LA DONNA OLOGRAMMA E LA MAMMA IN CARNE E OSSA

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“Antonio sogna che la scuola sta per scoppiare.

Tocca un muro e vengono fuori delle lettere che dicono:“Benvenuto Antonio, è meglio che tu scappi con i tuoi amici.”

A questo punto compare una donna in ologramma, non in carne e ossa, ma fatta soltanto con un fascio di luce.

Antonio e i suoi amici si trovano in una capsula laboratorio che viene lanciata nello spazio e cade in un altro stato.”

Il sogno di Antonio ha varie e interessanti sfaccettature. Attesta la funzione di appagamento dei bisogni affettivi, manifesta i desideri in attesa di essere realizzati e ripara i traumi elaborandoli con i meccanismi di difesa dall’angoscia della “proiezione”e dello “sdoppiamento dell’imago”. Nel sogno di Antonio il materiale umano più delicato e drammatico viene offerto dal suo sistema psichico in maniera composta, costruttiva e “protreptica”. Quest’ultimo è il termine giusto per qualificare i processi e i meccanismi della psiche di Antonio. “Protreptico” significa letteralmente esortazione, desiderio e sforzo di sapere; in senso traslato “spinta in avanti” verso la soluzione del trauma e del conflitto. Il termine è greco e risale al grande Aristotele e a una sua opera di esortazione allo studio della filosofia in quanto salvifica scienza delle scienze, madre di tutto il sapere, compreso il “sapere di sé” necessario per conseguire una vita felice.

Ecco! Ma come può essere il sogno di un adolescente “protreptico”?

La risposta è semplice: la Psiche è “protreptica” perché investe “libido” e la intende verso la realizzazione di un progetto in appagamento di un bisogno psicofisico. La Psiche tende con l’esercizio del vivere al “sapere di sé”, alla migliore autocoscienza possibile nel momento storico che sta vivendo, in quel “breve eterno” che la caratterizza come “psicosoma”. Qualsiasi età è “protreptica” perché il vivere è “protreptico” per quanto riguarda il “sapere di sé”, ma cambiano gli strumenti intellettivi e cognitivi: il “processo primario” per l’infanzia e il “processo secondario” non disgiunto dal “processo primario” per l’età adulta: la fantasia e la ragione.

Ritorniamo al sogno.

Nella sua spartana semplicità, nonostante la fantasia dell’ologramma, il sogno di Antonio attesta fondamentalmente del bisogno di avere una mamma, ma non una “capsula” evanescente e freddamente luminosa e con l’aggravante di essere anche laboratorio, ma una mamma concreta “in carne e ossa”, tutta ciccia da palpare e da mangiare.

Questo è il tema; non ci resta che seguire la traccia con le interpretazioni dei simboli e con i rilievi impliciti.

La “scuola” è il luogo freddo della pseudo famiglia allargata che esclude l’intimità e lo scambio affettivo pregnante e significativo. La “scuola” è il luogo sociale labile e contingente imposto dalle istituzioni e soprattutto è il luogo dove non c’è la mamma. Si pensi al dramma della scolarizzazione dei bambini piccolissimi e piccoli, si rifletta sulla delicatezza di quel momento evolutivo. La scuola rappresenta la trasmissione del sapere ufficiale costituito negli schemi culturali della società in cui si vive, una forma importante del processo educativo, ma a livello psichico la scuola viene vissuta dal bambino come una forma di “Super-Io”, un’imposizione, un limite psicofisico, una prepotenza anaffettiva del padre e della madre e in particolare un tradimento affettivo da parte della madre. Soltanto in un secondo tempo il bambino maturerà i benefici sociali della convivenza e allora sarà arrivato a spegnere la decima candelina e non è detto che sia del tutto convinto di questa presa di coscienza e di questa conquista.

Antonio propone il luogo “scuola” come freddo in ogni senso e lo vuole distruggere: “sta per scoppiare”. Lo “scoppiare” equivale all’emergere violento di una difesa da una violenza subita e reiterata e ancora possibile, una risposta pulsionale a una bomba esterna per evitare lo scoppio della boma interna fomentata dai tanti traumi subiti in un ambito di costrizione e di vessazione, in ogni caso un ambito di grande gelo affettivo, un “quasi ghiaccio”. L’aggressività è la bomba interna che da un lato può brillare in maniera distruttiva, ma dall’altro lato è positiva perché la psiche del bambino si scarica dall’angoscia, dalle tensioni accumulate e dalle paure introiettate. Il metodo è da correggere perché lo scarico dell’aggressività produce inevitabilmente sensi di colpa: a trauma si reagisce procurando trauma, la legge del taglione di barbarica memoria, una legge tribale e uno schema giuridico che non sono memoria, ma sono ancora in atto. Antonio distrugge il luogo della sua angoscia e del suo dolore: il collegio o l’orfanotrofio o qualsiasi posto che evoca la sua consapevole sofferenza. Queste sono le sequenze psichiche: l’angoscia di solitudine affettiva legata all’abbandono e la progressiva comprensione dolorosa della sua situazione a cui consegue il darsi da fare per trovare una soluzione dentro di sé e fuori di sé. Decisamente Antonio in certi settori psichici è cresciuto anzitempo ed ha una maturazione superiore a un ventenne cosiddetto normale.

Come risolve Antonio in sogno il suo travagliato problema esistenziale e psichico?

Ecco che giustamente in un bambino si presenta in soccorso la componente magica della fantasia. Basta toccare un muro e avviene il miracolo della soluzione: “vengono fuori delle lettere che dicono: “Benvenuto Antonio, è meglio che tu scappi con i tuoi amici.” Toccare un muro è la magia usata come una forma di sollievo e come risoluzione di fuga dalla realtà severa e drammatica. Antonio allucina fortunatamente il suo desiderio di affettività e il suo bisogno di sopravvivenza con il suo sano e benefico narcisismo: “Benvenuto Antonio”!  Antonio si autogratifica, si autostima, si ama, si propone nella sua chiarezza mentale come il leader che salverà anche gli altri, i suoi amici, coloro che sono come lui, coloro che hanno sofferto e soffrono come lui: “simile simili cognoscitur”, il simile riconosce il suo simile.

Antonio è il benefattore del caso, prospetta per sé e per i suoi amici la fuga dall’angoscia, dalla solitudine affettiva, dalla follia: da qualche parte del mondo ci sarà una mamma che ci amerà, ma una mamma vera e affettuosa, non un surrogato e tanto meno una mamma meccanica.

Antonio gestisce nel sogno in maniera semplice e non pesante la soluzione per sé e per gli altri abituati a pesanti vessazioni, a severe frustrazioni e a precarie situazioni esistenziali. Rileviamo la generosità del povero che “sa di sé” rispetto al ricco che “non sa di sé”: il primo aiuta, il secondo ignora anche se teme e critica.

Ecco il problema della mamma ed ecco lo “splitting” sul fantasma della mamma. La mamma in ologramma rappresenta la “parte negativa” e la madre “in carne e ossa” condensa la “parte positiva” del fantasma. Il meccanismo di difesa della “scissione” o “sdoppiamento dell’imago” risale ai primi sei mesi di vita come modalità del pensiero infantile. Il bambino è costretto a usare la sua modalità mentale primaria per capire quello che sente,l’”istinto di vita” e l’”istinto di morte”, istinti innestati sul vivente

corpo-mente. La suora o la cameriera o la maestra o l’infermiera o una figura femminile qualsiasi è stata assimilata come la “parte negativa della madre”, un fantasma di donna meccanica, sia pur nella sua funzione di assistenza e di educazione, ma la freddezza affettiva non risolve la figura materna nella sua interezza. Ad Antonio interessa la madre in “carne e ossa”, la mamma affettivamente buona, quella del suo desiderio, quella finalistica e non quella meccanica, quella cicciona da “sentire” e da “gustare” per “sapere” di lei e del suo sentimento. La trinità del bambino “infante”, senza parole, è la sacra materialità del “sentire”, del “gustare” e del “sapere”.

Ed ecco che il sogno si conclude ottimisticamente riparando un trauma e rafforzando la presa di coscienza del problema: la migliore risoluzione a tanta sofferenza.

“Antonio e i suoi amici si trovano in una capsula laboratorio che viene lanciata nello spazio e cade in un altro stato.”

La “capsula”, come dicevo all’inizio dell’interpretazione, condensa la figura materna in versione vincolante e oppressiva, ma per Antonio il simbolo si attenua in maniera direttamente proporzionale ai suoi bisogni e ai suoi desideri nella semplice figura materna che lo avvolge, lo ama e lo protegge. Del resto, Antonio ha realizzato il suo bisogno di essere amato dalla mamma giusta: “cade in un altro stato”. E’ proprio vero anche in sogno che i desideri cadono dalle stelle: “de siderribus”.

La presa di coscienza di scappare e di risolvere l’anonimato affettivo, di avere l’identità psichica valida e un padre in cui identificarsi, in cui investire sicurezze e non labilità occasionali, tutto questo è presente nella psiche di Antonio. Intanto domina la madre, di poi recupererà necessariamente la figura paterna, ma per il momento Antonio deve rifarsi di tutte le mancanze di madre e di tutte le esigenze affettive inappagate. A tal uopo non esiterà a ricorrere a ricatti e a provocazioni per mettere alla prova la madre sul tema “vediamo quanto e come mi ami e dopo vediamo ancora quanto mi ami”.

Bisogna considerare che Antonio ha maturato anzitempo un carattere, meglio una “formazione reattiva”, molto sensibile ai temi dell’abbandono e della solitudine, un tratto depressivo che controllerà proprio convertendolo all’incontrario in un’iperattività. Del resto, Antonio ha maturato questi tratti e li porterà anche nella nuova e gratificante situazione di famiglia e li userà in attesa di acquisire i nuovi tratti del carattere e i nuovi meccanismi di difesa dall’angoscia. La Psiche è lenta nell’assimilare le novità e Antonio porta il vecchio nel nuovo con normali discrepanze per sé e per gli altri. I genitori e le maestre devono tenere in grande considerazione la reattività di Antonio al nuovo che sta vivendo e devono attendere con la giusta cautela che il nuovo si attesti e si componga nel carattere in atto. Il processo richiede tempo, ma Antonio conserverà i tratti basilari del suo carattere maturati in condizioni di grande precarietà e dovrà assimilarli sempre meglio per socializzare senza essere invadente e per essere padrone a casa sua. Antonio deve capire che non deve più salvare i suoi amici e che essere un eroico “leader” non serve più nella nuova situazione esistenziale.

La prognosi impone di portare in evoluzione l’assimilazione della figura materna e di adattarla alle nuove realtà e alle nuove esigenze. Antonio deve essere duttile nel sistemare il passato traumatico,visto che non lo può dimenticare, e deve evolvere il carattere evitando di regredire a tappe già vissute e superate. Antonio deve assimilare la nuova famiglia come la benefica palestra in cui liberamente agire nel rispetto degli altri. Antonio deve capire che non può usare in questo nuovo contesto gli stessi meccanismi di difesa che erano necessari nella vita del collegio o dell’istituto in cui era stato relegato e offeso. Antonio non deve ricattare con i suoi comportamenti provocatori la madre che ha tanto desiderato anche per non maturare successivamente sensi di colpa. Antonio deve anche concentrarsi sulla figura paterna e capirne la necessità al fine di una identificazione in lui e per acquisire la sua identità maschile. Il padre deve intervenire in maniera consistente sia per alleviare la figura materna da pesi formativi ed educativi, ma soprattutto perché Antonio in lui vede il senso del limite e maturerà un “Super-Io” non tirannico ma neanche eccessivamente liberale, oltre a trovare il suo presente psichico insieme al futuro prossimo. In sintesi Antonio deve razionalizzare la nuova gratificante situazione umana e psichica in cui si trova da quando “una capsula laboratorio” è stata lanciata “nello spazio” ed è caduta “in un altro stato.”

Il rischio psicopatologico si attesta nell’uso del processo di difesa  dall’angoscia della “regressione”, nel ripristinare tappe già vissute e non adeguatamente evolute come l’angoscia dell’abbandono e nella “fissazione” a questo traumatico passato.

Riflessioni metodologiche: i genitori adottivi incontrano normalmente  problemi nella relazione con i figli. Se sono infanti, i problemi sono quelli normali di tutti i genitori in quanto il “carattere” si forma con la loro presenza e la loro influenza, ma se il bambino ha più di cinque anni si presentano difficoltà, a volte anche notevoli, perché il “carattere” si è già formato in buona parte e non si può cambiare e tanto meno negare. Allora quale soluzione esiste? Il nuovo si deve innestare in maniera indolore nel vecchio: i tratti vecchi devono essere la base proficua per ricevere, assorbire ed evolvere i tratti nuovi. I genitori devono ben conoscere il quadro psichico pregresso del figlio e su questo devono inserirsi con il loro comportamento in maniera duttile e compatibile. In caso contrario il bambino maturerà un carattere conflittuale e oppositivo che lo porterà a soffrire e ad avere  difficoltà relazionali. Bisogna stare attenti a che il bambino non usi la “regressione” e la “fissazione” come strumenti di difesa dall’angoscia. Bisogna aiutarlo a razionalizzare la sua storia traumatica in maniera dolce e rispettosa  lasciandolo ricordare e parlare naturalmente e liberamente quando sente il bisogno. La figura dello psicologo è necessaria soltanto nel caso infausto della “regressione” e della “fissazione” e di sintomi psicosomatici, in particolare conversioni isteriche dell’angoscia. Altrimenti bastano i genitori e i parenti, in special modo i nonni, a portare avanti nel migliore dei modi l’evoluzione della formazione reattiva, il carattere per l’appunto. Questi ultimi devono ricordare sempre che la Psiche è lenta nel concepire le novità anche se belle e gratificanti. La Psiche si difende anche dalla gioia per paura di perderla e non assorbe la nuova realtà se non in un tempo relativamente lungo. Quello che state seminando oggi, vedrà la luce nel tempo e sempre in progressione fino al traguardo dell’autonomia psichica. Così sarà di Antonio e dei suoi sfortunati amici. Raccomando la benefica funzione dei nonni perché la loro mediazione psichica vale più di cento sedute di psicoterapia. Viva i nonni!

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