SAPERE DI SE’ E SUBLIMAZIONE NARCISISTICA

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“Donna Felicita sogna di vivere in una casa molto grande, ma che conosce soltanto in parte. Infatti, sta sempre nelle stesse stanze, come se avesse dimenticato il resto.

Solo a volte le capita di entrare in queste stanze “dimenticate” e ciò suscita in lei un certo compiacimento. Pensa che vive in una casa proprio bella.

Quelle stanze sono grandi, molto ben arredate, sembrano quelle di una casa nobiliare, ma sono vergini, non vissute e il che le rende misteriose.”

NOTE TEORICHE INTRODUTTIVE
Il “sapere di sé”, il calore dell’aver gusto di sé, differente dalla freddezza dell’autocoscienza”, non è esaustivo e, quindi, non è mai esaurito. L’uomo è un animale che tende alla migliore consapevolezza possibile al momento esistenziale dato. Questa caratteristica lo eleva convenzionalmente a un livello superiore nella scala dei viventi, ma lo rende passibile d’angoscia nel momento in cui s’imbatte con la problematica depressiva della morte. Tra gli stessi uomini, di poi, si pone una gerarchia in riguardo alla “coscienza di sé” e si creano delle differenze definite culturali e civili, economiche e politiche, sociali ed etniche. Le esasperazioni in tal senso definiscono il “razzismo” e le ideologie che giustificano storicamente il “primato” di un individuo o di un popolo. “Il capo è colui che sa di sé” e possiede la verità, quindi si deve seguire perché ci condurrà alla vittoria. Il popolo che segue il suo capo è “eletto”. Questo è un tragico pericolo di cui, purtroppo, la storia è piena e che si evolve dai clan alle tribù, dalle monarchie agli imperi, dalle dittature alle demagogie. Come si diceva, il “sapere di sé” non è mai assoluto e rigido, non è mai fisso e stereotipato. Il “gusto di sé” è “in fieri” in quanto l’organizzazione psichica che lo vive e lo gode non è mai completa di sua natura ed esaurita di sua essenza. L’elettroencefalogramma piatto estingue totalmente qualsiasi organizzazione psichica o “formazione reattiva”, il volgare “carattere”. I limiti del “sapere di sé” sono anche i limiti del sogno o “resto notturno”, in quanto una gran parte di esso sfugge alla nostra consapevolezza sia come memoria e sia come comprensione. Chissà cosa ci succede a livello psichico quando dormiamo. Questa ignoranza ci rende umanamente pregevoli e non ci illude di essere divinità mortali. Tutti aspiriamo a “sapere di noi”, ma l’impresa è possibile se oggettivata di fronte a un ascoltatore o a un interlocutore. Se poi quest’ultimo è competente, ci avviciniamo maggiormente a una comprensione oggettiva. Il miglior “sapere di sé” è stato elaborato storicamente dalla metodologia antropologica attribuita a Socrate per quanto riguarda la componente civile e politica, dalla “Psicoanalisi” per quanto riguarda il materiale profondo da portare alla luce della ragione superando le “resistenze”. Altre metodologie psicosociologiche ben vengano se hanno una funzione antropologica di sostegno e di soccorso, di maturazione e d’integrazione di parti psichiche rimosse o rifiutate. L’uomo è animale sociale, scriveva il grande Aristotele, per cui il relazionarsi e il confrontarsi sono una buona terapia esistenziale finalizzata sempre al “sapere di sé”, al gusto amoroso di sé. Del resto, la “resistenza” a conoscersi comporta la “noia”, la psicopatologia del pensiero desiderante. La “rimozione” delle nostre possibilità, “avrei potuto fare” o “avrei potuto essere”, non merita il rimpianto, ma si deve evolvere in un incentivo al cimento. La coscienza del “non nato di sé” evoca il “dolore” per quello che potevamo essere e non siamo stati, ma il “dolore del non nato di sé” abbisogna di “compensazione” sociale o di “sublimazione” nel bello o di rafforzamento del senso del fascino o d’introduzione al senso del mistero.

IL SOGNO DI DONNA FELICITA

La “casa molto grande” è una buona consapevolezza narcisistica della propria organizzazione psichica. Donna Felicita sa globalmente di sé ed esibisce una buona autostima, un prospero senso dell’”Io”, un attaccamento amoroso alla sua persona e alla sua personalità, una buona identificazione e una altrettanto buona identità, un ottimo “amor fati”, amore del proprio destino. Ma donna Felicita non è semplice: tutt’altro! Donna Felicita ha una sua complessità ordinata e fascinosa, in primo luogo a se stessa, tant’è vero che questa sua “grande” e bella casa psichica la “conosce soltanto in parte”.
Perché?
Come si concilia la “casa molto grande” con una parziale conoscenza?
Il primo “perché” si attesta sul fatto che donna Felicita ha forti “resistenze” alla presa di coscienza del materiale psichico rimosso, si pasce del presente psichico reale e in atto, è dedita al pragmatismo del vivere. Donna Felicita sente e sa che vale e che può, sa che è una bella e capace persona, ma disdegna l’approfondimento analitico della sua formazione a favore di uno sguardo d’insieme che a volte può rasentare il coinvolgimento relativo e la partecipazione limitata. L’ottimismo e la fiducia sono le belle doti di donna Felicita e la portano a una buona autostima senza la necessità di spaccare analiticamente e maniacalmente la psiche nelle mille tessere di un puzzle. Donna Felicita rappresenta l’elogio dell’imperfezione analitica. Del resto, quando l’analisi eccede, fa più male che bene e diventa un gusto intellettuale o una dipendenza che non serve a vivere meglio e in maniera tanto meno autentica.
Ricapitolando: donna Felicita è consapevole di essere una bella e buona persona, ma sa che non si conosce in tutto e per tutto; in questo stato imperfetto ha trovato il suo equilibrio fascinoso con se stessa. Pur tuttavia, sa che è molto di più di quello che è in atto e sublima questa “ignoranza di sé” nella bellezza narcisistica.

“Infatti, sta sempre nelle stesse stanze, come se avesse dimenticato il resto.”

Donna Felicita ha rimosso per difesa parti di sé che non ha voluto conoscere e sperimentare, ha la consapevolezza che si è accontentata delle sue doti e delle sue virtù “e più non dimandare”, come disse il sommo poeta Dante Alighieri nella sua commedia divina. Donna Felicita è sicura nel “già visto” e nel “già fatto” e nel “già vissuto”. Donna Felicita è un “dejà”, vive il conflitto del “non nato di sé”, di quel potenziale avvertito come possibile e mai fatto nascere. Il “non nato” comporta il “dolore” che donna Felicita sublima perché “Pensa che vive in una casa proprio bella.” Ma la psicodinamica legata al “non nato di sé” è strettamente legata al “dolore”, un dolore pacato e non doloroso, un rimpianto benefico e accettato come possibilità esistenziale non adeguatamente esperita. La lezione del professor Diego Napolitani, teorico e pratico della “Gruppoanalisi”, vuole che al “sapere di sé” sia collegato il “dolore per il non nato di sé”. Quindi, l’autocoscienza lenisce l’angoscia, ma lascia il “dolore” che poi viene sublimato narcisisticamente nel senso del bello.

“Solo a volte le capita di entrare in queste stanze “dimenticate” e ciò suscita in lei un certo compiacimento.”

Alla vertigine del poter essere e del non essere stata, donna Felicita reagisce difendendosi e richiamando senza regredire la “libido fallico-narcisistica della “fase” evolutiva corrispondente.

Le stanze “dimenticate” evocano tutto il meccanismo di difesa della “rimozione”. Donna Felicita le ha visitate e le ha esperite, di poi ha chiuso queste stanze. Ma quali stanze della sua “casa” donna Felicita ha chiuso e dimenticato e ogni tanto compiaciuta va a rivisitare?

La “casa” è simbolo dell’organizzazione psichica in atto e le “stanze” rappresentano le qualità psichiche. La camera da letto condensa la gamma dei sentimenti e l’intimità relazionale, il bagno rappresenta l’intimità sessuale e il sistema delle pulsioni, la cucina è gravida di ogni tipo di affettività, il ripostiglio è il luogo della “rimozione”, la sala da pranzo rappresenta le relazioni affettive, lo studio contiene l’intelletto e i “processi secondari”. La casa si forma secondo l’evoluzione degli investimenti della “libido” nei primi cinque anni di vita e in base alla risoluzione del rapporto con i genitori, la “posizione edipica”. Le stanze di donna Felicita sono complesse.

“Quelle stanze sono grandi, molto bene arredate, sembrano quelle di una casa nobiliare, ma sono vergini, non vissute e il che le rende misteriose.”

Si tratta di sfere psichiche di esperienze e di vissuti non sostenuti e adeguatamente portati avanti, per cui dopo sono stati rimossi e quando escono dalle maglie della “rimozione” sono sublimate e avvolte da benefico “narcisismo”.

Stanze “vergini”, stanze non deflorate, stanze viste ma non vissute, pensate ma non praticate, fantasie di bambina o “sogni a occhi aperti”. Ritorna il “non nato” e il “non vissuto” con il suo carico inevitabile di dolore sublimato narcisisticamente nel fascino della bellezza.

La prognosi impone a donna Felicita di mantenere questo equilibrio estetico fatto di amor proprio e d’autostima. E’ opportuno rafforzare con l’autocoscienza e di compensare sempre narcisisticamente a giuste dosi questo suo volersi bene.

Il rischio psicopatologico si attesta nel tralignare del dolore nell’angoscia nel momento in cui viene a mancare l’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

Riflessioni metodologiche: la “sublimazione” e il narcisismo” secondario”. La prima è, più che un meccanismo di difesa dall’angoscia, un “processo”, alla luce della sua complessità. La “sublimazione”, secondo Freud, si attesta in una deflessione di cariche di “libido” dagli originari fini istintuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili. Il “narcisismo secondario” è caratterizzato da un ripiegamento sull’Io della “libido” sottratta ai suoi investimenti oggettuali. Tale carica converge sull’”ideale dell’Io”, una parte del Super-Io, vissuto come un oggetto esterno. L’Io si può considerare come il dispensatore della “libido” sugli oggetti, essendo comunque sempre pronto ad assumere su di sé la “libido” che da lui rifluisce. Il sogno di donna Felicita coniuga senza vergogna la nobiltà del sacro con l’amore di sé.

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