“I FIGLI SO’ FIGLI”

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Procedevo in macchina a una velocità moderata.

Nel percorso vedevo un paio di passaggi a livello aperti.

Poco prima del primo ho bruscamente frenato perché sulle strisce pedonali un gruppetto di donne e di bambini erano a lato della strada e attendevano di attraversare.

Mi sono fermata proprio a filo.”

Questo sogno porta la firma Marina.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho titolato il sogno di Marina “i figli so’ figli”, secondo il dialetto napoletano e secondo il vangelo drammatico di Eduardo De Filippo in “Filumena Marturano”, perché ritengo che non si è mai scritto abbastanza e degnamente sull’amore materno. La maternità viene spesso offerta come l’evoluzione psicobiologica naturale dell’universo femminile, un investimento di “libido” che non merita di essere approfondito, tanto meno esaltato, proprio per il suo naturale decorrere a favore del “Genio della Specie”, scientificamente la “filogenesi” o la pulsione sessuale alla procreazione. L’amore materno si ritiene, di conseguenza, la “sublimazione” dell’istinto procreativo e della “libido genitale”, una pulsione dell’Es che da un lato appaga la donna nella sua realizzazione personale e dall’altro ubbidisce al “Genio della “Specie” senza alcun concorso personale di vissuto e di finalità da parte delle protagoniste, le donne che diventano mamme. La procreazione è stimata in prima istanza nel suo versante biologico, di poi, è visitata nei suoi aspetti culturali, filosofici, religiosi ed estetici. Schopenhauer riteneva l’amore e l’innamoramento il trionfo traslato del Genio della Specie” privilegiando la valenza meccanicistica e legava la maternità alla metafisica “Volontà di vivere”, la “filogenesi” collegata alla pulsione sessuale come ultimo inganno della maligna Madre Natura. La Psicologia e la Psicoanalisi hanno dedicato alla maternità studi di grande interesse e profondità, ma, a mio giudizio, i migliori inni alla psicodinamica della Madre sono da attribuire alla letteratura e all’arte.

E allora come non ricordare Eduardo De Filippo e la sua “Filumena Marturano”?

Un uomo ha messo per iscritto in una pregiata, quanto drammatica, commedia l’amore di una madre per i suoi figli al di là della paternità.

Perché un uomo?

Forse perché non ha mai partorito e, di conseguenza, non ha potuto appagare un istinto che, purtuttavia, possiede e può realizzare soltanto per via traslata, l’arte e la sua carica di bellezza.

Ed ecco la preziosa commedia partorita dal grande Eduardo!

Anche il sogno di Marina è un piccolo sintetico capolavoro legato all’esaltazione semplice e non sofisticata dell’amore materno.

Il sogno, oltre che evidenziare la realtà psichica in atto, ha anche questa funzione poetica e creativa per tutti e al di là della formazione scolastica, dal momento che ci fa vivere e dire nel suo linguaggio e nei suoi termini quello che viviamo e il come lo viviamo.

Avanti Marina!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Procedevo in macchina a una velocità moderata.”

La “macchina” è il classico simbolo della sessualità e della vita pulsionale intima: il mondo dell’istanza psichica “Es”. La “velocità moderata” attesta di una ricerca matura dell’orgasmo e del gusto di godere le potenzialità erotiche del corpo in maniera naturale e senza implicazioni culturali e blocchi psichici. Marina si gode il suo corpo e le sue valenze erotiche come una donna matura nell’esercizio e nella ricerca evolutiva del piacere. Il controllo esercitato dall’istanza “Io” non inficia lo scorrere delle pulsioni dell’istanza “Es”: “procedevo”, l’”Io” delibera e dispone di vivere il piacere come il dio Eros comanda. Tecnicamente si tratta dell’appagamento della “libido fallico-narcisistica”.

Nel percorso vedevo un paio di passaggi a livello aperti.”

Avviata nella sua erotica esperienza, “percorso”, adeguatamente controllata proprio per migliorarne il gusto, Marina s’imbatte nel suo “Super-Io” e nei suoi morali comandamenti, limiti e censure. Del resto, la sessualità e il suo esercizio con i vissuti annessi sono facilmente colpevolizzati in una cultura formalmente sessuofobica e religiosa. A questa inibizione sociale aggiungiamo le varie paranoie al riguardo e sul tema che individualmente intercorrono e che abilmente ogni persona costruisce sotto i dettami dell’istinto e delle pulsioni sessuali: sensi di colpa e paranoie, disagi vari e variopinti. Ed ecco che si profilano nel sogno di Marina i famigerati “passaggi a livello”, i simboli del “Super-Io” di cui si diceva in precedenza, e i vari divieti che Marina, sia pur adulta e navigata, conosce bene e proprio per questa “coscienza di sé” e per questa consapevolezza lascia in sogno “i passaggi a livello aperti”.

L’apertura significa che i divieti e le norme morali sono di facile gestione da parte della protagonista, dal momento che sa dove andare e dove fermarsi. Marina conosce se stessa a livello sessuale e sa quello che vuole e quello che non vuole, quello che è lecito e quello che è da ritenere tabù e tabuico.

Poco prima del primo ho bruscamente frenato perché alle strisce pedonali un gruppetto di donne e di bambini erano a lato della strada e attendevano di attraversare.”

Meravigliosa nella sua semplicità estetica è l’espressione “un gruppetto di donne e di bambini”. Marina vede se stessa e i suoi figli nelle donne e nei bambini “a lato della strada” che “attendevano di attraversare”. Il meccanismo della “proiezione” è usato dal sogno in maniera ineccepibile. Ecco l’amore verso la madre e verso i figli, verso la donna e verso i bambini!

I figli so’ figli” gridava donna Filumena al povero malcapitato Domenico Soriano e vanno protetti tutti dalla madre al di là della paternità. Del resto, l’amore della madre è molto diverso da quello del padre, come si diceva in precedenza. “Bruscamente” frenare contrasta con la tranquillità di prima e le “strisce pedonali” sono i limiti del “Super-Io” per una maternità responsabile. La “libido genitale” è servita in un piatto d’oro e in evoluzione naturale dalla “libido fallico-narcisistica” senza nulla perdere ma tutto conservando e portando in fausta evoluzione.

Mi sono fermata proprio a filo.”

Dietro le mille tentazioni della vita e dell’amor proprio che può tralignare nell’egoismo, Marina si è “fermata” senza sacrificarsi e senza snaturarsi, “proprio a filo”, proprio in linea con la legge dell’archetipo “Madre”, quella “libido genitale” che supporta l’istinto procreativo e si sublima nell’amore materno. Questa è la preistoria psichica e culturale della “Madre” che sa cogliere e sa dare, sa prevedere e provvedere per sé e per i suoi figli. Degna di nota e a conferma di quanto affermato è l’assenza di qualsiasi figura maschile o paterna.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marina esprime ed esalta degnamente il sentimento dell’amore materno fatto di donazione e di limiti amorevolmente accettati e introiettati. La psicodinamica segna il naturale trapasso dalla “libido fallico-narcisistica” alla “libido genitale”, “posizioni psichiche evolutive” universali.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Marina sono presenti le istanze “Io”, “Es” e “Super-Io. L’Io si esprime in “procedevo”, “vedevo”. L’Es si condensa in “macchina” e “velocità moderata”. Il “Super-Io” si manifesta in “passaggi a livello” e “strisce pedonali”. Le posizioni psichiche implicite sono la “fallico-narcisistica” in “procedevo in macchina a una velocità moderata.” e la “genitale” in “mi sono fermata proprio a filo” e in “un gruppetto di donne e di bambini”.

MECCANSIMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “proiezione” in “un gruppetto di donne e bambini”, la “condensazione” in “macchina” e altro, lo “spostamento” in “passaggi a livello” e altro, la “drammatizzazione” in “ho frenato bruscamente”. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” è sottinteso in “ho bruscamente frenato” e in “un gruppetto di donne e di bambini”. La “regressione” si lascia indovinare nella possibilità di esercitare la “libido fallico-narcisistica”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Marina presenta un forte tratto psichico “genitale” all’interno di una cornice “fallico-narcisistica”, una buona autostima che si coniuga con il senso del dovere e dell’etica.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Marina sono la “metonimia” in “macchina”, “passaggio a livello” e “strisce pedonali”, la “enfasi” in “bruscamente frenato”.

DIAGNOSI

Il sogno di Marina tratta l’evoluzione della “posizione fallico-narcisistica” nella “posizione genitale” sempre in riferimento all’energia vitale definita “libido”. Marina parte dalla sua dimensione sessuale narcisistica per approdare senza traumi alla sua dimensione di donna e di madre.

PROGNOSI

La prognosi impone a Marina di rafforzare questo equilibrio psicofisico e questa “coscienza di sé” per accrescere la sua sensibilità e il suo autocontrollo senza nulla perdere e tanto meno disperdere delle sue pulsioni e della sua “libido” “fallico-narcisistica” e “genitale”, sia come donna e sia come madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto nevrotico legato alla disfunzione tra l’essere donna e l’essere madre, tra la scissione oppositiva tra la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Marina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Marina si attesta in un’esperienza di donna o di madre vissuta nel pomeriggio antecedente il sogno. Del resto, esistono tantissimi stimoli di questo tipo nella giornata delle donne e delle madri.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Marina è discorsiva e maieutica: la protagonista procede oniricamente con lucidità e consapevolezza in grazie alla sua sensibilità acquisita nell’esercizio della “coscienza di sé” e del suo quotidiano pensare e fare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Niente di meglio di un “Viaggio a Napoli” per onorare la “libido genitale” femminile, le donne, le madri e la dea Madre. Il testo tratta di vita vissuta, tutta natura e tutta cultura, senza niente di astratto e tanto meno di artefatto, la storia traumatica di una donna e di una madre offesa, la psicodinamica del suo corpo e della sua psiche che trova fortunatamente in determinate condizioni la benefica “coscienza di sé”.

Buona lettura a uomini e donne, a madri e padri!

VIAGGIO A NAPOLI

I figli sò figli!”

Sentivo questa semplice e profonda verità

perché era scritta a fuoco sulla mia carne di donna

come il marchio del ranch sulla pelle delle mucche argentine.

Questa semplice e profonda verità era cresciuta calda

nella prepotente femminilità del mio corpo.

Ma questa semplice e profonda verità non la conoscevo

e non l’avevo mai sentita dalla bocca di una passionale attrice napoletana,

verace come la pummarola di San Marzano,

la pummarola in coppa a pizza.

Che sia stata Titina De Filippo o Regina Bianchi,

Pupella Maggio o Lina Sastri,

poco importa.

Sono tutte brave

perché il loro malandrino recitare si sublima sempre in un doloroso partorire.

Napoli mi ha dato orecchie per sentire e coraggio per sapere,

il tutto condito dalla naturale cadenza di un dialetto

sciorinato tra arabo e spagnolo.

Napoli ha guarito l’insulto conficcato nella mia carne e nella mia persona

con la bonaria filosofia di una schietta verità.

I figli sò figli!”

E ancora, “I figli sò figli!”

Le parole sono pompate dalla cassa toracica di una brava attrice

dai grossi seni di madre

ed escono dalle sue carnose labbra

rimbalzando sulle vecchie tavole del rozzo palcoscenico.

Queste parole echeggiano nell’aria dell’anonimo teatro di periferia

per sconquassare il mio animo indifferente

e annichilito dalle trame della depressione,

il cosiddetto male oscuro,

che non è, di certo, un bene luminoso.

Lei é malata, cara signora.

Lei non è normale

e la sua guarigione comincerà dalla consapevolezza di essere malata.”

La diagnosi dei grandi professori della mente sentenziava unanimemente

da Milano a Trieste, da Roma a Bologna,

stato limite fobico depressivo”.

Di questo non ero sicura,

ma ero sicura che il dramma era stato scritto sotto forma di commedia

da un uomo, un grande uomo: Eduardo De Filippo.

Il titolo?

Filumena Maturano”!

L’altro titolo?

Ieri, oggi e domani”!

Risposta esatta”, ribadirebbe il sempre verde Mike Bongiorno

dal trespolo del solito programma televisivo a quiz,

distribuendo i soldi dei poveri italiani che pagano il canone.

Per i napoletani, da veneta verace, avevo tanti pregiudizi e poche simpatie.

Non capivo il dialetto e m’infastidiva la cadenza marcata.

Sono stata costretta a ricredermi,

a sposare la vena creativa e l’aria sorniona dei meridionali

che ti fanno sentire importante e affascinante nella gioia e nel dolore.

In quest’ultimo mi ero imbattuta e fortunatamente non arenata.

Quant’acqua è passata

e passa sotto i miei ponti sul Piave tra Vidor e Susegana.

Nelle stagioni piovose é tutta torbida e piena di anguille in calore

che inevitabilmente si intrecciano nelle reti dei pescatori di frodo.

La mia vita si ripulisce a Napoli

in mezzo alle strette viuzze ribollenti di colorati panni stesi al sole

da una finestra al balcone dirimpettaio

e in mezzo al clamore di cantilene esasperate dalla paura

di trovarsi in un mondo dilatato in fretta

e da un desiderio ricorrente di scendere

alla fermata successiva di un bus frequentato da portoghesi.

Ma tu perché mi hai portato a Posillipo, se non mi vuoi più bene?

Che m’hai purtato a ‘ffà ‘ncopp’a Pusillepe, si nun mme vò cchiù bene?”,

canta il vecchio posteggiatore abusivo

con la chitarra scordata in una voce mielata

e sempre solerte ad attrarre gli indifesi turisti

verso i diritti di un sentimento represso

e dimenticato nelle pieghe di un logoro passato.

Devo andare a Napoli per affari.

I terroni come al solito non pagano i debiti.

Vuoi venire con me?”

E tu, proprio tu, trovi il coraggio d’invitarmi a Napoli con la stessa flemma

con cui mi hai parcheggiata nell’ospedale di Montegrotto terme.

Ma io ti amo, ti ho sempre amato.

Tu sei la sola donna della mia vita.

Senza di te non riesco a pensarmi e non saprei vivere.”

Le parole sono interessanti e suggestive,

degne di un retore greco e dettate da un enorme senso di colpa

opportunamente rimosso negli scaffali più reconditi del tuo polveroso sgabuzzino.

Il lutto!

Il lutto lega più delle corde di nylon di Giovanni Soldini

attorno all’albero maestro di un catamarano.

Un lutto occulto e inconfessato.

Quale lutto?

Godiamo ottima salute

e la morte non bussa da decenni alla porta di casa nostra.

Un lutto bianco, anzi un lutto rosa,

consumato tra le ruvide lenzuola di un reparto ginecologico

in un anonimo ospedale del laborioso Veneto,

la regione che non trova più l’acume

e il tempo per concepire le gravidanze puttane,

quelle inaspettate e perpetrate tra un’eiaculazione precoce

e un coito malamente interrotto.

Mi sentivo venire e volevo che la mia donna godesse.”

Un attimo,

soltanto un attimo galeotto ha interferito malignamente

sulla sintonia dei nostri sensi.

Un atto d’amore, credimi!

E’ stato un atto d’amore

a mettere in moto uno spermatozoo nella tua vagina al posto dell’orgasmo.

Ma tutto questo non basta!

E’ sempre un’incompiuta,

ha tutti i crismi dell’incompiuta

e tu non sei Bach o Beethoven.

Improvvido nella funzione e perfetto nella natura

quel fottuto microbo ha fatto il suo dovere

e si è infiltrato fino a risalire alla sorgente della vita.

Ha fatto il suo dovere,

era stato chiamato in causa e si é fatto onore.

Adesso perché mi porti a Napoli,

al Politeama e nella pizzeria del solito Gennaro?

Questa sera non si recita a soggetto

e l’avanspettacolo è un triste retaggio della guerra.

Questa sera si recita il dramma di una donna,

Filumena Marturano,

scritto da un uomo, Eduardo De Filippo.

Perché un uomo deve essere attore e autore del dramma di una donna?

Virginia Woolf ha potuto scrivere la sua follia e Saffo la sua diversità.

Grazia Deledda?

Non la conosco e me ne dispiaccio.

In un panorama letterario così parco di donne

l’ignoranza diventa un baratro per aspiranti suicidi.

Perché l’universo femminile si è sempre appagato della sua maternità

e non ha sentito il bisogno profondo di partorire

in maniera traslata i suoi ineffabili abissi.

I figli so’ figli !

Queste parole apparentemente uscite dalla bocca di donna Filumena,

la puttana del casino riscattata dall’amore dei suoi figli,

sono volate dalle tavole del palcoscenico del Politeama

e si sono impresse nel mio ventre come un bisturi nella carne.

Il suono proveniva dall’utero e il senso vibrava nella pelle.

Quel semplice significato da scuola elementare io l’ho subito

e capito perché era fissata a fuoco nelle mie viscere

come il solito marchio sulla solita pelle

delle solite povere mucche del solito ranch argentino.

Sembrava tutto sepolto e dimenticato,

un lugubre fatto senza linguaggio,

un doloroso evento affidato a un “no comment”

e talmente grande da essere relegato nell’oblio dell’inferno dei sensi,

un lutto sconosciuto che il corpo aveva registrato nei suoi nervi,

un episodio casuale che, quando meno te l’aspetti, ti parla

con il suo semplice linguaggio,

chiaro soltanto a chi sa capire o vuole intendere.

La legge degli uomini si esprime in parole scritte,

la legge della natura si esprime nel corpo.

Si gode,

si soffre,

si sente,

si mangia,

si dorme,

ma non ci si dimentica mai di se stessi

e non esiste farmaco

che ti fa dimenticare un solo istante la tua identità,

chi sei e cosa hai fatto.

Il mio corpo aveva, di volta in volta e in “escalation”, conosciuto l’Ansiolin,

il Valium,

il Tegretol

e il Serenase

per guarire il male oscuro dell’angoscia

e da un ospedale pubblico a una clinica privata avevo trasportato un corpo,

il mio corpo affetto da un male ignoto anche a me stessa.

E i luminari?

I grandi professori pagavano con i miei soldi

le rate della lussuosa barca ancorata a Caorle o a Portofino,

sempre più sdegnati della mia resistenza a guarire

che offendeva la loro superba scienza e la loro potente chimica.

Non ero neanche un caso da letteratura o da congresso

perché irrisolto

e nessuno aveva il coraggio di portare in giro i suoi fallimenti professionali.

Di umanità non se ne parla.

Anche l’elettrochoc, da film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”,

ho subito sulle mie meningi e su tutto il mio corpo.

Sai che mossa!

Come nei peggiori cabaret della bassa Napoli.

Nessuno mi aveva chiesto la cosa giusta che io avevo dimenticato.

Dovevo andare a Napoli in un teatro di periferia

per iniziare a guarire,

per iniziare a conoscermi

e per andare finalmente in culo a quella scienza effimera

che ignora la persona e la sua storia.

Il resto l’ho portato a termine con il mio angelo custode

tra strani affanni e calde lacrime,

finalmente i miei e le mie.

       

Salvatore Vallone   

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 1992

 

FINCHE’ C’E’ VITA … non c’è morte

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Vado in cimitero con mia madre a visitare la tomba di mia zia che nel sogno è morta da poco, ma che in realtà è viva e di recente è stata ricoverata in casa di riposo dove mia madre si reca spesso per farle compagnia.

Il feretro è tumulato in terra, non nella tomba di famiglia, vicino ad altri morti.

Appena giungiamo nei pressi della tomba, una figura di donna altera, impellicciata e scura viene verso di noi e va ad abbracciare mia madre.

E’ lo spirito della zia.

Dietro di lei c’è un altro spirito: una donna più piccola e anziana con i capelli bianchi e che poi non vedo più.

E’ un momento stranamente di serenità, come se la zia volesse ringraziare mia madre che si è presa tanta cura di lei.

Mia madre l’abbraccia forte e la consola.

Poi la zia se ne va.

Alla mia espressione d‘incredulità, non di paura, mia madre mi dice che a volte i morti fanno fatica a staccarsi dalla vita terrena e ci visitano.

Io sempre paurosissima del mondo dei morti, in questa occasione non resto spaventata.

Penso sia una cosa bella che ai morti serva un po di tempo per abituarsi al nuovo stato.

Mi sveglio senza paura e tante meno angoscia.”

Questo è il sogno di July.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

In esorcismo della connaturata “angoscia di morte”, la “malattia mortale” di cui parlava drammaticamente Soren Kierkegaard, agli umani piace pensare e sperare che non si muoia del tutto e che qualcosa di noi rimanga sotto forma di “daimon” greco, di “anima” cristiana, di “energia” laica.

Eccles, il grande neurobiologo, fa coincidere la morte nella semplice naturale assenza di impulsi nel Cervello e nella conseguente cessazione di ogni attività cerebrale in modo definitivo e irreversibile.

Sappiamo che, in vita, la morte è stata ed è oggetto di grandi speculazioni da parte di filosofi e di scrittori, di mistici e di poeti, di maghi e di ciarlatani.

Mi piace seguire la lezione del grande Epicuro e usare la sua scarna teoria nel titolo del sogno di July: “finché c’è vita, …non c’è morte”. Ossia: la morte non è un’esperienza vissuta, per cui è obbligo l’ignoranza e il silenzio.

Riparliamone, comunque, raccogliendo lo stimolo offerto dal sogno di July, un prodotto psichico a metà discorsivo e a metà simbolico. Anzi, è opportuno aggiungervi un altro titolo, “elogio del sapere di sé” in espresso omaggio a Socrate, autore della prima metodologia psicoterapeutica della storia: l’”ironia” e la “maieutica” in avvicinamento all’obiettivo provvisorio del “conosci te tesso”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Vado in cimitero con mia madre a visitare la tomba di mia zia che nel sogno è morta da poco, ma che in realtà è viva e di recente è stata ricoverata in casa di riposo dove mia madre si reca spesso per farle compagnia.”

La zia è “morta da poco” in sogno, ma è “in realtà viva”.

Cosa occulta questo assurdo manifesto?

July riesuma dal “Profondo psichico”, “Subconscio”, la figura contrastata della madre, “in cimitero”, la rivisita, la rivede, la rivive per riformularla nella sua umanità composta e diffusa. July approfitta della realtà di una zia degna del conforto di sua madre per riconciliarsi con la figura materna e per comporre il “fantasma” relativo che nella prima infanzia aveva scisso in “seno buono” e “seno cattivo”, la parte affettuosa e la parte fredda della madre. July è rimasta colpita nella realtà quotidiana di tanta solidarietà della madre verso la zia e rivaluta il suo vissuto nei suoi confronti componendolo in unità e reintegrandolo nella sua dinamica ed economia psichica. La madre di July è ricca di “pietas”, di riconoscimento del culto della vecchiaia e della morte, di accudimento e di conforto nella vita di tutti i giorni verso una figura degna di “valore”. Questo è quanto: “si reca spesso per farle compagnia”.

Il feretro è tumulato in terra, non nella tomba di famiglia, vicino ad altri morti.”

Il “fantasma” del passato in riguardo alla madre, il feretro”, è dentro di lei a livello profondo, nel “Subconscio” ed è associato ad altri fantasmi di qualità affettiva: “tumulato in terra”. La “terra” conferma la simbologia della madre, un “archetipo”. Gli altri “fantasmi”, altri morti”, rientrano nel contesto familiare e nell’ambito affettivo che hanno formato psicologicamente July nella sua infanzia e adolescenza.

Appena giungiamo nei pressi della tomba, una figura di donna altera, impellicciata e scura viene verso di noi e va ad abbracciare mia madre.

E’ lo spirito della zia.”

Ecco il “fantasma della madre” di July!

A livello profondo la bambina l’ha vissuta come una donna altera”, altra da sé, superba, nobile, grande, complessa e complicata. Tratti psichici e somatici si fondono nella bambina componendo la figura della madre. Ed ecco che avviene la riconciliazione attraverso la fusione dell’abbraccio. July, traslata nello “spirito della zia”, riconosce le premure affettuose e il conforto della madre. July approfitta della zia e della realtà che quest’ultima sta vivendo per elaborare quello che lei ha vissuto da piccola senza riconoscerlo e in riparazione del “fantasma della parte negativa della madre” per comporlo nel “riconoscimento” della madre.

Dietro di lei c’è un altro spirito: una donna più piccola e anziana con i capelli bianchi e che poi non vedo più.”

Questo “altro spirito” è un’altra figura familiare, la nonna, veramente morta dal momento che July non la vede “più” nel prosieguo del sogno; l’oggetto privilegiato è la madre. La nonna vecchia e saggia ha “i capelli bianchi”, le idee buone, ha funto da sostituto materno, una compensazione importante degna di essere ricordata e di essere messa nel posto giusto.

E’ un momento stranamente di serenità, come se la zia volesse ringraziare mia madre che si è presa tanta cura di lei.”

Cosa c’è di strano, anzi “stranamente sereno”, se la figlia prende coscienza che la madre è mia madre” e che si è presa tanta cura di lei” per un tempo lungo e delicato come l’infanzia e l’adolescenza?

Cosa c’è di strano se la figlia mette fine alle ostilità edipiche, alle rivalità fraterne e riconosce psicologicamente la madre?

La figlia deve “ringraziare la madre”. Il sogno opera, come rilevato in precedenza, una “traslazione” e uno “spostamento” della figlia July nella figura della zia. La “serenità” deriva dalla cessazione dell’inutile competizione al femminile e della sterile recriminazione intorno agli affetti. Per July finalmente la madre è colei che l’ha generata e accudita generosamente con “libido genitale”.

Mia madre l’abbraccia forte e la consola.”

July si riconcilia e si riappacifica, ha liquidato le ultime pendenze ed è pronta, adesso e a sua volta, a prendersi cura della madre. L’abbraccio è simbolo della magia affettiva, dell’empatia fusionale, della consolazione di un lutto ambiguo, della perdita di un passato in cui vigeva l’ostilità, la diffidenza e il rifiuto. July magicamente fa sua l’ingombrante madre e l’incorpora come fossero una cosa sola.

Il rito è consumato, andate in pace!

Poi la zia se ne va.”

July ha conquistato la sua autonomia psichica e gusta la sua vita senza fardelli affettivi, strascichi competitivi o carichi pendenti di qualsiasi tipo. Se ne va” è simbolicamente l’opposto di un distacco depressivo, è il traguardo di una pienezza psicofisica.

Alla mia espressione d‘incredulità, non di paura, mia madre mi dice che a volte i morti fanno fatica a staccarsi dalla vita terrena e ci visitano.”

Incredulità” si traduce in “non mi affido”, è il simbolo del mancato affidamento e della mancata autonomia. I conflitti psichici irrisolti fanno fatica a sradicarsi perché hanno bisogno di essere capiti e razionalizzati. La “posizione edipica” ha bisogno di essere rivisitata per essere risolta, perché comporta il distacco affettivo dal mondo incantato dell’infanzia e dalla storia passata vissuta alle dipendenze della figura materna. La “vita terrena” rappresenta la concretezza pragmatica e la realtà psicofisica in atto, il corpo e la mente. I “fantasmi” devono essere risolti con la presa di coscienza per essere innocui e non pregiudicare l’equilibrio psicofisico:i morti fanno fatica a staccarsi”. I conflitti e i fantasmi fanno compagnia, ma rallentano la conquista e l’esercizio dell’autonomia.

Io sempre paurosissima del mondo dei morti, in questa occasione non resto spaventata.”

I “fantasmi”, interiorizzati e non addomesticati con la comprensione, destano paura quando non degenerano nell’angoscia:“Io sempre paurosissima del mondo dei morti”. Il mondo psichico profondo è costituito da ciò che è stato vissuto e che si vive, da ciò che non è cosciente ma lo può diventare. July si è riconciliata con il “fantasma” turbolento della madre, normalmente scisso nella primissima infanzia in “parte buona” e “parte cattiva”. July ha sistemato dentro la figura materna. July non ha paura del suo mondo psicologico: “in questa occasione non resto spaventata”.

Penso sia una cosa bella che ai morti serva un po di tempo per abituarsi al nuovo stato.”

E’ cosa bella” star bene con la chiarificazione e la consapevolezza dei propri vissuti. E’ questo un elogio della “presa di coscienza” e del “sapere di sé”, di un meccanismo logico e di uno stato psichico evolutivo. Tutto il materiale psicologico, nel bene e nel male, deve essere riportato alla comprensione benefica dell’istanza ”Io” al fine d’incarnare l’auto-consapevolezza, il nuovo “sapere di sé” di socratica memoria. Al benessere psicofisico bisogna sempre abituarsi e soprattutto bisogna superare le “resistenze” alla presa di coscienza, quelle “false verità” su di noi che ci raccontiamo per non soffrire di eventuali “brutte verità”.

Mi sveglio senza paura e tanto meno angoscia.”

Ecco la soluzione dell’angoscia edipica e della “parte negativa”, “seno cattivo”, del “fantasma della madre”!

July prende coscienza e razionalizza la sua autonomia psichica, “mi sveglio”, riportando alla consapevolezza la psicodinamica con la madre e, in particolare, la conflittualità affettiva. La “paura” è sempre riferita a qualcosa di specifico, ha un oggetto chiaro e consapevole. In questo caso la paura riguardava una figura che in sogno si camuffa nella zia morta e viva, una “traslazione” difensiva operata condensando altre emozioni e resistenze a essere se stessa e in piena autonomia. Non c’è motivo di esistere per la “angoscia” nel suo essere struggimento psicosomatico di un qualcosa che non so ma che sento e si manifesta nel sintomo. July ha consapevolezza dei suoi conflitti e delle sue psicodinamiche e ha raggiunto la sua autonomia psichica dalla figura materna.

PSICODINAMICA

La psicodinamica del sogno di July si attesta nello sviluppo della “posizione edipica” in espresso riferimento alla figura materna e mostra la ricomposizione del “fantasma della madre”. La consapevolezza della riconciliazione rafforza e risolve l’autonomia psichica di July. Il materiale psichico non risolto è stato rivisitato e integrato nella “organizzazione” dinamica ed economica della psiche di July. Il sogno sviluppa il “sapere di sé” sotto forma di elogio.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di July si forma con il concorso importante dell’istanza “Io” nella formulazione e nell’organizzazione. Nello specifico “vado”, ”penso”, ”mi sveglio”. L’istanza “Es” si manifesta in “in cimitero a visitare la tomba di mia zia”, in “Mia madre l’abbraccia forte e la consola.” e altro. L’istanza “Super-Io” non compare e non traspare. Il sogno di July è esente da limiti e da censure, in compenso è ricco di fantasmi e di simboli, oltre che di emozioni profonde composte dalla presa di coscienza progressiva che contraddistingue il processo onirico. La “posizione edipica” in riguardo alla figura materna è dominante.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di July usa il meccanismo psichico di difesa della “traslazione” in la “zia” morta al posto della figlia, della “condensazione” in “feretro”, “terra”, “capelli bianchi”, “donna altera” e altro. Il meccanismo dello “spostamento” con tutto il carico emotivo è presente sempre nella “zia” al posto della figlia. I processi psichici di difesa della “sublimazione” e della “regressione” non compaiono nel sogno di July.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di July evidenzia un tratto “edipico” in una cornice psichica “genitale”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di July sono la “metafora” in “cimitero” e altro, la “metonimia” in “terra” e “incredulità”. Il sogno è gestito in maniera discorsiva dall’istanza “Io” ed è raccontato piuttosto che poeticamente composto.

DIAGNOSI

Il sogno di July denuncia la risoluzione del “fantasma” della “parte negativa” della madre e opera un recupero compensatore della figura materna reale integrandola beneficamente nell’economia e nella dinamica del sistema psichico.

PROGNOSI

La prognosi impone a July di portare avanti il recupero dello scavo psichico antico in riguardo alla figura materna e di procedere nell’adozione psicofisica della madre al fine di eliminare sensi di colpa e conflitti inutili.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ridestarsi dello “splitting” in riguardo al “fantasma” della madre, scissione nella “parte cattiva” e nella “parte buona” con l’immediata crisi dell’autocoscienza e dell’autonomia e con lo scatenarsi di “psiconevrosi edipiche”: ansioso-depressiva, fobica-ossessiva.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di July è 3 secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, la provocazione, del “resto notturno”, il sogno, si attesta nella frequentazione della figura materna e nella maturazione del sentimento della “pietas”, condivisione e rispetto di un comune ruolo e destino.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di July è surreale e metafisica, in quanto tratta un tema psicologico reale secondo una metodologia che va al di là della Psicologia e della realtà, una qualità parapsicologica per l’appunto.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Mi piace riportare un breve brano sul concetto neurobiologico della “morte” secondo le ricerche di Eccles.

Infine, naturalmente, giungiamo all’aspetto estremo: che cosa succede quando si muore?

A quel punto ogni attività cerebrale cessa in modo definitivo.

La Mente autocosciente che ha avuto un’esistenza autonoma nel senso del Mondo 2, (nel senso che ha costruito un insieme di dati e di vissuti ...nota mia), trova ora che il Cervello, sul quale ha svolto, nel corso di una lunga vita, in modo così efficiente ed attivo, la sua azione di scansione, di esplorazione e di controllo, ha smesso completamente di emettere messaggi.”

La morte si attesta nella metafora di una “spina” che veicola corrente elettrica e che si stacca dalla sua naturale “presa”, il Cervello scollegato dal resto del sistema nervoso, il Mondo 1. La morte si attesta in un’interruzione definitiva e irreversibile delle linee principali di comunicazione che vanno dai recettori periferici alle cortecce sensitive e, quindi, agli emisferi cerebrali. Questi ultimi, di conseguenza, non possono rimandare i segnali adeguati ai muscoli e alla periferia.

IL CANE E IL CARABINIERE

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Ho sognato che ero in compagnia e il cane di una parente mi aggrediva mordendomi al braccio sinistro e rimanendovi attaccato con i canini.

Non rispondendo ai richiami della padrona, mi arrabbiavo con lei e la rimproveravo perché non aveva tenuto al guinzaglio il suo cane.

Allora accompagnata da mia sorella sono andata alla ricerca di un posto di polizia per farle prendere una multa salata.

Arrivata in caserma, il cane si staccava dal mio braccio e il carabiniere minimizzava l’accaduto dicendomi di controllare per dieci giorni i quattro buchi dei canini ed eventualmente di provvedere con la vaccinazione.

Il comportamento del carabiniere aumentava la mia rabbia perché ero convinta di non aver ottenuto giustizia.”

Questo sogno porta la firma di Ombrina.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Ombrina coinvolge la simbologia del “cane” e degli atti connessi a questo amatissimo vivente, il cosiddetto “amico” dell’uomo. Il cane condensa la fedeltà e la devozione dignitosa al cosiddetto maldestramente “padrone”. Il cane lo portiamo spesso in sogno per dare movimento alla scenografia, lo usiamo come un alleato psichico e come un diversivo per alleviare le tensioni e continuare a dormire. Il cane può servire, come dimostra il sogno di Ombrina, per manifestare l’aggressività e la rabbia, la pulsione sadomasochistica e la sua “sublimazione”, la rabbia per l’appunto. In questo caso ci troviamo psicologicamente nella “posizione anale” e stiamo elaborando la “libido sadomasochistica”, aggressività rivolta contro noi stessi, “maso”, e contro gli altri, “sado”. Questi temi saranno approfonditi nella decodificazione della psicodinamica del sogno di Ombrina, ma mi piace omaggiare la figura del “cane” citandone tre mediaticamente famosi: il pastore tedesco “Rintintin” della serie televisiva dedicata ai ragazzi negli anni sessanta, il collie “Lassie” altrettanto famoso sempre in quei formidabili tempi e l’akita “Hachi” protagonista struggente del film Hachiko e tenero amico del protagonista, l’attore Richard Gere.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ho sognato che ero in compagnia e il cane di una parente mi aggrediva mordendomi al braccio sinistro e rimanendovi attaccato con i canini.”

Ombrina socializza nel bene e nel male accettando i rischi di forzate convivenze temporanee: “ero in compagnia”. Ma questa compagnia è la “proiezione” difensiva della parte psichica di sé che si sta manifestando in sogno: “il cane di una parente mi aggrediva”. Va da sé che Ombrina, a questo punto, si fa mordere dal cane per evocare le sue psicodinamiche in atto e in proposito. In particolare esprime il sentimento della rabbia contro se stessa perché il cane che la “aggrediva mordendomi al braccio sinistro” è una “parte di sé”, una pulsione della sua istanza “Es”, una carica autolesionistica e sadica. Ombrina consuma un atto sadomasochistico rientrante nella “posizione psichica anale”. Il “braccio sinistro” attesta che il vissuto riguarda il passato e le relazioni pregresse. Il grado di autolesionismo è aggravato dal compiacimento di lasciare il cane “attaccato con i canini” al suo braccio. Ombrina è proprio e veramente tanto arrabbiata con se stessa, se non riesce a liberarsi immediatamente dal dolore di un morso autopropinato dai canini di un cane.

Non rispondendo ai richiami della padrona, mi arrabbiavo e la rimproveravo perché non aveva tenuto al guinzaglio il suo cane.”

Ombrina conferma la rabbia contro se stessa,“la padrona” del cane, dal momento che la sua aggressività è tralignata nell’autolesionismo. Ombrina ha perso l’autocontrollo e non riesce a tenere “al guinzaglio il suo cane”. Traduzione: Ombrina è preda delle pulsioni sadomasochistiche della sua istanza “Es”. L’istanza “Io” è andata in crisi e le sue funzioni di vigilanza e di controllo sono state sopraffatte dalle forti cariche nervose evocate dal sogno: la rabbia del danno e dell’ingiustizia.

Cosa non perdona e non assolve del suo passato e del suo presente Ombrina?

Forse il sogno ce lo dirà. Intanto, è necessario prendere atto che la padrona e il cane sono andati in “tilt”, la prima nel subire e il secondo nel colpire. Tutta colpa di un “Io” andato in ferie senza sostituto. Il “guinzaglio” condensa un controllo repressivo che si collega all’azione dell’istanza psichica “Super-Io”, per cui soltanto la rabbia lecita può essere esternata. E’ da dire che quest’ultimo assolve la funzione di ridimensionamento delle pulsioni e di moderazione del danno psicofisico legato all’esplosione della rabbia.

Allora accompagnata da mia sorella sono andata alla ricerca di un posto di polizia per farle prendere una multa salata.”

Dopo la scarica devastante delle pulsioni dell’”Es”, ”il cane mi aggrediva mordendomi al braccio sinistro e rimanendovi attaccato con i canini”, ecco

che puntuali arrivano la colpevolizzazione di tanta aggressività e la punizione di tanta rabbia. Questa operazione psichica è possibile perché manca senza la mediazione dell’”Io”. Ombrina cerca il sodalizio della “sorella”, l’alleanza per rafforzarsi e continuare il sogno senza incorrere nell’incubo e svegliarsi. Vuole essere sostenuta di fronte alla “polizia”, chiaro simbolo del “Super-Io”, l’istanza psichica competente in repressione e punizione. Ombrina vuole censurarsi senza prendere coscienza della sua giusta e giustificata rabbia, senza aver preso coscienza della causa di così forte reazione emotiva. La “multa salata” condensa l’espiazione della colpa. Della serie: oltre il danno, mi procuro anche la beffa.

Arrivata in caserma, il cane si staccava dal mio braccio e il carabiniere minimizzava l’accaduto dicendomi di controllare per dieci giorni i quattro buchi dei canini ed eventualmente di provvedere alla vaccinazione.”

Il “Super-Io”, rappresentato in precedenza da una generica “polizia” e adesso da un preciso “carabiniere”, risolve la pulsione rabbiosa dell’”Es” e induce a una razionale moderazione e a una proficua consapevolezza: “il cane si staccava” e minimizzava l’accaduto”. Ma Ombrina non è contenta di questa soluzione psichica e, tanto meno, di questa assoluzione del senso di colpa legato alla “libido sadomasochistica”. Il “Super-Io” ha ridimensionato l’accaduto e ha profferito il suo giudizio: è lecita l’aggressività, ma senza esagerare e all’uopo è opportuno il controllo dell’”Io”. Ombrina esige da sé la consapevolezza delle sue cariche nervose per non scatenarle contro se stessa ed eventualmente investirle nell’oggetto giusto. La “vaccinazione” conferma la soluzione psicologica della questione e nello specifico dell’autocontrollo. Perché “dieci giorni” e “quattro buchi”?

Nessun simbolo, deliberazione fortuita della protagonista!

Pitagora resta deluso: “dieci” è il simbolo della perfezione perché è la somma dei primi quattro numeri che contengono il “Tutto” geometrico, il punto, la linea, il triangolo e il tetraedro. “Quattro” chiude la prima figura solida, il tetraedro.

Tutto questo “Sapere” pitagorico come si coniuga con il sogno di Ombrina?

Nescio”!

Il comportamento del carabiniere aumentava la mia rabbia perché ero convinta di non aver ottenuto giustizia.”

Ombrina sa le cose giuste e se le dice in sogno, ma una parte di sé ancora resiste e persiste nella “rabbia” e nell’errore di non aver chiamato in causa le funzioni deliberative dell’”Io” per rafforzare il controllo di sé. Un residuo del conflitto psichico tra “Es” e “Super-Io” viene mantenuto e diventa pericoloso per l’equilibrio psicofisico di Ombrina: il rischio della somatizzazione della “libido sadomasochistica” collegata all’evoluzione della “posizione psichica anale”. L’istanza “Es” non si rassegna e vuole ancora una parte della sua parte: “non aver ottenuto giustizia”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Ombrina sviluppa la travagliata psicodinamica del senso e del sentimento della “rabbia” mostrando il tragitto psicosomatico della “libido sadomasochistica” della “posizione anale”. La parziale consapevolezza della frustrazione subita ha portato all’esplodere in sogno di tanta aggressività. Le pulsioni dell’istanza “Es” si scatenano senza la mediazione razionale dell’istanza “Io” con pregiudizio della vigilanza e dell’autocontrollo. Il “Super-Io” completa l’opera con le sue censure e le sue repressioni anche se addolcisce il quadro psicodinamico.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Ombrina sono presenti in maniera evidente le istanze “Es” e “Super-Io”. Latita l’istanza “Io”. Le pulsioni dell’Es si evidenziano in “il cane di una parente mi aggrediva mordendomi al braccio sinistro e rimanendovi attaccato con i canini.” Le censure del “Super-Io” sono presenti in “polizia” e “carabiniere”. La “posizione psichica anale” è dominante con la specifica “libido sadomasochistica”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Ombrina usa i meccanismi psichici della “proiezione” in “il cane di una parente”, della “condensazione” in “cane” e “guinzaglio”, dello “spostamento” in “mordere” e “sorella”, della “drammatizzazione” e della “figurabilità” in “mi aggrediva mordendomi al braccio sinistro e rimanendovi attaccato con i canini”, I processi psichici di difesa della “sublimazione” e della “regressione” non sono presenti.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Si evidenzia un valido tratto “sadomasochistico” in una cornice “anale”: aggressività conflittuale nel dare e nel tenere con punte compulsive.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Ombrina elabora la “metafora” in “cane” e “mordere”, la “metonimia” in “polizia” e “carabiniere”, la “sineddoche” in “denti”, la “enfasi” in

mi aggrediva mordendomi”. La presenza di varie figure retoriche attesta della sensibilità estetica della protagonista del sogno.

DIAGNOSI

La diagnosi vuole che il sogno di Ombrina manifesta difficoltà a esternare in maniera corretta l’aggressività legata alle frustrazioni della sua formazione psichica e della vita corrente. Ombrina scarica su se stessa e somatizza una serie di disturbi funzionali a causa di una mancata consapevolezza delle sue pulsioni e di un deficit della vigilanza dell’Io.

PROGNOSI

La prognosi impone a Ombrina di indirizzare le cariche nervose nell’oggetto giusto, ma soprattutto di non abdicare all’opera di mediazione dell’Io nelle varie controversie psichiche dell’esistenza. E’ opportuna una buona e sana affermazione rispetto al subire imposizioni altrui che poi creano ristagno di rabbia per la mancata espressione di sé.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel rafforzamento della pulsione sadomasochistica e nella conversione somatica con disturbi delle funzioni neurovegetative. Le somatizzazioni della “rabbia” privilegiano il fegato, la bile e il cuore.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Ombrina è 3 secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno di Ombrina, “resto notturno”, si attesta in uno stimolo non adeguatamente scaricato e soprattutto non razionalizzato dalla funzione dell’Io, magari una provocazione, una frustrazione dell’aggressività, una forzatura della volitività. Ombrina deve tenere in gran conto la seguente regola: a frustrazione segue aggressività nella scimmia e nel preteso animale superiore chiamato uomo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Ombrina è cenestetica e isterica.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Mi pregio di ricordare che il senso e sentimento della “rabbia” è la parziale “sublimazione” difensiva, operata dall’istanza “Io”, della pulsione sadomasochistica dell’istanza “Es”. Voglio significare la pericolosità della rabbia per sé e per gli altri, dal momento che la regolazione psico-emotiva dell’istanza “Io” è assente o parzialmente presente. La rabbia può tralignare nella violenza incontrollabile, più che inconsapevole, una forma del cosiddetto “impeto”.

Meglio dedicare attenzione al “cane” e a tal proposito vi presento

FREUD E I SUOI CANI

Il padre della Psicoanalisi nella sua maturità esistenziale godeva quotidianamente della presenza di due cani.

Jo-fi era uno di questi, una cagnetta a cui mancava la parola dal momento che la sensibilità non le mancava per niente. Era soprattutto reattiva di fronte all’arroganza dei pazienti e ai momenti d’imbarazzo durante le sedute.

Ebbene sì!

Jo-fi si accucciava accanto alla poltrona del suo augusto compagno, non padrone, e seguiva le sedute segnandone la fine.

Cinquanta minuti canonici misurati, di volta in volta, con una precisione canina: Jo-fi si drizzava sulle zampe, si stirava e rompeva il silenzio sbadigliando. Era il segnale giusto per il grande Capo.

Freud estraeva l’orologio dal taschino del panciotto e costatava che il messaggio era oculato e non certo inopportuno.

Al fortunato paziente non restava che sollevare la testa dalla salvietta di lino bianco del cuscino del divano e congedarsi fino alla prossima seduta.

Jo-fì era molto brava a cogliere il carattere delle persone che frequentavano lo studio. Il suo giudizio era importante e Freud sapeva che, se i pazienti non piacevano alla cagnetta, molto probabilmente avevano grossi problemi da risolvere e tanti nodi psichici da sciogliere.

Era un cane “chow chow”, come si diceva in precedenza, sensibile alle tensioni nervose in eccesso e aveva trovato il posto giusto nello studio e nel cuore del suo amico. Freud l’aveva chiamata Jo-fì in omaggio alla sua bellezza: per l’appunto, in ebraico Jo-fì si traduce bellezza. La cagnetta gli era stata regalata da Marie Bonaparte per consolarlo della perdita di Lun, il primo dei suoi “chow chow” che era morto tragicamente sotto un treno nella stazione di Salisburgo. Lun gli era stato regalato dalla ricchissima paziente americana Dorothy Burlingham che curava il trauma della separazione dal figlio del gioielliere Louis Comfort Tiffany, quello del film Colazione da Tiffany.

Dorothy era diventata grande amica di Anna, la figlia prediletta di Freud, e le due donne condividevano la fobia del maschio e l’amore per i cani. Anna non conosceva uomo in ogni senso ed era il cruccio del padre che si lamentava spesso con le amiche della frustrazione sessuale della figlia. Ma poi si consolava rilevando che Anna sublimava brillantemente la “libido” negli studi sulla psiche infantile, per cui non era necessario maritarsi e farlo diventare nonno. Anna si compensava anche e soprattutto con il pastore alsaziano Wolf che l’accompagnava nelle sue passeggiate solitarie. Wolf aveva conquistato anche la simpatia e l’affetto del professor Freud e faceva pienamente parte della famiglia. Ne parlava come un animale tenero, geloso, selvatico e civile, un essere vivente molto amato in casa.

Se Wolf non era vicino, Freud non si concentrava nella lettura. Accendeva la luce se Wolf era al buio ed entrava in apprensione se lo lasciva solo. Lo nutriva durante i pasti prelevando il cibo dal suo piatto e facendo imbestialire la moglie Marta. Per elogiare l’intelligenza pragmatica di Wolf, Freud soleva raccontare che un pomeriggio al Prater era sfuggito al controllo di Anna, ma non si era perso d’animo e si era recato da un taxi dondolando il collo per far notare la medaglietta dove si recitava “professor Freud,19 Berggasse”. In tal modo Wolf si era fatto portare a casa in taxi e l’autista era stato ampiamente gratificato con una lauta mancia per la gioia di tutti.

Wolf consolava il professore malato con la sua presenza e il suo affetto. Consapevole di questo e non senza una vena leggera di gelosia, Anna al compleanno del sessantanovesimo anno aveva donato al padre un ritratto di Wolf che portava al collo una poesia nella quale faceva gli auguri al suo amico. Freud diceva che sul cane trasferiva parte dell’affetto che aveva per la figlia e che trattava i suoi cani come le persone senza esitare di entrare nella loro testa.

Passeggiando con un collega per le piazze di Vienna, alla vista di un cane della Polizia addestrato alla sicurezza ma legato alla catena, consapevole che poteva essere aggressivo, lo slegò e il cane per riconoscenza cominciò a leccargli le mani. Poi rivolgendosi al collega rilevava che, se fosse stato incatenato tutta la vita, sarebbe diventato cattivo anche lui.

Tornando a Jo-fi, ricordiamo che gli sarà accanto nella vecchiaia. Nonostante i dolori causati dal tumore, Freud si occupava della sua cagnolina, la osservava teneramente, vegliava sul suo pasto e giocava con lei come prima era solito giocare con il suo anello.

E così si prospettò la necessità di lasciare il civico 19 di Berggasse perché Vienna non era più sicura. Il mondo civile stava crollando e Freud scrisse nel diario in latino “finis Austriae” proprio il giorno in cui i nazisti imbrattavano di svastiche i muri dell’antica capitale asburgica. In un primo momento cercò di resistere alle pressioni di quelli che lo volevano incolume e in salvo all’estero, ma poi si arrese alla sofferenza fisica e non alla paura.

Marie Bonaparte fu, come al solito, generosa e preparò la partenza logistica, diplomatica ed economica del grande “Vecchio”.

Nel primo pomeriggio del 4 giugno del 1938 Freud prese posto nell’ Orient-Express proveniente da Istambul e diretto a Parigi, tappa intermedia dell’esilio londinese. Con lui salirono sul treno la moglie Marta, la figlia Anna, la domestica Paula e altre tredici persone. Tra queste non figuravano le quattro sorelle che moriranno qualche anno dopo in un campo di concentramento.

Su quel treno c’era, invece, Jo-fi,il suo piccolo amato “chow chow”.

Nell’agosto del 1939 e in quel di Londra le condizioni di salute di Freud peggiorarono e i dolori si erano fatti insopportabili. Le ferite erano infette e anche Jo-fi ne avvertiva il fetore senza allontanarsi dal suo grande amico. In un momento di lucidità e dopo lunghi stati di sopore Freud ricordò al dottor Schur il patto stipulato e l’impegno contratto a suo tempo e ne chiese il rispetto e l’esecuzione. Il dottor Schur aumento progressivamente le dosi di morfina per attenuare i dolori e Freud si assopì senza più svegliarsi.

Fu onnipotenza e fu eutanasia.

Accucciata ai piedi del letto c’era Jo-fi, il suo piccolo amato “chow chow”.

Hanno raccontato che Jo-fi si sia lasciata morire di fame. Vittima della sua sensibilità, le mancavano i saporiti bocconi e le succose premure del suo amico.

Almeno così è, se vi pare.

A me piace pensarla così.

OGNI PROMESSA E’ UN DEBITO

Avevo promesso all’impertinente e simpatico Giovattino di decodificare una canzone famosa per dimostrargli che anche i prodotti della musica leggera sono psicologicamente interessanti, molto interessanti direi.

Accontentato!

GLI “UOMINI SOLI” SECONDO I “POOH”

 

E’ una canzone densamente significativa, elaborata da Facchinetti e Negrini con una sintesi profonda. Ha vinto il festival di Sanremo nel 1990. Il testo è di scuola “neorealista” in sintonia con una delicata musica che avvolge di gradevole tristezza l’impianto globale. I versi hanno una pensosità e fanno netto riferimento alla poesia più famosa di Salvatore Quasimodo, poeta siciliano e premio Nobel, intitolata “Ed è subito sera”, la seguente poesia di scuola simbolica ed ermetica.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.”

L’approccio al brano dei Pooh merita la giusta riflessione perché di verso in verso si evidenziano pensieri e suggestioni pregne di umanità.

Uomini soli”

Il titolo condensa il programma: la solitudine dell’uomo. Sembra un tema obsoleto e scontato, strappalacrime e accorato, ma non è così perché il modo in cui viene elaborato è in sintonia con i dettami di un “neorealismo” comprensibile che consente di cogliere immediatamente il “significato”, ma non trascura la possibilità per il lettore di immettere i propri significati, il “significante” per l’appunto. Nel testo non c’è “ermetismo”, c’è realtà e chiarezza insieme al dolore soffuso e alle problematiche conflittuali. Il tutto è servito in una pregevole e delicata sintesi.

Una questione si pone: esistono uomini soli? La risposta è affermativa nel versante esistenziale e relazionale, nonostante l’assioma di Aristotele che vuole l’uomo “animale politico” e quindi necessariamente sociale, ma è negativa nel versante psichico perché l’uomo è sempre in collegamento con i suoi oggetti, pensieri e vissuti, prima che con i soggetti, i suoi consimili. Accettiamo l’accezione di solitudine evocata dagli abili autori Facchinetti e Negrini.

Li incontri dove la gente viaggia e va a telefonare”

Gli uomini girano e s’incontrano anonimamente in una stazione ferroviaria o tramviaria, alla fermata di un bus o dove erano ubicate le cabine telefoniche prima dell’era dei telefonini. La stazione, il tram, il treno conchiudono un “fantasma depressivo di perdita”, un simbolo di distacco affettivo e di profonda solitudine, mentre la cabina telefonica attesta di un bisogno di relazione e di comunicazione. L’esordio è soffusamente triste e lascia respirare l’aria pesante delle stazioni e l’anelito di un contatto gratificante.

col dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattro ore”

Il dopobarba è un simbolo maschile e, del resto, sono uomini prima di essere soli. Il profumo individua il genere e il tipo di persona, il dopobarba obsoleto di una qualsiasi marca comprato in un supermercato di periferia. Non è di certo il profumo dell’”uomo che non deve chiedere mai”, l’uomo per antonomasia o per iperbole, come recitava la pubblicità di un dopobarba negli anni ottanta. Questi sono uomini senza nome e senza identità, sono uomini soli. Pur tuttavia, sono uomini che hanno la “ventiquattrore”, la valigetta dal poco contenuto e dal tanto significato. Ogni contenitore evoca una simbologia psichica femminile. Sono uomini che non hanno una donna e la desiderano o che hanno una loro vulnerabilità e delicatezza, una loro debolezza e tenerezza.

perduti nel Corriere della Sera”

Il termine “perduti” è una “metonimia”, una figura retorica che attesta mirabilmente una relazione concettuale, “perduti” al posto di “immersi”, ma acquista una valenza pessimistica d’isolamento. La lettura del giornale è una passione funzionale alla solitudine, a non comunicare. Ognuno è solo con il suo giornale più o meno intelligente e impegnato. Il giornale rappresenta la ricerca fittizia e traslata di un contatto con il mondo degli uomini e con i loro fatti.

nel va e vieni di una cameriera”

Sono uomini perduti veramente nella loro solitudine anche se si muovono in contesti affollati e dinamici. Il moto lavorativo della cameriera, “va e vieni”, viaggia per contrasto con la stasi interiore e lo stallo psichico dei nostri protagonisti. Il simbolismo del “va e vieni” è di qualità sessuale, così come la “cameriera” nell’Immaginario collettivo condensa l’oggetto di una seduzione e di una conquista facile: il “va e vieni” di una donna che è al servizio degli avventori e che si può conoscere con maggiore facilità.

Ma perché ogni giorno viene sera?”

Dietro una verità astronomica, la sera dopo il dì, il buio dopo la luce, si nasconde il simbolismo della vita e della morte: “ma perché arriva sempre la morte dopo la vita.” La solitudine, del resto, è una variante della “morte in vita”. Si recupera il senso della poesia di Quasimodo: una variante di “trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”.

A volte un uomo è da solo”

Comincia la gamma delle solitudini esistenziali, la serie dei conflitti intrapsichici e relazionali che porta inevitabilmente ai mancati investimenti di “libido”, a non essere generosi con se stessi e con gli altri, a una forma di “misantropia” che immancabilmente viene proiettata sull’altro: “è l’altro che non mi vuole e non mi accetta, non io che non mi coinvolgo e non investo i miei talenti psichici.” La solitudine si attesta nella prima infanzia e nell’attesa di essere scoperto dall’altro, dal papà e dalla mamma che non si accorgono di me. Trattasi di questione affettiva. Il bambino non sa farsi avanti e afferrare al volo quello che passa il convento e, di conseguenza, attende che il mondo degli adulti si apra verso di lui. L’origine della solitudine è nell’interiorità e si annida durante la prima infanzia quando si attende quel “deus ex machina” che non arriva o che non sappiamo cogliere e riconoscere. Spesso questa solitudine odora di povertà psichica: il bambino non riceve gli strumenti relazionali per investire la sua “libido”.

perché ha in testa strani tarli”

Inizia l’elenco della psicopatologia nella versione realistica e puntuale di una canzone, un prodotto culturale di grande valore alla luce della sua diffusione e del suo consenso. La solitudine nasce dalle ossessioni mentali, dai pensieri persecutori, dalle idee deliranti, dalle convinzioni fallaci e ricorrenti che impediscono il salto verso l’altro, gli investimenti sociali, la condivisione, l’estroversione.

perché ha paura del sesso”

La solitudine è collegata alla vita sessuale o meglio alla paura della propria dimensione vitalistica, pulsionale e affettiva. Le fobie sessuali maschili nascondono l’impotenza dell’uomo e la potenza della donna. La “paura del sesso” non consente d’investire “libido” e impedisce la maturazione psichica “genitale”, blocca la pulsione a relazionarsi con generosità. La “paura del sesso” blocca la “libido” alla “posizione fallico-narcisistica”, all’età solipsistica dello splendido isolamento. La mancata evoluzione psicofisica giustifica la misoginia, la misantropia e il conseguente isolamento.

o per la smania di successo”

Questa è la “posizione fallico-narcisistica” di cui si diceva prima. L’autoesaltazione non contempla la presenza dell’altro, si appaga di una tensione all’infinito verso un irraggiungibile ideale del proprio “Io”. Il “narcisismo” comporta l’amore verso se stesso a costo della vita. Si tratta di una pericolosa sindrome che traligna nell’angoscia depressiva di perdita. La ricerca del successo si attesta nell’individualismo e nella negazione di qualsiasi rete relazionale protettiva. La “smania” è un eccesso di “mania”, un tralignare di una pulsione “anale” in malattia, una delicata psicopatologia. Se la mania è un eccesso di vitalità, un vitalismo fine a se stesso, un movimento isterico dispersivo, la “smania” traligna nella prevaricazione e nella crudeltà.

per scrivere il romanzo che ha di dentro”

Tutti abbiamo una storia personale che ha formato la nostra “organizzazione reattiva”, il nostro carattere, la nostra personalità. Tutti abbiamo dentro una nostra storia sulla quale confabulare per allargarla in un romanzo, il capolavoro della nostra vita, ma un romanzo da non condividere almeno finché si è impegnati a scriverlo. Il romanzo dentro non viene fuori, resta dentro sotto forma d’introversione e di autocompiacimento. L’autogratificazione allevia la solitudine dello scrittore di se stesso. L’angoscia si sublima nell’attesa del riconoscimento e del trionfo.

perché la vita l’ha già messo al muro”

Il muro condensa un “fantasma di morte”, una fucilazione ingiusta ma risolutiva di uno stato d’angoscia che non trova sbocchi diversi dalla morte. La condanna è firmata dalla “Vita”, un’entità astratta ma massimamente concreta perché incarnata nel corpo e nella mente del nostro protagonista, “l’uomo solo”. Il verso richiama alcune tesi della “filosofia dell’esistenza” di Martin Heidegger: “l’esistenza banale e l’esistenza autentica”. Il rifiuto della prima e la vanificazione della ricerca della seconda spiegano la condanna a morte di quest’uomo che non è riuscito a risolvere le sue frustrazioni e le sue castrazioni. Il “fantasma di morte” è dominante in questo verso.

o perché in mondo falso è un uomo vero.”

La verità di se stesso in primo luogo, è costretto a contemplare la possibilità della falsità e dell’inganno. L’”uomo solo” s’imbatte nell’opposizione dialettica tra verità e falsità: “esistenza autentica” o “esistenza banale”. E’ facile difendersi dagli altri pensando di essere nel giusto, nel vero e nel bello. Ritorna il narcisismo e la convinzione che gli altri sono l‘ignoranza e l’ipocrisia.  

Dio delle città e dell’immensità”

Ecco l’invocazione laica! Viene chiamato in causa il Dio degli uomini e il Dio dell’universo, il “Figlio” che ama l’umanità e il “Padre” che crea. Le “città” sono il simbolo delle relazioni umane, così come “l’immensità” rievoca il sentimento del “Sublime” dinamico di Kant. La teologia biblica e la filosofia illuministica sono richiamate in un’efficace e ardita combinazione sintetica. Tre semplici parole per tre concetti di vasta portata interagiscono sulla questione dell’umana solitudine: Dio, la città, l’immensità.

se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi”

Si ricerca un Dio umano, Gesù Cristo, il Dio che si è fatto uomo per essere consapevole della condizione umana, per vivere sulla propria carne l’odissea dell’essere mortali, i vizi e le virtù del nascere in compagnia e del morir da soli. Si cerca un Dio reale che abbia una funzione per un uomo che anela la sua verità. Si cerca un Dio che sappia più dell’uomo, che abbia un bagaglio di conoscenze sulla natura e sull’evoluzione umane superiore alle esperienze vissute dagli uomini stessi. Quest’uomo è Gesù Cristo, un Dio che ha viaggiato come uomo e che conosce anche i misteri dell’universo. E’ impressionante come in una sintesi poderosa siano immessi note profonde di teologia cristiana secondo un laico sentire. Nulla di teologico e tanto meno clericale in questo verso così umano e in questo grido di aiuto! Seve un Dio a misura d’uomo per aiutare quest’ultimo a non cadere nelle spire malefiche della solitudine.

vediamo se si può imparare questa vita”

Non è la “vita” che insegna, è la “vita” che s’impara: l’educazione e la conoscenza sono salvifiche. Se la vita s’impara, ci vuole un padre e una madre, un maestro, la generosità del dare, la solidarietà del condividere. L’uomo è attivo nell’essere protagonista della sua vita, una vita tutta da imparare non certo da soli.

e magari un po’ cambiarla prima che ci cambi lei.”

Ecco il conflitto esistenziale: la vita siamo noi o la vita è altro da noi? La vita non è altro da noi e tanto meno s’identifica negli altri. L’uomo deve essere arbitro del proprio destino e deve amarsi amando quel destino che costruisce giorno dopo giorno: l’atavico “amor fati”. L’uomo deve essere protagonista del suo vivere e non deve alienarsi in niente che non sia se stesso, ma per far questo ha bisogno del suo simile. L’”altro da me” è condizione indispensabile per la “coscienza di sé”. La solitudine si lega alla mancata consapevolezza di questo umano “Credo”.

Vediamo se si può farci amare come siamo”

E’ possibile farsi amare come siamo? Farsi amare in base al nostro essere uomini è possibile perché significa riconoscere di condividere la stessa natura e lo stesso progetto: il destino di uomini d’amare e che amano. Questo è il vissuto psicofisico della “simpatia”: “soffrire insieme”. Ma la natura dell’uomo è in perenne divenire. Lo stallo psichico è la malattia del vivere. L’amore non è un dono del cielo o dell’”altro da me”, l’amore è un “investimento di libido” evoluta in “genitale”, una “libido” che riconosce l’altro come condizione della sua evoluzione psichica e umana. “Come siamo” è una sintesi momentanea che cambia nel momento in cui la fermo in un’immagine, in una “coscienza di sé”. Il “come siamo” è un’utopia, una difesa dal cambiamento, la ratifica di un’impossibile immodificabilità e di una pretesa immobilità che tralignano immancabilmente nella solitudine.

senza violentarsi più con nevrosi e gelosie”

Bisogna volersi bene! E’ questa la prima verità. Le “nevrosi” sono conflitti psichici che contraddistinguono l’uomo nella sua evoluzione, contrasti interiori che comportano dolore e struggimento oltre che conversione in sintomi psicosomatici. Le “gelosie” sono proiezioni sugli altri di pulsioni inappagate e di bisogni affettivi che si traducono in invidie e frustrazioni. La “violenza” è una prevaricazione su se stesso e sull’altro, un mancato riconoscimento dei diritti nostri e altrui, una negazione che trionfa nella solitudine. I mali dell’”uomo solo” sono competizioni con quell’altro uomo che non si riconosce e si nega per difesa, ma che si afferma con il proprio malessere e che degenera nel male di vivere.

perché questa vita stende”

Si profila una verità di base: la “vita stende”, una concezione pessimistica dell’uomo degna dell’”Esistenzialismo” più amaro degli anni cinquanta del secolo scorso. La vita non è degna di essere vissuta perché la vita è dolore e angoscia e perché assurdamente si conclude con la morte. Sembra di sentire Schopenhauer e Leopardi con le loro convinzioni pessimistiche sull’essenza del vivere e dell’uomo o addirittura sull’universo. Tanta filosofia si apre verso un ridimensionamento dell’angoscia e una risoluzione del dolore. “Stendere” significa colpire irrimediabilmente e senza possibilità di riscatto. Bisogna difendersi da questa “natura matrigna”. Tanto pessimismo sembra sfuggito dalla penna degli autori perché risulta esagerato rispetto alle tesi moderate precedenti.

e chi è steso dorme o muore oppure fa l’amore.”

 E infatti abbiamo il recupero del tono e del significato. L’uomo “steso” ha diverse interpretazioni: “dorme”, “muore” o “fa l’amore”. L’uomo “steso” è inattivo o non è vivo o gode perché si vuole tanto bene. La varietà delle umane cose e la diversità delle umane convinzioni oscillano tra la solitudine e la comunione. “Stendere” è una parola con diversi significati che vanno dalla vita alla morte, da Eros a Thanatos. La soluzione migliore esige la vitalità e l’attività, l’investimento della “libido genitale” per non esser “uomini soli”, per esorcizzare e sublimare l’angoscia del vivere che contraddistingue l’uomo.

Ci sono uomini soli per la sete d’avventura”

Ritorna il catalogo delle patologie depressive, quelle che contemplano la solitudine come necessaria compagna di viaggio. La sete d’avventura o la “sindrome di Ulisse”, secondo Dante, consuma questi uomini arditi che non hanno posto e tempo per un’eventuale Penelope o per un eventuale Euriloco o Perimede. Ma è proprio vero che gli uomini che non vogliono “viver come bruti” ma vogliono seguir “virtute e canoscenza” sono soli e amano la solitudine? Assolutamente no! La curiosità si sposa con l’avventura e con il viaggio in compagnia. Pur tuttavia, ritorna il “narcisismo” del primo attore che si compiace in primo luogo del suo valore, della sua esigenza di novità e della sua fobia della monotonia. E’ importante che non subentri la “nostalgia” della sindrome di Ulisse, altrimenti sono guai.

perché han studiato da prete”

La vocazione sacerdotale e la permanenza in seminario sono ostacoli alla socializzazione per la vergogna che avvolge questa esperienza formativa, stimata come un disvalore culturale o una debolezza psichica nell’Imaginario collettivo. Abbracciare un progetto religioso di vita, che poi si conclude nella delusione del fallimento, porta a espiare la colpa dell’incompiuta e la vergogna della scelta con l’isolamento e la solitudine. Formidabile è la sintesi popolare “han studiato da prete” e l’accezione negativa con cui il popolo la intende e la sottintende. In ogni caso questi “preti mancati” si isolano o forse si sono già isolati per la paura di coinvolgersi.

o per vent’anni di galera”

Vent’anni di galera ti segnano nel cuore e nella mente, t’induriscono, ti abbrutiscono, ti umiliano fino al punto di portarti all’isolamento per rabbia e alla solitudine per vergogna. Ma soprattutto vent’anni di galera s’iscrivono in un corpo costretto al blocco delle proprie energie e al chiuso di un ambiente squallido. Chi ha sortito vent’anni di galera sul groppone, fatica a reinserirsi nella società e stenta a riadattarsi a schemi culturali di vita abbandonati per tanto tempo e caduti in disuso.

per madri che non li hanno mai svezzati”

Immancabilmente viene rimorchiato dalla Psicoanalisi di Freud il “complesso di Edipo”, una profonda verità psichica incarnata e vissuta da tutti quelli che nascono da padre e da madre, oltremodo aggravata nelle “culture matriarcali”. Le madri non liberano i figli e inducono dipendenza a vita con la loro seduzione ricattatrice e incestuosa. Questi uomini rimasti figli avvertono una costrizione interiore che li porta a non affidarsi a un’altra donna semplicemente perché non sono cresciuti a livello affettivo e relazionale e non hanno autonomia psichica, non hanno messo la loro mamma al posto giusto riconoscendola come “la madre”. Questi uomini sono “soli” e restano realmente “soli” dopo la morte della madre. Immancabilmente arriva la depressione a completare l’opera dal momento che non hanno concepito il senso della loro vita e non si sono ribellati alle spire seduttive degli affetti primari.

per donne che li han rivoltati e persi”

Non poteva mancare in questo drammatico elenco di solitudini la donna manipolatrice e profittatrice, quella che li ha fatti innamorare e poi li ha abbandonati al loro destino di solitudine: la “parte negativa” del “fantasma della donna” per dirla secondo i dettami della “Psicoanalisi”. Si tratta di uomini che si sono lasciati “rivoltare” a causa della loro debolezza psichica e dei loro spasmodici bisogni affettivi non adeguatamente riconosciuti. Si tratta di donne perverse e affette della “sindrome delle Sirene”, degne eredi delle Streghe in versione erotica. In prima istanza questi uomini si sono smarriti dentro se stessi a traino di una madre possessiva, prima di perdersi tra le spire malefiche di una donna. Si sono fatti ammaliare per debolezza e hanno perso l’amore della donna per mancanza di personalità e di capacità affermativa. Sono uomini che hanno una soglia di frustrazione affettiva molto bassa e sono capaci anche di gesti estremi per risolvere definitivamente l’acerbo dolore che si portano dentro.

o solo perché sono dei diversi.”

Siamo negli anni novanta e l’omosessualità, dopo la tolleranza, muove i primi passi verso il riconoscimento civile e giuridico. L’omofobia non è del tutto sconfitta e la società civile si apre verso la libera scelta dell’identità sessuale di ogni persona e verso l’accettazione dell’altro. “Diverso” è un termine brutto e negativo, sa di emarginazione e di condanna, ma si giustifica con il fatto che in quel periodo storico e culturale, gli anni ’90, l’omosessualità non era assimilata anche a livello politico. La “diversità” porta alla solitudine perché non si può comunicare ed esibire la propria identità sessuale o perché si vive male o perché porta a emarginazione. La solitudine depressiva resta la via regia per un’omosessualità nascosta e colpevolizzata. In effetti l’omosessualità anche a livello clinico psichiatrico è passata dal grado di perversione a quello di malattia, per poi approdare alla più umana definizione di formazione psichica e di libera scelta di vita.  

Dio delle città e dell’immensità

se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi

vediamo se si può imparare questi dogmi”

Ritorna il grido di rabbia o l’invocazione gridata verso il Padre e verso il Figlio, il creatore dell’universo e dell’uomo e il redentore dell’uomo dal peccato originale. Il dubbio sulla loro esistenza è funzionale al bisogno di un loro intervento a favore di una soluzione della solitudine dell’uomo e del destino drammatico della vita umana. L’esperienza è sapienza del viaggio umano, ma non basta perché è necessaria l’attenuazione della drasticità dei “dogmi” religiosi. Bisogna ridurre alla conoscenza e all’azione dell’uomo il rigore e la colpa. Il dogma è una verità di fede e non di ragione, impone una legge e un comportamento non passibile di spiegazione logica. Il dogma è una verità di fede che condiziona i modi di pensare e di vivere di ogni credente. “Imparare” significa, per l’appunto, acquistare, assimilare, far propri, introiettare i dettami della Fede senza alcuna mediazione logica. Si tratta d’imperativi categorici non giustificati alla Kant con l’essenza razionale dell’uomo, ma con l’essere figli di Dio. La drasticità del dogma aiuta il conflitto psichico che porta alla solitudine.

e cambiare un po’ per loro e cambiarne un po’ per noi”.

La soluzione del conflitto sta nella via di mezzo come la virtù umana e non si attesta nell’eccesso o nel difetto: “in medio stat virtus”, l’uomo va verso il dogma e il dogma va verso l’uomo. Il primo è consapevole dell’importanza dei valori religiosi e il secondo si adatta alle esigenze dell’uomo in modo speciale alla sua umanità. “Cambiare” ha un’etimologia commerciale, indica lo scambio di una merce tra un compratore e un acquirente ed è esatto nel nostro caso perché attesta del dare e dell’avere, impone di trovare un equilibrio logico e un’osmosi psicofisica. L’uomo ha bisogno di “Dio” e della sua “Legge”, ma di un “Padre” e di una “Norma” a misura d’uomo, una “Legge” per gli uomini e per i tempi degli uomini. La storia indica i superamenti da fare per rendere la vita umana amabile e l’uomo non “solo”.

Ma Dio delle città e dell’immensità

magari tu ci sei e problemi non ne hai”

Alla solita invocazione alta e nobile, gridata in armonia da Roby Facchinetti, segue il dubbio giusto e giustificato verso un “Dio” invisibile e onnipotente, un “Dio” che non si manifesta e che può tutto, un “Dio” che “problemi non ne” ha, problemi umani logicamente perché al concetto di divino non si associano le miserie umane. “Dio” è misericordia, “cuore compassionevole” come giustamente sostiene il Pontefice romano. Eppure la teologia tramanda il problema fondamentale di “Dio Padre”: salvare il seme di Adamo mandando il “Figlio”. Dovunque ci giriamo, troviamo sempre tanto, quasi un “troppo tanto”, di umano. Al di là delle teologie elaborate da un uomo mistico, l’uomo concreto resta solo.

ma quaggiù non siamo in cielo”

Quaggiù” è simbolo della terra, della materia, del Male, della colpa, della punizione, dell’inferiorità, della dimensione psichica crepuscolare. Il “cielo” è simbolo di Dio padre, del Bene, della “sublimazione della libido”, dell’assoluzione della colpa, dello spirito, della bellezza. L’opposizione tra il “quaggiù e il “cielo” aggrava il compito esistenziale dell’uomo manifestando in maniera inequivocabile la fallacia dell’umana natura. L’uomo è materia vivente intrisa di Male e tendente al Bene.

e se un uomo perde il filo”

Il “filo” è quello logico esistenziale, la ragione del suo vivere. E se un uomo cade in depressione e si uccide? E se non trova il bandolo della matassa della sua vita, cosa succede? “Perdere il filo” equivale a smarrirsi dentro se stesso nelle mille emozioni e nelle mille angosce collegate all’assenza di senso e di significato, un tragico “nulla” umano.

è soltanto un uomo solo.”

La conclusione è in linea perfetta con il titolo del testo, “uomini soli”. La solitudine si associa alla perdita del “filo” logico dell’esistenza e non collima con l’amorosa cura del proprio destino e con le giuste motivazioni per continuare a vivere. Un “uomo solo” è metallico, senza emozioni e senza radici. Un “uomo solo” ha staccato la spina affettiva ed è pronto a staccare la spina biologica.

 

Questa è la decodificazione di un prodotto psico-culturale d’ispirazione neorealistica, una canzone che non è una semplice canzone.

Adesso non resta che riascoltarla.

Salvatore Vallone