GLI OCCHI COLORATI DI BENEDETTA

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TRAMA DEL SOGNO

“Passeggiavo con mia madre in una vigna rigogliosa, nella casa di campagna in cui vivevamo. A un tratto, appare una gazzella dai bellissimi occhi verdi che sembravano occhi umani. Ci si avvicina e dice: “controllate la presenza della gente della vostra casa.” Poi va via.
Io e mia madre ci interroghiamo su tali enigmatiche parole e facciamo ritorno a casa per controllare che vada tutto bene.
Lì, era tutto tranquillo, tutto come sempre.
Allora, mia madre pensa di contattare mio fratello, che viveva fuori, per chiedergli se stesse bene. Tuttavia, pensa che era ancora molto presto e che lo avrebbe svegliato dal sonno, così rimanda la telefonata ma resta agitata.
Io le dico di stare tranquilla, nonostante io stessa fossi inquieta.”

“Poi, il mio sogno si sposta alla notte. Mi trovavo in una casa con alcuni amici del liceo. C’era anche il mio ragazzo con alcuni amici suoi, tuttavia quasi non parlavo con lui. Sedevo accanto a un’amica che aveva avuto una bambina da poco e le chiedevo come stesse la piccola. Alla domanda, lei s’intristisce e mi dice che aveva fatto una cosa stupida. Mi dice che, da appena nati, era possibile, con una semplice operazione, decidere che colore dare agli occhi dei bambini. Solo che lo splendido celeste che aveva deciso di dare agli occhi della sua piccola, si era trasformato in bianco.“

Questi sono i sogni di Benedetta.

CONSIDERAZIONI

Si evidenzia immediatamente la discorsività difensiva nel rammendare il sogno, di per se stesso anarchico, in un composto democristiano. La riformulazione logica del “resto notturno” attesta il bisogno di Benedetta di approcciarsi da sveglia alle sue produzioni psichiche notturne con rispetto, con cautela e con un buon grado di consapevolezza. E fa benissimo, perché questo suo costume mantiene quando dorme l’omeostasi nei limiti di guardia impedendo le conversioni isteriche delle tensioni in eccesso e mantiene quando è sveglia una pacatezza nella progressiva “coscienza di sé”, una dolcezza ruffiana verso se stessa, una gradevole compiacenza associata a una civile tolleranza.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

La “vigna rigogliosa” condensa la variazione dello stato di coscienza in un quadro di benessere psicofisico, la tendenza a lasciarsi andare e a fantasticare, la capacità di vivere con facilità le pulsioni dell’Es, l’istanza profonda dove hanno sede le energie vitali in attesa di essere psicologizzate o immaginate o simbolizzate o pensate. La “vigna” condensa anche l’istituto familiare e l’esercizio disinibito degli affetti.

La “gazzella” rappresenta lo stato della giovinezza e l’eleganza della postura, la duttilità psicologica e l’elasticità del comportamento, nonché la snellezza psichica dell’”Es”, la sede delle pulsioni libidiche e della ricerca del loro appagamento naturale.

Gli “occhi” hanno un’ampia simbologia che va dalle funzioni vigilanti e razionali dell’”Io” all’eccesso persecutorio, dal “principio di realtà” alla costruzione di “neo-realtà paranoiche”, dall’istanza censoria del “Super-Io” alla colpa e alla conseguente espiazione.

La “gente nella casa” rappresenta materiale psichico non riconosciuto e vagante, possibilmente il “rimosso” ritornato su stimolo casuale e in attesa di essere razionalizzato: invasioni inopportune di vissuti e di fantasmi non invitati a pranzo e tanto meno a cena.

DECODIFICAZIONE E PSICODINAMICA

Benedetta ha fatto alleanza con la madre, ha composto la “posizione edipica” ricorrendo alla sua duttilità psichica e migliorando la capacità di assorbire le emozioni collegate al riconoscimento di questa importante figura. Benedetta si porta a spasso la mamma e il suo corredo psichico: il fantasma e il conflitto in via di razionalizzazione e di assestamento nella sua organizzazione psichica. Ma subentra la “regressione” all’infanzia sotto forma di “una gazzella dai bellissimi occhi verdi che sembravano occhi umani”, una rievocazione del tempo in cui il fantasma e il conflitto sono stati elaborati. Benedetta deve controllare il materiale edipico introiettato e assimilato in questa sua rivisitazione della figura materna: “controllate la presenza della gente della vostra casa.”
L’alleanza continua nella ricerca di mantenere una coscienza critica di sé nella sua casa psichica, nel suo ambito interiore: “tutto tranquillo, tutto come sempre”. La “madre fantasma” e la “madre conflitto” sono ben sistemate, sono alleate e sono amiche.
Ecco che subentra il vero problema: la psicodinamica conflittuale del “sentimento della rivalità fraterna” quando Benedetta era gazzella, una bambina sensibile agli affetti.
“Mia madre pensa di contattare mio fratello”.
Bisogna tenerlo rimosso questo fantasma: “lo avrebbe svegliato dal sonno”. Il prezzo è l’agitazione: “Io le dico di stare tranquilla, nonostante io stessa fossi inquieta.”
Questo è il prezzo modesto che si paga per un fratello rivale negli affetti e in via di sistemazione psichica.
E brava Benedetta!

Nel secondo sogno sono presenti gli stessi personaggi del primo: un giovane uomo, una mamma amica, una figlia bambina, gli occhi celesti diventati bianchi.
La psicodinamica non riguarda la rivalità fraterna, bensì la “regressione” all’infanzia da parte di Benedetta e all’accettazione della sua bambina dagli occhi bianchi, i suoi, e non quelli celesti voluti dalla mamma. Il sogno rievoca il bisogno progressivo di Benedetta di emanciparsi dalla figura materna e in particolare dall’ideologia e dalla visione del mondo dell’augusta genitrice. Benedetta sogna il tempo in cui ha preso coscienza della sua possibile autonomia di pensiero dopo aver elaborato la sua identità femminile identificandosi nella madre: “da appena nati, era possibile, con una semplice operazione, decidere che colore dare agli occhi dei bambini.”
Da bambini siamo “imprittati” dalle mamme non soltanto a livello affettivo, ma anche a livello di modalità di pensiero e di contenuti ideologici.
“Poi, il mio sogno si sposta alla notte”, al tempo in cui era bambina e la consapevolezza era obnubilata dalla giovane età e dall’intensità delle emozioni: la “notte”, la caduta della vigilanza razionale dell’”Io”.
Degna di nota è il vissuto di Benedetta in riguardo alla manipolazione della madre che non accetta la figlia con gli occhi naturali e vuole imporre il complesso delle sue idee sotto forma di “occhi celesti”. Chiaramente si tratta di una “proiezione” di Benedetta che esprime il suo sforzo di emancipazione ideologica dalla madre, il rifiuto dello “splendido celeste che aveva deciso di dare agli occhi della sua piccola”.
E ancora brava Benedetta!

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa richiamati in sogno sono la “proiezione” e “l’identificazione”.
Il processo psichico di difesa richiamato in sogno è la “regressione”.

ISTANZE PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate in sogno sono Es, Io e Super-Io.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva evidenziata in sogno è in parte “paranoide”, sensibile alla colpa e all’espiazione della stessa.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno sono la “metafora” e la “metonimia”: vigna rigogliosa, gazzella, occhi, gente nella casa.

DIAGNOSI

Il sogno evidenzia una psiconevrosi in riguardo alla “rivalità fraterna” e alla “posizione edipica”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Benedetta di concludere l’emancipazione psichica dalla figura materna procedendo con la cautela che la contraddistingue e di vivere il sentimento della “rivalità fraterna” con la sicurezza che ha rafforzato la sua emancipazione ideologica.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto psiconevrotico che si ritorce in uno struggimento alla ricerca della giusta dimensione relazionale.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Il sogno dice della realtà psichica in atto in forma topica, dinamica ed economica: quale istanze coinvolge, come si squaderna la “libido e quanta ne investe. Conseguono le difese e le psicodinamiche. Da un sogno possiamo avere un quadro della situazione psichica in atto, da diversi sogni possiamo avere l’evoluzione della suddetta situazione. Si tratterà sempre di un’evoluzione che possiamo umanamente definire fausta o infausta. Il sogno dice se la psicodinamica ha avuto una buona presa di coscienza per cui si è bonificata o se è stata obliata per cui è tralignata in un sintomo, se è stata oggetto di riflessione o se è stata abbandonata nel dimenticatoio. La decodificazione del sogno è psicoterapia perché induce sempre una presa di coscienza del dato psichico in atto, al di là che si tratti di trauma o di conflitto.
La decodificazione del sogno accelera la psicoterapia e favorisce la giusta e salutare autoconsapevolezza. Le sedute s’incentrano sulle cause per risanare gli effetti senza un’interminabile ricerca del materiale psichico patogeno.
La decodificazione del sogno è compito dello psicoterapeuta ed è oggetto di analisi da parte del paziente fino al riconoscimento del proprio materiale psichico. Benedetta è al quarto sogno e l’evoluzione benefica autonoma è evidente. La psiche è filogenetica, ama la sua origine e la sua funzione, tende a risolvere i conflitti e a continuare a vivere, a integrare le parti psichiche alienate o non assimilate. Il sogno è filogenetico, uno strumento diagnostico e terapeutico per sua essenza.

LE NOZZE DI FATIMAH

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“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.

Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande. Non mi piaceva, non mi sembrava bello.

Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.

Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.

A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.

Così le nozze non si sono celebrate.”

INTRODUZIONE

Colpisce nell’immediata lettura la madre improvvida e il padre consenziente, l’aggressività verso la madre e la complicità con il padre. Si tratta, infatti, di un “sogno edipico”, un sogno che svolge la solita psicodinamica triangolare: padre, madre, figlia.

Colpisce anche l’assenza dello sposo.

Questa è la sintesi.

Passiamo all’analisi puntuale e alle considerazioni cliniche.

Il sogno di Fatimah è complesso nella sua profondità simbolica e richiama anche la teoria della “androginia psichica”: la “parte maschile” e la “parte femminile” inscritte nella Psiche al di là del sesso biologico. La netta differenza sessuale non comporta la netta differenziazione degli attributi psichici culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile e all’universo femminile secondo le indicazioni metodologiche della “Psicologia analitica” di Karl Gustav Jung e secondo le teorie mitologiche, antropologiche e filosofiche.

Mi spiego meglio.

Esiste un padre uterino e una madre fallica, un padre fusionale e una madre severa, al di là delle convenzioni culturali e simboliche che vogliono il “principio maschile” forte e severo e il “principio femminile” affettivo e seduttivo. Le stereotipie si superano e magari se ne recuperano altre: l’androginia psichica è una di queste in superamento di quelle convenzionali e in recupero delle teorie dei primordi culturali e delle antiche cosmogonie.

Non esistono caratteristiche psichiche esclusive di un sesso, tutti le assorbiamo dalla madre e dal padre, da una femmina e da un maschio, e, di poi, le elaboriamo, le evolviamo e le combiniamo nella nostra “organizzazione reattiva” o formazione caratteriale. Freud, a suo tempo, aveva detto che “si nasce maschi ma si diventa maschi”, “si nasce femmine ma si diventa femmine” intendendo che l’esito dell’identità sessuale dipendeva dalla psicodinamica con il padre e con la madre: il complesso di Edipo. Platone duemila e trecento anni prima aveva scritto un dialogo titolato il “Banchetto” e aveva elaborato il mito dell’androginia mettendolo in bocca ad Aristofane, un’androginia inserita nel quadro metafisico della filosofia di Platone: l’idea del maschile e l’idea del femminile. Uno schema di androginia è latente ma presente nel “Genesi” biblico nello “AdamEva”, il fango vivificato dal respiro divino, prima che Eva venisse scissa dall’impasto acquistando la sua identità psicofisica femminile e la sua dipendenza culturale da Adamo. Nella cosmogonia di Esiodo il “principio maschile” e il “principio femminile” sono fusi nel “Caos” prima della scissione di “Ouranos”, il cielo stellato e il “principio maschile”. La mitologia e la filosofia hanno ampiamente trattato il tema. La “Psicologia analitica” di Jung ha elaborato il concetto di “anima” intendendo la componente inconscia “femminile” all’interno della personalità maschile e il concetto di “animus” intendendo la componente inconscia “maschile” all’interno della personalità femminile. La “Psicologia del  Profondo”, diffidando di qualsiasi mitica dimensione psichica inconscia, ammette che l’androginia psichica consiste nel coniugare tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile con tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo femminile.

Questa è la sintesi chiarificatrice sul tema “androginia”.

IL SOGNO

Convergiamo sul sogno di Fatimah, una donna di cultura mediorientale e un “resto notturno” che consente di provare la tesi dell’universalità della “posizione edipica” e delle psicodinamiche collegate.

“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.”

Il significato simbolico delle “nozze” si attesta nella ratifica morale e legale dell’esercizio della “libido genitale” da parte della società civile, nell’autorizzazione della sessualità da parte dell’istanza psichica del

“Super-Io”. L’istituto giuridico delle nozze comporta il rito in risoluzione di un divieto, la liceità di una serie varia e variopinta di “tabù” in riguardo alla sessualità. Questo significato è di superficie, perché quello profondo verte proprio sull’androginia psichica, sulla fusione ben combinata ed equilibrata dei tratti psichici maschili e femminili all’interno della “organizzazione reattiva”. Tale stato comporta la consapevolezza delle proprie caratteristiche e la messa in atto, senza pregiudizio, della “parte maschile” e della “parte femminile”. Preciso che in questa psicodinamica non è in nulla chiamata in causa l’omosessualità. Stiamo trattando di una persona sessualmente maschio con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili e di una persona sessualmente femmina con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili.

Fatimah sogna di sposarsi, “il giorno delle mie nozze”, elabora la sua attualità psichica con i conflitti in riguardo all’amalgama dei vissuti e dei fantasmi. E’ il momento della consapevolezza della sua androginia, del suo essere femminile e del suo essere maschile. Lo stimolo è espresso nel suo non essere “contenta”, nel suo non essere consapevole dei suoi contenuti e della sua pienezza psichica. La parola “contenta” si può tradurre “riempita”. Adesso si tratta di mettere ordine sul materiale psichico incamerato e non adeguatamente assimilato.

“Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande.”

L’”abito” è un modo psichico relazionale, una modalità di offerta sociale della propria persona e della propria personalità. Se poi l’abito è “da sposa”, si restringe l’offerta sociale e si accresce, per converso, l’esclusiva, la donazione della “libido” in un ambito di coppia e in un contesto familiare. Fatimah sta compattando la sua psiche effettuando delle prese di coscienza e si accorge che tra la sua interiorità e ciò che di lei mostra e lascia apparire, la sua fenomenologia psico-relazionale, esiste una mancata coincidenza, una mancata adesione, una mancata integrazione. Fatimah non fa trasparire la sua interiorità nella sua esteriorità e si sente falsificata o troppo difesa nelle sue esibizioni sociali. Fatimah avverte una forma d’inautenticità e soffre di questa sua difesa perché non si sente giusta, si sente diversa. Intuisce che deve migliorare la coscienza delle sue “parti maschili” e delle sue “parti femminili”, della sua androginia psichica. Ecco spiegato l’abito da sposa “un po’ grande”, non aderente e ingombrante come il maglione che le adolescenti indossano per occultare agli occhi indiscreti degli altri la crescita del seno.

“Non mi piaceva, non mi sembrava bello.”

Fatimah non si gusta, non prova il giusto “gusto di sé”, non si sente e non si conosce bene, non ha empatia con se stessa, non ha confidenza con la sua interiorità, non è soprattutto soddisfatta delle sue esibizioni e delle sue offerte. E’ soprattutto la sua sensibilità estetica a ricevere frustrazioni. Fatimah percepisce che può migliorare, può apparire più bella. Si evidenzia la ricerca di una nuova dimensione psichica e sociale che coniuga senso e gusto, che combina sentimento e fascino, che ricerca l’armonia tra le parti maschili e femminili. Fatimah si sente scompensata a livello sociale e deve organizzarsi dentro, deve integrare le parti rimosse e non adeguatamente riconosciute.

“Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.”

Ecco la giusta invettiva contro la madre! E’ colpa della mamma che non mi ha voluto trattenere con sé e mi ha costretto a emanciparmi psicologicamente troppo presto. Se Fatimah oggi accusa un disagio interiore e sociale, se le sue “parti psichiche” maschili e femminili sono in disarmonia, la responsabilità è della madre. Fatimah si sente sola nel difendersi dalla società ed è costretta a organizzarsi dentro in maniera congrua per apparire adeguata e autentica. Il “trucco” è simbolicamente il complesso dei “meccanismi psichici di difesa” dalle proprie ansie e delle proprie paure, nonché delle proprie angosce. Il “trucco” evoca la truffa sociale consentita dalle norme della convivenza: apparire al meglio con le proprie doti e occultarsi, sempre al meglio, con i propri difetti.

Forse la bellezza e la femminilità non fanno difetto in Fatimah visto che ci tiene tanto all’immagine di sé. Ma Fatimah si sente sola e non ha piena coscienza della bontà della sua possibile autonomia. Un apprezzamento va alla mamma perché ha favorito l’emancipazione della figlia. Il “salone di bellezza” rappresenta il senso estetico, il “bello” dentro la sensibilità del “gusto di sé”. Fatimah è su una fascinosa strada: la psiche bella.

“Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.”

Ecco la magia del sogno!

Ecco il simbolismo necessario per decodificare il “resto notturno” di Fatimah! Il “nero” è “sopra” e il “bianco” è “sotto”.

Cosa significano questi simboli?

Il “sopra”, “nella parte superiore”, dalla cintola in su, racchiude un “principio maschile”, condensa la zona degli affetti e della ragione, l’ambito delle emozioni e della vigilanza nell’ottica del “principio maschile”. La testa è un simbolo fallico, il petto è simbolo della forza e del coraggio, attributi simbolicamente ascritti all’universo maschile anche se l’universo femminile partecipa alla grande.

Il “nero” rappresenta il lutto, la perdita, il distacco. Fatimah evidenzia un “fantasma depressivo” in riguardo al suo “sopra”, alla sua razionalità e alla sua forza sentimentale.

Il “sotto”, “nella parte inferiore”, dalla cintola in giù, condensa un “principio femminile”, condensa la zona del “sistema neurovegetativo” e della materialità, della sessualità e della maternità, dell’emozione oscura e della soccombenza culturale.

Simbolicamente si coniugano attributi ascritti al “principio femminile” tra cui la posizione sessuale durante il coito per favorire la fecondazione, come attesta il dissidio fatale tra Lilith e Adamo.

Il “bianco” rappresenta l’innocenza, la verginità psichica, la purezza. Fatimah evidenzia la sua immaturità psichica, la sua mancata autonomia, la sua bambina indifesa dentro. E’ deficitaria la capacità di giostrarsi nel “sopra” e nel “sotto”, nella sua “parte maschile” e nella sua “parte femminile”, nella vigilanza razionale dell’Io e nella dimensione genitale femminile, nella nobiltà delle funzioni logiche e nella concretezza materiale. Fatimah deve crescere “sopra” e “sotto”, deve conquistare la sua autonomia e accettare la rottura del cordone ombelicale, deve maturare la sua sessualità adulta, deve integrare la “parte maschile” con la “parte femminile”.

“A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.”

Ecco l’alleanza giusta!

Ecco il conflitto edipico ancora irrisolto!

Il legame privilegiato e la complicità con il padre sono evidenti per cui, se l’abito non è bello, è giusto toglierlo, è giusto non emanciparsi e persistere nei bisogni di figlia all’interno di una famiglia che protegge ma non libera. L’alleanza con il padre blocca l’evoluzione psichica e la crescita di Fatimah. Tutto questo è nei vissuti psicodinamici della figlia; il padre protettivo e la madre libertaria.

Il padre rappresenta l’universo psichico maschile e la madre l’universo psichico femminile: l’androginia di Fatimah è ancora servita.

“ Così le nozze non si sono celebrate.”

E così Fatimah non si è evoluta a livello psichico e ha mancato l’integrazione della sua androginia, delle parti di sé rimosse e rifiutate.

E così Fatimah non si è emancipata dal padre e dalla madre, non ha riconosciuto il padre e la madre e con il primo ha mantenuto un legame molto forte di quasi moglie.

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e in particolare il riconoscimento psichico del padre. Fatimah deve tendere alla sua autonomia psicofisica e alla piena e salvifica “coscienza di sé”. Deve “sposarsi” in primo luogo con se stessa armonizzando i tratti maschili e i tratti femminili della sua psiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: isterica, fobico-ossessiva, d’angoscia.

Considerazioni metodologiche: la cultura mediorientale di Fatimah non esime dalla psicodinamica evolutiva edipica. Si nasce da padre e da madre e si vive con il padre e la madre quando si è infanti, “senza parole” e atti all’imprinting. Il forte legame di Fatimah con il padre risente in minima parte della grande considerazione culturale che l’universo maschile riceve nel mondo mediorientale. Il legame di Fatimah si attesta in una “posizione edipica” ben strutturata. Una nota sul concetto di cultura è opportuna. Nel Sud del Mediterraneo da sempre le culture hanno operato una “rimozione” del “principio femminile” e hanno elaborato la prevalenza del “principio maschile”, ma a tutti gli effetti trattasi di culture matriarcali e il potere occulto è esercitato dalle madri che sono inequivocabilmente donne. Il “principio femminile” rimosso ritorna al potere sotto forma ufficiosamente reale e psicologicamente incisiva. Bisogna considerare anche la sacralità di cui viene investito il padre sotto le spinte etiche del “Credo” religioso. Al “sacro psichico” si somma il “sacro culturale”. Se poi si aggiunge il consistente investimento di “libido” della figlia nei riguardi del padre, si spiegano largamente “le nozze di Fatimah”.

IL VUOTO DAVANTI DI CARMELO

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“Caro dottor Vallone,
ho sognato di salire in montagna e d’incontrare una ragazza.
Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.
Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.
Cosa vuol dire?
La ringrazio anticipatamente e la saluto,
Carmelo T.”

Carmelo è un tipo di poche parole, sogna in sintesi e con forte intensità emotiva. Potevo congedare Carmelo dicendogli che avevo pochi elementi per decodificare il suo brevissimo “resto notturno”, veramente un “resto”. E invece approfitto della richiesta di Carmelo per spiegare come i sogni sintetici sono i più vicini alla nostra verità psichica perché non sono viziati dalla difesa della retorica. E poi, il sogno “spaziale” di Carmelo appartiene a tutta l’umanità ed è fuori dal tempo, almeno nella versione “salire, il vuoto, la caduta.” Questo “resto notturno” appartiene all’uomo primitivo nella versione predatore e raccoglitore, all’uomo evoluto nella versione agricoltore e operaio, all’uomo intellettuale e tecnologico e sicuramente anche a un cane, mio amico, chiamato Ringo.
Ma perché?
Perché questo sogno tratta il tema della perdita, dell’abbandono, della solitudine, del distacco, della morte: il “fantasma della depressione”.
Procediamo con l’analisi dei simboli.
“Salire in montagna” attesta del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”. La “libido” è desessualizzata e viene investita su fini nobili e su obiettivi sociali o spirituali. La “montagna” contiene il senso del sacro e del mistero, va verso l’alto ed è vicina al divino. In quanto si scala comporta fatica e sofferenza, ma alla fine è gratificante questo distacco dal basso e dalla materia. Quest’ultima contiene il corpo e i suoi diritti, la “libido”, l’energia vitale che è il fondamento della Psiche. Carmelo ha qualche conflitto con il suo corpo e con la sua “libido” nello specifico e usa il processo di difesa della “sublimazione” per disimpegnarsi dalle sue difficoltà materiali e dai suoi conflitti psichici.
Si profila immediatamente l’oggetto del conflitto: “una ragazza”. Carmelo si porta in montagna l’universo femminile, il fior fiore della giovinezza, una ragazza non una donna, la primavera della bellezza e della procacità, in ogni caso un simbolo femminile che richiama la “libido genitale”, la sessualità.
“Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.” Parole semplici e intensamente vissute! Incontra la ragazza e invece di godere al meglio di quest’incontro, Carmelo e il suo sogno non trovano di più opportuno che imbattersi nel “vuoto”, non il “vuoto” e basta, il “vuoto davanti”. Simbolicamente “davanti” condensa l’immediatezza psichica, il problema o il fantasma che occupa la dimensione psichica in quel preciso momento della vita. Carmelo sta vivendo il suo tratto depressivo incamerato nel primo anno di vita, ridestato ed esaltato da qualche evento nefasto della vita. Carmelo sta elaborando il “fantasma della perdita” e del distacco affettivo, il famigerato “fantasma di morte”. Carmelo è in piena crisi perché di fronte al femminile e alla femminilità reagisce con l’angoscia della perdita e della fine, con la caduta della vitalità e degli investimenti della “libido”.
“Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.”
Ecco che Carmelo richiama la superstizione per continuare il suo sogno nella veglia passando da un conflitto psichico a una disgrazia reale. Il sogno è stato sempre investito ed è tuttora ammantato di superstizione, ma quest’ultima è una difesa dal “sapere di sé” che ti può dare un prodotto psichico così personale come il sogno. Il “qualcosa di brutto”, caro Carmelo, si è già profilato: la caduta della libido genitale e l’angoscia della perdita.
“Cosa vuol dire?”
Carmelo teme, “mi sveglio con tanta paura”, d’invecchiare e di perdere la sua virilità, almeno quella potente, dal momento che il sogno non prospetta quella prepotente.
La prognosi impone a Carmelo di prendere coscienza della sua componente depressiva e di vivere al meglio la sua attualità psicofisica. Il sogno invita con le sue paure a vivere meglio il tempo presente e le sue possibilità. Carmelo deve ben calibrare la sua “libido genitale” e non farla tralignare nella “libido narcisistica” ossia deve vivere meglio l’universo femminile e affidarsi in maniera generosa alle donne.
Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il maligno nucleo psichico emerso e nell’evoluzione infausta nella sindrome depressiva con la caduta della qualità della vita e della vitalità, oltre che delle relazioni.
Riflessioni metodologiche: che cos’è la depressione e come si manifesta in sogno. Il sogno di Carmelo è classico e universale. Cambia razza, cambia cultura, cambia latitudine, cambia prospettiva, cambia tutto quello che vuoi, ma la “caduta nel vuoto” o il “vuoto davanti” resta il classico simbolo della depressione o del tratto depressivo o della dimensione depressiva. Rientra nell’assoluta cosiddetta “normalità” avere incamerato un “fantasma di perdita”, un rudimento sensoriale e percettivo nei primi mersi di vita e durante il primo anno di vita: la “posizione depressiva” di Melania Klein, conseguente alla “posizione schizoparanoide”. Di poi, nel corso evolutivo della vita l’economia e la dinamica psichiche ridestano il nucleo depressivo per cui si è costretti a rielaborarlo e a razionalizzarlo. L’età matura impone la presa di coscienza dell’istanza depressiva e del fantasma collegato.
Ringrazio Carmelo per la sua meravigliosa sintesi di una sindrome pesante e pericolosa e non mi resta che ricambiare i saluti con immenso piacere.
Alla prossima e “ad maiora”!

SAPERE DI SE’ E SUBLIMAZIONE NARCISISTICA

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“Donna Felicita sogna di vivere in una casa molto grande, ma che conosce soltanto in parte. Infatti, sta sempre nelle stesse stanze, come se avesse dimenticato il resto.

Solo a volte le capita di entrare in queste stanze “dimenticate” e ciò suscita in lei un certo compiacimento. Pensa che vive in una casa proprio bella.

Quelle stanze sono grandi, molto ben arredate, sembrano quelle di una casa nobiliare, ma sono vergini, non vissute e il che le rende misteriose.”

NOTE TEORICHE INTRODUTTIVE
Il “sapere di sé”, il calore dell’aver gusto di sé, differente dalla freddezza dell’autocoscienza”, non è esaustivo e, quindi, non è mai esaurito. L’uomo è un animale che tende alla migliore consapevolezza possibile al momento esistenziale dato. Questa caratteristica lo eleva convenzionalmente a un livello superiore nella scala dei viventi, ma lo rende passibile d’angoscia nel momento in cui s’imbatte con la problematica depressiva della morte. Tra gli stessi uomini, di poi, si pone una gerarchia in riguardo alla “coscienza di sé” e si creano delle differenze definite culturali e civili, economiche e politiche, sociali ed etniche. Le esasperazioni in tal senso definiscono il “razzismo” e le ideologie che giustificano storicamente il “primato” di un individuo o di un popolo. “Il capo è colui che sa di sé” e possiede la verità, quindi si deve seguire perché ci condurrà alla vittoria. Il popolo che segue il suo capo è “eletto”. Questo è un tragico pericolo di cui, purtroppo, la storia è piena e che si evolve dai clan alle tribù, dalle monarchie agli imperi, dalle dittature alle demagogie. Come si diceva, il “sapere di sé” non è mai assoluto e rigido, non è mai fisso e stereotipato. Il “gusto di sé” è “in fieri” in quanto l’organizzazione psichica che lo vive e lo gode non è mai completa di sua natura ed esaurita di sua essenza. L’elettroencefalogramma piatto estingue totalmente qualsiasi organizzazione psichica o “formazione reattiva”, il volgare “carattere”. I limiti del “sapere di sé” sono anche i limiti del sogno o “resto notturno”, in quanto una gran parte di esso sfugge alla nostra consapevolezza sia come memoria e sia come comprensione. Chissà cosa ci succede a livello psichico quando dormiamo. Questa ignoranza ci rende umanamente pregevoli e non ci illude di essere divinità mortali. Tutti aspiriamo a “sapere di noi”, ma l’impresa è possibile se oggettivata di fronte a un ascoltatore o a un interlocutore. Se poi quest’ultimo è competente, ci avviciniamo maggiormente a una comprensione oggettiva. Il miglior “sapere di sé” è stato elaborato storicamente dalla metodologia antropologica attribuita a Socrate per quanto riguarda la componente civile e politica, dalla “Psicoanalisi” per quanto riguarda il materiale profondo da portare alla luce della ragione superando le “resistenze”. Altre metodologie psicosociologiche ben vengano se hanno una funzione antropologica di sostegno e di soccorso, di maturazione e d’integrazione di parti psichiche rimosse o rifiutate. L’uomo è animale sociale, scriveva il grande Aristotele, per cui il relazionarsi e il confrontarsi sono una buona terapia esistenziale finalizzata sempre al “sapere di sé”, al gusto amoroso di sé. Del resto, la “resistenza” a conoscersi comporta la “noia”, la psicopatologia del pensiero desiderante. La “rimozione” delle nostre possibilità, “avrei potuto fare” o “avrei potuto essere”, non merita il rimpianto, ma si deve evolvere in un incentivo al cimento. La coscienza del “non nato di sé” evoca il “dolore” per quello che potevamo essere e non siamo stati, ma il “dolore del non nato di sé” abbisogna di “compensazione” sociale o di “sublimazione” nel bello o di rafforzamento del senso del fascino o d’introduzione al senso del mistero.

IL SOGNO DI DONNA FELICITA

La “casa molto grande” è una buona consapevolezza narcisistica della propria organizzazione psichica. Donna Felicita sa globalmente di sé ed esibisce una buona autostima, un prospero senso dell’”Io”, un attaccamento amoroso alla sua persona e alla sua personalità, una buona identificazione e una altrettanto buona identità, un ottimo “amor fati”, amore del proprio destino. Ma donna Felicita non è semplice: tutt’altro! Donna Felicita ha una sua complessità ordinata e fascinosa, in primo luogo a se stessa, tant’è vero che questa sua “grande” e bella casa psichica la “conosce soltanto in parte”.
Perché?
Come si concilia la “casa molto grande” con una parziale conoscenza?
Il primo “perché” si attesta sul fatto che donna Felicita ha forti “resistenze” alla presa di coscienza del materiale psichico rimosso, si pasce del presente psichico reale e in atto, è dedita al pragmatismo del vivere. Donna Felicita sente e sa che vale e che può, sa che è una bella e capace persona, ma disdegna l’approfondimento analitico della sua formazione a favore di uno sguardo d’insieme che a volte può rasentare il coinvolgimento relativo e la partecipazione limitata. L’ottimismo e la fiducia sono le belle doti di donna Felicita e la portano a una buona autostima senza la necessità di spaccare analiticamente e maniacalmente la psiche nelle mille tessere di un puzzle. Donna Felicita rappresenta l’elogio dell’imperfezione analitica. Del resto, quando l’analisi eccede, fa più male che bene e diventa un gusto intellettuale o una dipendenza che non serve a vivere meglio e in maniera tanto meno autentica.
Ricapitolando: donna Felicita è consapevole di essere una bella e buona persona, ma sa che non si conosce in tutto e per tutto; in questo stato imperfetto ha trovato il suo equilibrio fascinoso con se stessa. Pur tuttavia, sa che è molto di più di quello che è in atto e sublima questa “ignoranza di sé” nella bellezza narcisistica.

“Infatti, sta sempre nelle stesse stanze, come se avesse dimenticato il resto.”

Donna Felicita ha rimosso per difesa parti di sé che non ha voluto conoscere e sperimentare, ha la consapevolezza che si è accontentata delle sue doti e delle sue virtù “e più non dimandare”, come disse il sommo poeta Dante Alighieri nella sua commedia divina. Donna Felicita è sicura nel “già visto” e nel “già fatto” e nel “già vissuto”. Donna Felicita è un “dejà”, vive il conflitto del “non nato di sé”, di quel potenziale avvertito come possibile e mai fatto nascere. Il “non nato” comporta il “dolore” che donna Felicita sublima perché “Pensa che vive in una casa proprio bella.” Ma la psicodinamica legata al “non nato di sé” è strettamente legata al “dolore”, un dolore pacato e non doloroso, un rimpianto benefico e accettato come possibilità esistenziale non adeguatamente esperita. La lezione del professor Diego Napolitani, teorico e pratico della “Gruppoanalisi”, vuole che al “sapere di sé” sia collegato il “dolore per il non nato di sé”. Quindi, l’autocoscienza lenisce l’angoscia, ma lascia il “dolore” che poi viene sublimato narcisisticamente nel senso del bello.

“Solo a volte le capita di entrare in queste stanze “dimenticate” e ciò suscita in lei un certo compiacimento.”

Alla vertigine del poter essere e del non essere stata, donna Felicita reagisce difendendosi e richiamando senza regredire la “libido fallico-narcisistica della “fase” evolutiva corrispondente.

Le stanze “dimenticate” evocano tutto il meccanismo di difesa della “rimozione”. Donna Felicita le ha visitate e le ha esperite, di poi ha chiuso queste stanze. Ma quali stanze della sua “casa” donna Felicita ha chiuso e dimenticato e ogni tanto compiaciuta va a rivisitare?

La “casa” è simbolo dell’organizzazione psichica in atto e le “stanze” rappresentano le qualità psichiche. La camera da letto condensa la gamma dei sentimenti e l’intimità relazionale, il bagno rappresenta l’intimità sessuale e il sistema delle pulsioni, la cucina è gravida di ogni tipo di affettività, il ripostiglio è il luogo della “rimozione”, la sala da pranzo rappresenta le relazioni affettive, lo studio contiene l’intelletto e i “processi secondari”. La casa si forma secondo l’evoluzione degli investimenti della “libido” nei primi cinque anni di vita e in base alla risoluzione del rapporto con i genitori, la “posizione edipica”. Le stanze di donna Felicita sono complesse.

“Quelle stanze sono grandi, molto bene arredate, sembrano quelle di una casa nobiliare, ma sono vergini, non vissute e il che le rende misteriose.”

Si tratta di sfere psichiche di esperienze e di vissuti non sostenuti e adeguatamente portati avanti, per cui dopo sono stati rimossi e quando escono dalle maglie della “rimozione” sono sublimate e avvolte da benefico “narcisismo”.

Stanze “vergini”, stanze non deflorate, stanze viste ma non vissute, pensate ma non praticate, fantasie di bambina o “sogni a occhi aperti”. Ritorna il “non nato” e il “non vissuto” con il suo carico inevitabile di dolore sublimato narcisisticamente nel fascino della bellezza.

La prognosi impone a donna Felicita di mantenere questo equilibrio estetico fatto di amor proprio e d’autostima. E’ opportuno rafforzare con l’autocoscienza e di compensare sempre narcisisticamente a giuste dosi questo suo volersi bene.

Il rischio psicopatologico si attesta nel tralignare del dolore nell’angoscia nel momento in cui viene a mancare l’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

Riflessioni metodologiche: la “sublimazione” e il narcisismo” secondario”. La prima è, più che un meccanismo di difesa dall’angoscia, un “processo”, alla luce della sua complessità. La “sublimazione”, secondo Freud, si attesta in una deflessione di cariche di “libido” dagli originari fini istintuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili. Il “narcisismo secondario” è caratterizzato da un ripiegamento sull’Io della “libido” sottratta ai suoi investimenti oggettuali. Tale carica converge sull’”ideale dell’Io”, una parte del Super-Io, vissuto come un oggetto esterno. L’Io si può considerare come il dispensatore della “libido” sugli oggetti, essendo comunque sempre pronto ad assumere su di sé la “libido” che da lui rifluisce. Il sogno di donna Felicita coniuga senza vergogna la nobiltà del sacro con l’amore di sé.

LA DEA MADRE I SERPENTELLI DI MAMMA MIKAELA

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“Mikaela sogna di trovarsi a casa della madre. Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.
La madre spaventata si sposta e Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare. Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo. Poi lo mette a terra.

D’un tratto Mikaela si trova nella camera della sua casa che continua a nutrire quel serpente che ora è grande e bellissimo. E’ un cobra e sta disteso tra le lenzuola arancioni. Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia. Poi, il figlio esce e Mikaela l’accarezza con grande amore. Il cobra dormiva in mezzo a lei e suo figlio.

Poi, si trova di colpo fuori casa del padre di suo figlio e vede un altro serpente in un vaso. E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa. Suo figlio fa per toccarlo e lei, non conoscendo quel serpente, d’istinto sposta la mano del figlio per prendersi il morso. Il serpente, però, non l’attacca, anzi appoggia la testa nella sua mano in modo docile.
Mikaela accarezza anche quel serpente.

Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni. Però Mikaela non ha le chiavi della casa. Pensa che nella casa dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento e pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

NOTA CULTURALE

Quello di Mikaela è un sogno dedicato alla maternità, un riconoscimento devoto all’archetipo “Madre” tanto caro a Jung e alla sua scuola. Il culto della Dea Madre risale a trentadue mila anni fa secondo i reperti archeologici e si attesta nel riconoscimento del “Principio femminile” come tutore della “Vita” e della “Conservazione della Vita”, la “Specie”: i futuri fondamenti oggettivi del “Diritto naturale”, il corpo vivente. Tutto nasce da un “principio femminile” in onore alle madri che sono feconde e partoriscono. Gli uomini dei primordi avevano culturalmente esteso a tutto l’universo il “principio femminile” per quanto riguarda l’origine e avevano elaborato delle “cosmogonie” dove si esaltava la “Grande Madre”. La scultura conserva le tracce primordiali del culto e rappresenta la “Madre” con gli attributi sessuali specifici e soprattutto con l’esaltazione del seno, l’organo della vita e della sopravvivenza. La “Dea Madre” rappresenta simbolicamente il corredo del “principio femminile”: la vita, la sopravvivenza, il sistema neurovegetativo, l’emozione, l’affettività. Esistevano anche divinità femminili che rappresentavano la degenerazione della vita e della vitalità: il tormento, la colpa, la punizione, la morte.

IL SOGNO

Mikaela esordisce con l’identificazione nella figura materna:” trovarsi a casa della madre”. La figlia ha acquisito l’identità femminile dopo il conflitto edipico e ha assimilato la possibilità della maternità. Mikaela è femmina in tutti i risvolti psicofisici e in maniera direttamente proporzionale alla sua forte intenzionalità verso la maternità, come appare in questo esordio del sogno.

“Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.”

La simbologia è manifesta: spermatozoi. Mikaela si candida alla maternità visitando la fecondazione. Mikaela ha bisogno del seme per diventare madre e lo rappresenta in due forme, i “piccoli serpenti neri” e i “girini”.
“La madre spaventata si sposta”: adesso tocca a lei, adesso tocca a Mikaela esaltare la sua natura femminile, aspirare alla maternità e diventare madre. La sterilità della madre induce la figlia a raccogliere il testimone di femmina e di madre. Mikaela ha uova da fecondare e “libido genitale” da investire nell’amore di un figlio.

” Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare.”

La simbologia della gravidanza non poteva essere più evidente, così come l’amore materno: “Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo.”
Un rigo condensa l’identità psichica femminile, la fecondazione, il travaglio, il parto, lo svezzamento: “Poi lo mette a terra.”

Cambia apparentemente scena e il sogno propone in termini
simbolico- realistici una mamma che nutre e accudisce in tutto e per tutto il proprio figlio: un bellissimo “cobra”. Quest’ultimo non è il solito simbolo fallico o il simbolo dell’autonomia psichica legata al “sapere di sé”, ma è la traslazione del potere della madre, il figlio. Mikaela realizza la maternità maturando un figlio e completa la sua femminilità con la piena consapevolezza di essere madre e di aver evoluto al meglio la sua “libido genitale”. Degne di nota sono l’assenza della figura maschile, eccezion fatta per l’accessorio del serpentello o girino, e la piena autonomia psicofisica di Mikaela.
Ma il sogno ha le sue sorprese: Mikaela è già madre.

“Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia.”

Nel rievocare la sua femminilità e la sua maternità, Mikaela ha proiettato nel “cobra” suo figlio oppure il desiderio di averne un altro. Un altro dato caratteristico è il fatto che il piccolo dorme tra lei e il figlio e che quest’ultimo ha preso il posto del padre. Mikaela è massimamente autonoma, ha bisogno di un maschio soltanto per il seme e per la fecondazione. Non s’intravedono segnali di natura erotica e sessuale, si vede chiaramente l’autonomia e la pulsione alla maternità. Questo è un dato evidente di tutto il sogno, Mikaela fa da sé e fa per tre: lei, il figlio e il cobra. Tutto il quadro del sogno è permeato di grande amore, a testimonianza del forte istinto materno e della profonda affettività di Mikaela.

La terza scena del sogno introduce la casa del padre del figlio di Mikaela e un altro figlio “serpente”, un figlio contrastato in una scena simbolica di gravidanza.

”Vede un altro serpente in un vaso.”

Il “vaso” è simbolo del grembo materno e dell’utero in particolare. La madre istintivamente si distribuisce tra la protezione del figlio reale e la paura del nuovo arrivato.

“E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa.”

Questa è una scena di parto. Mikaela rievoca esperienze allucinate o realmente vissute di maternità e la “pianta di fiori rossa” attesta nel colore la fuoruscita del sangue misto al liquido amniotico. E’ un’esperienza tutta sua, dove il figlio reale non è coinvolto. La mamma protegge il figlio e subisce eventualmente il trauma. Siamo in presenza di un vissuto o di un trauma ben razionalizzato in riguardo alla natura femminile, alla gravidanza e al parto.

Ma la maternità è il piatto forte della femminilità di Mikaela, per cui” Mikaela accarezza anche quel serpente che “appoggia la testa nella sua mano in modo docile”.

Mikaela concepisce il figlio con un “maschio- seme” e non con un
“uomo-padre”; si è visto, inoltre, che esterna tutta la sua autonomia o la sua poca stima nei confronti dell’uomo vivendolo come strumento procreativo che porta al trionfo della “dea madre” con la maternità.
Alla fine, pur tuttavia, prende coscienza che deve riconciliarsi con l’uomo con cui ha fatto un figlio. L’avversione al maschio può essere maturata per paura, per trauma, per il conflitto con il padre edipico, per autoesaltazione narcisistica e onnipotente.

“Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni.”

Il legame con il figlio è molto forte, quasi amoroso. Mikaela ha bisogno di relazioni forti e in cui può esercitare tutto il suo potere. L’essere “in macchina” con il figlio attesta della stretta intimità, come se il figlio fosse ancora una parte di sé, una gravidanza mista a “due cuori e una capanna”.

Ecco la parziale riconciliazione con il maschio!

“Però Mikaela non ha le chiavi della casa.”

Mikaela non ha attributi fisici maschili, il pene nel caso delle “chiavi”, non ha il potere di autofecondarsi, è femmina e madre: questa limitazione è la salutare consapevolezza che non è onnipotente e non può far tutto da sé e da sola. Per fare un figlio ci vuole un uomo anche in versione spermatozoo, un maschio non necessariamente da amare, ma ci vogliono quelle” chiavi” che Mikaela non ha perché è fortunatamente femmina. Adesso non le resta che prendere ulteriore coscienza di cosa le manca e di cosa potrebbe avere per sé e per suo figlio.

“Pensa che nella casa attuale dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento”.

Ecco quel che manca a Mikaela. La “luce” condensa una maggiore razionalità e una minore emotività, una migliore funzione dell’”Io” e una specifica attenzione verso il “principio di realtà”, una crescita della progettualità e una giusta tolleranza della diversità del ruolo e della funzione. Il “gas” condensa la “libido”, l’energia vitale e la forza volitiva da investire nell’evoluzione esistenziale. Il “riscaldamento” condensa l’affettività e la protezione. Mikaela, quindi, non è un mostro di autonomia come gran parte del sogno ha evidenziato. Mikaela si ravvede e in sogno ripara il trauma della sua autonomia e lo reintegra in un’evoluta “coscienza di sé”. Mikaela ha bisogno di essere amata, di essere protetta, di essere sostenuta. Mikaela riduce la sua onnipotenza, si rende conto che da sola non può farcela in tutto e per tutto, che nella sua casa e nella sua vita c’è un figlio da amare ma che per lei non c’è un uomo d’amare. Ed ecco il ritorno all’onnipotenza, all’esaltazione della sua autonomia.
Pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

Ritorna la soluzione fallica di una donna che usa il potere femminile al massimo, ma che è non androgina, maschio-femmina, e onnipotente. E’ vero che la sua forza psichica l’ha portata avanti nella vita a superare difficoltà e a conseguire successi, ma il prezzo da pagare affettivamente nel tempo è molto alto.

Il sogno di Mikaela attesta dei tratti psichici caratteristici di un’organizzazione isterica: intensità emotiva della “posizione edipica”, identificazione contrastata e parziale nella figura materna, identità psichica mista tra padre e madre, culto del corpo e delle sue pulsioni. Mikaela non è donna di mezze misure, ma ha esaltato caratteristiche psichiche maturate e mutuate in famiglia durante l’infanzia. In tutto quello che pensa e che fa investe tanta “libido”, carica vitale, magari più di quella necessaria.

La prognosi impone a Mikaela di liberarsi della sua onnipotenza e di modulare equamente gli investimenti della “libido”. Mikaela deve anche fidarsi e affidarsi facendo perno sulla sua sensibilità e sulla sua ragione. Mikaela deve superare il senso del possesso nei confronti dei figli e riconoscerli come l’altro da sé, la loro autonomia di persone. Mikaela deve ridurre la mamma e ben valutare la donna riducendo le esigenze a carico dell’altro.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica con somatizzazioni d’ansia. L’onnipotenza è una bestia da domare, al fine di evitare evoluzioni psichiche pesanti.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Mikaela merita un rilievo sulla nozione di femminilità, sull’avversione verso il maschio, sull’onnipotenza femminile, sulla relazione con i figli e sulla “libido genitale”. La consapevolezza femminile si acquisisce nel decorso della relazione con i genitori, “posizione edipica”, e s’incentra nell’identificazione nella figura materna e nello specifico nell’assimilazione dei tratti dominanti e graditi. La femminilità è un’astrazione ed esaltazione dell’essere biologicamente femmina e si attesta nel “fantasma” in riguardo al corpo e alle sue funzioni. La femminilità culturalmente è ritenuta un potere e si concentra nell’amor proprio, nell’attrazione e nella seduzione. La “misoandria”, avversione al maschio, si giustifica per trauma subito, per mancata razionalizzazione della figura paterna e nello specifico della “parte negativa del fantasma del padre”, per una difesa narcisistica dal coinvolgimento libidico, per la “formazione reattiva” dell’autoesaltazione onnipotente. A proposito di quest’ultima, bisogna rilevare il rischio d’isolamento a causa di difficoltà relazionali per eccesso di esigenze a carico degli altri, oltre alla degenerazione nel delirio narcisistico. L’onnipotenza femminile in riguardo al corpo e alle mirabili arti seduttive ha un potente nemico, il tempo. Per quanto riguarda la relazione con i figli è auspicabile una madre che sa modularsi tra autonomia e dipendenza, che abbia a cura l’emancipazione psicofisica dei figli, che non usi il senso di colpa per tenerli in pugno, che sia provvida e non improvvida nelle mille sfaccettature della quotidiana relazione: una madre che non sia fagocitatrice, ma nemmeno un “icesberg”. La “libido genitale” è la fase di maturazione della vitalità sessuale in funzione orgasmica e procreativa. Essa comporta l’altro e il suo riconoscimento: investimento d’amore. Nel sogno di Mikaela si evidenzia un ridimensionamento eccessivo della figura maschile e una sua riduzione a strumento procreativo: una “libido genitale” mutilata.