere la madre tutta per lei, una figura dedita e non assente o distratta.
“Disperata” condensa l’assenza e l’aldilà della speranza, il dolore legato al rifiuto della rassegnazione e della tragedia in atto, una figlia travolta e morta per mancanza d’affetto e di accudimento.
Come si esprime bene in sogno Alice!
Come condensa bene i suoi vissuti in un semplice sogno!

“mentre Alice prende il cellulare e tenta di chiamare i soccorsi,”

Alice, in precedenza, ha proiettato il suo conflitto e i suoi fantasmi sulla psicoterapeuta, adesso si coinvolge in prima persona senza operare alcuna “traslazione” difensiva e viene fuori con semplice evidenza la sua incapacità di relazionarsi e, nello specifico, di avere un contatto sin da bambina con la madre. Inoltre, Alice non sa chiedere e questo importante difetto dispone per una “angoscia di perdita d’oggetto” legata a un trauma primario “pre-edipico”. La bambina era infante, “senza parola”, e nel primo anno di vita ha operato naturalmente il processo difensivo di “splitting”, di scissione del “fantasma della madre” e su questo processo e fantasma è ritornata da adulta quando sapeva parlare ma non sapeva riconoscersi e chiedere.
Ancora oggi Alice “tenta di chiamare i soccorsi” con il suo “cellulare”.

“ma invano perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.”

L’esordio del capoverso del sogno è tragico, “ma invano”: tutto è inutile e vuoto per Alice. Le sue paure affettive e le sue difficoltà relazionali di allora si ripropongono, pari pari, nel non sentirsi amata di oggi: “non c’è linea o non le risponde nessuno”. La “angoscia di perdita” si presenta con tutto il supporto del “fantasma” dell’infanzia e ancora pienamente in servizio e in atto. L’angoscia di Alice non è soltanto “angoscia di castrazione” legata alla “posizione edipica” irrisolta, ma è, “in primis”, incapacità d’investire la sua energia vitale, “libido”, nell’oggetto d’attrazione, la madre o l’altro da sé. L’angoscia di Alice non è “angoscia di frammentazione”, perdita di una parte di sé, e la cosa dispone in maniera fausta per il superamento di uno “stato limite” in un un conflitto psiconevrotico e non psicotico.

PSICODINAMICA

Il sogno di Alice sviluppa la psicodinamica con la figura materna del primo anno di vita ed esibisce la modalità di pensiero della scissione, “splitting”, nell’elaborazione del “fantasma materno”, “seno buono” e “seno cattivo”. Di poi, si ridesta la conflittualità legata alla “posizione edipica”, conflitto con i genitori, causando un riverbero peggiorativo della precedente “posizione orale”, affettiva. La psicodinamica si conclude con la manifesta incapacità della protagonista di risolvere in maniera proficua l’acuto conflitto con la sua genitrice al fine di raggiungere l’autonomia psicofisica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica richiamata in maniera eclatante è l’”Es” in “automobile travolge la bambina” e “quest’ultima si getta disperata su di lei” e “ma invano perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.” L’istanza psichica “Io” si profila in “trovarsi in seduta” e timidamente in “prende il cellulare”. L’istanza psichica “Super-Io” non è evidenziata.
Le “posizioni psichiche” richiamate dal sogno di Alice sono la “orale” e la “edipica”, affettività e relazione con i genitori, in “con la psicoterapeuta” e “un’automobile travolge la bambina”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Alice usa il meccanismo psichico di difesa della “proiezione” in maniera costante e abbondante: “la psicoterapeuta”, “la bambina”. E’ presente la “condensazione” in “automobile” e “cellulare”, lo “spostamento” in “bambina” e “psicoterapeuta”, la “drammatizzazione” in “ma invano” e “un’automobile travolge la bambina”. Si evidenzia il processo psichico di difesa della “regressione” in “la bambina di cinque anni”. Non è presente il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Alice mostra un consistente tratto “orale”, affettivo, all’interno di una cornice “edipica”. La “organizzazione psichica reattiva”, vecchio carattere o personalità, è decisamente “orale”.

FIGURE RETORICHE

Sono presenti nel sogno di Alice le seguenti figure retoriche: la “metafora” in “automobile” e “psicoterapeuta”, la “metonimia” in “cellulare”, la “enfasi” in “non risponde nessuno”.

DIAGNOSI

La diagnosi dispone di uno “stato limite” in riguardo alla conflittualità con la figura materna e alla conseguente dipendenza. L’oggetto del contendere è la sfera affettiva con “regressione” alla “posizione psichica orale” sia come modalità di pensiero e sia come richiesta di affettività.

PROGNOSI

La prognosi impone ad Alice di riappropriarsi dell’alienato, di maturare la sua autonomia psichica e la sua indipendenza dalla figura materna e similar sostituti. Alice deve rafforzare fondamentalmente l’amor proprio e l’autostima per adire nelle relazioni in maniera costruttiva e senza particolari dipendenze.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nei disturbi della sfera affettiva e nelle relative conversioni psicosomatiche.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Alice è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Alice può essere una riflessione sul suo stato psicofisico o un incontro significativo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Alice è “cenestetica” ossia produce sensazioni e tensioni.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il tema del “seno cattivo” del “fantasma della madre” è diffusissimo nel tempo antico e nel tempo moderno.
Ringraziamo ancora Melanie Klein per le sue scoperte cliniche sul campo. Voglio proporvi, a conferma e a completamento di quanto affermato, un brano legato alle mie personali elaborazioni sul tema del cibo e dei conflitti collegati e titolato simbolicamente “uccidi la madre”.
A seguito ascoltate con attenzione una famosa canzone degli anni ‘30, 1929 per l’esattezza a firma del popolar poeta E. A. Mario, un prodotto
psico-culturale molto significativo nella retorica del suo tempo, “Balocchi e profumi”.

UCCIDI LA MADRE

Sul lavoro sono nervosa, mi sento provvisoria e costretta a vivere con persone insignificanti; tu cerchi le affinità elettive e trovi sempre incastri incompatibili.
La convivenza mi è impossibile.
Detesto mia madre e le operaie del maglificio, donne stupide di tanto e felici di poco.
Io ho altri scopi nella vita ed è frustrante perdere il mio tempo in questa fabbrica di maglioni colorati, che, ricattata delle multinazionali, stenta da sempre a decollare.
Le crisi di panico bloccano ogni mia iniziativa e ogni mio progetto, vanificano le energie residue.
Da bambina ho sognato di dilatare all’infinito le mie conoscenze e di trasmetterle agli altri bambini, da adulta mi ritrovo rinchiusa per otto ore al giorno in un ambiente angusto e braccata da tanta mediocrità; ho paura di assorbirla e di rassegnarmi a vivere con la mentalità della donna in carriera, una massa di carne più o meno organizzata e piena di frigidità.
Il mio corpo è appena uscito dall’indistinto e la mia mente è appena rinata dal caos.
Mi atterrisce il pensiero che fra dieci anni posso ancora trovarmi in questi uffici, con questi telefoni, in mezzo a queste poltrone da manager, tra bolle di accompagnamento e relative fatture, circondata da rozzi camionisti che ti chiedono dov’è andato a finire il tuo seno o a chi affitti la vagina ogni notte per una pipa di tabacco.
L’odore acre dei tessuti mi dà la nausea e il rumore continuo dei telai mi irrita la pelle.
Non sono stanca, ma semplicemente insoddisfatta perché alla fine della giornata non raccolgo niente di costruttivo per me e per il mio futuro prossimo.
Il sistema economico brucia risorse e aspirazioni umane per produrre beni di consumo e frustrazioni; i processi evolutivi sono sempre in perdita e la civiltà resta ancora l’opinione occulta di pochi eletti.
Se fossi almeno libera dalle crisi fobiche e dalle limitazioni dei miei genitori, fuggirei lontano, tanto lontano, in un mondo ancora primitivo dove il pallino imprenditoriale di mia madre e l’inettitudine di mio padre non avrebbero alcuna possibilità di esistere.
Andrei via soprattutto da lei perché mi fa sentire dipendente e mantenuta.
Studiare e istruirsi sono ritenuti dalla filosofia familiare capricci infantili; l’unico motivo che rende la vita degna di essere vissuta è il lavoro, soltanto e sempre il lavoro.
Altro che bighellonare goliardicamente all’università tra le calli e i campielli di Venezia !
In questa fanatica concezione della dignità del lavoro i miei genitori sono in perfetto accordo con lo spirito religioso dei calvinisti e senza alcuna sacra coscienza adorano il dio quattrino, un culto così diffuso nella cultura occidentale e così prospero nel nostro orgoglioso nord-est; dell’ozio e delle attività sorelle non esiste alcuna traccia nelle loro aride menti e nei loro insensibili cuori.
Poveri genitori, mi fanno tanta tenerezza e a volte anche tanta pena.
Del resto, attualmente non mi sentirei tranquilla in un salone con trecento persone per assistere a una lezione sul Canzoniere del Petrarca e non saprei gustare, come merita, la nona satira di Orazio.
Se cerco l’appoggio dei miei genitori, mi ritrovo inevitabilmente sola; delle loro attenzioni e delle loro premure non avverto neppure l’eco.
Per converso i loro squallidi pregiudizi mi inducono feroci sensi di colpa, che poi naturalmente pago con le crisi di panico e con le scariche isteriche.
Nell’assumere nuovamente il ruolo di studentessa pesano la dipendenza economica e la paura di quelle ulteriori delusioni che confermerebbero le stolte convinzioni dei miei genitori.
Mia madre si lamenta sempre di lavorare tanto, di non trovare un adeguato sostegno in me e si dimostra molto subdola nel cavalcare il tema della figlia ingrata.
Forse io non sono da meno, ma lei è madre e io sono figlia.
Come potrei concentrarmi nello studio se si lamenta in ogni occasione di essere molto stanca e mi chiede continuamente di aiutarla nel suo lavoro ?
Io non resisto alla tirannia dei miei sensi di colpa, per cui come una puttana sono sempre disponibile sul marciapiede.
Ho pensato di andare a vivere da sola, ma il progetto è stato immediatamente archiviato dal momento che, se studio, non posso lavorare e di conseguenza non posso mantenere la mia sopravvivenza e la mia libertà.
A tale fugace pensiero e sotto le sferzate logiche dell’inevitabile dipendenza da mia madre durante la notte si è ripresentata una crisi d’asma con panico incorporato e con tutti quegli accessori che non si possono definire salutari optional.
Sono ben sistemata con annessi e connessi; in effetti non mi manca quasi niente per avere il passaporto della felicità, ma il guaio peggiore è che non vedo una misera via di uscita da tanta disgrazia.
Mi dico con tono sicuro che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi ridico con tono deciso che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita.
Alla fine riesco a convincermi e a trovare pace sul fatto che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi solleva la riflessione che con i miei fallimenti non posso chiedere alcuna prova d’appello ai miei genitori, per cui mi conviene essere dipendente al massimo e non creare alcun conflitto con le loro poche idee e con i miei tanti bisogni.
Io sono un fallimento e mi trascino una serie di sconfitte come il lungo e bianco strascico di una sposa illibata.
Non mi resta che lavorare senza salario per restituire ai miei genitori il denaro che hanno investito su di me e posso di tanto in tanto anche ammalarmi secondo le varie ed eventuali emergenze psicologiche.
Pur tuttavia mi sento in debito all’infinito nei loro confronti e mi sento colpevole di un qualcosa di indefinito nei confronti di tutti.
Mia madre, oltretutto, ha modificato il suo atteggiamento e, incredibile a dirsi, in questo periodo é tanto premurosa e gentile verso di me.
Capisco che questa è la sottile trappola che la perfida matrigna di Biancaneve tendeva alla figliastra debole e insicura.
In compenso la dolce signora riversa tutta la sua aggressività sul marito e le liti giornaliere sono cresciute di numero e di intensità.
Immancabilmente scarica merda su quel pover’uomo come le fogne di Venezia nella putrida laguna.
Anche di questo misfatto mi sento in colpa e non so se essere solidale con lei o preoccupata per lui, quel padre così anonimo e così mio.
Rasserenandomi da sola e senza il micidiale “Serenase”, spero e nello stesso tempo temo di riprendere il filo della mia vita dopo una brutale intossicazione di farmaci e dopo tanti anni di parcheggio esistenziale.
Vorrei fare qualcosa, ma ho paura di fallire ancora.
Non ho alcuna fiducia in me stessa e nelle mie costanti incompiute.
Ho vissuto per cinque anni soltanto esperienze tutte da rimuovere nel buco nero di un ipotetico inconscio.
Vorrei tentare qualcosa di creativo, un investimento tutto mio nel settore della pubblicità, della moda, della pittura, della fotografia, del giornalismo, della letteratura.
Vorrei essere me stessa.
Vorrei, vorrei, ma chi sono io ?
Niente da fare.
E’ peggio che andar di notte, come la befana, con le scarpe tutte rotte.
Nel lavoro attuale non c’è niente di poetico; io so di essere artistoide e di usare malamente e contro me stessa la mia sensibilità e le mie risorse estetiche.
Del resto, vivendo nella campagna trevigiana, sono lontana dai grandi circuiti della creatività e sono costretta a sognare in grande perché mi sento braccata in uno spazio angusto.
Il destino infame mi ha fatto nascere e crescere in una certa famiglia e in un certo posto; io non posso cambiare alcunché del mio passato e non riesco a cambiare alcunché del mio presente.
Questa visione araba della vita non mi appartiene, ma per il momento mi serve e me la tengo cara tra le cosce.
In famiglia e in paese la mentalità è ristretta: lavoro, denaro, villa, volvo, mercedes, merlot, poenta e osei, cabernet, poenta e brasoe, raboso, poenta e costesine, risi e bisi, cicchetti e spriz.
E di tutto il resto ?
Nient’altro o quasi niente.
In questa situazione mi sento una scolaretta delle scuole elementari, una figlia dipendente dalla madre, una bambina diversa dalle sue coetanee.
Se riuscissi almeno a staccarmi da questo esasperato individualismo, a demolire i muri di questo spietato narcisismo, se mi sentissi almeno una minima parte del gruppo, sono sicura che darei il cento per cento di me stessa, ma purtroppo l’impresa è impossibile perché in famiglia non mi sono mai sentita così.
Io sono un’esclusa, continuo dal posto sbagliato a guardare inebetita il mondo e tutti quelli che lo abitano attraverso un vetro, il vetro del mio salotto, e non riesco a far parte di un qualcosa di intero, di un qualcosa di organico.
Come una bambina ingenua e capricciosa resto sempre una scheggia impazzita e non concepisco altra forza e altra rottura al di là della malattia e del suicidio.
Mi convinco sempre più della necessità di distruggere dentro di me la figura materna per non restare bambina.
E il padre ?
Il padre si è sistemato da solo o almeno così mi sembra.
Che in tutto questo ci sia ancora lo zampino di mia madre ?
Non importa.
Il padre per il momento é sistemato.
E’ meglio procedere.

Salvatore Vallone

In Pieve di Soligo (TV), nel mese di aprile dell’anno 1988.

 

 

UNA CONOSCENZA SUPERIORE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in un ambulatorio con un chirurgo che io sapevo essere un dermatologo.
Mi faceva un’iniezione sopra l’ombelico e poi voleva darmi del cortisone.
Ma io rifiutavo per tre volte dicendo che mi avrebbe gonfiato e già mi sento tanto gonfia in questi ultimi anni.
Lui mi fa la dose di cortisone lo stesso e io piango, dicendo che gli ho detto di no e che l’ha fatta senza il mio consenso.
Mi si avvicina la signora cinese dove vado a corso di meditazione e mi dice che ora sono pronta per un livello di conoscenza superiore.”

Questo è il sogno di Subritte.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La meravigliosa e misterica esperienza della maternità è una “conoscenza superiore”?
Certamente sì!
L’esperienza della maternità è una crescita psicofisica consentita soltanto alle donne, un evento naturale che le eleva verso le sfere mistiche della materia biologica.
E’ un’esperienza atavica di natura ontogenetica e soprattutto filogenetica: origine di ciò che è e amore per la Specie
La maternità è, quindi e di certo, una “conoscenza superiore”.
E’ anche un principio metafisico che esige che il “Tutto” nasca da un “Principio Femminile”: in principio era la “Madre”. Tale “Principio” viene repentinamente rimosso e usurpato dal “Principio Maschile”: in principio era il “Padre”.
La “Natura” viene elaborata e sublimata dalla “Cultura”. La “Legge del Padre” prevale sulla “Legge del Sangue”. Quest’ultima viene rimossa a livello collettivo, ma serpeggia e si manifesta non soltanto nel parto di un bambino o di una bambina ma anche nelle organizzazioni a forte valenza emotiva e violenta.
Inizia il biblico “Genesi” a condannare la donna a molteplici gravidanze e a partorire nel dolore fuori la soglia di tolleranza, oltre alla dipendenza dal desiderio del maschio in espiazione del peccato originario o originale.
Così fu per Eva!
In precedenza era stata condannata Lilith per le pretese del suo giusto riconoscimento di ruolo e di funzione: la donna alla pari del maschio in diritto naturale e positivo, di fronte alla Natura e di di fronte alla Cultura.
Nella Grecia antica Esiodo nella sua “Cosmogonia” annunciava che il “Tutto” si origina dal “Caos” e che da quest’ultimo si scindeva il “Principio Maschile” nella figura mitica e mitologica di Urano, il Cielo stellato. Gea, il “Principio Femminile”, la Madre Terra veniva regolarmente e collettivamente rimossa ed esercitava un ruolo importantissimo ma culturalmente marginale: la materiale procreazione.
Queste teorie sono un assaggio sul tema fisico e metafisico del diuturno conflitto tra il “Principio Maschile” e il “Principio Femminile”, un tema e un conflitto collettivi ma soprattutto individuali, come dimostra nel suo massimo vigore il sogno di Subritte nel trattare la maternità contrastata, quella che si vuole dentro e si rifiuta fuori, quella che si teme per le mille paure, resistenze e soprattutto angosce. Infatti dare la vita comporta l’insorgere maligno a livello psichico del “fantasma di morte”, della morte da parto e della morte da immane dolore.
Nel parto naturale la vita e la morte si toccano fino a coincidere.
Cosa ne pensa Subritte sul tema e soprattutto sulla sua maternità?
Com’è stata “imprittata” dalla Natura e dalla Cultura?
Lo andiamo a vedere immantinente nell’interpretazione del suo sogno.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in un ambulatorio con un chirurgo che io sapevo essere un dermatologo.”

Il sogno di Subritte esordisce come nelle migliori commedie di Aristofane, il “qui pro quo”, l’equivoco, lo scambio di persone e personaggi, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, delle umane facoltà oniriche di teatral ironia, satira e commedia: “un chirurgo” al posto di “un dermatologo” o viceversa, come vi pare e come vi piace.
Analizziamo i simboli.
Il “chirurgo” condensa la “libido sadomasochistica” della “posizione psichica anale”, una pulsione vissuta ed evoluta sin dal primo anno di vita. Il “chirurgo” fa male perché è violento.
Il “dermatologo” condensa la “libido epiteliale”, quella che contraddistingue l’uomo sin dalla nascita, il sapore della pelle e la traslazione degli affetti. Chi mi vuol bene e mi desidera mi accarezza. Il “dermatologo” fa soltanto bene perché è erotico e carezzevole. La sua è una “libido orale”, affettività, evoluta nella “libido genitale”, mi prendo cura di te.
Subritte rielabora simbolicamente in sogno l’evoluzione della sua “libido” ed esterna il “fantasma del maschio” nella sua ambivalenza, “parte positiva” e “parte negativa”, quello che fa bene con le carezze erotiche e quello che fa male con la penetrazione vaginale.
Ambivalenza della vita sessuale e complicazione della “libido”!
Subritte sta con un uomo su cui proietta giustamente il suo “fantasma” e che, di conseguenza, vive bene e male oscillando tra la carezza e la deflorazione, tra le gradevoli coccole e le dolorose penetrazioni.
La scena onirica è “l’ambulatorio”, simbolo di una chirurgica e tecnica prestazione, di una fredda e formale relazione sessuale. L’essere fecondata e il portare in gestazione un figlio sono vissuti da Subritte come fatti meccanici per difendersi dall’angoscia della maternità. Fare un figlio non è ancora per Subritte la realizzazione personale e l’evoluzione psicofisica della propria femminilità.
“Io sapevo” ha una valenza cenestetica, sensazione e gusto, pulsione e assaggio, fame e appagamento. Conoscere il suo doppio uomo è un “sapere”, dal latino “sapio” che si traduce “ho sapore” e “ho gusto”. Qualsiasi presa di coscienza e qualsiasi conoscenza ha la sua radice nella sensazione e nel corpo: dalla materia all’idea, dal concreto all’astratto.

“Mi faceva un’iniezione sopra l’ombelico e poi voleva darmi del cortisone.”

Nel complesso retorico elaborato da Subritte in sogno si designa simbolicamente l’atto rituale della penetrazione e della fecondazione. “L’iniezione” è la “traslazione” o “spostamento” della penetrazione sessuale, cosi come la “siringa” condensa l’organo sessuale maschile. Subritte desidera nel profondo una gravidanza, ma nella realtà di tutti i giorni la teme e da essa si difende con le dovute precauzioni, come il coito interrotto: “poi voleva darmi del cortisone”, poi voleva eiaculare in vagina. Subritte teme anche la dolorosità del coito, forse ha subito qualche trauma sessuale nell’adolescenza, di certo ha elaborato un “fantasma” conflittuale in riguardo al maschio. Subritte è turbata dalla penetrazione sessuale, più che dalla gravidanza e dal parto. Nel “Profondo psichico” lavora e urge il “fantasma di morte”, non la morte del figlio, ma la propria morte.
Il “cortisone” rappresenta simbolicamente il liquido seminale maschile, lo sperma, ma contiene la seguente ambivalenza: il cortisone fa bene perché sfiamma e fa male perché intossica, lo sperma fa bene perché feconda e fa male perché si conclude nel doloroso partorire.
Si conferma il precedente rilievo sull’ambivalenza dominante nel sogno di Subritte. Dopo il medico, il maschio, la fecondazione, adesso è il turno del “cortisone”. La verità è che Subritte è combattuta tra la pulsione alla maternità e l’angoscia del travaglio e della morte da parto, per cui tende a rimuovere i vissuti collegati alla psicodinamica in atto. Il sogno è chiaro nel formulare questa tesi.

“Ma io rifiutavo per tre volte dicendo che mi avrebbe gonfiato e già mi sento tanto gonfia in questi ultimi anni.”

Non è nuova Subritte alla possibilità di una gravidanza. Ci ha provato “per tre volte”, diverse volte, ad avere un figlio, ma alla fine si è “rifiutata” di essere “gonfiata” dall’effetto magico-biologico dello sperma-cortisone. “Mi avrebbe gonfiato” è la classica “metafora” della fecondazione e della gravidanza. Anche il gergo dialettale usa questa figura retorica per mettere in rilievo la progressiva evoluzione biologica del corpo femminile fecondato. Il dialetto veneto, ad esempio, usa dire “impenire la tosa” per attestare di un riempimento della giovane donna. Subritte aggiunge che “in questi ultimi anni si è sentita tanto gonfia” ossia si è sentita disposta psicologicamente verso la maternità, ma si è imbattuta nelle paure culturali e nelle angosce personali sul tema. Al suo uomo e dottore, chirurgo e dermatologo per essere al top, aggressivo per penetrarla e tenero per erotizzarla, Subritte ancora non si è saputa adeguatamente affidare e abbandonare. Subritte diffida di sé, dell’altro e dell’evento.

“Lui mi fa la dose di cortisone lo stesso e io piango, dicendo che gli ho detto di no e che l’ha fatta senza il mio consenso.”

Il “chirurgo” deve fare il suo dovere. Si sa che medico pietoso fa la ferita cancrenosa: se non c’è la giusta aggressività, non c’è l’erezione atta alla penetrazione e alla fecondazione.
E’ tutta una questione psico-bio-fisica!
E il chirurgo si è fatto onore!
“Lui mi fa la dose di cortisone”: il mio uomo forte e dolce ha forzato il mio desiderio profondo di diventare madre. Subritte ha preso atto che il dolore si supera e adesso è tanto arrabbiata per il fatto che la sua volontà non è stata rispettata. In effetti, Subritte ha debellato le sue resistenze psicologiche alla sua evoluzione. Il desiderio contrastato di maternità è prevalso in sogno e si è realizzato confermando la tesi che il sognare è un prepararsi all’azione.
“Io piango” come si traduce?
Il “pianto” è una scarica di tensione nervosa funzionale al superamento delle paure, una “catarsi” psicologica attraverso le valvole del corpo, una purificazione dalle mille sovrastrutture che avvolgono la maternità e la rendono un travaglio invece che una realizzazione evolutiva personale, il coronamento della femminilità.
A questo punto il sogno di Subritte è pronto a cambiare apparentemente scena, ma in effetti resta in linea con lo svolgimento dei temi penetrazione, fecondazione e maternità.

“Mi si avvicina la signora cinese dove vado a corso di meditazione e mi dice che ora sono pronta per un livello di conoscenza superiore.”

“Mater et magistra” si profilano nella “signora cinese”: “mater” perché è una donna che sa e indirizza, “magistra” perché educa e tira fuori la verità profonda, la maternità, “un livello di conoscenza superiore” a cui Subritte è “pronta”.
A livello psichico profondo Subritte segue l’imitazione naturale della madre in cui si è identificata a suo tempo e può gridare alla rosa dei venti “anch’io posso essere madre” dopo la “meditazione” su se stessa, dopo la giusta presa di coscienza.
Di certo, la maternità intesa come “un livello di conoscenza superiore” comporta il ricorso al processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.In effetti avere un figlio è una naturale e concreta impresa che viaggia nel quotidiano e nel futuro prossimo con le mille incombenze di un figlio da crescere.
Buon viaggio, Subritte e tanto buon vento in poppa!

PSICODINAMICA

Il sogno di Subritte svolge in pieno e con dovizie di simboli e particolari la psicodinamica della penetrazione e della fecondazione, lasciando desumere le angosce relative al travaglio e al parto. Il tema ha una sua universalità psichica e culturale e viene risolto da Subritte in maniera lievemente sublimata come una “conoscenza di se stessi di livello superiore”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Subritte è presente l’istanza psichica pulsionale “Es” in “chirurgo”, “dermatologo”, “iniezione”, “gonfiare”, “piangere”. L’istanza psichica “Io” si manifesta in “mi trovavo”, “mi faceva”, “io rifiutavo”, “mi si avvicina”, “signora cinese”, “conoscenza di livello superiore”. L’istanza psichica “Super Io” non si evidenzia.
La “posizione psichica genitale”, gravidanza e “libido donativa”, è presente ed è in conflitto con la “posizione fallico narcisistica”, isolamento egocentrico difensivo dal coinvolgimento. Degna di rilievo è è la “posizione anale” con la “libido sadomasochistica” condensata nella figura del “chirurgo”. Una porzione di “libido orale” legata alla “posizione orale” è presente nel bisogno di essere amata e di amare della protagonista.
In sostanza Subritte attraversa tutte le posizioni formative a testimonianza della sua completezza psichica e della bontà simbolica del sogno.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nel sogno di Subritte si evidenziano i meccanismi psichici di difesa della “condensazione” in “ambulatorio” e “cortisone”, dello “spostamento” in “chirurgo” e “dermatologo”, della “proiezione” in “voleva darmi del cortisone”.
E’ presente in maniera blanda il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” in “corso di meditazione”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

La “organizzazione psichica reattiva”, il carattere o la personalità, evidenziata è “fallico narcisistica” in attesa della maturazione di un prepotente tratto “genitale”. Nel quadro non manca un tratto “orale”, affettivo per l’appunto.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Subritte sono la “metafora” in “gonfiare” e “iniezione”, la “metonimia” in “chirurgo” e “dermatologo” e “cortisone”, la “enfasi” in “io piango”. Il sogno di Subritte presenta una buona capacità di cogliere i valori del “significante” nei “significati” addotti.

DIAGNOSI

Il sogno di Subritte esprime inequivocabilmente le paure verso il maschio con annesse le proprietà di penetrazione, fecondazione e di conseguenza travaglio e parto. E’ da aggiungere che si tratta di normalissime e diffusissime paure individuali e pregiudizi culturali.

PROGNOSI

La prognosi impone a Subritte di prendere coscienza del suo desiderio di maternità e di essere gelosa custode del suo progetto, nonché di portarlo a buon fine prosperamente con un compagno degno di lei e della sua sensiblità.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella mancata esperienza della maternità e nell’esasperazione del “fantasma del maschio” con le successive difficoltà relazionali. La frustrazione della maternità può indurre una “psiconevrosi fobico-ossessiva” con crisi di panico.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Subritte è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno” di Subritte è una riflessione sulla “parte positiva” del “fantasma del maschio”, la libido epiteliale e la libido genitale, l’affettività e la fecondazione, il sentimento e la maternità.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Subritte è autoreferenziale e altamente simbolica a testimonianza della vena artistica e creativa dei “processi primari” della protagonista.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La psicodinamica del sogno di Subritte merita di essere affiancata al travaglio psicofisico di una donna ambigua agli altri e ambivalente a se stessa, Antonia, una donna che cerca continuamente di partorirsi per rinascere come il ramarro.

 

MIO CARO FERNANDO

 

Mio caro Fernando,
sai che la tua Antonia ha scoperto la formula della felicità
e che ne vuole far dono all’uomo che ha tanto amato
e che ama ancora?
Ma come fai a saperlo se non te lo dico?
Adesso non mi resta che dirtelo.
Per me,
per la tua Antonia star bene significa non scrivere e non dipingere,
significa essere senza creatività e del tutto priva di fantasia.
Ho ucciso la parte più bella di me
per stare bene
o meglio per avere l’illusione di un vago benessere.
Non sono più estetica,
ho messo al bando la mia sensibilità,
ho tagliato l’uccello al mio senso.
Adesso vivo soltanto di realtà,
di ciò che si vede,
di ciò che si tocca,
di ciò che ti entra in bocca e ti esce dal culo.
Viva, viva la realtà!
Viva la realtà che mi fa star bene!
Battiam, battiam le mani alla realtà
e gridiamo tutti in coro “evviva, evviva la realtà”!
Vedi, mio caro Fernando, come mi sono ridotta per stare bene?
Vedi, amore mio, quanto costa la tranquillità dell’animo?
Non importa, sai.
Mi va bene così.
La realtà mi impone di rispettare le regole al Centro diurno,
la casa nuova e nobile dei vecchi folli,
e io le rispetto.
Ubbidire non è il mio forte,
ma mi sto impegnando con tutte le mie forze.
Partecipo alle attività dei matti e dei normali
e tutto è ok.
Adesso si aprirà fra poco la Comunità alloggio.
Sono andata dall’assistente sociale per la retta mensile
e speriamo che la pratica vada per il verso giusto.
La burocrazia è un ostacolo,
ma il vero ostacolo sono i miei genitori.
Non vogliono, ma cambieranno idea.
Ai bambini ho accennato e loro dicono che,
se mi fa bene,
sono contenti per me
e una risposta del genere avrei preferito
sentirmela dire da mio padre e da mia madre.
Sabato e domenica lavoro
e mi guadagno i soldi per le sigarette e per qualche caffè.
La sera gioco a passaparola
e io suggerisco una cosa
e lui suggerisce la stessa cosa
e così vinciamo tutti e il gioco diventa democratico.
Giancarlo non lo vedo più
e non so come sta,
ma a Natale gli farò gli auguri.
Gioco al lotto e vinco.
Ho vinto 84.000 lire
e ho scoperto che vinco soltanto
se punto le ultime tre mila lire che ho in tasca
e devo essere anche senza sigarette.
Non gioco sempre,
due volte al mese e quando sono al verde
la fortuna mi assiste.
Da settembre ho vinto 480 mila lire circa.
Ho il libro dei sogni
e, quando sogno qualcosa di particolare,
guardo i numeri corrispondenti e li gioco,
ma, se li dico a qualcuno, non vinco più.
Non so se chiamarla fortuna o provvidenza,
ma non in senso religioso,
sta di fatto che,
quando ne ho bisogno,
arrivano le vincite e i soldi.
Vista la fortuna che ho,
potrei provare di giocare al Super-Enalotto,
ma non so se sia giusto puntare in alto
e questo vale anche nella vita
o se è più giusto accontentarsi di vittorie quotidiane,
piccole ma continue.
Per esempio, ho diminuito le sigarette,
sono passata da tre pacchetti a uno e mezzo
e sono contenta,
non mi alzo più di notte,
dormo di più.
Quando vado in mensa,
mangio il secondo o il primo
e non tutti e due come fanno gli altri
e non credere che a volte non abbia voglia di farlo,
ma è una questione di regole,
anzi regolarsi è importante,
sapersi regolare nella vita in tutto
e a partire da queste piccole cose.
Non bevo più il caffè di notte
e non mi sento affatto sola.
Qualche volta sono un po’ triste,
ma credo sia normale sentirsi a volte tristi,
a volte no.
L’importante è non lasciarsi trascinare
da tutta quella gamma di emozioni
che è bello vivere soltanto nella giusta misura.
Ti voglio bene Fernando,
perché sei, oltre che un amore, anche un amico
e perché mi sei vicino senza esserlo troppo,
ma nella giusta misura.
Questo è importante.
E’ bello scriverti ogni tanto,
giusto per non pensare da sola
e, poi, perché scriverti è come parlarti,
ma nella giusta misura.
Lavora pure dalla mattina alla sera,
fai pure lo stacanovista,
ma, mi raccomando,
fa che la tua grande sensibilità
non venga intaccata da inutili zavorre,
almeno tu che puoi permetterti ancora un po’ di sensibilità.
Forse sei un bravo presidente,
ma sicuramente sei un bravo terapeuta
e, tutte le volte che m’incasino,
mi vengono in mente le tue parole,
vivere di realtà e salvare le relazioni.
Già,
perché con la fantasia e da soli non si va da nessuna parte.
E poi, non è che, se parlo io, spariscono gli altri
o se parlano gli altri, sparisco io
e questo lo so,
ma non mi è sempre così facile viverlo.
Io ci provo,
ci provo a vedere e sentire gli altri mentre parlo,
perché l’interlocutore esiste,
il mio non è un monologo
e ci provo a sentire me stessa in relazione agli altri,
perché le cose dette dagli altri
non mi lasciano indifferente.
Mi sforzo,
ma nella giusta misura,
non ne faccio né un caso di stato,
né un’ossessione,
perché verrebbe a mancare la spontaneità,
essenziale per una relazione qualsiasi.
Ti amo e ti saluto
e auguro a te e alla tua famiglia di trascorrere bellissime feste.
E che l’anno nuovo ti porti una realtà di serenità
e tutte le cose belle che sono a portata di mano sempre nella realtà,
non quelle che desideri e che sogni.

 

Salvatore Vallone

 

In Pieve di Soligo (TV), nel mese di novembre dell’anno 1989

“MORTA, SEI FELICE?” O LA MORTE E LA FELICITA’

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono davanti ad un cancello di una villa e una ragazzina mi porge un vecchio telefono cellulare.
Lo prendo in mano e sul display si visualizza un “sms” che mi ha inviato standomi di fronte.
Il messaggio dice: “Morta, sei felice?”
Mi sento offesa per essere stata definita “morta”, ma le spiego che sono felice e lo faccio da un elicottero volando basso sopra di lei da poterla toccare sulla testa….”

Il sogno è firmato “Morta” e la protagonista lo titola “la morte e la felicità”, per l’appunto.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La “presa di coscienza” del materiale psichico rimosso, un trauma o un fantasma, si attesta nel rivisitare e rivivere al presente parti formative della nostra storia, eventi che ci hanno psicologicamente segnato e contraddistinto. La vera e giusta “presa di coscienza” non è un gioco intellettuale fine a se stesso e istruito per divertimento dalla nostra facoltà razionale, ma è un processo travagliato che porta all’evoluzione psichica tramite l’accettazione e l’amorosa cura di sé. Questa è l’operazione psicoterapeutica insegnata ventiquattro secoli fa da Socrate e che Morta esegue egregiamente nel suo sogno: “l’ironia e la maieutica” per portare avanti il progetto psichico esistenziale del “conosci te stesso”. Morta è una donna che si definisce in questo modo truculento per attestare che ha razionalizzato e accettato la sua infanzia e adolescenza, la stagione della vita in cui si è formata e che nei suoi desideri avrebbe voluto più vivace e meno pacata, più ricca di “libido” trasgressiva e meno inibita da insulsi divieti e atavici tabù. Ma si sa che del “senno di poi son piene le fossa” e, allora, bisogna procedere verso la revisione e il superamento, la comprensione e il progresso, il recupero e la reintegrazione del materiale psichico estromesso e alienato. Ecco che all’uopo arriva la preziosa funzione dei sogni di gelosa custodia del passato e di preparazione del futuro nella dimensione del presente. I sogni sono i generosi tutori dei nostri desideri. Il “senno di poi” non serve perché è il patrimonio dei “se” e dei “ma” e appartiene al corredo difensivo delle persone inette e indolenti.
Morta ha posto pace al desiderio di riottosità contro le possibilità non attuate, ha operato la “razionalizzazione” dei suoi vissuti e dei suoi fantasmi in riguardo all’infanzia e alla prima adolescenza, ha capito che quello che poteva nascere non è nato semplicemente perché non era stato preparato e perché non era stato disposto e, di conseguenza, non poteva vedere la luce.
Eppure Morta avrebbe voluto essere la ragazzina impudente e schietta, truffaldina e provocatrice con cui nel sogno si mette in relazione con fare sornione e costruttivo.
Analizziamo le vezzose e accattivanti movenze oniriche.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono davanti ad un cancello di una villa e una ragazzina mi porge un vecchio telefono cellulare.”

Morta usa il meccanismo della “proiezione” e della “spostamento” per entrare in relazione con se stessa e, nello specifico, con la figura adolescente del suo essersi desiderata “una ragazzina” intraprendente e innovativa, ai ferri corti con l’ambiente e con il coltello tra i denti. Morta può uscire allo scoperto e relazionarsi con la sua adolescenza, una tappa della sua vita oltremodo significativa, la madre della sua formazione psichica e l’inizio di quello che non avrebbe voluto essere e che inevitabilmente è stata. Il “vecchio telefono cellulare” rappresenta il sistema delle relazioni, le modalità di rapportarsi con se stessa e con gli altri, con la realtà delle cose e con il mondo. La “ragazzina” rappresenta l’età della trasgressione della spudoratezza, della disinibizione sociale e della provocazione, una tappa esistenziale psichica a metà tra l’infanzia e la prima maturità, l’adolescenza con tutte le sue problematiche conflittuali. Da notare, inoltre, che Morta si trova “davanti al cancello di una villa” ossia davanti ai suoi limiti, ma in una convinzione altolocata del suo “Io” e della sua persona. Queste sono le sue difese psichiche, quelle che le hanno impedito di essere, di poi crescendo e confrontandosi con il prossimo, come avrebbe desiderato.

“Lo prendo in mano e sul display si visualizza un sms che mi ha inviato standomi di fronte.”

Morta è entrata in contatto con se stessa e con il suo passato adolescenziale e si prende amorosa cura di sé, “lo prendo in mano”. Ha piena e oggettiva consapevolezza, “visualizza un sms”, dell’altra sé stessa, la “ragazzina”. Ha razionalizzato e scritto un messaggio a mo’ di pacata “presa di coscienza” senza alcun equivoco e senza alcuna ambivalenza, nudo e schietto, “standomi di fronte”.

“Il messaggio dice: “Morta, sei felice?”

Morta ragazzina dice a se stessa adulta se ha ben capito e razionalizzato la sua adolescenza. Adesso che è una donna compatta e piena di sé, a differenza dell’inquietudine e del tormento del passato, può trovare appagamento e felicità. Quest’ultima è da intendere letteralmente dal greco “eudaimonia”, “buon demone” dentro, una buona e consapevole “libido” tutta da vivere e da godere. “Morta sei felice?” congloba una contraddizione semantica: come può essere felice una Morta? Ma Morta è il suo nome desunto dalla consapevolezza adulta che ha vissuto l’adolescenza in maniera pacata, senza vitalità e trasgressione per paura di essere rifiutata dal suo nucleo affettivo. Morta doveva essere brava e fare la brava.

“Mi sento offesa per essere stata definita “morta”, ma le spiego che sono felice…”

La felicità è l’assenza di affanni e di angosce, è la presenza di un “buon demone” nel corpo e nella mente. Morta spiega e si spiega, “razionalizza”, il suo passato di adolescente ligia al dovere e vissuta a metà, diversa dai suoi coetanei più “springhi” che investivano “libido” senza essere bigotti o bacchettoni. La percezione del “mi sento offesa” si attesta nell’essere colpita emotivamente da una verità tutta sua a cui è arrivata dopo lungo travaglio e onesta gestazione, “le spiego”.

“e lo faccio da un elicottero volando basso sopra di lei da poterla toccare sulla testa….”

Il riconoscimento e la riconoscenza verso il suo essere stata adolescente avvengono secondo un blando processo di “sublimazione della libido”, “un elicottero” che “volando basso” consente una prossimità alla realtà e una amorevole cura di se stessa: io sono questa, non posso essere un’altra. E, allora, Morta è orgogliosa delle sue ragioni, “toccare la testa”, e si può vantare del suo “comunque andare”, del suo coraggioso procedere nel cammino dell’esistenza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Morta verte sulla “razionalizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” d’inadeguatezza legati alla sua adolescenza, propone l’amorosa cura di sé, recupera e integra nell’organizzazione psichica “parti di sé” conflittuali e traumatiche. Il sogno di Morta merita la definizione di “elogio della consapevolezza”. Degna di rilievo e ben visibile è la funzione del sogno di compattare la psiche recuperando il materiale alienato o estromesso.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Morta evidenzia la funzione dell’istanza psichica “Io” nell’essere attrice del meccanismo di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”: “il messaggio dice”, “mi sento offesa” e “le spiego”. E’ presente l’istanza “Es”
in “una ragazzina” e “sei felice”. L’istanza psichica “Super-Io” si lascia intravedere e supporre nella infelicità dell’adolescenza legata a pulsioni repressive e paure introiettate dall’ambiente familiare: “morta, sei felice?” E’ presente la “posizione psichica orale” in “sei felice?” e la “fallico-narcisistica” nella misura naturale: volersi bene e soddisfazione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa presenti nel sogno di Morta sono i seguenti: la proiezione” in “una ragazzina”, lo “spostamento” in “una ragazzina”, la “condensazione” in “una ragazzina” e “cancello villa” e “telefono” e “elicottero” e altro. Domina il sogno di Morta il processo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”: “messaggio” e “le spiego”. E’ presente in forma blanda il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” in “elicottero volando basso”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Morta evidenzia un tratto “narcisistico” all’interno di un’ordinata “organizzazione psichica orale”: mi voglio bene e sono determinata da bisogni affettivi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate nel sogno di Morta sono la “metafora” in “ragazzina”, la “metonimia” in “elicottero” e “volare basso”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice della psicodinamica della razionalizzazione del materiale psichico rimosso ed emerso alla coscienza. Nello specifico, l’adolescenza travagliata e il “non nato e vissuto di sé” e lo stato adulto sono integrati e compattano la “organizzazione psichica reattiva”, il carattere o la personalità.

PROGNOSI

La prognosi impone a Morta di continuare nelle prese di coscienza e nell’accettazione di sé e dei vissuti adolescenziali. L’amorevole cura di sé e il gusto delle evenienze della sua esistenza consentono di costruire il meglio per sé. Bisogna coltivare “la ragazzina” per esaltare la donna.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella possibile “rimozione” difensiva del materiale psichico emergente a livello di coscienza e nella conseguente “psiconevrosi istero-fobica” che è in grado di produrre somatizzazioni eclatanti.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Morta è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Morta è legata a un’intuizione pacata di “parti di sé” e alla valutazione razionale del conseguente benessere.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica del sogno di Morta è ironica e discorsiva con paradosso linguistico e semantico incorporato: Morta sei felice?

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A coronamento del sogno di Morta e al di là di tutte le sterili teorizzazioni, mi pregio di proporre il travaglio psicofisico di una donna forte e coraggiosa, costretta alle “prese di coscienza” più acrobatiche e drammatiche, Antonia Suarez, l’innamorata e tenera amante del poeta mediterraneo Balduccio Lagrange Sinagra.
Il brano è da sentire e gustare a piccole dosi e con assoluta calma.

ANTONIA,
L’UNICA E LA DOPPIA

Ciao Fernando,
sono Antonia e ho deciso di scriverti
perché ho bisogno di fermarmi un attimo.
In questi giorni corro troppo con il cervello,
quasi il galoppo di uno stallone di razza.
Penso all’euro,
alla fesa di tacchino,
al telefonino da mettere in carica,
al culo a mandolino di mia sorella,
al teatro con i burattini e le marionette,
alla zucca gialla ricca di carotene,
alla cieca fortuna che ci vede da dio.
So pensare a tutte queste cose
e mi ricordo anche di spegnere la moka
prima che il caffè venga su come uno zunami
e inondi il piano della cucina.
Penso,
mi ricordo anche di portare dentro la legna per la stufa
e di svuotare la vaschetta della cenere.
Penso, ma non sono.
Mi ricordo, ma non sono.
Dentro di me sono confusa come una mentecatta
e di per me stessa mi sento sguazzata come una lattina di coca cola.
Non so pensare o capire come sto,
non riesco a mettere in ordine le mie idee.
Ma cosa voglio?
Non so pensare al lavoro,
alla comunità alloggio,
non so pensare a un programma,
se un programma io posso pensare.
A volte sento che il mio corpo funziona,
funziona anche bene se vogliamo,
ma c’è un nastro in testa
che mi frastorna e mi rimescola,
un nastro di pensieri come un film,
una pellicola di celluloide
che scorre girandomi e rigirandomi dentro.
Nessuna immagine si può fermare
perché il nastro deve scorrere e non si può fissare.
E così so
che di corsa sono finalmente andata in farmacia
a prendere lo Xanax per mia madre e l’Efferalgan per me,
che si sono tenuti cinquanta centesimi di resto
e che mi hanno fottuta con questo maledetto euro che non capirò mai
perché la morte della lira mi ha mandato in confusione.
E così so
che alle tre di notte mi sono bevuta una moka express,
che ieri ho fumato meno di un pacchetto e mezzo di sigarette,
che venticinque euro non corrispondono alle cinquanta mila lire
che mio padre mi dava per il lavoro in serra,
che la fesa di tacchino non equivale al petto di pollo
soltanto perché costa meno.
Ma io dove sono?
Dove sono?
Io sono dietro,
dietro i pensieri,
dietro il corpo,
dietro la faccia,
dietro questa facciata esterna di benessere,
dietro le faccende quotidiane,
dietro le attività del centro diurno,
ma sono così dietro che mi sono persa di vista.
Ho bisogno di sentire,
di sentirmi,
di fermare questo film,
questo nastro che scorre indipendentemente da ciò che faccio,
ma che è così confuso
che non riesco a proiettarlo in uno schermo grande
per poterlo focalizzare.
Ci sono due Antonie,
una fa e partecipa attivamente alla vita quotidiana
e in qualche modo funziona,
e una sta dietro la fronte
perché non le è possibile stare altrove.
Questa Antonia qualche volta scende da dietro la fronte
e va tra la pancia e il cuore.
E allora un senso di tristezza la invade
e tutto sa di tristezza,
ma questa Antonia non sa darle un nome,
non sa capire.
E tutto diventa così pesante,
così inumano da uscire fuori di testa e fuori dalla testa.
Le pareti della mia stanza sono tutte bianche e senza quadri,
ma c’è una minuscola macchiolina nera
che tempo fa ho fatto con i colori a olio
e io qualche volta sono lì,
sono in quella macchiolina
e sono quella macchiolina.
La cosa mi aiuta a sentire che non tutto funziona
perché c’è sempre qualcosa di nero.
Quella macchiolina è più nera di tutti i miei vestiti
che sono sicuramente più grandi
ma che ormai sono diventati parte di un esterno
e che quindi io non sento più come miei
perché tutto di me fa parte di un esterno forse ancora sconosciuto.
La mia posizione non è ancora definita in questo esterno
e parto sempre svantaggiata.
Leader o merda?
La leader non sono capace di farlo,
ma mi piacerebbe,
mi piacerebbe un casino.
La merda sono capace di farla,
ma non mi piace,
non mi piace per niente.
O forse si è comunque e sempre unici
senza correre il rischio di perdersi nell’omogeneità di tutti gli altri.
La partecipazione è comunque e sempre un rischio,
ci si può perdere come sta succedendo a me,
non ci si trova più,
non ci si sente più
perché importante è stare con gli altri,
sentire gli altri,
essere con gli altri nelle attività mie e degli altri.
Ma io,
io quella di sempre,
quella che conosco o credo di conoscere da anni,
quella che sente l’angoscia e che vive il nero come unico spazio,
quella che è tutto e quella che è niente,
quella che preferisce essere niente
perché il niente è l’unica cosa possibile,
un’assenza assoluta eppure una presenza,
un essere in tanti da tutte le parti senza esserlo,
un eppure niente,
insomma io dove sono?
Si, forse mi trovo in una posizione scomoda,
forse la mia è una posizione scomoda,
ma è meglio così sicuramente,
perché adesso la mia posizione è più funzionale
o comunque adesso ho più possibilità di arrivare da qualche parte.
Partecipare alla vita è sempre più funzionale,
perché la vita è fatta per essere vissuta e non per essere sfibrata,
ma credo che per vivere la vita
bisogna essere in equilibrio con se stessi e con gli altri
e io non sono in equilibrio con me stesa
e forse non lo sono nemmeno con gli altri.
Non lo sono con me stessa
perché comunque sento che c’è una parte di me che sta dietro a tutto
e che forse si fa avanti solo qualche volta quando scrivo,
quando mi sento triste o nervosa,
quando mi vengono le mie cose,
quando vado al supermercato per comprare la fesa di manzo.
Forse è così che devono andare le cose,
devo trovare a quella parte di me uno spazio adeguato e compatibile,
devo trovarle la misura giusta,
devo lasciarla vivere qualche volta e nella giusta misura
perché non vada a invadere tutto.
Questa invasione potrebbe essere distruttiva,
se non per me, per le relazioni che ho con gli altri.
Ma sai una cosa?
Qualche volta mi manca questa parte di me,
perché sono io comunque
e questa sua presenza in sordina dietro i pensieri,
dietro la pancia a botte,
dietro il sedere a cofano,
non mi fa stare bene
perché mi fa sentire nell’esigenza di sentire,
di sentire più me stessa,
di sentire dove sto andando e non di andare e basta,
perché io e lei siamo corpo e mente, materia e spirito
e non può funzionare il corpo mentre la mente si sente triste,
non può funzionare la materia mentre l’anima si sente in fallo.
La mia mente è divisa tra due correnti di pensiero,
una di tutti i giorni che nasce con l’euro e che sembrerebbe funzioni,
una che sta dietro e osserva
e che forse si sente anche trascurata.
La mia anima è malata di peccato
perché la mia materia ha tanto peccato in parole, omissioni e opere
e forse si sente inadeguata agli entusiasmi dell’unità europea
o della fesa di tacchino impanata alla milanese.
La mia materia ha peccato e la mia anima si è ammalata.
Questa è la verità,
la mia verità,
la mia elementare verità.
Infatti io sono fatta dei quattro elementi.
Il mio corpo è la terra,
il mio spirito è il fuoco,
la mia mente che funziona è l’acqua,
la mente che contempla è l’aria.
Tutto questo fa parte di un unico pianeta
e l’unico pianeta è l’essere umano
e io sono un essere umano.
Si,
siamo fatti così
e nello spazio c’è spazio per tutti.
Importante è vivere in armonia con tutte le nostre parti
e dare a ognuna lo spazio giusto.
Ma non è sempre facile.
So mettere tutto a far parte di un gioco armonioso,
ma a volte funziona a settori e uno esclude l’altro.
Ci si sente facilmente un tutto unico di notte,
quando tutto tace e il buio occulta le parti,
ma la luce del giorno porta con sé la disgregazione
ed ecco che allora si diventa un corpo che funziona,
uno spirito che dorme,
una mente che viaggia come l’euro in Europa,
un pensiero che è agli albori
e partecipa alle relazioni con tutti gli elementi.
Così inevitabilmente c’è un’altra me stessa
che si sente esclusa e che osserva tutto,
non una sola me stessa
ma tante me stesse che sentono e che osservano.
Lo psichiatra dice
che l’identità dell’essere umano non è assolutamente monolitica,
ma è costituita da tante parti,
da tanti modi,
da tanti modelli.
E allora va bene così,
sono nel giusto
e sono nel normale.
Ti ringrazio,
amore mio,
perché mi dai la possibilità di riflettere
e di stare bene nella mia confusione,
perché mi dai la possibilità,
scrivendoti,
di mettere ordine nel mio piccolo caos anche da sola e senza farmaci,
soltanto con la certezza che comunque tu ci sei.
Ciao,
sempre tua Antonia & Antonia,
l’unica e la doppia.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mese di ottobre dell’anno 1989.

 

 

LA FAMIGLIA ALLARGATA E LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

LA FAMIGLIA ALLARGATA
E
LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.
Una macchina ci insegue.
Io e mio figlio abbiamo paura.
Poi la seminiamo.
Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.
Tutti hanno una croce in mano.
L’unica ad accorgersi sono io.
Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.
Arriviamo a un lago.
E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Questo sogno è firmato Mikaela.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo del sogno di Mikaela è doppio e si spiega in questo modo: “la famiglia allargata” come il frutto di separazioni tormentate e di figliolanze pregresse, “la genitorialità mutilata” collegata a un’angoscia desunta dalla massiccia presenza di un “fantasma di morte” in riguardo al tema dei figli e anche dei genitori privati dei figli.
Il sogno di Mikaela è molto delicato, per cui occorre procedere nella decodificazione con progressione lenta anche perché si toccano corde collettive e tonalità profonde.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.”

Mikaela esordisce in sogno con la “famiglia allargata”, quella che lei vive nella realtà di tutti i giorni e non soltanto nei momenti di festa: due genitori separati e i loro figli. Mikaela fa sodalizio “con suo figlio” a testimoniare che il suo affetto e la sua cura sono tutte per per lui. “In montagna” attesta di una “sublimazione della libido”, evidenzia investimenti affettivi sicuri e indiscutibili e al di là di ogni compromesso da parte di mamma Mikaela. La stessa psicodinamica amorosa si pensa e si spera per gli altri membri di questo “clan”. La “sera” condensa il sentimento e l’abbandono, il crepuscolo della coscienza vigilante e il rifugio nell’intimità.
Mikaela compone in sintesi un quadro efficace di storie e di affetti, di madri e di padri, di figli e di sentimenti, di un amore speciale come quello che lei nutre per suo figlio.

“Una macchina ci insegue.”

Ecco la “sublimazione della libido” di cui si diceva prima: “una macchina ci insegue”. La madre ha un’affettività intensa, quasi erotica, verso il figlio, fatti salvi i ruoli e rispettate le figure. La madre condensa la “legge del sangue” e a essa ubbidisce. L’amore materno esula da qualsiasi ragionamento o speculazione filosofica: “i figli so figli” e si amano tutti intensamente. Mikaela è sanguigna nell’investire “libido” nel suo ragazzo.

“Io e mio figlio abbiamo paura.”

La solidarietà affettiva porta all’esclusione degli altri e all’unicità di questa entità psicofisica “madre-figlio” e di questo amore così naturale.
Del resto, cosa c’entrano gli altri?
Noi due e basta!
Noi due condiamo anche le emozioni più forti come la “paura”.
L’empatia e la simpatia, il sentirsi e il soffrire “insieme” vanno all’unisono.
Mikaela proietta sul figlio la paura di una madre tenera e apprensiva.

“Poi la seminiamo.”

Nelle forti emozioni l’unione empatica e simpatica tra madre e figlio è in vigore, ma Mikaela sa anche razionalizzarla e riprendere il suo ruolo e la sua personalità. L’amore viscerale verso il figlio è risolto: la “macchina” inopportuna e pericolosa “la seminiamo”. Il simbolo del “seminare” condensa la fecondazione, ma in questo caso si tratta di una risoluzione dell’emozione “paura”. Mikaela non teme di vivere ed esternare il suo amore verso il figlio.

“Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.”

A questo punto il sogno di Mikaela scende nelle profondità psichiche della memoria e costruisce un quadro apparentemente surreale dal momento che lo si è storicamente visto e vissuto. Il “bianco e nero” attesta di una necessaria caduta delle tensioni, pena il risveglio dall’incubo, di fronte allo sbalordimento dell’ineluttabile. “Dietro di me” significa nel mio passato, un’esperienza personale da condividere e da tenere in memoria perché si tratta anche di un vissuto collettivo: una scena da campo di concentramento, “adulti” e “bambini” morti, “presenze non fisiche”, spiriti, energie, entità metafisiche, fantasmi interiorizzati. “Schierati” attesta una connotazione storica di persone storicamente vere e realmente esistite, gente che aveva un’identità e un ruolo, genitori e figli. Accanto a un “fantasma di morte” storico si coniuga un “fantasma di morte” individuale e traslato a tutti i bambini che non sono mai nati o che hanno perso i genitori e a tutti i genitori che che si sono separati o che hanno perso i figli. La morale del sogno di Mikaela enuncia, di certo, che i figli vanno vissuti e goduti a pieno e che non si può essere genitori a metà e a tempo determinato. L’amore per i figli deve essere incondizionato e superiore a un eventuale dissidio tra i genitori.

“Tutti hanno una croce in mano.”

La “croce” è il simbolo tragico della morte atroce in attesa della speranza di resurrezione, una concezione pessimistica della vita e un’alienazione totale nel segno di un’appartenenza: i figli di Dio, i cristiani. Ma quelli che Mikaela elabora in sogno sono ebrei, quelli che sono stati annientati nei campi di concentramento da parte dei tedeschi nella seconda guerra mondiale, morti incolpevoli per il loro stato civile e vittime della furia omicida di un bieco assassino, Hitler, e di un delirio paranoico collettivo, la milizia tedesca. “Tutti hanno una croce in mano” si traduce “tutti hanno una loro tragica identità” e tutti sono morti. Mikaela rievoca il suo “fantasma di morte” in riguardo alla maternità e ai figli non nati, ma non si ferma qui ed estende ai genitori “adulti”, padri e madri, la tragedia di non poter vivere i propri figli, oltre a una fiera condanna a quei genitori che non li accettano e li rifiutano. La sensibilità di Mikaela si è impossessata di questa delicata questione e la svolge secondo le coordinate della sua esperienza vissuta e in atto: “io e mio figlio”.

“L’unica ad accorgersi sono io.”

Trattandosi, come si diceva in precedenza, di un “fantasma di morte” legato all’esperienza psichica di Mikaela, va da sé che gli altri ne sono esclusi. Chi ha coscienza di questa infausta psicodinamica della genitorialità, maternità e paternità, mutilata è proprio la protagonista del sogno. Gli altri sono insensibili a queste esperienze ed estranei alla sensibilità di Mikaela sia come madre e sia come figlia, “unica”. La consapevolezza, “accorgersi”, attesta della presenza costante di questa paura nella sua panoramica psichica.

“Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.”

Il sogno si compone ritornando alla visione della realtà dopo la fase altamente emotiva del “fantasma di morte” e, di conseguenza, anche l’angoscia non degenera e si attesta nella normalissima paura. Mikaela ritorna alla realtà in atto, alla gita in montagna con la famiglia allargata e la consolazione dell’uomo con cui conduce la sua vita, “compagno”, un uomo che la protegge nei suoi bisogni più intimi e reconditi. La “parola” libera le tensioni, “ne parlo”, la “parola” è catartica, purifica dai sensi di colpa e scarica le angosce. Non affannarti con questi ricordi e con questi fantasmi; “non preoccuparti”, il passato è passato, ma è giusto conoscerlo e tenerlo in mente per non ripeterlo.

“Arriviamo a un lago.”

Il “lago” è il classico simbolo della maternità che ristagna, la femminilità in attesa o sospesa nella scelta di avere un figlio. Il “lago” è acqua che condensa la caratteristica “genitale” dell’atavico Principio femminile. Mikaela vive il dilemma della sua maternità futura o della sua risoluzione sul tema. Mikaela ha già abbondantemente dato alla Dea Madre alla luce della sua sensibilità di femmina e di donna.

“E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Non ci sono sensi di colpa nella maternità di Mikaela, “è chiaro”, dal momento che ha razionalizzato i suoi vissuti e le sue esperienze. Pur tuttavia, Mikaela resta una persona molto sensibile all’essere femminile e alle sue prerogative. L’ansia non è una paura, ma uno stato psicofisico di all’erta, una normalissima tensione sul tema e un intento a non abbassare la guardia in specie sulle questioni che riguardano i genitori e i figli. Mikaela c’è, non transige ed è vigilante, “è chiaro, ma io ho l’ansia”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mikaela svolge la psicodinamica della maternità nella sua versione drammatica della perdita e della morte e nella sua versione naturale dell’apprensione verso i figli e verso le figure dei genitori schietti e sensibili al benessere dei figli.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Mikaela sono presenti le istanze psichiche “Es” e “Io”. La prima è contenuta in “una macchina ci insegue” e in “poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche”. L’istanza “Io” si esprime in “l’unica ad accorgersi sono io” e in “poi ne parlo al mio compagno”. La “posizione psichica” rievocata è quella “orale” e “genitale”, l’affettività e la maternità.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Mikaela per confezionare il suo sogno sono la “condensazione” in “montagna” e “sera”, la “drammatizzazione” in “presenze non fisiche”, lo spostamento in “croce”, “lago” e “macchina”. Il processo psichico della “sublimazione della libido” è presente in “montagna”. Il meccanismo psichico di difesa della “proiezione” si mostra in “io e mio figlio abbiamo paura”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mikaela evidenzia un tratto psichico nettamente “orale”, affettivo, e “genitale”, materno, evidenziando una “organizzazione psichica orale”, bisognosa d’affetto, con una buona componente “fallico-narcisistica”, potere e orgoglio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate dal sogno di Mikaela sono la “metafora” in “croce” e “sera”, la “metonimia” in “presenze non fisiche” e in “lago” e “macchina”, la “enfasi” in “in bianco e nero presenze non fisiche”.

DIAGNOSI

Il sogno di Mikaela attesta la sensibilità verso i vissuti e i valori della maternità e della genitorialità, incalza i genitori a vivere i figli al massimo anche nella situazione di separazione e nella eventuale famiglia allargata, dove si rischia di non investire affetti profondi e intensi. Mikaela esprime il suo bisogno di amare il figlio con un buon grado di complicità.

PROGNOSI

Mikaela deve migliorare il suo vissuto nei confronti del figlio evolvendolo dal possesso al riconoscimento della sua identità e autonomia. Mikaela deve superare la dipendenza per non soffrire e per non far soffrire. Liberare il figlio per liberare se stessa e rendersi disponibile a nuovi investimenti affettivi consoni alla sua persona e alla sua dignità di donna e madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella difficoltà a relazionarsi in maniera significativa con il suo “altro” e nella possibilità di una “psiconevrosi isterica” legata alla mancata emancipazione dal figlio.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mikaela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Mikaela si attesta su una riflessione sul legame con il figlio o su una discussione sul tema dei genitori separati. La visione di qualche filmato riguardante i campi di concentramento nazisti e l’olocausto degli ebrei è possibile che abbia ridestato la sensibilità dell’autrice e protagonista del sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mikaela è drammaticamente autoreferenziale. Tratta di sé in maniera surreale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Mikaela pone una delicata e attualissima questione culturale e sociale, la coppia e l’istituto familiare. La “coppia” è stata sempre intesa come l’unione naturale tra maschio e femmina con capacità e finalità procreative. Altrettanto dicasi della “famiglia”, la cellula vitale della società. La Politica e il Diritto hanno tenuto in massima considerazione la “coppia” che si evolve nella “famiglia”.
Consultiamo velocemente la storia del secolo scorso.
Si pensi alle esagerate leggi fasciste in difesa dell’istituto familiare e in riguardo all’incremento demografico dell’italianità imperiale: tante gravidanze e tanti lutti, tante donne morte di parto e tanti bambini non nati o morti anzitempo senza la possibilità di vivere da orfani.
Quanti mortali aborti clandestini procurati dalle mammane con gli aghi per intrecciare la lana!
Proseguendo in sintesi, si pensi al tragico mito tedesco della razza pura, l’ariana, biologica conseguenza dell’unione sessuale di uomini integri e di donne incontaminate.
Quale tragico olocausto!
Ma restiamo in casa nostra a piangere i nostri mali.
Dopo l’avventura disastrosa della perdita della libertà e della guerra, dopo il Fascismo, i Padri Costituenti pensarono bene di mantenere le migliori prerogative sociali ed economiche alla coppia e alla famiglia.
La “Costituzione italiana” contiene tra i massimi valori da tutelare la famiglia e intende la coppia nella sua forma biologica naturale di unione tra maschio e femmina. Tali valori furono un buon compromesso tra l’etica cristiana e l’etica socialista.
Il “boom” economico degli anni “sessanta” e le progressive leggi sociali di libertà e tutela della famiglia, associate alla progressiva emancipazione della donna e al progressivo smantellamento clericale, hanno portato alla conquista del diritto al divorzio e all’aborto, per cui l’istituto famiglia ha ricevuto un’evoluzione civile importante e in linea con i paesi oltremodo avanzati. Questo rapido sviluppo è in netto contrasto con l’assolutezza acritica del passato, di quel tempo in cui tutto era determinato dalla regola della tradizione e dal preservare l’intoccabile e l’inamovibile.
E’ vero che le conquiste civili e sociali comportano anche la perdita della sicurezza del passato e della tradizione, ma è anche vero che le novità esigono tempo per una buona assimilazione e realizzazione.
Oggi la coppia e la famiglia sono approdate alla grande rivoluzione omosessuale. Chi sceglie e ama, al di là della tradizione culturale ufficiale, può aspirare a essere civilmente coppia, ad avere figli e a costituire a tutti gli effetti una famiglia.
La coppia omosessuale è la novità dei nostri giorni e le problematiche connesse sono in via di elaborazione e discussione, ma consideriamo che il nostro paese è particolarmente bigotto, per cui i tempi di risoluzione si prospettano lunghi.
La Psicoanalisi è costretta ad aggiornare la sua griglia interpretativa sotto l’incalzare della Storia e della Cultura; quella dell’ebreo Freud non è più esauriente.
Ritornerò su questi argomenti in maniera puntuale strada facendo.

 

 

IL GALLO E IL GATTO NERO DI STEFI

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di portarmi appresso un gallo e un gatto nero che tenevo rispettivamente con il braccio sinistro e con il braccio destro.
Nel frattempo ho reincontrato il mio primo amore con il quale nel sogno mi sono riconciliata, ma che mi dimostrava un sentimento tiepido e per me insufficiente.”

Stefi

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La stranezza o l’assurdità dei sogni non è un’invenzione dei poeti o una bugia di Pinocchio. L’attività onirica si contraddistingue proprio per la sua elaborazione forsennata, da “fuori di senno” per l’appunto. Si pensi a Stefi che va in giro di notte abbracciando “un gallo con il braccio sinistro” e “un gatto nero” con il braccio destro.
Si tratta di una scena talmente creativa da far invidia alla fantasia di Federico Fellini.
Eppur è vero!
Il “processo primario” si esalta nel sogno manifestando una sorprendente vena poetica intrisa di dramma satiresco e di commedia popolare.
Curiosità e scienza impongono la decodificazione del capolavoro, apparentemente assurdo, di Stefi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di portarmi appresso un gallo e un gatto nero che tenevo rispettivamente con il braccio sinistro e con il braccio destro.”

Andiamo subito ai simboli per tirarci fuori dai guai.
Il “gallo” condensa classicamente l’universo psichico maschile nelle valenze del primato e del prestigio, attesta una buona alto-locazione dell’Io o un quasi salutare narcisismo, contiene un potere erotico suggestivo e una prepotente aggressività sessuale.
Trattasi simbolicamente di un “principio psichico maschile” secondo la teoria dell’androginia psichica, teorizzata “in primis” da Platone nel “Simposio”.
Il “gatto nero” si attesta simbolicamente nella parte seduttiva femminile e nella fascinosa suggestione erotica.
Trattasi, sempre simbolicamente, di un “principio psichico femminile” e sempre secondo la suddetta teoria dell’androginia psichica che esige per tutti i viventi umani, al di là della distinzione fisio-biologica sessuale, una “parte maschile” e una “parte femminile”.
Cosa consegue per il sogno in questione?
Stefi sta visitando in sogno la sua “parte maschile”, il “gallo”, e la sua “parte femminile”, il “gatto nero”.
Procediamo con la decodificazione dei simboli alla ricerca di una chiarezza logica che il sogno deve contenere.
Il “braccio sinistro” simbolicamente si colloca nelle relazioni regressive e fortemente emotive, mentre il “braccio destro” contiene le relazioni in atto e fortemente consapevoli.
In generale si può dire che la “sinistra” rappresenta simbolicamente il passato, la regressione, l’emozione, il sentimento, la “parte psichica femminile”, mentre la “destra” traduce il presente, la vigilanza cosciente, la razionalità, la “parte psichica maschile”.
Problema!
Come interagiscono i simboli e cosa significano?
Come si concilia il “gallo” con il “braccio sinistro” e il “gatto nero” con il “braccio destro”?
Stefi si dice in sogno che il suo potere femminile di seduzione appartiene al passato sentimentale e che nell’attualità prevale la sua parte femminile fascinosa ed erotica.
Questo è quanto, ma non è ancora tutto.

“Nel frattempo ho reincontrato il mio primo amore con il quale nel sogno mi sono riconciliata, ma che mi dimostrava un sentimento tiepido e per me insufficiente.”

Il sogno di Stefi salta apparentemente di palo in frasca, dal “gallo” e dal “gatto” al “primo amore”.
Ecco immancabilmente la “regressione” onirica e temporale, “ho reincontrato il mio primo amore”. Stefi torna alla sua adolescenza e rievoca dal suo bagaglio psichico l’esperienza formativa del “mio primo amore”, un vissuto collegato al mito della “prima volta” di cui dirò nelle finali “riflessioni metodologiche”. Stefi ha un conto sospeso con la giovane età trascorsa e con il giovinetto di allora degno del suo interesse e del suo puro e ingenuo investimento di “libido genitale”. Stefi ha riconosciuto l’altro da sé e si è alienata nel suo “primo amore”. Adesso Stefi può “proiettare” sul povero primo amore le sue deficienze di allora. Stefi non si era innamorata abbastanza, ma adesso è in grado di capire e di accettare questa sua paura di abbandonarsi ai sensi e ai sentimenti perché in quel periodo prevaleva per difesa il “gallo” e non si profilava all’orizzonte il “gatto nero”, prevaleva l’isolamento “fallico-narcisistico” sulla “libido genitale”. Stefi ragazzina aveva paura di coinvolgersi con il corpo e con la mente: “mi dimostrava un sentimento tiepido e per me insufficiente.”
Oggi Stefi è una donna matura e sa come portare a spasso e giocare la sua femminilità.
Meglio: oggi Stefi sa come “conciliare” la sua “parte psichica maschile” e la sua “parte psichica femminile” nel mercato relazionale degli uomini.

PSICODINAMICA

Il sogno di Stefi sviluppa la psicodinamica conflittuale tra la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”, tra la difesa dall’altro dovuta al mancato riconoscimento e l’investimento “genitale” di una relazione a due.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Stefi è dominato dall’istanza “Es”: vedi la prima frase con il “gallo” e il “gatto” in primo piano tra le sue “braccia”. L’istanza “Io” e “Super-Io” sono marginalmente sottintese. Il “gallo” può avere una valenza di prepotenza “super-egoica”, il padre impositivo e i limiti. Le “posizioni psichiche” richiamate sono la “fallico-narcisistica” e la “genitale”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Stefi nel suo sogno sono la “condensazione” in “gallo” e “gatto”, lo “spostamento” in “sinistra” e “destra”, la “figurabilità” in “gatto” e “gallo”, la “proiezione” in sentimento tiepido”. Il processo psichico di difesa richiamato è la “regressione” in “ho reincontrato”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Stefi contiene un conflitto “fallico-genitale” che richiama una “organizzazione psichica reattiva” tendente all’isteria o al parlare con il corpo.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, relazione di somiglianza, in “gallo” e “gatto”, la “metonimia” in “destra” e “sinistra”, la “enfasi” in “Ho sognato di portarmi appresso un gallo e un gatto nero che tenevo rispettivamente con il braccio sinistro e con il braccio destro”. L’uso delle figure retoriche rafforza la creatività surreale del sogno.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un conflitto tra la “parte maschile” e la “parte femminile in via di risoluzione o adeguatamente composto. Manifesta, inoltre, la consapevolezza di una equa distribuzione tra il potere fine a se stesso e la forza contrattuale e relazionale.

PROGNOSI

La prognosi impone di rafforzare il connubio tra potere e seduzione e di cogliere al meglio le piacevolezze relazionali senza indulgere in rigurgiti narcisistici e isolamenti altolocati difensivi.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza del narcisismo e in una psiconevrosi istero-fobico.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Stefi è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenate del sogno di Stefi è legata all’emergere di un ricordo o a uno stato d’animo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica del sogno di Stefi è surreale nell’uso di autoreferenza.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Riporto un breve brano del mio testo “Quando il ciliegio fioriva” a illuminazione della consistenza psichica e culturale del “primo amore”.
Correva l’anno 1996.

IL MITO DELLA “PRIMA VOLTA”

La “prima volta”!
Ah, la “prima volta”…!
Quella “prima volta”…!
C’è sempre una “prima volta”.
La nostalgia umana ha costruito un mito sul ricordo di un turbamento mai tramontato e inscritto in un nuovo desiderio di vitalità.
Ma questa fatidica “prima volta” è un’esplosione di creatività inconscia che si compone in un geniale capolavoro; è un pesante trascinarsi sulle orme del gregge che si risolve in una ripetizione coatta di infinite “prime volte”, già viste da altri, già vissute da altri e tutte allineate in fila indiana. Ma questa fatidica “prima volta” è un punto di rottura originale, elaborato da un uomo temerario, è la continuità di rassicuranti e monotoni processi da sempre istruiti all’interno del consorzio umano.
Una vita piena di verità è opportuno lasciarla agli inetti o ai grandi sacerdoti di qualsiasi religione. In effetti tante “prime volte” scorrono nella vita di un uomo, a testimonianza che al bellezza di un sentimento e l’intensità di un’emozione sono il solo inganno alla crudeltà della fine.
L’adolescenza, ad esempio, è ricca di “prime volte”, perché è l’età in cui si impara ad essere secondo la norma degli altri, in cui più forte è il desiderio di bruciare le tappe scandite dalle convinzioni sociali. Ma l’adolescenza è anche dominata fortunatamente dalla pulsione a trasgredire; in questa rincorsa verso l’abbattimento dei tabù tu puoi scolpire tante tacche nel calcio di legno della tua pistola, non una per ogni cadavere, ma una per ogni “prima volta”.
E così sia.
Se non ti riesce la trasgressione, non solo ignori cosa perdi, ma non rientri nella normalità fissata dai tuoi coetanei più intraprendenti: una norma alternativa e contingente rispetto a quella tradizionale e necessaria, falsamente disegnata da educatori invidiosi e sempre in vena di perpetuare una rassicurante continuità formale. La trasgressione è il carisma della “prima volta”, e allora…in bocca al lupo e buon appetito.
Quelle che la società ti offre non sono prime volte” ma ennesime volte”, perché ti vuole inserire, tuo malgrado o tuo bengrado, nella linea della sua continuità ed allora…niente di nuovo sotto il sole. Anche in questo caso si è costretti a recitare un rassegnato “amen”.
Il soffitto della cappella era dipinto con i volti di uomini di tutte le razze, una rassegna cromatica degli abitanti del mondo intero corredata secondo le varie e visibili sfumature genetiche che si snodano di parallelo in parallelo: la pelle.
Era la volta della cappella di una chiesa e non l’auditorium dell’ordine accademico di endocrinologia o di dermatologia.
Il variopinto affresco rimandava al registro simbolico dell’amore tra gli uomini e la superamento delle esaltazioni e delle restrizioni legate alle caratteristiche del colore della pelle e dei tratti somatici.
Era la volta della cappella di una chiesa e non il ginnasio di un simposio sul cosmopolitismo; non si perorava la causa della frustrata casta degli intellettuali senza patria a cui patria doveva essere il mondo intero secondo l’insegnamento dei migliori maestri del pensiero greco. Era una chiesa cattolica che di mercoledì in mercoledì ospitava tutte le persone di buona volontà sensibili al sentimento d’amore verso il prossimo e devoti al comandamento cristiano.
Ti sei presentato ai miei occhi stanchi con tutta la carica enigmatica di una tristezza infinita, difficile da catalogare. Potevo, infatti, inserirla nella boria di un ex eroe costretto a una vita banale, insoddisfatto ormai di mostrare ai visitatori le proprie ferite e le proprie medaglie o nella depressione di un uomo solo che sogna le tante carezze mancate sempre al primo appuntamento con una generosa donna per paura della felicità.
In effetti eri un maestro con la vocazione dell’azione rapida e con la necessità del gesto eclatante; un maestro che ha imparato dalla vita a non perdersi in tortuose teorie o in inutili sillogismi. Il tuo corpo stagliava il mio ideale estetico maschile: un uomo alto, magro, dagli occhi limpidi e dalla bocca dolce. La tua falsa flemma non era mediterranea, ma si radicava in luoghi dimenticati dal tempo dove anche i fiumi scorrono lentamente per riposare in ampi laghi.
La tua falsa flemma era quella di chi ha imparato a discernere le cose importanti da quelle futili, di chi ha conosciuto e rifiutato gli effimeri inganni di una breve felicità legata al temporaneo possesso di strumenti da consumare; di chi ha convissuto con la brutalità della morte e non è ormai atterrito da qualsiasi perfido male, di chi non si lascia coinvolgere neanche dal sorriso ammiccante di un bambino in cerca di coccole.
La tua falsa flemma era prossima all’onnipotenza, così come il tuo vivere confinava con l’andare oltre la vita, quel malefico sopravvivere di chi è condannato a morte e non conosce il giorno e l’ora della fine per cui qualsiasi giorno e qualsiasi ora nel loro trascorrere segnano una contingente vittoria sul Nulla che inesorabilmente verrà.
La vittoria anche su di me e su i miei sentimenti puliti non era necessaria; il mio amore era un Nulla inesorabile, ma non era un Nulla qualsiasi. Forse nella tua ottica di eroe, quella vittoria poteva sanare la sconfitta di esserti abbandonato al sentimento d’amore e alla gioia dei sensi, per cui era necessario convertire quanto prima in una nuova vittoria il benefico rifiuto e la manifesta inutilità di Sara.
Non ti ho mai visto e vissuto come un prete, né tanto meno come un montanaro della provincia di Belluno.
Potevo incontrarti in un bazar di Istambul mentre contrattavi una donna fatalmente bionda e prosperosa per l’harem di uno sceicco arabo; potevo incontrarti in una moschea rivolto verso La Mecca e prostrato sulla preghiera senza scarpe mente recitavi i versetti del Corano durante una delle cinque preghiere quotidiane; potevo incontrarti un venerdì qualsiasi mentre giravi con una squallida borsa di plastica ricolma di verdure nel chiassoso mercato di Conegliano; potevo incontrarti a Gerusalemme pallido e smunto di fronte al muro del pianto mentre con una rigida postura ossessionavi il tuo corpo nel chiedere perdono a Javhè dei tuoi peccati; potevo incontrarti nella fatidica Standa durante le svendite stagionali di ruvida jenseria americana; potevo incontrarti in un tempio indiano mentre custodivi le sacre mucche dal sadismo dei carnivori turisti occidentali o mentre nutrivi con chicchi di grano alcuni topi ritenendoli le degne incarnazioni delle anime dei tuoi cari defunti; potevo incontrarti in un bordello di Amsterdam mentre chiedevi alla grassa maìtresse una puttana bionda da cui apprendere i dogmi dell’erotismo; potevo incontrarti ad Atene presso il tempio di Afrodite mentre celebravi i sacri misteri della “Aurora”, quando lo sperma del membro castrato di Urano si impatta con la bianca schiuma del mare.
Potevo incontrarti dappertutto, ti avrei sempre portato via con me!
Parola di Sara!