LO “SPLITTING” DI ANNAMARIA

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“Annamaria sogna di avere una grossa protuberanza sul gomito destro e non riesce a capire se è un ematoma o del sangue raffermo.

E’ sconfortata perché pensa di aver subito tre operazioni e di avere due protesi sul lato sinistro del corpo e, quindi, il lato destro è quello che usa di più, per cui Annamaria è molto preoccupata di avere problemi nella parte buona del suo corpo.”

NOTA TEORICA

Lo “splitting” o “scissione” è un meccanismo psichico primario di difesa dall’angoscia, studiato da Melanie Klein e individuato nei bambini durante il primo anno di vita come la modalità di “cenestesi”, di sensazione e percezione, di vissuto psichico primario o “fantasma”, di abbozzo di pensiero. Lo”splitting” consiste nella divisione di un oggetto psichico in “buono” o “cattivo”, di un vissuto in “proficuo” o “dannoso”, di un “fantasma” in “positivo” o “negativo”. Esempio classico: la madre viene vissuta dal bambino nei primi sei mesi di vita come “oggetto parziale” e viene assimilata come gratificante se mi nutre, “seno buono”, come mortifera se non mi nutre, “seno cattivo”, dal momento che il bambino non riesce ancora a percepire la madre nella sua interezza di persona. Il bambino è “senso” e “percezione”, per cui si tratta di una difesa dall’angoscia di morte ossia dalla possibilità di non “sentire” alleviati i dolori gastrointestinali legati alla fame e di non “sentire” gratificata la pulsione della fame.

IL SOGNO

Consideriamo il simbolismo presente nel breve ma importante sogno di Annamaria.

Il corpo è diviso in “lato destro” e lato sinistro, in “parte buona” e parte cattiva, in lato debole e lato forte. Si è detto del meccanismo di difesa dello “splitting” in base al quale Annamaria esorcizza l’angoscia legata a un corpo vissuto giustamente come degno di considerazione e di cura. Il corpo non è vissuto nella sua interezza, ma scisso nelle due suddette parti, per cui le sue premure e le sue attenzioni sono rivolte soprattutto alla parte forte, il “lato destro”. Il corpo è ridotto a “fantasma” ossia viene sentito più che ragionato, viene investito di emozione più che di ragione, perché il corpo, sano o malato, è sempre un corpo funzionalmente intero. Annamaria lo concepisce intero, ma lo ha investito di giuste angosce e quindi ne ha rielaborato il “fantasma” e ha usato lo “splitting” come aveva imparato da “infante”, quando era “senza parola”. La percezione corporea prima di diventare un concetto logico, è “fantasma” ossia una conoscenza primaria intrisa prevalentemente di sensazioni e di emozioni, di piacere e dolore, di gioia e di angoscia. Questo è il “corpo fantasma” di Annamaria, ripescato, come si diceva in precedenza, dalla sua modalità percettiva di quand’era bambina: il tutto naturalmente e senza usare il meccanismo di difesa della “regressione”.
Tutto questo si desume dal sogno, ma non è presente in termini oggettivi, per cui è opportuno procedere con il riscontro effettivo dei simboli.

La “grossa protuberanza” è un simbolo fallico e condensa il senso e il bisogno di potere, di forza, d’incisività.

Il “gomito destro” attesta di un potere specifico ricercato nel sistema relazionale e nella rete delle conoscenze, persone familiari e amici ad ampio spettro.

“Non riesce a capire”: una giusta “resistenza” alla comprensione di sé, all’assimilazione e alla presa di coscienza del trauma o del conflitto psichico. Del resto, il sogno interviene anche con le sue censure, ma Annamaria non riesce a dare la luce razionale a qualcosa di oscuro che emerge e si agita dentro di lei.

“L’ematoma” è simbolica degenerazione della “libido” investita in un vissuto relazionale, così come il “sangue raffermo” attesta dell’energia degenerata e bloccata. Il sistema d’investimento relazionale di “libido” è in tilt.

La prima parte del breve sogno di Annamaria ci dice della sua difficoltà relazionale in atto e della frustrazione del suo desiderio o bisogno di avere potere in riguardo alle relazioni o al sistema relazionale.

La seconda parte riguarda la percezione corporea ed è stata oggetto di analisi in precedenza, per cui non resta che analizzare i simboli della “destra” e della “sinistra”, parti dell’archetipo “spazio” insieme all’alto e al basso.

La “destra” condensa l’universo psicofisico maschile, la razionalità e il processo secondario, la forza e il potere, la cultura e la violenza, la freddezza affettiva e il distacco, l’istanza psichica dell’Io e il principio di realtà, l’archetipo del “Padre”.

La “sinistra” abbraccia l’universo psicofisico femminile, la fantasia e il processo primario, l’emozione e gli affetti, la recettività psicofisica e il crepuscolo della vita, l’oscurità e il mistero, l’istanza psichica dell’Es e il principio del piacere, l’archetipo della “Madre”.

In sogno Annamaria è ”sconfortata”: solitudine interiore e vuoto depressivo, cordoglio e malinconia, mancata razionalizzazione della perdita e del lutto.
Così leggo nel mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici” e si adatta perfettamente alla problematica offerta dal sogno. Annamaria dice di “aver subito tre operazioni e di avere due protesi sul lato sinistro del corpo”, il lato effettivamente debole e investito dal “fantasma” ossia percepito come parte e che contiene la “parte affetta”, le due parti estranee. Annamaria è stata costretta fisicamente a incorporare le due protesi per vivere meglio, ma non le ha assimilate psicologicamente, non le ha fatte sue, non le vive come parti del suo corpo, ma come parti estranee e deboli, le rifiuta emotivamente, ma razionalmente sa che non può farne a meno.

Questa è la psicodinamica del conflitto psichico.

A questo punto, però, si evince che il difetto relazionale, di cui si è detto in precedenza, è in primo luogo con se stessa, con le parti originali ed estranee del suo corpo. Di poi, potranno esserci problematiche e conflitti relazionali di tipo sociale, ma il sogno alla fine ci dice la verità: Annamaria non ha accettato le due protesi e le vive male, ma è convinta che non può farne a meno e tutela le due parti del suo corpo, la debole e la “forte” o meglio la sana, la funzionale, l’originale: ”il lato destro è quello che usa di più”.

In conclusione si profila la giusta paura: “Annamaria è molto preoccupata di avere problemi nella parte buona del suo corpo.” Dicevo paura e non angoscia, perché Annamaria sa, ha coscienza del suo lato debole e adesso anche della mancata assimilazione delle protesi che le ha impedito di rivivere il corpo nella sua interezza dopo l’intervento chirurgico. Degno di nota è il fatto che Annamaria dormiente ha pilotato il sogno in maniera progressiva dalle difficoltà generiche relazionali alle relazioni tra le parti del suo corpo, cercando l’integralità del vissuto corporeo e passando dal corpo vissuto come “fantasma” al corpo reale.

La prognosi impone ad Annamaria di riappropriarsi del suo corpo nella sua interezza e di viverlo come oggetto d’amore ritrovando la sua funzionalità globale. Mille ringraziamenti vanno alla benemerita scienza medica che le ha restituito la funzionalità e una buona qualità di vita. Tutelare la parte buona è comprensibile, ma è anche vero che la parte più sana è quella nuova, quella trapiantata, il “lato sinistro”.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi ipocondriaca, la fobia delle malattie e l’angoscia delle infezioni, uno stato d’ansia nevrotica con caduta della qualità della vita e conversioni psicosomatiche dell’ansia.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Annamaria consente un accenno alle problematiche psichiche legate al decorso post operatorio dei soggetti che hanno subito interventi chirurgici di asportazione, d’impianto e di trapianto. La mancanza di una parte del proprio corpo o l’acquisto di un corpo estraneo artificiale ridestano a livello psichico profondo i fantasmi della “fase
fallico-narcisistica” e della “posizione edipica”. Nello specifico emergono il “fantasma di onnipotenza” e il “fantasma di castrazione”. Spesso il senso estetico subisce una ferita che non trova la sua cicatrice. Anche la funzionalità organica risente notevolmente del “fantasma della perdita” anche se le prestazioni fisiche hanno avuto una ripresa e addirittura un miglioramento. Spesso il corpo viene vissuto come deturpato e brutto, come rattoppato e vecchio. Si chiama in ballo il “fantasma depressivo della perdita” in maniera generica o specifica: “non sono più quello di prima”, “non potrò fare le cose che facevo prima”, etc. Viene inevitabilmente rievocato il “fantasma di castrazione”, a vario titolo incamerato nella “posizione edipica” in riguardo alle figure genitoriali. Il “complesso di castrazione” è il più naturale e innocuo, mentre è più arduo ridimensionare il “narcisismo” e la “sindrome di onnipotenza” connessa, perché la mutilazione o la perdita sono particolarmente pesanti e difficili da compensare. Ma come bisogna reagire a eventuali interventi chirurgici? E’ sempre necessario riconoscere e considerare il desiderio di un ritorno al passato, il desiderio di riavere lo “status” fisico antecedente, “quando si stava bene”, assolvendo le debolezze narcisistiche e il bisogno di onnipotenza, ma è obbligo ricorrere alle funzioni razionali dell’Io “per farsene una ragione”, per accrescere la consapevolezza che la perdita si è risolta nell’acquisto e di essere ancora in vita grazie alla scienza medica. Bisogna fare ricorso al pragmatismo utilitaristico dell’Io per tenere sotto controllo i “fantasmi” al fine di evitare le limitazioni volontarie e la conversione dell’ansia in disturbo psicosomatico. Ricordo che l’onnipotenza narcisistica negli eccessi porta a non farsi curare, a lasciarsi morire o addirittura a uccidersi facendo perno sull’implicita e subdola sindrome depressiva. Il motto è “una perdita per un acquisto”. E’ vero che nei traumi post operatori si ridestano fantasie e vissuti personali, ognuno ci mette del suo nel contenuto, ma il decorso psichico è per tutti connotato dall’insorgenza dei suddetti fantasmi e delle psicodinamiche accennate. Accettare non è certo facile anche perché il “corpo memoria” non aiuta a dimenticare il “corpo passato”. Il “corpo memoria” è deputato alla sindrome dell’”arto fantasma” ossia al ridestarsi di percezioni legate a una parte del corpo che non esiste perché è stata asportata, un disturbo percettivo dell’immagine corporea. Si aggiunga anche il fatto che la Psiche ha tempi di gestione dell’evento traumatico ha tempi più lunghi di quelli reali ossia i tempi di gestione della novità corporea sono naturalmente più lunghi di quelli effettivi di un trapianto. E’ necessario che prevalga il vissuto positivo e la lode alla scienza rispetto al rifiuto e al rigetto psichico. La psicoterapia è ottima in questi casi, perché aiuta la razionalizzazione del trauma e accelera la presa di coscienza riducendo i tempi naturali di assimilazione.

SADOMASOCHISMO E STUPORE

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“Annamaria sogna di trovarsi in bagno e di utilizzare il water.

Appena finito, si accorge di non aver sollevato il coperchio perché è sporco di feci.

Annamaria era sicura di averlo sollevato.

La sensazione è di stupore e di sporcizia.”

INTRODUZIONE

Il sogno di Annamaria esalta in termini chiari e perentori la classica psicodinamica della “fase anale”, una delicata e importantissima evoluzione psichica nell’investimento della “libido”, un momento chiave per la “organizzazione reattiva”, il cosiddetto carattere, e per la formazione della “posizione sadomasochistica”, posizione secondo la terminologia clinica della grande Melanie Klein. Quello di Annamaria è un sogno universale, un prodotto onirico che scatta in tutti gli umani nel momento in cui si ha a che fare con l’aggressività propria e altrui. Al di là delle differenze razziali, etniche e culturali, il rapporto con il corpo e con i bisogni intimi, come la funzione della defecazione e l’esercizio erotico della “libido anale”, riguarda tutta l’umanità. Trattasi di un “archetipo” vitale e funzionale. A tal proposito ricordo che da bambino mi aveva colpito il piccolo water o “cessetto” in ceramica bianca, venduto nelle bancarelle della mia città ai turisti improvvidi, dove campeggiava la seguente scritta: “saran potenti i papi, saran potenti i re, ma quando qui si siedono son tutti come me”. Ecco servito il trionfo della democrazia biologica e dell’uguaglianza funzionale: una profonda verità popolare degna di una saggezza antica.

RIFERIMENTI FILOSOFICI

Nella storia del pensiero filosofico in riguardo al corpo e ai suoi bisogni si sono presentati pensatori di spessore: un certo Epicuro con il suo “edonismo” ha posto la necessaria valutazione del corpo come campo di piacere in opposizione all’angoscia di morte, un certo Arthur Schopenhauer è partito dalla scoperta del corpo per concludere il suo “pessimismo cosmico” nella metafisica della “Volontà di vivere”, un certo Ludwig Feuerbach ha denunciato alla borghesia che “l’uomo è ciò che mangia” e che se si vuole un uomo migliore bisogna dargli un’alimentazione migliore grazie a un salario più congruo, un certo Karl Marx ha indicato l’importanza del corpo e delle funzioni vitali per arrivare alla denuncia della borghesia e del sistema capitalistico, tanti altri benefattori dell’umanità hanno speculato sulla materia umana e divina “corpo”. In Filosofia e in Cultura si chiama “edonismo o materialismo” la scuola o la corrente di pensiero che privilegia i diritti del corpo e soprattutto i bisogni del corpo, mentre in Psicologia e in Psicoanalisi il merito di avere aperto una finestra teorica e clinica sull’importanza del corpo va ascritto a Wilhelm Reich. Freud era partito dal “corpo isterico” e aveva elaborato la teoria sulle cause, “eziologia”, della nevrosi isterica e la teoria della “libido” con le varie fasi di evoluzione della stessa, (orale, anale, fallico-narcisista e genitale), ma aveva sempre mantenuto da pessimo ebreo un certo pudore verso la cosiddetta “materialità corporea”, al punto che nel tempo elaborò una “metapsicologia”, la metafisica della psicologia.
La “sublimazione” culturale religiosa è volata dal corpo all’anima e ha ostacolato il progresso scientifico e culturale per millenni. Il corpo è campo d’amore, oggetto sacro e mistico. Già nel Seicento il “diritto naturale” lo aveva eletto a oggetto giuridico proclamando il “diritto alla vita” e alla “conservazione della vita”, la “Specie”. In Oriente il Buddismo aveva investito di sacro amore il “Tutto Vivente”. Nonostante notevoli progressi, ancora oggi abbiamo difficoltà a ritenere che noi siamo il nostro “psicosoma”. Le sferzate dell’angoscia di morte ci portano alla consolazione di una speranza d’eternità e di una promessa di rinascita. La vita psicofisica è un “olon”, un “Tutto intero” chiamato “corpo vivente”. Pensare che tutto si attesti in questo “olon” sembra assurdo, ma porterebbe a vivere meglio l’intensità della “libido” senza sovrastrutture culturali e ideologiche. Il filosofo Carlo Michelstaedter prima di uccidersi aveva suggerito nella sua tesi di laurea di “vivere pensando che nulla in noi chiede di continuare a vivere”: vivere il presente senza ambizioni psichiche e prepotenze culturali.

IL SOGNO DI ANNAMARIA

Torniamo al sogno di Annamaria dopo questa digressione attinente al tema centrale del “corpo” e soprattutto dell’aggressività, della sua gradazione e della sua modulazione. Un chiarimento semplice è il seguente: la carica-pulsione aggressiva se esternata in eccesso si definisce “sadismo” e colpisce l’oggetto su cui è investita, se contratta in eccesso si definisce “masochismo” e si ritorce contro il soggetto che la vive. Si tratta di un “fantasma” che si struttura nel secondo anno di vita nell’esercizio degli investimenti della “libido” ed è definito “fantasma anale”. Esso contiene il vissuto in riguardo all’espulsione o al contenimento delle feci, all’”introiezione” o alla “proiezione” dell’aggressività.
Decodifichiamo i simboli del sogno di Annamaria.

Il “bagno” condensa la parte psichica intima e privata, interna alla “casa” che rappresenta la struttura o meglio l’organizzazione caratteriale in atto. Il “bagno” condensa l’appagamento della “libido”, l’erotismo, la sessualità e l’aggressività, nonché la purificazione dei sensi di colpa a quest’ultima collegati quando il “bagno”, per l’appunto, è sporco. Fondamentalmente il “bagno” abbraccia la dimensione personale, quel piccolo o grande mondo dei nostri segreti e delle nostre manie che da piccoli ci siamo sempre ripromessi di non dire a nessuno per paura della punizione o per paura di non essere capiti, una sfera intima e privata che poi inevitabilmente abbiamo comunicato alla mamma per poi accorgerci di essere stati traditi anche da lei. Il “bagno” è sempre un piccolo dramma per le sue ambivalenze e per il nostro bigottismo, dal momento che viviamo in una cultura che, come si diceva in precedenza, non valuta adeguatamente i diritti del corpo e addirittura li svaluta a favore di chissà quale altra dimensione irreale.

Il “water” è il simbolo elettivo del “sadomasochismo”, in quanto condensa la pulsione dello scarico benefico dell’aggressività nell’espulsione delle feci, “sado”, e del dolore collegato, “maso”, con senso finale di liberazione, pulsione importante anche per l’autonomia psichica, oltre che per l’autogestione dei bisogni e delle pulsioni, in primo luogo il controllo della propria aggressività. Il “water” condensa la “libido anale” con annessi e connessi sadomasochistici: l’espulsione liberatoria e la ritenzione dolorosa delle feci. Bisogna sempre considerare che la “libido anale”, dopo la “libido orale”, è una “posizione” preparatoria alla “libido genitale” ossia alla futura e matura vita erotica e vitalità sessuale.

Il “coperchio” è chiaramente una difesa dallo scarico dell’aggressività “sado” per imbrattarsi a privilegio dell’aggressività “maso”. Il “coperchio” è una difesa psichica dall’espletamento della “libido anale”. E il sogno ci dice anche il perché di questa posizione difensiva: “sporco di feci” ossia l’aggressività nelle sue varie forme, nello specifico “sado” e “maso”, è ammantata da senso di colpa. Le “feci” rappresentano simbolicamente lo strumento dell’aggressività.

“Sollevare il coperchio” attesta la caduta delle difese inutili e inopportune, oltre che la naturale esternazione della propria aggressività in una salutare liberazione della rabbia. Annamaria pensava di non avere difese nella gestione della propria aggressività e, invece, ha dovuto prendere atto della colpevolizzazione della sua carica aggressiva e del suo esercizio. Annamaria pensava di aver superato adeguatamente i blocchi legati all’esternazione della rabbia, ma invece è costretta a prendere atto che questa ristagna a causa dei sensi di colpa che inevitabilmente sopraggiungono ogni volta che si afferma e impone se stessa nei giusti e naturali modi.

“La sensazione è di stupore e di sporcizia.” Simbolicamente lo “stupore” condensa una caduta della vigilanza e della funzione razionale dell’”Io” a favore di uno stato emotivo crepuscolare, a favore del disimpegno delle pulsioni e dei vissuti dell’”Es”, l’istanza psichica profonda. Questa benefica alterazione della coscienza è anche una difesa dal cumulo delle esigenze che spesso si hanno a carico dell’”Io”. Ben venga lo “stupore” come un ritorno alla meraviglia in onore del nostro bambino dentro! Una continua vigilanza è di per se stessa una psiconevrosi da fobia di lasciarsi andare e comporta disturbi psicosomatici sia di natura sessuale e sia del sonno. La “sporcizia” è il senso di colpa che avvolge l’aggressività di Annamaria e la blocca nell’espressione delle sue più genuine energie e negli investimenti di “libido”.

Il sogno di Annamaria è una chiara prognosi a conferma di quanto il nostro sognare sia un’ancora di salvezza nei momenti più difficili della nostra vita perché ci dice la nostra verità psichica del momento. Annamaria, sognando, sta dicendo a se stessa di non colpevolizzare la sua aggressività, di esternarla liberamente senza ripensamenti e di non tirarsi indietro nelle prove della vita che le richiedono di essere “cazzuta” e incisiva, ma di cimentarsi con lena e sicurezza. Annamaria non deve trattenere le sue pulsioni organiche e psichiche per la maledetta colpa o per il benedetto pudore, ma deve vivere il suo corpo come il primo oggetto d’amore. Il sogno dice chiaramente che l’aggressività non sfogata si ritorce contro perché ristagna dentro e, dovendo uscire da qualche parte, si converte in disturbo psicosomatico e privilegia il sistema gastrointestinale. Questo è il rischio psicopatologico.

Riflessioni metodologiche: una disfunzione gravissima del “fantasma anale” è ben visibile, purtroppo, nei nostri giorni. Si tratta del fenomeno del “terrorismo” dove il “sadomasochismo” si esalta nel martirio e nell’omicidio, nella strage di se stessi e degli altri. Questo dramma individuale e sociale avviene, secondo la psicologia dinamica, quando un soggetto esalta il “fantasma anale” al punto di elaborare un delirio distruttivo. La “fase anale” degli investimenti della “libido”, cosi come i primi tre anni di vita, è determinante per lo sviluppo futuro delle “psicosi” e delle “sindromi deliranti”. Delicato è il progressivo passaggio dall’uso del “processo primario”, la “fantasia”, all’uso del “processo secondario”, la “logica”, un passaggio mai definitivo ed esaustivo. A seguito di quanto affermato, si evince che non può candidarsi all’esercito dei terroristi un soggetto che ha evoluto normalmente la sua “fase anale” e che ha maturato un’organizzazione psichica nella giusta modulazione. E’, purtroppo, vero che una predicazione e un monito suggestivo alla “guerra santa” possono trainare organizzazioni psichiche fortemente “anali” e con l’aggravante del “fantasma depressivo” a scatenare la strage di sé e degli altri. La “sublimazione” dell’angoscia depressiva di perdita si risolve nel martirio e nella strage. In sintesi, il fenomeno del “terrorismo” abbisogna di specifiche strutture psichiche che contengono la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva” associate alla “posizione anale” con l’auge sadomasochistico. La “sublimazione” interviene sotto la spinta della suggestione religiosa a dare il via e la concretezza al mortifero delirio paranoico. Si è anche visto che le stragi possono essere indotte per istigazione visiva e verbale e possono attingere proseliti in tutto il mondo presso “organizzazioni psichiche borderline” del tipo in precedenza descritto.
La Psicologia della suggestione si dimostra molto pericolosa nell’indurre la ferocia e la morte, la guerra ferina di uno contro tanti. Sono dati di fatto, purtroppo, a cui bisogna dare maggiore importanza. A tal proposito è molto utile leggere o rileggere il testo di Freud “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, una ricerca profetica pubblicata nel 1921 prima dell’avvento dei sistemi politici di massa, il Fascismo, il Nazismo, il Comunismo.

UN SOGNO ALLA HITCHCOCK

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“Kunegunda entra in lavanderia e sente il profumo dell’olio d’oliva. Si avvicina alla lavatrice e vede per terra una grande macchia d’olio che non aveva inondato la stanza soltanto perché per terra c’era un grande straccio perfettamente quadrato che si era, per l’appunto, imbevuto d’olio.
Kunegunda si chiede cosa ci fa in lavanderia l’olio e poi capisce che la bottiglia era sicuramente sopra la lavatrice e che il forte movimento della centrifuga l’aveva fatta cadere.
Collega subito il pensiero a una frase ripetuta da sua madre: “rovesciare l’olio porta sfortuna”.
Cambia scena e Kunegunda sta facendo le valige per qualcuno, forse per suo marito. Entra in una stanza e ritrova la macchia d’olio d’oliva per terra.”

La trama è quella di un film giallo, un film del maestro del giallo, Hitchcock: all’inizio “una grande macchia d’olio d’oliva”, alla fine si “ritrova la macchia d’olio d’oliva per terra.” Il mistero non è stato risolto. Il “film – sogno” si conclude così com’è iniziato senza disvelare il nome dell’assassino e tanto meno il mistero della “macchia d’olio d’oliva per terra” e, orribile a dirsi, “in lavanderia”. La funzione onirica è formidabile, anzi “formidable en francais” perché linguisticamente fa più effetto. Il sogno è testo e contesto, intreccia trame e racconti, rievoca e ripropone, usa la logica e il simbolismo. Il sogno è complesso come il sognatore che spesso non si ritrova in quel che produce soltanto perché ha dimenticato il linguaggio dei simboli che aveva elaborato e imparato da bambino, “infante”, quando “non sapeva parlare” ma esprimeva benissimo e poeticamente il suo mondo interiore.
Ma cosa significa il sogno di Kunegunda?
Si tratta soltanto di un incidente domestico legato a un gagliardo elettrodomestico?
O si tratta di una psicodinamica implicita in una struttura psichica e messa in atto come simbologia comanda? Buona è la seconda!
E allora andiamo a disvelare il mistero dell’olio d’oliva e a esplorare meglio questa risorsa meravigliosa che è, oltre l’olio d’oliva, l’umano sognare.
Il sogno di Kunegunda inizialmente si snoda con simboli precisi e dominanti: l’olio d’oliva, la lavatrice, la lavanderia, la grande macchia d’olio, il grande straccio unto e quadrato. In primo luogo considero questi simboli e le psicodinamiche annesse per poter ricostruire la psico-storia del “resto notturno” giallastro di Kunegunda.
L’”olio” unge e macchia, di conseguenza attesta simbolicamente della colpa e del senso di colpa, della colpa effettiva e della colpa presunta. Dell’olio, nonostante sia d’oliva, non prevale la valenza alimentare, ma quella dell’unzione. Quest’ultima ha un’ambivalenza nel distinguere positivamente l’eletto e nell’esaltarlo, pensiamo all’unto del Signore e all’unzione dei sacramenti, e nel distinguere negativamente il malvagio per colpa commessa e per reato da espiare. Nel caso di Kunegunda vale la seconda perché si tratta di una condanna.
La “lavatrice” è un contenitore che condensa il versante erotico e sessuale della femminilità, un grembo meccanico con annessi e connessi psicofisici, un grembo anaffettivo e colpevolizzato dal momento che lava, ripulisce con “catarsi”.
La “lavanderia” assolve l’espiazione della colpa trattandosi di luoghi dove si svolgono rituali catartici anche se logistici e meccanici. Chi si è macchiato di colpa o di peccato si deve purificare e deve espiarne il fio, sia che si tratti di reato e sia che si tratti di sacrilegio.
La “grande macchia d’olio, come si accennava in precedenza, evidenzia simbolicamente una grande colpa o un grande senso di colpa.
Il “grande straccio perfettamente quadrato” e “imbevuto d’olio” è la “proiezione” simbolica di una persona vittima e colpevolizzata, abituata eroicamente a sostenere ruoli ingrati e situazioni difficili. Lo “straccio” è la “proiezione” di un soggetto di minor diritto, di una persona affetta da complesso d’inferiorità e da senso d’inadeguatezza che assorbe tutte le colpe del caso, “imbevuto d’olio”, una specie di Cenerentola maltrattata e vessata. Il “quadrato” è simbolo di resistenza al malessere e di disposizione a subire, una forma di masochismo familiare e domestico.
Kunegunda ha posto il suo “fantasma sessuale”, la colpevolizzazione della sua vita sessuale insieme a una situazione psico-esistenziale di grande difficoltà, perché si ritiene poco importante, una gregaria e non certo un leader. Ma Kunegunda ha una virtù, tende a razionalizzare e a capire quello che succede in lei e fuori di lei. Possibilmente ha potuto “sapere di sé” con un trattamento psicoterapeutico. In particolare Kunegunda ha la consapevolezza di essere sensibile alla colpa e sa che fa sempre di tutto per assolversi, soffre ma alla fine si riabilita ai suoi occhi. Tutta colpa della centrifuga! Kunegunda spiega a se stessa quello che la fa soffrire e quello che le succede.
“ Kunegunda si chiede… e poi capisce…”: non è da poco questa duttilità mentale e questa curiosità di “sapere di sé”.
Ma Kunegunda ha anche un discorso sospeso con la madre, la responsabile di quella conflittuale identificazione e di quella mancata educazione sessuale che l’ha portata alle problematiche con la “lavatrice” e con “l’olio”.
”Collega subito il pensiero a una frase ripetuta da sua madre: rovesciare l’olio porta sfortuna”.
La saggezza popolare ascrive all’olio la sfortuna in quanto lo interpreta come peccato e colpa e quindi comporta un’espiazione dolorosa. “Portare sfortuna” significa sofferenza e danno in riparazione della colpa commessa o del peccato ascritto. Ricordo che le colpe e i peccati potevano essere assolti soltanto dalle divinità nella cultura greca e cristiana: vedi la funzione catartica del “deus ex machina” nella tragedia greca, dei riti e dei sacramenti nella religione cristiana.
Quindi, niente di nuovo sotto il sole!
Chi vive nella colpa e nel peccato non è gradito a Dio e alla sua Legge e deve essere punito. Si sono create superstizioni sul semplice senso di colpa e si sono costruite teologie sull’inevitabile fallacia umana, oltre che sull’angoscia di morte. La parola “superstizione” deriva dal latino “super stat” e si traduce “sta sopra” ossia l’uomo lo ha messo in cielo perché non lo capiva e lo doveva assolutizzare per non discuterne più o mai più. L’uomo lo ha messo sopra o lassù per ispirare condotte e per condizionare eventi. La superstizione comporta soltanto in parte il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, perché annette la codificazione consapevole da parte di pochi di un potere suggestivo tramandabile di generazione in generazione: “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”. Così disse il poeta e così persiste l’ignoranza.
Kunegunda ricorda la frase della madre, una figura ieratica e significativa per la sua formazione e per la sua cultura.
A questo punto ecco il colpo di scena che ha indotto a rievocare Hitchcock.
“Cambia scena e Kunegunda sta facendo le valige per qualcuno, forse per suo marito. Entra in una stanza e ritrova la macchia d’olio d’oliva per terra.”
Abbiamo una trasposizione pari pari di scena. Dalla lavanderia della casa di Kunegunda la macchia d’olio si è trasferita nella stanza dove Kunegunda sta facendo le valige per un uomo indefinito, un qualcuno, forse il marito. “Far le valige” equivale a un accomodamento femminile dal momento che la valigia rappresenta il grembo come in precedenza la lavatrice, un grembo che si dispone al coito e immancabilmente trova nella sua storia psichica, “la stanza”, la macchia d’olio che ricompare ad attestare che la sua sessualità è colpevolizzata. Kunegunda ha ricevuto dalla madre un’educazione sessuale errata o non l’ha proprio ricevuta, per cui vive male la sua sessualità e di conseguenza il rapporto sessuale con il maschio o con il marito. La superstizione, laica o religiosa, è di danno alla formazione psichica e l’educazione familiare contribuisce a perpetuare l’errore, oltre che a danneggiare funzioni vitali come la sessualità.
La prognosi impone a Kunegunda di essere sempre tollerante con le sue debolezze e di portare avanti la razionalizzazione delle cause e delle figure a cui è collegata questa sensibilità alla colpa. L’autoironia non guasta mai.
Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del senso di colpa in una pesante sindrome fobico-ossessiva e in crisi di panico.
Riflessioni metodologiche: in effetti il sogno di Kunegunda ha svolto il suo tema sessuale dall’inizio alla fine e di misterioso c’è poco, se non il fatto della trasposizione dell’olio d’oliva dalla lavanderia alla stanza. Il richiamo al maestro del film giallo, Hitchcock , si basava sul ritorno dell’inizio nella fine a completamento della verità del sogno e ci fa faceva capire il vero conflitto e la vera psicodinamica. Ma gli autori dei film gialli conoscono molto bene la Psicoanalisi e spesso si basano sull’effetto psicologico della paura e del terrore facendo perno sulla componente “sadomasochistica” degli appassionati spettatori. Le persone che hanno esaltato questo “nucleo anale” gradiscono i film del terrore e dell’orrore perché in tal modo lo tengono sotto controllo, secondo la teoria estetica del grande Aristotele. Infatti, la sua teoria della “catarsi”, nella visione dei temi osceni e criminali della tragedia greca, prevedeva che chi vede e si emoziona immancabilmente si libera della sua componente psichica mortifera vivendola in teatro nelle trame messe in piedi dagli attori. Al contrario, l’altrettanto grande Platone, in base alla sua teoria della trascendenza della verità, l’iperuranio o il modo delle Idee, condannava questi spettacoli pubblici perché aizzavano l’istinto ferino degli spettatori.
Ditevi adesso: chi aveva ragione?
E allora, dove sta la verità?

L’AFFETTIVITA’ E LA NOSTALGIA

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IL SOGNO

“Luca sogna di trovarsi a Siracusa con Sissy, la sua donna, e con Gringo e Cucciola, i loro cani. Alle ore 17 dello stesso giorno deve andare a lavorare in una cittadina del Veneto. Arriva a casa di suo zio a Siracusa e incontra i suoi genitori che gli suggeriscono di suonare il campanello per entrare. Risponde il cugino che apre la porta e Luca porta Sissy a vedere il giardino con i sedili di pietra dove giocava da bambino con i cuginetti.

Vuole raccontare tante cose a Sissy, ma non riesce. Entra in casa dello zio e le fa vedere il piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa. Le dice che in Veneto non si potrebbero fare stanze di questo tipo e lei risponde che non è vero.

Sale con il suo cane Gringo al piano superiore e incrocia i cugini in accappatoio. Entra in salotto e vede la nonna, la zia, lo zio e il nonno seduti attorno a un tavolo. Il nonno ha una maglietta nera con le maniche corte. Luca saluta tutti e non sa se li deve baciare, perché non è la prima volta che li vede.

Il nonno lo saluta con indifferenza, mentre la nonna, che Luca era stupito di vedere, si alza in piedi e lo abbraccia e restano abbracciati per un po’ di tempo. Lei gli dice cose che non ricorda, ma del tipo di quelle che gli diceva sempre quand’era piccolo. Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno. Nell’abbraccio non vede niente perché la nonna è imponente, alta e avvolgente.

Luca pensa anche che vuol far salire Sissy, poi pensa al cane Gringo e vede che è dietro di lui disteso per terra che gioca con un cuginetto. Si mette per terra con loro e pensa che deve andare a lavorare in Veneto, che poi sarebbe tornato a casa e che Sissy, Gringo e Cucciola l’avrebbero aspettato.”

 

I RIFERIMENTI

La parola “nostalgia” ha etimologia greca, si traduce “dolore del ritorno” e si associa a Ulisse, il classico eroe, sempre greco, che per ben dieci anni girovagò per il “mare nostrum”, il Mediterraneo, secondo la volontà degli dei e in espiazione della colpa di aver ordito l’inganno del cavallo di legno che aveva causato la distruzione della città di Troia e la morte dei suoi abitanti.  Ebbene, dopo tanti naufragi e lunghe traversie, dopo aver perso tutti i suoi compagni, Ulisse ritorna a Itaca dal padre Laerte, dal cane Argo, dal figlio Telemaco, dalla moglie Penelope e dal suo popolo. Questa è la versione di Omero nel mitico, nonché magnifico, poema “Odissea”.

Dante non farà ritornare Ulisse a Itaca e dai familiari, ma lo immetterà nel “folle volo” al di là delle Colonne d’Ercole  per “seguir virtute e canoscenza”, dopo averlo condannato all’Inferno e collocato nel girone dei fraudolenti. Nella visione morale di Dante “l’esistenza autentica” ambiva il sapere, “l’esistenza banale” esigeva il ritorno all’esercizio degli affetti; di conseguenza la “nostalgia” era assolutamente da risolvere in vista di un bene maggiore, la scienza.

Joyce farà smarrire Ulisse in un oceano di parole e forse Lacan, lo psicoanalista che individua la dimensione inconscia nella parola, lo avrebbe fatto naufragare nel “Profondo psichico”. Quest’ultima definizione mi appartiene.

 

LA TEORIA

Ma chi è Ulisse nel registro psichico e nella teoria dei fantasmi? Ulisse è il simbolo riconosciuto dell’astuzia o dell’intelligenza operativa, include il sentimento della “nostalgia” proprio perché il poema “Odissea” è incentrato sull’umano sentimento del ritorno dai familiari e nella terra natia. E il “dolore del ritorno” di Ulisse fu tanto e tanto forte nella versione omerica. La “nostalgia” comporta un “oggetto dentro”, un’esperienza vissuta, e un “oggetto fuori”, una persona o una terra reali su cui si vuol affettivamente reinvestire. A questi “oggetti” si può e si vuole ritornare e nell’attesa si soffre. La “nostalgia” è un sentimento che non verte su un oggetto che non esiste fuori, un parente morto, perché questo è dolore nudo e crudo. La “nostalgia” s’incentra sul vissuto in riguardo al passato e su un oggetto reale, per l’appunto.  A livello psichico la “nostalgia” è un sentimento struggente legato al “fantasma di perdita” e appartiene al ricco corredo dell’umana e naturale dimensione depressiva. L’appagamento della “nostalgia” è soltanto un fatto psichico e avviene con la “fantasia” e con i “processi primari” che, da svegli o da dormienti, allucinano il desiderio di rivivere quel passato riattualizzandolo. La “nostalgia”, quindi, resta sempre “dolore del ritorno”, ma a livello psichico si realizza all’interno della “breve eternità” del tempo presente che contraddistingue la funzione psichica. La “fantasia” è un’attività psichica vigile e finalizzata alla realizzazione di pulsioni, di desideri, di bisogni più o meno coscienti. La parola “fantasia” deriva dal greco arcaico “phas” o “phaos” e si traduce con “allucinazione”, quindi la “fantasia” illumina da svegli la “fantasticheria” e allucina da dormienti il “sogno” e nello specifico il materiale psichico profondo riportandolo alla luce della coscienza in maniera traslata secondo i meccanismi di difesa e componendolo secondo le modalità del “pensiero primario”.

Ritornando a Ulisse e alla simbologia inerente al sentimento della “nostalgia”, bisogna decodificare gli oggetti reali del suo struggimento: il padre Laerte, il figlio Telemaco, il cane Argo, la moglie Penelope, l’isola di Itaca e il popolo di Itaca, per meglio intuire l’intensità dell’emozione legata alla benefica o malefica “nostalgia”. Il padre Laerte condensa le origini e il senso del sacro, il figlio Telemaco rappresenta l’investimento della “libido genitale” e l’oggetto della “pietas” paterna, il cane Argo simboleggia la dipendenza dell’alleato affettivo, la moglie Penelope attesta l’universo femminile e i valori del nucleo familiare, l’isola di Itaca condensa la formazione psichica, il popolo di Itaca rappresenta l’oggetto culturale e politico del potere benevolo. Ulisse, quindi, soffriva per la frustrazione continua degli affetti in riguardo agli oggetti psichici suddetti. Ecco la sintesi più chiara! La “nostalgia” è il dolore causato da una frustrazione affettiva. Questo è anche un cardine esplicativo: lo struggimento è prodotto dalla vanificazione dell’esercizio degli investimenti della “libido” e, in particolare, in riguardo all’affettività. La “libido” ristagna e degenera nel dolore acerbo di una maligna spira depressiva.

 

LA DECODIFICAZIONE DEL SOGNO DI LUCA

Quest’ampio preambolo serve a introdurre degnamente la valenza “nostalgia” del sogno di Luca, un sentimento sotteso e mai del tutto esplicitato. La “nostalgia” si evince dalle forti emozioni vissute nello svolgimento della psicodinamica affettiva, il lungo e avvolgente abbraccio con la nonna, e dai due piani topici e temporali, i luoghi del Veneto e della Sicilia, il tempo oggi e il tempo ieri. L’attualità psichica e il passato psichico si presentano nella cornice di un “breve eterno” grazie alle mirabili proprietà del sogno di riattualizzare le esperienze vissute e di comporle in maniera compatibile secondo le modalità del “processo primario”. Ma il sogno e le sue virtù non sono da meno in riguardo allo spazio. Luca mette insieme Veneto e Sicilia e oscilla con naturalezza tra il nord e il sud della bella Italia. Il sogno unifica lo spazio e il tempo in un’unica dimensione, lo “spaziotempo”, categoria ipotizzata e ricercata attualmente dai fisici e dagli astrofisici per l’universo. Lo stesso Freud aveva detto, a tal proposito, che la Psiche non riconosce lo spazio e il tempo così come sono determinati nella realtà dalla scienza fisica.

 

GRAZIE SOGNO PER LE MERAVIGLIE CHE CI OFFRI !

In effetti, i vissuti di Luca s’intersecano senza confondersi: il lavoro nel Veneto e la realtà affettiva del cane e della sua donna, le esperienze vissute da piccolo nel contesto familiare allargato e il confronto tra la sua esperienza siciliana e quella veneta. Il suo “ritorno al passato” si evolve dalla sua realtà psichica in atto e si conclude con il “ritorno al presente” con un unico biglietto di andata e ritorno.

 

UN “BREVE ETERNO” ! UNO “SPAZIOTEMPO” !

Luca non può, di certo, rivivere le parti psichiche intriganti del suo passato con un semplice ritorno a Siracusa, il luogo, dai parenti prossimi e rimasti in vita, gli affetti, ma può veramente rivivere in sonno e in sogno, senza le ristrettezze della vigilanza dell’”Io” e del “principio di realtà”, una parte importante della sua formazione affettiva. Mirabile è il “principio del piacere” che contraddistingue il sogno. Da sveglio Luca può elaborare con la “fantasia” quei momenti, quei luoghi e quei personaggi che hanno riempito la sua infanzia. Da dormiente Luca in sogno può riattualizzare e rivivere gli stessi temi in maniera allucinatoria con l’autenticità dei risvolti emotivi e appagando il suo desiderio: “processo primario” e “principio del piacere”.

 

IL SOGNO E’ AUTENTICO !

Luca ha due realtà affettive in atto, la pregressa che ha formato parte del suo carattere, l’attuale che lo appaga e lo completa nel suo divenire. Il sogno, come si è detto ampiamente in precedenza, verte chiaramente sul rimando temporale tra passato e presente, sul rimando geografico tra Veneto e Sicilia e sviluppa in maniera lineare queste apparenti discrepanze nella cornice di un presente affettivo e di un’attualità psichica senza ombre regressive e tanto meno dolorose.

 

IL FANTASMA

Il sogno di Luca è discorsivo e psicodinamico, ma non si esime dal porre un “fantasma” in riguardo alla figura materna. Il sogno si difende dall’eventuale angoscia tramite il meccanismo dello “spostamento” e della “condensazione”, la nonna al posto della madre. Luca trasla nella nonna il suo attaccamento affettivo di qualità avvolgente nei riguardi della madre e nel sogno lo può sviluppare tutto fino al sopravvento del pudore. Eccolo!

 

“…la nonna, che Luca era stupito di vedere, si alza in piedi e lo abbraccia e restano abbracciati per un po’ di tempo. Lei gli dice cose che non ricorda, ma del tipo di quelle che gli diceva sempre quand’era piccolo. Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno.”

 

Si evince chiaramente l’intensità affettiva e il volume del “fantasma” materno.

Si manifesta eclatante un bisogno fusionale con la madre all’interno di un contesto sacrale. I bambini vedono sempre, nel sogno e nella veglia, i genitori come figure maestose, sia per un fatto fisico, l’essere adulti, e sia per un fatto psichico, la dipendenza. Ritornando al sentimento del pudore, ”Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno”, si evidenzia in maniera netta il sentimento della “rivalità fraterna” nelle “tante persone intorno”. E’ chiaro che Luca non è figlio unico, il solo e il singolo e il privilegiato, l’erede universale dei beni materni. Luca condivide la madre e questa condivisione è un fattore responsabile nella formazione del carattere e nello specifico del “fantasma della madre” con la qualità di “imponente, alta e avvolgente”. Il fatto che “nell’abbraccio non vede niente” attesta della purezza di questa emozione e dell’autenticità di questo bisogno di Luca “infante”, “senza parole”. Nel presente del sogno si condensano i bisogni affettivi di allora sotto la benefica forma traslata della nonna; quest’ultima, a suo tempo, ha colpito nel segno e ha lasciato un ottimo “imprinting”, se può tranquillamente presentarsi gratificante e non conflittuale nel sogno. La nonna è il tramite e l’alleato che consente alla psiche di confezionare un bel sogno  senza patemi e senza angosce, senza regressioni e senza sublimazioni. Tutto questo accade al di là di come la madre si è offerta nella realtà. Il sogno siamo noi e, quindi, i vissuti vanno ascritti al sognatore.

 

IL SOGNO SIAMO NOI !

Questa è la parte affettiva pregressa del sogno di Luca, una parte importante del suo carattere, tecnicamente detto “formazione reattiva”. Andiamo a disoccultare la parte in atto: la resistenza a liberare l’affettività negli investimenti della “libido. All’uopo il sogno ci offre un consistente assaggio:

 

“Vuole raccontare tante cose a Sissy, ma non riesce.”

 

La psicodinamica con Sissy presenta un blocco nella parola, “infante”, Luca non sa parlare del suo passato a Sissy che rappresenta in primo luogo se stesso, difesa della “traslazione”, e di poi, soltanto di poi, l’altro da sé, Sissy e tutti gli altri. Luca non sa parlare di sé a se stesso in riguardo al suo trascorso affettivo e in atto nel suo presente psichico. Il sogno suggerisce con dolcezza a Luca di integrare in maniera proficua nella sua casa psichica la dimensione affettiva per farne un tutto armonico e atto alla migliore possibile “coscienza di sé”. Quest’operazione serve per favorire “l’autonomia”, il “far legge a se stesso”.

 

IL SOGNO E’ TERAPIA

Il blocco della parola si snoda subito in una paura che sembra un pregiudizio, ma che in effetti è soltanto una paura allo stato puro e viene risolta successivamente con il ripensamento.

 

“Entra in casa dello zio e fa vedere a Sissy il piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa.”

 

Luca sta riconoscendo una parte della sua formazione psichica, quella legata alla sua reiterata esperienza siracusana durante l’infanzia e l’adolescenza, stagioni di grande trambusto psicofisico in cui avviene e si completa la formazione del carattere. Luca attribuisce a Sissy la conoscenza di una sua esperienza esistenziale legata alla Sicilia, vissuti oggetto del sogno insieme all’altra parte della sua esperienza di vita, il teatro del Veneto. “Piano terra”, “stanze enormi”, “luce soffusa”: ecco i fantasmi con cui Luca ha condensato nel sogno la sua esperienza psichica nella terra di Archimede. Decodifichiamo: Il “piano terra” della casa rappresenta a livello intellettivo la concretezza pragmatica, l’intelligenza operativa, la fattività legata all’azione, la funzione attiva e deliberante dell’”Io”. A livello sentimentale condensa un legame alla terra e all’universo femminile, alle madri e all’isteria, alle pulsioni e alle emozioni: un tratto caratteriale uterino. Le “stanze enormi” sono il simbolo di una buona recettività psichica e di una variegata duttilità sentimentale, di un’abnorme generosità e di un’acritica disposizione. Le “stanze enormi” accolgono ma contengono, ricevono ma adattano: l’ospitalità è un simbolo femminile e ha un suo prezzo. La “luce soffusa” rappresenta la parte crepuscolare della coscienza, l’emotività in eccesso e la riduzione della funzione moderatrice dell’”Io” rispetto alle pulsioni dell’”Es”, la caduta della vigilanza razionale e l’avvento del senso-sentimento. Luca vuole comunicare a Sissy la diversità della sua formazione psichica facendole vedere e visitare la casa, simbolo della psiche, e sostenendo che esiste una maniera diversa di vivere ed esternare l’affettività in Sicilia rispetto al Veneto.

 

“Le dice che in Veneto non si potrebbero fare stanze di questo tipo e lei risponde che non è vero.”

 

Lei è lui. Luca sa le cose giuste, ma si difende dal prendere coscienza dell’importanza d’integrare la sua sfera psichica affettiva nel versante siculo e nel versante veneto. Luca deve capire che la diversità culturale è stata vissuta come una frattura nella sua “formazione reattiva”, il carattere, come una ferita legata allo sbalzo psichico, come un “fantasma di perdita”, prevalentemente affettiva in questo caso. Luca deve accomodare questi tre punti e operare una panacea alle sue difficoltà trasformandole in virtù.

Questo per quanto riguarda la relazione con se stesso. Per quanto riguarda la relazione con l’altro da sé, Sissy in prima istanza, serve la parola: il dono di parti di sé, l’investimento di “libido”, la comunicazione e la condivisione, la sicurezza e la generosità. La “parola mitica” è energia vitale, creazione, evoluzione, espressione della dimensione psichica profonda. La “parola fantasma” è “libido genitale”, piacere del dare, presenza e cura. La “parola sociologica” è retorica o arte del persuadere, oratoria o arte del bel dire, eristica o arte del convincere. Ricordiamo che il vangelo di Giovanni esordisce con “In principio era il Verbo” e tesse le lodi creative della parola divina. Il “fantasma della parola” si traduce in dimensione inconscia e creatività, isteria e catarsi, affetto e relazione, identità psichica. Ritornando al portentoso abbraccio con la nonna, Luca “non vede niente” ossia si abbandona all’emozione e al sentimento sospendendo le funzioni dell’”Io”; inoltre, attribuisce alla nonna le parole che non ricorda, ma che pensa riguardino i sentimenti d’amore esplicitati dalla nonna al suo essere bambino.

Procediamo con le figure genitoriali. All’inizio del sogno si erano profilate, ma Luca le aveva congedate in maniera rapida e chiara.

 

“Arriva a casa di suo zio a Siracusa e incontra i suoi genitori che gli suggeriscono di suonare il campanello.”

 

Non ci sono particolari simboli e tanto meno conflitti, ma soltanto genitori semplici e didattici che aiutano a risolvere problemi pratici. Di poi, subentra il “fantasma materno” nella figura della nonna e il “fantasma paterno” nella figura del nonno. Della “nonna-madre” si è detto ampiamente, mentre del “nonno- padre” il sogno offre i seguenti dati.

 

“Il nonno ha una maglietta nera con le maniche corte”, “Il nonno lo saluta con indifferenza”.

 

La figura paterna non è dominante anche perché simbolicamente la sfera psichica affettiva, di cui ampiamente il sogno di Luca tratta, si ascrive alla madre e all’universo femminile. Dominano nella figura paterna la dimensione spartana e giovanile nell’abbigliamento e l’assenza di conflitti nell’”indifferenza”, almeno per quanto riguarda la psicodinamica affettiva in questione. Il simbolo dell’indifferenza recita: difesa dal coinvolgimento emotivo e dagli “investimenti della libido”, ma nel sogno di Luca prevale la sfera affettiva e di conseguenza la madre. Il padre resta in questo caso una figura “a latere”.

 

Particolare attenzione merita il cane Gringo proprio per il tema dominante dell’affettività. Gringo è l’oggetto privilegiato su cui Luca investe al sicuro i suoi capitali affettivi, a cui si concede con naturalezza, a cui si affida e di cui si preoccupa e si prende cura.

 

“…e con i cani, Gringo e Cucciola”.

 

Gringo è l’”alter ego” affettivo di Luca, se stesso e l’altro da sé come oggetti d’amore, come campo d’amare. La “libido narcisistica”, a suo tempo non adeguatamente vissuta per la rivalità fraterna, viene recuperata e fusa con la “libido genitale”, quella donativa e a cui non mancano le parole, quella adulta e non infante, quella che si abbandona fiduciosa nel dare piacere e nel prendere godimento. Gringo è la condensazione di Luca, che non è il suo padrone, ma il suo equivalente o sostituto.

 

“Sale con il suo cane Gringo al piano superiore”.

 

Quest’ultimo rappresenta il processo di difesa della “sublimazione della libido”. Mai si potrà definire in maniera più appropriata l’amore verso il proprio cane: un investimento sublimato. Gringo lo segue come un’ombra, ma non è invadente ed esclusivo perché consente a Luca di distribuirsi nel sogno sicuro che lui c’è.

 

“…poi pensa al cane Gringo e vede che è dietro di lui disteso per terra che gioca con un cuginetto. Si mette per terra con loro…”

 

Il gioco crea fusionalità e complicità, le classiche e necessarie doti del sentimento d’amore e le parole veicolano questo sentimento. L’empatia è suggestiva, ma può essere un grosso equivoco, un fraintendimento magico, un’illusione conveniente. Luca fa con Gringo le cose giuste in attesa che di prendere coscienza e di attuarle con se stesso e, di poi, con gli altri. L’investimento e l’affidamento sono i sentimenti giusti della “libido donativa”.

 

LA CONCLUSIONE

Il sogno ha il suo epilogo nel “ritorno al presente” affettivo, ai legami e ai sentimenti in atto con il ritorno nel Veneto e con la vita di tutti i giorni, una quotidianità che può non essere brillante, ma che dà grande sicurezza.

 

“…pensa che deve andare a lavorare in Veneto, che poi sarebbe tornato a casa e che Gringo e Carmela l’avrebbero aspettato.”

 

“Aspettato” è la parola che denota l’interesse affettivo degli altri. Luca è  importante per Sissy, per Gringo e per la povera Cucciola che nel sogno è stata soltanto marginalmente coinvolta. Il sogno ha operato un bel servizio per dire e per prendere coscienza. Il sogno ha detto che, come Ulisse, la formazione affettiva si avvale di un ritorno al presente con Sissy, Gringo, Cucciola, i nonni genitori, i fratelli e altri personaggi non certo minori che vogliono, a diverso titolo e modo, bene a Luca. Per quanto riguarda la nostalgia, è auspicabile contenerla nelle giuste dimensioni emotive di un ritorno gratificante al passato, di una distensione dell’anima al passato, come voleva il grande Agostino di Tagaste in riguardo al tempo e all’eternità.

 

IL SOGNO E’ DIAGNOSI E PROGNOSI

La prognosi impone a Luca di comporre la formazione caratteriale integrando al meglio la componente affettiva, di non abdicare alla conoscenza di sé e degli altri, di fidarsi degli investimenti di “libido”, di conoscersi e di farsi conoscere, di usare il paradigma affettivo “Gringo” negli affetti in atto e in divenire. Inoltre, la prognosi sollecita la risoluzione del micidiale “sentimento della rivalità fraterna”, responsabile in gran parte della sfera affettiva e delle psicodinamiche conseguenti. Per quanto riguarda la “nostalgia”, il “dolore del ritorno”, bisogna comporla nell’eterno presente e viverla come la riattualizzazione della propria significativa esperienza formativa.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nel tralignare della “nostalgia” e della “rivalità fraterna” nel “fantasma di perdita” con struggimenti legati alle frustrazioni della sfera affettiva e nel portare avanti psicodinamiche affettive insoddisfacenti che aspettano di essere completate.

 

Riflessioni metodologiche: mi preme precisare il simbolo del “cane”, al di là del trattamento riservato a Gringo da Luca nel sogno, un significato dettato dal contesto in cui il benedetto alleato era stato inserito, suo malgrado o suo bengrado. Il “cane” condensa l’affidamento acritico e la dipendenza psichica, l’alleato e l’oggetto su cui si possono trasferire i fantasmi, la traslazione di un investimento libidico di qualità prevalentemente affettiva. Altra precisazione teorica importante: la “nostalgia” non implica la “regressione” intesa clinicamente come “processo di difesa dall’angoscia”. La “nostalgia” sembra una regressione temporale in quanto riporta la psiche a svolgere psicodinamiche legate alle esperienze vissute, ma in effetti è un “ritorno al presente”, un rivivere e un rivisitare, un riattualizzare a conferma che la Psiche esula dalla categoria temporale in quanto gode di un “breve eterno”, breve perché dura soltanto una vita. Ancora: il sogno di Luca consente di formulare simbolicamente la “personalità mafiosa” a dispetto della benamata e benemerita Nancy McWillians e del suo formidabile libro “La diagnosi psicoanalitica. La struttura della personalità e processo clinico”. La “personalità mafiosa” si attesta simbolicamente nel “piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa.” oltre all’usanza del bacio: “…non sa se li deve baciare”. Chi mi sta leggendo penserà che sono un siciliano burlone, ma si sbaglia perché non mi sto riferendo all’organizzazione criminale, la mafia, ma alla cultura, a un dato culturale, a un’interpretazione di se stessi e della realtà, uno schema che alberga e impera. La riporto: il “piano terra” della casa rappresenta la concretezza pragmatica, l’intelligenza operativa, un legame all’universo femminile, alle madri, alle pulsioni isteriche, mammasantissima”, e alle emozioni forti. Le “stanze enormi” sono il simbolo di una buona recettività psichica e di una variegata duttilità sentimentale, di un’abnorme generosità e di un’acritica disposizione. Le “stanze enormi” accolgono ma contengono, ricevono ma adattano: l’ospitalità è un simbolo femminile e ha un suo prezzo. La “luce soffusa” rappresenta la parte crepuscolare della coscienza, l’emotività in eccesso e la riduzione della funzione moderatrice dell’”Io” rispetto alle pulsioni dell’”Es”, la caduta della vigilanza razionale e l’avvento del “senso-sentimento”. Questo è quanto.

 

“COMUNQUE ANDARE” O “AMOR FATI”

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Alle ore 11.26 del giorno 17 luglio dell’anno 2016 la canzone “Comunque andare”, interpretata da Alessandra Amoroso e scritta insieme a Elisa, altra valente cantautrice, aveva registrato su “facebook” 33.893.599 visualizzazioni. Sono rimasto due volte colpito. Il primo scossone me l’ha dato l’ascolto di questa canzone magistralmente eseguita dalla fascinosa voce dell’Alessandra Amoroso, il secondo scossone è venuto dal numero elevato di fruitori. Mi sono chiesto da cosa potesse dipendere tanto ascolto e, tralasciando i tanti meccanismi di diffusione pubblicitaria, ho rivolto l’attenzione al testo, ai fantasmi che poteva contenere e scatenare negli ignari ascoltatori. Ho rilevato che il testo della canzone ha una sua logica consequenziale e discorsiva. Tratta della scelta esistenziale di riscattarsi dal dolore del passato e di vivere intensamente le varie esperienze del presente sotto l’egida dell’amore: una strategia di vita, un riscatto dal dolore, una visione ottimistica. Questo contenuto è espresso in una valenza gradevolmente “ermetica” e si snoda dinamicamente tra “significato” e “significante”, comunica una trama di grande interesse lasciando a chi ascolta la possibilità di riversare nel testo letterario e nel contesto musicale del materiale psichico personale, il “significante” per l’appunto. “Comunque andare” può essere, quindi, considerata una canzone poetica molto ricettiva perché consente all’ascoltatore di trovarsi dentro una situazione di vita conflittuale e segnata da un amore in atto e vissuto in una cornice ottimistica dell’uomo e dell’esistenza. Ho pensato, allora, di trattare il testo come un “sogno a occhi aperti”, una “fantasticheria” poetica molto prossima alla realtà, un prodotto psichico con i suoi “fantasmi” che provocano e riverberano fantasmi altrui facendo eco e creando fascino e tanto ascolto. Alla particolare struttura psico-poetica del testo bisogna aggiungere il veicolo fortemente emotivo della musica, dei personaggi Amoroso ed Elisa, della diffusione capillare e organizzata. A questo punto non resta che procedere nella decodificazione del “sogno a occhi aperti” che fa sognare, sempre “a occhi aperti”, milioni di persone che lo ascoltano in ritmo musicale e offerto da una bella presenza e da una poderosa voce. Procedo nel cogliere la psicodinamica e i “fantasmi”, i responsabili profondi del coinvolgimento emotivo, a riprova che a livello psichico esiste una buona democrazia e una giusta tirannia: ognuno viene pilotato dal testo e ci mette del suo materiale psichico. Del resto, l’uomo è un animale condizionato sin dal grembo e può aspirare soltanto a una libertà condizionata.

“Comunque andare”: “amor fati”, amore del proprio destino di uomini, accettazione consapevole dell’essenza umana e altrettanto consapevole esercizio del vivere in maniera attiva e fattiva, una vita non spericolata alla Vasco Rossi, ma sicuramente aliena da noia e da depressione: una vita da protagonista. “Homo faber suae fortunae”, l’uomo è artefice del proprio destino, secondo la lezione psico-culturale del Rinascimento italiano.

“Anche quando ti senti morire”: ecco l’istanza psichica depressiva, il “fantasma di perdita”, il morire in vita, l’impedimento a far nascere dalla propria interiorità i progetti pensati e le parti migliori di sé, l’angoscia di non sapere dare realtà a ciò che ancora di noi stessi non è nato e che aspira ardentemente a vedere la luce.

“Per non restare a fare niente aspettando la fine”: si precisa ulteriormente il “fantasma depressivo della perdita”, l’inerzia del nulla in attesa della morte, la fine temporale del vivere senza investire la naturale “libido”. E’ una meravigliosa sintesi clinica della depressione. Facciamo le cose che ci sono da fare in questa vita: questa è una buona psicoterapia.

“Andare perché ferma non sai stare”: contro la pulsione depressiva e contro l’angoscia di perdita si conferma la risoluzione del “fantasma” nell’agire e nel fare, nel trionfo risolutivo del vivere investendo le migliori energie.

“Ti ostinerai a cercare la luce sul fondo delle cose”: la “luce” condensa la razionalità, il senso logico della propria realtà, la visione ottimistica della vita: il “divino umano”. La “luce” scruta il “fondo” profondo e lo illumina, la “luce” rischiara il materiale psichico profondo e rimosso, la “luce” avvolge i vissuti caratteristici del vivere e dell’essere uomini. La “luce” è in alto, ma scende a illuminare l’essenza della realtà e l’importanza della materia. La “luce” è una tenace ricerca della “coscienza di sé” attraverso la reintegrazione delle parti psichiche profonde e non adeguatamente riconosciute.

“Comunque andare”: “amor fati”, amor proprio, amorosa cura di se stessi e del proprio destino, “la cura” di Franco Battiato, l’investimento gradevole e salutare della propria “libido”.

“Anche solo per capire”: la vita vale la pena di essere vissuta anche per la consapevolezza di se stessi e per la comprensione della realtà. “Capire” condensa il senso e il significato, il metter dentro di noi e il prendere, un “capire carpire” con una valenza intellettiva. La ricerca della razionalizzazione e dell’integrazione del “fantasma di perdita” continua con l’incalzare del registro musicale e del gioco delle tonalità.

“O per non capirci niente”: una forma di comprensione, la coscienza dell’impossibilità di cogliere la verità, quella verità che si nasconde sempre e che si deve disoccultare, quella verità che può anche non venire alla luce. La consapevolezza di sé è risolutiva anche nell’ignorare. Il “saper di non sapere”, di socratica memoria e antitetico all’arroganza intellettuale dei Sofisti, è una consapevolezza propedeutica a una migliore “coscienza di sé”. La parola “verità” si collega etimologicamente al greco “aletheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità, quindi, si nasconde e spetta all’uomo toglierle il velo, quel “velo di Maia” che la copre e la confonde e di cui scrisse Schopenhauer. Quant’è faticosa la strada che porta all’autocoscienza!

“Però all’amore poter dire ho vissuto nel tuo nome”: un tema apparentemente obsoleto quello dell’amore, ma che s’inserisce molto bene nel contesto musical poetico. L’amore simbolicamente equivale alla fusione psicofisica, alla comprensione emotiva e non necessariamente logica, al senso di abbracciare, alla “libido genitale” del dare con piacere e trasporto, al coinvolgere e comprendere. “Eros” prevale su “Thanatos”, il piacere dell’aver un buon demone dentro, “eudaimonia”, supera il dolore e l’angoscia. Inoltre, il vivere nel suo “nome” appare simbolicamente inquietante, dal momento che viene battezzato il senso della vita. “Sia santificato il tuo nome”: il nome al posto di una filosofia di vita e di un riconoscimento dell’altro, il culto della “pietas” come valore di vita. In effetti, l’amore evocato è l’amore di se stessi e del proprio destino, “amor fati”. Quanti aspettavano un uomo in carne e ossa per Alessandra e per Elisa restano delusi, ma il testo non è banale, come banali non sono le donne che l’hanno concepito.

“E ballare”: la terapia del fare, l’investimento della “libido”, l’isteria del vivere. Il “ballo” è la condensazione simbolica dell’armonia psichica in riferimento all’unità “psiche-soma”, il nostro “tutto” quotidiano. Il “ballare” è una scarica purificatrice, una “catarsi” aristotelica delle angosce che contraddistinguono l’essere umano nella sua evoluzione psichica ed esistenziale. “Ballare” è sensazione di leggerezza e di armonia nei movimenti del corpo e nei voli della mente. “Ballare” evoca il culto di Dioniso nell’antica Grecia del sesto secolo “ante Cristum natum” e la variazione dello stato di coscienza legato al movimento ritmico.

“E sudare sotto il sole”: s’intensifica la valenza catartica dell’angoscia nella conversione isterica del sudore, della nobilitazione dell’ansia e della “sublimazione “della paura, un meccanismo psichico di difesa naturalmente disponibile nella sua immediatezza ed efficacia. “Sudare sotto il sole” ha un nesso logico consequenziale, dal momento che il calore del secondo favorisce l’effetto del primo, ma ha soprattutto ha un nesso simbolico nell’esprimere poeticamente l’atto faticoso del vivere nella consapevolezza di sé e della propria realtà. Il “sole” resta sempre il simbolo della luce razionale, della consapevolezza dell’”Io”, del principio di realtà e della realtà psichica in atto.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: un richiamo alla “libido epiteliale, “la pelle”, in funzione di un eccesso di vitalità e di lucidità. La “pelle” bruciata rievoca l’intensità del vivere in base al “comunque andare”, ma mentre quest’ultimo in precedenza era un naturale andare in onore all’amore del proprio destino di vivente, adesso il “comunque andare” si è esaltato in una vita intensamente vissuta. “Non importa” la conseguenza sulla pelle, “transeat”, passi pure, sia concessa in deroga ai divieti e ai dettami morali del “Super-Io”, perché la pelle bruciata sa di esperienza affettiva ed erotica, di un affidamento a se stessi e alla vita dei sensi.

“Se brucio i secondi, le ore”: s’introduce il tempo, il “fantasma del tempo” nella sua valenza positiva, il concetto particolare di tempo antidepressivo, quello che non incorre in processi di perdita, il tempo fatto di “secondi”, l’immediato del “carpe diem” e l’eternità psichica del “momentum”, e il tempo storico, “le ore”, quello della continuità, dell’esercizio della vita e dell’affettività. In precedenza ha bruciato la pelle e il suo erotismo, adesso è naturale vivere con la stessa intensità il tempo nel suo scorrere e nel suo fermarsi, nella storia e nell’attimo.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: si presenta apparentemente “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e soprattutto di persone. In effetti si tratta di una proiezione di se stessa, delle parti psichiche rimosse e conflittuali. La vista arriva come il senso giusto dopo il tatto esaltato dal sole che brucia. L’investimento libidico su se stessa è stato fatto e il riscontro è quasi necessario: “mi vedo e cosa vedo”. Cosa ho allucinato di me stessa? Come ho esaltato la mia consapevolezza? Mi sono accorta che esisto per me? E ancora… le domande fatidiche e gettonatissime: cosa mi sembra e cosa mi piace di me? Importante parlare di me, di come mi vedo e di cosa vedo, sempre di me. La relazione amorosa con se stessa è servita da Alessandra e da Elisa su un piatto simbolico d’argento: un investimento di “libido” maturativa più che narcisistica, una forma di “amor proprio” più che un egocentrismo, un amore gratificante e gaudente verso se stessa.

“Sono qui davanti a te”: l’offerta di sé a se stessa si completa, la “libido” si esalta nell’amor proprio, la seduzione erotica si allarga al corpo che si fa vedere e si dispone. “Redde rationem!” Adesso “rendimi conto” di quello che hai investito e seminato in riguardo a te stessa. Così avrebbero detto gli antichi Romani in un impeto di sicurezza. Dopo titubanze e conflitti la disposizione e l’offerta si esplicitano nella loro completezza. Il “sono qui davanti a te” evoca il fantasma dell’offerta sacrale, non certo sacrificale, del proprio “corpo-mente”, il senso della preziosità dell’oggetto e della sua delicatezza nello stesso tempo. Importante non fuggire da sé e dalla presa di coscienza delle parti psichiche emergenti dal profondo. “Sono qui davanti a te” non tratta dell’uomo giusto secondo natura e secondo cultura, ma di se stessa con se stessa e condensa anche l’ambivalenza dell’essere indifesa e dell’essere sicura, un “timore e tremore” insieme a un “eccomi tutta per me” per prendere coscienza del mio “fantasma di perdita” rimosso e per integrarlo nella mia persona.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: il quadro emotivo si esplicita nei simboli del “bagaglio”, della “paura” e del “desiderio”. Il “bagaglio” rappresenta la “resistenza”, il materiale psichico che impedisce l’autocoscienza, il peso della vita nella consapevolezza, l’impegnativo peso dell’autocoscienza, quel “sapere di sè” che coinvolge e responsabilizza specialmente nella vita relazionale. La “paura” condensa la giusta emozione legata sempre alla consapevolezza della propria irripetibile individualità che viene sondata, una tensione consapevole in riguardo a un oggetto preciso, un oggetto interiore. Il “desiderio” scende etimologicamente dalle stelle, de sideribus”, e rappresenta la concretizzazione materiale di vissuti e sensazioni sublimate in precedenza per senso d’indegnità o per una naturale insicurezza. Mettiamo simbolicamente in cielo e in attesa di viverlo tutto ciò a cui aspiriamo e che vogliamo vivere. La partita si gioca sempre tra i poli psichici dei naturali conflitti con se stessi, il valore e la dignità, la coscienza e la capacità.

“Comunque andare”: ritorna per esigenza dell’insieme “testo-musica” la cura amorosa di se stessi e del proprio equilibrio psicofisico, una sollecitazione terapeutica che impone di non incorrere in processi depressivi di perdita.

“Anche quando ti senti svanire”: nei precedenti versi era “morire”, adesso si è evoluto malignamente in “svanire” per attestare che il testo ha un sottofondo psichico pessimistico, un sottobosco crepuscolare. Decisamente si tratta di un peggiorativo a livello di fantasma, perché lo “svanire” si attesta in un consistente “fantasma di morte” associato a un profondo e filosofico “nichilismo”. “Svanire” condensa la “vanitas vanitatum”, la concezione della vita come “vanità delle vanità”, come vuoto, come nulla, come assenza di un progetto e, quindi, impossibilità d’investimenti dell’energia vitale, la “libido”. La depressione più bieca si presenta nel “quando ti senti svanire” sotto la forma di nullificazione della vitalità.

“Non saperti risparmiare”: ecco l’antidoto alla depressione che bussa alla porta. Ecco la soluzione alla “vanità delle vanità”: investire al massimo e vivere alla grande. Non si tratta di generosità nei riguardi del prossimo, bensì di una scelta di vita che vuole la realizzazione del proprio “sé” attraverso l’agire e il fare. Si tratta di amor proprio, quel buon “sentire di sé” che sta nel mezzo tra l’egoismo e il narcisismo. Il “non saperti risparmiare” arriva all’isteria del vivere? Certamente evoca un benefico coinvolgimento orgasmico che allieta la vita di chi sa coinvolgersi e non lesinarsi con il metro di un modesto ragioniere.

“Ma giocartela fino alla fine”: ecco in gergo giovanile quanto detto prima in termini aulici. Il linguaggio popolare ha una formidabile capacità di sintesi e di resa psichica. La vita è un gioco e chi gioca rischia ma gode in ogni caso. Chi vive intensamente da qualche parte arriva sempre. La simbologia del “gioco” contiene anche le relazioni sociali di vario tipo e di vario genere, un gioco che può tralignare nella truffa, un gioco che può sublimarsi nel capolavoro. La tenacia del “fino alla fine” attesta di una volitività incredibile e classica delle persone che hanno maturato una buona autostima attraverso la sofferenza. La “fine” è intesa come il termine temporale di ogni singola azione e singolo progetto, ma anche come il processo naturale della fine della vita, la morte.

“E allora andare”: ritorna la formula dell’”amor fati” a confermare che la soluzione vincente per ogni uomo è vivere la vita intensamente giocando sempre e fino alla fine. Questa è la verità esistenziale!

“Che le spine si fanno sfilare”: una bellissima immagine e una buona metafora. Si tratta di una simbologia mista: da un lato fallica e dall’altro lato sensoriale, l’organo sessuale maschile e il sentimento sensuale del dolore. E’ ridotta la valenza erotica sessuale a vantaggio di quella sensoriale, emotiva e sentimentale. Il dolore passa e si risolve, il vivere e l’agire aiutano a non soffrire. I conflitti più acerbi si risolvono e senza grande danno. Si tratta della “sublimazione” di una simbologia sessuale verso sfere prevalentemente affettive, i dolori del cuore, le sofferenze dell’anima, le ferite psichiche da cicatrizzare.

“E se chiudo gli occhi sono rose”: per l’appunto, come si diceva in precedenza, al dolore subentra la consapevolezza e la crescita personale, all’oggetto parziale, la “spina”, subentra l’oggetto totale, la “rosa”, che resta a testimoniare dell’esperienza dolorosa vissuta ma con un senso compiuto. Ogni esperienza serve a farti crescere. La figura retorica della “sineddoche”, “spine-rosa”, è tanto opportuna quanto poetica. L’atto del “chiudere gli occhi” attesta simbolicamente di una volontaria sospensione della vigilanza razionale per adire a un abbandono alla vita crepuscolare della mente e all’esaltazione dei sensi.

“E il profumo che mi rimane”: non è ancora finita la compensazione psicofisica, perché le rose hanno anche un profumo, un buon profumo che resta a ricordare l’esperienza vissuta, sublimata e positivizzata. Il profumo è simbolicamente eccitazione sensoriale e traslazione di una presenza. Dalla “spina- dolore” alla “rosa- amore” e al “profumo- ricordo”: così si snoda la vita.

“Voglio ballare e sudare sotto il sole”: ritorna il vivere intensamente e l’isteria del vivere con la piena consapevolezza. Il “sole” fa sudare e illumina, un’apparente contraddizione, una buona convivenza simbolica che produce fascino nella combinazione delle figure retoriche e dei simboli, “ballare”, “sudare”, “sole”: vivere forte, vivere intenso, sapere di sé. Questa è una triade dialetticamente efficace.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: ritorna l’erotismo epiteliale, la “libido” vissuta e incentrata tra la consapevolezza e l’eccesso, l’abbandono e l’affidamento. La fallacia e l’errore, del resto, sono attributi umanissimi.

“Se brucio i secondi, le ore”: il tema del tempo, della vita che scorre e deve essere vissuta nell’attimo, i “secondi”, il “breve eterno” psichico, o nel trascorrere storico e istituzionalizzato delle “ore”. Una storia d’amore s’inanella tra l’uno e l’altro, mente una storia di sesso si svolge nell’attimo e non ha memoria, altrimenti richiama la sofferenza della nostalgia perché il presente è avaro di stimoli.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: ehi, tu! Come mi vivi? Cosa t’interessa di me? Cosa ti fa impazzire di me? Io sono tanta e tante cose, ma tu quali parti di me prediligi? In che cosa ti colpisco, ti abbaglio, ti ammalio? Per me è molto importante sapere di me. Per me è essenziale non essere trasparente o tanto meno ignorata da me stessa. Tu dimmi, parlami, inondami di sguardi, regalami parole, tutte quelle parole e tutti quegli sguardi di cui io ho bisogno per fidarmi di me stessa e per affidarmi a me stessa. Questo sembra essere “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e di persone, ma, in effetti, si tratta delle parti psichiche estromesse e conflittuali dell’Io, le parti psichiche alienate e che non hanno ancora visto la consapevolezza. La vista è il senso giusto per compattare la “coscienza di sé”. La storia psichica è completa e pronta per la complicità e la seduzione.

“Sono qui davanti a te”: un’offerta di sé a se stessa che sa di sacro e di profano. Sacro è il dono di sé, l’offerta totale e l’esposizione acritica per acquisire le parti conflittuali e rifiutate di se stessa; profano è il sotteso, quello che s’intende ma che ancora non si dice. La cultura occidentale e le religioni monoteistiche fanno fatica a concepire il sacro nella materia, ma questa immagine del “sono qui davanti a te” è altamente mistica, una teologia della materia, del corpo, del culto del corpo ossia l’erotismo. Il verso si corregge con “sono qui davanti a me” per superare le mie resistenze a incarnare l’autocoscienza.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: appunto,” sono qui davanti a me” con tutti i miei conflitti psichici, con tutte le zavorre culturali, con tutto quello che ha impedito la mia consapevolezza, con tutte le mie resistenze. Io mi offro le mie debolezze e le mie ambizioni, quello che ho temuto e temo, quello che ho voluto e voglio: la mia dimensione umana nei versanti più personali e interiori. Io mi offro tutto ciò che scende dalle stelle e che non ha trovato le parole giuste per dirlo per la maledetta paura di non essere capita e accolta.

“Comunque andare”: in ogni caso bisogna vivere e vivere al meglio possibile, vivere dentro e fuori il migliore dei mondi possibili.

“Perché ferma non so stare”: non amo l’indolenza e l’accidia, mi piace agire, fare e brigare. La depressione non fa per me. La sensibilità alla perdita rientra nella mia formazione psichica e per questo devo riconoscerla e tenerla sotto controllo come una parte naturale di me. Il “fantasma di perdita” va riconosciuto e controllato o meglio ancora sublimato nella sensibilità estetica, nella musica e nell’arte per esempio. Ma guarda caso!

“In piedi a notte fonda sai che mi farò trovare”: ecco che si disocculta ciò che si era intravisto, supposto e immaginato, l’uomo da amare, l’uomo che verrà a notte fonda e la troverà disponibile a essere per lui: un amplesso totale. Ma quest’uomo è la parte rimossa di lei che diventa consapevole. La notte rappresenta il crepuscolo della coscienza, l’assenza di ragione, il massimo di emozione, il trionfo neurovegetativo. In tutto questo tripudio lei sarà presente nel lasciarsi andare dopo il “sole”, dopo aver sudato e agito tanto, finalmente si rilasserà. C’è un contrasto tra “in piedi”, la vigilanza dell’Io, e la “notte fonda”, la dimensione psichica profonda e inconsapevole. La ricerca dell’autenticità e della completezza psicofisica passa attraverso un investimento d’amore su se stessa dopo essersi posta come oggetto di conquista. Amo il mio destino nella compattezza psichica, nella luce e nelle tenebre. La psiche si è integrata nelle parti rifiutate e rimosse, nelle parti conflittuali ed estromesse per difesa.

“E voglio ballare e sudare sotto il sole”: adesso è tempo di godere di sé. “Nunc bibendum est !” Il rito dionisiaco si può vivere in piena consapevolezza. Per il resto si tratta di una ripetizione funzionale al registro musicale, di un rafforzamento del vissuto e dell’induzione di un “significante” nel fruitore. Chi ascolta capisce, si commuove, rievoca, riempie il recipiente vuoto con i suoi vissuti.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: adesso si può anche azzardare, vivere le esperienze giuste con pienezza di presenza e di partecipazione, senza bagagli, senza paure e senza quei desideri che sono scesi dalle stelle e si sono realizzati.

“se brucio i secondi, le ore”: anche il tempo si può vivere pienamente e intensamente nelle sue sfaccettature storiche ed eterne, nelle sue dimensioni mediate e immediate, nelle “ore” e nei “secondi”.

“E voglio sperare quando non c’è più niente da fare”: “in extremis” si recupera e si manifesta ancora il “fantasma depressivo della perdita”, il “fantasma di morte” con cui il testo della canzone, il “sogno a occhi aperti”, la poesia, la “fantasticheria” è iniziata e con cui ha fatto l’amore entrando e uscendo da quel contesto psichico pessimistico, ponendo e risolvendo l’angoscia della perdita e della solitudine. Lo “sperare” è l’ultimo atto affermativo di fronte all’improvvida e infausta caduta nel “nulla eterno”, “quando non c’è più niente da fare”. Particolarmente intrigante ma altamente umana è questa dialettica tra la pulsione affermativa e la pulsione distruttiva, una psicodinamica che si sviluppa tra opposti e nella coincidenza degli opposti, rievocando umane debolezze e sicure virtù. Il simbolo “sperare” attesta la mortificazione degli investimenti della “libido”, l’affidamento acritico, la debolezza dell’Io, la dipendenza psicofisica, la crisi dell’autonomia psichica. Decisamente questo è il verso psicologicamente più critico del componimento di Elisa e Alessandra, ma resta sempre alta la proprietà del testo di dare a chi ascolta la possibilità di catapultarsi con l’emozione in una obsoleta dimensione di teatrale sofferenza. Si prova più gusto a soffrire che a godere.

“Voglio essere migliore finché ci sei tu”: ecco la giustificazione e la compensazione a tanto supposto disastro esistenziale. L’investimento affettivo e amoroso su se stessi rende migliori. La “libido” è nella fase matura dell’evoluzione psichica proprio dopo aver recuperato se stessi nella propria interiorità e completezza.

“E perché ci sei tu da amare”: sembra una caduta nel tema obsoleto delle canzoni e invece si tratta del recupero di sé e della giusta motivazione all’investimento della “libido” su se stessi in primo luogo. Di poi, si potrà amare “l’altro da sé”, la tanto attesa figura e la supposta persona.

“Dimmi se mi vedi e cosa vedi”: ritorna l’introspezione e l’autoanalisi.

“Mentre ti sorrido io coi miei difetti”: l’autoironia non guasta mai, così come la comprensione dei propri limiti e delle inevitabili mancanze. Il sorridere equivale simbolicamente alla compiacenza di chi si conosce nei meandri più segreti e ha potuto sperimentare la precarietà e la debolezza per farne la propria forza.

“Ho radunato paure e desideri”: per conoscersi ha dovuto vincere le sue resistenze, quelle false idee e convinzioni su se stessa che occultano la verità.

Bravissime le nostre formidabili donne!

In conclusione si può affermare che la decodificazione del testo di una complessa e gradevole canzone di musica, detta leggera ma che tanto leggera non è, ha colto la psicodinamica della reintegrazione psichica da parte dell’”Io” di parti conflittuali rimosse e nello specifico del “fantasma di perdita”. Il successo è legato a tanti fattori, ma in primo luogo all’evocazione profonda di pulsioni attrattive legate al rimescolamento dei fantasmi che formano la struttura della nostra storia psicofisica. Nel congedare questa ricerca invito il mio affezionato e paziente lettore a riascoltare la canzone per sentire l’effetto che fa dopo aver saputo della profondità del testo.

IL PADRE FANTASMA E IL PADRE REALE, L’ORSO NERO E L’ORSO GRIGIO

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“Linda sogna un orso nero che vaga per le vie del borgo,
dentro e fuori le case.

Non c’è paura.

Poi l’orso non si trova.

Linda lo ritrova.

E’ grigio e si trova in camera sua e ha uno stupendo cucciolo.

Linda ricorda il pelo morbido e caldo.”

Finalmente nei sogni è saltato fuori l’orso, l’animale più amato e ricercato dai bambini nella veglia in versione pelouche o cartone animato, “l’oggetto transferale” più magico di un sedicente maghetto, l’animale su cui si sono investite e condensate le paure più intime, l’amuleto opportuno per esorcizzare le angosce più assurde, l’alleato più grazioso per la nostra serenità presente e futura. Insomma l’orso non è un semplice animale. Tutt’altro! L’orso è un complesso simbolicamente vario che viaggia dall’investimento personale, il mio amuleto e il mio portafortuna, alla condensazione collettiva, il “fantasma”. Ricordo che in sede d’esame una studentessa, avanti con gli anni e con la sensibilità, aveva spavaldamente appoggiato sul banco un orsetto di pelouche e aveva comunicato con altrettanta spavalderia il duplice effetto psichico: il primo era affettivo perché glielo aveva regalato il suo innamorato, il secondo era scaramantico perché le aveva portato sempre fortuna nelle prove più ardue della sua vita. E anche quella volta quel semplice pupazzetto fece la sua benefica parte: la signorina fu promossa con il massimo dei voti. Potenza della suggestione! Quindi, riepilogando, a livello individuale l’orso ha una valenza positiva, sia che si sorbisce per un fine personale, la studentessa, e sia che si somministra davanti a un televisore per intrattenere i bambini e non, Yoghi e Bubu. Del resto, chi non ha avuto un orsacchiotto come compagno di viaggio nella vita per esorcizzare le angosce notturne? Chi non si è mai addormentato con il suo orsacchiotto? Lo avete chiamato Vavavà, Buky, Nerino, Bianchino, lo avete soprannominato nei modi più impensati e personali, lo avete investito di tante energie positive, per cui adesso non ci resta che passare al sogno di Linda e decodificare il “fantasma dell’orso”.
L’”orso” condensa simbolicamente l’introversione e la chiusura relazionale, l’ambivalenza psichica e l’ambiguità affettiva, l’autonomia e la diffidenza, la forza e la protezione, il tutto in riferimento alla figura paterna. Ebbene, sì! L’”orso rappresenta il padre nei vissuti dei figli, soprattutto i maschi. Anche la sapienza popolare all’orso riserva un trattamento di chiusura e di ostilità, d’isolamento e di crudeltà. Del resto, l’orso è un animale vissuto in maniera ambigua perché coniuga la ferocia con la tenerezza, la crudeltà con il calore affettivo. La diversità del vissuto tra figli e figlie in riguardo all’orso si attesta nell’alleanza con il nemico in esorcismo dell’angoscia di castrazione da parte del maschio e nell’assimilazione del padre come figura maschile desiderata e nel conseguente vissuto edipico da parte della femmina. Il figlio vive in maniera diversa l’orso rispetto alla figlia. Vediamo l’evoluzione dell’orso nella psicologia infantile. Nel primo anno di vita l’oggetto viene conosciuto e assimilato attraverso la bocca, di poi viene mentalmente scisso in positivo e negativo e, di poi ancora, viene vissuto come oggetto intero conservando la valenza positiva e negativa. Verso i due anni di vita il bambino ha già formato un bel “fantasma orso” in riferimento al padre. L’orso è la traslazione del padre con il corredo degli attributi di cui si è detto in precedenza. Verso i quattro anni la mente del bambino è in grado di concepire il freddo concetto logico dell’orso, una conoscenza che al sogno non interessa.

Passiamo al “resto notturno” di Linda dopo queste importanti precisazioni. Si tratta di un sogno sintetico che ho voluto trascrivere a mo’ di poetici versi per esaltarne la semplicità e la profondità, la “bellezza” in un solo termine. Linda è una donna matura e sviluppa nel sogno il suo personale “iter” psichico in riguardo alla figura paterna, passando dalla fase fantasmica alla fase del riconoscimento in risoluzione della “posizione edipica”. E proprio la completezza di questo processo che attesta della maturità attribuita dianzi a Linda: dall’orso nero all’orso grigio, dal fantasma del padre a suo padre con tutti gli annessi e i connessi psichici del caso. Vado a estrinsecare quanto ho affermato.

“Linda sogna un orso nero che vaga per le vie del borgo,
dentro e fuori le case.”

Ogni casa ha un bimbo, ogni bimbo ha il suo papà, ogni casa ha il suo papà. Non si tratta di un sillogismo aristotelico, ma di un vissuto collettivo: nella “casa” psichica di ogni bambino c’è un padre da vivere e d’assimilare, un padre da sentire e da modulare, un padre da conoscere e da imitare, un padre da investire di “libido”. “Per le vie del borgo”, nella società dei grandi ci sono tanti padri, uno per ogni bambino e tutti fascinosi “orsi”. “L’orso nero” è come “l’uomo nero”: la “parte negativa del fantasma padre”, un attributo maligno e punitivo della figura paterna nei vissuti paranoici del bambino durante il primo anno di vita secondo le sue modalità psico-cognitive e in base al meccanismo difensivo della “scissione”. Tutti i bambini del borgo sanno dell’”uomo nero”, quello che porta via i bambini cattivi nei maldestri racconti delle nonne e delle mamme, racconti che fanno proprio perno sulla “parte negativa del fantasma del padre” che il bambino ha già elaborato. Infatti, tutti i bambini hanno dentro un padre buono e cattivo, tutti i bambini del borgo hanno introiettato un “orso” nella sua parte buona e nella sua parte cattiva, tutti i bambini sono in via di digestione di questo pesante boccone. L’atto del vagare attesta di una figura indefinita e minacciosa, psichicamente e affettivamente ambigua.

“Non c’è paura.”

Nonostante tutto, il papà non fa paura, si conosce nella sua identità, si aspetta con trepidazione, si accoglie con gioia, si vive intensamente. E’ una figura importantissima come la mamma, “mutatis mutandum”, con ruolo e funzione diversa nella necessaria crescita del bambino. Linda rievoca la sua evoluzione psicofisica insieme al padre. Il sogno segue passo dopo passo lo sviluppo interiore della figura paterna, la sua progressiva conoscenza e razionalizzazione.

“Poi l’orso non si trova.”

Ma quale orso? L’orso nero, quello cattivo o vissuto tale! In effetti l’orso nero si supera e si recupera la parte positiva del fantasma dell’orso, si evolve la figura del padre anche nel suo versante affettivo e protettivo. Il bambino si rassicura sul padre al punto di servirsene per la sua crescita, rimuove il vecchio “orso nero” e investe edipicamente il papà buono, il prossimo “orso grigio” di Linda. Il padre non è più vissuto soltanto come una minaccia per la sopravvivenza, ma diventa nei vissuti del figlio un alleato e un complice per la sua crescita. Il bambino ha cinque anni ed è alle prese con i mille impegni della sua vita sociale, per cui è costretto a ben sistemare dentro la figura paterna per poi passare al definitivo riconoscimento, condizione unica ed essenziale della sua autonomia psichica.

“Linda lo ritrova.”

Eccolo qui il vero e personale orso di Linda, un padre pronto a essere sistemato nel suo cuoricino di bambina e nella sua mente di donna. Linda è matura, ha ritrovato e riconosciuto suo padre. In effetti, lo ha recuperato nel suo sogno dai meandri più profondi della sua psiche e lo ha riportato alla luce nella migliore versione possibile. Brava Linda!

“E’ grigio e si trova in camera sua e ha uno stupendo cucciolo.”

Linda ha rassettato la figura paterna nella sua casa psichica e in particolare nella “camera” a lui riservata, quella dei genitori, delle radici, delle origini. Orgogliosamente ha introdotto anche se stessa come lo “stupendo cucciolo” del papà. Ma non è ancora finito questo viaggio onirico di Linda sul papà e dintorni.

“Linda ricorda il pelo morbido e caldo.”

Linda ricorda il suo bisogno di avere un padre tenero, “il pelo morbido”, e affettuoso, “il pelo caldo”. Una realtà o un desiderio? A Linda l’ardua sentenza!

Questo è “l’iter edipico” di Linda di cui si diceva all’inizio e puntualmente rilevato dal sogno in maniera sintetica e chiara. E’ opportuna un’ultima precisazione. L’”Immaginario collettivo” differenzia l’orso dall’orsa: il papà è “orso” e basta, la mamma prima di essere orsa è sempre “mamma orsa”. L’ambivalenza psichica e l’ambiguità affettiva è riservata al padre e non alla madre in questo preciso simbolo dell’orso. L’orsa è sempre mamma calda e tenera senza ambiguità e senza sconti. Questo almeno succede nell’”Immaginario collettivo” in riguardo al simbolo “orso”. Del resto, in natura l’orso maschio genera ma non accudisce i figli, anzi è un pericolo per la loro sopravvivenza perché, come Etologia insegna, è capace di ucciderli e divorarli non per fame ma per accelerare il “calore” nella femmina e appagare il suo istinto sessuale, la propria “libido genitale” nella forma più nuda e più cruda. Stessa cosa dicasi per il leone, per il gatto e per altri animali più o meno feroci.

La prognosi impone a Linda di mantenere questo buon vissuto nei riguardi del padre e di gustarne al massimo i benefici vissuti, sempre in attenuazione dei sensi di colpa che inevitabilmente avvolgono la sacralità della figura paterna.

Il rischio psicopatologico comporta il ridestarsi di un conflitto edipico con il padre e la conseguente psiconevrosi con somatizzazioni d’ansia e crisi di panico.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Linda attraversa le tappe psichiche evolutive nella formazione del carattere. Si tratta di un brevissimo saggio sulla figura paterna e su come si può progressivamente razionalizzare. Del resto, non bisogna dimenticare che il “fantasma del padre” è deputato alla formazione dell’istanza psichica del “Super-Io”, la dimensione del limite e del divieto, dell’etica e della società. Un’istanza superegoica molto rigida tiranneggia le funzioni di mediazione dell’”Io” e le esigenze di appagamento libidico dell’”Es”, per cui la formazione del “Super-Io”, e in primo luogo la figura paterna in giusta dose, è determinante per la profilassi psicologica dei bambini. Un bambino con un “Super-Io” ridotto si definisce clinicamente “fratturando”. Trattasi di un soggetto che incorre facilmente in incidenti anche gravi proprio perché non ha maturato adeguatamente il senso del limite e del divieto o per eccesso o per difetto di padre. La giusta dose, come sempre, crea armonia nel carattere, la “formazione reattiva”. Il sogno o “resto notturno” è testimone delle nostre evoluzioni psichiche, le conserva scrupolosamente e le amministra al di là della nostra volontà. Il sogno siamo noi.