“NO, BELLEZZA, MI DISPIACE…”

 

car-repair-362150__180

“Margarita sogna di trovarsi in un’officina dove c’è una sua collega.

Margarita le chiede se ha un po’ di benzina per la sua macchina.

La collega tocca qualche auto, poi scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”

 

I sogni sono anche racconti semplici con i quali ci esponiamo e fortunatamente non sono sempre poemi prolissi con i quali ci difendiamo. I nostri “resti notturni” possono essere assurdi nella loro linearità o anche logici e consequenziali come il sogno di Margarita, il classico esempio di come un prodotto psichico può vertere su un “fantasma” o su un conflitto psichico e relazionale, senza necessariamente chiamare in causa tutto il dizionario dei simboli o spericolate acrobazie mentali. Il sogno di Margarita si può sintetizzare in questo modo: il tempo passa inesorabilmente e trascina con sé la beltà di un corpo che sfiorisce insieme alla giovinezza. Il sogno di Margarita tratta il “fantasma depressivo della perdita” con pacatezza e disposizione alla presa di coscienza, alla razionalizzazione e alle naturali contromisure. Margarita si rende conto che le energie vitali, nello specifico la “libido” genitale, sono in calo e di questo si addolora senza sconvolgimenti emotivi degni di un teatro di periferia in quel di Napoli. Il sogno di Margarita ha anche una sua profonda “ironia” nell’esclamazione “no, bellezza, mi dispiace”, un’ilare constatazione che attesta di una pacata consapevolezza dello stato psichico in atto. Come se Margarita dicesse a se stessa: “non c’è niente da fare per te, mia cara, la bellezza non c’è più, la bellezza per te è un ricordo”. Si tratta di una brutta verità per una realtà sul viale del tramonto. Ricordo che l’”ironia”, elaborata e usata da Socrate nella sua metodologia di approccio con i Sofisti, è lo strumento principe di “destrutturazione psichica” ossia di perdita benefica delle false verità, “resistenze”, che ci raccontiamo per non modificarci e continuare a vivere. La destrutturazione è, inoltre, uno dei punti fondamentali della psicoterapia psicoanalitica. Ma ritorniamo al sogno di Margarita. Anche l’atto di scuotere il capo condensa una mimica eccezionale per attestare dolcemente l’ineluttabilità del tempo e dei risvolti corporei. Anche per questo sogno si può richiamare la lettura del “de senectute” di Cicerone o qualsiasi altro testo consolatorio in riferimento all’età matura che suggerisca una delle tante vie che portano alla “sublimazione della libido” per organizzare positivamente le istanze depressive del “fantasma di perdita”.

Procediamo con l’analisi dei simboli e delle psicodinamiche che si svolgono all’interno di una struttura psichica compatta e compiuta come quella che si evince dal sogno di Margarita, una donna giustamente sensibile ai processi evolutivi più che involutivi.

L’”officina” tratta di meccanismi neurovegetativi, la “libido” in generale, la “libido genitale” nello specifico: la sessualità di Margarita. L’”officina è il luogo del fare, del “pragma”, della concretezza materiale e meccanica, della competenza legata all’azione. Trattasi di “officina psicosessuale”.

La “collega” è letteralmente “colei che scelgo”, la “proiezione” dell’essere femminile, l’”alter ego” di Margarita e l’alleato, l’interlocutore e lo specchio. La collega è l’oggetto che consente un confronto al femminile sul corpo e in riguardo alla vita sessuale.

La “benzina” condensa l’energia vitale, la “libido”, e trattandosi di meccanismi, “la sua macchina”, si tratta di desiderio e di eccitazione, d’istinto e di pulsione. Margarita ha avvertito un calo del desiderio sessuale e della “libido”, per cui chiede consiglio e soprattutto aiuto alla collega, a se stessa, dimostrando una buona confidenza con se stessa e un’adeguata autoconsapevolezza. Margarita cerca energia per il suo apparato sessuale e per la sua vitalità erotica.

Consegue nel sogno la rassegnazione pessimistica sul suo stato psicofisico e sessuale nello specifico: “…scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”. Della benefica valenza ironica si è detto in precedenza, ma si deve aggiungere che l’”ironia” si può esercitare soltanto con una buona consapevolezza del vissuto in atto, del problema, del trauma, del conflitto. In caso contrario, l’”ironia” viene proiettata per difesa e degenera nel sarcasmo: “proiezione” di un senso di disprezzo in riguardo a parti di sé. Margarita ha tanta nostalgia della trascorsa bellezza, ma sa che tanti sono i gradi di questa fascinosa dimensione e i tempi di questa inquietante esperienza.

Cosa fa Margarita per esorcizzare l’angoscia della perdita? ”Tocca qualche auto”: un rito magico per sentire, diagnosticare e assimilare. Nell’atto magico il toccamento assorbe l’oggetto fino ad assimilarlo, farlo suo e diventare  simile: se prenderai di lui, diventerai come lui. Ma neanche la magia funziona per la nostra Margarita perché lei sa di sé e, quindi, non s’illude e non si consola. Non le resta che prendere atto della situazione psicofisica in atto e trovare le contromisure in linea evolutiva con la sua storia e la sua formazione.

Il “resto notturno” di Margarita è legato, come si diceva all’inizio, a un “fantasma depressivo di perdita” e può essere scatenato da un evento fortuito o da una situazione realmente vissuta e portata avanti. La disistima può essere legata a fattori effettivi d’invecchiamento o a frustrazioni relazionali. In ogni caso Margarita procede verso l’accettazione del suo stato psicofisico: beltà in declino e sensibilità alla perdita.

La prognosi  impone a Margarita di portare avanti il processo di razionalizzazione del “fantasma” e di riformularsi in termini adeguati alla sua realtà esistenziale e relazionale. Margarita deve ridurre al minimo le provocazioni ambientali e non deve lasciarsi suggestionare da messaggi infausti. Un rafforzamento dell’”Io” e del “principio di realtà” è necessario.

Il rischio psicopatologico si attesta nel ridestarsi del tratto depressivo e nella caduta dell’umore e della vitalità.

Considerazioni metodologiche: una semplice domanda. Che cos’è la bellezza? Offro una risposta filosofica e accessibile con un po’ di buona volontà. La bellezza è la “proiezione” e la “sublimazione” delle sensazioni in atto, una cospirazione dei sensi, una serie di vissuti sensoriali beneficamente percepita: una “percezione trascendentale” ossia dell’Io, secondo la “Filosofia del Giudizio” di Emmanuel Kant, una percezione istruita secondo un criterio finalistico e non deterministico, una conoscenza individuale e non scientifica. La “bellezza” esiste sempre e soltanto in presenza di un “Io” che sente al di là del conoscere, per cui  esistono diversi modi e vari gradi, tutti soggettivi, di percepirla e, più che mai, nell’età matura si manifesta anche secondo le evoluzioni sensoriali. Nell’età matura si sperimentano altre vie e altre modalità per l’umana esigenza di “bello” e di “sublime”. Si superano i vissuti strettamente sensibili e si esalta maggiormente la bellezza interiore, quella che alberga dentro. Si riduce la convinzione che la bellezza sia un dato esteriore che ha un riverbero interiore. Diventiamo seguaci di Kant. “Estetica” deriva dal greco “aistesis” e significa “sensibilità” e si traduce concretamente nell’astrazione dei dati sensoriali. La “bellezza” è “senza concetto”, non serve a conoscere scientificamente un oggetto. La “bellezza” è “senza scopo”, non serve all’azione morale anche se a essa è assimilabile per la proprietà di  rendere l’uomo autonomo, “far legge su se stesso”. La “bellezza” è una funzione universale ma soggettiva nel suo esito, nel suo vissuto individuale. Grazie a Emmanuel Kant! Si evince che qualsiasi operazione di critica della bellezza o della figlia maggiore, l’arte, è un fatto teorico, una conoscenza e non un’esperienza estetica. E’ auspicabile fare sempre perno sul nostro gusto del “bello” e sul giudizio collegato. Non affidiamoci ai critici d’arte e tanto meno ai mercanti della “bellezza”, ma viviamola come “proiezione” del nostro “bello” interiore e come “sublimazione” del nostro piacere sensoriale, “libido”. Avremo in tal modo una percezione dell’armonia del nostro ”Io” attraverso la benefica cospirazione indistinta dei nostri sensi: un vissuto, un’operazione psichica che ben dispone all’equilibrio tra le nostre pulsioni, i nostri doveri, i nostri dati di fatto immediati.

NON MI FIDO E NON MI AFFIDO. MI CASTRO!

china-1070771__180

Questo è il sogno di Consuelo.

“Vivevo in una casa di campagna e condividevo il giardino con i miei vicini.
Lì tenevamo molti animali.

Io ero preoccupata per le condizioni di un cane che mi pareva molto triste.
Così spesso stavo con lui a coccolarlo e a dargli attenzioni, tuttavia pareva non migliorare.

Chiedo consiglio a una delle vicine di casa che era veterinaria. Mi dice di fare attenzione e che era rischioso avvicinarmi troppo al cane perché da un momento all’altro poteva diventare aggressivo.

Io ero stupita, dal momento che mi sembrava alquanto mansueto. Poi, mi dice che, per risolvere i problemi di quella bestiola, sarebbe stato opportuno sterilizzarla …”

Il sogno di Consuelo è logico e discorsivo, contiene pochi ma precisi simboli, profila nettamente il conflitto intrapsichico in atto e i difficili risvolti relazionali e affettivi, evidenzia una disposizione strutturale fobica e pragmatica. Il titolo è preciso e chiaro al punto di sembrare aggressivo, ma sintetizza molto bene la diagnosi e la prognosi: ”non mi fido, non mi affido, mi castro.” Consuelo non vive bene il suo corpo, non si affida al suo corpo, inibisce il suo corpo, di conseguenza ha rapporti affettivi e sentimentali contrastati. Il termine “corpo” include essenzialmente la dimensione psicofisica sessuale, la “libido”, gestita dal sistema nervoso neurovegetativo. Questo è il quadro clinico del “resto notturno” di Consuelo, un sogno di pochi simboli e nello stesso tempo molto coperto. Il cardine onirico si attesta sulla simbologia poco prevedibile degli “animali”: la “libido”, gli istinti sessuali e le pulsioni erotiche. Il nucleo più drammatico si condensa nella sterilizzazione. Per il resto si tratta di normale amministrazione onirica.

Sintetizzo discorsivamente il sogno di Consuelo. L’esordio evidenzia la realtà giovanile e sociale in atto: gli amici, la libertà, la diversità, la condivisione e anche e soprattutto la “libido”, ”molti animali”. Consuelo è una donna giovane che ama essere libera con la gente e con se stessa. La vita delle sue pulsioni è ricca e varia e non difetta nel corredo neurovegetativo. Consuelo è attratta da un giovane uomo e si sente sicura se esercita su di lui le sue tendenze direttive: un cane fedele e ubbidiente. Si difende dal maschio proiettando i suoi bisogni di affermazione e di forza, si colloca nei suoi confronti come una salvezza, un aiuto, un’infermiera, una crocerossina, una buona madre. Consuelo esibisce la “parte negativa del fantasma del maschio” e si difende vivendolo come un “cane”, oltretutto resistente alle sue cure perché non dà segni di miglioramento. E allora cosa succede? Un classico tratto dell’universo femminile: la donna parla con un’altra donna, si spiegano meglio sui maschi e s’istruiscono sull’universo psicofisico maschile. La “veterinaria” è una donna matura e navigata, una donna che conosce bene i maschi e che s’intende d’istinti sessuali, di pulsioni erotiche e compagnia cantante, nonché di relazioni tra maschio e femmina. La veterinaria è sempre Consuelo, la “traslazione” delle sue difese. La prognosi veterinaria è la seguente: “Consuelo, non innamorarti troppo, non coinvolgerti sessualmente, non fidarti e tanto meno non affidarti al maschio perché potrebbe essere aggressivo e farti male, tanto male.” Dunque, bisogna sterilizzare il cane, “delibidizzarlo”, desessualizzarlo, castrarlo, lobotomizzarlo, deprivarlo degli istinti a che non abbia più pulsioni e che non nuoccia alle donne. Meno male che alla fine del sogno e sulla prognosi della veterinaria Consuelo non sembra molto convinta. Ripeto: meno male. E’ facile rilevare come la parte finale del “resto notturno” di Consuelo rievochi la parte finale della trama del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, a testimonianza e soprattutto a conferma non di quanto si è suggestionati dalle produzioni cinematografiche, ma di come queste ultime hanno in primo luogo la loro base nei nostri fantasmi e nei nostri sogni, di poi nei nostri tratti caratteriali e nei nostri modi di essere, oltre che nei nostri sintomi: fantasmi, struttura psichica, modalità caratteriali, sintomi, una sequela psicofisica inesorabile e micidiale.

L’interpretazione del sogno di Consuelo si è sciolta speditamente nel racconto psichico e umano di una donna che è alle prese con la propria sessualità, che deve familiarizzare con i propri istinti, che deve vivere meglio le proprie pulsioni, che deve riconciliarsi con il suo corpo, che deve relazionarsi alla pari con l’universo maschile. Consuelo è una donna in fase di assimilazione degli esiti del suo “sistema neurovegetativo” in riguardo espresso alla sessualità, una donna che vuole da un lato vivere le sue pulsioni e dall’altro controllarle affinché gli sconvolgimenti psicofisiologici non siano eccessivi al punto di perdere l’autocontrollo e di non essere padrona nella sua casa psichica. Consuelo è una donna molto vigilante, al di là del suo modo disinibito e libertario di esibirsi e di fare. Consuelo ha paura dei suoi istinti sessuali e delle sue pulsioni erotiche e le proietta sul cane, paura di lasciarsi andare e bisogno di vivere la propria sessualità in maniera controllata. Ma come si fa? Consuelo si meraviglia di se stessa con se stessa, non vuole prendere coscienza del suo fantasma e del suo conflitto sessuale che poi si riverbera ed evidenzia nella relazione con i maschi: i suoi “animali” e quelli dei maschi. Il sogno non lasciava minimamente pensare che il suo “contenuto latente” fosse di natura sessuale, dal momento che il “contenuto manifesto” era logico e addirittura zoofilo. Consuelo non pensava di aver sviluppato questi personali conflitti e tanto meno di averli risolti con l’aggressività o meglio l’autoaggressività: anestetizzarsi e non vivere appieno la propria vitalità erotica. La “castrazione” è proiettata nel maschio, ma riguarda Consuelo in persona.

La prognosi impone a Consuelo di non accompagnarsi ai maschi per comprovare la sua salute sessuale, ma per trovare una relazione appagante a tutti i livelli concepiti e consentiti dal suo “psicosoma”. “Io ero preoccupata per le condizioni di un cane, che mi pareva molto triste. Così, spesso stavo con lui a coccolarlo e a dargli attenzioni, tuttavia pareva non migliorare.” Consuelo deve riappropriarsi totalmente dei suoi “animali” e del suo “cane”.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle inibizioni sessuali e nelle difficoltà affettive e relazionali in riguardo all’universo maschile. Il persistere di un’autocastrazione porta a conversioni psicosomatiche come la dispareunia, dolori nel coito, e a una riduzione difensiva della “libido genitale”.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Consuelo offre l’occasione di riformulare un conflitto intrapsichico molto frequente sia nei maschi che nelle femmine, il conflitto tra le varie istanze che compongono la struttura psichica, il nostro “psicosoma in fieri”. L’”Io” s’imbatte in notevole travaglio nel mediare le forti spinte psico-ormonali dell’”Es” con le censure e le inibizioni del “Super-Io”. La rigidità di quest’ultimo è responsabile delle inibizioni difensive dal coinvolgimento sessuale e relazionale. Il “Super-Io” è l’istanza psichica simbolicamente collegata alla figura paterna, ma può essere assolta anche dalla figura materna, “la veterinaria” nel sogno di Consuelo. Fermo restando che è molto discutibile castrare gli animali nella realtà, bisogna aggiungere che un bisogno inopportuno e improvvido di vigilanza dell’”Io” nell’esercizio della vita sessuale è deleterio. Spesso le donne vivono il coito come una violenza e l’approssimarsi dell’orgasmo come una perdita di autocontrollo e uno svenimento, per cui operano una vigilanza spietata resistendo anche alle spinte pulsionali attraverso una forma di anestesia psicogena, anorgasmia. Nel maschio tale psicodinamica si manifesta nell’eiaculazione mancata o ritardata; in tale situazione clinica incide profondamente il “fantasma della parte negativa della madre”.

I FULMINI AZZURRI DI ZEUS

lightning-bolt-768801__180

“Enzo sogna di trovarsi in casa di sua madre con sua figlia.
Davanti casa, in giardino scoppia un temporale pauroso e una tromba d’aria sta per risucchiare il cane di Enzo.
Enzo lo chiama dentro e chiude la porta.
Riferisce tutto alla mamma e alla figlia, ma quando apre la finestra per far vedere quanto ha raccontato, si trova davanti a un paesaggio bellissimo: New York di notte con tante luci.
Enzo, pur gradendo il paesaggio, è affascinato dalla tromba d’aria che emetteva fulmini azzurri da non poter staccare gli occhi.”

Il sogno di Enzo può essere titolato secondo la mitologia greca “i fulmini azzurri di Zeus” perché i simboli dominanti sono, per l’appunto, i “fulmini azzurri”, in associazione al “temporale e alla “tromba d’aria”: un sogno dominato dagli agenti atmosferici più insidiosi, a testimonianza di una dominante “umoralità acritica” del protagonista. Zeus era stato immaginato dalla “Fantasia collettiva” del popolo greco come il padre degli dei e degli uomini, un padre giusto ma severo, detentore di saetta e pronto alla punizione di tutti quelli che si macchiavano di “ubris”, “ira”, il peccato originale greco che si attestava nella rottura da parte dell’uomo dell’armonia etica e sociopolitica costituita, nel mancato riconoscimento delle divinità tradizionali, nell’assenza della “pietas” latina ossia nella violazione del rito e nel culto mancato. Il fulmine era l’arma di Zeus per colpire gli uomini “empi” e per punire le loro colpe, in attesa che la scienza spiegasse elettricamente il fenomeno naturale senza minimamente incidere sulla bellezza delle fantasiose teorie mitologiche. Zeus rappresenta, secondo le teorie psicoanalitiche di Freud, un prototipo di “Super-Io”, l’istanza psichica morale e censoria che fissa i limiti e i doveri umani. Il sogno di Enzo manifesta una chiara tendenza a sentirsi in colpa e un conseguente bisogno di espiazione della stessa all’interno di una cornice psico-cognitiva fatta di suggestione e di superstizione: il benefico crepuscolo della ragione. Enzo non sogna a caso i “fulmini azzurri”, deve averli ben conosciuti e sperimentati sulla sua pelle, se la sua struttura caratteriale e la sua sensibilità si sono instradate nel sogno verso tali direzioni. Il sogno di Enzo attesta, inoltre, di una tendenza alla variazione dell’umore, alla luce dell’importanza accordata ai fenomeni naturali come il temporale, il fulmine e la tromba d’aria. Ancora: il sogno di Enzo si svolge in un teatro dominato da figure femminili, la madre e la figlia. A questo punto non resta che procedere nell’analisi puntuale del suo “resto notturno”.
Il sogno verte nel suo esordio sull’istituto familiare e, di conseguenza, sull’affettività che si vive e si esercita in questo contesto sociale di base. Enzo mostra immediatamente tre generazioni: “sua madre”, se stesso e “sua figlia”. Immediatamente si attesta sulla dimensione affettiva: la realtà affettiva pregressa, la sua mamma e la famiglia d’origine, e la realtà affettiva in atto, lui e sua figlia. Enzo ha una madre e una figlia, ha conosciuto due famiglie e gli affetti collegati ed esercitati. La cornice familiare introduce i valori dell’unità, della condivisione, dello scambio, modalità socioculturali presenti in una piccola società armonica come la famiglia: la cellula sociale per eccellenza. Ma perché Enzo non introduce la moglie e il padre? La domanda è lecita. La risposta può essere questa: Enzo sposta e condensa la figura della moglie nella madre o quest’ultima non è presente in questo contesto familiare e affettivo per altre ragioni che il sogno non evidenzia. Del padre non c’è traccia, anche se indirettamente è richiamato dal fulmine e dalla punizione. Degno di rilievo e a completamento di quanto affermato è il simbolo della “casa”, una struttura psichica allargata come la famiglia. Assodiamo i vari punti nel procedere con l’interpretazione.
Enzo ha un forte valore in riguardo alla famiglia e un forte bisogno in riguardo agli affetti. Queste sono le prime verità offerte dal sogno.
A questo punto la struttura familiare e la dinamica psichica in atto,” davanti casa, in giardino”, sono turbate da due eventi minacciosi: “un temporale pauroso e una tromba d’aria” in associazione al termine “scoppia”. Ecco un evento traumatico, altamente traumatico, che all’inizio si profila con la paura e di poi con l’effettiva concretezza. Il “temporale” simbolicamente condensa una variazione repentina d’umore collegata a un altrettanto repentino evento o vissuto sconvolgente, mentre la “tromba d’aria” rappresenta la punizione divina che scende dal cielo in espiazione di una colpa o di un tremendo peccato. Ricapitolando Enzo ha un culto della famiglia, a cui si affida affettivamente, ma all’improvviso un evento o un vissuto traumatico voluto dal cielo lo minaccia in espiazione di un senso di colpa. Particolarmente insidiato è il cane di Enzo, una chiara trasposizione di un affetto familiare dipendente, la “figlia”. Enzo ha temuto l’incolumità della figlia, “sta per risucchiare”, e l’ha salvata da una terribile minaccia, la “tromba d’aria”; quest’ultima condensa un “fantasma di morte” nel suo essere particolarmente distruttiva e la sua collocazione nell’”alto” l’equipara a una volontà e a una punizione divine. Degno ancora di nota è il termine “risucchiare” che attesta di una forma d’ingravidamento regressivo e mortale.
“Enzo lo chiama dentro e chiude la porta.”
La chiusura della porta attesta di una giusta difesa di Enzo verso gli affetti familiari, un impedimento agli estranei d’interferire sugli affari psichici della famiglia. Ecco che arriva la difesa dall’”angoscia di perdita” affettiva e la “conversione nell’opposto”.
“Riferisce tutto alla mamma e alla figlia, ma quando apre la finestra per far vedere quanto raccontato, si trova davanti a un paesaggio bellissimo: New York di notte con tante luci.”
Enzo non vuol pensare sul rischio corso e sul pericolo scampato, si difende con la “rimozione”, il dimenticare per continuare a vivere e a non soffrire. Il sogno offre a Enzo una conversione piacevole e ottima dalla “tromba d’aria” a una metropoli in versione notturna, dalla punizione di Dio a un godimento sensoriale, dalla distruzione della furia della natura a un bellissimo paesaggio. Enzo deve dimenticare quello che è successo. Ripeto: mancano all’appello nel sogno e dalla famiglia il padre di Enzo e la moglie o la madre della bambina. Le mille luci notturne condensano l’eccitazione dei sensi e gli stimoli erotici verso i quali Enzo si dimostra in confidenza.
Ma anche il dolore vuole la sua parte perché ha una sua bellezza e, quanto meno, non bisogna dimenticarlo per continuare a vivere meglio. Ecco il fascino della “tromba d’aria”: la rimuove parzialmente e la tiene in considerazione per il suo futuro. La “tromba d’aria” può colpire, ma ha una sua bellezza, una sua attrazione psichica. Una forma di masochismo? Autolesionismo? Un’alleanza con il nemico? Di certo, si può dire che il dolore ci fa sentire tanto vivi e che la memoria ha un culto da ottemperare.
“Enzo, pur gradendo il paesaggio, è affascinato dalla tromba d’aria che emetteva fulmini azzurri da non poter staccare gli occhi.”
Ritornano le minacce dal cielo, la punizione divina, la figura di Zeus, il “Super-Io” rigido, il padre assente o presente indirettamente. L’azzurro è il colore a metà tra il sogno e la vita, tra la calma e l’eccitazione. Inoltre è da rilevare come il fatalismo e la superstizione siano presenti in Enzo come schemi magici ereditati dalla sua infanzia: il crepuscolo della ragione a vantaggio della fantasia e del “pensiero primario”.
Il sogno di Enzo condensa il tema del senso di colpa e della sua espiazione, un prodotto psichico secondo cultura greca antica, ma sempre moderna.
La prognosi impone a Enzo di conservare e coltivare i suoi valori in riguardo alla famiglia e agli affetti, ma di ridurre la convinzione fatalistica e di esercitare i dettami razionali con migliore convinzione. Enzo deve investire la sua “libido” e sperimentare nuovi traguardi affettivi.
Il rischio psicopatologico si attesta in un ristagnare della qualità della vita e in una caduta delle relazioni affettive per continuare a mantenere un equilibrio destinato necessariamente a evolversi: una psiconevrosi di natura paranoica in spasmodica difesa dell’ordine costituito.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Enzo richiama il concetto del trauma e della sua risoluzione. La vita è un trauma: il trauma della nascita e la nascita del trauma. Riserva gioie e dolori in qualsiasi momento della sua evoluzione, vissuti che trovano nella nostra formazione psichica lo strumento di risoluzione. I traumi ci formano e noi reagiamo ai traumi in base a come ci hanno formato a livello psichico. Il trauma può essere definito come qualsiasi esperienza, vissuta o immaginata, che non ha trovato un’adeguata presa di coscienza e una valida razionalizzazione, un materiale psichico ingestibile dalla coscienza. Questo “deficit” può avvenire per naturale fuga dall’angoscia. A livello psichico subentrano i “meccanismi di difesa” in soccorso dalle emozioni più sconcertanti e in difesa del nostro equilibrio psicofisico in atto. Il pensiero, pur tuttavia, non basta a risolvere l’angoscia. Sono necessari la parola e l’altro, un interlocutore possibilmente oggettivo. Il trauma va detto e comunicato e allora si è alla metà dell’opera. Di poi, si procede verso la comprensione e la risoluzione possibili.

ONNIPOTENZA E DEPRESSIONE

stop-592971__180
“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.
All’improvviso si scatena un terremoto.
Michel non è in panico come tutti gli altri e si sente sicuro sotto una pensilina di plastica in attesa della corriera.”

Un buontempone è questo Michel. Non gli mancano le arti della socializzazione e non sa fare a meno delle relazioni. Si offre e si vende bene, molto bene. Anche la seduzione non deve difettare. Un uomo di mondo che si esibisce, un leader nel suo essere speciale.
La collocazione della “piazza” richiama simbolicamente la greca “agorà”, il luogo della politica e delle relazioni sociali di poco spessore, della truffa e dell’inganno, dello scambio e della comunicazione, della parola e dei discorsi, dei millantatori e dei narcisisti. La “piazza” non è la dimora e tanto meno l’alcova. In “agorà” si trovava bene Socrate nell’ascolto dei Sofisti, si trovavano bene i sudditi nell’ascolto dei dittatori, si trova bene Michel con la gente che lo conosce e gli vuol bene.
“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.” Assolto il punto primo.
Punto secondo: ” All’improvviso si scatena un terremoto.”
Cosa sarà mai un terremoto per un uomo come Michel che ha tanti amici e che si trova in piazza? Leggo direttamente dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici” e riporto la voce “terremoto”: “grave disagio psichico, crisi del principio di realtà e della funzione di mediazione dell’istanza dell’Io combattuto tra le inibizioni del Super-Io e le pulsioni dell’Es, conflitto psichico e contatto precario con la realtà in atto. Povero Michel! E’ proprio preso male. Questo terremoto non ci voleva in tanto godimento relazionale. Stava così bene in piazza con gli amici e all’improvviso arriva il terremoto. Ma cosa c’entrava il terremoto? Eppure nell’apparente benessere il sogno dice che Michel cova un forte malessere. Non ci resta che vedere la soluzione ingegnosa di Michel a tanto disagio.
L’onnipotenza! “Michel non è in panico come tutti gli altri…” Michel è diverso, è un vero uomo dai mille accorgimenti e dalle mille risorse. Michel ne sa una più del diavolo. Povero diavolo, quanti confronti è stato ed è costretto a subire senza essere interpellato! Il terremoto non impaurisce minimamente Michel. Quest’uomo è fatto di un’altra pasta. Michel non è come gli altri “cacasotto” che di fronte al terremoto si rifugiano in un riparo possibilmente più sicuro. Michel conosce le cose del mondo e ha una risposta per ogni evenienza. Michel può tutto, “omnia potest” come il Padreterno. Miche è un padreterno, si valuta e si ama tanto da entrare in concorrenza con Narciso. “Panico” traduce “tutto compreso”, il timor panico abbraccia tutto, il corpo e la mente. Di fronte a una manifestazione mastodontica della Natura, un “sublime” l’ha definito Kant, Michel si schernisce e non si lascia minimamente emozionare. Che lenza! Che uomo, anzi che superuomo!
“…si sente sicuro sotto la pensilina di plastica in attesa della corriera.”
Pensate un po’! Una traballante pensilina di plastica è il giusto antidoto alla furia distruttrice di un terremoto, al “sublime” della Natura. Michel è veramente un genio onnipotente. Vive in un altro mondo, una neorealtà tutta sua dove non c’è il terremoto o quanto meno non fa paura, anzi fa sorridere, una personale realtà diversa da quella degli altri comuni e poveri mortali. Basta una pensilina di plastica per ripararlo dal terremoto, una difesa apparentemente irrisoria per sopravvivere ai più terribili disastri.
La vita continua soltanto per Michel: aspetta l’arrivo della corriera. Mentre tutti cercano di conservare la vita, Michel sopravvive, va “sopra la vita” con la sua onnipotenza, può magicamente far tutto a suo favore e tutto in sua esaltazione. La corriera, trattandosi di automatismo meccanico, condensa simbolicamente le pulsioni sessuali gestite dal sistema neurovegetativo involontario. Di fronte ai disastri del suo “Io” Michel reagisce con l’antidoto sessuale: la sua autoterapia antidepressiva.
Questa è la versione ilare del sogno di Michel, a riprova di come il sogno sa usare anche l’ironia nel formularsi. Il termine “ironia” ha un significato filosofico, Socrate, e psicologico, Freud: destrutturazione dell’Io e delle sue resistenze nella presa di coscienza del materiale psichico rimosso e per una migliore autoconsapevolezza.
Il sogno paradossale di Michel evidenzia una grossa componente depressiva dietro una facciata ironica; quest’ultima serve da copertura al vero problema e funge da resistenza alla presa di coscienza, ma è un forte stimolo a disoccultare i conflitti rimossi e la mancata maturazione umana, oltre che psichica.
La prognosi impone la giusta valutazione del disagio psichico e la terapia adeguata all’angoscia di perdita, dal momento che l’onnipotenza non può reggere sempre il peso dei conflitti irrisolti.
Il rischio psicopatologico si attesta nella sindrome depressiva.
Riflessioni metodologiche: il sogno ha una sua ilarità. “Si ride per non piangere”, dice un motto popolare per sottolineare la “conversione nell’opposto”, un meccanismo di difesa dall’angoscia e di formazione del sogno. Freud scrisse un’opera titolata “Il motto di spirito e la sua relazione con l’Inconscio” nell’anno 1905, dove coglieva i collegamenti tra la dimensione interiore e l’espressione esteriore, tra il materiale psichico rimosso e l’espressione verbale o mimica. In sostanza il riso nasce dal richiamo subdolo di pensieri rimossi e di notizie indicibili: ad esempio ammiccare alla sessualità in maniera indiretta. Il sogno usa il paradosso per dire profonde verità e l’ironia come invito alla presa di coscienza del materiale psichico rimosso. Queste verità bisogna saper leggere e adeguatamente considerare, questo invito bisogna accettare inevitabilmente prima o poi.

L’APE BIRICCHINA

bee-in-the-approach-209145__180

“Ernesto sogna di trovarsi in montagna insieme al papà e nella casa della di lui compagna.

Mentre vanno a trovare un amico, Ernesto vede degli animali chiusi e un grosso alveare con delle api che girano attorno.

Un’ape gli va dentro l’orecchio destro ed Ernesto, per mandarla fuori, la spinge dentro l’orecchio e l’ape gli esce dal naso.”

 

Il sogno di Ernesto si snoda in maniera disimpegnata e snella secondo le coordinate psichiche di un adolescente in piena formazione e in decisa   evoluzione con gli investimenti della sua “libido”. Procediamo nell’interpretazione di questo simpatico “resto notturno”.

“…insieme al papà e nella casa della di lui compagna.”

Si evince che Ernesto è figlio di genitori separati: una situazione psichica particolarmente diffusa e difficile, alla quale i giovani figli sono costretti ad adattarsi sviluppando una buona dose di duttilità psicologica. Certamente essi maturano situazioni esistenziali diverse rispetto a quelli che vivono una normale situazione di famiglia intonsa. Sperimentano, inoltre, relazioni affettive più complesse con i genitori e con i fratelli. Soprattutto, il conflitto con i genitori si accentua quando subentra la nuova donna del padre o il nuovo uomo della madre. Viene fortemente sollecitata la “posizione edipica” già in corso e viene stimolato il sentimento della rivalità fraterna verso combinazioni psichiche più variegate e ambivalenti.

Ma questa situazione e questo conflitto non si presentano nel sogno di Ernesto.

“Ernesto sogna di trovarsi in montagna…”

La “montagna” richiama le grandi altezze e comporta simbolicamente il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Ma in questo caso la montagna richiama soltanto la realtà come cornice del sogno, perché in un adolescente in piena tempesta ormonale la “sublimazione” sarebbe inopportuna e non ci starebbe neanche bene con la “posizione edipica” che il nostro giovane protagonista sta vivendo.

Si può riaffermare che questo processo di difesa dall’angoscia, la “sublimazione”, non si presenta nel sogno di Ernesto.

“…casa della di lui compagna.”

La “casa” è simbolo della struttura psichica in atto e appartiene alla compagna del padre. Anche questo è il ricordo di un dato reale e non ha nessun rilievo psicodinamico o relazionale. Il rapporto, facile o difficile, con la personalità di questa donna e il vissuto in riguardo non sono richiamati nel sogno.

Si può riaffermare che questo rilievo relazionale non si presenta nel sogno di Ernesto.

E se si trattasse di gelosia per l’affetto che il padre riversa nella nuova donna?

Si può ancora riaffermare che questo struggente sentimento non si presenta nel sogno di Ernesto.

L’introduzione del sogno è soltanto descrittiva. Ernesto diligentemente  inquadra il luogo reale e il contesto relazionale dove poi scatenerà i suoi veri fantasmi in emergenza. Il sogno, quindi, non riguarda conflitti edipici traslati nella nuova donna del padre o pendenze erotiche e affettive con la madre o tanto meno rivalità feroci con un eventuale nuovo uomo della mamma o  sentimenti di rivalità fraterna. Ernesto si è ben adeguato a livello psichico alla situazione esistenziale e amministra bene la sua condizione di figlio di genitori separati dal momento che l’accenna ma non l’approfondisce. In ogni caso e “en passant” resta valida la regola che la rottura della convivenza familiare è opportuna qualora i figli siano costretti a vivere in un contesto traumatico di disagio e di violenza.

Ma allora, cosa contiene il sogno di Ernesto?

“Mentre vanno a trovare un amico, Ernesto vede degli animali chiusi…”

Descrittivo è ancora il “mentre vanno a trovare un amico”, ma importante è l’immagine “degli animali chiusi”. Si tratta di repressione degli istinti. La simbologia degli animali traduce le pulsioni neurovegetative, la “libido” nella sua valenza vitalistica involontaria, sessualità inclusa. Lo stato di reclusione aggrava la situazione in quanto significa repressione e inibizione. Ernesto è, come si diceva in precedenza, in piena adolescenza e il suo corpo si sta evolvendo nella forma e nel contenuto. Ernesto è in piena tempesta ormonale e, quindi la sua “libido” è in piena effervescenza. Il corpo si sviluppa, ma la psiche segue i suoi tempi, per cui presto la mente di un ragazzo albergherà in un corpo di uomo. Tale evoluzione organica è più traumatica nelle bambine, dal momento che gli attributi sessuali sono più evidenti e gli sconvolgimenti ormonali sono più massicci. Ernesto sta ben calibrando cosa succede nel suo corpo a livello neurovegetativo, come si sta evolvendo la sua “libido” e quali possono essere gli investimenti futuri. Dopo la “fase fallico-narcisistica” la “libido” di Ernesto si sta evolvendo nella “fase genitale” e allora deve ben inquadrare le novità psicofisiche che tale evoluzione comporta.

Il sogno dice che attualmente Ernesto vive male le sue pulsioni sessuali: “animali chiusi”. Tende a reprimere gli istinti, piuttosto che a prenderne coscienza e a favorirli. In questo processo di crescita deve essere rassicurato con un dialogo franco e schietto più dal padre che dalla madre, perché in tal modo si rafforza l’identificazione nel padre e l’identità al maschile e non si creano ambiguità edipiche e pudori specifici con la madre.  Ma non finisce qui il simpatico sogno di Ernesto. Adesso si arriva al “dunque”.

“…e un grosso alveare con delle api che girano attorno.” Si aggiungono le api in un grosso alveare. Gli insetti rappresentano simbolicamente gli spermatozoi e l’alveare condensa i testicoli. Ernesto problematizza la sua sessualità maschile e gli attributi connessi sotto la spinta delle pulsioni sessuali e di una necessaria educazione sessuale. Ernesto sente il suo corpo in evoluzione e avverte il trambusto che sta succedendo dentro di lui. La sua mente ha bisogno di sapere e la sua psiche ha bisogno di assimilare ciò che sta vivendo. L’educazione sessuale è importantissima e può essere anche la causa di questo benefico travaglio, perché adesso il sogno di Ernesto offre la simbologia del “coito” e della “fecondazione”. Non si può di certo dire che il sogno, inizialmente definito semplice e snello, di Ernesto non contenga la sua giusta “suspence” e la sua complessità.

“Un’ape gli va dentro l’orecchio destro…” si traduce: uno spermatozoo entra in un orifizio. Il buco dell’orecchio trasla l’orifizio vaginale. Il sogno rievoca simbolicamente il coito e la fecondazione. Ma perché l’orecchio destro e non quello sinistro che sarebbe stato simbolicamente più opportuno?  La “destra” condensa il maschile e il presente psichico in atto, oltre che l’esercizio della consapevolezza. La “sinistra condensa” il femminile e la pulsione neurovegetativa, oltre che la regressione crepuscolare della coscienza. Può darsi che Ernesto scelga casualmente l’orecchio destro al risveglio, ma nell’interpretazione bisogna attenersi ai simboli presenti nel racconto. Ricapitolando: Ernesto rielabora in sogno notizie che lo hanno particolarmente colpito nell’educazione sessuale. Si tratta d’informazioni allettanti e ambivalenti che da un lato Ernesto acquisisce e di cui dall’altro lato è turbato. Informazioni e notizie che destano in Ernesto una reazione di difesa sulla sessualità in generale, sulla funzione penetrativa del pene e sulla funzione genitale dello sperma. Un complesso di notizie sulla sessualità che deve ben digerire e che l’ha colpito perché le vive proprio nel suo corpo. Aggiungo che il meccanismo di difesa della “rimozione” sul materiale non gestibile dalla coscienza dell’adolescente può ripresentare in sogno e in forma traslata il materiale psichico in questione.

Completiamo il quadro onirico e confermiamo la psicodinamica implicita.

“…per mandarla fuori, la spinge dentro l’orecchio e l’ape gli esce dal naso.”

Penetrazione ed espulsione: l’ape esce dal naso, simbolo del pene. Il sogno di Ernesto precisa che si tratta della penetrazione, dello sperma e del membro. Si sta conoscendo a livello sessuale sotto la spinta ormonale della pubertà. Trattasi di un sogno propedeutico alla vita sessuale futura e genitale.

Ernesto sta crescendo e ha sognato il suo travaglio psicofisico nei vissuti più sottili di un adolescente.

La prognosi impone a Ernesto di rassicurarsi sull’evoluzione psicofisica e in riguardo al suo corpo e alle sue funzioni. In questo viaggio deve essere sostenuto dalla figura paterna in particolare e dalla figura materna specie sul versante affettivo con l’altro sesso, l’innamoramento.

Il rischio psicopatologico si attesta in un blocco regressivo degli investimenti della “libido” e in inibizioni della vita sessuale.

Riflessioni metodologiche: ho voluto sottolineare qualche elemento sulla psicologia dei figli dei genitori separati alla luce delle statistiche che vedono in forte aumento, da dieci anni a questa parte, i divorzi. Si dice che non c’è disposizione nei genitori a voler risolvere i conflitti relazionali e che si ricorre con facilità alla soluzione più facile che è la separazione. Si dice…, ma è anche vero che poche coppie fanno ricorso a una “psicoterapia”. E’ assolutamente vero che le separazioni spesso avvengono per adulterio, a conferma che l’uomo, maschio e femmina, è un animale poligamo e non monogamo e che la maturità sessuale è un traguardo ipotetico. Nella coppia la separazione è più spedita, ma quando ci sono i figli il discorso non è poi così libero e consequenziale. Ed è giusto che sia così, giusto che i genitori riflettano sulle loro debolezze evolutive o involutive e sui loro disagi, prima di mettere a repentaglio le varie bontà di una sana famiglia. La “psicoterapia della coppia”, pur essendo di poco spessore analiticamente parlando, è molto efficace e quanto meno aiuta a separarsi bene con una migliore consapevolezza e a disporre il miglior mondo futuro possibile per i figli. La responsabilità di un disagio di coppia è da dividere a metà, ma è anche vero che la coppia è esercizio psichico in due all’interno di un’evoluzione psichica personale, un esercizio che avviene sempre in un presente psichico in atto. Non è facile stare in coppia, ma i figli vogliono la famiglia una volta che l’hanno conosciuta. Compresi noi, se ben ci pensiamo, abbiamo gradito la famiglia e abbiamo anche pensato dietro la pulsione edipica di sbarazzarci del padre o della madre per le nostre pretese espansionistiche. Ma dopo ci siamo ricreduti e abbiamo fatto di tutto per innamorarci e per convolare a giuste nozze desiderando figli, tanti bambini e tante bambine. E la storia continua…

SCRIVE MAMMA LIMPIDA…

boy-183306__180

“Caro Salvatore,

Geg ha sette anni e da settembre frequenta la prima elementare: compagni nuovi, tutti i giorni fino alle sedici e il sabato a casa. E’ sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo. Si è integrato bene, le maestre sono contente di lui, è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.”

Analizzo questa lettera di mamma Limpida passo dopo passo, vista l’universalità dei temi trattati e l’utilità per le quotidiane relazioni “padri-madri- figli”. Innanzitutto dico e affermo: averne di bambini, meglio ragazzini, come Geg!  E’ quasi perfetto nella sua normalità specifica e nell’esordio descrittivo della sua mamma. Soprattutto “è sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo.” E’ un primogenito di buona razza e sa ben inserirsi nel gruppo; del resto, ha dovuto adattarsi sin dalla tenera età al fratellino e la famiglia non gli ha risparmiato giustamente le relazioni sociali. Bene, anzi benissimo! I bambini devono vivere in mezzo alla gente e non isolati in una gabbia d’oro o in una casa tecnologica: servono il popolo e la dimora. Geg non somatizza disagi psichici profondi, né tanto meno disturbi di poco spessore: questo è importantissimo! Ripeto: se un bambino regredisce e somatizza, è da considerare in maniera adeguata perché non sta bene e non sta crescendo bene, sta accusando una disarmonia evolutiva negli investimenti della sua energia vitale, tecnicamente detta “libido”, e sta formando il carattere in maniera fortemente conflittuale. In questo caso e soltanto in questo caso è doveroso preoccuparsi “clinicamente” della salute psichica dei figli. Per il resto bisogna sempre lasciarli liberi di vivere i loro giusti conflitti e di formare il loro necessario carattere. Quest’ultimo si forma e non si eredita. Di psicologico non ereditiamo alcunché! Quindi, affermazioni del tipo “mio figlio mi somiglia nel carattere o somiglia a …” sono del tutto generiche e soggettive, non hanno alcun riscontro scientifico perché la “psiche” non è inscritta nel DNA. Procediamo: “le maestre sono contente di lui”. Sulle nobili e mai adeguatamente valutate figure delle maestre bisogna dire che per i bambini rappresentano il prolungamento sociale della figura materna e della figura paterna, in quanto essi proiettano su di loro i tratti psichici che hanno già conosciuto e sperimentato nei genitori. E’ anche vero che, a volte, le maestre esagerano nelle valutazioni psicologiche dei bambini, ma non dimentichiamo che la scuola primaria italiana è altamente qualificata ed è sicuramente la migliore almeno in Europa. Concludendo questa prima parte, è giusto affermare che Geg “è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.” La parola va ancora a mamma Limpida.

“Per me è stata duretta abituarmi ad aiutarlo a fare i compiti per casa durante il fine settimana, perché richiede tanta pazienza e tanto tempo e riconosco che a volte sono nervosa e poco carina con lui. Poi con calma recupero e sono più paziente e meno pressante. L’ho lasciato abbastanza libero di gestirsi nel limite del possibile e soprattutto non l’ho minacciato e tanto meno terrorizzato.

Sia lode alla mamma! Limpida è consapevole di non essere nata madre e di non essere stata educata a tale arduo compito. Ha soltanto sperimentato in primo luogo la sua mamma e si è fatta un’idea della figura materna in base al “criterio del meglio” e abbandonando in parte il “criterio della Nutella”. Limpida ha vendemmiato dalla sua esperienza di figlia le “parti migliori” di sua madre, le ha assimilate e le mette in atto con i suoi figli. Le “parti negative”, quelle che non ha gradito e condiviso, le ha lasciate alla sua augusta genitrice e alla sua cultura. Il “criterio della Nutella” si attesta nell’ereditarietà della crema da spalmare senza alcun cambiamento degli ingredienti e soltanto nel cambiamento delle generazioni: “la nonna la dava alla mamma, la mamma la dava a me e io la darò ai miei figli”. La libera e proficua evoluzione del costume genitoriale si attesta nel conservare il “meglio educativo” e nel sostituire il “peggio educativo” con il proprio “meglio”. Limpida ha ripreso a fare i compiti dalla parte opposta del suo essere stata scolara e senza essere maestra, ma essendo tanto di più e di più complicato, l’essere “mater et magistra”. Notevole la consapevolezza dei suoi limiti e la disponibilità a imparare per amore dei figli. E poi vogliamo trascurare l’educazione all’autonomia “nei limiti del possibile”? Ma, il capolavoro educativo di Limpida è costituito dall’assenza di minacce e tanto meno di terrore, di ricatti e di manovre colpevolizzanti. E’ importantissimo per il futuro equilibrio del bambino non indurre sensi di colpa. Già di suo il bambino non si esime dal colpevolizzarsi per le scelte d’investimento della sua “libido” durante il periodo critico della formazione del suo carattere, se poi ci mettiamo anche la mamma che gli grida “tu sei cattivo e mi farai morire”, il pasticciaccio è benfatto e quasi completo. Fin qui mamma Limpida è ineccepibile e ammirevole per la consapevolezza del suo ruolo nel presente e soprattutto nel futuro prossimo. Non ci resta che procedere nella speranza d’incontrare qualche problema e qualche conflitto in Geg. Scrive ancora mamma Limpida.

“Tutto è andato bene fino a due settimane fa. Geg è venuto a casa con una nota della maestra perché aveva dato un pugno a un bambino, che tra l’altro è un suo amichetto. Gli ho parlato senza fargli pesare troppo la cosa. Lunedì aveva verifica d’inglese e si è messo a copiare e la maestra si è accorta. Aveva anche una poesia da imparare e non l’ha studiata. Io non lo sapevo, ma l’ho scoperto stamattina da un’altra mamma, altrimenti non avrei saputo niente. Per il resto Geg ha buoni voti, anche se per lui non è mai il momento giusto per fare i compiti. Fino a questo punto il capitolo scuola.”

Geg mi piace tanto, ma veramente tanto. A sette anni comincia a realizzare la sua aggressività con un pugno di bambino dato a un altro bambino, oltretutto amichetto a conferma che l’aggressività non guarda in faccia nessuno e tanto meno i familiari e gli affini. Geg avrebbe voluto dare questo pugno al fratellino impiccione che gli ha tolto il primato affettivo in famiglia o al padre che gli è di ostacolo nella relazione e gestione della madre. L’aggressività nel bambino non deve raggiungere i livelli di guardia, limiti che si possono fissare nella pulsione sadica fine a se stessa. Ossia, se ci si accorge che il bambino ha un gusto della violenza fisica, allora s’interviene e si corregge. Ad esempio, se un bambino scortica una lucertola, ebbene sì, preoccupiamoci! Ma chi non ha dato un pugno a un compagno di scuola, specialmente se provocato? Mamma Limpida parla con Geg e non induce sensi di colpa. Ottimo! Ancora. Copiare una verifica è un capolavoro. Geg si sta addestrando alla vita futura e alla giusta difesa di sé, come ha imparato a casa anche a causa del fratellino. Bisogna favorire nel bambino l’intelligenza operativa, la “truffa sociale”, perché questa è la vera intelligenza, quella che serve nell’esercizio del vivere, e non quella astratta e teorica. Propongo un premio a Geg  perché ha copiato e alla mamma e alla maestra perché non l‘hanno colpevolizzato. Il bambino è “di sinistra”, tendenzialmente in ebollizione e rivoluzionario, e spesso gli adulti si sono dimenticati il loro essere stati bambini e sono diventati moralisti e bacchettoni. Geg è assolutamente normale nel suo essere se stesso e sta crescendo bene. Arriviamo alle poesie da imparare a memoria, quelle che fanno odiare a vita la letteratura. Geg non l’ha imparata e non l’ha detto alla mamma. Limpida deve imparare a rispettare la “privacy” del figlio. Ogni bambino deve avere un mondo di cose per sé e può anche non condividerle. I genitori devono avere la giusta discrezione e il doveroso rispetto e non devono fomentare sensi di colpa per l’esclusione della mamma o del papà. Bisogna sempre favorire l‘emancipazione anche perché in questo momento della sua vita Geg è alle prese con altri conflitti ben più importanti, quelli legati alla formazione del carattere e nello specifico il complesso di Edipo e il “sentimento della rivalità fraterna”. Geg è promosso a pieni voti, fino a questo punto, dal sottoscritto, che è stato anche insegnante per quarant’anni, soprattutto perché non vive di scuola e sa districarsi da solo nelle vicissitudini personali e relazionali. Procediamo sempre nella ricerca di un conflitto evidente e consistente nella psiche di Geg e sempre secondo la versione di mamma Limpida.

“Verso fine anno ha iniziato a essere insofferente in casa. Si annoia e non sa cosa fare, si stanca facilmente delle cose che fa. Il suo maggior desiderio è quello di andare dal nonno e stare a lavorare nei campi con lui. Il padre è un po’ geloso di questa cosa, perché la vive forse come se non volesse stare con lui.”

Finalmente si profila un problema, un problema serio: la “noia”. Cari genitori, quando vostro figlio vi dice che si annoia, cominciate a preoccuparvi e non sottovalutate quello che vi sta dicendo, perché è l’accusa di un disagio e la precisa richiesta di aiuto. La parola “noia” deriva dal greco “nous” che significa “mente”. Consegue che “noia” è la degenerazione di una delle funzioni della “mente” e nello specifico della dimensione del “desiderio”. Un bambino che accusa la “noia”, non solo non ha desideri, ma soprattutto non desidera. Geg sta vivendo il conflitto edipico con i genitori e il conflitto affettivo con il fratello. Ben venga la scelta di andare dal nonno, avendo capito l’importanza psichica del nonno e della nonna e il bisogno di Geg di spostare l’angoscia edipica dal padre, vissuto come un nemico cattivo che punisce, al nonno, il padre buono che rassicura e insegna soprattutto l’amore verso la natura. Bisogna favorire la terapia che Geg ha scelto per sé: viversi con il nonno amando, giocando e imparando. La formazione del carattere sta avvenendo e la figura del nonno consente possibilità d’identificazione in una figura maschile che coltiva passioni e ha tanto da dire e tanto da dare. Il padre non ha nessun motivo di essere geloso, anzi deve favorire e non proibire la terapia scelta dal figlio e deve intervenire proponendosi come padre allettante e non contro il nonno. Ecco cosa dice Geg alla nonna a  conferma del problema edipico e della rivalità fraterna.

“Geg ha raccontato alla nonna che il padre fa preferenze verso Gig. La cosa è un po’ vera. Gig ha un altro carattere e non si lamenta mai. Il padre ama i suoi bambini e loro vengono prima di tutto, però nei confronti di Geg è più severo, lo rimprovera e vorrebbe che fosse più docile. Ma Geg non lo è! Geg cerca tanto la complicità del padre, lo istiga, lo fa arrabbiare e poi va a farsi coccolare, però quando il padre gli propone di stare insieme lui, preferisce andare dal nonno.”

Gig ha un carattere diverso semplicemente perché i vissuti sullo stesso oggetto non possono essere identici: due caratteri identici non esistono neanche nei gemelli monozigotici. Anche Gig si sta formando e ha i suoi conflitti con il padre, con la madre, con il fratello e anche con il gatto di casa, ma al momento non si evidenziano in maniera teatrale perché Gig li elabora e li contiene usando meccanismi di difesa diversi rispetto al fratello Geg. Il padre è bravo, ma è severo con il figlio che in questo momento è in aperto conflitto con lui. All’incontrario deve essere suadente con Geg, il quale a sua volta non può essere docile con il padre perché la competizione è l’unica arma che in questo momento della sua vita la sua psiche concepisce. Il padre non deve punire e tanto meno colpevolizzare il figlio. La provocazione di Geg nei confronti del padre ha la finalità di constatare il legame affettivo di quest’ultimo nei suoi confronti. Meno male che c’è il sostituto del padre, il nonno venerando. Si vede chiaramente la psicodinamica edipica di Geg. Padre e figlio vivono la stessa psicodinamica in maniera diversa, uno come rifiuto da parte del figlio e l’altro come cattiveria del padre nei suoi confronti.

“Il padre lo punisce a volte vietandogli di andare dal nonno. Gli ho detto che secondo me è sbagliato e non ottiene niente, anzi peggiora la situazione. Dovrà essere Geg a decidere la domenica di star con noi e non con il nonno.
Ho parlato con Geg e ha detto che io non faccio preferenze, ma il papà sì.
Non pensavo fosse così difficile il ruolo dei genitori. Mi devo impegnare a essere più paziente, ma a volte la sera mi snerva perché non vuole fare niente di quello che gli dico. Come faccio? Non posso lasciargli fare quello che vuole! Grazie di tutto, intanto e aspetto i tuoi buoni consigli. Cordialità da mamma Limpida”

Sbagliatissimo e dannosissimo impedire al figlio l’esercizio degli affetti per motivi di gelosia da parte del padre. All’incontrario bisogna favorire la vita affettiva per dare a Geg la sicurezza dei suoi investimenti di “libido”, se vogliamo evitare che da adulto sia bloccato nell’espressione dei suoi sentimenti e nell’offerta erotica del suo corpo. Le preferenze sono il tema della rivalità fraterna. Geg sta dicendo che suo fratello è più amato di lui da parte del padre e che deve identificarsi nel padre, ma viene respinto e Geg provoca e, invece di un alleato amico e complice, si trova un padre che lo punisce confermando il senso di colpa di Geg e istigando in lui la conseguente espiazione. Certo che non bisogna consentire ai figli di fare quello che vogliono e i figli stessi non chiedono questo e non sarebbero capaci di chiedere e di fare questo. Bisogna ascoltarli, individuare il problema e agire sul conflitto nella maniera migliore. In questo caso il padre deve fare alleanza con il figlio due volte, una per il complesso di Edipo e l’altra per la rivalità fraterna, dimostrando a Geg che ha esagerato, che tutti stiamo bene in famiglia al posto giusto e facendo vedere i vantaggi dell’esser tanti e solidali. L’ostinazione di Geg conferma che il padre, non ha assunto la strategia giusta, perché è entrato in conflitto con il figlio e non l’ha capito. Ma la lettera di mamma Limpida non è finita.

 

“P.S. Mi sono dimenticata di dirti del peso. Geg ha sempre fame, mangerebbe sempre, anche per noia secondo me. Gig mangia poco e devo stare attenta a stimolarlo perché altrimenti non ha appetito. Geg è la mia fotocopia caratterialmente, forse per questo riesco a capirlo meglio del padre.

Anche con il peso non vorrei stressarlo troppo. Il padre, a volte, l’offende e gli dice che a dieci anni peserà più di un quintale. Aiutooooo!”

 

Se Geg ha sempre fame, sta chiedendo qualcosa di altro attraverso il cibo, una dose psichica maggiore di mamma e papà, un’attenuazione della conflittualità familiare, una comprensione a modo di avvolgimento psichico e di abbraccio fisico. Per il momento non ha gli strumenti psichici per fare da sé, quindi, cari genitori muovetevi con l’ascolto, con l’accudimento, con il nonno e fate in modo che possa tanto desiderare. Come si fa per farlo tanto desiderare? Non assillatelo con problemi banali e perbenistici, lasciatelo libero di scegliere il suo divertimento, lasciatelo fantasticare, lasciate che sorgano i bisogni legati al suo progressivo conoscersi e non siate impiccioni; soprattutto! Cosa vi chiede vostro figlio per stare e per crescere bene? Vi chiede di comunicare attraverso i sensi e di esaltarli: guardami, ascoltami, baciami, toccami, abbracciami, accarezzami. Il mio testo “Ma cosa sognano i bambini” sarà un ausilio psicopedagogico ogni qualvolta dialogherete con vostro figlio sul tema “cosa hai sognato stanotte”?

AH …SE CI FOSSE ANCORA IL PAPA’!

baby-203048__180

Maggy sta camminando per strada con un uomo non più giovane.

Lui tiene il braccio sulla spalla di Maggy e la tiene vicina.

Maggy sta bene. Questo gesto le dà sicurezza e protezione e ascolta volentieri lui che parla dei suoi problemi, del suo mal di stomaco, della sua incipiente calvizie, dei limiti che vuole che lei conosca.

Porta gli occhiali da vista. A Maggy dispiace svegliarsi perché sta davvero molto bene con lui.”

Il sogno di Maggy potevo titolarlo semplicemente “tanta nostalgia del padre”, ma ho preferito il sospirato “ah,…se ci fosse ancora il papà!” perché questo titolo consente di sviluppare elementi utili per la tutela psichica di ogni figlio nei confronti di una figura formativa e dominante come quella del padre. Tutti abbiamo un padre nel “Profondo” anche se non lo abbiamo mai avuto o non lo abbiamo nella realtà, tutti abbiamo introiettato un’autorità autorevole e il senso del limite, tutti abbiamo messo nel cuore o nella bile un uomo maestoso o mingherlino, acuto o sempliciotto. Questo padre lo troviamo nel ricordo o nell’immaginazione, nella porta accanto o lontano mille miglia, ma soprattutto lo ritroviamo ogni giorno dentro di noi nelle mille traversie della vita. Il “Padre” è un “archetipo”, il simbolo universale dell’”origine”, vedi Karl Gustav Jung, una figura determinante a livello di formazione del nostro “psicosoma”, della nostra “formazione reattiva”, del nostro cosiddetto “carattere” e della nostra istanza psichica del “Super-Io”. Questo “Padre” lo abbiamo messo in cielo e lo abbiamo chiamato eterno, l’abbiamo santificato nel nome e lo attendiamo nel suo regno dopo il soggiorno terrestre, lo abbiamo ossequiato e onorato come il nostro papà. Questo nostro atteggiamento psicologico è contenuto nella prima parte del “Padre nostro”, la preghiera per eccellenza, riconosciuta e condivisa dalle tre religioni monoteiste, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo. Questo è il “Padre” maiuscolo, quello sublimato, quello idealizzato, quello immaginato, quello perfetto, quello onnipotente, quello spirituale. Ed è tanto per noi, ma veramente tanto, per cui possiamo anche trascurarlo, perché il padre veramente “nostro”, quello in carne e ossa, quello che si vede e che si tocca, quello che rompe e che rompe tanto quando ci si mette, quello che ha un nome e un cognome, quello che abbiamo desiderato e abbiamo sedotto, quello che abbiamo odiato e abbiamo escluso, quello che abbiamo adorato e abbiamo deriso, quello che abbiamo temuto e riconosciuto, ebbene, questo nostro vero padre tutti abbiamo, bene o male e nel bene o nel male, sistemato nel “Profondo Psichico” e il sogno spesso ce lo ripresenta e ce lo fa ritrovare sotto multiformi aspetti. La cosa più triste è che noi non siamo consapevoli che stanotte quel cavallo o quel re, che si erano presentati in sogno, rappresentavano il nostro papà, l’adorato e augusto genitore. Il tutto capita a tutti, a tutti quelli che sono nati da maschio e da femmina sotto questa volta celeste. E’ capitato anche a Maggy. Il suo sogno m’induce a formulare una prognosi benefica e valida per tutti: adottiamo i nostri genitori e non abbandoniamoli in una lussuosa casa di cura o in un fatiscente ospizio per vecchi, non lasciamoli morire da soli e nell’anonimato tra le cure mercantili di sedicenti infermieri per anziani, peggio conosciuti come “badanti”. Ecco, io vi propongo di “badare” ai vostri genitori, di essere coloro che si prendono cura di queste figure sacre nel pensiero e nell’atto, nel cuore e nella mente, ma che sono in primo luogo figure in carne e ossa. Questa cura straordinaria dei figli è un’evoluzione matura della “posizione edipica”, che di per se stessa non si risolve mai in senso definitivo come tutte le umane cose, un’evoluzione che fa tanto bene all’economia psichica dei figli perché consente loro di assolvere i sensi di colpa residui e di risolvere le ultime pendenze relazionali nei confronti dei genitori. Del resto, non bisogna pensare la nostra struttura psichica in termini di perfezione. Questa idea è una pietosa utopia, ma bisogna pensarla in equilibrio tra spinte e controspinte nella sua unicità irripetibile. Questo deve essere l’obiettivo costante e possibile. Ecco, la relazione psichica con i genitori è il punto di appoggio per la leva che Archimede cercava per sollevare il mondo, una costante psichica fondamentale nel cammino della vita, sia in loro presenza e sia in loro assenza. Ripeto e mi ripeto volentieri e consapevolmente: “adottare i genitori” significa semplicemente prendersi cura di loro quando hanno particolarmente bisogno dei figli, significa goderli nel senso pieno del termine per vaccinarsi al massimo dai futuri sensi di colpa che inevitabilmente si profileranno nel nostro cuoricino bambino al momento della loro dipartita. Ricordate che Enea durante la distruzione di Troia si caricò sulle spalle il vecchio padre Anchise per portarlo in salvo: un atto concreto di riconoscimento psichico e simbolico, un atto di sacra “pietas”. E perché non richiamare Sem e Jafet che protessero la sacra nudità del padre Noè, che giaceva ubriaco nella tenda, procedendo all’indietro con il mantello per coprirlo? Sono atti di “pietas”! E perché non ricordare i nostri gesti d’amore e di solidarietà verso i genitori? E allora, ben vengano queste degne figure a popolare i nostri sogni. Sentivo di fare questa lunga tiritera “in primis” per assolvere i miei sensi di colpa e “in secundis” per condividere una buona legge psicoanalitica che recita “riconosci il padre e la madre per essere autonomo a livello psichico, non uccidere il padre e la madre perché resti solo, non onorare soltanto il padre e la madre per non restare suddito”. Adesso si può procedere in maniera spedita verso la decodificazione del sogno di Maggy.

Il “resto notturno” in questione contiene tutto quello che Maggy avrebbe voluto vivere da adulta con il padre o con una figura similare. Il sogno è scatenato da un’urgenza esistenziale, da un momento difficile della vita in cui Maggy richiede la presenza del padre perché si sente sola e bisognosa di consiglio e di protezione.

Maggy sta camminando per strada con un uomo non più giovane.”

Il desiderio o il bisogno di Maggy è di vivere e di condividere un tratto di vita con il padre, una figura matura esente ormai da investimenti edipici di “libido genitale”, una persona saggia, che sa di sé, ed è libera da pregiudizi: “un uomo”.

Lui tiene il braccio sulla spalla di Maggy e la tiene vicina.”

L’affettività e la protezione non mancano. La vicinanza non è soltanto d’intenti o di pensieri o di sentimenti. Il “braccio sulla spalla” condensa un contatto corporeo “padre-figlia” così difficile nell’adolescenza perché avvolto da pudore, ma così naturale e ambito nella giovinezza. Il tenerla vicina non è soltanto un fatto logistico, ma è proprio il senso di accoglienza e di cura. Come dire: “ci sono io, con te c’è il tuo papà”. Quante volte nostro padre ce l’ha detto o l’avremmo voluto sentire? Un buon padre è come un buon sangue: non mente.

Maggy sta bene e questo gesto le dà sicurezza e protezione”.

Maggy conferma quello che si è detto: è se stessa, è in armonia con le sue istanze psichiche, è appagata. Il sogno è riflessivo e discorsivo perché Maggy è abbastanza sveglia nel formularlo e nel viverlo. La trama è riferita a un bisogno oggettivo. Il “gesto” condensa un percorso psichico nella sua realtà, uno schema affettivo tradotto in un fatto affettivo. Del resto, il padre rappresenta per il figlio colui che agisce, chi fa le cose e le insegna, l’esempio da seguire, il maestro nel senso tecnico del termine: il previdente e il provvedente.

Lo ascolta volentieri mentre le parla dei suoi problemi, del suo mal di stomaco, della sua incipiente calvizie, dei limiti che vuole che lei conosca.“

Ecco il bisogno di adozione di Maggy, ecco la nostalgia di ciò che voleva fare e che non ha potuto fare con il padre: la confidenza nella parola e nel gesto, l’affidamento alla pari, il riconoscimento della persona e del problema dell’invecchiamento. La figlia è cresciuta e il padre a lei si affida comunicando i suoi limiti. Si è capovolto il quadro: la figlia ascolta l’apertura del padre verso di lei, questo padre che vuole che la figlia sappia che è un essere umano e non un padreterno. Il sogno ha pochi simboli ed è prevalentemente discorsivo.

Porta gli occhiali da vista e a Maggy dispiace svegliarsi perché stava davvero molto bene con lui.”

Maggy ha espresso nel sogno iI suo desiderio di padre, un’apertura del rapporto che si può sintetizzare in un nostalgico “ah, se ci fossi ancora”, “ah, se ti avessi conosciuto meglio.” Il padre “porta gli occhiali da vista”, è anziano e ha esperienza, conosce il mondo e chi lo popola, è oltremodo razionale nella sua visione e nel suo giudizio in riguardo alla realtà effettiva.

Il desiderio di “sapere del padre” e sempre un desiderio di “sapere di sé” in riferimento a lui, un bisogno di autoconsapevolezza. La posizione matura della figlia verso il padre si risolve con l’adozione psicofisica del padre, pur mantenendo la sacralità del “corpo mistico”.

Va da sé che tutto il quadro si trasferisce pari pari anche alla madre.

La prognosi impone a Maggy di gustare la bellezza dei suoi sentimenti senza lo struggimento della nostalgia e di vivere il padre, se è ancora vivo, in maniera intensa o, se è partito per qualche viaggio senza ritorno, di tenerlo caldo e in vita nei suoi pensieri d’amore.

Il rischio psicopatologico si attesta in un eccesso di nostalgia, in una fuga dalla realtà e nella mancata risoluzione del conflitto: una psiconevrosi d’angoscia con conversione di sintomi.

Riflessioni metodologiche: il “pater noster” è condivisibile anche dal “sapere psicoanalitico”. Infatti riconosce il padre come degno di mistico carisma e di concreta passione, ne esalta il nome, riconosce il potere e la volontà nelle cose materiali e nelle cose spirituali, nonché la richiesta di amore e di affetto, contempla l’assoluzione della colpa e l’evitamento delle tentazioni. Questo “iter” porta al riconoscimento del “Padre” e di “nostro “padre” in particolare. Un giusto e benefico “amen” può suggellare il continuo divenire di un archetipo e di un valore culturale, ma soprattutto di un fantasma psichico di notevole e determinante portata.