“NO, BELLEZZA, MI DISPIACE…”

 

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“Margarita sogna di trovarsi in un’officina dove c’è una sua collega.

Margarita le chiede se ha un po’ di benzina per la sua macchina.

La collega tocca qualche auto, poi scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”

 

I sogni sono anche racconti semplici con i quali ci esponiamo e fortunatamente non sono sempre poemi prolissi con i quali ci difendiamo. I nostri “resti notturni” possono essere assurdi nella loro linearità o anche logici e consequenziali come il sogno di Margarita, il classico esempio di come un prodotto psichico può vertere su un “fantasma” o su un conflitto psichico e relazionale, senza necessariamente chiamare in causa tutto il dizionario dei simboli o spericolate acrobazie mentali. Il sogno di Margarita si può sintetizzare in questo modo: il tempo passa inesorabilmente e trascina con sé la beltà di un corpo che sfiorisce insieme alla giovinezza. Il sogno di Margarita tratta il “fantasma depressivo della perdita” con pacatezza e disposizione alla presa di coscienza, alla razionalizzazione e alle naturali contromisure. Margarita si rende conto che le energie vitali, nello specifico la “libido” genitale, sono in calo e di questo si addolora senza sconvolgimenti emotivi degni di un teatro di periferia in quel di Napoli. Il sogno di Margarita ha anche una sua profonda “ironia” nell’esclamazione “no, bellezza, mi dispiace”, un’ilare constatazione che attesta di una pacata consapevolezza dello stato psichico in atto. Come se Margarita dicesse a se stessa: “non c’è niente da fare per te, mia cara, la bellezza non c’è più, la bellezza per te è un ricordo”. Si tratta di una brutta verità per una realtà sul viale del tramonto. Ricordo che l’”ironia”, elaborata e usata da Socrate nella sua metodologia di approccio con i Sofisti, è lo strumento principe di “destrutturazione psichica” ossia di perdita benefica delle false verità, “resistenze”, che ci raccontiamo per non modificarci e continuare a vivere. La destrutturazione è, inoltre, uno dei punti fondamentali della psicoterapia psicoanalitica. Ma ritorniamo al sogno di Margarita. Anche l’atto di scuotere il capo condensa una mimica eccezionale per attestare dolcemente l’ineluttabilità del tempo e dei risvolti corporei. Anche per questo sogno si può richiamare la lettura del “de senectute” di Cicerone o qualsiasi altro testo consolatorio in riferimento all’età matura che suggerisca una delle tante vie che portano alla “sublimazione della libido” per organizzare positivamente le istanze depressive del “fantasma di perdita”.

Procediamo con l’analisi dei simboli e delle psicodinamiche che si svolgono all’interno di una struttura psichica compatta e compiuta come quella che si evince dal sogno di Margarita, una donna giustamente sensibile ai processi evolutivi più che involutivi.

L’”officina” tratta di meccanismi neurovegetativi, la “libido” in generale, la “libido genitale” nello specifico: la sessualità di Margarita. L’”officina è il luogo del fare, del “pragma”, della concretezza materiale e meccanica, della competenza legata all’azione. Trattasi di “officina psicosessuale”.

La “collega” è letteralmente “colei che scelgo”, la “proiezione” dell’essere femminile, l’”alter ego” di Margarita e l’alleato, l’interlocutore e lo specchio. La collega è l’oggetto che consente un confronto al femminile sul corpo e in riguardo alla vita sessuale.

La “benzina” condensa l’energia vitale, la “libido”, e trattandosi di meccanismi, “la sua macchina”, si tratta di desiderio e di eccitazione, d’istinto e di pulsione. Margarita ha avvertito un calo del desiderio sessuale e della “libido”, per cui chiede consiglio e soprattutto aiuto alla collega, a se stessa, dimostrando una buona confidenza con se stessa e un’adeguata autoconsapevolezza. Margarita cerca energia per il suo apparato sessuale e per la sua vitalità erotica.

Consegue nel sogno la rassegnazione pessimistica sul suo stato psicofisico e sessuale nello specifico: “…scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”. Della benefica valenza ironica si è detto in precedenza, ma si deve aggiungere che l’”ironia” si può esercitare soltanto con una buona consapevolezza del vissuto in atto, del problema, del trauma, del conflitto. In caso contrario, l’”ironia” viene proiettata per difesa e degenera nel sarcasmo: “proiezione” di un senso di disprezzo in riguardo a parti di sé. Margarita ha tanta nostalgia della trascorsa bellezza, ma sa che tanti sono i gradi di questa fascinosa dimensione e i tempi di questa inquietante esperienza.

Cosa fa Margarita per esorcizzare l’angoscia della perdita? ”Tocca qualche auto”: un rito magico per sentire, diagnosticare e assimilare. Nell’atto magico il toccamento assorbe l’oggetto fino ad assimilarlo, farlo suo e diventare  simile: se prenderai di lui, diventerai come lui. Ma neanche la magia funziona per la nostra Margarita perché lei sa di sé e, quindi, non s’illude e non si consola. Non le resta che prendere atto della situazione psicofisica in atto e trovare le contromisure in linea evolutiva con la sua storia e la sua formazione.

Il “resto notturno” di Margarita è legato, come si diceva all’inizio, a un “fantasma depressivo di perdita” e può essere scatenato da un evento fortuito o da una situazione realmente vissuta e portata avanti. La disistima può essere legata a fattori effettivi d’invecchiamento o a frustrazioni relazionali. In ogni caso Margarita procede verso l’accettazione del suo stato psicofisico: beltà in declino e sensibilità alla perdita.

La prognosi  impone a Margarita di portare avanti il processo di razionalizzazione del “fantasma” e di riformularsi in termini adeguati alla sua realtà esistenziale e relazionale. Margarita deve ridurre al minimo le provocazioni ambientali e non deve lasciarsi suggestionare da messaggi infausti. Un rafforzamento dell’”Io” e del “principio di realtà” è necessario.

Il rischio psicopatologico si attesta nel ridestarsi del tratto depressivo e nella caduta dell’umore e della vitalità.

Considerazioni metodologiche: una semplice domanda. Che cos’è la bellezza? Offro una risposta filosofica e accessibile con un po’ di buona volontà. La bellezza è la “proiezione” e la “sublimazione” delle sensazioni in atto, una cospirazione dei sensi, una serie di vissuti sensoriali beneficamente percepita: una “percezione trascendentale” ossia dell’Io, secondo la “Filosofia del Giudizio” di Emmanuel Kant, una percezione istruita secondo un criterio finalistico e non deterministico, una conoscenza individuale e non scientifica. La “bellezza” esiste sempre e soltanto in presenza di un “Io” che sente al di là del conoscere, per cui  esistono diversi modi e vari gradi, tutti soggettivi, di percepirla e, più che mai, nell’età matura si manifesta anche secondo le evoluzioni sensoriali. Nell’età matura si sperimentano altre vie e altre modalità per l’umana esigenza di “bello” e di “sublime”. Si superano i vissuti strettamente sensibili e si esalta maggiormente la bellezza interiore, quella che alberga dentro. Si riduce la convinzione che la bellezza sia un dato esteriore che ha un riverbero interiore. Diventiamo seguaci di Kant. “Estetica” deriva dal greco “aistesis” e significa “sensibilità” e si traduce concretamente nell’astrazione dei dati sensoriali. La “bellezza” è “senza concetto”, non serve a conoscere scientificamente un oggetto. La “bellezza” è “senza scopo”, non serve all’azione morale anche se a essa è assimilabile per la proprietà di  rendere l’uomo autonomo, “far legge su se stesso”. La “bellezza” è una funzione universale ma soggettiva nel suo esito, nel suo vissuto individuale. Grazie a Emmanuel Kant! Si evince che qualsiasi operazione di critica della bellezza o della figlia maggiore, l’arte, è un fatto teorico, una conoscenza e non un’esperienza estetica. E’ auspicabile fare sempre perno sul nostro gusto del “bello” e sul giudizio collegato. Non affidiamoci ai critici d’arte e tanto meno ai mercanti della “bellezza”, ma viviamola come “proiezione” del nostro “bello” interiore e come “sublimazione” del nostro piacere sensoriale, “libido”. Avremo in tal modo una percezione dell’armonia del nostro ”Io” attraverso la benefica cospirazione indistinta dei nostri sensi: un vissuto, un’operazione psichica che ben dispone all’equilibrio tra le nostre pulsioni, i nostri doveri, i nostri dati di fatto immediati.

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